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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
LE BRACI
post pubblicato in Marai, Sandor, il 19 marzo 2018
 

Le ”braci”, che danno significato alla vita, sono quelle prodotte dalla “passione che un giorno invade il nostro cuore, il nostro animo, il nostro corpo e che qualunque cosa accada, continua a bruciare in eterno fino alla morte.”
La prosa fluida ed elegante di Sàndor Màrai coinvolge il lettore emotivamente, in un racconto povero di avvenimenti, ma interamente svolto in un clima di crescente tensione, in un’atmosfera di attesa e di dolorosa rievocazione del passato. Lo scrittore ripercorre a ritroso la separazione di quarantuno anni tra i due protagonisti, amici dall’infanzia all’età virile. Hanno trascorso l’adolescenza in un collegio militare a Vienna, come gemelli che si completavano a vicenda. Anche se Henrik, estroverso con predisposizione alla vita militare e un profondo senso del proprio ruolo nello stato, proveniva da una ricca famiglia della nobiltà, mentre Konrad, militare per obbligo morale, di temperamento artistico e amante della musica, era figlio di un barone povero. Un oscuro episodio di caccia, il 2 luglio 1891, ha interrotto la loro amicizia, lunga 24 anni, e causato la fuga senza spiegazioni di Konrad. Il romanzo inizia con Henrik, divenuto nel tempo generale, che all’età di 75 anni, nel suo castello ai piedi dei Carpazi, attende il vecchio amico che ha trascorso quarant’anni ai Tropici, il cui arrivo al villaggio gli è stato comunicato da una lettera. Il momento delle spiegazioni, così lungamente atteso da entrambi è arrivato, essi condividono un segreto che brucia come una radiazione maligna ma al tempo stesso dà calore alla vita e la mantiene in tensione. Tra loro, nell’ombra, c’è il fantasma di una donna. Il generale ha invitato Konrad, perché deve porgli alcune domande. Ma la domanda  più importante è: ”Si può e soprattutto si deve restare fedeli alla passione che ci possiede, anche se questo significa distruggere la propria felicità e quella degli altri?” 
Il significato dell’amicizia e il suo tradimento, oltre quelli del destino e della felicità, è il tema fondamentale dell’opera di Màrai. Definisce l’amicizia il più nobile dei sentimenti, con un pizzico di eros che non ha bisogno di corpi e di sesso. E’ uno stato ideale, ma anche una legge inflessibile, la più potente delle leggi, quella su cui si fondarono i sistemi giuridici di grandi civiltà. Il significato profondo dell’amicizia consiste nell’accettazione dell’altro, nel rispetto di un’alleanza tacitamente conclusa, che non ha fine neanche con la morte.
Aleggia nel romanzo la consapevolezza della fine di un mondo, quello dell’Impero Austro–Ungarico, per cui valeva la pena di vivere e di morire, nonché la nostalgia di quel mondo, che rimane vivo, anche se non esiste nella realtà, nel generale e nello stesso Màrai.



(Anna Velia Violati)







Sandor Marai, Le braci, Adelphi, 2008 [ * ]

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RITRATTO DI MADRE, IN CORNICE AMERICANA
post pubblicato in Vajda, Miklós , il 10 giugno 2015

  


