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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
AYLAN
post pubblicato in Ai, Weiwei, il 5 febbraio 2016
 

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CALAIS
post pubblicato in Diario, il 4 agosto 2015

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ROMA NEGATA
post pubblicato in Scego, Igiaba, il 23 gennaio 2015

Igiaba Scego va alla ricerca delle ultime testimonianze del colonialismo italiano presenti a Roma, sotto specie di monumenti, edifici, istituti culturali. C'è da dire che quel poco che rimane è ormai completamente dimenticato, sopraffatto dall'incuria, dalla sporcizia, dal disinteresse, dal fatto che non "parli" più a nessuno. Non proprio così doveva essere ad es. quarant'anni fa, quando ancora erano in vita coloro che all'avventura africana avevano partecipato fisicamente o idealmente. In realtà le testimonianze di quel passato si contano sulle dita di una mano. Il monumento ai caduti di Dogali vicino alla stazione Termini, in un giardinetto che è un concentrato di sporcizia e  degrado, è costituto da un piccolo obelisco egizio di epoca romana su un basamento moderno, ai cui piedi giaceva in epoca fascista il Leone di Giuda. Nessuno ricorda anche che i "Cinquecento" della vicina piazza sono i 500 (impropriamente, erano 440) caduti a Dogali, in Eritrea, in un'imboscata durante i primi tentativi di colonialismo italiano in epoca liberale. L'ex cinema Impero, oggi chiuso e murato, su via dell'Acqua Bullicante, è rimasto attivo fino al 1983, centro del ricordo di tante famiglie romane in epoca fascista e successiva. L'obelisco di Axum, in piazza di Porta Capena, è semplicemente un punto vuoto, a sostituire una stele religiosa che era divenuta uno spartitraffico di cui nessuno comprendeva le origini e che al limite fungeva da segnaletica per gli appuntamenti o per la partenza della processione al Divino Amore. Il vicino Ministero delle Colonie è divenuto per una sorta di legge del contrappasso Palazzo della FAO. Il ponte Duca Amedeo d'Aosta è percorso avanti e indietro da motorini, bus e macchine, senza che ci si degni di dare uno sguardo alle incisioni ai lati del ponte che magnificano la figura del duca D'Aosta e le sue gesta in Africa Orientale. Le targhe delle strade del Quartiere Africano, iniziato ad edificare durante il fascismo, non ricordano più a nessuno le tappe dell'epopea coloniale, come nel caso di via Makallè (cittadina etiope dell'omonimo assedio da parte degli italiani nel 1895-96), indirizzo attuale della biblioteca Villa Leopardi. Il Museo Coloniale in via Aldrovandi non esiste più e i suoi giacimenti sono conservati parte al Pigorini, parte in magazzino in attesa di un ricostituendo museo postcoloniale. Per finire un monumento dei giorni nostri, il mausoleo a Graziani ad Affile.
Igiaba Scego è figlia del ministro degli esteri somalo nel governo prima dell'avvento a seguito di un colpo di stato di Siad Barre. Il padre di Igiaba fuggì in Italia con tutta la famiglia in esilio. E a Roma nacque Igiaba, che è sempre vissuta ed ha studiato in Italia. Questo spiega la sua lacerazione, di cui sono piene le pagine di questo libro. L'Italia è la sua patria, non si sente una straniera, quì è cresciuta e si è formata, l'italiano è la sua lingua e tuttavia questa sua nazione è quella che ha costituito il suo impero coloniale nel Corno d'Africa, stuprando territori e popolazioni, lasciando cicatrici nelle generazioni a venire. La storia della conquista coloniale italiana in Africa orientale, soprattutto in Etiopia, è una storia spaventosa di massacri indiscriminati, uso vietato dei gas, sanguinose repressioni. Però le tracce di quel colonialismo sono penetrate in profondità, se Asmara era una città architettonicamente italiana, come in larga parte anche Mogadiscio se non fosse stata distrutta dalla guerra civile somala, se si continuava nel dopoguerra a studiare l'italiano, se la cultura europea di riferimento era quella italiana. Ma tutto ciò è stato vero per il passato, oggi, complice il totale disinteresse dell'Italia, i giovani non parlano più l'italiano ma altre lingue straniere. 
La tragedia del 3 ottobre 2013 nel mare Mediterraneo dove morirono trecentosessantanove migranti, al di là del commiato di circostanza, non ha fatto riflettere sulla loro provenienza. Moltissimi venivano dall'Eritrea ma questo non ha fatto sentire alcun tipo particolare di responsabilità nei loro confronti. Essi scappavano dalla dittatura di Isaias Afewerki, una delle più feroci esistenti in territorio africano. Il legame sentimentale tra Italia ed Eritrea non esiste più, un po' come testimoniano gli sporchi ed incustoditi reperti di un'epoca destinata all'oblio incontrati da Igiaba nella sua camminata per Roma.
Se così è, se ormai le imposture della globalizzazione si sono mangiate tutti gli atroci ricordi del passato, tutta la loro ambivalenza, l'unico appunto che si può fare a questo libretto, del resto bellissimo, è di indulgere troppo al sentimento, alle lacerazioni d'animo dell'autrice, rendendo anche lei confusa ed incapace a capire quanto sta oggi avvenendo, quanto ci circonda, a scapito di una chiave interpretativa, che dovrebbe essere soprattutto economica, degli spostamenti di popolazione. La Roma postcoloniale non può essere solo un confronto dell'oggi con la memoria di ieri, un esercizio di identità, ma deve spostare lo sguardo su quale futuro ci aspetta, oltre la celebrazione del meticciato.



(Carlo Verducci)  







Rino Bianchi, Igiaba Scego, Roma negata, Ediesse, 2014 [ * ]







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NON DIRMI CHE HAI PAURA
post pubblicato in Catozzella, Giuseppe, il 3 dicembre 2014
  

Una storia meravigliosa, che l’autore ha avuto il pregio di raccontare in prima persona, immedesimandosi nella protagonista, e rendendo onore a tutti coloro che a rischio della vita fuggono dal loro paese nel momento in cui le condizioni di vita divengono precarie. Mi ha ricordato Grazie di Riccardo Staglianò, ma – rispetto a quello – il libro di Catozzella ha il vantaggio di essere una testimonianza diretta.
La protagonista è Samia, una ragazzina somala di Mogadiscio con la corsa nel sangue. C’è uno splendido ritratto di lei nella terza di copertina, e in fondo al libro c’è anche una sua foto. Il fatto di avere la corsa nel sangue le fa vincere due gare nel suo paese (gareggia in una città del Nord della Somalia, che a lei sembra un altro paese) e la fa partecipare alle Olimpiadi di Pechino, dove però arriva ultima. Vuole riscattarsi, e partecipare alle Olimpiadi di Londra.
Le condizioni del suo paese ad un tratto peggiorano, e dopo varie peripezie Samia decide di scappare, o – per dirla con le sue parole – intraprendere quello che loro chiamano Il Viaggio, incoraggiata dal successo che, nella stessa fuga, ha avuto la sorella Hodan, la quale, dopo un breve soggiorno a Malta, ha raggiunto la Finlandia. Ma il viaggio appare subito profondamente irreale: e Samia impiegherà cinque mesi per raggiungere Tripoli, passando per Khartum.
Mi fermo nel racconto, per non sciupare nulla della sua bellezza. E non mi è mai capitato di fare esplicitamente i complimenti all’autore per il modo in cui ha raccontato una storia. Sempre nella terza di copertina è detto che l’autore “…per mesi è entrato dentro la vita reale di Samia…”, ma a me – semplice lettore e sempre più coinvolto, come Italiano, nella tragedia dei fuggitivi profughi dall’Africa, e ad essi molto vicino in spirito, e molto ammirato del coraggio con il quale affrontano viaggi a dir poco inverosimili – pare che il libro di Catozzella sia il primo segno con cui un Italiano racconta in modo splendido cosa succede a una profuga somala che vuole lasciare il suo paese, ad una persona che si è formata una sua propria mentalità atletica, e quindi non accetta il ruolo di molte sue concittadine, decidendo di andar via.
Un’ultima cosa: il titolo è una frase che Samia dice ad una sua compatriota, incontrata nel soggiorno a Tripoli, mentre entrambe aspettano di imbarcarsi per l’Europa.
Spero che queste poche righe – non mi sento di sciupare con i commenti la bellezza di questo racconto – stimolino le persone a leggere questo libro, e chiedo ufficialmente alle Biblioteche di Roma di organizzare un incontro con l’autore.



(Lavinio Ricciardi)









Giuseppe Catozzella, Non dirmi che hai paura, Feltrinelli, 2014 [ * ]

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NON DIRMI CHE HAI PAURA
post pubblicato in Catozzella, Giuseppe, il 3 ottobre 2014


Hai appena finito di leggere questo bel romanzo di Giuseppe Catozzella e non puoi smettere di "tifare" con il cuore e la mente per la protagonista, una bambina somala che ha deciso da subito di diventare una grande velocista e di rappresentare il suo Paese alle Olimpiadi. Impresa disperata, perchè Samia ha una struttura fragile, non ha mezzi tecnici, non ha un allenatore e, soprattutto vive in Paese che non vede con favore una ragazza che gareggia in abiti succinti su una pista d'atletica.
Non si tratta di una favola però, Samia é esistita e la sua storia ha commosso - il breve spazio di un mattino - il mondo intero.
Con l'amore e l'appoggio di una famiglia numerosa, aperta e generosa la bambina - a costo di sacrifici immensi e guidata da una volontà d'acciaio che la porta ad immedesimarsi con una eroina dell'intero mondo femminile islamico - raggiunge pian piano dei traguardi sportivi di livello locale e nazionale.
Intorno a Samia si va però diffondendo, a Mogadiscio e non solo, la shari'a imposta dal fanatismo integralista di Al-Shabaab ed il piccolo, semplice mondo della gazzella somala si sgretola rapidamente. Per coltivare il sogno resta solo la fuga e la prima ad abbandonare il Paese é la sorella adorata, aspirante cantante di musica tradizionale invisa agli affiliati di Al Qaeda.
Samia riesce a qualificarsi per le Olimpiadi di Pechino, dove gareggia e pur arrivando ultima raccoglie simpatia a livello planetario. Tornata a casa quella che é ormai una giovane ragazza capisce di non avere nessuna possibilità e allora decide di partire per l'Etiopia dove spera di trovare qualche appoggio e, almeno, degli allenamenti regolari.
Quando capisce che anche quel tentativo é fallito, Samia decide per l'azzardo finale, Il Viaggio, già affrontato con successo dalla sorella e che ha come destinazione finale le coste lampedusane dell'Italia. Attraverso gironi infernali che si chiamano Etiopia, Sudan, Sahara e Libia, Samia invece di correre precipita assieme alla perdita delle speranze ma non del coraggio di giovane guerriera. 
Non é il caso di raccontare la fine di questo bel romanzo che cattura l'attenzione ed il sentire del lettore, che potrà comprendere meglio uno dei tanti drammi che sono ben nascosti dietro il drammatico fenomeno migratorio che ci riguarda tutti.



