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COME IL CIELO
post pubblicato in Chiaramonte, Laura, il 11 ottobre 2019


Sono tre gli elementi che rendono interessante questo romanzo. Il primo è nella struttura narrativa che arieggia a quella del libro giallo, per cui la storia procede per tasselli che combinandosi insieme, grazie al casuale riemergere nel finale di una verità fattuale del passato che prima si ignorava, compongono un quadro coerente. Con l’ultimo tassello col quale tutto va al suo posto.
Il secondo elemento va rinvenuto nel tema della “anime gemelle”, tutt’altro che banale, anche perché accade in Come il cielo lo stesso che in certi capolavori della letteratura, come Senilità di Svevo, o, volendo citare un’opera più nobile ancora, come nelle Affinità elettive di Goethe: dall’incontro delle anime gemelle scaturiscono eventi imprevedibili che toccano, feriscono, ammaliano, dannano anche altre anime.
Il terzo elemento di interesse sta nel fatto che Come il cielo è un romanzo d’esordio con cui la Chiaramonte si laurea scrittrice.
La passione per la musica che unisce le due amiche la cui storia si racconta nel romanzo appartiene anche all’autrice, come le appartiene anche il fatto di vivere a Londra, città nella quale il romanzo è ambientato.
Di qui l’idea di un qualche possibile sdoppiamento che costituisca la chiave di volta di tutto il romanzo nel quale, come in tanti altri che oggi si possono leggere, autore e narratore svolgono funzioni distinte e separate. Che poi l’interprete in musica sia una sorta di anima gemella dell’autore o debba, per meglio dire, sforzarsi di eleggersi a tale, ci pare un fatto da dover tener presente nel commentare il romanzo della Chiaramonte. Un romanzo dominato da un’ansia di traduzione, dove a tradursi è il linguaggio segreto dell’arte e dei sentimenti, operazione che con pazienza e metodo è messa in atto dal narratore su un impulso che proviene dall’autore che ha concepito la storia.
Il tutto ricondotto a una sorta di principio di armonia universale. Ed è questo l’unico punto su cui ci pare di dover dissentire dalla Chiaramonte. Infatti chi scrive è un antipitagorico che simpatizza piuttosto con la visione epicurea, secondo cui il mondo è chaos, diventando cosmo nelle mani dell’uomo che, per “capire” le cose deve mettere ordine, cedendo alla tentazione di farsi arbitro di non so quali verità. A parte questo il libro ci è parso godibile, al punto da consigliarne la lettura.



(Ludovico Fulci)







Laura Chiaramonte, Come il cielo, Edizioni Progetto Cultura, 2018 [ * ]
    




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ADDIO FANTASMI
post pubblicato in Terranova, Nadia, il 28 giugno 2019
 

Il romanzo, il secondo pubblicato dall'autrice con Einaudi, è la storia di un ritorno a casa. Ida, la protagonista, trapiantata a Roma, dove si è trasferita sulle orme del marito, ritorna nella sua città natale, Messina, richiamata dalla madre che, per esigenze di lavori edili, deve sgomberare la casa, e vuole che sia la figlia a sistemare le sue cose. 
Il romanzo, che presenta al lettore una scrittura piana ed agevole, dove qualsiasi fatto è narrato con stile semplice e soprattutto chiaro, presenta indubbie caratteristiche di spicco: oltre la chiarezza, troviamo una analisi dei sentimenti, presente sia nei dialoghi tra madre e figlia, sia nei soliloqui di Ida, alle prese con ricordi e pensieri della sua vita. 
La cosa che a me – messinese di origine, che trascorro tutte le estati in un paese della provincia e che ho vissuto vari periodi della mia vita a Messina – è apparsa più evidente è stata il carattere peculiare del modo di vivere di quella città: anche se l’autrice non richiama mai l’attenzione del lettore su questo aspetto. Forse i fantasmi cui si allude nel titolo, sono anche questi, oltre ai ricordi di Ida.
Il libro è molto bello, specie sotto l’aspetto del rapporto madre–figlia ed anche per quanto riguarda i ricordi della vita infantile e adolescenziale di Ida. È diviso in tre parti, intitolate, rispettivamente, “Il nome”, “Il corpo”, “La voce”. Alle tre parti è preposta una premessa, anonima, che rappresenta l’antefatto del viaggio (motivato, come si è detto, da esigenze di sgombero per i lavori di ristrutturazione del tetto della casa). L’antefatto svela due aspetti della vita della protagonista (l’io narrante è proprio quello di Ida, in prima persona; sospetto che si possa trattare di ricordi autobiografici): la propensione agli incubi, e alla liberazione da questi con la loro narrazione; e qualcosa che coinvolgeva il padre, e che sarà spiegata nella prima parte.
I titoli delle tre parti sono relativi ad aspetti della vita del padre di Ida. Il padre ha cominciato a soffrire di depressione, e poiché la madre usciva per andare al lavoro, lasciava le incombenze della gestione del padre, che stava a letto, alla figlia. Il padre si chiama Sebastiano: e – ad un certo punto, senza alcun avviso – un giorno si veste e va via di casa, senza più dare alcun segno di vita. Questo è l’episodio scatenante, per Ida, dei suoi incubi: l’assenza della figura paterna nella sua crescita.
Non voglio raccontare il libro, non mi piace farlo: i fatti riportati – specie la scomparsa del padre, che non si sa se è vivo o è morto – sono semplicemente una premessa per citare la presenza, nell’intero romanzo, dei sentimenti che questo episodio suscita nella protagonista, e dei riflessi nel rapporto con la madre. I titoli stessi dei vari capitoli fanno comprendere come ci siano nel libro gli aspetti territoriali che si mescolano con questi sentimenti onnipresenti.
Il romanzo è un buon esempio di come si riesca da parte dell’autrice a rendere bene una vicenda pesante, descrivendone i sentimenti che suscita, e nello stesso tempo, descrivendo anche l’indole della persona che li vive, Ida, la protagonista.
La lettura è piacevole e intrigante per i lettori: il libro si legge rapidamente, e ben si presta a commenti e paragoni con altre opere contemporanee. La sua vincita al Premio Strega arricchirebbe l’autrice di un altro premio, visto che il suo primo romanzo ne ha collezionati ben tre. La Terranova è autrice di molta letteratura per bambini, anch’essa pluripremiata.
Della storia restano molto ben presenti due fatti: un amore, quello del figlio del muratore che sta facendo i lavori con il padre, e che Ida sperava fosse per lei. Nikos (la cui origine è cipriota) le racconta – in una fuga breve, cercata da Ida in più occasioni – del suo amore per una ragazza, Anna, che un giorno, in una gita in motocicletta con lui, muore tragicamente. E questo produce in Nikos un dramma profondo, che lo porta successivamente al suicidio.
E – secondo fatto, ma risolutore dell’eterna assenza paterna – il ritrovamento di una certa scatola rossa di ferro, che Ida evita di gettar via, come gran parte delle altre cose, testimonianze della sua infanzia-adolescenza privata del padre. Questa scatola, che Ida porta con se nel viaggio di ritorno, e che solo allora, nell’ultimo capitolo della terza parte, rivelerà il suo contenuto, è – come si immagina – un ricordo paterno: contiene la pipa di suo padre, impregnata ancora dell’odore del tabacco, e una audiocassetta, con incisa la sua voce. E Ida, a voler chiudere l’incubo più grosso della sua vita, la getta in mare dal traghetto. Un addio materiale e simbolico all’assenza della sua vita, per correre verso quella nuova vita, di cui ci ha detto nella premessa, e che fa capolino ogni volta che il suo compagno Piero la chiama al telefono.
La scrittura piacevole, l’onda dei sentimenti che pervade tutta l’opera e l’originalità della storia, fanno del romanzo un ottimo candidato per il premio cui concorre. Lettura fortemente consigliata a tutti, specie ai giovani cui è dedicato il primo romanzo della Terranova.


(Lavinio Ricciardi)








Nadia Terranova, Addio fantasmi, Einaudi, 2018 [ * ]




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DIARIO DI UN'APPRENDISTA ASTRONAUTA
post pubblicato in Cristoforetti, Samantha, il 3 maggio 2019
 

Un libro meraviglioso: nessun romanzo d’avventure può lontanamente stargli vicino. La sua lettura è stata per me un sogno ad occhi aperti. Sono regredito di settant'anni, quando – per ogni 10 che prendevo a scuola – mio padre mi regalava un libro di Salgari. Con una grandissima differenza: questa è una storia vera. L’interesse per quanto leggevo e la compartecipazione al racconto di Samantha sono stati tali che, arrivato all’ultima pagina, pur sapendo che era finito, ho cercato se per caso ci fossero altre pagine.
Il libro è curato in ogni particolare. Specie nei disegni, che – se il lettore segue quello che sta leggendo – sono indispensabili a comprendere alcuni dettagli essenziali. Il più utile è stato il primo, la rappresentazione della ISS (la stazione spaziale internazionale), ma anche gli altri non sono da meno: molto significativo quello degli astronauti a bordo della loro astronave Soyuz. Non si tratta di fotografie (l’unica è quella di copertina, che merita un discorso a parte), ma disegni dovuti alla matita di Jessica Lagatta, sotto la guida della stessa Samantha. Disegni che arricchiscono molti aspetti toccati nel libro: la questione delle tute, ad esempio. Premetto che, dell’intero libro, mi hanno particolarmente colpito le pagine iniziali (la dedica a lettrici e lettori e l’arrivo a terra nel rientro della Soyuz (cap.1)) e la descrizione del volo di rientro a terra (capp. 40, 41 e 42). Ma farei un gran torto a Samantha se le considerassi le parti più importanti: forse, il motivo delle mie impressioni sta nel coinvolgimento emotivo che la loro lettura ha comportato.
A proposito del primo disegno, quello della ISS, vorrei sottolineare che – da vari resoconti di Samantha per la parte che riguarda la stazione – la ISS è composta da un segmento “internazionale”, dove di solito attraccano le astronavi senza pilota destinate al trasporto merci (tra le altre, la Dragon), e un segmento russo, dove attraccano invece le astronavi Soyuz. Per quanto riguarda l’alloggiamento degli astronauti che raggiungono la ISS, gli europei e gli americani alloggiano nel segmento internazionale, mentre i russi nel segmento russo.  
Andiamo con ordine. Ho detto della cura che l’autrice ha posto nel realizzare il suo libro: una cosa che mi ha colpito subito sono state le citazioni di autori e scrittori poste all’inizio di molti capitoli. Le citazioni sono di pensieri tratti da libri o poesie degli autori citati inerenti a quanto descritto nel capitolo. Ma – a mio avviso – mostrano che poderosa cultura possiede Samantha, che in un punto del suo libro parla dei libri… come dei primi viaggi che ha fatto  (non ricordo esattamente le sue parole, e questa citazione non l’ho contrassegnata per ritrovarla, ma il senso credo fosse proprio questo). Viaggiare con la fantasia: ho adorato i libri anche io fin dall’età di dieci anni.
Samantha ha dedicato l’intera sua vita post-laurea (si è laureata in ingegneria aerospaziale a Monaco di Baviera) all’obiettivo di diventare astronauta. All'inizio ci furono le esperienze di pilota di aerei, iniziate con l’ammissione all’Accademia Aeronautica (prima classificata al concorso), poi con un brevetto conseguito negli Stati Uniti, a seguito del quale è stata assunta in Aeronautica Militare come pilota, e destinata agli AMX. Ma lo scopo primario era di attendere che la sua domanda presso l’ESA fosse accolta. E la risposta (semplicemente “Congratulazioni”) la riempì di gioia!  
Il libro narra, per quasi due terzi, il lungo periodo di addestramento di Samantha, svolto sia in USA, ad Houston, sia in un paese russo noto come Città delle Stelle (traduzione italiana del nome russo), ai quali sono aggiunte alcune località ove temporaneamente Samantha è stata inviata. Il periodo di addestramento è ricchissimo di attività di formazione degli astronauti, descritte in dettaglio da Samantha. Anche se – come tutti i lettori – sono stato ansioso di arrivare alle pagine del lancio e della vita nello spazio, debbo dire che tutta l’attività di addestramento è stata estremamente interessante, e la lettura di queste pagine non mi ha mai deluso. Rientrano, ovviamente, nell’attività di addestramento cose come la centrifuga, molto pubblicizzata dai media già ai tempi delle missioni Apollo; ma anche cose meno appariscenti come le prove delle tute e la descrizione delle stesse. 
La parte più interessante delle simulazioni, sia in Texas che in Russia, riguardava la preparazione alle attività extra-veicolari nello spazio (EVA), realizzate – in entrambe le sedi – in acqua, in enormi piscine dove erano sommersi modelli in scala 1:1 di parti della stazione spaziale internazionale (ISS). L’attività in acqua, era compiuta con la tuta “americana” (EMU) a Houston, e con una di quelle russe (la Orlan) a Mosca e alla Città delle Stelle. È impossibile dare un resoconto di queste attività: per conoscerle in dettaglio, occorre leggere i capitoli dal 7 al 18.
L’addestramento diventa operativo per Samantha quando – assieme ad un collega americano e ad uno russo – diventa riserva di un equipaggio che sta ultimando l’addestramento per un lancio prima del loro.  
Le pagine del lancio, sono ben illustrate dall’immagine dei tre astronauti a bordo della Soyuz (con Samantha sono l’americano Terry Virts e un russo, in un primo tempo Sergej Zäletin, poi sostituito da Anton Škaplerov): già, perché l’equipaggio della Soyuz è composto da tre persone, comandante (in genere, russo), ingegnere di bordo (ruolo di Samantha, europea) e infine un astronauta della NASA (secondo ingegnere). L’istante del lancio conclude il capitolo 27, mentre il capitolo 28 è dedicato alle fasi della partenza e dell’entrata in orbita. I due capitoli citati riguardano lo stesso giorno, ovviamente, ma i luoghi sono Bajkonur, per il cap. 27 e Soyuz TMA-15M per il cap. 28, entrambi il 24 novembre 2014. Samantha ci informa che a bordo è l’unica novellina, mentre Anton e Terry sono già veterani. Il messaggio  finale del capitolo 27, bellissimo, è: “ … l’equipaggio Astrej sta lasciando il pianeta”. Astrej – nome della loro spedizione – era il nominativo radio di Anton.
Le attività a bordo della ISS iniziano dall’attracco (due ore di depressurizzazione, che completano le 7 ore di volo, circa) e proseguono per oltre sei mesi (dal 24 novembre 2014 all’11 giugno 2015). L’attracco, manovra di estrema precisione, poi l’accoglienza dei tre astronauti già a bordo della ISS (due uomini e una donna) che hanno preparato ai nuovi arrivati un pasto caldo, l’inizio della fluttuazione nello spazio e la descrizione dei problemi che crea, sono tutte attività che Samantha descrive in modo letteralmente gioioso, al culmine della sua felicità per aver raggiunto l’obiettivo previsto (astronauta, anzi “apprendista” astronauta, come dice nel titolo). E tutta l’esperienza a bordo dell’ISS è caratterizzata da questa gioia.    
Ho descritto – in modo certo imperfetto e con qualche errore – il nocciolo del libro. Ma, per chiunque sia attratto dal fascino dei voli nello spazio, cominciati con i satelliti e proseguiti con i voli umani, questo libro è semplicemente meraviglioso, a dir poco. La gioia di Samantha è in tutto il libro e traspare dappertutto. E le sue descrizioni sono non solo dettagliate, ma affascinanti per chiunque voglia sapere cosa significhi “astronautica”. Ho evitato troppi particolari, per non togliere ai lettori di questo libro tutto il fascino che ne traspare. Del resto, se si vuole avere un esempio della gioia di Samantha, basta da sola la foto di copertina: Samantha è nella cosiddetta “cupola” (una cabina trasparente da cui si può osservare lo spazio, come si vede tutt’altro che buio). Nel finestrino di sinistra si intravedono i pannelli solari che acquisiscono luce e danno energia). Ma la cosa che più colpisce, dell’immagine, è la gioia degli occhi di Samantha: a mio avviso, anche un immenso dialogo con il lettore. Una cosa che l’immagine rende, ma solo in parte: i contenuti del libro, se letti con attenzione, ne restituiscono sicuramente molto di più!
Che dire di altro a chi legge il libro o vi si accinge? Io ho già voglia di rileggerlo, per le sensazioni che mi ha dato. Devo fare una piccola parentesi sulla mia passione per il volo: nei miei vent’anni (anni ’50) c’era solo il volo nell’atmosfera – l’astronautica era ancora lontana – e pertanto i miei sogni si limitavano agli aeroplani e al loro pilotaggio. Mio padre non voleva che io intraprendessi quella strada, ma la mia passione e il mio interesse continuarono e – complice un corso di cultura aerea del Ministero dell’aeronautica – a diciannove anni volai tre volte sul Macchino (AMB 308) e due su un aliante (il Canguro, della Ambrosini). Nel secondo volo pilotai io l’aereo, dal decollo all’atterraggio.  Nei miei 18-19 anni il sogno di volare era di molti; pilotare aerei per poter volare. Quando il primo uomo mise piede sulla luna (1969, ho un film, ripreso da me di immagini alla TV), io lavoravo già da un anno, al progetto di circuiti per i computer. 
Spero che questo libro abbia il successo che merita. E consiglio di leggerlo a tutti, specie a chi è in giovane età. Al di là di ogni partigianeria, il libro è un grosso stimolo alla realizzazione delle proprie aspirazioni.


