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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
MIA CUGINA CONDOLEEZZA
post pubblicato in Shukair, Mahmud, il 26 giugno 2018
 

Questo libro – a cura di Marco Ammar, che lo ha tradotto e ne ha scritto l’introduzione – contiene un glossario e undici racconti. Caratteristica dell’autore è la sua inclinazione al racconto breve. 
L’autore, nato a Gerusalemme, ha vissuto le guerre in cui la sua città è stata coinvolta, e poi è stato in esilio per venti anni, in Libano, poi in Giordania (Amman) e infine a Praga. E' rientrato in Palestina  dopo la ratifica degli accordi di Oslo.
Ha scritto anche opere teatrali, pezzi per la televisione e racconti per bambini, ma la sua specialità resta il racconto breve. E questa raccolta è tipica del suo stile. Vediamo di che tipo di racconti si tratta, e soprattutto come sono strutturati.
A differenza di altri scrittori palestinesi, Shukair non sottolinea la questione dell’occupazione dei territori palestinesi da parte israeliana, ma la rende leggera tramite la sua vena ironica e sarcastica. Ma i suoi racconti danno ugualmente la percezione di quanto assurda debba essere la vita dei palestinesi sotto l’occupazione israeliana. I racconti sono stati paragonati a quelli di uno scrittore Italiano, Alessandro Baricco (Hassan Khader al festival delle letterature di Berlino nel 2012).
Riporto qui di seguito i titoli dei racconti, perché mi servono per alcune considerazioni: Il passo di Naomi Campbell; Dopo “La foto di Shakira”; I baffi di Mordechai e i gatti di sua moglie; Il banchetto di Rumsfeld; Il professor Mohyub aspira al premio Nobel; L’ossessione del Phantom; Una lite sul sale da cucina; Mia cugina Condoleezza; La solitudine di Rambo; Wall Academy; Il posto di Pablo Abdallah.
Le celebrità che già emergono dall’indice, prese dal mondo della politica, dello sport e dello spettacolo, sono evocate dai suoi personaggi, protagonisti dei racconti, e servono allo scrittore come pretesto narrativo per conferire carattere globale a realtà locali. L’autore usa queste personalità in modo surreale, prendendo spunto da esse per movimentare la vita e le azioni dei personaggi. I racconti che ne derivano sono spesso pieni di umorismo e satira, e si prestano a scene inverosimili, ma estremamente efficaci, come Sylvester Stallone (protagonista della serie di film Rambo) che gira Gerusalemme a cavallo di un asino, suscitando le reazioni degli anziani e dei giovani del quartiere!  
Nei racconti in cui non ci sono personalità che fanno cose strane, compare maggiormente la tormentosa vicenda dei palestinesi, oppressi dall’occupazione israeliana delle loro terre. Un esempio più che evidente è nel racconto L’ossessione del Phantom, in cui il protagonista vive sotto la paura che la sua casa diventi bersaglio dei Phantom israeliani, soprattutto per effetto del vicino di casa, che il protagonista pensa sia membro di Hamas.
Non compare nei racconti di Shukair soltanto la condizione dei palestinesi oppressi da israele; c’è anche una critica all’arretratezza del suo popolo. E molti racconti, nella loro ricchezza di ironie e sarcasmi, sono sempre più assimilabili a veri e propri sogni.
Il libro è sicuramente di lettura molto agevole a chiunque ed è davvero piacevole.



(Lavinio Ricciardi)








Mahmud Shukair, Mia cugina Condoleezza e altri racconti, Edizioni Q, 2013 [ * ]
NEL BLU TRA IL CIELO E IL MARE
post pubblicato in Abulhawa, Susan, il 11 giugno 2018
 