(Girolamo L'Occaso)



Giuseppe Catozzella, Non dirmi che hai paura, Feltrinelli 2014 [ * ]


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DETENZIONE A LESBO
post pubblicato in Diario, il 22 aprile 2014


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TUTTI INDIETRO
post pubblicato in Boldrini, Laura, il 22 gennaio 2014
    

Non voglio ripetere quanto ho già scritto a proposito dell’ultimo libro della Boldrini (“Solo le montagne non s’incontrano mai”, Rizzoli, 2013), che è il racconto di una storia bellissima [ * ].
Questo, che è il suo primo libro, scritto quando lavorava come portavoce all'UNHCR (l’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati), è un bellissimo saggio sul problema dei rifugiati. Anche questo libro parte con una storia, tanto che – a scorrerlo – avevo pensato che fosse un libro sull'Afghanistan e la relativa guerra. E non c’è solo la storia iniziale con la quale si apre il secondo capitolo, in cui Sayed, un ragazzo afgano, con un viaggio a dir poco da libro Verne (con la differenza che questo è stato un viaggio reale) raggiunge l’Italia dove ora risiede da nove anni. Ci sono tante altre storie, qua e là, inframmezzate dal filo comune che riguarda quelli che su molti media continuano a chiamare migranti, ma che in realtà sono persone che scappano da teatri nazionali sconvolti da conflitti bellici o razziali o di altro genere (come la Siria, sconvolta da una vera e propria guerra civile). 
Una delle cose che mi hanno colpito di più, proprio per la comune ignoranza del problema, immemori noi italiani di quando i migranti eravamo noi (l’emigrazione in Usa, ricordata da innumerevoli nomi scolpiti nell’acciaio di Ellis Island), è la distinzione tra le varie categorie di chi chiede asilo, che è il vero incipit del libro. Innanzitutto la distinzione tra immigrati e rifugiati, entrambe categorie dovute a scelta volontaria dei componenti. Poi la decisione che l’organismo ONU può assumere per risolvere lo status di chi chiede asilo: si distingue in riconoscere lo status di rifugiato, concedere la protezione sussidiaria, raccomandare la protezione umanitaria, o negare lo status di rifugiato.
Dopo la storia di Sayed, i capitoli successivi riguardano storie di rifugiati che toccano l’Adriatico, Lampedusa, oppure riguardano il mare, l’Africa (Ruanda, Sudan), altre situazioni che coinvolgono paesi vari, tra i quali l’Italia e a questo proposito i provvedimenti adottati dall’allora ministro degli Interni Roberto Maroni. Provvedimenti che costituirono un brutto ritratto del nostro paese verso l’ONU e il modo in cui essa cercava di risolvere di volta in volta problemi grandi e spesso molto tragici.
Nei capitoli finali si tratta del nostro paese e specificamente dei rientri in Libia, non attesi da nessuno, di casi come quello del Piemonte, dove l’amministrazione ha adottato una ricetta che l'ONU è riuscita a far modificare in positivo, di razzismo e di etnia rom, del Kosovo, e degli immigrati di Rosarno. E l’autrice fa i complimenti a due sindaci della Locride nel reggino calabrese, che per conto proprio hanno stabilito dei protocolli di accoglienza speciali, qualcosa di molto diverso da quanto è accaduto a Rosarno, dove gli immigrati lavoravano come raccoglitori di agrumi.
Il più bel capitolo è l’ultimo, dove si parla de “L’Italia che c’è ma non si vede” e dove si raccontano storie di italiani che non hanno per nulla adottato i canoni della legge Bossi-Fini e si sono prodigati in azioni spesso individuali meritevoli di essere citate non solo in un libro specifico ma su tutti i media, cosa che di rado accade.
Il libro termina con una breve appendice in cui l’autrice spiega con una breve storia come è nato e come opera l’UNHCR. A questo seguono ringraziamenti e viene spiegata l’origine del libro.
Mi sento di consigliare la lettura di questo libro a tutti, e di proporre alla biblioteca il suo acquisto in più copie, ove ancora non lo avesse fatto.




(Lavinio Ricciardi)







Laura Boldrini, Tutti indietro, Rizzoli, 2013 [ * ]

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RACCONTI DI VITA
post pubblicato in Ba, Mohamed, il 14 luglio 2012

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L'UOMO CHE NON CONTAVA I GIORNI
post pubblicato in Cavanna, Alberto, il 13 luglio 2012

 


Una storia molto bella, scritta da una persona che non indulge a finzioni letterarie. E’ una vicenda di mare, e nello stesso tempo di immigrati. Ma – al termine della lettura – si ha netta la visione di una storia decisamente originale, sia nella trama che nello svolgimento temporale.
E’ la storia di un immigrato, Mohamed, e di un vecchio marinaio ligure di un paesino della Liguria occidentale. Il vecchio incontra il giovane Mohamed dopo averlo trovato a dormire davanti al suo magazzino, magazzino in cui sta costruendo una barca.  E lo prega di farlo passare, poi lo porta dentro il magazzino e gli chiede di aiutarlo a costruire la sua barca. Nel fare questo, appena Mohamed acconsente, si intende che il vecchio lo vuole per amico. Questo fatto nasce spontaneamente, nel rapporto che si crea.
E la storia si sviluppa pian piano. Non è solo la storia del vecchio, ma anche quella di Mohamed a venire in evidenza. Così, il giovane, fuggito dal suo paese – la Tunisia – per cercarsi da vivere e non gravare sulla sua famiglia di origine, giunge in Italia clandestinamente e si trova a disagio. L’incontro col vecchio, assolutamente casuale, gli appare come un insperato colpo di fortuna. Il vecchio marinaio sfrutta le conoscenze del giovane tunisino, che aveva aiutato il padre a costruire una barca, che poi gli era stata sequestrata per motivi economici.
Così – sempre piano piano (il titolo rispecchia il fatto che la storia appare sempre senza tempo, definita soltanto dall’andamento dei fatti) – Mohamed entra ogni giorno di più nelle grazie del vecchio marinaio, che gli riconosce una notevole capacità operativa nel lavoro per il quale ha chiesto aiuto. E in cambio dell’aiuto, il vecchio lascia Mohamed a dormire nel magazzino, realizzando anche il fatto che la barca risulta sorvegliata durante la notte e risolvendo così il problema dell’alloggio per Mohamed, oltre a nutrirlo quotidianamente.
Mohamed diventa sempre più amico del vecchio, e il lavoro della barca procede a gonfie vele, fino a pochi giorni dal termine, quando un vigile urbano notifica al vecchio un esposto presentato contro di lui dai cittadini che vivono intorno al magazzino e che protestano per due ragioni: il rumore prodotto dalla costruzione della barca e il fatto che il vecchio sta sfruttando un cittadino straniero rifugiato clandestinamente in Italia, che quindi dovrebbe essere sistemato in un centro di accoglienza e non ospitato dal vecchio. Questo esposto impone un breve termine alla costruzione della barca, cosicché il lavoro viene accelerato. Per ottemperare al dovere di ospite, che il vecchio aveva improvvisato nei confronti di Mohamed, dalla sera dell’arrivo dei vigili il vecchio porta a casa sua Mohamed al termine della giornata.
L’esposto produce un cambio di programma nei piani del vecchio marinaio, che aveva deciso – e coinvolto anche Mohamed – di costruire una nuova barca, i cui materiali dovevano essere ricavati dalla vendita della barca in costruzione. Ora, cambiato l’obiettivo del vecchio, egli stabilisce di mettere la barca in acqua ed emigrare assieme a Mohamed verso la Tunisia, dopo che il giovane ha raccontato nel corso del lavoro della barca, tutta la sua storia al vecchio marinaio.
Così… ma non mi pare di dover descrivere tutto il libro, e come mio costume, non sciupo al lettore la sorpresa di un finale bellissimo, anche se un po’ triste, ma realmente commovente. E’ un libro stupendo, e la storia che racconta può esser presa ad esempio di quello che può accadere realmente a un rifugiato, del tipo che oggi siamo abituati a sentirci raccontare dalla cronaca. Qualcosa che può ridare a chi fugge dal suo paese in cerca di una vita migliore, e all’inizio ha ben poche speranze, la fiducia in una vita nuova, che può tornare a convincere chi la conquista che non occorre essere in altri luoghi.
Un libro veramente bello, che si legge in pochissimo tempo, grazie alla scrittura di Cavanna, che giudico “ridotta all’essenziale”.

 

 

 
(Lavinio Ricciardi)

 

 

 

 

 

 

 
Alberto Cavanna, L'uomo che non contava i giorni, Mondadori, 2012 [ * ]







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RELAZIONE PER UN'ACCADEMIA
post pubblicato in Kafka, Franz, il 12 luglio 2012

 