(Lavinio Ricciardi)









Samantha Cristoforetti, Diario di un'apprendista astronauta, La Nave di Teseo, 2018 [ * ]



IL SEGRETO DEL FARAONE NERO
post pubblicato in Buticchi, Marco, il 5 aprile 2019
 

Ho avuto come regalo di Natale questo splendido libro, che mi ha fatto conoscere un nuovo autore dei generi che preferisco: avventura e noir. 
La lettura mi ha poi dato da pensare: chi è quest’autore? Qualcuno dice di lui che è il Wilbur Smith italiano: ho letto molti libri dell’autore sudafricano e – per quanto alcuni tratti del modo di scrivere di Buticchi possano rammentarlo – sono di tutt’altro avviso: si tratta di un narratore diverso.
Questo romanzo è concepito con grande originalità: mio figlio, autore del dono, dice che il libro è un romanzo storico. In realtà, la storia fa soltanto da contraltare ad una vicenda non soltanto originale, ma anche estremamente attuale. 
La storia è quella di una famiglia di banchieri, e parte dal 1760 per arrivare ai nostri giorni. Prima di dire la mia sul romanzo, mi si lasci spendere qualche parola su un altro aspetto che sottolinea ancor più l’originalità dell’autore: l’organizzazione del libro. Questo è diviso in tre brevi capitoletti (Antefatto e Prologo, all’inizio, e una Nota dell’Autore alla fine); ci sono poi cinque parti, quattro dette Libri e l’ultima detta Epilogo. Ciascuna parte è poi suddivisa in capitoli; all’inizio di ciascun capitolo una breve premessa fa da sintesi, seguita quasi sempre da luogo e data dei fatti che sono narrati. Le parti hanno i titoli: Le origini (1760–1770), L’ascesa (1798-1825)La follia (1935–1944), I segugi (1970-2018), titoli riferiti ovviamente alle attività della famiglia di banchieri ebrei, di cui il libro è – molto soggettivamente – una specie di saga. Entro subito nei particolari.
Le origini (1760–1770) ha inizio con la storia di Hersch Schmidl (che più tardi cambierà il suo cognome, impronunciabile, in Goldmeiner), di Thomas Carroll e della nave Royal George. L’intero libro, che in sette capitoli copre dieci anni di storia, spazia da Hannover a tutta l’Europa, per concludersi con la fuga di Carroll e del suo amico Richard dalle parti di Boston, mentre la fidanzata di Carroll, Elizabeth, sorella di Richard, viene fatta prigioniera a Boston.
L’ascesa (1798-1825), secondo libro, continua la storia quasi trent’anni dopo. Protagonisti i francesi, in particolare le truppe di Bonaparte dirette in Egitto; al seguito di queste truppe un gruppo di scienziati, tra i quali l’archeologo Claude de Duras. La famiglia Goldmeiner, rappresentata da Robert, figlio di Hersch, intende avvalersi dei suoi privilegi, finanziando entrambi i contendenti della guerra tra Francia e Inghilterra. E Robert giunge in Egitto per lucrare sulle eventuali scoperte archeologiche dei francesi in loco ad opera di de Duras, ed accrescere così le sue finanze e il suo potere. Il libro è il più corto dei quattro.
La follia (1935–1944), terzo libro, avanza nel tempo di più di un secolo. Siamo in pieno nazismo in Germania e abbiamo ancora i Goldmeiner, cioè Joseph, che stabilisce un rapporto con due personaggi dell’entourage di Hitler, il generale Braumer e l’esperto economico Oswald Pohl. L’intreccio è reso più complesso dalla presenza di due donne, Rena Lorch e la sua compagna di scuola Malka Orly. Le ragazze sono entrambe ebree: Rena a contatto con un professore che le procura un lavoro come spia degli inglesi, e Malka, che per salvarsi, in periodo di caccia all’ebreo, assume un altro nome, Agnes Friede, e diventa la moglie del generale Braumer e, contemporaneamente l’amante di Goldmeiner, di cui rimane incinta. Il generale, che è sterile, scopre la tresca, per ammissione della stessa Agnes, e prova a colpire la sua amante, che invece riesce ad ucciderlo. La sua compagna Rena, scoperta nel lavoro di spia, viene internata a Birkenau, mentre il prof. Grosse, anch’egli scoperto, preferisce morire anziché tradire le sue “creature”. Il libro è più grosso del primo, anche se con lo stesso numero di capitoli. A mio avviso è la parte più corposa della storia.
I segugi (1970-2018), quarto libro, si svolge nel nostro tempo. Protagonisti, ancora un Goldmeiner, Samuel, figlio di Joseph, che ha a che fare con automobili da corsa e in questa veste elimina uno dei suoi avversari più forti, con l’aiuto di Rolff, un nazista che suo padre ha voluto come suo protettore. Contraltare di Samuel è Ashley Breil, israeliano, membro del Mossad, il servizio segreto. Viene chiamato a Budapest, per organizzare la locale sezione e, appassionato di fotografia, si imbatte in una macchina particolare, una Leica Luxus. La compra per poco, la porta a casa e scopre che contiene una pellicola. Si affretta a svilupparla e ci trova immagini di un luogo egiziano, riprese da disegni antichi; su uno di questi è il nome Goldmeiner (la macchina è appartenuta ad Agnes Friede). Scrive alla famiglia, e la lettera, ricevuta da Joseph, è portata a conoscenza di suo figlio Samuel, andato a trovarlo dopo aver vinto il campionato automobilistico cui teneva. Samuel si impegna a trovare Breil e sistemare, a modo suo, la cosa. Ashley Breil e sua moglie, dopo aver incontrato Samuel, di ritorno da una festa, muoiono in un incidente d’auto. Il figlio di Ashley, Oswald (già nominato nel Prologo), è affidato alle cure del sergente Bernstein, il quale sta indagando sulla morte del padre e scopre che di certo dietro ci sono i Goldmeiner. Ometto le vicende successive:  ho già abusato della pazienza di chi sta leggendo questa storia.
Sono giunto all’Epilogo, che – come ho detto – è anch’esso un libro. Prima, alcune considerazioni sulla storia raccontata fin qui. Quanto ho detto all’inizio mi sembra più che evidente dalle descrizioni dei quattro libri, che formano il corpo del romanzo. Da una parte l’intera dinastia dei Goldmeiner che opera nell’arco di tempo di centocinquant’anni. Dall’altra parte tutte le situazioni e i personaggi di cui parla il romanzo, in parte collusi con i banchieri, in altra parte, più consistente, che combattono lo strapotere finanziario della casata. E il romanzo si articola così nei libri descritti, di cui ho omesso buona parte, perché sarebbe apparsa come sintesi e basta.  
Contrariamente alle difficoltà descrittive, il romanzo è agevole. Buticchi, l’autore, non è certo alle prime armi: dal 1997 ha pubblicato, oltre questa, ben dodici opere. Vorrei concludere questa recensione senza parlare dell’Epilogo (quinta parte, meno corposa ma più complessa), perché sciuperei le sorprese ai lettori. Chi leggerà dovrà certo munirsi di pazienza per tornare più volte a ricontrollare quanto già letto, visto che la mole del romanzo e il numero dei personaggi non consentono di tenere sempre a mente i fatti accaduti.
Non vorrei aver esagerato i toni e creato in chi legge una certa avversione: il libro, come ho detto è di lettura assai piacevole e decisamente accessibile a chiunque. La parte di cui ho omesso la descrizione, l’Epilogo (cinque capitoli), è forse la più appassionante: i primi quattro capitoli sono gli epiloghi dei quattro libri, e l’ultimo capitolo è l’epilogo vero del libro, e di tutte le sue vicende. Nonostante la mole, mi sento di consigliarlo a tutti.


(Lavinio Ricciardi)








Marco Buticchi, Il segreto del faraone nero, Longanesi, 2018 [ * ]



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DAGLI SPAZI SIDERALI
post pubblicato in Mezzone, Beatrice, il 1 aprile 2019

Questa antologia poetica è davvero splendida, per svariati motivi. L’autrice, che insegna Italiano in una scuola primaria, e si è occupata di didattica della lingua con il testo “Esplorare l’italiano”, considera la poesia una ragione di vita. E’ presente con tre opere nella "Enciclopedia di Poesia Contemporanea (vol. V)" del Premio Mario Luzi [ * ]
Queste le premesse, cui si aggiunge l’opera prima "Profilo" (Centro Studi Tindari Patti, 2009). Ma la lettura dell’opera riserva ben altre sorprese.
"Dagli spazi siderali" si avvale dell'autorevole prefazione di Gianni Maritati, che ne loda la franchezza. Ma – a mio avviso – nell’opera c’è davvero molto di più: cercherò di spiegarlo, sperando di riuscirci.
Debbo premettere – come feci già a proposito delle opere poetiche di Luciana Raggi – che non mi occupo particolarmente di poesia, e che è stato solo l’interessamento di Luciana Raggi, che ha voluto – durante un reading poetico in una delle biblioteche romane – che io leggessi due poesie mie, tra le poche a non essere dedicate ai miei amori platonici e intensi, una dedicata a mio padre, l’altra al sogno in quanto tale, a spingermi in questa direzione. Questo ad evitare fraintendimenti.
Il libro di cui sto parlando mi è capitato tra le mani, alla vigilia della sua presentazione, alla quale non ho potuto assistere. Ma, la sera stessa che ho preso il libro, l’ho divorato d’un fiato. E cerco di spiegarne il perché.
Brevemente, lo descrivo al lettore. Con riferimento ai temi e forse alle ispirazioni delle poesie, l’opera è divisa in quattro parti, intitolate rispettivamente: “Aria”, “Acqua”, “Terra” e “Fuoco”. “Aria” contiene 16 liriche, “Acqua” 14, “Terra” 18 e “Fuoco” 22, per un totale di 70. Sono tutte lunghe una pagina, e piuttosto brevi dal punto di vista del numero dei versi. Le liriche sono di comunicazione immediata: ciascun lettore ne avrà subito quest’impressione.
A parte l’immediatezza, per me poco comune nelle opere poetiche in genere che ho lette, le liriche hanno un’altra stupenda caratteristica, che denota la disposizione dell’autrice: sono dirette, vanno subito “al sodo”, se così posso dire. I versi sono soltanto una modalità di espressione, non l’essenziale, anche se da ciascuna lirica traspare il lavoro che l’autrice ha fatto per comporla. L’essenziale è invece l’enorme quantità di contenuto che è in quelle poche parole. E questo vale per ogni lirica. 
Proprio per questa ragione fondamentale, l’essere “poesia diretta, immediatamente percepibile”, le liriche di Beatrice Mezzone si fanno leggere, divorare letteralmente. È lo scopo di questo libro, credo; purtroppo non conosco le altre opere di questa splendida autrice. 
Qua e là compare anche qualche raffinatissimo ermetismo, come la lirica a pag. 17 in cui ciascun verso è fatto solo di una parola. Ve la trascrivo:

Oasi
Rarefatta
I
Zona
Zero:
Orizzonte
Nuvola
Tempo 
Eternità                   

Come evidenziano le iniziali in grassetto di ciascuna parola, leggendole verticalmente si ha la parola “Orizzonte”, ovviamente il titolo della lirica.  Ma provate a leggerla, non solo ad osservarne l’eleganza: e a ciascun lettore comparirà davanti il proprio orizzonte, così magicamente descritto.
Come ho detto prima, non entro nel merito di un giudizio, più o meno critico, perché non mi sento all’altezza di poterlo fare. Ho comunicato qui le impressioni che ho avuto del libro, e in particolare, l’ansia, appena letta e assaporata una lirica, di leggere e scoprire la successiva. Ne segnalo alcune, a mio avviso degne di rilettura ed attenzione: in “Aria”, oltre a ORIZZONTE, Novae, Per aspera ad astra, I gatti lo sanno, Volere volare, Ho visto la fine dell’estate; in “Acqua”, Berliner Angel, Il fiume e il mare, Neve a Roma; in “Terra”, Raccogliendo i figli, Roma, Solitario, Gennaio, Volta pagina, Piccolo fiore; in “Fuoco”, Addio, T’ESSERE, Viva, Nude verità, Il tuo male, Rimpianto. Ma il mio “giudizio” ha il peccato di essere soggettivo, e come tale lo riporto: le liriche sono tutte bellissime e di magica lettura.
Per questi motivi, a mio avviso, "Dagli spazi siderali" merita di essere segnalato alla lettura di tutti, indistintamente.


(Lavinio Ricciardi)








Beatrice Mezzone, Dagli spazi siderali, Edizioni Progetto Cultura, 2018 [ * ]



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FRANZ O DELL'ANIMA RITROVATA
post pubblicato in Cavara, Pietro, il 28 marzo 2019
 

L'atopia e l'acronia da cui proviene ed in cui è immerso come in un liquido amniotico il protagonista cinico e arruffone di questo libro sono sviscerati suo malgrado fin dall'esordio, quando si trova non si sa come e non si sa quando in un luogo che gli appare moderno: "Tra Gabetti e... non so. Arrivi a una porta vetrata di un basso complesso. L'apri e sali su, all'unico grande piano. Sì, tra Gabetti e... Gabetti: modernità dell'arredare". Gabetti è una società che si occupa di intermediazione immobiliare e cosa c'entra con l'arredamento? Anche lo slogan "modernità dell'arredare" appare desueto (quando "moderno" era sinonimo di "attuale" o "contemporaneo"). Oggi la "modernità" è una categoria storica e dire che qualcosa è "moderno" è come dire che è passatista, protonovecentesco. Il protagonista è quindi spaesato, confonde un'azienda immobiliare con un'azienda di arredamento, gli viene spontaneo uno slogan pubblicitario vecchio di un'altra epoca storica. Ma proprio per questo il protagonista nel suo spaesamento è e si sente irresponsabile, non potendo impedirsi di essere atopico e acronico. "Tra Gabetti e... Gabetti", sembra essere la sua una ricaduta esausta su sè stesso in un vano tentativo di fuoriuscire all'aperto.
Continua la descrizione dell'ambiente che adesso diviene postmoderno ("postmoderno, monotonia dell'arredare"), con corridoi a destra e a manca, bassi soffitti e luce artificiale. La sciatteria e l'irresponsabilità del personaggio ad un certo punto appare esplicita in una frase rivelatrice: "Luogo nascosto, proibito, di che si ciancia neppur io so" (continuano le forme desuete: cianciare, neppur, in un refrain passatista che consola chi lo ripensa tra sè e sè, confermandolo). 
Il protagonista entra in una delle stanze che si affacciano sui corridoi. "Busso, entro, mi faccio largo. A una tavola rotonda: struttura e arredamento dell'ingresso, ma l'ambiente è più largo, da seduta". Dentro c'è Caienni, "barbuto, gli occhialini, capelli bianchi alla rinfusa, una vocetta arrugginita in un fisico adulto". Perchè precisare che la vocetta arrugginita è in un fisico adulto? Sembra ovvio, sarebbe stato da precisare se fosse appartenuta ad un fisico da bambino o da adolescente. Si conferma l'incertezza del protagonista con la categoria tempo e il suo spaesamento di fondo.
Scopriamo che Caienni parla ai presenti ("un gruppo di donnette" e "il mio compare") di metodo. L'importanza di quanto sta avvenendo spinge il nostro protagonista ad una perorazione, addirittura rivolta all'homo faber, all'uomo protagonista dell'attuale epoca della civilizzazione: "Homo faber, che altro cerchi? Ascolta la fredda vocetta adulta di un saggio parlatore". Ma perchè precisare "adulta"? Poteva forse il "saggio parlatore" essere un bambino? Non è che la precisazione serva a distinguere la voce di Caienni da sè medesimo, che non è "adulto" ma nemmeno bambino o adolescente, semplicemente elusivo di qualsiasi dimensione cronologica?
Il metodo di Caienni è in realtà un antimetodo, è la implosione/esplosione di tutti i metodi: "Agire in base a un metodo. Lo penso, lo faccio mio, sperimento... tra Gabetti e Gabetti, tra un fare e l'altro, un razzo di dietro ben piazzato, la volontà è ferma, la posizione anche. Esplodo, buco il cielo, sembra finita, grazie. Insegnamenti per donnette". Torna il lapsus di Gabetti a contestualizzare l'esplosione del metodo. 
ll protagonista è poco più tardi in un'altra aula a colloquio con Faiani. Anche lui si occupa di metodo. Ma l'atmosfera è adesso più oscura, complottistica quasi. Nell'aula c'è un grande schermo. "Sullo schermo comparvero immagini rigate, frammenti di marciapiedi, cieli grigi, viavai di persone indistinte. Poi... apparve tutto più chiaro: una grande piazza, l'affastellamento da un lato di edifici omologhi, incastonati da lamiere, tribunali... Osservavo omuncoli dagli sguardi grevi stringersi nei paltò, giudici fascisti, alti, spavaldi, dai sorrisi atrofizzati. E nel dileguarsi apparvero composti di tenebra, sporcizia. "Che ne diresti di un bel repulisti?", soggiunse Faiani, ponendosi per profilo. "Penso che sarebbe una cosa giusta". Un'affermazione fatta senza remore. Come dire... "sono con voi"". Il metodo sembra adesso preludere ad una futura operatività politica. E tuttavia una volta uscito dal Centro (è il luogo tra Gabetti e Gabetti) il protagonista sembra essere ripreso dalla previsione dell'esplosione del metodo: "dall'altra parte... corsie di macchine, alberi ingrigiti in primo piano. Sembrava tutto provvisorio, e all'improvviso forse... sarebbe finito. Ma quando? Ma come? Per volontà altrui, per decisione dell'istituto". E' Caienni a decidere se e quando far esplodere il metodo.
Gli sembra di vedere Caienni in un bar ma non è lui. E' uno molto più giovane. Del resto non è possibile, non è una persona comune Caienni, non può stare in un bar. "Neppure io... dal momento che dovrei stare altrove", pensa il protagonista che si sente associato ai destini esoterici del Centro. Ma è subito assalito da una resipiscenza. "Cosa ne so di Caienni? Cosa ne so di questo posto?".
Il protagonista alloggia in una palazzina liberty adiacente al Centro, una sorta di residence. Salito nella sua stanza, prima di addormentarsi gli scorrono davanti ancora le immagini del Centro. Scopriamo così che ha una lunga consuetudine con quel posto se può fare tra sè e sè nel dormiveglia un'osservazione del tipo "da quando gli idraulici se ne sono andati al Centro si sta meglio: meno chiasso, meno gente... meno ladri". Ripensa a Faiani che s'intuisce essere l'unica persona con cui sia in sintonia. Condivide le sue idee sul metodo, differenti da quelle di Caienni. "Non serve che il metodo sia forte. Se va preso con elasticità vuol dire che non è poi così importante, che la soluzione non sta nel metodo o nell'antimetodo... sta al di fuori del metodo".
La mattina dopo è al Centro. Fa freddo solo nel Centro ("Fa freddo per il Centro"). C'è un nuovo personaggio che si aggira per i corridoi: Cesco Laghetti, il principale referente informativo del Centro, "un illuso". Tra una svolta e l'altra nei corridoi il protagonista continua a riflettere sul metodo, "Dio è nella Tecnica... non nel metodo che è pura razionalizzazione del pensiero". Ad un certo punto s'imbatte nel portiere del Centro. Il protagonista rimane sorpreso, il portiere acquista una statura quasi alla pari con gli altri protagonisti del Centro, se non altro è quasi un'esemplificazione vivente delle teorie sul metodo. "Volto lo sguardo e mi appare il portiere in guardiola. Alto, scontroso, un che di barba: un tecnico in pullover prestato ad altra mansione... all'altezza dello svincolo tra destra e sinistra, tra un troncone e l'altro del Centro. Dà poche informazioni, non ti guarda neppure... si sente un dio! Quì i tecnici sono molto richiesti. Anche un portiere è necessario sia un tecnico. Centinaia di richieste ogni giorno... lo vogliono tutti. I tecnici dovrebbero vestire tutti allo stesso modo, dovrebbero distinguersi. E' un provvedimento che non è stato mai attuato, chissà... disguidi momentanei. Eppure la loro attività non è qualunque... neppure quella di un portiere alto, saccente, frustrato. Homo faber, homo deus".  
Ormai il protagonista tra le sue riflessioni solitarie sul metodo ("La metodica: un'arte che non serve più a nulla") e la paranoia sui tecnici ("Caienni accompagna Laghetti di fuori. Lo vedo fare cenno a qualcuno, un uomo in tuta, un tecnico portiere o...") si sente di affrontare Caienni. Il profeta del metodo non deflette a nessuna obiezione. "Non c'è altro che il metodo". Occorre "una metodologia che si ponga all'origine dell'osservazione delle azioni su basi deduttive".
I corridoi sono affollati. Il nostro protagonista vi si aggira con le solite domande in testa. "Mi chiedo quà dentro: siamo un insieme o un aggregato? Un aggregato di parti. Come si conviene, come si vuole che sia... il metodo. Direi che in apparenza potrebbe anche andare, ma solo l'insieme chiarisce perchè siamo tutti quì", "Essere parte di qualcosa. Ma se ci si dissocia... cosa rimane di sè? Cosa rimane del resto?".
Faiani non crede nel metodo, sostiene che non serve all'operatività. Pone un problema: dieci studenti del primo anno sono un aggregato o un insieme? Se virtualmente se ne uccidono sei c'è ancora l'insieme di prima? No, dice Faiani, e da questo esperimento mentale ricava l'inutilità del metodo a favore del mero fare. Per Caienni, invece, la parte è sempre parte di un insieme. "Qualcosa di decurtato dovrebbe comprendere ciò che non è più. Il rimanente tangibile più qualcosa che non si vede".
Il nostro protagonista si profonde a questo punto in una filippica antimetodica contro la metodologia carceraria.  
Il gruppo di ricerca va a cena. Condizione posta da Caienni è che non vi si parli del metodo. D'altra parte Caienni è solo capace di parlare di metodo e quindi si tace. Unico diversivo della serata la poesia recitata dal compare del protagonista che non interessa nessuno.
Rientrato nel residence il protagonista continua a ragionare sul metodo. Il portiere del Centro è parte o è insieme nel senso che senza di lui l'insieme non ci sarebbe più? Se, ad esempio, volesse impedire al protagonista di entrare al Centro lo si potrebbe scansare come una parte ininfluente o invece avrebbe un potere di interdizione in quanto espressione dell'insieme? La soluzione di Faiani in favore del primato dell'operatività lascia ora in dubbio il nostro eroe che si rifugia in una sorta di scetticismo, di astensione dal pensiero. "L'elasticità del metodo! che vale a dire che il metodo poi non conta, perchè di un insieme così complesso, così non tutto visto! non è lecito argomentare. Anzi è giusto dubitare... ".
Ma poi la questione del metodo ha una rilevanza estrema per la vita del nostro protagonista. Lui è parte integrante o accidentale del Centro? il Centro è un aggregato o un insieme? Comincia a nutrire sempre più dei dubbi. "Se non ci fossi sarebbe uguale o al più... un risibile imprevisto. Davvero nient'altro".
A fronte dell'immagine di Faiani impegnato in un ascetico esercizio yoga, il protagonista comincia a porsi la domanda se non sia il caso di fuoriuscire dal Centro. "Prendi e vai. Ma per dove? e pensare che uscendo sarei accolto dal lungo strada in discesa verso il tunnel, gli alberi anneriti", "Quì sei sempre dentro. [...] concedersi un rilassamento: di là o di quà, dentro o fuori... è del tutto indifferente. E l'anima... non c'è più".
Alla fine il protagonista stretto tra controversie che non riesce a decodificare, sospeso in un'impasse teorica fuoriesce in un empito vulcanico di distruzione. Il metodo può servire per uccidere virtualmente dal Centro, più simile alla ridotta di un cecchino, individui codificati, "maledetti parvenu di un'epoca idiota e criminale... ". E anche Caienni si dispone a passare all'operatività distruttiva pura e semplice, girando attorno all'edificio del Centro con un piccone in mano. Nella stanza dei bottoni, nella ridotta del cecchino virtuale si è ora assiso Faiani. "Se vuoi dar sfogo ai risentimenti, se vuoi indicare persone da eliminare in modo silenzioso, professionale, nascosto, è a Faiani che devi rivolgerti. Indicane quanti ne vuoi... ".
Nell'orgia finale di distruzione si affaccia una catartica visione apocalittica. "Precipitare dalla soglia di un vulcano, giù... dove il fuoco dissolve, dove è facile smaltire chi è stato scelto per essere eliminato. Girare per dimenticare, oppure... girare per credere. Sempre più forte, più veloce. Girare per vivere". Ma girare è inteso in senso cinematografico? Già perchè si ha l'impressione che quello finora visto non sia altro che un set cinematografico e che dietro lo squarcio del fondale di scena ci siano poi gli altri, le donne, i giovani, che al di quà diventano le donnette, i pivelli. E anche l'usciere, normalmente nell'organigramma di qualunque ente al gradino più basso della scala gerarchica, diventa quì detentore di un immenso potere di interdizione, e soprattutto è un "tecnico" travestito da usciere. Un tecnico, dunque il depositario di un sapere negativo, che con giusto contrappasso è condannato ad una funzione servile. 