Traduttore, critico, editore, personaggio di spicco nella cultura ungherese, Miklos Vaida, nato nel 1931, come autore è un esordiente, perché questa è la sua prima opera narrativa. Tema del libro è il personaggio della madre, descritto nel suo legame col figlio e calato nell'ambiente in cui visse: Budapest e gli Stati Uniti. Biografia dunque, ma anche autobiografia e compendio della storia ungherese fra le due guerre e nel ventennio successivo al secondo conflitto mondiale. Al centro c'è il rapporto madre figlio, saldo e importante, pur se l'attenzione di lei è spesso distratta o lontana. Judit Csernovics, questo è il nome della madre, viene da una famiglia aristocratica ed è bellissima: è una delle donne più ammirate nella Budapest degli anni trenta. Suo marito, Ödön Vajda, è un avvocato famoso, che è stato consigliere degli Absburgo nella gestione del loro patrimonio. La sua vita si svolge tra impegni mondani, ricevimenti, amicizie con membri dell’élite politica e artistica. Il tempo da dedicare al figlio è poco. Poi, con l'entrata in guerra dell'Ungheria a fianco della Germania, tutto crolla. Miklós scopre con angoscia che suo padre è di origine ebraica e per lui stesso, che gira con il certificato di battesimo in tasca, si profila l'umiliazione di un esame antropologico che dovrà verificare se il suo sangue è cattolico o ebreo. Miklós e sua madre cercano di sfuggire alle famigerate Croci Frecciate, lasciano la loro abitazione, trovano un nascondiglio in una casa amica. Il padre nel 1947 muore, Budapest è in macerie, la vita è stravolta.
Judit, per sopravvivere, apre un bar, ma viene accusata di disfattismo e di allarme ingiustificato su una possibile svalutazione monetaria. È un dramma, perché è condannata e rinchiusa in prigione. Solo l'intervento di Gizi Bajor, famosa attrice magiara, a cui Judit è legata da affetto e amicizia, riesce a farla scarcerare. Da questo clima di terrore nasce il progetto di fuggire per sempre e la donna riuscirà ad emigrare negli Stati Uniti. Miklós rimane invece in Ungheria, deciso a non abbandonare il proprio paese nonostante il clima politico e la repressione del regime. Il rapporto con la madre diviene più saldo con la lontananza. Il suo personaggio comincia a sgretolarsi, vengono alla luce debolezze e fragilità. Lei accetta che il figlio le si rivolga usando il "tu", invece del "lei" obbligatorio nella tradizionale educazione nobiliare. "Mia madre mi mancava e non mi mancava", dice Miklós, che tiene con lei rapporti epistolari costanti e assidui. Quando la madre morirà solo la scrittura potrà dargli sollievo. Narrando di lei Miklós saprà ricostruire il senso della propria vita e riflettere su un periodo difficile della sua patria.
Questo intreccio tra vicende personali e avvenimenti della storia rendono il libro di estremo interesse. Di grande utilità sono le pagine di introduzione che aiutano ad orizzontarsi nelle complesse vicende dell'Ungheria, paese che dal 2004 fa parte dell'Unione Europea.

 
 
 
(Rita Cavallari)

 



 

 
Miklós
 Vajda, Ritratto di madre, in cornice americana, Voland, 2015 [ * ]
 