Eccellenti signori dell’accademia!
Voi mi fate l’onore di chiedermi per la vostra accademia una relazione sulla mia precedente vita di scimmia.
In questo senso purtroppo non posso adempiere all’invito. Quasi cinque anni mi dividono dalla condizione di scimmia, un tempo forse breve se misurato sul calendario, ma infinitamente lungo da attraversare al galoppo come ho fatto io, a tratti accompagnato da uomini eccellenti, da consigli, consensi e musica d’orchestra, eppure fondamentalmente solo, perché tutto l’accompagnamento si manteneva, per rimanere nell’immagine, lontano dalla barriera. Questo risultato sarebbe stato impossibile se mi fossi ostinato a voler rimanere attaccato alla mia origine e ai miei ricordi di gioventù. Una piena rinuncia a ogni ostinazione è stato il primo comandamento che mi sono imposto; io, che ero una scimmia libera, mi sono adattata a questo giogo. A loro volta, però, i ricordi in questo modo mi si rifiutavano sempre di più. Se in un primo momento il ritorno, quando fosse stato consentito dagli uomini, mi era aperto attraverso un portale alto quanto il cielo sulla terra, in seguito, parallelamente alla mia evoluzione che proseguiva a colpi di frusta, esso divenne sempre più basso e più stretto; nel mondo degli uomini mi sentivo sempre più a mio agio, sempre più compreso; la tempesta che soffiava dal mio passato si calmò; oggi è solo una corrente d’aria che mi rinfresca i calcagni; e quel buco lontano da cui questa corrente viene e attraverso il quale sono passato un tempo è diventato così piccolo che, anche se avessi forza e volontà sufficienti per correre a ritroso fin laggiù, dovrei scorticarmi tutta la pelliccia per passarci attraverso. Parlando chiaramente, benché io preferisca usare delle immagini per simili discorsi, tuttavia parlando chiaramente: la vostra natura di scimmia, signori, per quanto possiate averne una dietro di voi, non può esservi più lontana di quanto la mia lo è da me stesso. Tuttavia, un prurito al calcagno lo sente chiunque cammini sulla terra: il piccolo scimpanzé come il grande Achille.
Nel senso più limitato tuttavia posso rispondere alla vostra domanda, e lo faccio persino con gioia. La prima cosa che ho imparato è stata la stretta di mano; una stretta di mano dimostra franchezza; ora che sono al vertice della mia carriera, possa anche una parola franca raggiungere quella prima stretta di mano. Una tale parola non aggiungerà novità essenziali per l’Accademia, e rimarrà molto al di sotto di ciò che mi si richiedeva, ma deve mostrare quale sia la linea di sviluppo di chi, un tempo scimmia, è riuscito a entrare e a stabilirsi saldamente nella comunità umana. Non potrei tuttavia dire io stesso quel poco che seguirà se non fossi pienamente sicuro di me stesso e se la mia posizione su tutti i palcoscenici di varietà del mondo civilizzato non fosse ormai incrollabile.
Sono nato nella Costa d’Oro. Di questo sono stato informato da estranei dopo la mia cattura. Una spedizione di caccia della ditta Hagenbeck – con la sua guida fra l’altro ho poi vuotato diverse bottiglie di buon vino rosso – si era appostata nei cespugli sulla riva, quando la sera insieme al branco mi avvicinai di corsa per bere. Spararono; io fui l’unico a essere colpito; mi raggiunsero due colpi.
Uno nella guancia; questo era lieve; mi lasciò però una grossa cicatrice rossa spelacchiata, che mi è valsa il nome di Rotpeter, un nome che odio, del tutto inappropriato, che sembra proprio inventato da una scimmia, come se solo questa macchia rossa sulla guancia mi distinguesse da quella scimmia addomesticata che chiamano Peter, crepata di recente, famosa soltanto qua e là. Ma questo, sia detto di sfuggita.
Il secondo colpo mi raggiunse sotto l’anca. Questo era grave, è colpa sua se ancor oggi zoppico un poco. Ultimamente, nel lavoro di uno dei diecimila fanfaroni che straparlano di me sui giornali, ho letto che la mia natura di scimmia non sarebbe ancora del tutto soppressa, e lo dimostrerebbe il fatto che provo piacere a togliermi i pantaloni davanti ai visitatori per mostrare il foro d’entrata di quel colpo. A questo bel tomo bisognerebbe far saltare ogni singolo ditino della mano con cui scrive. Io, io posso togliermi i pantaloni davanti a chi mi pare; là sotto non troveranno altro che una pelliccia ben curata e una cicatrice dovuta a un – scegliamo qui per uno scopo definito una parola definita, che però non vuol essere equivocata – la cicatrice dovuta a un colpo scellerato. Tutto è alla luce del sole; non c’è niente da nascondere; quando un uomo di alti principi si avvicina alla verità mette da parte i modi raffinati. Se invece fosse quel giornalista a calare i pantaloni davanti ai visitatori, la cosa avrebbe un aspetto diverso e ammetterò che sarebbe ragionevole se non lo facesse. Ma allora che non rompa le scatole a me con le sue delicatezze!
Dopo quei colpi mi risvegliai – e qui cominciano pian piano i miei ricordi personali – in una gabbia, sul ponte mediano del vaporetto Hagenbeck. Non era una gabbia a quattro pareti; piuttosto si trattava di solo tre pareti saldamente appoggiate a un baule; il baule formava così la quarta parete. Il tutto era troppo basso per stare in piedi e troppo stretto per stare seduti. Perciò mi accoccolai sulle ginocchia piegate e un po’ tremanti e, poiché probabilmente in un primo tempo non volevo vedere nessuno ma preferire rimanermene al buio, mi voltai verso il baule, mentre dietro di me le sbarre della gabbia mi entravano nella carne. Custodire nei primi tempi in questo modo gli animali selvatici è considerato vantaggioso, e dopo la mia esperienza non posso negare che, in un senso umano, è proprio così.
Ma allora non ci pensavo. Per la prima volta nella mia vita non avevo vie d’uscita; per lo meno non ne avevo davanti a me; davanti a me c’era il baule, un’asse stretta contro l’altra. Fra le assi c’era sì un’apertura che le attraversava, e quando la scoprii la prima volta la salutai con l’urlo felice di chi non comprende, ma questa apertura era di gran lunga insufficiente anche per infilarci la coda, e tutta la forza di una scimmia non era sufficiente ad allargarla.
Come poi mi hanno detto, ero insolitamente poco rumoroso, e da questo se ne concluse che o sarei crepato presto oppure, se superavo il primo periodo critico, sarei stato molto adatto a essere addomesticato. Superai questo periodo. Un sordo singhiozzo, un doloroso spulciarsi, lo stanco leccare una noce di cocco, battere con la testa la parete del baule, mostrare la lingua all’avvicinarsi di qualcuno – ecco le prime occupazioni della mia nuova vita. Ma in tutto ciò un solo sentimento: nessuna via d’uscita. Naturalmente ciò che allora sentivo come scimmia posso descriverlo oggi solo con parole umane e perciò manco il bersaglio, ma anche se non posso più raggiungere l’antica verità di scimmia questa è per lo meno sulla linea della mia descrizione, su questo non ho dubbi.
Fino ad allora avevo avuto tante via d’uscita, e ora neppure una. Ero saldamente in trappola. Se mi avessero inchiodato, la mia libertà di movimento non sarebbe stata minore. E questo perché? Puoi anche grattarti la pelle fra le dita dei piedi, ma non troverai il perché. Non avevo vie d’uscita, dovevo però procurarmele, altrimenti non avrei potuto vivere. Sempre attaccato a questa parete di baule – sarei senza dubbio crepato. Ma da Hagenbeck le scimmie devono stare contro la parete del baule – e così smisi di essere una scimmia. Una linea di pensiero chiara e bella, che devo avere in qualche modo covato in pancia, dato che le scimmie pensano con la pancia.
Temo di non essere capito quando parlo di via d’uscita. Uso questo termine nel suo senso più completo e abituale. E’ con intenzione che non dico libertà. Non alludo a questo grande sentimento della libertà in tutte le direzioni. Come scimmia forse la conoscevo, e ho incontrato uomini che ambiscono ad essa. Ma per quanto mi riguarda, non desideravo la libertà allora come non la desidero oggi. Fra parentesi: parlando di libertà gli uomini si ingannano un po’ troppo spesso. E come la libertà va annoverata fra i sentimenti più sublimi, così anche il corrispondente inganno è dei più sublimi. Spesso nei varietà, prima del mio numero, ho visto qualche coppia di artisti darsi da fare lassù sotto il tendone sul trapezio. Si lanciavano, si altalenavano, saltavano, si libravano abbracciati, uno teneva l’altro per i capelli con i denti. “Anche questa è libertà umana”, pensavo, “un movimento padrone di sé.” O derisione della sacra natura! Non c’è costruzione che resterebbe in piedi per le risate delle scimmie di fronte a un tale spettacolo.
No, non era la libertà che volevo. Solo una via d’uscita; a destra, a sinistra, era lo stesso; non avevo altre pretese; la via d’uscita poteva anche essere un inganno; la pretesa era piccola, l’inganno non poteva essere più grande. Avanti, avanti! Pur di non restare fermo a braccia sollevate, schiacciato contro la parete di un baule.
Oggi vedo con chiarezza; senza la più grande tranquillità interiore non avrei mai potuto venirne fuori. E in effetti forse devo tutto ciò che sono diventato alla tranquillità che mi invase, là nella nave, dopo i primi giorni. Ma la tranquillità a sua volta la devo all’equipaggio della nave.
Sono brave persone, nonostante tutto. Ancora oggi ricordo volentieri il suono dei loro passi pesanti, che risuonavano allora nel mio dormiveglia. Avevano l’abitudine di prendere tutto con estrema lentezza. Se qualcuno voleva stropicciarsi gli occhi, alzava la mano come sollevando un peso. I loro scherzi erano grossolani, ma cordiali. Le loro risate erano sempre miste a una tosse che suonava pericolosa, e invece era insignificante. Avevano sempre in bocca qualcosa da sputare, e dove sputassero era per loro indifferente. Si lamentavano sempre di trovarsi addosso le mie pulci; ma non ce l’avevano mai seriamente con me; sapevano bene che nella mia pelliccia le pulci prosperavano e anche che le pulci sono buone saltatrici; e perciò si mettevano l’animo in pace. Quando non erano in servizio, a volte alcuni di loro si sedevano in semicerchio intorno a me; parlavano appena, ma si limitavano a tubare l’uno in direzione dell’altro; fumavano, sdraiati sul baule, la pipa; si davano botte sulle ginocchia appena facevo il più piccolo movimento; e ogni tanto uno prendeva un bastone e mi grattava là dove preferivo. Se oggi mi invitassero a fare un viaggio su una tale nave certo declinerei l’invito, ma è altrettanto certo che quando penso a quel ponte mediano non ho soltanto brutti ricordi.
La tranquillità che mi ero guadagnata fra questa gente mi trattenne innanzitutto da ogni tentativo di fuga. Ripensandoci oggi mi sembra che avevo almeno il presentimento che avrei dovuto prima o poi trovare una via d’uscita, se volevo vivere, ma che tale via d’uscita non si raggiungeva con la fuga. Non so più se una fuga era possibile, anche se credo di sì; a una scimmia la fuga dovrebbe sempre essere possibile. Con i miei denti di oggi devo stare attento anche quando rompo una semplice noce, ma allora con il tempo mi sarebbe certo riuscito di rompere a morsi la chiusura della gabbia. Non lo feci. Che cosa ci avrei guadagnato? Appena messa fuori la testa mi avrebbero subito ripreso e rinchiuso in una gabbia ancor peggiore; oppure senza rendermene conto sarei fuggito fra altri animali, magari in mezzo ai boa, e sarei soffocato nel loro abbraccio; o magari mi sarebbe riuscito di raggiungere il ponte e saltare fuori, così mi sarei dondolato per un poco sull’oceano e poi sarei affogato. Gesti disperati. Non calcolavo come un uomo, ma sotto l’influsso di chi mi circondava mi comportavo come se avessi calcolato.
Non calcolavo, ma osservavo in tutta tranquillità. Guardavo questi uomini andare su e giù, sempre le stesse facce, gli stessi movimenti, a volte mi sembrava che fosse sempre lo stesso uomo. Quest’uomo o questi uomini camminavano dunque indisturbati. Intravidi, come per ispirazione, un superiore obiettivo. Nessuno mi prometteva che la gabbia sarebbe stata aperta se fossi diventato come loro. Non si fanno simili promesse per imprese apparentemente irrealizzabili. Ma se le imprese vengono portate a termine, allora in seguito anche le promesse compaiono proprio là dove prima le si era cercate invano. Ora, in questi uomini di per sé non c’era nulla che mi attirasse molto. Se fossi un adepto di quella libertà di cui parlavo prima, avrei certo preferito l’oceano alla via d’uscita che mi si mostrava nel torbido sguardo di costoro. In ogni caso però io li osservavo già da molto tempo prima di pensare a queste cose, furono anzi solo le osservazioni accumulate a spingermi in quella definita direzione.
Era così facile imitare la gente. A sputare, imparai fin dai primi giorni. Ci sputavamo in faccia a vicenda; l’unica differenza era che dopo io mi leccavo la faccia per pulirla, loro no. Presto fumavo la pipa come un vecchio; se premevo il suo fornello con il pollice, tutto il ponte ne rideva; solo la differenza fra una pipa vuota e una carica mi rimase a lungo oscura.
La fatica maggiore me la procurò la bottiglia di grappa. L’odore mi ripugnava; mi costrinsi con tutte le forze; ma ci vollero settimane perché riuscissi a vincermi. Queste lotte interiori, sorprendentemente, furono dall’equipaggio prese sul serio più di ogni altra cosa. Ora non riesco più, nemmeno nel ricordo, a distinguere le persone, ma uno di loro tornava sempre, solo o in compagnia, di giorno o di notte, alle ore più diverse; mi si metteva davanti con la bottiglia e mi dava lezioni. Non mi capiva, voleva sciogliere l’enigma del mio essere. Stappava la bottiglia lentamente e mi guardava, come per vedere se avevo capito; confesso che lo osservavo sempre con un’attenzione selvatica e precipitosa; nessun insegnante umano troverebbe in tutto il mondo un allievo umano altrettanto diligente; stappata la bottiglia, la portava alla bocca; io lo seguivo con lo sguardo fino alla gola; contento di me, mi fa un cenno e porta la bottiglia alle labbra; io, affascinato dalla progressiva conoscenza, stridendo mi gratto per lungo e per largo dove capita; lui se ne rallegra, alza la bottiglia e beve un sorso; io, impaziente e disperato per la voglia di imitarlo, mi imbratto nella mia gabbia, cosa che di nuovo lo riempie di soddisfazione; ora allontana ampiamente da sé la bottiglia e di slancio la riavvicina, e, piegato esageratamente indietro per insegnarmi, la vuota in un sorso. Io, stanco per l’eccessivo desiderio, non posso più seguirlo e pendo debolmente dalle sbarre, mentre lui conclude la sua lezione di teoria grattandosi la pancia con un ghigno.
Solo ora comincia l’esercizio pratico. Non sono già esaurito dalla teoria? Sì, del tutto esaurito. Ciò fa parte del mio destino. Ciononostante, afferro meglio che posso la bottiglia che mi viene tesa; tremando la stappo; con questo successo ecco che pian piano acquisisco nuove forze; alzo la bottiglia, e in questo gesto sono ormai quasi indistinguibile dal mio modello; la porto alla bocca e – e la scaglio lontano con orrore, con orrore, benché sia vuota e piena solo dell’odore, la scaglio con orrore per terra. Questo è uno sconforto per il mio insegnante, e ancor maggiore per me; e non posso riconciliare né lui né me per il fatto che, gettata via la bottiglia, non dimentico di grattarmi la pancia e ghignare.
Fin troppe volte la lezione andava così. E, sia detto a onore del mio insegnante: non era cattivo con me; certo, ogni tanto mi appoggiava la pipa accesa sulla pelliccia, finché questa, dove arrivavo con difficoltà, cominciava a bruciare, ma allora lui stesso me la spegneva con la sua gigantesca mano piena di bontà; non era cattivo con me, capiva che entrambi lottavamo dalla stessa parte contro la natura di scimmia, e che a me toccava il compito più difficile.
Che vittoria fu allora per lui come per me, quando una sera, davanti a un grande pubblico – forse era una festa, un grammofono suonava, un ufficiale passeggiava fra la gente – quando in quella sera, a tutti inosservato, afferrai una bottiglia di grappa dimenticata per caso davanti alla mia gabbia, la stappai secondo i dettami della scuola sotto l’attenzione crescente degli astanti, la portai alla bocca e senza esitare, senza storcer la bocca, come un esperto bevitore, con gli occhi sbarrati, la gola traboccante, la vuotai letteralmente fino all’ultimo goccio; scagliai lontano la bottiglia non più con disperazione, ma da vero artista; certo, dimenticai di grattarmi la pancia; in compenso però, forse perché non potevo più trattenermi o perché i miei sensi erano preda dell’ebbrezza, esclamai un “Ehilà!” con timbro umano, con questo grido saltai nella comunità degli umani e percepii la loro eco: “Sentite, sta parlando!” come un bacio su tutto il mio corpo gocciolante di sudore.
Ripeto: non mi attirava imitare gli uomini; li imitavo solo perché cercavo una via d’uscita, nient’altro. Inoltre, con quella vittoria ancora avevo ottenuto poco. La voce mi sparì di nuovo subito dopo; solo dopo mesi riuscii a ritrovarla; la ripugnanza contro la bottiglia di grappa si ripresentò moltiplicata. Ma la strada era tracciata davanti a me una volta per sempre.
Quando fui consegnata ad Amburgo al primo domatore, compresi subito l’alternativa che mi si poneva: zoo o varietà. Non ebbi esitazioni. Mi dissi: cerca con tutte le tue forze di arrivare al varietà; questa è la via d’uscita; lo zoo è soltanto una nuova gabbia; se ci entri sei perduto.
E così, signori, ho imparato. Ah, si impara bene quando si è obbligati; si impara, quando si vuol trovare una via d’uscita; si impara senza riguardi per nessuno. Ci si sorveglia da soli con la frusta; e alla minima resistenza ci si strazia le carni. Come sparata fuori, la natura di scimmia uscì da me e sparì, tanto che il mio primo istruttore finì per diventare lui stesso simile a una scimmia, e presto dovette abbandonare la mia istruzione e ricoverarsi in clinica. Fortunatamente presto ne uscì.
Ma io dovevo logorare molti istruttori, spesso diversi istruttori allo stesso tempo. Quando fui più sicuro delle mie capacità, quando il pubblico cominciò a seguire i miei progressi e il futuro a farsi più luminoso, io stesso mi prendevo degli istruttori, li mettevo in cinque stanze consecutive e imparavo da tutti contemporaneamente saltando senza posa da una stanza all’altra.
Quali progressi! Come penetravano i raggi della scienza da ogni parte nel cervello che si risvegliava! Non lo nego: ciò mi rendeva felice. Ma confesso anche che allora come ora non sopravvalutavo tutto ciò. Con uno sforzo quale finora non si è ripresentato sulla terra, ho raggiunto il grado di istruzione medio di un europeo. Questo in sé sarebbe un nulla, ma è pur sempre qualcosa dato che mi ha liberato dalla gabbia e mi ha offerto questa particolare via d’uscita, questa via d’uscita umana. Nella vostra lingua esiste la bellissima espressione: “imboscarsi”; è proprio quello che ho fatto io, mi sono imboscato. Non c’erano altre vie, se si premette che non si poteva scegliere la libertà.
Se ora riconsidero la mia evoluzione e ciò che ho ottenuto finora, non posso lamentarmi né dichiararmi soddisfatto. Con le mani nei pantaloni, la bottiglia di vino sul tavolo, un po’ sto sdraiato, un po’ mi metto nella sedia a dondolo e guardo dalla finestra. Se viene una visita la ricevo come si conviene. Il mio impresario sta nell’anticamera; se suono, viene e ascolta cosa ho da dire. La sera c’è quasi sempre lo spettacolo, e ormai non potrei avere più successo di così. Se torno tardi dai banchetti, dalle società scientifiche o da una piacevole compagnia, mi aspetta a casa una piccola scimpanzé semiaddomesticata, e presso di lei me la spasso alla maniera delle scimmie. Di giorno però non la voglio vedere; ha negli occhi la follia dell’animale addestrato e confuso; solo io lo vedo e non riesco a sopportarlo.
Nel complesso, ad ogni modo, ho raggiunto quel che volevo raggiungere. Non si dica che non ne valeva la pena. Del resto non mi interessano i giudizi umani, io voglio solo diffondere la conoscenza, fare relazioni, e anche questa che ho presentato davanti a voi, eccellenti signori dell’Accademia, era soltanto una relazione.