(Carlo Verducci)







Pietro Cavara, Franz o dell'anima ritrovata, Aracne, 2010 [ * ]


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L'ESTATE DEL '78
post pubblicato in Alajmo, Roberto, il 9 novembre 2018
 

Un libro molto “speciale”, che qualcuno ha definito “un libro sulla morte”: dopo averlo letto, non la vedo proprio così. Provo a spiegare perché.
L’autore, un palermitano, ha voluto corredare il libro con una serie di fotografie, tratte dall’album di famiglia. Ed ha iniziato con la copertina, dove la foto lo ritrae assieme a sua madre e mostra entrambi i soggetti molto felici,
Anche all’inizio del libro: l’autore parla del suo esame di maturità, della preparazione che richiedeva e dell’incontro con sua madre proprio mentre, con alcuni compagni, cercavano di evadere dal faticoso onere dello studio andando a prendere un gelato. Non voglio anticipare niente, ma il tono dell’esordio di questo libro è tutt’altro che un anticipo di… morte. Però l’autore dice subito che l’incontro fatto rappresentava una sorta di addio da parte di sua madre.
Per chi lo ha letto, il libro rappresenta una specie di “fotografia” letteraria di un certo periodo nella vita dell’autore, periodo che dà il nome al titolo del libro stesso. Anche se l’episodio che ho citato, e che dà il là a tutta la narrazione, pone l’accento su ciò che l’intero libro vuole sottolineare: il rapporto con i propri genitori, che poi diventa il rapporto con il proprio figlio. 
Fino a metà lettura (ho letto il libro in quattro giorni) sono stato incerto sul giudizio che come lettore volevo dare del libro. Sono stato subito affascinato dal modo di scrivere dell’autore, molto accattivante sì, ma anche pieno di un recondito e misterioso fine: come considerarlo, romanzo autobiografico, o saggio sui sentimenti? E in queste brevi impressioni, evito di scendere troppo nello specifico del libro. 
Il libro, come per incanto, proietta il lettore nella vita dell’autore, che – muovendo dal rapporto con i genitori, e paragonandolo a quello tra lui e suo figlio Arturo – ci fa sapere quali siano i suoi pensieri, mentre la sua vita scorre. L’analisi dell’intero libro è unicamente questo: un lungo raccontarsi, prendendo le mosse dalla vita dei suoi genitori. Dal fatto che – ad un certo punto – Vittorio ed Elena (questi i loro nomi) si dividono, e i figli (l’autore, Roberto, ha un fratello  minore, Marcello) rimangono con il padre. 
Del rapporto coi genitori, l’autore privilegia senz’altro quello con la madre. E mentre all’inizio ci sono molti riferimenti al padre e alla conclusione della sua vita, più avanti, nel parlare della madre, riporta anche una parte – quella felice – del loro rapporto di coppia.
Mi sembra di aver detto molto della storia. Come giudizio finale, a parte lo stile di scrittura, non ho trovato questo libro eccezionale. 



(Lavinio Ricciardi)








Roberto Alajmo, L'estate del '78, Sellerio, 2018 [ * ]
   


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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 9/11/2018 alle 11:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
IL LIBRO DEI FULMINI
post pubblicato in Trevisani, Matteo, il 7 novembre 2018

Un libro strano e straordinario, questo, al confine tra realtà ed esoterismo, che racconta una storia incredibile, eppur vera. Una storia che muove da molto lontano, dai tempi dell’antica Roma.
Per me, non addentro alle cose esoteriche, non era una lettura facile: invece, lo stile dell’autore e la scorrevolezza della storia, hanno  reso la lettura agevole e semplice. Il libro dei Fulmini è opera prima.
Non intendo raccontare la storia: persone più capaci e competenti di me, in materia, l’avranno fatto e continueranno a farlo; voglio solo dare qui le mie impressioni come semplice lettore, lettore di un libro che – pur nella realtà storica – attinge a fonti di cui sono ignaro ed ignorante a un tempo. Sono stato attratto a leggerlo dal titolo, e dall’argomento, che mi coinvolge come cultore della materia che ne tratta, la Fisica.  
Debbo dire che – una volta entrato nell’argomento – il libro non mi ha deluso,  come pensavo appena percepito quale ne fosse il tema. L’origine della storia è un’antica usanza dei Romani, nostri progenitori, che temevano i fulmini più di noi, considerandoli una manifestazione di un certo dio, Summano, e che si affrettavano a seppellire tutto quanto il fulmine avesse colpito, apponendo sopra la “tomba del fulmine” una sigla, "F.C.S.", che in breve voleva dire “Qui è stato sepolto un fulmine di Summano”. 
Una cosa che merita di essere menzionata è il fatto che i Romani temevano i fulmini, perché – a loro avviso – essi aprivano una comunicazione con il mondo dei morti. E questo concetto è la chiave di lettura dell’intero romanzo. L’autore è uno studioso di storia delle religioni, e scrive sulla rivista “Nuovi Argomenti”. E proprio muovendo dalla manifestazione (il fulmine) del dio Summano, cui è dedicato il terzo capitolo, l’autore muove il suo protagonista (omonimo, il che fa pensare ad un romanzo autobiografico, almeno nelle intenzioni). 
La storia appare come una ricerca che il protagonista compie – nei luoghi di Roma più vicini alle zone della Roma antica, ma anche altrove – per trovare questi “sepolcri dei fulmini” (contraddistinti dalla lapide con su la scritta "F.C.S.") e farne una mappa ragionata, consultabile. In questo Matteo, il protagonista, si fa aiutare da una persona che incontra per caso, Silvia, e che decide in un certo senso di aiutarlo. I due diventano amanti, e si impegnano in questa ricerca delle “tombe” dei fulmini.
Caratteristica dell’intera storia, che non voglio palesare oltre, è questa continua commistione della realtà dei vivi con il mondo dei morti, commistione che si va rendendo palese tramite molti accenni che la storia di Matteo, nel corso della sua ricerca, evidenzia. E i titoli dei capitoli ne sono testimonianza, perché permettono di continuo questo passaggio dalla realtà delle cose viventi (tra cui ha particolare significato il sesso, e i fatti sessuali, cosicché la relazione tra Matteo e Silvia non è solo un 
espediente cattura-lettori) a quella del mondo dei morti, evocato appunto da quanto si trova sotto le lapidi contrassegnate da “F.C.S.”.
In conclusione, torno a sottolineare la mia ignoranza in materia di esoterismo, cui fanno riferimento i numerosi accenni a questo rito di seppellimento dei fulmini, e proprio per questo non mi sento di dare un giudizio di merito sul libro. Però, come lettore, vorrei dire che il libro si presta a soddisfare molte curiosità inerenti a questa storia dei “fulmini”, e che il leggerlo è agevole e nient’affatto difficile per chiunque. 



(Lavinio Ricciardi)







Matteo Trevisani, Il libro dei fulmini, Atlantide, 2018






vedi quìquì e quì
 


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COME VOCI IN BALIA DEL VENTO
post pubblicato in Modica, Gisella, il 20 ottobre 2018
 

Il libro in questione è – a mio avviso – un piccolo capolavoro. Un libro scritto da una donna e dedicato “in nuce” a tutte le donne, specie a quelle che combattono nella loro vita. 
È essenzialmente un saggio storico, completamente al femminile, perché narra le vicende di donne siciliane alle prese con la conquista della terra negli anni immediatamente seguenti la costruzione dell’Italia repubblicana.
L’autrice, persona profondamente impegnata sia in letteratura (fa parte della Società Italiana delle Letterate), sia nell’UDI di Palermo, con questo libro ha reso omaggio alle lotte per la conquista della terra, condotte dalle donne del territorio palermitano. 
Il libro, molto ben organizzato, ha una prefazione di Maria Concetta Sala, che racconta molto bene sia la struttura del libro, sia il tormento dell’autrice nel descrivere una vicenda autobiografica fatta di “visioni e voci”.
La struttura del libro è articolata in sette parti, di cui prima, seconda, quarta, quinta e sesta sono autobiografiche; la sostanza del libro – però – è costituita dalla terza (Il Viaggio) e dalla settima (Falce, martello e Cuore di Gesù), che narrano, la prima le visioni, e la seconda le voci di cui si parla anche nella prefazione.
Accenno brevemente all’intera storia. L’autrice racconta nella prima parte (Nascita) la nascita della sua bambina, che però lei – presa dai suoi impegni politico-letterari, lascia con la nonna, la quale la critica proprio per questo suo non essere madre. Nella seconda parte l’autrice parla di sé e di quello che la interessa – politica, sostanzialmente, dalla parte delle donne –, discorso che continua nella quinta e sesta parte. Nella quarta parte, la morte di sua madre interrompe le sue “visioni”, oggetto della terza parte (Il viaggio). Questo lo schema organico del libro, concluso dalla settima parte (Falce, martello e Cuore di Gesù) ove sono invece le “voci”.
In dettaglio, cosa sono visioni e voci?  La parte delle visioni, descrive organicamente, attraverso un viaggio per i paesi della provincia palermitana (Piana degli Albanesi, Bisacquino, Valledolmo, Castellana), e in un arco di tempo che va da aprile a dicembre, gli incontri ideali che l’autrice fa con le protagoniste delle lotte per la terra, e – incontrandole idealmente – ne tratteggia i caratteri e le rispettive caratteristiche di lotta. Va da sé che tutte queste persone sono inserite nella lotta che i comunisti intrapresero per il diritto dei contadini di possedere le loro terre e di poterle coltivare, cosa che i padroni dell’epoca non accettavano. E proprio la descrizione di luoghi e persone dà a questa parte il carattere di visioni: l’autrice, con la sua immaginazione, “vede” le persone che descrive (Rosaria, Santina, Maria, e le altre).
La parte più bella del libro, che diventa non più storia fatta attraverso l’immaginazione dell’autrice, ma vita vissuta, è quella descritta nell’ultima parte. Qui le persone incontrate nei vari paesi, di cui alla terza parte, si identificano con le loro voci. Il curioso titolo della parte è dovuto al fatto che – nonostante i dirigenti comunisti non volessero – nelle marce alla conquista della terra, assieme alle bandiere rosse con falce e martello, venivano portati anche i labari di Chiesa con il cuore di Gesù. Questa, delle voci, è la parte più bella e più ricca di immagini. Le voci delle persone “viste” nella terza parte, qui hanno concretezza, divengono reali: proprio in questo, a mio avviso è la bravura dell’autrice. 
A mio giudizio, il libro – ancorché saggio storico – è ben realizzato, e l’autrice ha la bravura di passare dai temi autobiografici (nascita della figlia, morte della madre) – da lei considerati di scarsa importanza – ai temi della militanza politica, fatta però vivere attraverso le “imprese” delle voci di donne che – proprio per la descrizione del loro agire – sono vere interpreti della lotta delle contadine siciliane per la conquista delle terre. 
Il libro si legge molto piacevolmente; pur trattando tematiche a carattere politico, il fatto di farle rivivere attraverso le “voci” delle donne protagoniste lo rende delizioso e avvincente come un libro di avventure. Inoltre si percepisce bene il sentimento dell’autrice, che – dalla nascita della figlia, considerata una sventura – si trasforma nel descrivere la perdita della madre, ed appare degno della migliore tradizione sentimentale siciliana. 
Una nota di colore la portano le battute in dialetto, quasi sempre tradotte in italiano. Per chi – come me – conosce tale dialetto, il colore delle battute è ancora più evidente. Quasi sempre si tratta delle voci delle contadine, presenti sia nell’ultima parte, sia nella terza parte, quella delle visioni.
Ne consiglio la lettura a tutti: non è il caso di considerare questo libro ostico per l’argomento che tratta, proprio perché l’autrice lo ha reso accessibile a tutti i lettori. Spero che ottenga un buon piazzamento nella classifica del premio Biblioteche.