Questo secondo romanzo di Susan Abulhawa ricalca in parte le tracce di “Ogni mattina a Jenin”, sua opera prima. Anche qui c’è la saga di una famiglia palestinese, in cui uno dei componenti, Khaled, bambino, muore all’età di dieci anni.
La traccia del romanzo è ancora un villaggio palestinese, Beit Daras, sulla strada che porta dalla Palestina al Cairo. L’epoca è intorno al 1948.
Da Beit Daras si muove la storia della famiglia, ed è Khaled a narrarla, prima di morire – o come dice lui, prima di passare “nel blu”, frase che caratterizza gli svenimenti o lo stato di coma di una persona, o – per dirla con i protagonisti della storia – lo spazio-tempo degli spiriti. Una premessa storica dell’autrice, seguita dall’avvio della narrazione da parte di Khaled, aprono il libro.
La narrazione di Khaled inizia da quella che lui chiama “l’epoca dei tunnel”: questi tunnel venivano scavati tra Palestina ed Egitto, al tempo della guerra del 1948, e servivano perché, avendo gli israeliani confinato i palestinesi nella striscia di Gaza, loro non potevano approvvigionarsi di ciò che volevano. Così, tramite questi tunnel, essi riuscivano ugualmente ad avere tutto quanto serviva loro dall’Egitto.
Dalla descrizione della famiglia emerge subito che la personalità di spicco della famiglia è – nelle parole di Khaled – sua nonna  Nazmiyeh, che praticamente ha atteso ben undici figli maschi prima di avere la tanto desiderata femmina, alla quale aveva dato il nome di Alwan. La figlia femmina la desiderava da quando aveva perduto sua sorella Mariam, uccisa durante uno dei soliti attacchi israeliani. Khaled, nel parlare di sua nonna, inizia con una cosa che la nonna andava dicendo spesso: lei era la ragazza più bella di tutta Beit Daras. Alwan è la madre di Khaled. La bisnonna di Khaled, Umm Mamduh, era detta “la pazza”, poiché viveva sola, con due figlie e un figlio: il marito l’aveva lasciata. 
Vorrei procedere con ordine, cosa che non ho fatto finora. Il romanzo è articolato in sette parti, ciascuna divisa in un certo numero (molto variabile) di capitoli. Questi iniziano sempre con una premessa di Khaled (che fino ad un certo momento è l'io narrante). Per distinguere queste premesse dal romanzo vero e proprio, esse sono in corsivo, e ancora in corsivo sono i capitoli dove è solo Khaled a raccontare. Le premesse sono una specie di anticipazione di quanto il capitolo contiene, ma la regola non è sempre valida. I titoli delle parti – invece – costituiscono una specie di guida alle storie che i capitoli raccontano.
La storia della famiglia Baraka (letteralmente Benedizione) è – a mio personale parere – abbastanza autobiografica dell’autrice, almeno in alcune vicende. Anche nel primo romanzo  ho avuto la stessa sensazione, ma qui le cose sono più complesse. Otre alla sorella Mariam, Nazmiyeh ha un fratello, Mamduh, che, sempre durante la guerra del 1948, comincia a lavorare e per lavoro si trasferisce in Kuwait. Mamduh sposa Yasmine, moglie acquisita che proveniva da una famiglia di apicoltori, e da essa ha due figli, un maschio – Muhammad, come il nonno materno – e una femmina, Nur. Nel bel mezzo della guerra Mamduh – che si teneva sempre in contatto con la sua famiglia (in particolare con sua sorella) – la informa che presto si trasferiranno negli Stati Uniti, nella Carolina del Nord.
Anche dagli Stati Uniti, Mamduh telefona spesso alla sorella in Palestina. Le sue vicende occupano la seconda parte, e la fuga verso gli Stati Uniti la terza. Queste vicende sono piuttosto drammatiche: il figlio Muhammad muore in un incidente d’auto.
