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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
RESTO QUI'
post pubblicato in Balzano, Marco, il 11 giugno 2018
 

A Curon Venosta nell’Alto-Adige un campanile romanico sembra galleggiare, “come il busto di un naufrago sull’acqua increspata” di un lago. E’ ciò che resta di due vecchi borghi, Resia e Curon, sommersi dalle acque di una diga voluta dallo Stato italiano e realizzata dalla ex Montecatini nel 1950 per produrre l’energia elettrica, “l’oro bianco”. I campi, i masi, le strade vennero espropriati e distrutti, venne risparmiata soltanto la torre che oggi si erge sull’acqua azzurra, divenuta il simbolo della violenza del potere, ma anche dell’importanza e dell’impotenza delle parole. La maggior parte dei cittadini furono costretti a emigrare, solo poche famiglie hanno potuto ricrearsi una nuova vita nelle case, in seguito, ricostruite a poca distanza dal lago.
La storia di Curon riflette la storia dell’Alto-Adige, territorio di contrasti derivanti da diversi regimi: impero austro-ungarico, fascismo e nazismo in alternanza. Dalla visione di quel paese trae spunto l’invenzione narrativa dello scrittore, che ricostruisce la storia intima e personale della protagonista, Trina, attraverso le cui parole e ricordi trapela la grande Storia. E’ una donna forte, tenace che racconta le sue vicende intime attraverso le lettere scritte alla figlia scomparsa, che non ha smesso di aspettare, nella speranza che in qualche modo le parole gliela possano restituire. L’importanza delle parole è insieme al legame d’identità con la propria terra e le proprie radici un tema affrontato nella narrazione. Trina nella primavera del ‘23 si diploma, l’anno dopo la marcia su Bolzano di Mussolini, che aveva messo la città a ferro e fuoco, stravolgendo la tranquilla vita degli abitanti delle valli. Il duce aveva messo al bando il tedesco e ribattezzato in italiano strade, ruscelli, montagne, i cognomi e cambiato perfino le scritte sulle lapidi dei morti. Era proibito insegnare tedesco, che lei insegnerà di nascosto ai ragazzi del luogo. Quando alcuni anni più tardi insegna, non proprio volentieri, italiano a uno scolaro, dietro compenso in natura, confessa di trovare una certa musicalità nella lingua, che le avevano fatto odiare. Dopo l’armistizio i tedeschi prendono il controllo totale del territorio, licenziano gli impiegati statali e vietano l’italiano negli uffici pubblici. Deve constatare che l’italiano e il tedesco sono muri che continuano ad alzarsi. Le lingue  diventano marchi di razza. I dittatori le avevano trasformate in armi e dichiarazioni di guerra. L’arrivo dal comando di Merano di ordini annuncianti l’arruolamento imminente degli uomini getta nell’angoscia Trina e il marito Erich, che era tornato ferito dalla guerra qualche anno prima. Temendo la ritorsione del comando tedesco per non aver optato nel ’39 di partire per la Germania, Erich decide di disertare. Insieme alla moglie fuggono e si rifugiano in montagna con le difficoltà di procacciamento del cibo, del freddo e il pericolo della caccia dei tedeschi. I toni della narrazione si fanno sempre più drammatici. Un giorno, al ritorno da un giro in cerca di cibo, Trina scorge nella grotta, dove avevano trovato riparo, due tedeschi che stanno interrogando il marito. Per la loro salvezza li uccide con la pistola e li seppellisce nella neve, dopo averli privati delle armi. Finalmente riescono a raggiungere il maso di un giovane prete di Malles, a cui li aveva indirizzati il parroco Alfred. Con loro sono anche la madre del prete, una coppia di mezza età, con una figlia Maria, muta dalla nascita, a cui Trina insegna a scrivere. Le rappresaglie dei tedeschi alla fine del ’44 si intensificano, masi bruciati, disertori deportati. Passeranno alcuni mesi tutti accampati in un fienile, con ginepro e bacche come cibo, smagriti, ossuti, senza un brandello di tempo a cui aggrapparsi per resistere, mentre il resto del mondo si cancellava dalla memoria. La sapienza narrativa dell’autore crea nel lettore una forte emozione, transitando dalla bellezza del contatto con la natura, foriero della futura pregustazione di un buon cibo, alla orribile realtà dei massacri operati dei tedeschi. I fuggiaschi al ritorno da una passeggiata scoprono i cadaveri dei  genitori di Maria e la madre del prete orribilmente crivellati dai colpi di pistola dei tedeschi. Finalmente nella primavera del ’45 la guerra è finita e possono ritornare a Curon. La vita riprende il ritmo di sempre anche se non saranno più quelli di prima. Stremati dalla guerra ma nello stesso tempo pieni della voglia di rinascere, seppelliscono, insieme ai morti, tutto quello che si è visto e che si è fatto, prima di diventare macerie e prima che gli spettri diventino l’ultima battaglia. Trina può insegnare, ci sono due scuole, una tedesca l’altra italiana. Lo stipendio da maestra insieme alla falegnameria, in cui sono impegnati Erich e il figlio, consente loro di vivere dignitosamente. Ma li attende un’altra lotta fatta sempre di parole, contro i lavori della diga che riprendono dopo un periodo di abbandono che li aveva illusi dell’accantonamento del progetto. Nel gennaio del ’46 arrivano decine di trattori, le gru gettano terra sui camion, davanti al paese si apre un’immensa buca. Centinaia di manovali montano capannoni che dovrebbero diventare officine, mense, magazzini, ricoveri, uffici e laboratori. I campi non ci sono più, le distese verdeggianti sono scomparse, la terra vomita solo polvere. Il silenzio delle montagne è sepolto sotto l’incessante rumore delle macchine. Trina e Erich cercano di mobilitare tutti gli abitanti del paese e coinvolgere i sindaci dei paesi vicini, nel tentativo di fermare i lavori. Ma essi non rispondono alle sollecitazioni, i giovani emigrano, le persone mature sono desiderose di tranquillità con la fede in Dio. Ai sindaci faceva comodo la deviazione del fiume, perché non avrebbe esondato. Trina scrive ai giornali italiani, ai politici di Roma con la convinzione che le parole potessero smuovere le montagne, con il foglio davanti uscivano da sole e davano corpo alla rabbia. Le industrie stavano trattando il paese come se fosse un paese senza storia. Curon invece era una terra ricca di agricoltura e allevamento, dove regnava l’armonia tra masi, bosco, prati e sentieri. Una diga si può costruire altrove, mentre un paesaggio devastato non può rinascere, né replicare. La lotta prosegue con l’aiuto delle azioni di protesta di alcuni abitanti e l’appello a vari  politici, perfino al papa, da cui ottengono vaghe promesse. Dopo vari incidenti, la morte di alcuni manovali, l’intervento dei carabinieri, devono arrendersi. La diga è dietro di loro, sono pronti anche i fabbricati delle abitazioni provvisorie, al di la del paese, che ospiterà gli abitanti in attesa delle costruzioni nuove. S’impossessa della donna la rassegnazione dei condannati a morte. La domenica, in cui si celebra l’ultima messa, Trina l’ascolta distrattamente e guardando la croce pensa che non valga la pena morire sulla croce, è meglio nascondersi, farsi tartarughe e ritirare la testa nel guscio per non guardare l’orrore che c’è fuori. Il suo desiderio più grande è di continuare a vivere a Curon, in quel paese senza possibilità, senza voler sapere niente del futuro e senza nessun’altra certezza che restare. Nel 1950 viene inaugurata la diga ma l’acqua impiega quasi un anno a ricoprire tutto, è salita lentamente fino a metà della torre.
Nel tempo la vita riprende lentamente un’apparente normalità. Trina continua a insegnare, abita in una nuova casa. Ha perso il marito, più che per malattia di cuore, forse per stanchezza della vita: non aveva più le bestie, non abitava più nella sua vecchia casa, non era più niente di quello che voleva essere. Le case nuove somigliano a quelle di qualsiasi borgo, con gerani sui balconi e le tendine alla finestre. Il lago artificiale con il campanile è diventato un’attrazione turistica. Anche le ferite che non guariscono smettono di sanguinare... Andare avanti è l’imperativo e l’insegnamento della nostra forte e tenace eroina.




(Anna Velia Violati)








Marco Balzano, Resto quì, Einaudi, 2018 [ * ]

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STORIE DEL QUADRARO
post pubblicato in Novelli, Chiara, il 9 aprile 2018
 