ANNA EDES
post pubblicato in Kosztolányi, Dezso, il 16 aprile 2015
  

Le grandi letterature delle lingue egemoni, nei nostri anni sono come convitati di pietra: hanno bussato alle nostre porte per invitarci a una cena che preannunciava la nostra dannazione. Noi li abbiamo ascoltati sgomenti, non abbiamo detto nulla. Stiamo lì ad aspettare la fine di Don Giovanni, lo spalancarsi dell'inferno. Altra grande letteratura non viene ancora a visitarci, con annunci più favorevoli. Ma dalle lingue non egemoni arrivano nuovi messaggeri. In Europa fiorisce una letteratura che chiede di essere ascoltata e non come rarità, come parola esotica, folclore: ma come inizio di un nuovo mondo. Tra queste nuove presenze c?è sicuramente la parte orientale del nostro continente: l'Est, o quella che una volta si chiamava così. Tra gli scrittori più significativi di oggi almeno cinque sei vengono da quelle parti. Gli editori italiani se ne sono accorti, e tentano di prenderne atto. Oltre agli scrittori oggi viventi, un narratore ungherese della prima metà del Novecento è tra gli autori che in questi anni vengono proposti e riproposti: si chiama Dezsó Kosztolányi (1885-1936). In questi mesi una piccola casa editrice milanese, Anfora, ha pubblicato un suo libro dal titolo Anna Édes (traduzione di Andrea Rényi e Mónika Szilágyi, pp. 220, € 15). Quel libro parla di un mondo che è tramontato da quasi cent'anni: di quello della fine della Prima guerra mondiale. Anche noi, in Italia, di quel mondo abbiamo parlato per un anno intero, quello appena trascorso, giacché il 2014 aveva segnato il centenario dello scoppio dell'orribile Prima guerra. L'Europa, la nostra tormentata Europa, quella che noi viviamo, oggi, geograficamente si è conformata proprio allora, le spartizioni, gli smembramenti, le divisioni le unioni sono cominciate in quegli anni. E proprio con l'apocalittico volo di Béla Kun, in fuga da Budapest verso l'Unione Sovietica si apre il romanzo di cui stiamo per parlare. Siamo nella Budapest del 1919, ancora dilaniata dalla lotta tra governo comunista e l'improvviso installarsi del regime dell'ammiraglio Horthy che diventerà Reggente. La protagonista del libro è Anna Édes, una contadina di vent'anni che trova lavoro come domestica presso una famiglia borghese di Budapest. La storia di questa ragazza dolce (é des vuol dire dolce), umile, mite, diventerà l'emblema di una parte di quel mondo. In qualche modo quella ragazza diventerà simbolo dell'Ungheria di allora, ancora mezza rurale, mezza borghese, mezza feudale. Il libro di Kosztolányi è davvero enigmatico, riguardo a questo simbolo. Ma qui sta anche la sua modernità, e diciamo subito che questo eccentrico scrittore è davvero una delle grandi figure intellettuali di quegli anni: figura di portata europea, e anche mondiale. Alla stregua di Flaubert e del suo Un cuore semplice, racconto tra i più esemplari di tutta la letteratura del nostro continente, lo scrittore ungherese dà una descrizione dell'interiorità di questo «cuore semplice» della sua nazione, elevandone la portata e il significato a vero grande simbolo. C'è una notevole differenza, però, rispetto a Flaubert: la dolce Anna, verso la fine del romanzo diventa assassina feroce dei suoi padroni. Senza nessun precedente, senza alcuna preparazione narrativa (sì, viene sedotta dal nipote degli «illustrissimi» e ne è anche secondo gli schemi, abbandonata), ma non pare essere questa la causa del suo delitto. Si tratta di sentimenti secolari, primordiali, che improvvisamente si scatenano. Qualcosa come quelli che sono descritti da Tolstoj nel dramma La potenza delle tenebre. Ma c'è ancora una nuova sorpresa: al processo la ragazza viene difesa da uno dei testimoni, un dottore diabetico, che si regge appena in piedi. È questo dottore a perorare la causa di Anna. Ed è davvero un colpo narrativo eccezionale quando l'autore stesso incita il suo personaggio a parlare. «Cosa fai disgraziato, taci? Sù, parla, sforzati!». C'è una lunga scena tra l'autore e il dottore. Così, dopo un tormentoso dibattimento, Anna non viene condannata alla forca, ma a quindici anni di carcere. Nell'ultimo capitolo del libro due personaggi laterali, non protagonisti, passeggiando, vedono un signore allampanato su una veranda: è lo scrittore stesso, Kosztolányi. I due ne dicono di tutti i colori, lo tacciano di essere un voltagabbana, chi lo reputa comunista, chi un fautore della dittatura di destra, chi un cristiano di facciata, chi ebreo. Ma lui è semplicemente un uomo che rivendica la sua libertà mentale, niente altro. In un'Europa che prepara la Seconda guerra mondiale, come del resto nella nostra, di oggi, non è da poco. Lo so che un articolo non basta per lanciare un libro che non sia un puro oggetto di intrattenimento. Ma io mi permetto di perorare la causa di romanzi come questo, di autori come questo. Di letterature come quella ungherese che tutt'oggi sono capaci di produrre opere esemplari e non restano solo convitati di pietra.