 

 
Franz Kafka, Relazione per un'accademia [ * ]
MOHAMED BA
post pubblicato in Ba, Mohamed, il 21 giugno 2012
Lunedì 11 giugno, a sei mesi dalla strage di Piazza Dalmazia a Firenze, in cui furono uccisi Samb Modou e Diop Mor e feriti altri tre ragazzi senegalesi, l'Archivio delle memorie migranti ha presentato per la prima volta a Roma - negli spazi della Pelanda dell’ex mattatoio - il monologo Invisibili dell’attore e griot senegalese Mohamed Ba, a sua volta miracolosamente sopravvissuto a un attentato razzista il 31 maggio 2009 a Milano [ * ]. In Invisibili, Mohamed Ba ripercorre e interpreta il cammino di due cittadini africani che si mettono in viaggio sognando una vita migliore, canta le contraddizioni, i sogni, le speranze, i dolori e le gioie del continente, e porta il pubblico a chiedersi: Che ne sarebbe della nostra vita, a noi del nord del mondo, se non fossimo nati qui? Persino invecchiare non sarebbe permesso.
Ba è nato a Dakar, in Senegal. Mediatore e animatore culturale, ha aderito al movimento per la promozione della letteratura africana e al circolo dei giovani scrittori per l’alfabetizzazione nelle zone rurali. Migrato in Francia, è stato coordinatore dell’operazione Un immigré, un livre. Nel 1998 ha pubblicato Parole de nègre, sulle migrazioni nei paesi del Sahel. Nel 1999 trasferitosi in Italia ha collaborato con il centro ambrosiano di Milano per Ex cursus. E’ fondatore del gruppo Mamafrica che usa la percussioni per diffondere la cultura africana. E’ autore ed interprete di monologhi teatrali: Parole fuori luogo (2002), Musica e popoli (2003), B-Sogni (2004), Canto dello spirito (2006), Invisibili (2010), Incazzato bianco (2010). Nel 2011 ha portato in scena Relazione per un’accademia di Franz Kafka, per la regia di Heike Brunkhorst. Ha partecipato a vari progetti teatrali e a trasmissioni radiofoniche e televisive [ * ].

Avevamo conosciuto Mohamed Ba attraverso il ritratto che ne aveva fatto Dagmawi Yimer in Benvenuti in Italia. Ora si è data l'occasione di vederlo dal vivo nello spettacolo Invisibili (ripreso da Dagmawi per un nuovo film), dove Mohamed, dopo aver esordito con "siamo tutti figli del colonialismo", ripercorre non solo la propria storia ma quella collettiva dei migranti dall'Africa, ritornando indietro nelle generazioni fino alle partenze degli schiavi dalla Maison des Esclaves dell'isola di Gorèe in Senegal. Lo spettacolo si avvale di stilemi propri del teatro griot, con momenti di teatro di narrazione, andando in profondità nell'animo africano con esasperazioni, nostalgie, illusioni, comicità e abbandoni propri della vicenda del migrante sulle nostre strade. Di particolare impatto è quando Mohamed Ba canta e suona il tamburo vorticosamente, quasi cercando di raggiungere una trance atavica e di tornare alle origini. Ci sono molti sprazzi della propria storia individuale che Mohamed ci affida nello spettacolo, dall'infanzia agli scarsi successi scolastici, alla vittoria in un concorso letterario promosso dal consolato francese con in premio un soggiorno-studio di due anni a Parigi, scaduti i quali diventa clandestino. Seguono il rimpatrio forzato e il successivo arrivo a Milano dove Mohamed ha un parente. Comincia la faticosa avventura italiana con l'apprendimento della lingua e il tentativo di inserimento nella società. Alcuni anni dopo ci sarà l'episodio-chiave traumatico del tentativo di omicidio. Oggi è attore e mediatore culturale. Il tutto è raccontato con accenti non privi di leggerezza e spassosità, e inscritto in una prospettiva globale e di lungo periodo.