Ho finito di leggere da poco questo libro, che mi ha fatto tornare all’infanzia. In realtà il libro – che copre un arco di tempo che va dall’aprile 1952 al settembre 1960, mi vede (come età) liceale – universitario. Ma non è questa la ragione del ritorno all’infanzia, si proprio ai 12 – 13 anni.
L’autrice ha scritto quello che per me è un capolavoro, e che racconta storie di un quartiere famoso a Roma, con una fama di quartiere mal abitato, nomea assolutamente immeritata. L’autrice, nella sua prefazione, dice testualmente: “… quel posto ce l’ho nell’anima”, e l’intera opera ne fa fedele testimonianza. Ma… provo ad andare con ordine.
Come ho già detto, parlandone proprio all’autrice, figlia di un mio carissimo collega ed amico, avevo una cugina che viveva con la sua famiglia al Quadraro: era una bellissima donna, cugina prima di mia madre e – proprio nella mia età pre-adolescenziale – ci siamo frequentati. Io e i miei genitori con mio fratello siamo andati a trovarli – abitavano a via dei Quintili – e ricordo perfettamente di non aver trovato grandi differenze tra il Quadraro e il quartiere di piazza Bologna, dove abitavamo all’epoca, tanto che la cosa fu materia di discussione con mia madre, proprio per le chiacchiere che venivano fatte su quel quartiere e che, dopo la visita, avevo trovato ingiuste. 
Quindi, quando ho sentito (o letto su uno dei social che frequento sul web) di questo libro, ho subito avuto voglia di leggerlo. Ed eccomi qui a parlarne, con molto più entusiasmo di quanto pensassi prima della lettura.
La scrittura dell’autrice è fluida, armoniosa, mai pesante. Il  libro – come dice il titolo, un libro di racconti – si legge in fretta e agevolmente. La prosa è fresca, giovanile, immediata, e le storie, che l’autrice dice vere, arricchite solo dalla sua fantasia, sono storie di quartiere con personaggi presi dalla vita quotidiana. Novelli le esplicita con una scrittura semplice ed efficace, si da farne tanti piccoli capolavori. 
Credo davvero che il Quadraro possa essere orgoglioso di aver ispirato le storie raccontate; come ho già detto, leggendole sono tornato ai miei dodici – tredici anni e al quartiere di Piazza Bologna, dove abitavo. E alle storie che tra amici ci raccontavamo allora, e anch’esse vertevano su persone del quartiere, fossero belle ragazze o adulti sui quali si raccontavano imprese più o meno credibili. Purtroppo la mia memoria non mi fa ritornare nessuna di quelle “imprese” alla mente (almeno a livello da poterle raccontare), ma il clima descritto nel libro e relativo al Quadraro posso dire che mi ricorda molto quello che vivevo a quell’epoca nel mio quartiere. Sia al ginnasio, al liceo e all’università sono andato sempre a piedi da casa e quindi alcune cose le vedevo e percepivo (“Basta saper osservare”, dice sempre Novelli nella sua prefazione) nelle mie camminate quotidiane. 
Molte storie hanno per protagonisti ragazzi, che pian piano crescono (il libro, come ho detto, copre un arco di otto anni, anni che Novelli ha ricostruito dai racconti di persone più grandi di lei - in quegli anni lei non era neppure nella mente dei suoi genitori, credo non ancora sposati): una fra tutti, una ragazza di nome Sabina, mi ha colpito più degli altri. E’ presente quasi in ogni storia, e tra i personaggi spicca per la serietà dei suoi pensieri e delle sue azioni, e per la generosità con la quale va incontro agli amici/amiche, aiutandoli a risolvere i loro problemi.
Le storie sono diciotto, per un totale di 207 pagine, più due di prefazione e biografia dell’autrice. Anche in questo Novelli è originale, rispetto a tanti scrittori dei nostri tempi. Dalla scrittura, alla concezione del libro e della sua struttura, fino all’edizione autonoma, Novelli mostra una creatività non comune, che rende il libro ancor più pregiato e valido,
Altro pregio da sottolineare, che mi ha richiesto – curioso come sono – una continua consultazione delle mappe per trovare i luoghi, è che le vie, in ogni storia, sono tutte vie reali del Quadraro. E così chi è pratico di Roma può agevolmente “camminare” per il quartiere leggendo le storie. Questo pregio non è così frequente anche in scrittori di racconti, sia italiani che stranieri (penso a Dickens o a McEwan).
Voglio però ancora sottolineare la freschezza che c’è in tutta l’opera: la lettura agevole e facile è sempre divertente, anche quando si parla di fatti non proprio belli da descrivere. A mio avviso il libro, estremamente consigliabile ad ogni tipo di lettori, è particolarmente indicato per i più giovani, che possono riconoscersi in qualcuno dei personaggi. 



(Lavinio Ricciardi)









Chiara Novelli, Storie del Quadraro, Youcanprint, 2017 [ * ]




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S'E' SEDUTA
post pubblicato in Raggi, Luciana, il 3 febbraio 2018
 

"La mia postura segue consciamente la forma della sedia" (David Forster Wallace, Infinite Jest)


Si vorrebbe sapere di più su questa misteriosa donna seduta, di cui per l'amicizia con Luciana Raggi abbiamo notizia trattarsi di donna reale, cui la poetessa ha prestato la voce e, per così dire, la veste. Correre il rischio di oltrepassare il testo per fare entrare tuttavia questa donna che è sospesa in una zona evanescente della sua vita, dove il tempo sembra essere finito, forzatamente nel flusso di una contemporaneità pericolosa, è quello che si vorrebbe tentare. La melodrammatica eroina probabilmente non sa di incarnare una figura della filosofia attuale, quella dell'"esausto", divenuta paradigmatica di questi nostri anni. E' qualcosa di più di una reazione individuale magari inadeguata, è la rivelazione di una costellazione della contemporaneità, la risposta ad una situazione di massa, l'unica risposta veritativa a cui non si può rinunciare, pena il tradire sè stessi e il proprio tempo. Per questo è paradossalmente un'eroina della società della stanchezza (Byung-Chul Han, Nottetempo, 2012 [ * ]), preconizzatrice di tempi nuovi, se l'autore coreano ci vede alle sue soglie, quando è il tempo che "la ferita si richiuse stancamente" (Franz Kafka, Prometeo [ * ]), "stanchezza che non deriva da un riarmo sfrenato, bensì da un cordiale disarmo dell'io", reazione alla sindrome di burnout di una società della prestazione all'insegna dell'eccesso di positività.
La protagonista di S'è seduta, in bilico sul suo vortice panico di trottola, sembra non sapere le ragioni del suo male. Quando il male è immotivato, non ha ragioni, non ha una genesi in cui si ricostruisce la sua storia, è oltremodo devastante, a tutto discapito dell'io che si autoannulla. E' quello che succede a questa donna desolata e senza più risorse. 
L'autrice segue mimeticamente l'impoverimento concettuale della protagonista. Tutta la sequela di distici è un'unica variazione sul basso ostinato dell'immobilismo, dell'isterilimento di ogni azione possibile. Sono insistenze che tautologicamente ribadiscono il tema dell'assenza di divenire. Il tempo si è fermato anche se la pendola continua a battere i colpi, ma non procede più. La poetessa presta il suo verso a una donna che non ha più possibilità di parola. Questa è la cifra della teatralità del poemetto ed anche della sua trascendenza, perchè Luciana Raggi con questa donna ha stabilito un dialogo impossibile, sostituendosi ad essa, senza identificarsi.
Scrive Giorgio Agamben nella postfazione a L'esausto * ]: "Occorrerà allora immaginare una postura che esaurisce integralmente e senza riserve ogni possibilità. Scommettere, cioè, su che cosa si può ancora fare quando tutto è diventato impossibile e su che cosa c'è ancora da dire quando non è più possibile parlare. Questa postura è lo stare seduti. [...] L'esausto 'esaurisce tutto il possibile. Mette fine al possibile, al di là di ogni stanchezza, per continuare a finire'. [...] Lo stare seduti è la cifra dell'esaurimento di ogni possibile azione, la postura dell'esausto che è riuscito a sloggiare l'essere dalla sua dimora nella possibilità" [ * ]. Gilles Deleuze distingue, sulla base della sua esperienza di malato terminale, lo stanco dall'esausto. Lo stanco non ha più la forza di agire, non ha esaurito le sue possibilità vitali, saprebbe cosa fare ma non ne ha la forza. L'esausto ha invece finito le sue possibilità, è impotente perchè non ha più nulla da poter fare. "Lo stanco ha esaurito solo la messa in atto, mentre l'esausto esaurisce tutto il possibile". 
Dell'impotenza di una donna scissa nello smottamento tra culture, l'esito è la negazione di sè, i tratti definitori evanescenti, cui la poetessa offre la possibilità di un'immagine prima dell'esito del dissolvimento, perchè al di là della "nuda vita" non c'è altro. Il debito beckettiano è evidente anche oltre le intenzioni dell'autrice. 
"I would prefer not to" [ * ] rappresenta perciò una forma di opposizione, un'ostinazione senile che riguarda la vita dall'origine, è la strategia resistente dell'inoperosità, quella che si può vedere in questa donna divenuta ombra, fenomenologicamente descritta nei versi del poemetto [ * ].


(Carlo Verducci)





Luciana Raggi, S'è seduta, Edizioni Progetto Cultura, 2016 [ * ]
LA FEROCIA
post pubblicato in Lagioia, Nicola, il 12 luglio 2016

Ho letto questo libro per conoscerne l’autore, e debbo dire che sono contento che abbia vinto il Premio Strega. Questo libro, oltre ad avermi intrigato, mi ha profondamente colpito. Inoltre, mentre lo stavo leggendo, ho scoperto che è uscito anche nella mia collana preferita, Italia Noir di Repubblica. E l’intrigo è cresciuto.
Il libro è diviso in tre parti, con capitoli i cui titoli sono profondamente significativi. Sono, rispettivamente: Chi tace sa; Chi parla non sa; Divenni pazzo; Con lunghi intervalli di orribile sanità mentale; Tutte le città puzzano d’estate. Il libro è poi chiuso da un Epilogo e da una nota dell’autore; l’epilogo non è citato nell’indice, ma – a mio avviso – rappresenta proprio la conclusione logica della storia, soprattutto rispetto al titolo.
Vado con ordine, voglio rispettare un filo di logica anche io. Il libro è certamente un vero e proprio noir. L’autore lo dichiara subito, con il primo capitolo della prima parte, dove compare un “fattaccio”, raccontato con molti dettagli. Un incidente, provocato da una ragazza che si aggira nuda sulla provinciale Bari–Taranto: il guidatore sbanda, finisce fuori strada, viene portato in ospedale e perde una gamba che gli viene amputata. 
Da qui l’autore passa a descrivere una famiglia bene di Bari, la sua città. La famiglia di un imprenditore edile, Vittorio Salvemini, che ha tre figli con la sua compagna Annamaria, rispettivamente Ruggero, Clara e Gioia, e un quarto figlio, Michele, avuto da un’altra donna e preso in casa alla morte della madre. 
La prima parte del romanzo è la storia della famiglia, con un forte riferimento a Clara, la figlia maggiore. Clara ha una strana condotta in casa. È una donna senza remore, e soprattutto senza limiti morali, cosa che la spinge a darsi un po’ a tutti, a persone importanti e anche a sconosciuti. A differenza degli altri figli, lei – particolarmente amante della cocaina, cosa che la rende molto ricattabile – cerca di avere una vita molto indipendente dal resto della famiglia. La cosa procede fin quando Clara (la ragazza dell'incidente) viene trovata morta ai piedi di un autosilo a più piani.
Il comportamento di Vittorio nell’informare i componenti della famiglia della morte di Clara fa pensare abbastanza al titolo del romanzo (non si parla di dolore o sofferenza ma solo che Clara si è uccisa e basta). E – in questa lunga prima parte del romanzo – soltanto Clara appare la figura dominante, e comincia anche a comparire il rapporto tra Clara e Michele, il fratello (acquisito) per il quale Clara aveva una spiccata predilezione.
La seconda parte è dedicata a Michele, che ha una serie di peripezie, nelle quali però il rapporto con Clara è la parte normalizzante del suo inserimento nella famiglia Salvemini. Michele si allontana da Bari per stare a Roma, e l’inizio della seconda parte del romanzo lo vede tornare a Bari e a casa Salvemini in compagnia di una gatta. Non viene accolto bene, perché il padre gli fa quasi una colpa per la non partecipazione al funerale di Clara (della cui morte non era stato affatto informato). La sola persona che lo accoglie con un certo affetto è la sorella Gioia. Vengono poi descritte in flash back le vicissitudini di Michele a casa, molte delle quali non lo avevano lasciato di buonumore: le uniche volte che si trovava a suo agio erano quelle in cui si incontrava con Clara o si scambiava con lei messaggi sul cellulare. Tutta la seconda parte è – sostanzialmente – la storia di Michele, che lui racconta in prima persona, a partire dal suo ritorno a Bari.
La terza parte, con un titolo abbastanza evocativo, racconta dell’indagine che porta Michele a scoprire cosa ci sia dietro il “suicidio” (che si rivelerà solo apparente) di Clara. In questa parte i personaggi sono tanti, e fanno tutti parte della vita cittadina: molti sono già apparsi nella prima e nella seconda parte, e quindi sono noti nella trama del romanzo. Non mi dilungo a raccontare le vicende di questa parte; aggiungo solo che – nell’Epilogo, brevissimo – tutti i personaggi scompaiono e sopravvivono solo i luoghi in cui la storia si è svolta.
Finora ho parlato – se pur abbastanza vagamente – della storia: ora voglio parlare del libro e soprattutto dell’autore. Ovviamente mi era giunta all’orecchio la vittoria al Premio Strega dell’anno scorso, ma ero curioso di vedere lo stile dell'autore. E ne sono rimasto affascinato. La scrittura di Lagioia è piana, scorrevole; anche le parti più complesse da descrivere sono piacevoli da leggere e non presentano difficoltà, se non quelle comportate dalla vicenda. Ma l’autore ha anche una sua modalità particolare di narrazione: la storia infatti traspare dai ricordi di tutti i personaggi, per cui – spesso – farli comparire e scomparire è un artificio che serve a raccontare la storia stessa. Non sono riuscito a trovare un altro scrittore che gli somigli: neppure fra gli scrittori di noir che meglio conosco (e sono tanti!).
Insomma, il libro mi è piaciuto e più ancora mi è piaciuto l’autore e la sua scrittura. Si tratta di un noir molto ben architettato e sicuramente ispirato a vicende della cronaca barese, anche se l’autore non ce lo dice, neppure nella nota in calce al libro. Degna di nota la premessa, presa da una frase di un celebre fisico, Niels Bohr, lo scopritore del modello classico dell’atomo, che recita: “La predizione è molto ardua, soprattutto se riguarda il futuro”. Il libro è sicuramente per tutti, anche se i contenuti ne sconsigliano la lettura ai più giovani.