(Lavinio Ricciardi)










Gisella Modica, Come voci in balia del vento, Iacobelli, 2017 [ * ]
 


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QUESTA SERA E' GIA' DOMANI
post pubblicato in Levi, Lia, il 28 settembre 2018
 

Un libro che ha la leggerezza di una piuma, nel raccontare vicende che leggere non sono state. Rispetto a tanti libri che parlano ed hanno parlato della Shoah, questo lo fa come se raccontasse le vicende quotidiane di una famiglia.  
Perché tali appaiono le vicende narrate. Vicende quotidiane, vissute dalla famiglia di Emilia e Marc, di Wanda ed Osvaldo, loro cognati (Wanda ed Emilia sorelle, entrambe figlie di Luigi, il “nonno”), residenti a Genova. E del figlio di Marc ed Emilia, Alessandro. 
Non voglio raccontare la storia  che il libro narra, ma fare soltanto qualche commento. Il libro della Levi è soprattutto un esempio di come si possa descrivere così magistralmente la vita di una famiglia di ebrei negli anni trenta, in Italia. Una famiglia che non aveva avuto grandi problemi fino al 1938, anno dell’entrata in vigore delle vergognose “leggi razziali”. Condivido pienamente il commento che Furio Colombo ha fatto durante la presentazione, alla presenza del’autrice. Colombo ha detto che si sarebbe aspettato dagli italiani una netta presa di posizione contro quelle leggi, cosa che non è avvenuta. 
La storia appassiona, soprattutto dopo la metà del libro, quando per la famiglia cominciano le peripezie di Marc, Emilia, Alessandro e di Osvaldo e Wanda, peripezie che hanno il loro apice e la loro conclusione nell’arrivo in Svizzera. Ma il merito del libro, secondo me, sta soprattutto nel modo in cui Marc ed Emilia vivono queste vicende, e ne fanno partecipe il figlio Alessandro. E ancor più, nelle prese di posizione di Alessandro, seppur giovane (nel ’38 ha sedici anni o poco più: il suo primo amore, Alma, è iniziato presto, a scuola. E il clima di famiglia di quegli anni, ‘30 – ’40, mi ha fatto rivivere il clima che c’era nella mia famiglia, non ebraica ma cattolica, ai tempi in cui avevo sei – sette anni (1943-1944). Sta proprio in questa delicatezza di toni con la quale la Levi descrive e racconta la vita di quell’epoca, la vera qualità di questo libro).
Spero che quanto ho detto possa rendere più agevole la lettura a quanti non l’hanno ancora letto. E lo raccomando di cuore a chiunque ami le storie di famiglia.



(Lavinio Ricciardi)







Lia Levi, Questa sera è già domani,. e/o, 2018 [ * ]
   


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LA CORSARA
post pubblicato in Petrignani, Sandra, il 24 luglio 2018
 

Questo libro, a detta dell’autrice scritto non per creare una biografia della scrittrice piemontese ma per darne un ritratto a tutto tondo, è un bellissimo esempio di quel che può essere un saggio critico.  E – a mio avviso – va al di là delle intenzioni dell’autrice, realizzando anche più di quanto intendesse. 
Nella mia gioventù ho amato molto gli scritti di Natalia Ginzburg, in particolare il suo “Lessico Famigliare”, forse il suo libro che ho letto con maggior attenzione. Ma era il periodo in cui studiavo, e la materia studiata non consentiva molte distrazioni. Così – a più di cinquant’anni da allora – non ricordo molto delle opere, neppure – proprio – di quel “Lessico famigliare” che ora ho citato. Ma quello che ricordo con lucidità era il modo di scrivere della Ginzburg, chiaro e semplice, che portava dritto al cuore di quello che l’autrice voleva dire.
Non penso che sia facile descrivere il libro della Petrignani a chi non l’ha ancora letto: debbo però convenire con l’autrice sul fatto che non viene raccontata la vita della Ginzburg, come in una biografia, piuttosto viene ampiamente descritto il tempo della Ginzburg e la vita culturale italiana di allora. Particolare attenzione per chi, come me, l’ha seguita, desta la descrizione della nascita delle edizioni Einaudi, e la figura di Giulio, fratello del presidente Luigi. Per Einaudi io avevo davvero una specie di “cotta”: in particolare, oltre alle opere della Ginzburg, ricordo molte delle opere più belle di Leonardo Sciascia. 
Non c’è parte di questo libro che non si legga volentieri. Ne emerge una figura maestra – quella, appunto, della Ginzburg corsara, protagonista indiscussa della scena letteraria del suo tempo – e i rapporti che Natalia ha avuto con Calvino, con Pavese e con Elsa Morante. Ma non solo. Appaiono a chiare tinte i pregi delle sue opere, e soprattutto l’importanza che la Ginzburg ha avuto nel panorama letterario. E' così che emergono le sue qualità di “direttrice letteraria” della Einaudi, in sostituzione di suo marito Leone, morto giovanissimo nel 1944, in carcere, appena sei anni dopo il matrimonio... E anche la sua conversione religiosa, da ebrea  – qual’era la sua famiglia (Giuseppe Levi, il padre, Lia Tanzi, la madre)  a cattolica, quando sposa (vedova di Leone Ginzburg) Gabriele Baldini.   
Il libro ripercorre per tappe la biografia della Ginzburg. Si tenga conto che la Ginzburg ha scritto, oltre che romanzi, poesie e opere teatrali. Di alcune di queste ha diretto la regia, con buon successo. Ed è proprio questa poliedricità ad emergere dal libro prezioso della Petrignani. La quale – come ho già detto all’inizio – riesce ad andare oltre quello che si era prefissa, e cioè a far emergere dal suo libro la figura a tutto tondo della Ginzburg, come donna e come letterata. 
Nel ritratto “vivente” che il libro ne dà, compaiono, oltre al suo essere letterata, anche le notevoli doti di organizzatrice: la casa editrice Einaudi, che prima della Ginzburg era affidata letterariamente a Cesare Pavese, col quale Natalia collabora a lungo, dopo la sua morte passa direttamente a lei, come direttrice editoriale. Il bellissimo rapporto con Giulio Einaudi è un altro dei caratteri della sua magnifica carriera letteraria. Agli esordi aveva lavorato per Einaudi non solo come scrittrice, ma come traduttrice di molti autori, tra cui Proust.  
E in molti altri aspetti la sua vita ha avuto a che fare con l’arte, in particolare la pittura, attraverso amicizie con pittori importanti, più o meno noti. Il libro testimonia in molte parti questo rapporto. E molti giudizi dei pittori da lei frequentati compaiono nel “Finale di Partita”, una grossa collezione di pareri sulla Ginzburg da parte di chi – come Sandra Petrignani – l’ha conosciuta. Anche il ritratto iniziale che la Petrignani ne dà nel primo capitolo è un modo brillante e originale di mettere il lettore di fronte alla personalità di Natalia. 
Ho dovuto leggere questo libro con molta fretta. E mi propongo presto di rileggerlo, per l’enorme impatto che ha avuto su quanto già conoscevo di Natalia Ginzburg, attraverso le sue opere lette in gioventù (oltre “Lessico famigliare”, ricordo di aver letto “Le piccole virtù”, e – forse – “Caro Michele”), e mi è venuta una gran voglia di avere la sua "Opera omnia" rappresentata da due “Meridiani”. Ne consiglio la lettura sia a chi conosce già la Ginzburg, sia a chi – ora giovane – forse non ne ha sentito neppure parlare: scoprirà che Natalia fa parte delle Italiane importanti, a tutti gli effetti. E grazie a Sandra Petrignani per l’opera paziente e precisa con la quale ha davvero dato un grosso contributo al riemergere della figura di Natalia.



(Lavinio Ricciardi)







Sandra Petrignani, La corsara, Neri Pozza, 2018 [ * ]
DI NIENTE E DI NESSUNO
post pubblicato in Levantino, Dario, il 20 luglio 2018
 

L'autore è nato nel 1986 ed è quindi assegnabile alla categoria "giovani" ma non giovanissimi. Si è nutrito di buoni studi ed è appassionato della sua terra d'origine, Palermo, dove ambienta la storia narrata nel libro. Più precisamente, nel quartiere Brancaccio di Palermo.
Il protagonista è un adolescente piuttosto difficile da immaginare, perchè, pur vivendo in una realtà estremamente degradata, scrive poesie, è un ottimo allievo di un liceo del centro, appassionato di epica così intensamente da trovare negli eroi e nelle storie della mitologia classica un modello da imitare e da utilizzare per interpretare la realtà che lo circonda. "Io non mi scanto di niente e di nessuno" diventa, da originario proclama dell'etica mafiosa, un suo modo di accostarsi alla grandiosità dei suoi amati antichi, tanto che se li immagina parlare in palermitano.
Ho trovato l'incipit del libro molto invitante ma, con il passare delle pagine, la zavorra troppo letteraria ha quasi soffocato la storia, che rimane comunque una magistrale descrizione di una condizione sociale legata al quartiere Brancaccio, mutata quasi in finzione, un po' come accade a quei poeti dialettali che in vernacolo esprimono concetti improbabili, tipo "la lama della mia zappa è più sottile della differenza tra il bene e il male".
Secondo me non giova alla storia l'essere narrata in prima persona perchè, se la sua descrizione e svolgimento fosse affidata ad un terzo, allora certi stilemi si giustificherebbero. Ma che il protagonista si esprima con espressioni dialettali e nello stesso tempo usi frasi tipo "Non le servono, le parole; riconosce in esse il carattere mimetico della realtà, l'inganno degli orditi che esse tramano... " mi pare incongruo, soprattutto confrontato alla prosa usata correntemente, capace di restituire in maniera molto efficace gli odori e i sapori della violenza. Per concludere, il libro è fatto di buona stoffa, da annoverarsi comunque tra le "opere prime", con tutte le ingenuità che spesso queste presentano.



(Linda Maria Figliozzzi)








Dario Levantino, Di niente e di nessuno, Fazi, 2018 [ * ]

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RESTO QUI'
post pubblicato in Balzano, Marco, il 20 luglio 2018
 

Un libro molto ricco di suggestioni e di immagini, che racconta una storia complessa, che si svolge tra gli anni Venti e Sessanta, comprendenti la seconda guerra mondiale e il fascismo mussoliniano. La scena è ambientata in due paesini della Val Venosta, Resia e Curon, che – dopo la guerra – furono interessati dai lavori di una grande diga. Oggi i vecchi paesi sono sepolti sotto le acque del lago formato dalla diga.
La guerra contro la diga e la resa sono raccontati nella terza parte del libro. La prima e la seconda parte sono invece la storia di una famiglia di Curon, raccontata dalla protagonista, Trina, voce narrante del libro e il racconto è come rivolto ad una persona, che più tardi si capisce essere sua figlia.
La prima parte - “Gli anni” -  è la storia di Trina a partire dall’adolescenza, dai trucchi per vedere l’unico uomo di cui è innamorata, Erich, mentre va a trovare suo padre. Trina racconta la sua storia, che è anche storia della sua gente (gli abitanti di Curon, che conosceva uno per uno), delle loro abitudini (lingua tedesca, difficoltà ad apprendere l’italiano) e delle imposizioni che il fascismo fece loro. Della sua conoscenza di Erich, osteggiata dalla madre ma vista di buon occhio dal padre. Delle sue uniche amiche, Maja e Barbara. 
La storia prosegue con lo studio con le amiche, la licenza magistrale presa a Bolzano, le catacombe, cioè l’insegnamento clandestino, nel frattempo anche una sera di carcere per Trina, scoperta a insegnare clandestinamente, tra l’altro lontana da Curon, a San Valentino. E l’inizio del parlare della diga, in paese... Il matrimonio con Erich, approvato dal padre. I figli: Michael, il primo, Marica, la seconda. L’arrivo a Curon della sorella di Erich, Anita, col marito. L’abitudine di lasciare Marica a casa di Anita. E l’inizio della fuga da Curon di molte famiglie, in maggior parte dirette in Germania. Tra queste la famiglia di Anita, che porta con se anche Marica, e la scoperta di questo da parte di Trina, che va al loro maso per riprendere Marica e lo trova sprangato e deserto.
Qui inizia la seconda parte, “Fuggire”. Cominciano presto tempi più duri. Erich viene spedito in Albania e Grecia, a combattere. Dalla guerra torna con una ferita alla gamba, e giura che non vuole più tornare a combattere. Inizia un nuovo problema, Michael – che aveva cominciato a lavorare nella bottega del nonno – aveva cominciato a simpatizzare per i nazisti, cosa che Erich disapprovava. Michael vuole diventare un soldato del Reich. ed ha continui contrasti col padre, violentemente antinazista; infine si arruola... Nel frattempo i tedeschi, vista la debacle del fascismo, ricominciano a prendere il controllo del territorio. Spaventati da un possibile nuovo arruolamento di Erich, Trina ed Erich fuggono in montagna, sopra Curon, percorrendo sentieri molto erti, difficili da trovare. Più di metà della seconda parte è la descrizione di questa fuga a due. Attraversano mille peripezie. A Trina, per salvare il marito, capita di uccidere due tedeschi. Poi trovano un maso, dove li aveva indirizzati padre Alfred, il parroco di Curon. Con altri fuggiaschi si rifugiano in un fienile quando sentono avvicinarsi i tedeschi. Il maso viene distrutto, e i suoi abitanti, con Trina ed Erich, vivono in questo fienile per tre mesi. E li vengono a sapere tutti che la guerra era finita.
A questo punto comincia la terza parte, “Acqua”. Il titolo riporta il pensiero alla diga. Infatti, dopo il loro rientro a Curon, per Trina ed Erich inizia una lotta ben più violenta, contro coloro che avevano deciso di costruire questa diga. Lotta che purtroppo li vede soggiacere ad un volere altrui. La ditta (Montecatini) che conduceva i lavori provvede a risarcire gli abitanti dei due paesi che saranno sommersi, Riese e Curon, con due tipi di indennizzo: soldi a chi va via e una nuova casa a chi resta. E così, con l’assistere alle barche che andavano e venivano sul lago, a visitare il campanile della chiesa che emergeva dal lago, si chiude il romanzo.
Dopo questa lunga cronaca, che – a mio avviso – dovrebbe dare l’idea di cosa sia perdere la propria identità di paesani di fronte alla protervia di chi ha deciso di far sparire i loro paesi, vorrei dire due parole sull’autore, che mi aveva molto colpito due o tre anni fa con il suo romanzo “L’ultimo arrivato”, vincitore del premio Campiello. Balzano, in chiusura racconta in una nota come tutte le vicende descritte sono state da lui riscontrate sui documenti relativi alla costruzione della diga. Il romanzo, a differenza de “L’ultimo arrivato”, risulta quindi ispirato a vicende reali. Pur se la prima e seconda parte – la storia della famiglia di Trina ed Erich – sono frutto della fantasia dell’autore, la vicenda centrale è proprio la costruzione della diga, che espropria due interi borghi della loro terra. Credo che proprio questo abbia voluto sottolineare Balzano: una vicenda che ferisce una intera popolazione. E proprio questo messaggio rende il libro molto interessante; la sua lettura, come nello stile di Balzano, è agevole e piacevole.




(Lavinio Ricciardi)









Marco Balzano, Resto quì, Einaudi, 2018 [ * ]

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L'ESTATE DEL '78
post pubblicato in Alajmo, Roberto, il 13 luglio 2018
 

A me questo libro è piaciuto molto, nonostante che il genere "autobiografia" - una passione ricorrente intorno ai sessant'anni - non sia un genere che mi appassioni molto. Faccio ovviamente le debite eccezioni, tra cui questo libro. Non ho letto Fai bei sogni ma, cinicamente, penso che certe situazioni possano indurre, attraverso il dolore che provocano, a uno stato di riflessione emotiva che, se supportato da una prosa adeguata, produce letteratura, o narrativa se preferite, sicuramente di rilievo. 
Mi stupisce che Alajmo partecipi al Premio Biblioteche di Roma: è siciliano, non è un giovane esordiente, lavora (o lavorava) a una TV o radio svizzera. Non per vantarmi, ma me lo disse lui quando andai a conoscerlo ad una conferenza al Palladium, spinta dal desiderio di incontrare l'autore di libri che avevo letto con molto e sorpreso piacere. Rispetto ai testi precedenti, nel narrare la sua storia, o indagine come la chiama lui, vedo che si è emotivamente ammorbidito. Non è più tagliente e sarcastico come lo ricordavo, anche se rimane, nel suo scrivere, molto asciutto e lineare, come a voler bandire la drammaticità a tutti i costi. Accenno brevemente alla trama: una vita più o meno normale, di cui vengono evidenziati alcuni particolari che possono appartenerci e di cui ci rendiamo conto solo grazie alla loro sottolineatura, come il momento dell'ultima volta che abbiamo preso in braccio un figlio. O il funerale di un genitore, confortato dal Lexotan, o un altro medicinale che non ricordo, che stempera e falsa tutto... Ma la devastazione di una madre che si suicida per depressione non è usuale, appartiene, fortunatamente, a pochi, che vengono scolpiti da questo punteruolo (scusate il termine brutto e impreciso). Il termine devastazione è mio, troppo tragico per Alajmo, che non si sogna nemmeno di usarlo. Ma la carica emotiva di certe pagine è così forte che scappa dai bordi, si insinua quasi di straforo, non voluta. Anche nel racconto di altri episodi, come quello che ha come protagonista suo figlio, a Parigi, non  raggiungibile in nessun modo proprio quando c'è l'attentato al Bataclan, che lui frequenta. Il passare delle ore, il cambiare delle emozioni, tra cui quella del "almeno voglio sapere cosa gli è successo". A pag. 141 utilizza questa tensione emotiva per spiegare una cosa atroce. Nel grande naufragio del 3 ottobre del 2013 molti dei naufraghi, prima di morire, invece di chiedere aiuto urlavano il loro nome, il loro indirizzo una, due, tre volte. Un dettaglio inesplicabile, ma la rasoiata di coscienza che a lui procura la tensione per il figlio in pericolo gli rivela il motivo. I naufraghi sanno di dover morire, e vogliono evitare ai propri cari l'angoscia che lui, come padre, ha provato per il figlio. Vogliono evitare loro "almeno voglio sapere cosa gli è successo". A me questa pagina mi ha colpito molto, ma ce ne sono altre di grande valore che mi sono entrate dentro. Oggi riporterò il libro, ma a malincuore. E' il primo che leggo e spero già che vinca.