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COLPEVOLI DI VIAGGIO VERSO UNA FORTEZZA EUROPA INESPUGNABILE
post pubblicato in Del Grande, Gabriele, il 16 giugno 2012
 

“Nella questione migratoria si guarda sempre da cosa si scappa – fame o guerra – ma sono più importanti i desideri che le vie di fuga, non ciò che ci è successo ma ciò che vogliamo che ci succeda”. Al primo impatto può sembrare un idealista, Gabriele Del Grande, toscano, viaggiatore, giornalista e scrittore di 30 anni, fondatore e curatore dal 2006 di Fortress Europe, blog-osservatorio sulle vittime dell’emigrazione. Ma la sua visione sulla realtà, toccata con mano, è semplicemente lucida.
“Si tende troppo a guardare al passato, mentre guardare al futuro è l’atteggiamento giusto che appartiene ai giovani e alla modernità. Pico Della Mirandola diceva, l’uomo è scultore di sé stesso": sei un ragazzo, "semplicemente ti ribelli a stare in spazi di vita stretta. Andare via è una scelta, è dare importanza all’avventura e al rischio. In circa 20 anni di emigrazione, lungo le frontiere d’Europa sono morte circa 20mila persone, chi parte lo sa, ma crede fermamente che valga più la pena giocarsi la vita che non fare nulla. A Tunisi c’è un fermento culturale molto forte oggi. Gira della musica lì come ad Algeri o a Casablanca… tormentoni rap in cui si canta: Barca, amore mio, portami via da questa miseria. Non si parte solo per cercare lavoro, ma anche solo per cercare aria. Ricordiamoci che: da noi sarà vietato entrare, ma in Tunisia è vietato uscire, noi li chiamiamo ‘clandestini’, loro si chiamano harraga, letteralmente quelli che bruciano (la frontiera)”. In qualsiasi modo vengano chiamati, il risultato è che da una parte e dall’altra, italiani e tunisini, ne parlano male…
Nella piccola Biblioteca di Villa Leopardi si crea un’atmosfera raccolta e informale, mentre si prepara la proiezione di un corto di Alexandra D’Onofrio, curato da Fortress Europe, sulla difficoltà alla mobilità, al ricongiungimento, alle famigerate permanenze nei Cie, per cui si usa l’acronimo, visto che Centri di Identificazione ed Espulsione sarebbe troppo odioso da ripetere ogni volta: della serie, da qui si torna indietro, non vi aspettate di poter andare avanti, verso il futuro. “Pensare che quando chiesi ’chi fu il primo harraga?’, mi risposero Tariq ibn Ziyad, condottiero berbero che nell’VIII secolo partì alla conquista della Spagna”, all’epoca visigota, “e una volta arrivato disse proprio: bruciate le barche, non si torna più indietro“.
Il corto – originariamente un audio-documentario montato con foto e video dal cellulare del protagonista – si intitola L’amore ai tempi della frontiera e parla di Nizar, tunisino e Winny, olandese. Marito e moglie, decisi a vivere a Tunisi, proprio quando la città si stava sollevando contro Ben Ali. La loro casa era spesso colpita e Winny era incinta. I due decisero allora di cambiare i loro progetti di vita, ripiegando su una più tranquilla Amsterdam, ma la realtà è che le decisioni sulla propria vita di alcune persone non valgono un fico secco rispetto a decreti flussi, Cie, visti e una serie infinita di stereotipi. Nizar affronterà un pericoloso viaggio in mare, rimarrà bloccato dentro una ‘gabbia’ del Cie, percorrerà chilometri da clandestino: 3 mesi e mezzo prima di poter riabbracciare finalmente Winny. Un abbraccio che non è stato reso possibile certamente dalle carte, ma solo dal desiderio…
"È il desiderio che muove il mondo". Gabriele è autore di Mamadou va a morire (2007), “un libro di denuncia e indignazione, raccoglie l’inizio del mio lavoro, ricco di dati sui naufragi. Il contatto fortunato con la Infinito Edizioni lo rese possibile, come il successivo, Il mare di mezzo (2010), che ha una visione più matura e complessa del Mediterraneo”. Ma il peso specifico della ricerca di Gabriele sembra crescere continuamente, perché non è facile cogliere la giusta prospettiva, quando tutto il mondo cerca di fartene vedere un’altra. “Ci sarà un terzo libro, ma l’ultima parte del mio lavoro ha un approccio totalmente diverso, basato sulla ricerca del simile. Normalmente sull’emigrato, si passa dalla retorica della disperazione a quella della feccia, ma nessuna delle due è giusta". È il desiderio che muove il mondo, “come fu l’approccio del femminismo”, commenta entusiasta una signora del pubblico, “ovviamente finché ci sono giovani capaci di mettere in gioco tutto”.
“Chi viaggia non è né disperato” – la prospettiva del volontariato – “né criminale” – la prospettiva di molte politiche. “Chi viaggia, in certe condizioni, è un eroe. Eppure questi eroi li mettiamo in gabbia” – they put me in a cage, dice Nizar. “Magari se vieni dalla Somalia puoi sfoggiare la carta del rifugiato, ma dalla Tunisia? Sei colpevole di viaggio. E che reato è? Metà degli immigrati che abbiamo in Italia sono polacchi, rumeni, albanesi, perché ora possono entrare da noi senza bisogno di visto, ma cosa cambia con gli altri?” Forse bisognerebbe davvero rivalutare Ulisse/Tariq. “Anche il volontariato sbaglia ed è molto triste”, commenta Angela Bruni, responsabile della Biblioteca, “quando ci mostra per esempio bambini che muoiono di fame, mentre normalizzare è il primo passo per non vedere l’altro come un poveraccio, perché considerarlo tale è esattamente il modo per vederlo come altro da noi”.
“Ma come trovano i soldi per intraprendere un viaggio del genere?” chiede il pubblico. “In qualsiasi modo”, risponde Gabriele, “c’è chi si ammazza di lavoro, chi vende dei beni, chi chiede prestiti a parenti già in Europa, a usurai, ai  propri genitori – tanti vivono un senso di colpa enorme se poi hanno perso i propri figli in mare. Per approntare il viaggio ci sono organizzazioni di contrabbando, ma anche autorganizzazioni, intere palazzine o comitive di amici che intraprendono la traversata da soli”.
“L’accoglienza e il rimpatrio ci costa per ogni persona circa 30mila euro, come fosse gente da assistere, ma non è così, sono giovani totalmente autosufficienti, il problema è quando vengono criminalizzati, perché loro hanno il sentore di non poter tornare a casa a tasche vuote – nel tempo si è diffusa una sorta di mitologia dell’Italia – e alla fine si criminalizzano sul serio, per poter sopravvivere”.
“Non c’è più il giornalismo di frontiera, ma un ‘circo’ di comunicazione tra agenzie”, Fortress Europe fortunatamente è diventata una fonte importante. “Ma ciò che regola il giornalismo alla base, travia l’informazione”: rimanendo in ambito di naufragi, Gabriele ci fa soffermare sull’enorme copertura mediatica che riguardò la Costa Concordia, 30 morti e 2 dispersi, mentre in quello stesso mese – gennaio 2012 – si registrarono ben 9 naufragi tra Grecia, Spagna, Libia, Marocco ed Egitto per un totale di 328 persone, tra cadaveri e dispersi. Senza nulla togliere al dramma della prima e senza voler dare ai numeri il peso di una tragedia, sta di fatto che la copertura dei naufragi da emigrazione si pone su un equilibrio totalmente sbilanciato verso il silenzio. “Io non credo che nella stampa italiana ci sia censura, c’è più autocensura, forse si sottovalutano i lettori, si fanno delle scelte su come valorizzare il lavoro, e ciò che riguarda il mondo sempre più spesso non viene preso in considerazione”.
Dopo la caduta di Ben Ali, in Italia sono arrivati un sacco di tunisini. A tutti sembrava paradossale, ma nessuno si è sprecato a capire il perché. “Non potendo spiegare questa ondata inaspettata con la categoria del disperato, la si è spiegata con quella della feccia: tutti, compresa la borghesia tunisina, dicevano che gli emigranti erano gentaccia. In realtà erano quelli che avevano fatto la rivoluzione, la gente dei quartieri popolari, gli ultras… una volta ottenuta la libertà erano come andati in delirio di libertà, in senso buono, l’impossibile era finalmente possibile, e così tutti questi ragazzi dai 17 ai 30 anni son partiti. Si vedevano riconosciuto finalmente un diritto, il diritto di essere cittadini della modernità. ‘Perché non potrei andare a trovare mio padre?’ Magari erano lì tutti insieme a bere una cosa al bar e hanno deciso di partire. Ma di tutti quelli arrivati, la maggior parte sono tornati, circa 5-6000 tunisini. Anche perché da noi la situazione non è molto facile da subito”, come dimostrano i Cie.
“È necessaria allora un’estetica diversa della frontiera, è solo viaggiare, e oggi più che mai lo fanno tutti. Ancora una volta chi giustifica pensa al passato dicendo, ‘anche gli italiani erano un popolo di immigrati’, come se non fosse evidente che anche oggi, ragazzi italiani, sentono la necessità di spostarsi in tutto il mondo. Sono queste persone che ci insegnano una sorta di dimensione frivola del viaggio. La normalità del viaggio“. Perché l’Africa non può viaggiare? “Dovrebbe essere riconosciuto come un diritto fondamentale dell’uomo, una sorta di avanguardia politica. La mobilità oggi è potere, il passaporto è accesso”. E forse dovremmo anche smetterla con queste manie da protagonismo: “l’Italia spesso è solo un corridoio” che invece sembra porsi a difesa di questa Fortezza Europa, inespugnabile, come un Cerbero, tre teste che simboleggiavano la distruzione del passato, del presente e del futuro.



(Alice Rinaldi)






(apparso su Più Culture del 30 maggio 2012)


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TERRE SENZA PROMESSE
post pubblicato in Diario, il 14 giugno 2012

“Storie di persone ordinarie messe dalla vita in situazioni straordinarie” così definisce le testimonianze, raccolte dal Centro Astalli in Terre senza promesse, Chiara Peri una delle curatrici del progetto nel booktrailer proiettato durante la presentazione del testo a Villa Leopardi, biblioteca del Comune di Roma immersa in una piccola macchia di verde sulla Nomentana.
Lampedusa, estate 2008. Mentre è in fila in attesa di essere registrato Alì, di origine somala, conta. Cerca di ricordare quanti erano sulla barca, dividendo le persone per nazionalità. “Contare mi rassicura, mi aiuta a capire. Cerco di farlo sempre. E cerco per quanto possibile, di non dimenticare”. In quella fila all’appello mancano dieci persone; sono rimaste in mare. Dieci, tante quante le storie – più fortunate – raccolte in Terre senza promesse. Storie di Rifugiati in Italia. Dieci viaggi uniti dal territorio di provenienza, il Corno d’Africa che comprende Eritrea, Etiopia e Somalia.
Ciò che accomuna queste storie, uniche e universali allo stesso tempo, è l’essere introdotte da preziose firme italiane quali Andrea Camilleri, Antonia Arslan, Melania Mazzucco, Gad Lerner, Erri de Luca. “Volevamo arrivare oltre il range di persone che per interesse o lavoro conoscono la realtà dei rifugiati: alle famiglie e ai giovani” spiega Donatella Parisi, responsabile per l'informazione del Centro Astalli. “Quella dei rifugiati è una realtà di cui televisione e giornali parlano in maniera parziale e non veritiera”.
“I meccanismi della comunicazione sono diventati così veloci che basta spostare di qualche istante la notizia e la comprensione del suo senso per ottenere, senza pagare dazio, un nuovo tipo di alibi” scrive Giovanni Maria Bellu introducendo la storia di Zakaria Mohammed Alì, giornalista freelance somalo in Italia dal 2008, oggi ventottenne e collaboratore di Più Culture. Questa informazione falsata ci racconta degli sbarchi a Lampedusa. Ma non ci dice che in realtà l’arrivo via mare è solo uno dei modi e il meno frequente per approdare in Europa. Non ci dice che il ricongiungimento familiare lo si può fare solo con i genitori o i figli, a patto che siano minorenni, e non tra fratelli e/o sorelle. Spesso chi parte è scelto a tavolino. La famiglia investe speranza e averi sul più forte, colui che può farcela.
I media non ci dicono inoltre che in Italia non esiste un sistema di regole e di leggi organiche, è un limbo che vede i rifugiati abbandonati a se stessi privi di programmi di inserimento sociale e lavorativo. “Il centro Astalli da sempre cerca di accompagnarli nel percorso della richiesta d’asilo e, una volta ottenuto, di dare loro opportunità di inserimento nella vita sociale e lavorativa italiana.”
Sensibilizzare è obiettivo primo di questo testo, “i giovani hanno gli strumenti per una reale integrazione. Sono in costante contatto tra loro. Il 40% dei ragazzi a scuola è straniero” spiega Donatella. La cosa che l’ha colpita durante gli incontri organizzati nelle scuole superiori è lo scarto che c’è tra un ventenne originario del Corno d’Africa e un ventenne italiano. “Non sono minimamente paragonabili, i giovani richiedenti asilo hanno consapevolezze e autonomie di tutt’altro livello. E poi, sono rimasta perplessa. Avevamo scelto le grandi firme proprio per attirare l’attenzione dei ragazzi. Troppo spesso invece erano nomi sconosciuti, e bisognava trovare collegamenti televisivi o spiegare chi fossero. La sensibilità ed empatia è molto sviluppata, la conoscenza letteraria un po’ meno”.
In questi dieci racconti biografici se da un lato c’è qualcosa di universale dall’altro “sono storie individuali, perché ogni uomo è diverso dall’altro. L’integrazione non significa assimilazione della cultura ospite, ma usare la lingua del nuovo paese come veicolo di trasmissione della proprio bagaglio. E’ la parola che ci permette di manifestarci e di conoscerci reciprocamente”, conclude Donatella.