(Lavinio Ricciardi)









Nicola Lagioia, La ferocia, Einaudi, 2016 [ * ]



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L'ULTIMO RIGORE DI FARUK
post pubblicato in Riva, Gigi, il 31 maggio 2016
 

Nella tragica e violentissima dissoluzione della Jugoslavia un calcio di rigore sembrò contrassegnare il destino di un popolo. Un penalty divenne nei Balcani il simbolo dell’implosione di un intero Paese, e dei conflitti che sarebbero seguiti di lì a poco. Intuendo la complessità di un evento che sembrava soltanto sportivo, Gigi Riva racconta con attenzione da storico e sensibilità da narratore un tiro fatale, sbagliato il 30 giugno del 1990 a Firenze da Faruk Hadžibegic, giocatore bosniaco, capitano dell’ultima nazionale del Paese unito. La partita contro l’Argentina di Maradona nei quarti di finale del Mondiale italiano portò all’eliminazione di una squadra dotata di enorme talento ma dilaniata dai rinascenti odi etnici. Leggenda popolare vuole che una eventuale vittoria nella competizione avrebbe contribuito al ritorno di un nazionalismo jugoslavista e scongiurato il crollo che si sarebbe prodotto.
Proprio per la sua popolarità il calcio è sempre servito al potere come strumento di propaganda. Basti pensare all’uso che Mussolini fece dei trionfi del 1934 e 1938, o a come i generali argentini sfruttarono il Mondiale in casa del 1978, durante la dittatura. Oppure, ai giorni nostri, a come lo Stato Islamico abbia deciso di colpire lo Stadio di Francia durante una partita per amplificare il suo messaggio di terrore. Ma si potrebbe sostenere che in nessun luogo come nella ex Jugoslavia il legame tra politica e sport sia stato così stretto e perverso. Attraverso la vita del protagonista e dei suoi compagni (molti dei quali diventati poi famosi in Italia, da Boban a Mihajlovic, da Savicevic a Bokšic, da Jozic a Katanec), si scopre il travaglio di quella rappresentativa nazionale e del suo allenatore Ivica Osim, detto «il Professore», o «l’Orso». Nelle loro gesta si specchia la disgregazione della Jugoslavia e la spregiudicatezza dei suoi leader politici, che vollero utilizzare lo sport e i suoi eroi per costruire il consenso attorno alle idee separatiste. In questo senso il calcio è stato il prologo della guerra con altri mezzi, il rettangolo verde la prova generale di una battaglia. Non a caso si attribuisce agli scontri tra i tifosi della Dinamo Zagabria e della Stella Rossa di Belgrado il primato di aver messo in scena, in uno stadio, il primo vero episodio del conflitto. Ed è nelle curve che sono stati reclutati i miliziani poi diventati tristemente famosi per la ferocia della pulizia etnica a Vukovar come a Sarajevo.
Per il loro valore emblematico le vicende narrate, risalenti a un quarto di secolo fa, sono ancora tremendamente attuali. E non è così paradossale scoprire in esergo a queste pagine le parole beffarde che Diego Armando Maradona rivolse all’autore: «Occupati di politica internazionale, il calcio è una cosa troppo seria». [ * ]


vedi quìquì e quì








Gigi Riva, L'ultimo rigore di Faruk, Sellerio, 2016 [ * ]

OLTREMISURA
post pubblicato in Raggi, Luciana, il 17 maggio 2016
 

Il titolo di questa silloge poetica "Oltremisura" è tratto dal distico finale della omonima poesia: Nessuno apre porte / chiuse oltremisura. Se è vero che nella realtà l’impresa dell’aprire si presenta difficile nondimeno l’immaginazione consente al poeta di potersi muovere in spazi liberi, di percorrere nuovi sentieri, di fare rivivere miti depositati nell’inconscio. Oltremisura inoltre nella sua accezione indica l’individuo che va oltre e non riesce oppure non vuole trovare il modus cioè la misura delle cose nella sfera privata o pubblica. La poetessa nel suo viaggio poetico coglie pienamente la difficoltà dell’essere umano di sciogliere i lacci che lo tengono serrato alla quotidianità e gli impediscono una vita serena. La poesia ha il grande privilegio di far conoscere il nostro tempo, di esprimere il nostro vissuto o il non vissuto, come la nostra vita si sia intrecciata all’eros, alle pulsioni, ai bisogni intimi e fondamentali di ciascuno. Luciana Raggi con l’acribia dell’entomologo scava nel suo spazio esistenziale e tende a dare attraverso una rete fitta di figure, di temi, di situazioni l’immagine della molteplicità e della varietà del mondo. La poetessa esplora una realtà non sempre condivisa e in questa sua esplorazione cadono le illusioni e l’animo cede allo sconforto di fronte all’introspezione e all’analisi di sé: Esploratore del buio / fruga frammenti senza futuro / scompone la sintassi del mondo. / Nel silenzio / ai margini della memoria / riposano / voci e sussurri / sensori del tempo. Scuotono certezze (Esploratore). Emerge uno spirito leopardiano e la poetessa può dire: Ma ora / qui / l’eco di una voce lontana / sento vicina. Si avverte una liaison del sentimento con il poeta di Recanati con cui può intrecciare un dialogo e riceverne conforto e nel contempo prendere consapevolezza di non avere mai incontrato cammini rettilinei ma Solo frammenti d’infinito / davanti al forse d’ogni bivio / dove lunghe attese / per eccessivi dubbi / hanno accresciuto la febbre / raffreddato le speranze. La poetessa rovista in se stessa, ripesca frammenti di ricordi e con lucida tensione dimostra di avere molti registri di rappresentazione delle idee che animano la poesia. Si evidenzia un io poetico sofferente ma estremamente teso verso il logos nel porsi interrogativi e nel dare una risposta ai dubbi che si affacciano impetuosi nella mente. E’ una poesia dai tratti rocciosi che si espande in mille rivoli con un livello di scelta lessicale elaborato per selezione e accostamento delle parole perché Azioni parole / si consumano / si mischiano / allo scoperto / muovendosi / s’intrecciano / prendono nuova vita / Inquiete / incidono la scorza / marcano il territorio / non sanno dove andranno a riposare / seguono / misteriose geografie dell’anima / senza meta (Poesia). E’ una felice dichiarazione di come il poeta è un essere particolare che si serve del linguaggio per esplorare mondi fantastici ma è pure ancorato al reale, da qui azioni-parole. Il dettato poetico di Luciana Raggi presenta una struttura chiara ed elegante e un linguaggio moderno che si fa carico delle problematiche del vivere e le mostra attraverso una scrittura che mira all’interiorità e al quotidiano. Il verso breve o brevissimo, il gioco di simmetrie e dislivelli non creano alcuna oscurità ma danno cadenze di ritmo brillante. In ultima analisi si può dire che in questa silloge la ricerca poetica della Nostra denota una ulteriore e nuova tappa del suo originale percorso.




(Francesco Dell'Apa)











Luciana Raggi, Oltremisura, Progetto Cultura, 2015 [ * ]

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UNA FOGLIA DI INSALATA E UN CHICCO DI RISO
post pubblicato in Cavara, Pietro, il 12 maggio 2016
  

Ho chiuso il libro "Una foglia di insalata ed un chicco di riso" di Pietro Cavara ed è calato un silenzio...pieno. Non ricordo, ne' voglio, le parole contenute nel romanzo; sento tuttavia la fragorosa cascata di struggenti sentimenti che non si è spenta, ma che ancora circonda ed abbraccia indicando un grande sentire espresso di volta in volta con semplicità ed intenzionalità carica di significati profondi e vivi. Questo libro è per me un inno alla vita: vita trascorsa con l'Essere che è riuscito a suscitare tanto amore e tenerezza infinita. 