(Giorgio Pressburger)







Dezsó Kosztolányi, Anna Edes, L'Anfora, 2014 [ * ]  






(apparso sul "Corriere della Sera" del 15 febbraio 2015)





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DOSTOEVSKIJ LEGGE HEGEL IN SIBERIA E SCOPPIA A PIANGERE
post pubblicato in Foldenyi, Laszlo, il 8 luglio 2010



Mio padre morì prima di riuscire a prendere la laurea in Filosofia. Sarebbe stata comunque solo una laurea in Filosofia marxista-leninista, perché negli anni '60 in Ungheria non esisteva altro. I suoi libri di filosofia accompagnarono la mia infanzia, ne aveva almeno uno sempre con sé per approfittare degli attimi liberi concessi dalla sua professione molto impegnativa di medico ospedaliero. Era particolarmente attratto dalla filosofia di Hegel. Il mio autore ungherese preferito di saggi è László F. Földényi, i suoi scritti sono stati elogiati da lettori autorevoli come Cees Nooteboom, Alberto Manguel e Rüdiger Safranski. Grazie ad uno spirito di osservazione brillante e originale, Földényi si accosta all’arte, alla letteratura, e alla cultura in genere osservandone, da angolazioni filosofiche penetranti e innovative, i legami più intensi e sottili. Fui molto contenta, infatti, quando il direttore editoriale de Il Melangolo mi propose la traduzione di un suo breve saggio dal titolo intrigante: “Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere”, che era stato recensito da Albert Manguel nel 2007 come “Il libro più interessante che ho letto quest’anno”.
Dopo quattro anni di lavori forzati, nella primavera del 1854 Dostoevskij viene trasferito a Semipalatinsk, nella Siberia meridionale, dove rimane quasi dieci anni. Scrive le “Memorie di una casa morta” e insieme a un giovane procuratore del posto, un tale Vrangel, studia Hegel. Probabilmente i due leggono le “Lezioni sulla filosofia della storia”, l’opera di Hegel che mio padre apprezzava di più. Dostoevskij entra in contatto con il sistema hegeliano della tesi, antitesi e sintesi, dell’essere, non essere e divenire, insomma dei tre passaggi per comprendere il mondo, la natura, le leggi, la politica, che costituiscono un sistema di fiducia smisurata nella possibilità di comprendere tutto solo pensandolo. Nel mondo degli esclusi, degli umiliati, Dostoevskij vede però che questo sistema funziona alla perfezione solo a patto di lasciare fuori tutto quello che non corrisponde a canoni prestabiliti, come la sofferenza, l’ingiustizia, il dolore. Mentre per lui più l’uomo precipita nell’inferno del dolore, più riesce, poi, a volare alto. Secondo lo scrittore russo la grigia razionalità del professor Hegel è paradossalmente l’inferno vero, quello terribile perché privo di redenzione.
Non so come mio padre avrebbe commentato questo saggio, io però mi sono riavvicinata a lui a distanza di tanti anni dalla sua morte e ho capito di più della sua visione del mondo. Questo legame tra lui e il lavoro di Földényi ha reso il mio compito di traduttrice ancora più interessante, stimolante e di grande soddisfazione. I riscontri positivi non sono mancati: l’editore ha approvato la mia traduzione praticamente senza una correzione e questo esile libretto è stato lodato e recensito fra gli altri da Adriano Sofri, Pietrangelo Buttafuoco, Dario Olivero e Stefano Ciavatta.