(Maria Daniela Basile)








Centro Astalli (a cura di ), Terre senza promesse, Avagliano, 2011 [ * ]






(apparso su Più Culture del 31 maggio)

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LA TRAPPOLA
post pubblicato in Soh-Moubé, Clariste, il 6 giugno 2012

Coppia in fuga dall’Africa verso l’Europa con il sogno di una vita migliore, questo spinge Clariste Soh-Moube e Dag Yimer a lasciare il continente nero e attraverso un viaggio lungo e periglioso raggiungere l’Occidente. Le loro storie raccontate rispettivamente in un libro, La Trappola pubblicato da Infinito Edizioni, e in un film, Come un uomo sulla terra, saranno presentate giovedì 17 maggio alle 18.30 alla biblioteca di Villa Leopardi nell’ambito del ciclo di incontri dedicati ai migranti forzati: i rifugiati.
Le due storie hanno avuto epiloghi diversi: Clariste, giovane calciatrice del Cameroun, dopo otto anni lungo un percorso faticoso e difficile, che avrebbe dovuto portarla a Mbeng, come i giovani africani chiamano l’Europa, attraverso diversi stati del continente africano, capisce che la sua vita deve compiersi in Africa senza miti e false illusioni su un futuro roseo in Occidente. Dag invece partito dall’Etiopia approda dopo infinite prove sulle coste italiane e raggiunge Roma dove diventa “filmmaker per caso”.
Ci sarà solo Dag a Villa Leopardi perché Clariste Soh-Moube a causa di un recente colpo di stato non è riuscita a lasciare il Mali, dove risiede e lavora al servizio dell’Africa. A Clariste Dag dedica queste parole “Cara sorella e compagna di viaggio, chiunque leggerà questo tuo libro ricordi che dietro ciascuna persona che viene pestata, ammazzata, annegata in mare o umiliata, stuprata, c’è almeno una madre che la pensa, che l’aspetta. Attraverso il tuo racconto ho intravisto le donne e le ragazze che hanno viaggiato con me. Donne con nomi e cognomi, che hanno lasciato dietro madri, padri, fratelli, figli, prima che questo viaggio le spogliasse di tutto”. 
E sull’inganno che acceca tanti giovani africani che sognano una vita migliore al di là del mare si sofferma Giulio Cederna nella prefazione del libro “La trappola”: “La testimonianza di Clariste ci interroga. Ha il merito di illuminare dall’interno la Trappola: il paradosso di un mondo che ha globalizzato i bisogni e geo-referenziato i diritti, promesso lo scambio universale dei sogni e delle merci, e costruito muri altissimi per arginare la libera circolazione degli esseri umani”.
Il desiderio di svelare l’inganno nel quale cadono tanti giovani africani con il mito dell’Europa ha spinto Dag a fare del suo viaggio un film realizzato con Andrea Segre, una produzione Asinitas in collaborazione con ZaLab. Un racconto che ha anche altri destinatari: l’Italia e l’Europa che sul destino dei migranti hanno responsabilità che vanno esplicitate.




(Irene Ricciardelli)







Clariste Soh-Moubè, La trappola, Infinto, 2012 [ * ]




(apparso su Più Culture del 15 maggio)




vedi quì

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A LAMPEDUSA
post pubblicato in Sanfilippo, Fabio, il 5 giugno 2012
 

“Io e Alice Scialoja abbiamo scelto di raccontare nel libro A Lampedusa ciò che è successo nell’isola negli ultimi anni, senza voler dimostrare nessuna tesi, semplicemente riportando i fatti”, racconta Fabio Sanfilippo, radio giornalista spesso per lavoro nei centri di accoglienza, intervenuto il 3 maggio nel primo di una serie di appuntamenti dedicati dalla biblioteca di Villa Leopardi al tema dei rifugiati. “Il sistema funzionava bene finché l’identificazione ed il trasferimento degli immigrati avveniva in massimo 48 ore, gli interventi dell’ex ministro Maroni hanno mandato tutto in tilt”.
Gli sbarchi di irregolari sono stati 51 mila nel 2011, un picco rispetto alla media, “ma è stato fatto credere che fosse arrivato l’intero nord Africa. Il problema è stato l’immobilismo degli smistamenti nel territorio nazionale, ed è scoppiato il caso del sovraffollamento”. Sanfilippo attacca la politica della Lega che contrasta l’immigrazione: “come si poteva pensare che gente che scappa da guerre, violenze, povertà estrema, decida di fermarsi solo perché ci sono decreti che gli vietano l’approdo in Italia?”. Sulla richiesta di Maroni di fondi straordinari all’Unione Europea: “c’è già un programma di finanziamenti, ma i soldi vengono sprecati, ad esempio per realizzare riviste del Ministero dell’Interno che poi non legge nessuno”.
Ogni anno arrivano circa 300 mila immigrati, quasi 2,5 milioni nell’ultimo decennio. La punta dell’iceberg, Lampedusa, ha visto 31 mila sbarchi nel 2008, prima del boom del 2011 dovuto alle rivolte del nord Africa. “Sono cifre che una potenza del G8 può permettersi tranquillamente di gestire, suddividendo onori ed oneri con la Comunità Europea, ma non c’è stata la volontà politica di farlo. In più i media distorcono la realtà parlando di invasione di barbari e zingari, con cifre false, dimenticando che hanno colmato il vuoto demografico italiano e salvato l’Inps dal fallimento”.
“Le contraddizioni di Lampedusa sono le stesse del paese intero, solidale sì, ma ognuno a casa propria. Le vicende del sindaco uscente De Rubeis –  dell’ Mpa di Lombardo e sostenuto dalla Lega –  ricordano quelle di qualcun altro, senza fare nomi. Ha un processo in corso per concussione, per cui ha già scontato due mesi di carcere, in più è indagato per abusivismo edilizio ed istigazione all’odio razziale. E non solo non si è dimesso, ma si è ricandidato per le prossime elezioni, pur con poche speranze di essere riconfermato”. Il libro denuncia anche la poco trasparente gestione delle risorse nell’emergenza da parte della protezione civile: “come per i grandi eventi, le regolari normative in materia di appalti sono state bypassate ed affidate ai privati per realizzare il porto, la rete fognaria e una discarica abusiva”.
Ad un anno dalla grande ondata non c’è quasi più nessuno, “sono rimasti in 24, ospitati in un residence”. Il centro di accoglienza è infatti inagibile dopo che un tunisino che non voleva essere rimpatriato lo ha incendiato. L’isola non è più considerata porto sicuro, fattore che ha drasticamente ridotto il numero di sbarchi. “Preoccupa la distinzione fra immigrati ‘buoni’, quelli dell’africa sub sahariana, e quelli di serie B, tunisini in prevalenza, che in quanto non aventi diritto all’asilo politico vengono lasciati sul molo ad aspettare le navi che li riportino indietro, se gli va bene ‘solo’ 24 ore, altrimenti anche 3 giorni”. Il nuovo ministro Cancellieri si sta adoperando per ripristinare la condizione di porto sicuro e per la ristrutturazione del centro, “che dovrebbe essere ultimata a settembre”.
Per il Testo Unico in materia di immigrazione, i minori non sono respingibili, anche se nel 2009 ciò è accaduto, costando all’Italia la condanna dalla Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo. Le procedure prevedono l’affidamento a case famiglia fino al raggiungimento della maggiore età. Per un certo periodo i costi sono coperti dal Ministero dell’Interno, poi diventano un onere dell’amministrazione comunale, che però ha scarsità di risorse: “è diffusa la pratica, detta della ‘porta girevole’, per cui fino a che lo Stato è in grado di pagare i minori rimangono in custodia, quando sono gli enti locali a diventare tutori, vengono mandati via, sostituiti da altri per avere nuovi finanziamenti dal governo centrale”. Il prefetto di Agrigento nel 2008 in una seduta del Senato ha denunciato questa situazione, “ma non è stato fatto nulla”.
“L’opinione pubblica dà scarsa attenzione a tutto questo, chiude gli occhi, forse per paura. Molti non si sono resi conto della trasformazione multietnica in corso, salvo poi sbandierare fieri il fatto che Mario Cuomo sia stato governatore dello stato di New York. Il nostro paese sarà più maturo e civile quando un Mohammed sarà sindaco o ministro e nessuno farà caso all’etnia o al colore della pelle. Ma ancora ci fa uno strano effetto vedere un nero vestire la maglia azzurra della nazionale di calcio”.