(Italia Guerrisi)







Pietro Cavara, Una foglia di insalata e un chicco di riso, Aracne, 2016 [ * ]

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COME IL CIELO
post pubblicato in Lauramonte, Chiara, il 6 maggio 2016
 

Ho avuto il piacere di leggere, per espresso desiderio dell’autrice, valente pianista, quest’opera prima, che a mio parere è un grosso concentrato di emozioni. A cominciare dalla bellissima immagine di copertina, opera di un valente pittore palermitano, immagine che fa da corona al titolo, titolo che origina…ma facciamo ordine.
Cominciamo dalla storia, molto originale e insolita: il libro si snoda – di emozione in emozione – nel susseguirsi di vicende che caratterizzano la protagonista, una giovane ragazza inglese che abita in un piccolo borgo vicino Londra, Warton, alle prese con lezioni di pianoforte che le consentono di vivere.
Debbo dire subito che – al di là dell’originalità della storia – la vera protagonista del romanzo è la musica. La musica è il sottofondo di tutto quanto viene raccontato e descritto: storia, immagini, pensieri della protagonista…E non si parla solo della musica per eccellenza, quella classica, che serve di solito a formare la cultura base di chi suona il pianoforte; no, c’è anche spazio per la musica jazz e per i suoi cultori in questa storia.
Anticipato questo motivo di fondo, accenno solo appena alla storia. La protagonista – che appare sotto il falso nome di signora Smith – si chiama in realtà Roxanne Elgar. L’autrice ce la descrive attraverso dei flashback che riportano gli episodi passati della vita di Roxanne, e che si distinguono dalla vita reale di Roxanne perché scritti in corsivo. Da un’infanzia non proprio felice, si passa – per necessità esistenziale – ad un servizio presso una baronessa inglese…Ma, prima di entrare nella storia, c’è un prologo nel quale si fa cenno ad un’opera shakespeariana, “Il mercante di Venezia”, e da questo libro l’autrice trae spunto per raccontare la storia di Roxanne e di Alyssia. Già, perché le protagoniste sono due, in realtà; solo che la seconda compare dopo un po’ di tempo nella storia di Roxanne.
Questo parallelo tra vita reale adulta e infanzia–adolescenza di Roxanne è un po’ il supporto per tutta la storia. L’autrice può scoprire pian piano tutta la vita di Roxanne, e – più in la – l’apporto della vita di Alyssia, e il loro rapporto reciproco. Solo al termine del romanzo si comprenderà quale è stato il loro legame.
Le due pianiste cominciano assieme a suonare in pubblico, con pezzi sempre più impegnativi, e sono invitate a tenere concerti: il primo recital pubblico avviene ad Amburgo, dove avviene anche un episodio poco felice che turba il loro rapporto. Un doppio incidente: una storia amorosa che Roxanne dovrebbe avere con un altro pianista della Scuola di Musica di Londra, dove entrambe le amiche studiano, conosce una svolta perché Andrew, il protagonista maschile, si innamora invece di Alyssia. E – seconda cosa – il concerto che Roxanne e Alyssia portano ad Amburgo è lo stesso, quindi Roxanne suonerà un altro concerto…
Tutta la storia appare nel libro come raccontata da Roxanne ad una paesana, Dora Flanders, che le si presenta con un disco di Alyssia. Ma – come sempre faccio recensendo un libro (e a maggior ragione per un’opera prima) – non è mia intenzione raccontare l’intera storia e tantomeno commentarla. La storia è di per sé bella ed originale e parla da sola. Quanto dico quì è soltanto una certa somma di impressioni – e soprattutto di emozioni – che la lettura del libro di Laura mi ha prodotto. Ed anche un po’ di immedesimazione nelle vicende narrate, dati i miei studi pianistici nell’infanzia e adolescenza.
Ci sono nel libro vari passaggi che mi hanno colpito. A cominciare dal titolo, originato da una frase con la quale Alyssia spiega a Roxanne perché le vuole tanto bene, e paragona il suo sentimento al cielo. E anche la rappacificazione delle due amiche dopo l’incidente di Amburgo, incidente del tutto inessenziale e che viene subito dimenticato, dato il successo delle rispettive audizioni.
Non parlo della seconda parte e del finale della storia: dirò solo che è molto avvincente e inatteso. Il tutto, svolto all’ombra delle lezioni di piano che Roxanne dà a Lucy, la sua giovane allieva.
Appena sarà edito, mi piacerà consigliarne la lettura sia ad amanti della musica, sia a lettori comuni, magari stanchi delle solite storie piatte e senza originalità. 


(Lavinio Ricciardi)








Laura Chiaramonte, Come il cielo, ebook, 2016 [ * ]

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UNA FOGLIA DI INSALATA E UN CHICCO DI RISO
post pubblicato in Cavara, Pietro, il 26 aprile 2016
 

Se, contrariamente alle idee fatte, gli uomini non avessero mai se non la vita che meritano?
(Jean-Paul Sartre)

Richiesto dall'amico Pietro Cavara di recensire questa sua commossa rimemorazione della madre, scritta a caldo con un tono un po' affannato dopo la morte, mi rendo conto, non potendo arrivare a nessuna conclusione, di dovermi accontentare di riunire sensazioni e spunti, inadeguati rispetto all'argomento trattato, col rischio di sovrapporre mie impressioni, non lontane da quelle rIportate nel libro, derivate da un'analoga esperienza personale alcuni anni fa. 
Il novero delle possibilità è chiuso con la morte. Tuttavia l'autore si concede un retorico scampolo di allocuzione: "Perdonami se talvolta ti ho fatto del male". Il colloquio con il defunto si finge la possibilità di una risposta: "Ti supplico: dimmi che ci sei ancora!". E' un'allucinazione che fa da introibo al testo, nell'impossibilità di accettare l'inaccettabile, nella confusione di una ridefinizione dalle fondamenta della propria vita. Ma l'insufficenza delle forze è aggirata dal senso di colpa, nell'illusione di un'espiazione che riporti l'equilibrio. "In fondo sono stato pessimo tante volte, per stupidità, incomprensione, meschinità. Mi hai perdonato, lo so, me lo hai detto. Ma io non ho perdonato me stesso". [ * ]
In realtà appare che nonostante l'accettata simbiosi tra madre e figlio, esistesse tra loro un rapporto codificato, basato su convenzioni non esplicite, che salvaguardava da vicendevoli sopraffazioni e con ruolo arbitrale da parte del padre. Il genitore assente riverberava sul figlio la dimensione autoriale, ma la cura dell'eredità paterna non veniva ad adombrare l'autonoma creatività dello scrittore, che sapeva sdoppiarsi nelle due funzioni. E questo sembra essere stato uno dei contrasti ab aeterno tra madre e figlio, rimproverato di aver preso le parti del padre.
Si ha l'impressione di un grande movimento retorico, con cui viene depotenziato il dramma per venire a capo di un'improvvisa ed inaudita assenza. E' questa l'ultima complicità postuma con la madre, se in Cavara è fortissimo l'elemento autoriale: il rispecchiamento reciproco di essere lei la madre di uno scrittore e di essere lui scrittore per la madre.  [ * ] 
Uno degli assunti impliciti del libro è che ci sia un'unica donna che compendia tutte le altre ed è la madre. "Senza te sono perduto, come un bambino terrorizzato. Nessuno può compensare la tua presenza, nulla può riempire il calore della tua anima generosa. Nulla, senza te, può aver vita". Forse si potrebbe dire che esiste un unico rapporto mimetico con un corpo di donna. Le descrizioni che fa Pietro di una matrice esclusiva sono notevoli ed inequivocabili. "Avrei voluto massaggiarti ogni volta che me lo avessi chiesto mentre stavi a casa, assaporando quella sensazione meravigliosa del tuo corpo quando insieme avevamo ritrovato la serenità". * ] [ * ]
Ho l'impressione che i momenti migliori del libro siano quando il suo andamento diventa più oggettivo, l'autore mette tra parentesi l'onda delle proprie emozioni, e descrive momenti biografici della vita della madre, soprattutto da giovane, o guarda a sè stesso con gli occhi di lei. "Ma non ero probabilmente come avresti voluto. Ero ridicolo, di più: impresentabile ai tuoi occhi".
Ma dietro alla propria immagine dimessa l'autore punta diritto al milieu borghese degli anni '50 del padre e della madre, introvabile o geneticamente modificato. E' a questo universo fuori tempo che Cavara si mantiene fedele, quasi a volerne strenuamente supportare l'esistenza postuma. Questo atteggiamento spiega le tirate contro l'attualità, che sono a mio parere da prendere molto sul serio, nonostante l'indulgenza con cui Pietro alle volte vi si adagia. "Ma era il mondo attorno a noi a mostrarsi minaccioso. Quel mondo che non abbiamo più voluto comprendere e non abbiamo più potuto apprezzare", "E' quel mondo odioso e necessario fuori di noi che si intrometteva nei nostri rapporti, che attraverso me faceva di te un capro espiatorio": sono frasi forti, che non si spiegano soltanto con il rancore per il mondo esterno verso cui madre e figlio non riuscivano più ad aprirsi. C'è un giudizio di valore su questo mondo a cui se ne contrappone un altro delle origini. E' una scelta ideologica che dà ragione della regressione verso la madre. Perchè - è quasi inutile ribadirlo - tutto ciò che allontana dalla madre è un disvalore.  
E si potrebbe anche datare la fine delle origini, coincide con la morte del padre all'inizio degli anni '80. Da quì comincia la mutazione genetica ma anche l'arroccamento di Cavara sulla figura del padre, che un po' protegge e un po' minaccia (la madre forse era anche spaventata da questa protervia del figlio). Ma, in verità, quale altra scelta si offriva a Pietro? 
Pietro Cavara non è una natura drammatica. Il libro, pur nella contraddittorietà di una situazione di crisi, ha un andamento musicale, leggero, senza alti e bassi vertiginosi. Anche l'immagine che ogni tanto l'autore dà di se come personaggio scontroso, irascibile, trascurato, sempre in qualche modo arrancante rispetto alla vita, appare autogiustificatoria e divertita. E non c'è la cattiveria di imputare al rapporto con la madre l'evoluzione della sua personalità. Dà per scontato il proprio malessere, che se accresce d'intensità spirituale non permette poi di godersi la vita con facilità. E' una delle contraddizioni dell'autore: il proprio fatuo male di vivere. 
Il libro ha come qualcosa di non ancora sufficientemente sbozzato, riflesso dell'immediatezza con cui è stato scritto, ma questo è un problema stilistico, sebbene questa recensione abbia voluto affrontarne gli aspetti contenutistici. La bellezza del libro sta nel prendere respiro dopo un lungo affanno, nell'assoluta sincerità che lo pervade, come un refolo d'aria che entri da una finestra aperta dopo molto tempo in una casa vuota, percorrendo tutti gli interstizi. 
Si può prevenire la facile accusa che il rapporto di Pietro con la madre sia stato tremendamente possessivo e riflessivo, come è testimoniato da tutto il racconto del libro. Una schiavitù addossatasi fatalisticamente dal figlio e in realtà senza recriminazioni. C'è da chiedersi cosa avrebbe potuto infrangere lo specchio se non una separazione traumatica, ma allora sarebbe stato troppo tardi. Il fatto è che l'esperienza è solo un fatto ex post ed è cosa diversa da immaginazioni e possibilità.
Non me la sento di entrare nel merito del risvolto teologico, perchè nel libro c'è anche questo. Lasciandosi andare al flusso rabdomantico delle riflessioni e delle emozioni, guidato dalla ricerca della verità, l'autore ha come eretto un tronco con tanti rami che si protendono in varie direzioni e a diverse altezze, approdando nel vago come gesti interrotti. Quindi gli spunti nel libro sono moltissimi. Anche in campo religioso con la riflessione stupefatta sui cimeli della madre o le considerazioni nebulose sul bisogno di una dimensione ulteriore che potrebbe permettere un reincontro o sul silenzio della divinità. Sembra adombrato che è la struttura intellettuale dell'uomo che porta in questa direzione, con un procedere nel vuoto per livelli e innalzamenti ulteriori.
Hannah Arendt, tornata per un viaggio in Germania dall'esilio negli Stati Uniti negli anni '60, fu intervistata dalla televisione tedesca. Alla domanda su cosa fosse rimasto per l'umanità dopo Auschwitz, rispose un po' sibillinamente che era rimasta la lingua materna. Cioè era rimasta la nascita e una linea matrilineare. E quindi un futuro. * ] Ciò che non piace e inquieta in tematiche di cui oggi si parla molto come quella della maternità surrogata, su cui ci si è soffermati in un altro post di questo stesso sito, è proprio la rottura della linea matrilineare. Però leggendo il libro di Pietro Cavara mi viene da fare un'altra domanda: "cosa rimane dopo la madre?". Temo che non ci sia nessuna risposta, dopo la madre non c'è nulla. Per un figlio maschio, poi, se la perdita del padre significa sostituirsi alla sua figura, pure con tutti i distinguo possibili e quindi realizzarla in sè, con la madre si tratta soltanto di una perdita senza sostituzione.
Per quanto queste pagine siano scritte a caldo, s'intuisce che la tenerezza della madre va illanguidendosi mentre ad emergere appare invece proprio il cattivo umore, la scontrosità, l'incomunicabilità con la madre di cui Pietro tanto si affligge. E' inconfessato il fatto che quei comportamenti inappropriati fossero terribilmente profetici, anticipavano anzi rivendicavano una vita dopo la madre. Forse si faceva una colpa alla madre di questa vita postuma senza di lei. E il senso di colpa di essere sopravvissuti lo si sconta ampiamente vivendo. Da quì il carattere aporetico del libro che non cerca soluzioni. "La 'normalità' che mi appresto a raggiungere è come una condanna. Mi convinco che nulla sarà più come prima, che potrei ancora non farcela e mi immagino il tuo sorriso che invita alla ragionevolezza, a quella 'normalità', appunto, che è il prezzo per seguitare a vivere nella lontana speranza. Ogni volta che la sento mi rigetta però nell'angoscia, nel suo contrario 'apparente', nella paura del nulla".  
A lettura ultimata rimane ancora il pesante senso di rammarico di non essere stati in vita all'altezza della madre, di averla cannibalizzata, di non averla valorizzata come meritava. Si potrebbe rispondere che non poteva che essere così, il rapporto era bilaterale, che anche la madre operava in modo complementare, che era un destino di sacrificio da entrambi i lati. Tuttavia legami così forti e strutturali sciolti così rapidamente lasciano molte domande. Sul senso del tempo costretto ad una conversione all'indietro, sul corpo femminile che dà la vita in un'illusione di eternità ma poi recede anch'esso. Tutti quesiti senza risposta che questo libro tocca quasi involontariamente a partire da una sconvolgente esperienza autobiografica, senza negarsi a nessuno di essi, mettendo l'anima dell'autore a nudo nella tradizione della migliore letteratura.