Nur miete successi negli Stati Uniti, a scuola e nella vita. Nel frattempo sua madre muore, e il padre invecchia, avendo sempre in mente di tornare in Palestina. Quando sta per farlo, si ammala, viene ricoverato in ospedale, dove muore. Prima di morire, preoccupato della sorte di sua figlia, Mamduh aveva parlato con un’assistente sociale, che gli era stata mandata, di origini africane, il cui nome era Nzinga. Costei gli aveva promesso che si sarebbe occupata di Nur. Nur resta sola, e viene affidata ad una famiglia, con padre americano, Sam, e madre di origine ispanica. Costei accetta di occuparsi di Nur, su richiesta di Nzinga, ma soprattutto per un fondo fiduciario, che le garantiva una entrata economica. Però non avrà mai gran simpatia per Nur. Nzinga però, visto il carattere della madre adottiva, la trasferisce in un istituto per l’infanzia (Mills Home). Qui, Nur riesce a studiare, ad andare al college, prende una laurea e diventa presto una psicologa affermata.   
Intanto a Gaza, ad Alwan e marito nasce una bimba, oltre Khaled. Viene chiamata Rhet Shel, in ossequio ad un’americana molto brava e bella che si era stabilita per un certo tempo a Gaza, e che si chiamava Rachel Corrie. Le famiglie riescono a sopravvivere all’isolamento in cui Israele le tiene aiutandosi con la pesca. Khaled compie dieci anni, età importante per un bambino arabo, perché passa da un numero ad una cifra, da una a due cifre. Nel frattempo il padre di Khaled e Rhet Shel rimangono uccisi nel bombardamento di Gaza ad opera degli Israeliani. 
Ma – proprio quando Khaled avrebbe dovuto essere più contento – successe che “entrò nel blu”. Uno stato di coma particolare, in cui lui riusciva a percepire quello che gli accadeva intorno, ma non poteva comunicare con gli altri. Una prima volta riuscì a risvegliarsi quando suo padre, che lo aveva schiaffeggiato e non l’aveva visto tornare in sè, voleva portarlo in ospedale. La seconda volta, però, Khaled non si svegliò. Fu chiamato un medico, il dottor Jamal Musmar, il quale non poté che constatare come il bambino non rispondesse altro che con un battito di palpebre a quello che gli veniva chiesto. Fortuna volle che il dottor Musmar andasse in America per tenere una conferenza, e a questa assistesse Nur. Lei aveva riconosciuto in un video un bimbo (Khaled, che aveva un ciuffo di capelli bianchi) e così, parlandone con il dott. Musmar, pian piano arrivarono alla conclusione che il bimbo soffriva di un malanno che Nur conosceva (sindrome locked-in). Così tra una cosa e l’altra il dottore le propose di venire a Gaza.
Nur – come Mariam, la sorella di nonna Nazmiyeh – aveva occhi di colore diverso, ed aveva scelto di indossare lenti a contatto proprio per non apparire “uno scherzo di natura”. Arrivata a Gaza, accolta dal dottor Musmar, lei torna in famiglia, dove nonna Nazmiyeh ritrova nei suoi occhi quelli di Mairiam. Inizia a curare Khaled, ma nello stesso tempo ritrova la sua famiglia e fa amicizia con la nipotina Rhet Shel. Purtroppo – nonostante i promettenti miglioramenti, Khaled non si riprende. E – come già detto – muore. Nur, avuta notizia che Zinga era tornata in Egitto, la va a trovare. Poi torna a Gaza, ove, nel frattempo, sta accadendo un fatto nuovo. I palestinesi avevano catturato un soldato israeliano, e per il suo riscatto, chiedono la liberazione di mille prigionieri palestinesi: tra questi si trova anche l’altro figlio di Nazmiyeh, Mazen, il primogenito, che era stato catturato e imprigionato da Israele in uno dei suoi raid. Sua madre era sempre andata a trovarlo, ma solo ora che tornava a casa, prese ad essere felice. E per festeggiarlo, organizza un pranzo, che conclude il romanzo.
Le vicende di questa famiglia, che – come ho già detto – ricordano quelle della famiglia di “Ogni mattina a Jenin”, sono più complesse, ma in più passaggi ricordano quelle dell’altro libro. Ciò nonostante, questo libro ha un qualcosa di più avvincente, e – nello stesso tempo – più triste del precedente. Anche di questo romanzo bisogna dare atto alla Abulhawa della sua testimonianza sulla condizione del popolo palestinese, cacciato dalle sue terre. Chiedo scusa per non aver saputo sintetizzare queste vicende maggiormente, e consiglio a tutti la lettura di questo libro, come ulteriore testimonianza della condizione palestinese.