(Linda Maria Figliozzi)








Roberto Alajmo, L'estate del '78, Sellerio, 2018 [ * ] 

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LA RAGAZZA CON LA LEICA
post pubblicato in Janeczek, Helena, il 10 luglio 2018
 

Un libro strano, questo. Molto originale da parte di questa scrittrice di origine ebreo-polacca. Racconta essenzialmente la vita di una ragazza, Gerda Taro, che ha scelto il lavoro di fotografare, guidata da un famoso maestro, noto al mondo come Robert Capa, ma lui, come lei, come l’autrice, ebrei.
L’originalità del libro è nella sua composizione. C’è un prologo ed un epilogo, e in mezzo tre parti, intitolate ai loro protagonisti, due amori di Gerda e una sua amica. Gerda rivive nei ricordi dei tre.
La foto che la ritrae in copertina, come la maggior parte di quelle riportate nel prologo e nell’epilogo, sono di Capa e di Gerda. E molte delle cose che le tre “voci narranti” (Willy, Ruth e Georg) raccontano, servono a ricostruire l’immagine di questa donna, morta giovanissima, travolta da un carro armato durante la guerra di Spagna. Nell’epilogo, come nel prologo, l’io narrante è l’autrice stessa, che – sulla base di testimonianze scritte (di cui ringrazia una biografa di Gerda) e di una mostra, curata sempre dalla stessa biografa – racconta in modo delicato e divertente alcuni tratti di Gerda, in particolare il suo rapporto – professionale e non solo – con Andrew Friedmann (più noto con lo pseudonimo di Robert Capa).
I tre protagonisti-voci narranti delle parti principali (Willy Chardack, un medico residente negli Stati Uniti, a Buffalo; Ruth Cerf, amica di Gerda; Georg Kuritzkes, scrittore, residente a Roma), raccontano, frugando nei loro ricordi, la loro personale “immagine” di Gerda Taro. Il ricordo dell’amica Ruth è della vita che le due amiche facevano, nel 1938, a Berlino. I ricordi di Willy e di Georg sono invece riattualizzati al tempo delle loro vite negli anni '60, ma risalgono ovviamente agli anni in cui si folleggiava a Berlino (1937-1938).
Non è facile recensire un libro come questo. Ma la sua lettura fa pensare con notevole intensità alla personalità di Gerda: a un lettore comune – quale io mi sento – questa “ragazza” appare originale ed anticonformista, nella Germania all’apice del Terzo Reich e dei suoi fasti. Va da sè che la vita di Gerda è “spericolata”, per dirla con Vasco Rossi; lo è tanto che – partita per la guerra di Spagna assieme a Robert Capa – non ritorna indietro viva e viene pianta da tutti i suoi amici, conoscenti ed amanti. 
Ritengo il libro molto valido, degno di lettura attenta: è un discreto scorcio della vita europea al termine degli anni Trenta e Quaranta. E lo raccomando a chi voglia farsi un’idea di quei tempi, che l’autrice ha descritto con mirabile chiarezza, ma senza accenni alla questione ebraica, nonostante il fatto che tutti i protagonisti siano ebrei e alla posizione germanica del tempo al riguardo.



(Lavinio Ricciardi)









Helena Janeczek, La ragazza con la Leica, Guanda, 2018 [ * ]


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LUNGO IL SENTIERO... TRA MENTE E CUORE
post pubblicato in Pacifico, Maria Francesca, il 5 luglio 2018
 

"Che resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani? Niente, neppure una reminiscenza. Il peggio, una volta sperimentato, si riduce col tempo a un risolino di stupore, stupore di essercela tanto presa per così poco, e anch'io ho creduto fatale quanto si è poi rivelato letale solo per la noia che mi viene a pensarci. A pezzi o interi, non si continua a vivere ugualmente scissi? E le angosce di un tempo ci appaiono come mondi talmente lontani da noi, oggi, che ci sembra inverosimile aver potuto abitarli in passato" (Aldo Busi, Seminario sulla gioventù)

Se è concessa una metafora escursionistica, si potrebbe descrivere la raggiunta maturità di cui parla questo libro come un altopiano a cui si arriva dopo una lunga salita, accidentata e faticosa. Ora però l'andatura in piano fa sentire il sentiero scorrevole sotto i piedi, mentre si procede beatamente, legittimamente dimentichi di tutto il travaglio che ha preceduto. 
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Si transita davanti alla clinica dove è morta la madre e non c'è più l'effetto doloroso di una volta. Anche "La città delle meraviglie", il ristorante cinese accanto alla clinica, è rimasto uguale. Questo paradossale accostamento non stinge più di orrore ma sembra come normalizzato, "si delinea come un vago pensiero sempre più confuso, avvolto da una nebulosa sempre più sottile e innocua".
La libertà è fondamentale per sperimentare la riappropriazione di sè, in opposizione al non senso che altrimenti si avverte in concomitanza con la mancata libertà. E' quello che si è provato quando si è scelto di uscire dalla casa parentale per andare a vivere da soli. "Per la prima volta dopo tanti anni ho percepito di aver raggiunto la mia prima libertà personale, [...] così come la crisalide rinchiusa nel suo bozzolo si tramuta poi in farfalla, passando all'età adulta, io stessa mi sono mostrata abile nel compiere un tale passaggio che mi ha reso, in prima persona, capace di transitare autonomamente alla fase post-embrionale, accingendomi a diventare a tutti gli effetti una persona più indipendente". E, come in vitro, la crescita matura in un ambiente di solitudine. "L'isolamento ha dunque costituito per me quella condizione esistenziale indispensabile, voluta appositamente per crescere e maturare nella mia intimità personale, [...] in quella casa regnava indisturbato il silenzio, generalmente interrotto dal verso esasperato dei piccioni che insistentemente, già dall'alba, tubavano beatamente e pacificamente sul balconcino, accompagnando in modo così insolito il mio problematico risveglio mattutino".    
E' un inconveniente superabile il dover andare in vacanza col proprio padre anziano. Che come avviene per le verità troppo evidenti appare parlare in codice, specialmente a favore di chi non ascolta: non condivide l'idea dell'ennesimo viaggio insieme, si innervosisce per la stasi della coda sull'autostrada, chiede di ascoltare il suo brano musicale preferito, la Tammurriata nera* ]. Sistemato il padre nella sua camera, "distesa sul letto mi trovo a pensare con il mio abitudinario spirito riflessivo. Sento di respirare un'aria diversa da quella da me attesa con tanta speranza, nell'aria avverto quel qualcosa di indefinibile che comincio a percepire come strano, magico, esoterico, impenetrabile". 
Il passaggio alla maturità si svolge tipicamente dopo una frattura, che costituisce una soluzione di continuità col passato, per cui ci si rende conto che la vita non può essere più quella di prima. La frattura crea un periodo di vuoto, ed anzi si potrebbe dire che la maturità raggiunta grazie alla frattura non è altro che la prosecuzione indefinita della sospensione di quel vuoto.
Sembra il vuoto dover essere giustificato e riempito da un'esasperata progettualità e non c'è spazio per l'effetto di plagio della realtà, per l'essere costretti su binari non scelti, sospinti da forze soverchianti, di cui il farsene una ragione è poi in fondo una fonte di liberazione mentale. "Spesso, infatti, il senso di smarrimento avvertito nei momenti di maggiore criticità esistenziale e la paura di non riuscire nel proprio piano assertivo, può indurre alla rinuncia e ulteriormente a un mancato riconoscimento del proprio valore individuale. Continuo, quasi inarrestabile è il mio errare tra una prospettiva progettuale e l'altra, che non si limita a essere in forma riduttiva un vagare senza meta nè scopo, privo di qualsiasi orientamento. Progressioni e regressioni rimangono sostanzialmente i miei più fedeli compagni di viaggio e di avventura, i tratti denotativi delle mie lunghe giornate, piene di impegni formativi e professionali. Pertanto convivo ogni giorno con un planning altamente dinamico, talvolta disorganizzato, talvolta efficientemente strutturato".
Il conflitto tra cuore e ragione non contempla lo scacco di entrambi su terreno neutro, dove il conflitto non ha più ragione di essere. La progettualità ha un motore segreto nel cuore e contrasta l'entropia. La notte paradossalmente conferma la pienezza del sè riconciliato, "arrestando le innumerevoli convinzioni autosvalutanti e denigratorie che strutturano il mio falso sè", anzichè essere, viceversa, di contraddizione delle false certezze dell'io cosciente. "Chiudere gli occhi, desiderosa di incontrare uno stato di assoluta serenità equivale per me a lasciarmi trasportare liberamente da una mia parte di cui fidarmi incondizionatamente, la cui voce rispettosa spesso mi richiama a una realtà in discesa non facilmente tangibile, non proprio effimera bensì formativa, nella quale è possibile lasciarmi andare a nuove esperienze conoscitive interessanti e arricchenti a livello di contenuto. In questi istanti, quasi magici, mi sposto pian piano dal buio totale verso una luce interiore che risplende irradiando l'oscurità di fondo, intravedo un fascio luminoso in progressiva espansione. L'intensità e il calore di questa luce ascendente mi avvolge e mi protegge lungo tutto il corso del mio dormiveglia, aiutandomi, in tal modo, a superare in larga parte l'iniziale stato di strano torpore, inerzia e frustrante immobilismo".  
Di questo procedere luminoso avendo di mira un fine, non si può che prendere atto. E' però l'assenza di oggettualità a lasciare dubbiosi, mancanza di trame e intrecci, negazioni e doppi, di cui si ha l'impressione che se ne avverta la presenza, ma che la si voglia esorcizzare prima ancora di incontrarla.
La lettura di questo libro mi ha fatto riandare con la memoria per contrasto ad un'altra lettura fatta da adolescente alla fine degli anni '70. Si tratta di una raccolta di racconti di Alberto Moravia, "Boh", che costituisce insieme a "Il paradiso" e "Un'altra vita", una trilogia dedicata dallo scrittore al nuovo protagonismo femminile delle lotte di quegli anni. Avevo il ricordo di una galleria di ritratti di donne ribelli, impegnate fino allo stremo in una rivolta etica e sessuale. Tutto l'opposto del ripiegamento interiore dell'autrice di questo libro,  mi dicevo. Dunque ho ripreso in mano quei libri di Moravia. Quale è stata la mia sorpresa nel rileggere quei racconti e nel non trovare affatto delle figure di donne rivoluzionarie, ma rivedere lo stesso riflesso d'ordine del libro di Maria Francesca Pacifico. Lo schema dei racconti è sempre lo stesso. Sono gli uomini ad essere per qualunque ragione degli inguaribili trasgressori che, magari controvoglia, finiscono col deragliare. Sono invece le donne, depositarie di una sorta di ordine metafisico interiore a riportare quegli uomini in carreggiata, nei binari della norma, nell'alveo del benessere di un cosmo civile ordinato. Ma per far questo sono rivoluzionarie, si sono dovute acceleratamente adeguare ai tempi, acquisire nuovi strumenti, evolvere. Sono diventate fantasiose, creative, eretiche, sorprendenti, clamorose, scioccanti. E in un certo senso si è aperto uno spazio etico in cui agire, in modo magari non tradizionale, quanto piuttosto ingannevole, subdolo, impareggiabile verso uomini comunque fallaci. C'è qualcosa che unisce le due letture, un tema di fondo, di necessità affrontato a braccio da parte mia in quanto tema lacaniano, quello del desiderio, che può essere anche solo desiderio di vivere.
Per concludere, tornando alla metafora d'apertura, se la maturità si può figurare come un territorio pianeggiante, avendo alle spalle l'angoscia della salita, tuttavia esso risulta poi pieno di insidie, false prospettive, autoinganni, il cui attraversamento non sarà per niente facile, specie poi se non si vedono i rapporti materialistici di potere tra le persone, rispetto a cui il processo finalistico verso la luce non può nulla. Il vulnus della morte della madre quando si era ancora troppo giovani non può essere riscattato in nessun senso, al massimo può essere dimenticato. E che la maturità consista nell'aver scalato una montagna di macerie è verissimo, ma non ci si deve con questo illudere che non sarebbe potuta andare diversamente. 


(Carlo Verducci)










Maria Francesca Pacifico, Lungo il sentiero... Tra mente e cuore, Il Papavero, 2018 [ * ]




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Questa quì sopra delineata è solo una prima traccia, che potrebbe essere soggetta ad infiniti e quotidiani ripensamenti ed evoluzioni, obbediente al riflesso di incidere sul filtro di rassicurazione che il libro sembra voler stendere sulla trama dell'esistenza. Con l'occasione segnalo un libro nato dai seminari e dagli incontri della LUA sul tema della scrittura di sè al femminile in rapporto all'età adulta: Barbara Mapelli, Lucia Porris, Susanna Ronconi (a cura di), Molti modi di essere uniche. Percorsi di scrittura di sè per re-inventare l'età matura. Prefazione di Duccio Demetrio, Stripes edizioni, 2011 [ * ]. Sulla trilogia di Moravia ricordo di Carla Ravaioli, La mutazione femminile. Conversazioni con Alberto Moravia sulla donna, Bompiani, 1975 [ * ]    

 


RESTO QUI'
post pubblicato in Balzano, Marco, il 11 giugno 2018
 

A Curon Venosta nell’Alto-Adige un campanile romanico sembra galleggiare “come il busto di un naufrago sull’acqua increspata” di un lago. E’ ciò che resta di due vecchi borghi, Resia e Curon, sommersi dalle acque di una diga voluta dallo Stato italiano e realizzata dalla ex Montecatini nel 1950 per produrre l’energia elettrica, “l’oro bianco”. I campi, i masi, le strade vennero espropriati e distrutti, venne risparmiata soltanto la torre che oggi si erge sull’acqua azzurra, divenuta il simbolo della violenza del potere, ma anche dell’importanza e dell’impotenza delle parole. La maggior parte dei cittadini furono costretti a emigrare, solo poche famiglie hanno potuto ricrearsi una nuova vita nelle case, in seguito, ricostruite a poca distanza dal lago.
La storia di Curon riflette la storia dell’Alto-Adige, territorio di contrasti derivanti da diversi regimi: impero austro-ungarico, fascismo e nazismo in alternanza. Dalla visione di quel paese trae spunto l’invenzione narrativa dello scrittore, che ricostruisce la storia intima e personale della protagonista, Trina, attraverso le cui parole e ricordi trapela la grande Storia. E’ una donna forte, tenace che racconta le sue vicende intime attraverso le lettere scritte alla figlia scomparsa, che non ha smesso di aspettare, nella speranza che in qualche modo le parole gliela possano restituire. L’importanza delle parole è insieme al legame d’identità con la propria terra e le proprie radici un tema affrontato nella narrazione. Trina nella primavera del ‘23 si diploma, l’anno dopo la marcia su Bolzano di Mussolini, che aveva messo la città a ferro e fuoco, stravolgendo la tranquilla vita degli abitanti delle valli. Il duce aveva messo al bando il tedesco e ribattezzato in italiano strade, ruscelli, montagne, i cognomi e cambiato perfino le scritte sulle lapidi dei morti. Era proibito insegnare tedesco, che lei insegnerà di nascosto ai ragazzi del luogo. Quando alcuni anni più tardi insegna, non proprio volentieri, italiano a uno scolaro, dietro compenso in natura, confessa di trovare una certa musicalità nella lingua, che le avevano fatto odiare. Dopo l’armistizio i tedeschi prendono il controllo totale del territorio, licenziano gli impiegati statali e vietano l’italiano negli uffici pubblici. Deve constatare che l’italiano e il tedesco sono muri che continuano ad alzarsi. Le lingue  diventano marchi di razza. I dittatori le avevano trasformate in armi e dichiarazioni di guerra. L’arrivo dal comando di Merano di ordini annuncianti l’arruolamento imminente degli uomini getta nell’angoscia Trina e il marito Erich, che era tornato ferito dalla guerra qualche anno prima. Temendo la ritorsione del comando tedesco per non aver optato nel ’39 di partire per la Germania, Erich decide di disertare. Insieme alla moglie fuggono e si rifugiano in montagna con le difficoltà di procacciamento del cibo, del freddo e il pericolo della caccia dei tedeschi. I toni della narrazione si fanno sempre più drammatici. Un giorno, al ritorno da un giro in cerca di cibo, Trina scorge nella grotta, dove avevano trovato riparo, due tedeschi che stanno interrogando il marito. Per la loro salvezza li uccide con la pistola e li seppellisce nella neve, dopo averli privati delle armi. Finalmente riescono a raggiungere il maso di un giovane prete di Malles, a cui li aveva indirizzati il parroco Alfred. Con loro sono anche la madre del prete, una coppia di mezza età, con una figlia Maria, muta dalla nascita, a cui Trina insegna a scrivere. Le rappresaglie dei tedeschi alla fine del ’44 si intensificano, masi bruciati, disertori deportati. Passeranno alcuni mesi tutti accampati in un fienile, con ginepro e bacche come cibo, smagriti, ossuti, senza un brandello di tempo a cui aggrapparsi per resistere, mentre il resto del mondo si cancellava dalla memoria. La sapienza narrativa dell’autore crea nel lettore una forte emozione, transitando dalla bellezza del contatto con la natura, foriero della futura pregustazione di un buon cibo, alla orribile realtà dei massacri operati dei tedeschi. I fuggiaschi al ritorno da una passeggiata scoprono i cadaveri dei  genitori di Maria e la madre del prete orribilmente crivellati dai colpi di pistola dei tedeschi. Finalmente nella primavera del ’45 la guerra è finita e possono ritornare a Curon. La vita riprende il ritmo di sempre anche se non saranno più quelli di prima. Stremati dalla guerra ma nello stesso tempo pieni della voglia di rinascere, seppelliscono, insieme ai morti, tutto quello che si è visto e che si è fatto, prima di diventare macerie e prima che gli spettri diventino l’ultima battaglia. Trina può insegnare, ci sono due scuole, una tedesca l’altra italiana. Lo stipendio da maestra insieme alla falegnameria, in cui sono impegnati Erich e il figlio, consente loro di vivere dignitosamente. Ma li attende un’altra lotta fatta sempre di parole, contro i lavori della diga che riprendono dopo un periodo di abbandono che li aveva illusi dell’accantonamento del progetto. Nel gennaio del ’46 arrivano decine di trattori, le gru gettano terra sui camion, davanti al paese si apre un’immensa buca. Centinaia di manovali montano capannoni che dovrebbero diventare officine, mense, magazzini, ricoveri, uffici e laboratori. I campi non ci sono più, le distese verdeggianti sono scomparse, la terra vomita solo polvere. Il silenzio delle montagne è sepolto sotto l’incessante rumore delle macchine. Trina e Erich cercano di mobilitare tutti gli abitanti del paese e coinvolgere i sindaci dei paesi vicini, nel tentativo di fermare i lavori. Ma essi non rispondono alle sollecitazioni, i giovani emigrano, le persone mature sono desiderose di tranquillità con la fede in Dio. Ai sindaci faceva comodo la deviazione del fiume, perché non avrebbe esondato. Trina scrive ai giornali italiani, ai politici di Roma con la convinzione che le parole potessero smuovere le montagne, con il foglio davanti uscivano da sole e davano corpo alla rabbia. Le industrie stavano trattando il paese come se fosse un paese senza storia. Curon invece era una terra ricca di agricoltura e allevamento, dove regnava l’armonia tra masi, bosco, prati e sentieri. Una diga si può costruire altrove, mentre un paesaggio devastato non può rinascere, né replicare. La lotta prosegue con l’aiuto delle azioni di protesta di alcuni abitanti e l’appello a vari  politici, perfino al papa, da cui ottengono vaghe promesse. Dopo vari incidenti, la morte di alcuni manovali, l’intervento dei carabinieri, devono arrendersi. La diga è dietro di loro, sono pronti anche i fabbricati delle abitazioni provvisorie, al di la del paese, che ospiterà gli abitanti in attesa delle costruzioni nuove. S’impossessa della donna la rassegnazione dei condannati a morte. La domenica, in cui si celebra l’ultima messa, Trina l’ascolta distrattamente e guardando la croce pensa che non valga la pena morire sulla croce, è meglio nascondersi, farsi tartarughe e ritirare la testa nel guscio per non guardare l’orrore che c’è fuori. Il suo desiderio più grande è di continuare a vivere a Curon, in quel paese senza possibilità, senza voler sapere niente del futuro e senza nessun’altra certezza che restare. Nel 1950 viene inaugurata la diga ma l’acqua impiega quasi un anno a ricoprire tutto, è salita lentamente fino a metà della torre.
Nel tempo la vita riprende lentamente un’apparente normalità. Trina continua a insegnare, abita in una nuova casa. Ha perso il marito, più che per malattia di cuore, forse per stanchezza della vita: non aveva più le bestie, non abitava più nella sua vecchia casa, non era più niente di quello che voleva essere. Le case nuove somigliano a quelle di qualsiasi borgo, con gerani sui balconi e le tendine alla finestre. Il lago artificiale con il campanile è diventato un’attrazione turistica. Anche le ferite che non guariscono smettono di sanguinare... Andare avanti è l’imperativo e l’insegnamento della nostra forte e tenace eroina.