(Andrea Renyi)







László F. Földényi, Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere, Il Melangolo, 2009 [ * ]







(apparso sul blog "Editdomjan" [ * ])







vedi quìquìquì

LA FORTEZZA
post pubblicato in Hasz, Robert, il 24 ottobre 2008



 

E' la storia del tenente Livius, che a pochi giorni dal congedo si ritrova all'improvviso tra montagne inaccessibili, in una fortezza popolata da una strana guarnigione che sembra venire da un mondo fatto all'incontrario. I soldati vestono in modo casuale, non fanno il saluto ai superiori, non sono armati, non eseguono gli ordini, e il comandante, colonnello Mavrov, sembra trovare perfettamente naturale questo insolito comportamento. La fortezza è completamente isolata: non c'è telefono, non arriva la posta, nulla si sa di quello che succede nel mondo, le coordinate del tempo e dello spazio si smarriscono. Dove sono i nemici? Dov'è il confine? Cosa succede fuori? C'è una guerra civile? Non si sa. Però nella fortezza la mensa serve piatti di alta cucina, preparati con ingredienti rari e pregiati, come fosse un ristorante di lusso. In questo mondo sospeso nel nulla il tenente Livius vede svanire le sue aspettative di un ritorno a casa e viene assalito dai ricordi: il padre che ha abbandonato l'insegnamento e si è ritirato a vivere in un piccolo paese, la fidanzata Antonia, e poi la madre e la sorella della ragazza e i legami nascosti che pian piano emergono sul filo del ricordo. Il racconto si svolge su due piani, da un lato la storia personale di Livius con le inquietudini legate ai segreti della sua famiglia, dall'altro la vita nella fortezza, con la presenza incombente di un Ordine supremo e la paura di un nemico di cui non si sa nulla. In trasparenza si intravede la storia della Jugoslavia dopo la morte di Tito, il disfacimento dello stato, la perdita di ogni punto di riferimento, la guerra civile.
Ci sono libri che coinvolgono perché riescono a toccare dei nervi scoperti e a costruire storie avvincenti sulle nostre paure più segrete. La fortezza è uno di questi libri. I riferimenti alla realtà politica della ex Jugoslavia sono appena accennati, ma bastano poche righe per evocare la guerra etnica (ad esempio il riferimento alla vetrina distrutta nel panificio di proprietà di una famiglia albanese, costretta a fuggire), il disfacimento delle istituzioni, il crollo dello stato, il caos generale.
La lettura è scorrevole, la prosa elegante, la trama avvincente. L'autore è da noi uno sconosciuto, mi piacerebbe leggere qualcos'altro di suo.


(Rita Cavallari)





Róbert Hász, La fortezzaNottetempo, 2008 [ * ]