(Lavinio Ricciardi)






Susan Abulhawa, Nel blu tra il cielo e il mare, Feltrinelli, 2015 [ * ]


RITORNO A HAIFA
post pubblicato in Kanafani, Ghassan, il 29 maggio 2018
 

Un libro particolare, per più di un motivo. La presentazione di Francesco Gabrieli e la prefazione di Isabella Camera D’Afflitto – nota arabista – ne danno già un ottimo giudizio. L’autore, noto per “Uomini sotto il sole”, edito in Italia da Sellerio (non più disponibile, purtroppo), ha scritto una storia molto originale, e discretamente credibile, che racconta la visita ad Haifa di una coppia di palestinesi. Haifa, loro luogo di provenienza, è il luogo dove è la loro casa.   
Il protagonista, Said, mentre effettua il viaggio, ricorda l’episodio che li ha fatti fuggire. Si trattava dell’invasione israeliana di Haifa. La moglie, Safiya, era rimasta a casa, mentre lui era uscito per commissioni. All’inizio dell’attacco israeliano, nonostante avessero un bimbo di cinque mesi, Said non riesce a tornare al loro quartiere, e viene spinto verso il porto, dove è  costretto ad imbarcarsi. Qualcosa di analogo succede alla moglie, che – abbandonando il piccolo – esce di casa, spaventata dai bombardamenti, e anche lei si ritrova al porto.
Il loro ritorno, anche se accade venti anni dopo, è funzionale non solo a rivedere la loro casa, ma essenzialmente al ritrovamento del loro piccolo, Khaldun, che entrambi avevano abbandonato. Nel frattempo hanno avuto un altro figlio, Khaled. E – mentre quanto detto finora è il contenuto del primo capitolo – il secondo si apre con il dialogo della coppia, e su come viene presa la decisione di tornare ad Haifa: come già detto, il motivo reale, nascosto dietro una semplice visita alla loro casa, è il pensiero della sorte di Khaldun. La storia continua con il viaggio, il ritrovamento della casa, uno scoppio di pianto di Safiya al vederla, e la decisione di Said di entrare e vedere chi vi abita. Sono accolti da una signora anziana, che li accoglie con una frase inattesa: “È da molto che vi aspetto”, e dice loro che è una ebrea e che proviene dalla Polonia: stupore di Said e Safiya, ma la vecchia spiega come li ha riconosciuti, e l’inatteso si spiega. Dopo un po’, la vecchia parla del figlio, che chiama Dov, e si capisce che si tratta di Khaldun.
Qui inizia la terza parte del libro. Che racconta prima di tutto la storia di un ebreo, Efrat  Koshen, del suo arrivo ad Haifa assieme alla moglie Miriam (che si comprende essere la vecchia della parte precedente), e della conquista di Haifa da parte del primo esercito israeliano, l’haganah. La storia prosegue con l’assegnazione, da parte dell’Agenzia Ebraica (un ente assistenziale per i bisognosi), ad Efrat di una casa e di un bimbo di cinque mesi; Efrat ne è molto felice perché Miriam non ha potuto avere figli. E Said scopre che proprio il giorno in cui Khaldun fu affidato ai coniugi ebrei, era quello in cui l’avevano perduto, o meglio abbandonato. Un’ebrea, sentito un pianto insistente, aveva rotto la porta e l’aveva trovato.
Said e sua moglie, sorpresi del comportamento di Miriam, che agisce come se quella casa fosse la sua, le chiedono a questo punto quando il figlio rincaserà. Miriam dice loro che doveva già essere rientrato, ma che di solito non è mai puntuale. Poi, avendo chiamato Khaldun col nome ebraico di Dov, e avendo assistito allo stupore della coppia dei genitori veri, dice a Said che anche lei è imbarazzata, visto che – avendolo cresciuto – anche per lei è un problema separarsi da quel figlio, ma aggiunge che, appena rincasa, gli prospetterà il problema perché possa scegliere.
Di fronte alla decisione di Miriam, Said è perplesso ed esitante. Sua moglie scoppia a piangere ancora e, appena si è calmata, Said decide di raccontarle la storia di un loro amico di Giaffa. Non cito questa storia, che occupa il quarto capitolo, e passo alla conclusione, cioè al capitolo successivo.  
Dov – alias Khaldun – rientra a casa, si sorprende che la “madre” abbia visite, e viene invitato da Miriam ad entrare in salotto, dove ci sono persone che lo vogliono vedere. E – appena entrato in salotto – Miriam gli dice “Ti presento i tuoi genitori”, mentre Said e Safiya sono sorpresi di essere al cospetto di un uomo in divisa da soldato. A questo punto tra Dov e Said si svolge un dialogo, in cui Dov accusa i suoi genitori di vigliaccheria per averlo abbandonato, e Said gli parla dell’altro suo figlio (Khaled, che evita di chiamare “fratello”) e di Patria, dicendogli di ragionarci su, visto che li considera “dall’altra parte”. Non proseguo: sia Safiya che Dov restano perplessi alle parole di Said, il quale decide che è ora di andarsene e tornare a Ramallah, dove ormai vivono: questa conclusione è l’unica possibile, visto che la discussione aveva preso la piega del rapporto Israele - Palestina. 
Volutamente escludo le ultime parole di Said, che lui rivolge a sua moglie nel viaggio di ritorno. Da parte mia, voglio dire che questo libro è quello che maggiormente mette a fuoco il problema tra Israele (che ha invaso il territorio della Palestina) e i palestinesi. Proprio per questo ne consiglio la lettura a tutti coloro che vogliono sull’argomento saperne di più. La storia è certamente una buona testimonianza del punto di vista palestinese sulla questione.