(Anna Velia Violati)








Marco Balzano, Resto quì, Einaudi, 2018 [ * ]

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STORIE DEL QUADRARO
post pubblicato in Novelli, Chiara, il 9 aprile 2018
 

Ho finito di leggere da poco questo libro, che mi ha fatto tornare all’infanzia. In realtà il libro – che copre un arco di tempo che va dall’aprile 1952 al settembre 1960, mi vede (come età) liceale – universitario. Ma non è questa la ragione del ritorno all’infanzia, si proprio ai 12 – 13 anni.
L’autrice ha scritto quello che per me è un capolavoro, e che racconta storie di un quartiere famoso a Roma, con una fama di quartiere mal abitato, nomea assolutamente immeritata. L’autrice, nella sua prefazione, dice testualmente: “… quel posto ce l’ho nell’anima”, e l’intera opera ne fa fedele testimonianza. Ma… provo ad andare con ordine.
Come ho già detto, parlandone proprio all’autrice, figlia di un mio carissimo collega ed amico, avevo una cugina che viveva con la sua famiglia al Quadraro: era una bellissima donna, cugina prima di mia madre e – proprio nella mia età pre-adolescenziale – ci siamo frequentati. Io e i miei genitori con mio fratello siamo andati a trovarli – abitavano a via dei Quintili – e ricordo perfettamente di non aver trovato grandi differenze tra il Quadraro e il quartiere di piazza Bologna, dove abitavamo all’epoca, tanto che la cosa fu materia di discussione con mia madre, proprio per le chiacchiere che venivano fatte su quel quartiere e che, dopo la visita, avevo trovato ingiuste. 
Quindi, quando ho sentito (o letto su uno dei social che frequento sul web) di questo libro, ho subito avuto voglia di leggerlo. Ed eccomi qui a parlarne, con molto più entusiasmo di quanto pensassi prima della lettura.
La scrittura dell’autrice è fluida, armoniosa, mai pesante. Il  libro – come dice il titolo, un libro di racconti – si legge in fretta e agevolmente. La prosa è fresca, giovanile, immediata, e le storie, che l’autrice dice vere, arricchite solo dalla sua fantasia, sono storie di quartiere con personaggi presi dalla vita quotidiana. Novelli le esplicita con una scrittura semplice ed efficace, si da farne tanti piccoli capolavori. 
Credo davvero che il Quadraro possa essere orgoglioso di aver ispirato le storie raccontate; come ho già detto, leggendole sono tornato ai miei dodici – tredici anni e al quartiere di Piazza Bologna, dove abitavo. E alle storie che tra amici ci raccontavamo allora, e anch’esse vertevano su persone del quartiere, fossero belle ragazze o adulti sui quali si raccontavano imprese più o meno credibili. Purtroppo la mia memoria non mi fa ritornare nessuna di quelle “imprese” alla mente (almeno a livello da poterle raccontare), ma il clima descritto nel libro e relativo al Quadraro posso dire che mi ricorda molto quello che vivevo a quell’epoca nel mio quartiere. Sia al ginnasio, al liceo e all’università sono andato sempre a piedi da casa e quindi alcune cose le vedevo e percepivo (“Basta saper osservare”, dice sempre Novelli nella sua prefazione) nelle mie camminate quotidiane. 
Molte storie hanno per protagonisti ragazzi, che pian piano crescono (il libro, come ho detto, copre un arco di otto anni, anni che Novelli ha ricostruito dai racconti di persone più grandi di lei - in quegli anni lei non era neppure nella mente dei suoi genitori, credo non ancora sposati): una fra tutti, una ragazza di nome Sabina, mi ha colpito più degli altri. E’ presente quasi in ogni storia, e tra i personaggi spicca per la serietà dei suoi pensieri e delle sue azioni, e per la generosità con la quale va incontro agli amici/amiche, aiutandoli a risolvere i loro problemi.
Le storie sono diciotto, per un totale di 207 pagine, più due di prefazione e biografia dell’autrice. Anche in questo Novelli è originale, rispetto a tanti scrittori dei nostri tempi. Dalla scrittura, alla concezione del libro e della sua struttura, fino all’edizione autonoma, Novelli mostra una creatività non comune, che rende il libro ancor più pregiato e valido,
Altro pregio da sottolineare, che mi ha richiesto – curioso come sono – una continua consultazione delle mappe per trovare i luoghi, è che le vie, in ogni storia, sono tutte vie reali del Quadraro. E così chi è pratico di Roma può agevolmente “camminare” per il quartiere leggendo le storie. Questo pregio non è così frequente anche in scrittori di racconti, sia italiani che stranieri (penso a Dickens o a McEwan).
Voglio però ancora sottolineare la freschezza che c’è in tutta l’opera: la lettura agevole e facile è sempre divertente, anche quando si parla di fatti non proprio belli da descrivere. A mio avviso il libro, estremamente consigliabile ad ogni tipo di lettori, è particolarmente indicato per i più giovani, che possono riconoscersi in qualcuno dei personaggi. 



(Lavinio Ricciardi)









Chiara Novelli, Storie del Quadraro, Youcanprint, 2017 [ * ]




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S'E' SEDUTA
post pubblicato in Raggi, Luciana, il 3 febbraio 2018
 

"La mia postura segue consciamente la forma della sedia" (David Forster Wallace, Infinite Jest)


Si vorrebbe sapere di più su questa misteriosa donna seduta, di cui per l'amicizia con Luciana Raggi abbiamo notizia trattarsi di donna reale, cui la poetessa ha prestato la voce e, per così dire, la veste. Correre il rischio di oltrepassare il testo per fare entrare tuttavia questa donna che è sospesa in una zona evanescente della sua vita, dove il tempo sembra essere finito, forzatamente nel flusso di una contemporaneità pericolosa, è quello che si vorrebbe tentare. La melodrammatica eroina probabilmente non sa di incarnare una figura della filosofia attuale, quella dell'"esausto", divenuta paradigmatica di questi nostri anni. E' qualcosa di più di una reazione individuale magari inadeguata, è la rivelazione di una costellazione della contemporaneità, la risposta ad una situazione di massa, l'unica risposta veritativa a cui non si può rinunciare, pena il tradire sè stessi e il proprio tempo. Per questo è paradossalmente un'eroina della società della stanchezza (Byung-Chul Han, Nottetempo, 2012 [ * ]), preconizzatrice di tempi nuovi, se l'autore coreano ci vede alle sue soglie, quando è il tempo che "la ferita si richiuse stancamente" (Franz Kafka, Prometeo [ * ]), "stanchezza che non deriva da un riarmo sfrenato, bensì da un cordiale disarmo dell'io", reazione alla sindrome di burnout di una società della prestazione all'insegna dell'eccesso di positività.
La protagonista di S'è seduta, in bilico sul suo vortice panico di trottola, sembra non sapere le ragioni del suo male. Quando il male è immotivato, non ha ragioni, non ha una genesi in cui si ricostruisce la sua storia, è oltremodo devastante, a tutto discapito dell'io che si autoannulla. E' quello che succede a questa donna desolata e senza più risorse. 
L'autrice segue mimeticamente l'impoverimento concettuale della protagonista. Tutta la sequela di distici è un'unica variazione sul basso ostinato dell'immobilismo, dell'isterilimento di ogni azione possibile. Sono insistenze che tautologicamente ribadiscono il tema dell'assenza di divenire. Il tempo si è fermato anche se la pendola continua a battere i colpi, ma non procede più. La poetessa presta il suo verso a una donna che non ha più possibilità di parola. Questa è la cifra della teatralità del poemetto ed anche della sua trascendenza, perchè Luciana Raggi con questa donna ha stabilito un dialogo impossibile, sostituendosi ad essa, senza identificarsi.
Scrive Giorgio Agamben nella postfazione a L'esausto * ]: "Occorrerà allora immaginare una postura che esaurisce integralmente e senza riserve ogni possibilità. Scommettere, cioè, su che cosa si può ancora fare quando tutto è diventato impossibile e su che cosa c'è ancora da dire quando non è più possibile parlare. Questa postura è lo stare seduti. [...] L'esausto 'esaurisce tutto il possibile. Mette fine al possibile, al di là di ogni stanchezza, per continuare a finire'. [...] Lo stare seduti è la cifra dell'esaurimento di ogni possibile azione, la postura dell'esausto che è riuscito a sloggiare l'essere dalla sua dimora nella possibilità" [ * ]. Gilles Deleuze distingue, sulla base della sua esperienza di malato terminale, lo stanco dall'esausto. Lo stanco non ha più la forza di agire, non ha esaurito le sue possibilità vitali, saprebbe cosa fare ma non ne ha la forza. L'esausto ha invece finito le sue possibilità, è impotente perchè non ha più nulla da poter fare. "Lo stanco ha esaurito solo la messa in atto, mentre l'esausto esaurisce tutto il possibile". 
Dell'impotenza di una donna scissa nello smottamento tra culture, l'esito è la negazione di sè, i tratti definitori evanescenti, cui la poetessa offre la possibilità di un'immagine prima dell'esito del dissolvimento, perchè al di là della "nuda vita" non c'è altro. Il debito beckettiano è evidente anche oltre le intenzioni dell'autrice. 
"I would prefer not to" [ * ] rappresenta perciò una forma di opposizione, un'ostinazione senile che riguarda la vita dall'origine, è la strategia resistente dell'inoperosità, quella che si può vedere in questa donna divenuta ombra, fenomenologicamente descritta nei versi del poemetto [ * ].


(Carlo Verducci)





Luciana Raggi, S'è seduta, Edizioni Progetto Cultura, 2016 [ * ]
LA FEROCIA
post pubblicato in Lagioia, Nicola, il 12 luglio 2016

Ho letto questo libro per conoscerne l’autore, e debbo dire che sono contento che abbia vinto il Premio Strega. Questo libro, oltre ad avermi intrigato, mi ha profondamente colpito. Inoltre, mentre lo stavo leggendo, ho scoperto che è uscito anche nella mia collana preferita, Italia Noir di Repubblica. E l’intrigo è cresciuto.
Il libro è diviso in tre parti, con capitoli i cui titoli sono profondamente significativi. Sono, rispettivamente: Chi tace sa; Chi parla non sa; Divenni pazzo; Con lunghi intervalli di orribile sanità mentale; Tutte le città puzzano d’estate. Il libro è poi chiuso da un Epilogo e da una nota dell’autore; l’epilogo non è citato nell’indice, ma – a mio avviso – rappresenta proprio la conclusione logica della storia, soprattutto rispetto al titolo.
Vado con ordine, voglio rispettare un filo di logica anche io. Il libro è certamente un vero e proprio noir. L’autore lo dichiara subito, con il primo capitolo della prima parte, dove compare un “fattaccio”, raccontato con molti dettagli. Un incidente, provocato da una ragazza che si aggira nuda sulla provinciale Bari–Taranto: il guidatore sbanda, finisce fuori strada, viene portato in ospedale e perde una gamba che gli viene amputata. 
Da qui l’autore passa a descrivere una famiglia bene di Bari, la sua città. La famiglia di un imprenditore edile, Vittorio Salvemini, che ha tre figli con la sua compagna Annamaria, rispettivamente Ruggero, Clara e Gioia, e un quarto figlio, Michele, avuto da un’altra donna e preso in casa alla morte della madre. 
La prima parte del romanzo è la storia della famiglia, con un forte riferimento a Clara, la figlia maggiore. Clara ha una strana condotta in casa. È una donna senza remore, e soprattutto senza limiti morali, cosa che la spinge a darsi un po’ a tutti, a persone importanti e anche a sconosciuti. A differenza degli altri figli, lei – particolarmente amante della cocaina, cosa che la rende molto ricattabile – cerca di avere una vita molto indipendente dal resto della famiglia. La cosa procede fin quando Clara (la ragazza dell'incidente) viene trovata morta ai piedi di un autosilo a più piani.
Il comportamento di Vittorio nell’informare i componenti della famiglia della morte di Clara fa pensare abbastanza al titolo del romanzo (non si parla di dolore o sofferenza ma solo che Clara si è uccisa e basta). E – in questa lunga prima parte del romanzo – soltanto Clara appare la figura dominante, e comincia anche a comparire il rapporto tra Clara e Michele, il fratello (acquisito) per il quale Clara aveva una spiccata predilezione.
La seconda parte è dedicata a Michele, che ha una serie di peripezie, nelle quali però il rapporto con Clara è la parte normalizzante del suo inserimento nella famiglia Salvemini. Michele si allontana da Bari per stare a Roma, e l’inizio della seconda parte del romanzo lo vede tornare a Bari e a casa Salvemini in compagnia di una gatta. Non viene accolto bene, perché il padre gli fa quasi una colpa per la non partecipazione al funerale di Clara (della cui morte non era stato affatto informato). La sola persona che lo accoglie con un certo affetto è la sorella Gioia. Vengono poi descritte in flash back le vicissitudini di Michele a casa, molte delle quali non lo avevano lasciato di buonumore: le uniche volte che si trovava a suo agio erano quelle in cui si incontrava con Clara o si scambiava con lei messaggi sul cellulare. Tutta la seconda parte è – sostanzialmente – la storia di Michele, che lui racconta in prima persona, a partire dal suo ritorno a Bari.
La terza parte, con un titolo abbastanza evocativo, racconta dell’indagine che porta Michele a scoprire cosa ci sia dietro il “suicidio” (che si rivelerà solo apparente) di Clara. In questa parte i personaggi sono tanti, e fanno tutti parte della vita cittadina: molti sono già apparsi nella prima e nella seconda parte, e quindi sono noti nella trama del romanzo. Non mi dilungo a raccontare le vicende di questa parte; aggiungo solo che – nell’Epilogo, brevissimo – tutti i personaggi scompaiono e sopravvivono solo i luoghi in cui la storia si è svolta.
Finora ho parlato – se pur abbastanza vagamente – della storia: ora voglio parlare del libro e soprattutto dell’autore. Ovviamente mi era giunta all’orecchio la vittoria al Premio Strega dell’anno scorso, ma ero curioso di vedere lo stile dell'autore. E ne sono rimasto affascinato. La scrittura di Lagioia è piana, scorrevole; anche le parti più complesse da descrivere sono piacevoli da leggere e non presentano difficoltà, se non quelle comportate dalla vicenda. Ma l’autore ha anche una sua modalità particolare di narrazione: la storia infatti traspare dai ricordi di tutti i personaggi, per cui – spesso – farli comparire e scomparire è un artificio che serve a raccontare la storia stessa. Non sono riuscito a trovare un altro scrittore che gli somigli: neppure fra gli scrittori di noir che meglio conosco (e sono tanti!).
Insomma, il libro mi è piaciuto e più ancora mi è piaciuto l’autore e la sua scrittura. Si tratta di un noir molto ben architettato e sicuramente ispirato a vicende della cronaca barese, anche se l’autore non ce lo dice, neppure nella nota in calce al libro. Degna di nota la premessa, presa da una frase di un celebre fisico, Niels Bohr, lo scopritore del modello classico dell’atomo, che recita: “La predizione è molto ardua, soprattutto se riguarda il futuro”. Il libro è sicuramente per tutti, anche se i contenuti ne sconsigliano la lettura ai più giovani.