vedi quì (il blog di Andrea) e quì

ESSERE SENZA DESTINO
post pubblicato in Kertész, Imre, il 16 febbraio 2008



Tenere giù la testa e non perdere mai la disperazione.
Accompagnato dal calembour di un amico di famiglia il giovane Gyurka va incontro al suo destino di ebreo, nell'Ungheria alleata della Germania nazista. Questo destino, come gli spiega l'autorevole zio Lajos, consiste da millenni in un'incessante persecuzione, che il Signore ha inflitto al suo popolo a causa dei peccati commessi, persecuzione da affrontare con devozione e paziente spirito di abnegazione. Restare al proprio posto, questo è ciò che il Signore si aspetta dagli ebrei, che solo da Dio possono sperare misericordia.
Quando Gyurka, che non ha ancora 15 anni, viene obbligato a lavorare come manovale in una fabbrica, lo zio Lajos osserva che dobbiamo accettare quello che il Signore ha deciso per noi.
Gyurka ha scarsa dimestichezza con le preghiere e non sa una parola d'ebraico, ma riconosce l'autorità degli adulti e affronta la vita cercando di “comportarsi bene”; quando lavora sente di rappresentare l'intera comunità ebraica e modella quindi le proprie azioni senza dar spunto a critiche che potrebbero ricadere su tutti.
E' con questo senso di acquiescenza che il ragazzo si lascia condurre nel campo di sterminio di Auschwitz, senza chiedere alcuna spiegazione e senza manifestare alcuna forma di opposizione o risentimento, non solo nei fatti, ma neanche con le parole, e neppure col pensiero. Il sentimento più forte che anima Gyurka è lo stupore. I suoi occhi sgranati scorrono su luoghi che tante volte abbiamo visto rappresentati, le sue parole descrivono fatti che già conosciamo, in una sorta di via crucis ben nota. Ma il suo sguardo attonito rende tutto diverso. C'è una sospensione di giudizio assoluta, gli eventi che si susseguono sembrano logici e razionali, a tutto il giovane Gyurca dà una ragione, ogni cosa può essere giustificata.
Dobbiamo accettare quello che il Signore ha deciso per noi.
Il racconto ha il fascino della verità, l'autore narra una storia che conosce per averla vissuta, ma non è questo il suo punto di forza. In fondo le storie dei sopravvissuti dei lager non mancano. Quello che avvince in questo libro è il punto di vista, l'occhio limpido e implacabile di un ragazzo che va incontro alla vita con baldanza e curiosità e descrive con naturalezza lo scorrere dei giorni, senza chiedersi perché. La vita che vive è il suo destino.
Molto bello è l'ultimo capitolo, con il ritorno a casa, il tempo ritrovato, la riflessione su ciò che è accaduto. Devi dimenticare gli orrori, dice il vecchio Fleischmann. Io non mi sono accorto degli orrori, risponde Gyurca. Tutto è successo un passo dopo l'altro, come la lunga fila dei prigionieri che si avvia verso la camera a gas, con i minuti che scorrono, e alla fine la decisione, entrare nella camera a gas oppure scamparla. E poi altre file, e appelli a tutte le ore, e marce, passo dopo passo. Il tempo scorre, potrebbe portare qualcosa di nuovo, nulla accade di diverso ad Auschwitz né a Buchenwald, la calamità era piombata improvvisa, giorno dopo giorno la distruzione si compie e la desolazione dilaga.
Calamità, distruzione, desolazione, questo è il significato letterale della parola Shoah.
Chi non ha vissuto il campo di sterminio vorrebbe gettarsi tutto alle spalle e ricominciare a vivere. Gyurka sa che non potrà dimenticare e questa consapevolezza lo isola dagli altri. E' il destino del sopravvissuto, che ben conosciamo perché ce l'ha raccontato Primo Levi.


(Rita Cavallari)



Imre Kértesz, Essere senza destino, Feltrinelli, 2004 [ * ]






Sul destino sacrificale degli ebrei ungheresi è da leggere il libro di Tom Segev, Il settimo milione, Mondadori, 2001 [ * ], sulle furibonde polemiche che ci furono a tal proposito in Israele negli anni '50 sul caso Kastner.
Poi si potrebbero ricordare i libri di Giorgio Perlasca, L'impostore, il Mulino, 2007  [ * ] e di Enrico Deaglio, La banalità del bene, Feltrinelli, 2003 [ * ].

L'ALTRA ESTER
post pubblicato in Szabò, Magda, il 11 gennaio 2008

 