(Lavinio Ricciardi)






Ghassan Kanafani, Ritorno a Haifa, Edizioni Lavoro, 2003 [ * ]
OGNI MATTINA A JENIN
post pubblicato in Abulhawa, Susan, il 16 aprile 2018
 

Un libro a dir poco sconvolgente. Che racconta, con dovizia di particolari, e attraverso le vicende di una famiglia araba, la storia della Palestina e di come il suo territorio sia stato – e continui ad essere – preda degli interessi espansionistici di Israele. Le vicende descritte coinvolgono il lettore in modo molto intenso, certamente per il modo di scrivere dell’autrice. La quale – in chiusura del libro - dice che le vicende palestinesi rispondono a verità storica, mentre la storia della famiglia descritta è inventata. 
È una storia appassionante, che attraversa due guerre: quella dello Yom Kippur negli anni '70 e l’invasione israeliana del Libano, che aveva lo scopo di stanare e distruggere i militanti palestinesi dell’OLP, rifugiatisi in Libano per evitare i continui attacchi di Israele. Guerre nelle quali i palestinesi cercano di evitare che venga loro sottratta la terra natia. In tutto il libro si respira il clima di sessant’anni di guerra tra Israele e Palestina.
La cosa che mi ha preso subito è stata proprio la descrizione delle guerre: avevo sette anni quando era in corso in Italia la seconda guerra mondiale, e quel clima l’ho vissuto direttamente, sfollato con la mia famiglia sulle colline Casentinesi, proprio nell’autunno – inverno 1943-44. 
Il libro è composto da un preludio, otto capitoli, un glossario di termini arabi, una nota dell’autrice, e una serie di riferimenti bibliografici alle fonti. L’autrice è fuggita dalla Palestina e vive negli Stati Uniti.
I primi due capitoli presentano la famiglia in tutti i suoi particolari, cominciando dal patriarca Yehya Abulheja, che ha due figli, Hassan e Darwish. Hassan è il protagonista della vicenda familiare, mentre il fratello Darwish compare soltanto verso la fine del romanzo. L’inizio li trova tutti a raccogliere olive. Successivamente, Hassan sposa Dalia, una bellissima beduina, che proprio per le sue origini veniva contrastata dalla famiglia. E – prima del matrimonio – si racconta di un’amicizia tra Hassan e un profugo tedesco fuggito dai nazisti e rifugiatosi a Gerusalemme. 
Dal matrimonio tra Hassan e Dalia nascono tre figli, Youssef, Is’mail e Amal, unica femmina. E una buona parte del primo e del secondo capitolo descrivono la storia dei due fratelli e il fatto che Is’mail, poco più che neonato, segnato in viso da una cicatrice prodottasi nella culla, scompare durante un’invasione di israeliani nel villaggio ove la famiglia risiede, quasi dalle braccia della mamma, rapito da un soldato israeliano che lo nasconde subito nel suo zaino. Il soldato, Moshe, è sposato, ma la moglie non può avere figli. Anche Amal reca una ferita all’addome, che le vicende del campo di Jenin le avevano prodotto.
Le vicende della storia sono molto intricate e complesse. Il mio obiettivo è quello di sottolineare che essa cattura immediatamente il lettore, ed è molto articolata, proprio per il modo che ha l’autrice di raccontarla. Il clima in cui i Palestinesi vivono questa continua “saga” ad opera degli israeliani, che vogliono scacciarli dal loro territorio, è descritto con grande maestria dall’autrice, che certamente (anche se non viene mai detto) ha identificato una parte della sua storia con la vicenda di Amal, la terza dei figli di Hassan. Amal è molto legata a suo padre, che le racconta spesso storie prese da libri della letteratura araba, di autori come Gibran, Rumi. Dal secondo capitolo in poi è la stessa Amal a narrare la storia in prima persona. 