(Lavinio Ricciardi)









Nicola Lagioia, La ferocia, Einaudi, 2016 [ * ]



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L'ULTIMO RIGORE DI FARUK
post pubblicato in Riva, Gigi, il 31 maggio 2016
 

Nella tragica e violentissima dissoluzione della Jugoslavia un calcio di rigore sembrò contrassegnare il destino di un popolo. Un penalty divenne nei Balcani il simbolo dell’implosione di un intero Paese, e dei conflitti che sarebbero seguiti di lì a poco. Intuendo la complessità di un evento che sembrava soltanto sportivo, Gigi Riva racconta con attenzione da storico e sensibilità da narratore un tiro fatale, sbagliato il 30 giugno del 1990 a Firenze da Faruk Hadžibegic, giocatore bosniaco, capitano dell’ultima nazionale del Paese unito. La partita contro l’Argentina di Maradona nei quarti di finale del Mondiale italiano portò all’eliminazione di una squadra dotata di enorme talento ma dilaniata dai rinascenti odi etnici. Leggenda popolare vuole che una eventuale vittoria nella competizione avrebbe contribuito al ritorno di un nazionalismo jugoslavista e scongiurato il crollo che si sarebbe prodotto.
Proprio per la sua popolarità il calcio è sempre servito al potere come strumento di propaganda. Basti pensare all’uso che Mussolini fece dei trionfi del 1934 e 1938, o a come i generali argentini sfruttarono il Mondiale in casa del 1978, durante la dittatura. Oppure, ai giorni nostri, a come lo Stato Islamico abbia deciso di colpire lo Stadio di Francia durante una partita per amplificare il suo messaggio di terrore. Ma si potrebbe sostenere che in nessun luogo come nella ex Jugoslavia il legame tra politica e sport sia stato così stretto e perverso. Attraverso la vita del protagonista e dei suoi compagni (molti dei quali diventati poi famosi in Italia, da Boban a Mihajlovic, da Savicevic a Bokšic, da Jozic a Katanec), si scopre il travaglio di quella rappresentativa nazionale e del suo allenatore Ivica Osim, detto «il Professore», o «l’Orso». Nelle loro gesta si specchia la disgregazione della Jugoslavia e la spregiudicatezza dei suoi leader politici, che vollero utilizzare lo sport e i suoi eroi per costruire il consenso attorno alle idee separatiste. In questo senso il calcio è stato il prologo della guerra con altri mezzi, il rettangolo verde la prova generale di una battaglia. Non a caso si attribuisce agli scontri tra i tifosi della Dinamo Zagabria e della Stella Rossa di Belgrado il primato di aver messo in scena, in uno stadio, il primo vero episodio del conflitto. Ed è nelle curve che sono stati reclutati i miliziani poi diventati tristemente famosi per la ferocia della pulizia etnica a Vukovar come a Sarajevo.
Per il loro valore emblematico le vicende narrate, risalenti a un quarto di secolo fa, sono ancora tremendamente attuali. E non è così paradossale scoprire in esergo a queste pagine le parole beffarde che Diego Armando Maradona rivolse all’autore: «Occupati di politica internazionale, il calcio è una cosa troppo seria». [ * ]


vedi quìquì e quì








Gigi Riva, L'ultimo rigore di Faruk, Sellerio, 2016 [ * ]

OLTREMISURA
post pubblicato in Raggi, Luciana, il 17 maggio 2016
 

Il titolo di questa silloge poetica "Oltremisura" è tratto dal distico finale della omonima poesia: Nessuno apre porte / chiuse oltremisura. Se è vero che nella realtà l’impresa dell’aprire si presenta difficile nondimeno l’immaginazione consente al poeta di potersi muovere in spazi liberi, di percorrere nuovi sentieri, di fare rivivere miti depositati nell’inconscio. Oltremisura inoltre nella sua accezione indica l’individuo che va oltre e non riesce oppure non vuole trovare il modus cioè la misura delle cose nella sfera privata o pubblica. La poetessa nel suo viaggio poetico coglie pienamente la difficoltà dell’essere umano di sciogliere i lacci che lo tengono serrato alla quotidianità e gli impediscono una vita serena. La poesia ha il grande privilegio di far conoscere il nostro tempo, di esprimere il nostro vissuto o il non vissuto, come la nostra vita si sia intrecciata all’eros, alle pulsioni, ai bisogni intimi e fondamentali di ciascuno. Luciana Raggi con l’acribia dell’entomologo scava nel suo spazio esistenziale e tende a dare attraverso una rete fitta di figure, di temi, di situazioni l’immagine della molteplicità e della varietà del mondo. La poetessa esplora una realtà non sempre condivisa e in questa sua esplorazione cadono le illusioni e l’animo cede allo sconforto di fronte all’introspezione e all’analisi di sé: Esploratore del buio / fruga frammenti senza futuro / scompone la sintassi del mondo. / Nel silenzio / ai margini della memoria / riposano / voci e sussurri / sensori del tempo. Scuotono certezze (Esploratore). Emerge uno spirito leopardiano e la poetessa può dire: Ma ora / qui / l’eco di una voce lontana / sento vicina. Si avverte una liaison del sentimento con il poeta di Recanati con cui può intrecciare un dialogo e riceverne conforto e nel contempo prendere consapevolezza di non avere mai incontrato cammini rettilinei ma Solo frammenti d’infinito / davanti al forse d’ogni bivio / dove lunghe attese / per eccessivi dubbi / hanno accresciuto la febbre / raffreddato le speranze. La poetessa rovista in se stessa, ripesca frammenti di ricordi e con lucida tensione dimostra di avere molti registri di rappresentazione delle idee che animano la poesia. Si evidenzia un io poetico sofferente ma estremamente teso verso il logos nel porsi interrogativi e nel dare una risposta ai dubbi che si affacciano impetuosi nella mente. E’ una poesia dai tratti rocciosi che si espande in mille rivoli con un livello di scelta lessicale elaborato per selezione e accostamento delle parole perché Azioni parole / si consumano / si mischiano / allo scoperto / muovendosi / s’intrecciano / prendono nuova vita / Inquiete / incidono la scorza / marcano il territorio / non sanno dove andranno a riposare / seguono / misteriose geografie dell’anima / senza meta (Poesia). E’ una felice dichiarazione di come il poeta è un essere particolare che si serve del linguaggio per esplorare mondi fantastici ma è pure ancorato al reale, da qui azioni-parole. Il dettato poetico di Luciana Raggi presenta una struttura chiara ed elegante e un linguaggio moderno che si fa carico delle problematiche del vivere e le mostra attraverso una scrittura che mira all’interiorità e al quotidiano. Il verso breve o brevissimo, il gioco di simmetrie e dislivelli non creano alcuna oscurità ma danno cadenze di ritmo brillante. In ultima analisi si può dire che in questa silloge la ricerca poetica della Nostra denota una ulteriore e nuova tappa del suo originale percorso.




(Francesco Dell'Apa)











Luciana Raggi, Oltremisura, Progetto Cultura, 2015 [ * ]

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UNA FOGLIA DI INSALATA E UN CHICCO DI RISO
post pubblicato in Cavara, Pietro, il 12 maggio 2016
  

Ho chiuso il libro "Una foglia di insalata ed un chicco di riso" di Pietro Cavara ed è calato un silenzio...pieno. Non ricordo, ne' voglio, le parole contenute nel romanzo; sento tuttavia la fragorosa cascata di struggenti sentimenti che non si è spenta, ma che ancora circonda ed abbraccia indicando un grande sentire espresso di volta in volta con semplicità ed intenzionalità carica di significati profondi e vivi. Questo libro è per me un inno alla vita: vita trascorsa con l'Essere che è riuscito a suscitare tanto amore e tenerezza infinita. 


(Italia Guerrisi)







Pietro Cavara, Una foglia di insalata e un chicco di riso, Aracne, 2016 [ * ]

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COME IL CIELO
post pubblicato in Lauramonte, Chiara, il 6 maggio 2016
 

Ho avuto il piacere di leggere, per espresso desiderio dell’autrice, valente pianista, quest’opera prima, che a mio parere è un grosso concentrato di emozioni. A cominciare dalla bellissima immagine di copertina, opera di un valente pittore palermitano, immagine che fa da corona al titolo, titolo che origina…ma facciamo ordine.
Cominciamo dalla storia, molto originale e insolita: il libro si snoda – di emozione in emozione – nel susseguirsi di vicende che caratterizzano la protagonista, una giovane ragazza inglese che abita in un piccolo borgo vicino Londra, Warton, alle prese con lezioni di pianoforte che le consentono di vivere.
Debbo dire subito che – al di là dell’originalità della storia – la vera protagonista del romanzo è la musica. La musica è il sottofondo di tutto quanto viene raccontato e descritto: storia, immagini, pensieri della protagonista…E non si parla solo della musica per eccellenza, quella classica, che serve di solito a formare la cultura base di chi suona il pianoforte; no, c’è anche spazio per la musica jazz e per i suoi cultori in questa storia.
Anticipato questo motivo di fondo, accenno solo appena alla storia. La protagonista – che appare sotto il falso nome di signora Smith – si chiama in realtà Roxanne Elgar. L’autrice ce la descrive attraverso dei flashback che riportano gli episodi passati della vita di Roxanne, e che si distinguono dalla vita reale di Roxanne perché scritti in corsivo. Da un’infanzia non proprio felice, si passa – per necessità esistenziale – ad un servizio presso una baronessa inglese…Ma, prima di entrare nella storia, c’è un prologo nel quale si fa cenno ad un’opera shakespeariana, “Il mercante di Venezia”, e da questo libro l’autrice trae spunto per raccontare la storia di Roxanne e di Alyssia. Già, perché le protagoniste sono due, in realtà; solo che la seconda compare dopo un po’ di tempo nella storia di Roxanne.
Questo parallelo tra vita reale adulta e infanzia–adolescenza di Roxanne è un po’ il supporto per tutta la storia. L’autrice può scoprire pian piano tutta la vita di Roxanne, e – più in la – l’apporto della vita di Alyssia, e il loro rapporto reciproco. Solo al termine del romanzo si comprenderà quale è stato il loro legame.
Le due pianiste cominciano assieme a suonare in pubblico, con pezzi sempre più impegnativi, e sono invitate a tenere concerti: il primo recital pubblico avviene ad Amburgo, dove avviene anche un episodio poco felice che turba il loro rapporto. Un doppio incidente: una storia amorosa che Roxanne dovrebbe avere con un altro pianista della Scuola di Musica di Londra, dove entrambe le amiche studiano, conosce una svolta perché Andrew, il protagonista maschile, si innamora invece di Alyssia. E – seconda cosa – il concerto che Roxanne e Alyssia portano ad Amburgo è lo stesso, quindi Roxanne suonerà un altro concerto…
Tutta la storia appare nel libro come raccontata da Roxanne ad una paesana, Dora Flanders, che le si presenta con un disco di Alyssia. Ma – come sempre faccio recensendo un libro (e a maggior ragione per un’opera prima) – non è mia intenzione raccontare l’intera storia e tantomeno commentarla. La storia è di per sé bella ed originale e parla da sola. Quanto dico quì è soltanto una certa somma di impressioni – e soprattutto di emozioni – che la lettura del libro di Laura mi ha prodotto. Ed anche un po’ di immedesimazione nelle vicende narrate, dati i miei studi pianistici nell’infanzia e adolescenza.
Ci sono nel libro vari passaggi che mi hanno colpito. A cominciare dal titolo, originato da una frase con la quale Alyssia spiega a Roxanne perché le vuole tanto bene, e paragona il suo sentimento al cielo. E anche la rappacificazione delle due amiche dopo l’incidente di Amburgo, incidente del tutto inessenziale e che viene subito dimenticato, dato il successo delle rispettive audizioni.
Non parlo della seconda parte e del finale della storia: dirò solo che è molto avvincente e inatteso. Il tutto, svolto all’ombra delle lezioni di piano che Roxanne dà a Lucy, la sua giovane allieva.
Appena sarà edito, mi piacerà consigliarne la lettura sia ad amanti della musica, sia a lettori comuni, magari stanchi delle solite storie piatte e senza originalità. 


(Lavinio Ricciardi)








Laura Chiaramonte, Come il cielo, ebook, 2016 [ * ]

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UNA FOGLIA DI INSALATA E UN CHICCO DI RISO
post pubblicato in Cavara, Pietro, il 26 aprile 2016
 

Se, contrariamente alle idee fatte, gli uomini non avessero mai se non la vita che meritano?
(Jean-Paul Sartre)

Richiesto dall'amico Pietro Cavara di recensire questa sua commossa rimemorazione della madre, scritta a caldo con un tono un po' affannato dopo la morte, mi rendo conto, non potendo arrivare a nessuna conclusione, di dovermi accontentare di riunire sensazioni e spunti, inadeguati rispetto all'argomento trattato, col rischio di sovrapporre mie impressioni, non lontane da quelle rIportate nel libro, derivate da un'analoga esperienza personale alcuni anni fa. 
Il novero delle possibilità è chiuso con la morte. Tuttavia l'autore si concede un retorico scampolo di allocuzione: "Perdonami se talvolta ti ho fatto del male". Il colloquio con il defunto si finge la possibilità di una risposta: "Ti supplico: dimmi che ci sei ancora!". E' un'allucinazione che fa da introibo al testo, nell'impossibilità di accettare l'inaccettabile, nella confusione di una ridefinizione dalle fondamenta della propria vita. Ma l'insufficenza delle forze è aggirata dal senso di colpa, nell'illusione di un'espiazione che riporti l'equilibrio. "In fondo sono stato pessimo tante volte, per stupidità, incomprensione, meschinità. Mi hai perdonato, lo so, me lo hai detto. Ma io non ho perdonato me stesso". [ * ]
In realtà appare che nonostante l'accettata simbiosi tra madre e figlio, esistesse tra loro un rapporto codificato, basato su convenzioni non esplicite, che salvaguardava da vicendevoli sopraffazioni e con ruolo arbitrale da parte del padre. Il genitore assente riverberava sul figlio la dimensione autoriale, ma la cura dell'eredità paterna non veniva ad adombrare l'autonoma creatività dello scrittore, che sapeva sdoppiarsi nelle due funzioni. E questo sembra essere stato uno dei contrasti ab aeterno tra madre e figlio, rimproverato di aver preso le parti del padre.
Si ha l'impressione di un grande movimento retorico, con cui viene depotenziato il dramma per venire a capo di un'improvvisa ed inaudita assenza. E' questa l'ultima complicità postuma con la madre, se in Cavara è fortissimo l'elemento autoriale: il rispecchiamento reciproco di essere lei la madre di uno scrittore e di essere lui scrittore per la madre.  [ * ] 
Uno degli assunti impliciti del libro è che ci sia un'unica donna che compendia tutte le altre ed è la madre. "Senza te sono perduto, come un bambino terrorizzato. Nessuno può compensare la tua presenza, nulla può riempire il calore della tua anima generosa. Nulla, senza te, può aver vita". Forse si potrebbe dire che esiste un unico rapporto mimetico con un corpo di donna. Le descrizioni che fa Pietro di una matrice esclusiva sono notevoli ed inequivocabili. "Avrei voluto massaggiarti ogni volta che me lo avessi chiesto mentre stavi a casa, assaporando quella sensazione meravigliosa del tuo corpo quando insieme avevamo ritrovato la serenità". * ] [ * ]
Ho l'impressione che i momenti migliori del libro siano quando il suo andamento diventa più oggettivo, l'autore mette tra parentesi l'onda delle proprie emozioni, e descrive momenti biografici della vita della madre, soprattutto da giovane, o guarda a sè stesso con gli occhi di lei. "Ma non ero probabilmente come avresti voluto. Ero ridicolo, di più: impresentabile ai tuoi occhi".
Ma dietro alla propria immagine dimessa l'autore punta diritto al milieu borghese degli anni '50 del padre e della madre, introvabile o geneticamente modificato. E' a questo universo fuori tempo che Cavara si mantiene fedele, quasi a volerne strenuamente supportare l'esistenza postuma. Questo atteggiamento spiega le tirate contro l'attualità, che sono a mio parere da prendere molto sul serio, nonostante l'indulgenza con cui Pietro alle volte vi si adagia. "Ma era il mondo attorno a noi a mostrarsi minaccioso. Quel mondo che non abbiamo più voluto comprendere e non abbiamo più potuto apprezzare", "E' quel mondo odioso e necessario fuori di noi che si intrometteva nei nostri rapporti, che attraverso me faceva di te un capro espiatorio": sono frasi forti, che non si spiegano soltanto con il rancore per il mondo esterno verso cui madre e figlio non riuscivano più ad aprirsi. C'è un giudizio di valore su questo mondo a cui se ne contrappone un altro delle origini. E' una scelta ideologica che dà ragione della regressione verso la madre. Perchè - è quasi inutile ribadirlo - tutto ciò che allontana dalla madre è un disvalore.  
E si potrebbe anche datare la fine delle origini, coincide con la morte del padre all'inizio degli anni '80. Da quì comincia la mutazione genetica ma anche l'arroccamento di Cavara sulla figura del padre, che un po' protegge e un po' minaccia (la madre forse era anche spaventata da questa protervia del figlio). Ma, in verità, quale altra scelta si offriva a Pietro? 
Pietro Cavara non è una natura drammatica. Il libro, pur nella contraddittorietà di una situazione di crisi, ha un andamento musicale, leggero, senza alti e bassi vertiginosi. Anche l'immagine che ogni tanto l'autore dà di se come personaggio scontroso, irascibile, trascurato, sempre in qualche modo arrancante rispetto alla vita, appare autogiustificatoria e divertita. E non c'è la cattiveria di imputare al rapporto con la madre l'evoluzione della sua personalità. Dà per scontato il proprio malessere, che se accresce d'intensità spirituale non permette poi di godersi la vita con facilità. E' una delle contraddizioni dell'autore: il proprio fatuo male di vivere. 
Il libro ha come qualcosa di non ancora sufficientemente sbozzato, riflesso dell'immediatezza con cui è stato scritto, ma questo è un problema stilistico, sebbene questa recensione abbia voluto affrontarne gli aspetti contenutistici. La bellezza del libro sta nel prendere respiro dopo un lungo affanno, nell'assoluta sincerità che lo pervade, come un refolo d'aria che entri da una finestra aperta dopo molto tempo in una casa vuota, percorrendo tutti gli interstizi. 
Si può prevenire la facile accusa che il rapporto di Pietro con la madre sia stato tremendamente possessivo e riflessivo, come è testimoniato da tutto il racconto del libro. Una schiavitù addossatasi fatalisticamente dal figlio e in realtà senza recriminazioni. C'è da chiedersi cosa avrebbe potuto infrangere lo specchio se non una separazione traumatica, ma allora sarebbe stato troppo tardi. Il fatto è che l'esperienza è solo un fatto ex post ed è cosa diversa da immaginazioni e possibilità.
Non me la sento di entrare nel merito del risvolto teologico, perchè nel libro c'è anche questo. Lasciandosi andare al flusso rabdomantico delle riflessioni e delle emozioni, guidato dalla ricerca della verità, l'autore ha come eretto un tronco con tanti rami che si protendono in varie direzioni e a diverse altezze, approdando nel vago come gesti interrotti. Quindi gli spunti nel libro sono moltissimi. Anche in campo religioso con la riflessione stupefatta sui cimeli della madre o le considerazioni nebulose sul bisogno di una dimensione ulteriore che potrebbe permettere un reincontro o sul silenzio della divinità. Sembra adombrato che è la struttura intellettuale dell'uomo che porta in questa direzione, con un procedere nel vuoto per livelli e innalzamenti ulteriori.
Hannah Arendt, tornata per un viaggio in Germania dall'esilio negli Stati Uniti negli anni '60, fu intervistata dalla televisione tedesca. Alla domanda su cosa fosse rimasto per l'umanità dopo Auschwitz, rispose un po' sibillinamente che era rimasta la lingua materna. Cioè era rimasta la nascita e una linea matrilineare. E quindi un futuro. * ] Ciò che non piace e inquieta in tematiche di cui oggi si parla molto come quella della maternità surrogata, su cui ci si è soffermati in un altro post di questo stesso sito, è proprio la rottura della linea matrilineare. Però leggendo il libro di Pietro Cavara mi viene da fare un'altra domanda: "cosa rimane dopo la madre?". Temo che non ci sia nessuna risposta, dopo la madre non c'è nulla. Per un figlio maschio, poi, se la perdita del padre significa sostituirsi alla sua figura, pure con tutti i distinguo possibili e quindi realizzarla in sè, con la madre si tratta soltanto di una perdita senza sostituzione.
Per quanto queste pagine siano scritte a caldo, s'intuisce che la tenerezza della madre va illanguidendosi mentre ad emergere appare invece proprio il cattivo umore, la scontrosità, l'incomunicabilità con la madre di cui Pietro tanto si affligge. E' inconfessato il fatto che quei comportamenti inappropriati fossero terribilmente profetici, anticipavano anzi rivendicavano una vita dopo la madre. Forse si faceva una colpa alla madre di questa vita postuma senza di lei. E il senso di colpa di essere sopravvissuti lo si sconta ampiamente vivendo. Da quì il carattere aporetico del libro che non cerca soluzioni. "La 'normalità' che mi appresto a raggiungere è come una condanna. Mi convinco che nulla sarà più come prima, che potrei ancora non farcela e mi immagino il tuo sorriso che invita alla ragionevolezza, a quella 'normalità', appunto, che è il prezzo per seguitare a vivere nella lontana speranza. Ogni volta che la sento mi rigetta però nell'angoscia, nel suo contrario 'apparente', nella paura del nulla".  
A lettura ultimata rimane ancora il pesante senso di rammarico di non essere stati in vita all'altezza della madre, di averla cannibalizzata, di non averla valorizzata come meritava. Si potrebbe rispondere che non poteva che essere così, il rapporto era bilaterale, che anche la madre operava in modo complementare, che era un destino di sacrificio da entrambi i lati. Tuttavia legami così forti e strutturali sciolti così rapidamente lasciano molte domande. Sul senso del tempo costretto ad una conversione all'indietro, sul corpo femminile che dà la vita in un'illusione di eternità ma poi recede anch'esso. Tutti quesiti senza risposta che questo libro tocca quasi involontariamente a partire da una sconvolgente esperienza autobiografica, senza negarsi a nessuno di essi, mettendo l'anima dell'autore a nudo nella tradizione della migliore letteratura.