L'altra Ester è il primo libro della Szabò pubblicato in Italia. Il suo titolo originale è Il cerbiatto. La storia si muove lungo le linee dei pensieri di Ester, la protagonista, che in prima persona ricostruisce la sua vita tra infanzia, adolescenza ed età adulta, ricucendo sensazioni, ricordi e brandelli strappati. Ester, famosa attrice di teatro, è una giovane donna indurita dalla vita ed ha alle spalle un'infanzia di povertà e di fame. Sua madre è di nobile famiglia, suo padre è un intellettuale appassionato di piante e di fiori, entrambi sono incapaci di garantirsi i mezzi materiali per vivere. Li lega un amore appassionato, da cui Ester si sente esclusa. Lei, unica della famiglia ad essere dotata di un  forte senso pratico, è costretta, fin da bambina, ad arrabbattarsi per racimolare ogni giorno qualche spicciolo. Dopo la scuola svolge i lavori più umili e duri, mentre sua madre dà lezioni di piano per poche lire. L'orgoglio le dà la forza di andare avanti, l'odio la nutre e la fortifica. L'unico sentimento positivo della sua infanzia è l'affetto profondo che la lega al padre, presente nella pagine del libro in momenti pieni di poesia. Accanto a Ester, il suo doppio, Angéla, impersona tutto ciò che Ester non è. Angéla è bella, ricca, buona, tutti la amano, solo Ester, brutta, povera e in lotta col mondo, ha per lei un odio profondo e ben dissimulato.
Il libro si svolge tra queste due figure antitetiche, una costretta  a farsi carico di mille difficoltà in un ambiente ostile, l'altra coccolata e oggetto di mille attenzioni, a cui basta guardarsi allo specchio per riprendere animo di fronte a un dispiacere. Ma ciò che Ester invidia di più ad Angéla è il cerbiatto che vive in un recinto in fondo al giardino. Ester lo vorrebbe per sé, lo sogna, vorrebbe rubarlo e portarlo via, ma sa che è impossibile. Non potendo averlo decide di liberarlo, ma la bestiola fugge impaurita e muore in un incidente.
L'età adulta porta ad Ester la realizzazione di sé, il benessere economico, la fama, ma il successo non ne scalfisce la durezza. L'attrice acclamata resta gelida come una statua di pietra, fino a quando non incontra un uomo di cui si innamora. Ma l'oggetto del suo sentimento è il marito di Angéla. Dopo tanti anni Ester sente ritornare i sentimenti amari dell'infanzia, è incapace di vivere questo amore, si sente mortificata e umiliata, non riesce ad accettare l'affetto e il senso di protezione che il marito prova per Angéla, l'amore che lui le dimostra non le basta. Il sentimento che la lega all'uomo diventa passione e, come dice l'autrice, una passione non si può esprimere pacatamente, disciplinatamente, morigeratamente, e nessuno può definirne la forma. E' un tema che si ritrova nel libro più famoso della Szabò, "La porta": “...non bisogna mai amare nessuno perdutamente perché altrimenti si causa la sua rovina. Se non è prima sarà poi. La cosa migliore è non amare mai nessuno…”
L'odio di Ester ritorna con più forza e vigore, fino alla rovina.
La storia dell'Ungheria a cavallo dell'ultima guerra fa da cornice agli avvenimenti narrati. L'autrice, che ha subito vent'anni di ostracismo per non essersi allineata alle direttive politiche del regime, la descrive con tratti leggeri.


(Rita Cavallari)