(Carlo Verducci)








Pietro Cavara, Una foglia di insalata e un chicco di riso, Aracne, 2016 [ * ]

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UNA FOGLIA DI INSALATA E UN CHICCO DI RISO
post pubblicato in Cavara, Pietro, il 13 aprile 2016
 

Questo è un sincero racconto autobiografico. Un libro interessante che l’autore ha scritto subito dopo la morte della madre, per beneficiare del potere che la scrittura ha di comprendersi, di chiarire e di fermare per sempre ciò che sul momento appare importante e fondamentale. Scritto con una fatica che s’intravede ma viene in parte nascosta da parole che ci avvincono e ci rendono partecipi dei sentimenti e delle emozioni dell’autore in un flusso che s’avvale anche di ripetizioni e di immagini ricorrenti suddivise in brevi capitoli. Una scrittura frammentata come i pensieri e i ricordi che si avvicendano in dialogo fra loro. 
A pagina 90 l’autore ci svela uno dei motivi per cui ha scelto di scrivere “a caldo” senza lasciare decantare il dispiacere per la perdita della madre: “se mi distraessi troppo, rischierei di dimenticare di soffrire per te e questo non lo voglio”. Scrivendo, dunque, non rischia di dimenticare. Sono convinta, dato che madre e figlio erano legati da profondi affetti reciproci, che ciò non sarebbe avvenuto anche in assenza di questo libro, tuttavia mi piace che Pietro Cavara sottolinei anche questa importante funzione della letteratura autobiografica. A pagina 155 dice: “quando scrivo di te sento una parvenza di benessere: dev’essere l’idea di fissare i ricordi, di farti rivivere per me e per gli altri fronteggiando l’oblio, come un esorcismo volto ad infondermi un po’ di coraggio”.
La funzione salvifica della letteratura è proprio questa e, una volta che si ferma sulla carta, come dice l’autore “Il pensiero di ciò che è stato non può morire”.
L’autore è molto severo nel giudicarsi, dice di sé che è troppo cupo…poco tollerante, a volte incazzato come un indemoniato…pone l’accento soprattutto sull’eccesso d’insofferenza e sull’eccesso d’amore. Mi sembra troppo severo con se stesso e, riguardo a queste caratteristiche, come giudicare se non c’è misura oggettiva?…Io tenderei a giudicare positivamente sia l’uno che l’altra, essendo l’eccessiva tolleranza sintomo d’indifferenza e di mancanza di spirito critico, socialmente deprecabile, così come un difetto in capacità d’amare mi pare più grave di un eccessivo amore. In questo rapporto fra il figlio e la madre, che in certi momenti è stato conflittuale come è naturale che sia ogni rapporto fra chi condivide la quotidianità, mi sembra importante e significativa la capacita di Pietro di valorizzare e di assorbire la dolcezza della madre. 
Mi ha colpito la concretezza di certi aspetti collegati al dolore. Ad esempio la domanda: “Come riconoscerò il tuo corpo spirituale?”.
Il tema della morte si collega spesso a riflessioni sul tempo: 
“Ho sottovalutato il tempo in tutti questi anni che abbiamo vissuto insieme, dimenticando la nostra naturale decadenza, il nostro lento morire”. Utile riflessione sul passato per elaborare il lutto, per affrontare il futuro esorcizzando paure che sento di condividere con l’autore: la paura del nulla e la paura di una normalità che a volte sembra una condanna.



(Luciana Raggi)







Pietro Cavara, Una foglia di insalata e un chicco di riso, Aracne, 2016 [ * ]

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UNA FOGLIA DI INSALATA E UN CHICCO DI RISO
post pubblicato in Cavara, Pietro, il 7 aprile 2016
 

Recensire un libro come questo di Pietro Cavara è cosa non facile. Non mi era mai capitato di leggere un libro come questo, in cui le emozioni la fanno da padrone. Il tema rammentato nel sottotitolo è adatto a far pensare ad un diario, un libro di ricordi: ma nel libro di Cavara c’è molto, molto di più!
All’inizio non immaginavo che il libro fosse quello che ho scoperto dalla sua lettura: ma già la dedica dell’autore (Alla memoria di mio padre – Al sentimento materno – Alle Madri) lasciava pensare che non si trattasse solo di un libro di ricordi.
Comincio a descriverlo: il libro è composto da capitoli brevi, ed è abbellito da una decina di immagini della madre dell’autore. L’immagine di copertina è un dettaglio di una di quelle inserite nel libro, e queste immagini (con un titolo che le richiama nel testo) sono state inserite dall’autore in punti “strategici” della narrazione, quasi sempre citate nel contesto vicino al quale si trovano. C’è una prefazione, scritta da Luca Petricone. Ma quel che mi preme sottolineare è la premessa dell’autore, che segue la prefazione e che spiega alcune delle ragioni del libro, facendone risalire l’origine all’eccezionalità della madre. Il loro rapporto, ci dice Cavara, era improntato a “un candore e un’intesa fanciullesca che ho sentito il bisogno di raccontare”. È la storia di una donna “dall’animo grande e dal sorriso gentile…una madre indimenticabile che lascia nel mio animo sperduto tanto rimpianto”.
In realtà, leggendo il libro, quello che è eccezionale non è solo la visione che Cavara ha della mamma, ma proprio il loro rapporto. Un rapporto che una brusca malattia, con necessità di operazione chirurgica, interrompe. Un rapporto, però, molto complesso e articolato, che costituisce – a mio avviso – il vero nocciolo del testo di Cavara, come lui stesso afferma nella premessa. L’operazione, come in molti casi accade, non riesce a mantenere in vita la madre. E il libro di Cavara origina proprio dal momento in cui lascia l’ospedale, dopo la dipartita della madre.
Il linguaggio usato e i momenti descritti caratterizzano questo rapporto madre-figlio come un rapporto privilegiato, che Cavara attribuisce all’eccezionalità della madre ma che – a mio avviso – è merito di entrambi. E le scelte tipiche fatte dall’autore dopo la scomparsa del padre, come la rinuncia ad andare all’estero per evitare che la madre rimanesse da sola, mi hanno rammentato un’analoga scelta fatta da me a diciotto anni: rinunciai allora ad una borsa di studio negli USA proprio per non lasciare soli i miei genitori.
Il libro è ricchissimo di passaggi e pensieri decisamente ottimi. Come (pag. 175): “…la tua presenza-assenza, la tua esile e generosa persona mi ricordano che il pensiero di ciò che è stato non può morire”.  O come il fatto che l’autore chiama sua madre in molti punti con le stesse parole con cui lei lo chiamava: “…piccolo mio…”. Ma non voglio citare altro di un libro che – a mio avviso – va letto lentamente e con attenzione: solo così si possono cogliere appieno sfumature di questo dialogo madre-figlio che mettono a nudo i sentimenti che lo animano. Un libro che mi sento di consigliare a tutti.