(Gabriele Santoro)








Fabio Sanfilippo, Alice Scialoja, A Lampedusa, Infinito, 2010 [ * ]






(apparso su più culture del 4 maggio)














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IL NAUFRAGIO
post pubblicato in Leogrande, Alessandro, il 1 giugno 2012

 

Sono passati quindici anni dal naufragio della Kater I Rades, la nave albanese che il venerdì santo del 28 marzo 1997 fu speronata dalla nave militare Sibilla al largo del canale di Otranto in Puglia. Alessandro Leogrande, da scrittore e giornalista, tenta di restituire alla memoria collettiva i volti delle novantuno persone a bordo di quella nave con il suo libro “Il naufragio”, presentato lo scorso 14 maggio alla biblioteca Villa Leopardi nell’ambito della rassegna Migranti del mese di maggio.
La primavera araba ha acceso, oltre al fuoco del dissenso nei paesi delle coste africane, la paura in Italia delle invasioni di migranti e provocato reazioni simili a quelle di quindici anni fa sotto il governo Prodi. “Ho notato elementi storici che ritornano tra le crisi dell’Albania di allora e di Tunisia e Libia di oggi. Come simili sono state le reazioni politiche alle migrazioni conseguenza dei conflitti civili. Lo speronamento della Kater, oltre che un evento molto grave e doloroso, ha segnato uno spartiacque nella nostra politica migratoria”.
Il 28 marzo del 1997 la Sibilla, una corvetta di 90 metri, sperona dopo un lungo inseguimento via mare la motovedetta albanese, di appena 20 metri e con a bordo 91 persone, quattro/cinque volte la sua normale capacità. “Mi interessava questo naufragio in modo particolare perché non è stato naturale, è stato cioè causato dall’interazione con la nostra marina. Manovra che è costata la vita a 57 persone, di cui trenta sotto i quindici anni. 24 corpi non verranno mai ritrovati. Si è costituita in Albania una "comunità del disastro" che ha chiesto verità, ed il recupero del relitto. Molti dei morti sono stati donne e bambini, quelli chiusi nella stiva, una vera e propria bara in fondo al mare”. Recuperare dunque le storie umane nascoste dietro i numeri di naufragi “a cui troppo spesso siamo abituati – continua l’autore – come tutte le stragi avvolte nel silenzio che avvengono nel canale di Sicilia”.
“Ho scelto di raccontare questo naufragio – commenta l’autore ad una domanda del pubblico – intanto perché nessuno ha mai raccontato questa storia. Ho avuto la percezione che fosse abbastanza complessa e non la volevo comprimere. Questo spiega il taglio letterario del libro che intende intrecciare la dimensione umana della vicenda alla zona d’ombra della distribuzione delle responsabilità. Ma più che scrivere un libro di denuncia volevo restituire dignità agli albanesi saliti su quella nave, rompendo lo schema freddo delle generalizzazioni a cui siamo assuefatti ogni volta che ascoltiamo notizie di naufragi. Dietro i numeri ci sono persone, volti, ed avevo intenzione di raccontare le loro storie, il loro rapporto con il lutto. Il tutto analizzando il funzionamento della catena di comando che ha gestito quelle manovre, il modo in cui è stato condotto il processo che ha similitudini con altre vicende giudiziarie, come Ustica, come la Diaz”. Carlo Verducci, uno degli organizzatori della rassegna della biblioteca, ricorda che “il libro colma una lacuna storica su una vicenda di cui, su internet, rimangono pochissime tracce e quelle che ci sono si riferiscono solo ad episodi commemorativi”.
I paesi del mediterraneo hanno vissuto sconvolgimenti simili a quello dell’Albania di qualche decennio fa. In alcuni, come in Tunisia, la protesta rimane confinata alla prassi di mobilitazione di massa. Ma quando scatta la molla repressiva, come in Libia ed Albania, la società civile viene sostituita nelle sommosse da gruppi armati. Con la caduta dell’Unione Sovietica i Balcani si sono sgretolati ed hanno portato un paese come l’Albania, privo di un sistema finanziario, ad un crollo verticale. All’epoca si crearono società finanziarie per investimenti, appoggiate sia dal Fondo Monetario Internazionale che dal presidente Sali Berisha, che promettevano tassi di crescita “con un modello piramidale simile a quello usato dal cosidetto Madoff dei Parioli. Il meccanismo fa guadagnare i primi che investono per attirare nuovi capitali, creando un “sogno collettivo” appoggiato da cariche istituzionali ed internazionali che, spezzandosi, ha portato i risparmi della gente a sparire da un giorno all’altro. A Valona il passo dalle prime proteste studentesche alle gang criminali è stato breve”. A quel punto scattò la molla repressiva di Berisha che tentò di bombardare Valona. “Esiste anche un rapporto tra Italia, Tunisia, Libia ed Albania. Sono tutti paesi che guardano al nostro come un modello, mentre noi temiamo da loro solo l’invasione”.

“Il processo si è concluso con un concorso di colpa tra i capitani delle navi. Ma la ricostruzione delle responsabilità è una verità che appare e scompare. Alla fine delle perizie pare che la corvetta italiana stesse attuando delle manovre paramilitari di harassment, di disturbo intenzionale della navigazione, per bloccare le eliche del motore della nave albanese con un cavo. In quel periodo il presidente della Camera, Irene Pivetti, parlò anche e mai smentì di “buttare a mare” tutti coloro che scappavano dal conflitto”. Si è anche parlato di riunioni tra le cariche della marina coinvolta per raccontare una verità concordata. “Quello che è interessante notare è che quando si è cercato di ottenere tutte le comunicazioni del canale d’Otranto nei dieci minuti precedenti la sciagura, le bobine sono risultate vuote. Una mancanza di prove che ha impedito di coinvolgere cariche superiori. Ma in quel momento c’era una catena di comando e la corvetta era in costante comunicazione con le massime cariche dello stato della marina”.


  

 
(Davide Bonaffini)

 

 
 
 

Alessandro Leogrande, Il naufragio, Feltrinelli 2011 [ * ]



 


(apparso sul sito Piùculture il 16 maggio 2012, quì)

 

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FORTRESS EUROPE
post pubblicato in Del Grande, Gabriele, il 28 maggio 2012
 

Gabriele Del Grande è autore di tre libri, "Mamadou va a morire. La strage dei clandestini nel Mediterraneo", "Roma senza fissa dimora" e "Il mare di mezzo. Al tempo dei respingimenti", tutti pubblicati dalla casa editrice Infinito e tutti dedicati alle vittime dell'immigrazione clandestina. Verrà mercoledì 30 maggio h 19.30 a Villa Leopardi a parlare dei suoi libri e della sua esperienza.
Soprattutto è conosciuto per essere autore del blog Fortress Europe, vera banca dati sulle vittime dell'immigrazione. Realizzato a livello amatoriale, è diventato uno strumento consultato anche dai governi.
Fortress Europe è un osservatorio on line sulle vittime dell'immigrazione verso l'Europa. Si tratta di una rassegna stampa che dal 1988 ad oggi fa memoria delle vittime della frontiera: 12.059 morti documentate sulla stampa internazionale, tra cui si contano 4.255 dispersi. Il sito è tradotto in sedici lingue e riceve circa 15.000 visite al mese. Secondo i dati raccolti dall'osservatorio, nel Mar Mediterraneo e nell'Oceano Atlantico verso le Canarie sono annegate 8.354 persone tra migranti e rifugiati negli ultimi vent'anni. Metà delle salme (4.255) non sono mai state recuperate. Nel Canale di Sicilia tra la Libia, l'Egitto, la Tunisia, Malta e l'Italia le vittime sono 2.514, tra cui 1.549 dispersi. Altre 70 persone sono morte navigando dall'Algeria verso la Sardegna. Lungo le rotte che vanno dal Marocco, dall'Algeria, dal Sahara occidentale, dalla Mauritania e dal Senegal alla Spagna, puntando verso le isole Canarie o attraversando lo stretto di Gibilterra, sono morte almeno 4.127 persone di cui 1.986 risultano disperse. Nell'Egeo invece, tra la Turchia e la Grecia, hanno perso la vita 895 migranti, tra i quali si contano 461 dispersi. Infine, nel Mare Adriatico, tra l'Albania, il Montenegro e l'Italia, negli anni passati sono morte 603 persone, delle quali 220 sono disperse. Inoltre, almeno 597 migranti sono annegati sulle rotte per l'isola francese di Mayotte, nell'oceano Indiano. Il mare non si attraversa soltanto su imbarcazioni di fortuna, ma anche su traghetti e mercantili, dove spesso viaggiano molti migranti, nascosti nella stiva o in qualche container. Ma anche qui le condizioni di sicurezza restano bassissime: 146 le morti accertate per soffocamento o annegamento.
Per chi viaggia da sud il Sahara è un pericoloso passaggio obbligato per arrivare al mare. Il grande deserto separa l'Africa occidentale e il Corno d'Africa dal Mediterraneo. Si attraversa sui camion e sui fuoristrada che battono le piste tra Sudan, Chad, Niger e Mali da un lato e Libia e Algeria dall'altro. Qui dal 1996 sono morte almeno 1.594 persone. Ma stando alle testimonianze dei sopravvissuti, quasi ogni viaggio conta i suoi morti. Pertanto le vittime censite sulla stampa potrebbero essere solo una sottostima. Tra i morti si contano anche le vittime delle deportazioni collettive praticate dai governi di Tripoli, Algeri e Rabat, abituati da anni ad abbandonare a se stessi gruppi di centinaia di persone in zone frontaliere in pieno deserto. In Libia si registrano gravi episodi di violenze contro i migranti. Non esistono dati sulla cronaca nera. Nel 2006 Human rights watch e Afvic hanno accusato Tripoli di arresti arbitrari e torture nei centri di detenzione per stranieri, tre dei quali sarebbero stati finanziati dall'Italia. Nel settembre 2000 a Zawiyah, nel nord-ovest del Paese, vennero uccisi almeno 560 migranti nel corso di sommosse razziste. 
Viaggiando nascosti nei tir hanno perso la vita in seguito ad incidenti stradali, per soffocamento o schiacciati dal peso delle merci 283 persone. E almeno 182 migranti sono annegati attraversando i fiumi frontalieri: la maggior parte nell'Oder-Neisse tra Polonia e Germania, nell'Evros tra Turchia e Grecia, nel Sava tra Bosnia e Croazia e nel Morava, tra Slovacchia e Repubblica Ceka. Altre 112 persone sono invece morte di freddo percorrendo a piedi i valichi della frontiera, soprattutto in Turchia e Grecia. In Grecia, al confine nord-orientale con la Turchia, nella provincia di Evros, esistono ancora i campi minati. Qui, tentando di attraversare a piedi il confine, sono rimaste uccise 88 persone. 
Sotto gli spari della polizia di frontiera, sono morti ammazzati 193 migranti, di cui 35 soltanto a Ceuta e Melilla, le due enclaves spagnole in Marocco, 50 in Gambia, 40 in Egitto e altri 32 lungo il confine turco con l'Iran e l'Iraq. Ma ad uccidere sono anche le procedure di espulsione in Francia, Belgio, Germania, Spagna, Svizzera e l'esternalizzazione dei controlli delle frontiere in Marocco e Libia. Infine 41 persone sono morte assiderate, viaggiando nascoste nel vano carrello di aerei diretti negli scali europei. E altre 23 hanno perso la vita viaggiando nascoste sotto i treni che attraversano il tunnel della Manica, per raggiungere l'Inghilterra, cadendo lungo i binari o rimanendo fulminati scavalcando la recinzione del terminal francese, oltre a 12 morti investiti dai treni in altre frontiere e 3 annegati nel canale della Manica [ * ].

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MIGRANTI
post pubblicato in Diario, il 3 maggio 2012


Alla biblioteca Villa Leopardi per il Maggio dei Libri ci attende un mese tutto dedicato ai migranti. Quello che segue è il programma dettagliato. Sul tema ci proponiamo di tornare. Tutti gli incontri hanno inizio alle h 19.30.


Giovedì 3 maggio, presentazione del volume "A Lampedusa. Affari, malaffari, rivolta e sconfitta dell'isola che voleva diventare la porta d'Europa" di Fabio Sanfilippo e Alice Scialoja, Infinito, 2010 [ * ]. Sarà presente Fabio Sanfilippo.


Lunedì 7 maggio proiezione di "Benvenuti in Italia", un documentario di Aluk Amiri, Hamed Dera, Hevi Dilara, Zakaria Mohamed Alì, Dagmawi Yimer [ * ]. Sarà presente Hevi Dilara.