Di Hassan si perdono le tracce, come è successo per Is’mail, di cui però si sa ciò che è accaduto. La storia si concentra su Amal, la quale si mostra presto, crescendo, molto studiosa, e per questa ragione parte dal suo villaggio (diventato Jenin, non più ‘Ain Hod; nel frattempo la madre Dalia prima inebetisce, poi muore) per raggiungere un college a Gerusalemme, dove proseguirà gli studi: il college la vuole, per la sua fama di studiosa e la sua condizione di orfana. Nel college Amal fa nuove amicizie, che la aiutano a non soffrire troppo la mancanza della sua amica di infanzia, Huda. Viene poi scelta per andare a studiare negli Stati Uniti (vince una borsa di studio), e parte per Filadelfia, non senza salutare Huda e il marito, che – sposatisi – hanno una bimba di nome Amal. 
Ovviamente, in America, Amal si trova con qualche problema, per la sua condizione di esule. È ospitata da una famiglia di origini palestinesi (il cognome è Addad) e impara a vivere in un paese libero, completamente diverso dal suo. Dopo varie peripezie, acquisisce la green card (il permesso di lavoro rilasciato agli stranieri) e sceglie l’America come sua patria. Si autobattezza Amy, non più Amal, proprio per sottolineare di essere in una nuova patria. Fa due lavori per mantenersi. Un giorno una telefonata la sorprende: è la moglie di suo fratello Youssef, Fatima, che gli annuncia, tra l’altro, il fatto che sta per diventare zia, e che Youssef e lei sono a Beirut, in Libano; e la invita a raggiungerli.
Da quel momento, ogni sforzo di Amal è teso a tornare da suo fratello Youssef (senza lasciare definitivamente l’America). Siamo al termine del quarto capitolo. Voglio sottolineare ciò che appare, nella vita di Amal e della sua famiglia, dell’Islam, e dei rapporti che l’Islam crea in persone mediamente osservanti. 
Finalmente Amal riesce a partire per Beirut, dove viene ricevuta da un amico di suo fratello Youssef, Majid. E trova che è appena diventata zia di una nipotina, Falastin (in arabo Palestina). Suo fratello e la sua famiglia vivono in un campo profughi libanese, Shatila, vicino all’altro campo di Sabra, entrambi simili al campo di Jenin. 
Da Youssef apprende varie cose, tra le quali il fatto che Is’mail è vivo, ed è diventato un ebreo, di nome David. E, ancora, una sorpresa: Majid. E’ medico volontario, e Amal lo assiste (avendo appreso dalla madre il mestiere di ostetrica) durante un parto, che si presentava difficile. Assieme parlano delle stelle, e lui le promette che le presterà un libro, dove ha imparato a riconoscere le costellazioni. Così accade; ma nuova sorpresa: in una breve lettera, Majid le si dichiara, dicendole che si è innamorato di lei appena l’ha vista. Amal e Majid si fidanzano, e dopo un mese si sposano. Amal rammenta sua madre: si godono poco più di alcuni mesi di vita in comune, finché Amal si accorge di essere incinta. Nel frattempo, aveva insegnato in una scuola, e tutte le sue alunne si erano godute il suo amore e anche il suo matrimonio.
Ma Israele aveva cominciato a minacciare il Libano, così Majid consiglia a sua moglie di tornare a Filadelfia, dove è anche un suo protettore, che lo aveva aiutato nel suo periodo di addestramento in Inghilterra, ed ora insegnava a Filadelfia. Mohammad Maher, era il suo nome. E – nell’attesa che Majid potesse venire in America – Maher trova ad Amal un lavoro. I coniugi Maher – che consideravano Majid un loro figlio – ospitano Amal e la assistono nel suo parto. Nasce una bimba, che – come Majid voleva – si chiamerà Sara, come la madre.