Magda Szabò, L'altra Ester, Feltrinelli, 1964


vedi quì

LA PORTA
post pubblicato in Szabò, Magda, il 20 dicembre 2007
 

L'uomo e il suo doppio, la persona e la sua immagine riflessa nello specchio: la letteratura offre innumerevoli esempi a cui possiamo rifarci. Penso a Don Chisciotte e Sancio Pancia, oppure a Don Giovanni e Leporello, rappresentazioni entrambe dell'antinomia servo – padrone. Ma qui è diverso. Il legame tra Magda ed Emerenc non è quello consueto tra una padrona di casa e la donna che provvede alle faccende domestiche: è un rapporto complesso, modulato su frequenze insolite, che arriva a toccare profondità insondabili.
I personaggi ricordano le eroine delle grandi tragedie classiche. Magda, che racconta la storia in prima persona, sembra vivere in compagnia delle Muse, sotto l'ombra di Apollo protettore della poesia, della letteratura, del teatro e di tutte le attività legate all'Arte. Emerenc, la vecchia col capo coperto da un fazzoletto che le nasconde i capelli, appare come una divinità ctonia, antica come la madre terra. Se pensiamo a Magda la vediamo nel suo studio, china sui tasti della macchina da scrivere, oppure a un ricevimento in suo onore, in un elegante abito da sera, o a un convegno ad Atene, in compagnia di scrittori e poeti. Intanto Emerenc, con una scopa in mano, ramazza il marciapiede per spazzare via la neve, fa il bucato in un grande calderone, oppure prepara pozioni salvifiche servite in calici di cristallo turchino. Della divinità ctonia ha tutte le caratteristiche: incarna forze oscure, sente la morte quando si avvicina, evoca tempeste e fenomeni naturali che ci rimandano ai culti infernali. Non va mai al tempio perchè non crede in dio, ma con i risparmi di tutta la vita intende costruire una grande tomba di marmo per sé e per i suoi morti.
Il rapporto tra Magda ed Emerenc ha un mediatore, il cane Viola, una sorta di “daimon” che senza parlare, col linguaggio semplice degli istinti primordiali, porta messaggi, dà informazioni, trasmette richieste e consegna risposte.
Della vita di Magda, fin dalle prime pagine, viene detto tutto. Sappiamo che è profondamente credente e partecipa con gioia ai riti della chiesa, conosciamo suo marito, scopriamo che ha perso da poco sua madre. La sua esistenza scorre in una limpida luce, l'oscurità non riesce a scalfirla.
Emerec è invece una persona misteriosa, circonfusa da un alone vagamente sulfureo. E' dal contatto fra le due donne, dai loro discorsi e dagli scontri che costellano vent'anni di vicinanza e familiarità che il romanzo prende forma. Emerenc emerge con la forza di una possente sibilla michelangiolesca, la sua figura grandeggia, Magda rimpicciolisce pagina dopo pagina, la sua luce si spegne, resta l'incubo ricorrente della porta con il telaio d'acciaio sempre chiusa e l'ambulanza con gli infermieri.
Cosa ci sarà dietro l'uscio? Con la sapienza degna di un consumato scrittore di gialli l'autrice ci conduce, pagina dopo pagina, davanti alla porta che custodisce il segreto di Emerenc, poi dentro la sua casa, ma ecco un'altra porta, sbarrata da una pesantissima cassaforte.
Ibant oscuri sola sub nocte per umbram perque domos Ditis vacuas.
“Sulla porta di Micene i leoni si mossero...”
“La tomba di Agamennone diventò più profonda.”
“Rovesciò le ciliegie nella marmitta. A quel punto tutto assunse l'aspetto di un mito, i frutti snocciolati, il succo che cominciava a fluire sempre più denso e copioso, come sangue da una ferita: ...”
“... un'eroina della mitologia antica sconvolta dal terrore alla vista di Medusa.”
Il sesto canto dell'Eneide è citato in due occasioni. I riferimenti ai miti sono soffusi con mano leggera. Tutti nodi si stringono fino alla catarsi finale, quando i segreti sono svelati e il Tempo si riappropria delle cose.
Belle le descrizioni dell'ambiente ungherese, interessanti i riferimenti alla storia del paese, poco conosciuta da noi.
La tragedia di Emerec è narrata con parole semplici e leggere, a volte si percepisce un'ispirazione che fluisce con immediatezza sulle pagine, quasi una poesia.
“... dalle tasche del suo grembiule inamidato saltavano fuori caramelline di zucchero avvolte nella carta frusciante e fazzoletti di tela che stormivano come colombi, era la regina della neve, la sicurezza, la prima ciliegia dell'estate, il tonfo delle castagne che cadevano dai rami d'autunno, la zucca alla brace d'inverno, la prima gemma nella siepe d'estate...”

Un grande libro.

(Rita Cavallari)


Magda Szabò, La porta, Einaudi, 2007 [ * ]


vedi quì, quì, quì, poi anche quì e quì
e per un profilo biografico quì

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