Giovedì 10 maggio incontro con Amnesty International sul quadro normativo, sui centri di accoglienza, sulla situazione degli immigrati in carcere. Verrà proiettato del materiale filmato. Interverrà Fernando Chironda dell'Ufficio Campagne e Ricerca della sezione italiana di Amnesty International.


Lunedì 14 maggio presentazione del libro "Il naufragio" di Alessandro Leogrande, Feltrinelli, 2011 [ * ], sullo speronamento della motovedetta Kater i Rades proveniente dall'Albania nel canale di Otranto il 28 marzo 1997. Sarà presente l'autore.


Giovedì 17 maggio proiezione del documentario "Come un uomo sulla terra" di Andrea Segre, Dagmawi Yimer, con la collaborazione di Riccardo Biadene [ * ]. Sarà presente Dagmawi Yimer. A seguire si parlerà del libro "La trappola. L'odissea dell'emigrazione, il respingimento, la rinascita" di Clariste Soh-Moubé, Infinito, 2012, di cui lo stesso  Dagmawi Yimer ha scritto l'introduzione [ * ].


Lunedì 21 maggio incontro con l'associazione Libera di don Ciotti. Interverranno il giornalista Daniele Poto e il responsabile internazionale di "Libera" Tonio Dell'Olio. A seguire proiezione del documentario "Altra Europa" di Rossella Schillaci  [ * ] * ].


Lunedì 28 maggio incontro con il Centro Astalli e presentazione del volume "Terre senza promesse. Storie di rifugiati in Italia", Avagliano, 2011 [ * ].


Mercoledì 30 maggio incontro con Gabriele Del Grande, curatore del sito Fortress Europe e autore dei volumi "Mamadou va a morire ", Infinito, 2008 [ * ] e "Il mare di mezzo. Al tempo dei respingimenti", Infinito, 2010 [ * ].


Giovedì 31 maggio incontro con l'associazione Emergency. Verrà proiettato materiale documentario sull'assistenza medica ai rifugiati in Italia. Interverrà Maura Morgigni di Emergency.


 







 


 




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GRAZIE
post pubblicato in Staglianò, Riccardo, il 5 novembre 2010



Questo libro racconta, in modo molto originale, qualcosa che ognuno di noi dovrebbe sapere, e magari meditarci su. Il grosso contributo che gli immigrati – oggetto di innumerevoli chiacchiere e accese discussioni – stanno dando al nostro paese, soprattutto sotto l’aspetto economico.
L’autore – che lavora al “Venerdì”, supplemento settimanale del quotidiano “La Repubblica” – ha già pubblicato qualcuno dei capitoli del libro sul giornale, sotto forma di inchiesta. E tutto il libro mantiene questo carattere, diciamo così, interlocutorio: come a domandarsi se davvero avremmo potuto fare a meno di loro, dell’apporto che è venuto dal loro lavorare in modo umile, attento e garbato, in molti ambienti in cui ormai ad operare sono soltanto loro.
Chi volesse avere un’idea “sonora” del pensiero di Staglianò, che l’intero libro documenta attentamente, può visionare una splendida intervista che gli ha fatto una giornalista di Rai News, Iman Sabbah, anche lei immigrata, in modo acuto e attento, reperibile quì.
Il libro parte già in un modo affascinante con una dedica che fa riferimento alla nostra esperienza di emigranti, ai primi del ‘900, in maggior parte dall’Italia meridionale verso gli Stati Uniti, ma anche verso molti altri paesi europei, in cerca di lavoro. La dedica è tratta da Ritals, di Gianmaria Testa [ * ], ed è in forma di poesia.
Nella prefazione l’autore spiega come ha concepito il libro, intervistando persone che lavorano in ventiquattro differenti settori lavorativi, non tutti dello stesso genere. Vi sono lavoratori dell’industria, dell’agricoltura e del settore domestico. Le ventiquattro “specialità”, per dirla in modo non formale, sono state descritte in capitoli che portano come sopratitolo un’ora delle ventiquattro che compongono una giornata, e che – soltanto in alcuni casi – hanno a che fare con l’attività di cui si parla.
Penso che non solo l’originalità del libro e del suo impianto – diciamo – narrativo sia da premiare nel caso di quest’opera. C’è soprattutto la volontà di far scoprire a tutti il valore reale per noi Italiani di questo apporto alla nostra economia. C’è il grosso riconoscimento, in termini di gratitudine, che noi tutti dobbiamo – nel nostro quotidiano – a loro, a coloro che, per ragioni le più diverse, hanno lasciato i loro paesi per cercare una vita migliore e sono venuti da noi a fare lavori per i quali gli italiani non avevano più “attitudine” (per non dire voglia), consentendo al nostro paese di continuare a funzionare malgrado… i timonieri che lo conducono nel futuro. E il grazie del titolo di Staglianò diventa, per tutti coloro che lo leggono, un grazie collettivo, anche per chi – come me – non si serve direttamente della loro opera. Credo che questo libro vada comunque letto, anche da coloro che sul problema immigrazione hanno un parere poco favorevole. 



(Lavinio Ricciardi)





Riccardo Staglianò, Grazie. Ecco perché senza gli immigrati saremmo perduti, Chiarelettere, 2010 [ * ]







vedi quì


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GRAZIE
post pubblicato in Staglianò, Riccardo, il 4 maggio 2010



Ecco perché senza gli immigrati saremmo perduti, dice il sottotitolo del libro, che in ventiquattro capitoli esplora il mondo delle attività economiche che impiegano mano d'opera straniera. Staglianò non usa parole che parlano al cuore e alla coscienza del lettore, come accoglienza e solidarietà, parla invece di qualità della vita (la nostra e la loro), di capacità di adattamento a lavori fastidiosi e maleodoranti (che noi ci rifiutiamo di fare), di persone in grado di sacrificare anni della loro vita per consentire a noi di vivere la nostra. Per far questo l'autore non usa statistiche né categorie generali come popolazione, tassazione e occupazione, ma racconta storie, perché è solo narrando una storia che la comprensione diventa globale e la memoria indelebile.
Benur che fa il pescatore a Mazara del Vallo, Roman camionista nel nord est, i raccoglitori di frutta in Trentino e di verdura a Caserta, i cavatori di pietra in val di Cembra, Bureim conciatore nel vicentino, gli inservienti sikh negli allevamenti di bovini, i macellai nelle industrie dei polli AIA a Nogarole Rocca, gli operai nelle fonderie nel bresciano, gli africani che fanno raccolta differenziata manuale a Vedelago in un'azienda premiata dall'Unione Europea. Storie di persone che lavorano nel nostro paese per il nostro paese. Senza di loro tante attività economiche dovrebbero ridimensionarsi drasticamente, o delocalizzarsi in paesi a basso costo di mano d'opera, oppure chiudere e basta. L'indotto crollerebbe. Sarebbe la povertà per intere regioni del paese.
Senza badanti, infermieri, addetti alle pulizie, facchini nelle imprese di spedizioni, tate e colf, la vita quotidiana di tutti noi finirebbe nel degrado.
Ventiquattro capitoli perché ciascuno corrisponde a un'ora della giornata, offerta agli italiani dagli stranieri. Senza dimenticare i calciatori (un terzo dei professionisti in serie A è straniero), i preti (in Umbria il 50% dei preti sotto i quarant'anni non è italiano) e le prostitute (straniere il 98% del totale).



(Rita Cavallari)








Riccardo Staglianò, Grazie. Ecco perchè senza gli immigrati saremmo perduti, Chiarelettere, 2010 [ * ]

UOMINI E CAPORALI
post pubblicato in Leogrande, Alessandro, il 22 giugno 2009



Questo libro si legge molto bene dopo aver letto Meritocrazia di Abravanel [ * ] perché ne costituisce la conferma e la riprova tangibile. Uno Stato in pieno declino tecnico e culturale come l’Italia, guidato da una classe politica miope, impreparata e spesso corrotta, sopravvive soltanto sfruttando fino alla riduzione in schiavitù, e sovente fino alla morte, una forza lavoro proveniente dall’est europeo attratta, con l’inganno, dalla fallace immagine di un’Italia onesta e laboriosa.
Di questa triste realtà di sfruttamento puro noi romani abbiamo già sentore quando ci offrono lavori di ristrutturazioni edili eseguiti “in nero” con mano d’opera polacca o rumena, oppure quando vediamo ogni mattina file di maschi adulti in attesa di un pulmino di qualche caporale che li porti sul luogo del lavoro “a giornata”. Non occorre andare lontano, in periferia: basta andare a Tor di Quinto o all’incrocio fra via Casilina e Via Palmiro Togliatti (*), o decine di altri posti dentro il raccordo anulare, dove nonostante lo scorrazzare di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, è palese il “caporalato” che consuma ogni mattina e sotto gli occhi di qualsiasi giornalista, sia di destra che di sinistra, il reato di “intermediazione abusiva di forza lavoro”.
I fatti di cronaca puntualmente riportati da Leogrande ci fanno capire quanto siamo caduti in basso. Il paese che ha dato i natali a Michelangelo e a Leonardo, sfrutta sino alla morte dei poveri cristi che hanno solo la colpa di essere ingenui e di provenire da un paese reso poverissimo dall’Unione Sovietica, e poi, dopo l’inganno li riduce in schiavitù affinché non parlino, e il tutto per risparmiare il noleggio di macchine agricole adatte alla raccolta di pomodori da usare per fare la salsa.
E’ un libro che ci toglie il piacere di gustare un piatto di spaghetti al pomodoro, ci obbliga a chiedere scusa alla Polonia e alla Romania, e ci fa preoccupare per il nostro domani.
E’ scritto da Leogrande con ancora maggior dolore per il fatto che i crimini descritti avvengono nella sua cara terra natale: la Puglia.
Se si volesse attribuire un voto, sarebbe molto positivo, tenuto conto che il reato pubblicizzato continua, e continuerà, purtroppo, e per averlo denunciato Leogrande potrebbe incorrere in ritorsioni. In pratica Leogrande è un altro Saviano.



(*) Ogni volta che cito Via Palmiro Togliatti, non riesco a trattenere il mio sdegno sul fatto che il Comune di Roma continui a rendere omaggio a costui intitolandogli una via importante quasi quanto la Cristoforo Colombo, nonostante il fatto che Kruscev abbia riconosciuto e deplorato pubblicamente i crimini di Stalin, crimini di cui lo stesso Togliatti era certamente a conoscenza e, ciononostante, continuava ad adoperarsi affinché l’Italia entrasse nell’orbita dell’URSS.
E, in aggiunta, per rendere l’idea del soggetto, ricordo di aver letto, che quando i parenti degli alpini prigionieri in Russia gli chiedevano di intercedere per la loro liberazione presso Stalin, di cui era strettissimo confidente e collaboratore, Togliatti non seppe far altro che rispondere che “la prigionia stava a loro bene, per aver osato aggredire la grande madre Russia”.
Ma perché piuttosto non intestare la via a Natta, grande premio nobel italiano per la chimica, o a qualche grande italiano della letteratura (senza riferimento a Dario Fo, per favore)? Qualcuno dell’ufficio che dà i nomi alle vie di Roma non potrebbe intervenire? 


 

(Pietro Benigni)




Alessandro Leogrande, Uomini e caporali, Mondadori, 2008 [
* ]


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