Alla fine Israele attacca il Libano, nel 1982, e stermina i palestinesi di Sabra e Shatila. La famiglia di Youssef (tranne lui) viene sterminata, compresa Falastin e l’altra bimba che Fatima aspettava in contemporanea con la bimba di Amal. Amal potrà conoscere lo scempio commesso dopo un po’ di tempo, da un reportage fotografico, e poi dalle urla di suo fratello Youssef. Che in una telefonata le comunica che anche Majid è morto, seppellito dalle bombe israeliane nella casa che loro avevano presso Beirut. Proprio mentre sua figlia Sara vedeva la luce a Filadelfia.
Dopo qualche tempo, Amal è rintracciata dall'FBI, che vuole avere conto di un attentato dinamitardo compiuto contro l’ambasciata americana a Beirut, in cui pare sia stato coinvolto Youssef. Ma – accertato, non senza una sua reazione – che lei non ne sa niente, viene rilasciata.
Il suo tempo continua a trascorrere nella crescita di Sara, che diventa prima una brava e bella bambina, poi una donna. E il racconto di Amal testimonia di altre cose, che apprende dai reportage sulle atrocità israeliane in Libano, e sulla sorte del figlio maggiore di Huda e Osama, i suoi amici. E un giorno – dopo tutti i guai del soggiorno libanese – le giunge una telefonata. Da quel poco che riesce a capire, si rende conto che si tratta di suo fratello is’mail, noto in Israele come David. Così si presenterà a lei al telefono, e questo già le spiega tutto. E siccome viene negli Stati Uniti, le annuncia una sua visita. Era successo che Moshe, il padre, in punto di morte, gli aveva confessato la verità. e David comincia a cercare quel che resta della sua famiglia, finché rintraccia Amal. E le propone di incontrarlo. L’incontro è una sorta di riconciliazione per entrambi. Al termine, Amal presenta David a sua figlia, come suo fratello.
Mentre comincia a studiare, Sara un giorno annuncia a sua madre che deve visitare la Palestina. E così partono e vanno prima a Jenin. E Amal mostra a sua figlia varie cose della sua vita e della sua famiglia. Trovano Ari, l’amico israeliano di Youssef, e poi Huda e famiglia, anche loro colpiti dalla furia israeliana: Osama, il marito di Huda, è stato catturato; uno dei due gemelli di Huda, Jamil, è stato ucciso a dodici anni, e il figlio maggiore, Mansur, non parla dall’età di sei anni. Amal ritrova suo zio Darwish, e i suoi figli. E racconta a Sara, il terzo giorno che sono a Jenin, tante cose che non le aveva detto. Proprio quel giorno, gli israeliani attaccano ancora, e Amal, nel tentativo di salvare la vita di sua figlia, muore colpita da un cecchino israeliano. 
La storia si conclude con due vicende: il funerale di Amal, cui presenziano Ari e Is’mail; e il ritorno di Sara in America, dove vive con Mansur, il figlio maggiore di Huda e Osama, che nel frattempo è stato liberato, e dove li raggiunge Jacob, il figlio di suo zio Darwish, che saranno proprio Osama e Huda a far partire. 
Ho dovuto accorciare molto le vicende, ma nonostante questo la mia narrazione è stata molto lunga. Però, questo libro merita di essere letto. E assaporato come pochi altri libri dell’ambito letterario di Israele e Palestina. Soprattutto per il forte contenuto di passione e amore che dalle sue pagine trasuda. Credo di dover ringraziare Susan Abulahwa per la sua storia bellissima e il grande amore per la sua terra.



(Lavinio Ricciardi)








Susan Abulhawa, Ogni mattina a Jenin, Feltrinelli, 2013 [ * ]
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