(Carlo Verducci)








Pietro Cavara, Una foglia di insalata e un chicco di riso, Aracne, 2016 [ * ]

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UNA FOGLIA DI INSALATA E UN CHICCO DI RISO
post pubblicato in Cavara, Pietro, il 13 aprile 2016
 

Questo è un sincero racconto autobiografico. Un libro interessante che l’autore ha scritto subito dopo la morte della madre, per beneficiare del potere che la scrittura ha di comprendersi, di chiarire e di fermare per sempre ciò che sul momento appare importante e fondamentale. Scritto con una fatica che s’intravede ma viene in parte nascosta da parole che ci avvincono e ci rendono partecipi dei sentimenti e delle emozioni dell’autore in un flusso che s’avvale anche di ripetizioni e di immagini ricorrenti suddivise in brevi capitoli. Una scrittura frammentata come i pensieri e i ricordi che si avvicendano in dialogo fra loro. 
A pagina 90 l’autore ci svela uno dei motivi per cui ha scelto di scrivere “a caldo” senza lasciare decantare il dispiacere per la perdita della madre: “se mi distraessi troppo, rischierei di dimenticare di soffrire per te e questo non lo voglio”. Scrivendo, dunque, non rischia di dimenticare. Sono convinta, dato che madre e figlio erano legati da profondi affetti reciproci, che ciò non sarebbe avvenuto anche in assenza di questo libro, tuttavia mi piace che Pietro Cavara sottolinei anche questa importante funzione della letteratura autobiografica. A pagina 155 dice: “quando scrivo di te sento una parvenza di benessere: dev’essere l’idea di fissare i ricordi, di farti rivivere per me e per gli altri fronteggiando l’oblio, come un esorcismo volto ad infondermi un po’ di coraggio”.
La funzione salvifica della letteratura è proprio questa e, una volta che si ferma sulla carta, come dice l’autore “Il pensiero di ciò che è stato non può morire”.
L’autore è molto severo nel giudicarsi, dice di sé che è troppo cupo…poco tollerante, a volte incazzato come un indemoniato…pone l’accento soprattutto sull’eccesso d’insofferenza e sull’eccesso d’amore. Mi sembra troppo severo con se stesso e, riguardo a queste caratteristiche, come giudicare se non c’è misura oggettiva?…Io tenderei a giudicare positivamente sia l’uno che l’altra, essendo l’eccessiva tolleranza sintomo d’indifferenza e di mancanza di spirito critico, socialmente deprecabile, così come un difetto in capacità d’amare mi pare più grave di un eccessivo amore. In questo rapporto fra il figlio e la madre, che in certi momenti è stato conflittuale come è naturale che sia ogni rapporto fra chi condivide la quotidianità, mi sembra importante e significativa la capacita di Pietro di valorizzare e di assorbire la dolcezza della madre. 
Mi ha colpito la concretezza di certi aspetti collegati al dolore. Ad esempio la domanda: “Come riconoscerò il tuo corpo spirituale?”.
Il tema della morte si collega spesso a riflessioni sul tempo: 
“Ho sottovalutato il tempo in tutti questi anni che abbiamo vissuto insieme, dimenticando la nostra naturale decadenza, il nostro lento morire”. Utile riflessione sul passato per elaborare il lutto, per affrontare il futuro esorcizzando paure che sento di condividere con l’autore: la paura del nulla e la paura di una normalità che a volte sembra una condanna.



(Luciana Raggi)







Pietro Cavara, Una foglia di insalata e un chicco di riso, Aracne, 2016 [ * ]

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UNA FOGLIA DI INSALATA E UN CHICCO DI RISO
post pubblicato in Cavara, Pietro, il 7 aprile 2016
 

Recensire un libro come questo di Pietro Cavara è cosa non facile. Non mi era mai capitato di leggere un libro come questo, in cui le emozioni la fanno da padrone. Il tema rammentato nel sottotitolo è adatto a far pensare ad un diario, un libro di ricordi: ma nel libro di Cavara c’è molto, molto di più!
All’inizio non immaginavo che il libro fosse quello che ho scoperto dalla sua lettura: ma già la dedica dell’autore (Alla memoria di mio padre – Al sentimento materno – Alle Madri) lasciava pensare che non si trattasse solo di un libro di ricordi.
Comincio a descriverlo: il libro è composto da capitoli brevi, ed è abbellito da una decina di immagini della madre dell’autore. L’immagine di copertina è un dettaglio di una di quelle inserite nel libro, e queste immagini (con un titolo che le richiama nel testo) sono state inserite dall’autore in punti “strategici” della narrazione, quasi sempre citate nel contesto vicino al quale si trovano. C’è una prefazione, scritta da Luca Petricone. Ma quel che mi preme sottolineare è la premessa dell’autore, che segue la prefazione e che spiega alcune delle ragioni del libro, facendone risalire l’origine all’eccezionalità della madre. Il loro rapporto, ci dice Cavara, era improntato a “un candore e un’intesa fanciullesca che ho sentito il bisogno di raccontare”. È la storia di una donna “dall’animo grande e dal sorriso gentile…una madre indimenticabile che lascia nel mio animo sperduto tanto rimpianto”.
In realtà, leggendo il libro, quello che è eccezionale non è solo la visione che Cavara ha della mamma, ma proprio il loro rapporto. Un rapporto che una brusca malattia, con necessità di operazione chirurgica, interrompe. Un rapporto, però, molto complesso e articolato, che costituisce – a mio avviso – il vero nocciolo del testo di Cavara, come lui stesso afferma nella premessa. L’operazione, come in molti casi accade, non riesce a mantenere in vita la madre. E il libro di Cavara origina proprio dal momento in cui lascia l’ospedale, dopo la dipartita della madre.
Il linguaggio usato e i momenti descritti caratterizzano questo rapporto madre-figlio come un rapporto privilegiato, che Cavara attribuisce all’eccezionalità della madre ma che – a mio avviso – è merito di entrambi. E le scelte tipiche fatte dall’autore dopo la scomparsa del padre, come la rinuncia ad andare all’estero per evitare che la madre rimanesse da sola, mi hanno rammentato un’analoga scelta fatta da me a diciotto anni: rinunciai allora ad una borsa di studio negli USA proprio per non lasciare soli i miei genitori.
Il libro è ricchissimo di passaggi e pensieri decisamente ottimi. Come (pag. 175): “…la tua presenza-assenza, la tua esile e generosa persona mi ricordano che il pensiero di ciò che è stato non può morire”.  O come il fatto che l’autore chiama sua madre in molti punti con le stesse parole con cui lei lo chiamava: “…piccolo mio…”. Ma non voglio citare altro di un libro che – a mio avviso – va letto lentamente e con attenzione: solo così si possono cogliere appieno sfumature di questo dialogo madre-figlio che mettono a nudo i sentimenti che lo animano. Un libro che mi sento di consigliare a tutti.



(Lavinio Ricciardi)








Pietro Cavara, Una foglia di insalata e un chicco di riso, Aracne, 2016 [ * ]

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GLI ANNI AL CONTRARIO
post pubblicato in Terranova, Nadia, il 31 marzo 2016

Un libro strano per i lettori anziani (come me). Una storia tipica dei nostri tempi, allo stesso tempo attuale e piena di incognite, soprattutto da parte del protagonista, Giovanni.
La Terranova è al suo primo romanzo, e – a giudicare dalla buona impostazione della storia – è molto attenta a soddisfare le aspettative dei lettori di ogni età.
Il romanzo racconta la storia di un ragazzo e una ragazza, che inizialmente non si conoscono, partendo dalla loro infanzia, e via via proseguendo fino agli studi universitari, che li fanno incontrare e li portano a decidere di sposarsi.
Tutto parrebbe progredire a dovere, quando il protagonista, Giovanni, comincia a far uso di droghe. La cosa avviene casualmente, ma – purtroppo per lui – prosegue al punto che, d’accordo con i genitori, decide di entrare in comunità per disintossicarsi.
Qui mi fermo nella narrazione. Aggiungo soltanto che – nel frattempo – Giovanni e Aurora hanno messo al mondo una bambina, Mara.
La vicenda raccontata è un po’ l’immagine della vita che permeava il nostro paese negli anni ’70: anni “al contrario” per come erano vissuti dai loro protagonisti. Un’immagine abbastanza veritiera nel modo in cui la Terranova ci porta con se nel procedere della storia di Giovanni e Aurora. Ci sono tutti gli elementi che caratterizzavano quegli anni: la precarietà delle scelte, spesso “di maniera” e senza solidità alle spalle, la vita di tutti i giorni, strana e spesso contraddittoria e via dicendo.
La vita di Giovanni, che neppure la comunità riesce ad allontanare completamente dalla droga, subisce grosse modifiche. Dal suo affetto per Mara, molto ricambiato, perché il papà non è visto tanto spesso come la mamma, si passa alla vita da divorziato, visto che Aurora decide di non volerlo più accanto.
Ed è Mara a far sopravvivere il rapporto familiare col padre. Questo è il fatto importante che caratterizza la vita di Giovanni da separato. Il linguaggio che l’autrice adopera è efficace e allo stesso tempo semplice e scarno. Come opera prima non c’è male davvero. La lettura del libro è piacevole e mai alcuna vicenda viene presentata con l’intenzione di turbare il lettore. La Terranova è un’ottima cronista della sua storia.
C’è una sorpresa finale che riguarda l’io narrante. Non dico altro, ma certo questo piccolo artificio rende ancor più fruibile il libro rispetto al semplice racconto dei fatti. Pur non considerandolo eccezionale, lo consiglio nella lettura a tutti.




(Lavinio Ricciardi)








Nadia Terranova, Gli anni al contrario, Einaudi, 2015 [ * ]

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MEMORIALI SUL CASO SCHUMANN
post pubblicato in Tuena, Filippo, il 11 marzo 2016

Il 27 febbraio 1854, in piena crisi artistica ed esistenziale, Robert Schumann esce dalla propria abitazione di Dusseldorf e si butta nelle fredde, nere acque del Reno. Salvo per miracolo, viene affidato alle cure del dottor Richarz e internato nel manicomio di Endenich, dove rimarrà fino alla morte, perseguitato da voci incorporee che lo accusano di non essere l’autore della sua musica e solo occasionalmente visitato da allievi e protetti, fra cui il prodigioso Johannes Brahms. Non rivedrà mai più l’amata moglie Clara e i figli. Intorno a questa follia – e alle enigmatiche Variazioni del fantasma, che Schumann sosteneva gli fossero state dettate dallo spettro di Franz Schubert – Filippo Tuena costruisce un romanzo a incastro dalla presa magnetica, un congegno narrativo che dissimula la finzione come un raffinato trompe l’oeil ottocentesco e sfrutta sei punti di vista diversi – da un’anziana amica di Robert e Clara a Ludwig Schumann, affetto dallo stesso male del padre – per sondare il mistero che ancora circonda gli ultimi anni di Schumann e i suoi rapporti con la moglie e con Brahms, l’allievo dal volto angelico arrivato nella vita della coppia sei mesi prima del tentato suicidio e destinato a giocare un ruolo centrale non solo nella vita del Maestro, ma anche nella storia della musica. Abilissimo come sempre nel mescolare verità storica e rielaborazione immaginifica, Filippo Tuena utilizza lettere, stralci di diari, partiture per raccontare una storia di arte e pazzia che ha i toni foschi di un romanzo gotico, e che attraverso la vicenda emblematica di Schumann esplora i rapporti della civiltà europea con la morte e l'aldilà, con la religione e la scienza, e da ultimo con la musica, «corpo spirituale del mondo», suo pensiero in scorrimento. Il risultato è un romanzo che si legge con la voracità di Dracula o L’abbazia di Northanger, una storia di fantasmi la cui scoperta più spaventosa è l’impossibilità di capire fino in fondo l’altro.





Filippo Tuena, Memoriali sul caso Schumann, il Saggiatore, 2015 [ * ]







ascolta quìquì e vedi quì


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TRAGICAMENTE ROSSO
post pubblicato in Zanarella, Michela, il 2 marzo 2016
 
 
Violenza sulle donne. E’ stato scritto molto su questo argomento. Moltissimi scrittori contemporanei si sono messi alla prova con saggi, romanzi e racconti, non solo allo scopo di riportare storie e opinioni su un tema al centro delle discussioni, hanno scritto anche e soprattutto per sensibilizzare l’opinione pubblica nella speranza di poter arginare questa triste antica incivile realtà. Ho letto molto, certo non tutto, sull’argomento; spesso mi sono indignata e mi sono lasciata prendere dal tema, ma questo libro di Michela Zanarella “Tragicamente rosso” è veramente l’unico che ha lasciato, e lascerà anche in futuro, un segno su di me. E’ un pugno nello stomaco. Un incontro con un male che vorremmo non fosse umano, vorremmo che fosse d’altri tempi, d’altri luoghi, invece è qui fra noi ed è tragicamente vero e presente. Una forza espressiva che a mio parere è possibile solo nel linguaggio poetico perché oltre a dire accompagna attraverso un coinvolgimento personale ad entrare nelle profondità inconsce per intravedere, immaginare, sentire, partecipare alla rabbia e al dolore della donna violata, a toccarne le cicatrici, a sentire l’odore di lacrime in catene, a udire urla di sensi violati, a vedere il rosso del sangue e della sofferenza…un rosso che emerge fra le ruggini supine della notte. In un silenzio/ che lacera e nasconde / vuoto intorno (pag. 21).
Il libro ha lo stesso titolo della bellissima poesia che apre la raccolta “Tragicamente rosso”, riportata anche nella traduzione che ne è stata fatta in altre quattro lingue (il tema purtroppo non ha una sola nazionalità…e accomuna tutte e tutti). Un’unica strofa di ventidue versi da leggere tutta d’un fiato, per poi fermarsi a riflettere…senza fiato. Solo due verbi al quarto verso (cedo e m’adeguo) fanno pensare ad una poesia scritta in prima persona, in realtà entriamo non solo nella storia di chi scrive, ma attraverso questa, in quella delle numerose donne cadute nel precipizio di un amore tragicamente rosso.
A conclusione del libro c’è un monologo, dallo stesso titolo “Tragicamente rosso”, contro la violenza sulle donne, anch’esso molto avvincente, rappresentato con successo a teatro dall’attrice Chiara Pavoni con la regia di Giuseppe Lorin.
Il libro però non parla solo di questo argomento ma della violenza in varie forme e dell’odio senza misura che l’uomo ha mostrato e mostra verso i suoi simili. Lo si può capire dai titoli delle cinque parti da cui è composto: Rosso donna, Rosso shoah, Rosso mondo, Rosso natura, Rosso guerra. Ognuna contiene sette poesie (sette è un numero primo sicuro, nelle tradizioni mistiche antiche aveva un forte significato simbolico, è il numero buddhista della completezza, sette sono i doni dello Spirito Santo nel Cristianesimosapienzaintellettoconsigliofortezzascienzapietà e timor di Dio, tutti assenti nell’uomo violento).
L’autrice intraprende attraverso la poesia, una disamina feroce e toccante del male e dell’odio nelle varie declinazioni in cui si manifestano. Questa giovane donna si fa testimone della potenza distruttrice della violenza di ieri e di oggi.
Ma…spunta l’alba di un nuovo giorno? Gli ultimi versi dell’ultima poesia del libro rispondono:

E muta e cieca 
rimane l’alba
che ritorna.

La poesia di Michela Zanarella sa toccare corde che arrivano dirette al cuore senza utilizzare mai facili sentimentalismi, senza alchimie, senza schemi antichi. È una poesia che, sia per stile sia per contenuto, ha una forza capace di scatenare scosse emotive in chi la legge, una poesia capace di lasciare un segno indelebile. 



(Luciana Raggi) 







Michela Zanarella, Tragicamente rosso, David and Matthaus, 2015 [ * ]

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