(Lavinio Ricciardi)








Pietro Cavara, Una foglia di insalata e un chicco di riso, Aracne, 2016 [ * ]

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GLI ANNI AL CONTRARIO
post pubblicato in Terranova, Nadia, il 31 marzo 2016

Un libro strano per i lettori anziani (come me). Una storia tipica dei nostri tempi, allo stesso tempo attuale e piena di incognite, soprattutto da parte del protagonista, Giovanni.
La Terranova è al suo primo romanzo, e – a giudicare dalla buona impostazione della storia – è molto attenta a soddisfare le aspettative dei lettori di ogni età.
Il romanzo racconta la storia di un ragazzo e una ragazza, che inizialmente non si conoscono, partendo dalla loro infanzia, e via via proseguendo fino agli studi universitari, che li fanno incontrare e li portano a decidere di sposarsi.
Tutto parrebbe progredire a dovere, quando il protagonista, Giovanni, comincia a far uso di droghe. La cosa avviene casualmente, ma – purtroppo per lui – prosegue al punto che, d’accordo con i genitori, decide di entrare in comunità per disintossicarsi.
Qui mi fermo nella narrazione. Aggiungo soltanto che – nel frattempo – Giovanni e Aurora hanno messo al mondo una bambina, Mara.
La vicenda raccontata è un po’ l’immagine della vita che permeava il nostro paese negli anni ’70: anni “al contrario” per come erano vissuti dai loro protagonisti. Un’immagine abbastanza veritiera nel modo in cui la Terranova ci porta con se nel procedere della storia di Giovanni e Aurora. Ci sono tutti gli elementi che caratterizzavano quegli anni: la precarietà delle scelte, spesso “di maniera” e senza solidità alle spalle, la vita di tutti i giorni, strana e spesso contraddittoria e via dicendo.
La vita di Giovanni, che neppure la comunità riesce ad allontanare completamente dalla droga, subisce grosse modifiche. Dal suo affetto per Mara, molto ricambiato, perché il papà non è visto tanto spesso come la mamma, si passa alla vita da divorziato, visto che Aurora decide di non volerlo più accanto.
Ed è Mara a far sopravvivere il rapporto familiare col padre. Questo è il fatto importante che caratterizza la vita di Giovanni da separato. Il linguaggio che l’autrice adopera è efficace e allo stesso tempo semplice e scarno. Come opera prima non c’è male davvero. La lettura del libro è piacevole e mai alcuna vicenda viene presentata con l’intenzione di turbare il lettore. La Terranova è un’ottima cronista della sua storia.
C’è una sorpresa finale che riguarda l’io narrante. Non dico altro, ma certo questo piccolo artificio rende ancor più fruibile il libro rispetto al semplice racconto dei fatti. Pur non considerandolo eccezionale, lo consiglio nella lettura a tutti.




(Lavinio Ricciardi)








Nadia Terranova, Gli anni al contrario, Einaudi, 2015 [ * ]

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MEMORIALI SUL CASO SCHUMANN
post pubblicato in Tuena, Filippo, il 11 marzo 2016

Il 27 febbraio 1854, in piena crisi artistica ed esistenziale, Robert Schumann esce dalla propria abitazione di Dusseldorf e si butta nelle fredde, nere acque del Reno. Salvo per miracolo, viene affidato alle cure del dottor Richarz e internato nel manicomio di Endenich, dove rimarrà fino alla morte, perseguitato da voci incorporee che lo accusano di non essere l’autore della sua musica e solo occasionalmente visitato da allievi e protetti, fra cui il prodigioso Johannes Brahms. Non rivedrà mai più l’amata moglie Clara e i figli. Intorno a questa follia – e alle enigmatiche Variazioni del fantasma, che Schumann sosteneva gli fossero state dettate dallo spettro di Franz Schubert – Filippo Tuena costruisce un romanzo a incastro dalla presa magnetica, un congegno narrativo che dissimula la finzione come un raffinato trompe l’oeil ottocentesco e sfrutta sei punti di vista diversi – da un’anziana amica di Robert e Clara a Ludwig Schumann, affetto dallo stesso male del padre – per sondare il mistero che ancora circonda gli ultimi anni di Schumann e i suoi rapporti con la moglie e con Brahms, l’allievo dal volto angelico arrivato nella vita della coppia sei mesi prima del tentato suicidio e destinato a giocare un ruolo centrale non solo nella vita del Maestro, ma anche nella storia della musica. Abilissimo come sempre nel mescolare verità storica e rielaborazione immaginifica, Filippo Tuena utilizza lettere, stralci di diari, partiture per raccontare una storia di arte e pazzia che ha i toni foschi di un romanzo gotico, e che attraverso la vicenda emblematica di Schumann esplora i rapporti della civiltà europea con la morte e l'aldilà, con la religione e la scienza, e da ultimo con la musica, «corpo spirituale del mondo», suo pensiero in scorrimento. Il risultato è un romanzo che si legge con la voracità di Dracula o L’abbazia di Northanger, una storia di fantasmi la cui scoperta più spaventosa è l’impossibilità di capire fino in fondo l’altro.





Filippo Tuena, Memoriali sul caso Schumann, il Saggiatore, 2015 [ * ]







ascolta quìquì e vedi quì


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TRAGICAMENTE ROSSO
post pubblicato in Zanarella, Michela, il 2 marzo 2016
 
 
Violenza sulle donne. E’ stato scritto molto su questo argomento. Moltissimi scrittori contemporanei si sono messi alla prova con saggi, romanzi e racconti, non solo allo scopo di riportare storie e opinioni su un tema al centro delle discussioni, hanno scritto anche e soprattutto per sensibilizzare l’opinione pubblica nella speranza di poter arginare questa triste antica incivile realtà. Ho letto molto, certo non tutto, sull’argomento; spesso mi sono indignata e mi sono lasciata prendere dal tema, ma questo libro di Michela Zanarella “Tragicamente rosso” è veramente l’unico che ha lasciato, e lascerà anche in futuro, un segno su di me. E’ un pugno nello stomaco. Un incontro con un male che vorremmo non fosse umano, vorremmo che fosse d’altri tempi, d’altri luoghi, invece è qui fra noi ed è tragicamente vero e presente. Una forza espressiva che a mio parere è possibile solo nel linguaggio poetico perché oltre a dire accompagna attraverso un coinvolgimento personale ad entrare nelle profondità inconsce per intravedere, immaginare, sentire, partecipare alla rabbia e al dolore della donna violata, a toccarne le cicatrici, a sentire l’odore di lacrime in catene, a udire urla di sensi violati, a vedere il rosso del sangue e della sofferenza…un rosso che emerge fra le ruggini supine della notte. In un silenzio/ che lacera e nasconde / vuoto intorno (pag. 21).
Il libro ha lo stesso titolo della bellissima poesia che apre la raccolta “Tragicamente rosso”, riportata anche nella traduzione che ne è stata fatta in altre quattro lingue (il tema purtroppo non ha una sola nazionalità…e accomuna tutte e tutti). Un’unica strofa di ventidue versi da leggere tutta d’un fiato, per poi fermarsi a riflettere…senza fiato. Solo due verbi al quarto verso (cedo e m’adeguo) fanno pensare ad una poesia scritta in prima persona, in realtà entriamo non solo nella storia di chi scrive, ma attraverso questa, in quella delle numerose donne cadute nel precipizio di un amore tragicamente rosso.
A conclusione del libro c’è un monologo, dallo stesso titolo “Tragicamente rosso”, contro la violenza sulle donne, anch’esso molto avvincente, rappresentato con successo a teatro dall’attrice Chiara Pavoni con la regia di Giuseppe Lorin.
Il libro però non parla solo di questo argomento ma della violenza in varie forme e dell’odio senza misura che l’uomo ha mostrato e mostra verso i suoi simili. Lo si può capire dai titoli delle cinque parti da cui è composto: Rosso donna, Rosso shoah, Rosso mondo, Rosso natura, Rosso guerra. Ognuna contiene sette poesie (sette è un numero primo sicuro, nelle tradizioni mistiche antiche aveva un forte significato simbolico, è il numero buddhista della completezza, sette sono i doni dello Spirito Santo nel Cristianesimosapienzaintellettoconsigliofortezzascienzapietà e timor di Dio, tutti assenti nell’uomo violento).
L’autrice intraprende attraverso la poesia, una disamina feroce e toccante del male e dell’odio nelle varie declinazioni in cui si manifestano. Questa giovane donna si fa testimone della potenza distruttrice della violenza di ieri e di oggi.
Ma…spunta l’alba di un nuovo giorno? Gli ultimi versi dell’ultima poesia del libro rispondono:

E muta e cieca 
rimane l’alba
che ritorna.

La poesia di Michela Zanarella sa toccare corde che arrivano dirette al cuore senza utilizzare mai facili sentimentalismi, senza alchimie, senza schemi antichi. È una poesia che, sia per stile sia per contenuto, ha una forza capace di scatenare scosse emotive in chi la legge, una poesia capace di lasciare un segno indelebile. 



(Luciana Raggi) 







Michela Zanarella, Tragicamente rosso, David and Matthaus, 2015 [ * ]

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L'ULTIMO ARRIVATO
post pubblicato in Balzano, Marco, il 16 dicembre 2015
 

E’ un romanzo breve ma intenso, ricco di spunti e riflessioni originali. Tutti i personaggi sono perfettamente disegnati, padre, madre, maestro elementare del paese, gli amici paesani, e poi, gli abitanti della periferia milanese, la moglie, la vita in fabbrica, fino alla psicologa che assiste il protagonista nella depressione dovuta alla disoccupazione che segue alla detenzione carceraria, e infine l’amore per la piccola nipotina. Tutto perfettamente disegnato e descritto con un linguaggio elementare, volutamente condito con errori grammaticali che rendono ancora più vivido e realistico il racconto in prima persona. E in sole duecento pagine non mancano gli accenni alla invasione di cinesi e indiani nella periferia milanese, la delocalizzazione delle fabbriche, il degrado della periferia, digressioni sul concetto di proprietà e sulla lotta fra lavoratori e datori di lavoro. 
Molto bella soprattutto l’immagine del maestro elementare che si prende cura del fanciullo protagonista e diviene un alter ego del padre, e idolo sempre presente da imitare e cercare di raggiungere, che impersona il fascino del sapere per tutti coloro che, impotenti, soffrono per tutta la vita per scarsa erudizione o inesperienza. 
L’amarezza di una vita intera trascorsa in lotta col mondo ostile si scioglie finalmente con l’apprezzamento della nipotina che scopre la vita passata del nonno e gli dimostra affetto. E’ una conclusione finale serena e positiva che al termine del racconto non lascia il lettore con l’amaro in bocca. 
Lettura molto consigliabile. 



(Pietro Benigni)








Marco Balzano, L'ultimo arrivato, Sellerio, 2015 [ * ]

 

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L'ULTIMO ARRIVATO
post pubblicato in Balzano, Marco, il 17 novembre 2015
 

Un libro bellissimo, che si legge con molto piacere. Per chi - come me - non sa niente di questo autore (giunto al suo terzo romanzo, dopo un esordio con una raccolta di poesie), una vera sorpresa nella letteratura italiana contemporanea. Si è più che meritato il premio Campiello, e occorre complimentarsi anche con l'editore per averlo scelto.
A parte la storia, di cui parlerò tra poco, emergono subito, in chi legge il libro, due evidenti connotazioni dello stile narrativo di Balzano: un linguaggio non scarno ma essenziale; una tecnica narrativa che alterna realtà e flashback.
Il linguaggio mi ha ricordato quello di Paolo Giordano, che però è molto scarno e spesso fa scappare di testa il filo di ciò che si sta leggendo. Con Balzano questo non succede, proprio perchè si tratta di un linguaggio molto più iconico. La narrazione scorre fluida ed evoca con facilità le situazioni che descrive, così che il lettore può letteralmente "vedere" nella sua mente il protagonista o i vari personaggi nei ruoli che interpretano. 
La tecnica narrativa si scopre man mano che si legge. La storia inizia con una premessa, dove si capisce che il protagonista - in carcere - vede apparire, non si sa se in sogno o per davvero, il suo maestro di scuola. E vede carcerato anche lui, accompagnato in un altro reparto da un secondino. In questa premessa è nominato il paese d'origine del protagonista, Ninetto, un paese della Sicilia, San Cono. 
Per i primi capitoli, la storia riporta i pensieri di un ragazzo undicenne, le sue attività e le cose di cui il bambino si lamenta (la fame soprattutto, ma anche l'indifferenza con cui lo tratta il padre). La fame: il ragazzo riceveva un'acciuga al giorno, e doveva farsela bastare. Finchè un amico di casa, Giovanni, propone di portarlo con sè a Milano, dove è diretto, come tanti, in cerca di lavoro. Giunti a Milano, mentre Giovanni non riesce a lavorare, Ninetto trova due lavori di seguito, e lascia il primo per il secondo.
La storia va avanti e ci si viene a trovare a casa di Ninetto, prima cresciuto che lascia Giovanni e va a stare altrove, poi cinquantenne che ha moglie e figlia e che aspetta la nipotina. L'alternanza delle vicende di Ninetto ragazzo, adulto e poi in carcere prosegue, ma anzichè distrarre il lettore, gli consente di seguire affascinato la storia del protagonista raccontata da lui medesimo. E' questa, a mio avviso, una delle trovate che rendono il libro gradevole e di lettura facile. Proprio il racconto in prima persona non porta il lettore fuori dalle vicende, ma piuttosto lo coinvolge nel racconto che Ninetto fa della sua vita.
E le vicende proseguono, fino a rivelare solo in fondo al libro la causa della carcerazione, causa che naturalmente non rivelo. Al termine, il lettore attento si rammaricherà che la storia sia già finita. Potrebbe sembrare che la storia sia una delle tante di immigrati meridionali a Milano: non è così. Sembra piuttosto che la storia, come l'autore scrive in una nota al termine del libro, sia l'insieme di più storie vere fuse in una storia unica. 
Insomma, il libro si legge estremamente volentieri, connotato che distingue lo stile narrativo di Balzano, e ne consiglio vivamente la lettura a tutti.



(Lavinio Ricciardi)








Marco Balzano, L'ultimo arrivato, Sellerio, 2014 [ * ]     
  

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IL SEGRETO DELL'ISOLA NUDA
post pubblicato in Colussi Corte, Claudia Sonia, il 28 ottobre 2015
  

Presentato sabato 19 settembre nell'ambito del Premio Pieve Saverio Tutino 2015, con la partecipazione di Luisa Chiodi dell'Osservatorio Balcani e Caucaso e di Mario Boccia, veterano del fotogiornalismo nei Balcani, questo libro, che ha partecipato al Premio nel 2002, è il deposito scritto del travaso successivo di due memorie orali, quella del padre Cherubino Colussi alla moglie sulla sua esperienza all'"isola nuda" e quella della madre alla figlia, Claudia Sonia Colussi Corte, autrice del libro, scritto in un italiano non del tutto sicuro da parte di chi arrivata bambina era rimasta a vivere in Croazia, per trasferirsi poi col marito a Belgrado, dove la raggiungerà durante la guerra degli anni '90, nell'ultimo periodo della sua vita, la madre.  
Cherubino Colussi è uno dei duemila operai dei cantieri navali di Monfalcone, di cui ha parlato Andrea Berrini in un suo libro, che scelsero nel 1947 di trasferirsi nella Jugoslavia socialista. Per Cherubino la scelta era resa più facile dal fatto che era nato nell'isola di Lussino nel 1909, quando regnava ancora l'impero austroungarico. Si trattava perciò di portare la sposa e la figlioletta anche nella casa del padre. La madre dell'autrice, più concreta, di questo viaggio nell'utopia vedeva però soprattutto la precarietà e ne presentiva la sciagura. Della partenza dall'Italia, da Isola Vicentina, l'autrice, che aveva allora due anni, non ha alcun ricordo. Si basa sui successivi racconti orali della madre, che contestualizzano la vicenda con vivide immagini.
C'è un nucleo narrativo minaccioso che aleggia sulle vite delle due protagoniste femminili, corrispondente ad un luogo fisico, l'"isola nuda", che crea un teso climax ascendente che trova risoluzione solo nell'ultimo capitolo del libro, intitolato "La crudeltà umana", in cui il padre rivela, una volta liberato, cos'è Goli Otok, l'isola dove ha trascorso quattro anni di detenzione. 
Di questo luogo, a nord della più famosa isola di Raab, non si potè sapere nulla fino agli anni '80, dopo la morte di Tito, quando uscì qualche saggio che passò inosservato ma fu negli anni '2000, dopo le guerre jugoslave, che il tema è tornato d'interesse (in italiano è uscito nel 2008 un altro libro di carattere memorialistico sull'argomento, L'isola nuda di Dunja Badnjevic).
Il campo di Goli Otok fu aperto nel 1948 dopo la rottura tra Stalin e Tito e serviva a concentrare in prigionia migliaia di comunisti filosovietici jugoslavi. Non erano i diritti umani e le libertà politiche il motivo della divaricazione tra i due regimi, ma il nazionalismo. Tito, a differenza di ciò che accadeva negli altri paesi dell'Europa orientale, dove il comunismo era stato importato dai carri armati sovietici, godeva di un largo appoggio popolare, come capo del movimento partigiano rivoluzionario che era risultato vincitore. Sulla base di questo consenso non era disposto a prendere ordini da Stalin, all'interno di un movimento comunista internazionale dove le economie nazionali e le decisioni politiche erano in funzione della strategia dell'URSS. Anche in politica estera Tito non voleva sacrificare la sua indipendenza, e guardava ai Balcani, prefigurando una comunità dei paesi di quest'area. Non bisogna nemmeno escludere che sia intervenuta una rivalità tra i due dittatori in termini psicologici, quasi una forma di gelosia reciproca. La risposta da parte sovietica fu virulenta, fino all'esclusione della Jugoslavia dal Cominform e all'accusa di titofascismo. 
Il padre dell'autrice era sempre rimasto fedele all'URSS. Nell'isola di Lussino lavorava nei cantieri navali e si era distinto come attivista politico, frequentando la locale sezione del partito comunista. La comunità italiana sull'isola doveva essere numerosa se la famiglia Colussi, almeno in questa prima fase, non aveva imparato il croato. Che la componente etnica non debba essere stata del tutto estranea nella condanna di Cherubino lo rivela involontariamente un episodio raccontato nel libro. La mattina dell'arresto il padre era andato a lavorare come tutti i giorni e l'autrice, bambina di sette anni, era rimasta a casa da sola. "Ad un tratto sentii un brusco battere alla porta. Mia madre era appena uscita per andare al mercato a fare delle compere. Pensai che nessuno dei nostri vicini di casa o dei nostri amici e conoscenti avrebbe cercato di entrare in casa con tanta insistenza e brutalità. Buttai i piedi giù dal letto, mi gettai addosso la vestaglia, mi infilai le pantofole e con il cuore in gola corsi ad aprire la porta. Davanti a me si presentarono due uomini in uniforme, due druzi come li chiamavamo noi, cioè due poliziotti. Mi dissero qualche cosa in lingua croata che io non capii. In quel momento entrò mia madre, mi prese subito la mano e me la strinse forte, forte, come per dirmi di non avere paura. Ma lei non era coraggiosa e attraverso la sua mano sentivo che tremava. I poliziotti le chiesero qualcosa, ma lei non conosceva il croato e non rispose nulla. Allora il tono della loro voce divenne più alto, più rozzo. Mia madre, facendosi un po' di coraggio disse con una voce tremante: "Magari sapessi la lingua croata...!". In quell'istante, senza lasciarle che finisse la frase, uno dei due poliziotti le diede uno spintone, tanto forte da farla cadere a terra. Con una voce che a noi sembrava non più umana il poliziotto ripetè più volte la parola magari, magari. Noi allora non capimmo cosa volesse dire". E in croato magarac significa "asino". 
La detenzione di Cherubino dura quattro anni. Viene liberato nel 1954 per un'amnistia, l'anno dopo la morte di Stalin. Tornato a casa si chiude in un desolato mutismo. L'inquietudine ansiosa che provoca in moglie e figlia lo decide alla fine ad aprirsi, a liberarsi. "Anche mia madre era pronta ad ascoltare tutto quello che mio padre ci avrebbe confidato, anche se era terrorizzata dal pensiero che qualcuno potesse sentire i racconti di mio padre. Tuttavia, allo stesso tempo era consapevole che il suo segreto era un peso che dovevamo condividere con lui. Così, tutte le sere, prima che mio padre iniziasse a raccontarci la sua storia, mia madre si assicurava che le finestre e le porte fossero chiuse bene. Allora ci sedevamo tutti e tre in cucina sul divano e lui cercava ogni volta di dare un ordine cronologico a tutto quello che gli era successo".  
Era stato arrestato davanti a tutto il personale del cantiere. Relegato in cella d'isolamento con le mani legate dietro la schiena in un carcere della polizia segreta per tre mesi, venne picchiato perchè confessasse di aver condotto delle azioni sovversive contro il regime politico jugoslavo e di essere in contatto con agenti di Stalin. Non aveva diritto ad alcuna difesa giuridica. Furono presentati dei testimoni falsi. Fu anche falsificata la sua firma in calce ad un verbale in cui dichiarava la sua colpevolezza. In base a questo il tribunale militare di Spalato lo condannò a quattro anni di carcere e ad un anno di libertà condizionata. Trasferito nel carcere di Bilece fu sottoposto ad un lavoro che in quella prigione era ritenuto quasi privilegiato, poichè escludeva i maltrattamenti fisici giornalieri. Faceva parte della brigata che aveva il compito di pulire le fogne delle carceri, naturalmente senza abiti o altri mezzi di protezione. Li facevano entrare nelle fogne, dove il livello delle feci arrivava a volte anche quasi alle spalle. Dopo alcuni mesi venne fatto salire su un treno blindato che fece un lungo giro nella regione raccogliendo altri prigionieri, finchè non arrivò a Fiume dove vennero tutti imbarcati nella stiva di una nave. La destinazione era l'isola di Goli Otok. Arrivarono all'alba. Sbarcati sul molo i prigionieri dovevano passare tra due ali di un centinaio di condannati ciascuna che li riempivano di botte. Cherubino non riuscì ad arrivare fino alla fine di questo tunnel e svenne a metà. "Rimase per terra, con le ossa schiantate, calpestato da quelli che gli erano dietro e percosso a sangue dai carcerati circostanti, fino a che tutti i prigionieri non furono usciti dalla nave. Lo portarono in un ambulatorio assieme agli altri sventurati". Appena potè camminare Cherubino ebbe il suo posto in una delle baracche della prigione, uno spazio di due metri quadrati, quello che praticamente prendeva il pancaccio su cui dormiva. Nuovi prigionieri continuavano ad arrivare nell'isola ma alla prima occasione Cherubino si rifiutò di riservare loro lo stesso trattamento che aveva subito all'arrivo. Per questo dovette partecipare ad una riunione di "rieducazione". "Mio padre fu indicato da un prigioniero del suo gruppo come individuo degno di assoluto disprezzo, perchè quel mattino non volle bastonare i nuovi venuti. Ciò dimostrava che lui non aveva assolutamente intenzione di pentirsi dei "suoi peccati" e che condivideva le idee della "banda" di prigionieri appena arrivati. Appena finite le critiche, lui e gli altri accusati furono riempiti di botte ed insulti, e lasciati per terra feriti nell'anima e nel corpo". Il lavoro giornaliero che svolgevano i carcerati era il trasporto di pesanti pezzi di pietra sulla schiena da una parte dell'isola all'altra. Era un lavoro inutile o che serviva alle esigenze della detenzione, come nel caso della costruzione di un muro di cinta alto tre metri, con torrette e sentinelle, che circondava nel punto più alto dell'isola, all'interno di una cava di bauxite, la baracca dove alloggiavano le "personalità" detenute, ex generali che avevano combattuto nella seconda guerra mondiale, ex parlamentari, funzionari, il presidente dell'Assemblea popolare del Montenegro, che nessun contatto dovevano avere con gli altri prigionieri. Finanche il corpo dei detenuti di questa baracca che morivano veniva gettato in mare di notte. Frequenti erano i condannati che si suicidavano, ed esserne stato in alcuni casi testimone personalmente fece riportare al padre dell'autrice profondi traumi. Per aver inutilmente tentato di salvare uno di questi che si era tagliato le vene fu punito e deportato in un'altra isola, a tirar fuori d'inverno, tutto il giorno in acqua, sabbia dal fondo del mare, dormendo di notte con le catene alle caviglie nella stiva di una nave. Tornò a Goli Otok tra la vita e la morte. Successivamente avvenne che per aver diviso una sigaretta con un altro detenuto fu pestato in una sorta di processo collettivo. Fu ricoverato in ospedale "dove suo malgrado dovette assistere al soccorso lento e precario che veniva dato a quegli infelici che cercavano di togliersi la vita. Di notte doveva ascoltare le grida inumane di ricoverati in preda alla follia, sentire i gemiti e le implorazioni dei prigionieri che, come lui tempo addietro, venivano portati dall'inquirente per l'inchiesta, e venivano bastonati a morte se si dichiaravano innocenti. Uscito dall'ospedale pesava 35 chilogrammi". Alla fine Cherubino cede. Comincia regolarmente ad andare dall'inquirente, "alle riunioni serali accusava se stesso con parole di disprezzo, riconosceva di essere stato un traditore e apprezzava tutte le efferatezze che venivano applicate in carcere per redimere i carcerati dalle loro colpe".    
Ciò che colpisce nella ricostruzione di questa vicenda è la fedeltà assoluta del protagonista alla sua idea. Per essa lascia l'Italia, trascinando nel suo destino moglie e figlia. Per essa affronta il girone dantesco di un'inspiegabile prigionia. Dopo la quale, fisso nella sua ortodossia, si fatica a capire se sia riuscito a elaborarne un'interpretazione. "Cominciò a fare lunghe passeggiate nella bellissima baia di Cigale. Leggeva moltissimo e scriveva poesie, che anche se non avevano un vero valore letterario, erano colme di sincera fede nel comunismo. [...] Fino ai suoi ultimi giorni di vita, nel suo cuore nobile e giusto, rimase quell'immagine incancellabile che ebbe della Russia leggendo i libri dei suoi grandi scrittori. Era affascinato dalla sua rivoluzione e dalle sue immense vittorie. Era certo che i suoi atti grandiosi avevano dato ai popoli oppressi di tutto il mondo la speranza di redenzione delle loro sofferenze e portato nel modo più giusto l'eguaglianza tra gli uomini e il loro benessere". 
Enigmatico è anche quel cedimento finale, quell'autoaccusa che sembra una rivelazione, come quando si rivolge agli altri detenuti: "Compagni, soltanto i metodi che vengono adottati quì faranno di noi uomini nuovi. Dobbiamo essere grati al regime comunista jugoslavo di averci aperto gli occhi e fatto capire questo...". 
Il segreto di Goli Otok è racchiuso nell'animo di Cherubino, quello di un ideale che condivide con l'efferatezza di ciò che accade l'imparlabilità, la solitudine, la sottrazione allo sguardo e alla memoria. Cherubino ha poi cercato in qualche modo di squarciarne il velo con i suoi famigliari e il risultato a posteriori è questo libro. Che non fa che ribadire il destino trascurabile e ingiustificabile del suo protagonista.



(Carlo Verducci)








Claudia Sonia Colussi Corte, Il segreto dell'isola nuda, Forum, 2015 [ * ]


STORIA DELLA BAMBINA PERDUTA
post pubblicato in Ferrante, Elena, il 20 ottobre 2015


Questo è il quarto ed ultimo volume della tetralogia di Elena Ferrante “L’amica geniale”. Ho atteso un po’ a leggerlo ma – forse perché reduce dalle vacanze, forse perché le mie letture estive sono state del genere giallo–thriller – la lettura di questo libro è stata molto piacevole, più dei precedenti, almeno all’inizio.
Il libro presenta una novità rispetto alle altre tre parti: non è un unico testo, ma è diviso in due parti, i cui titoli la dicono lunga sulle intenzioni dell’autrice: “Maturità: storia della bambina perduta” e “Vecchiaia: storia del cattivo sangue”. Maturità e vecchiaia sono ovviamente quelle dell’io narrante, Elena Greco (Lenù per gli amici napoletani e per Lila, la sua controparte nel libro).
La prima parte, la “Maturità”, tratta soprattutto della vita di Elena, sposata Airota e per tre anni – dal 1976 al 1979 – lontana da Napoli e quindi da Lila. Elena, madre di due figlie, Dede ed Elsa, si è legata a Nino Sarratore, e questo l’ha costretta a separarsi dal marito, Pietro, di cui era stanca (la vicenda è stata descritta ampiamente nel volume precedente, “Storia di chi fugge e di chi resta”). Durante questo periodo Elena vaga per varie città, cominciando da Montpellier, ove Nino va per intervenire a un congresso (è ricercatore universitario); poi Genova, Napoli, Firenze. Ma sempre per brevi periodi. Elena cerca di occuparsi soprattutto del suo lavoro di scrittrice, visto il successo che ha avuto dai suoi libri.
La maturità è l’età che segue il “tempo di mezzo”, sottotitolo del volume precedente. E l’io narrante, Elena, si descrive calcando l’accento su tutte le sue azioni come compiute in piena maturità, non più con gli impeti e le passioni delle età più giovani. Lo stesso fa con Lila – la sua amica – anche lei in piena maturità. Lila è sempre presente nel racconto di Elena, e si comporta da amica anche se non è più al centro della sua vita. Ed è forse la storia stessa a caratterizzare la maturità di entrambe: l’affidamento delle due bambine a Guido e Adele, suoceri di Elena; la vita con Nino e la conseguente gelosia verso sua moglie Eleonora, che Nino promette di lasciare. Non dimentichiamo – nel seguire le vicende di Elena e Nino – che, durante una vacanza ad Ischia, Nino era stato amante di Lila.
Pur nelle sue peregrinazioni, Elena non accetta la separazione dalle sue figlie e decide di portarle via ai suoceri e riprendere a fare la mamma, anche se viaggiante. Questa decisione è in certa misura conseguenza di quanto le aveva detto Lila riguardo il suo ruolo di madre, e della sua vita lavorativa, che spesso le chiedeva di muoversi da una città all’altra. Elena, riprendendosi le figlie, con cui dialoga spesso, decide di tornare a Napoli (l’immagine sulla copertina del volume fa proprio riferimento alle bambine). E Lila, pur messa da parte in molte situazioni, resta sempre il principale soggetto della storia di Elena, anche quando non è presente, ed entra a far parte anche dei suoi dialoghi con le figlie. L’ultimo libro che Elena ha scritto racconta molto in dettaglio la vita del “rione” dove le due amiche sono cresciute, e la cosa non è andata a genio ad alcune persone, principalmente ad uno dei fratelli Solara, Michele.
Elena rimane incinta di Nino, nonostante i fatti le avessero già reso chiaro che il suo amante era persona inaffidabile. Questa gravidanza è parte centrale del rapporto con Lila, che anche lei resta incinta nello stesso periodo; ciò avviene in un momento in cui la tensione tra Elena e Nino è giunta ad un livello piuttosto alto, così da determinare la definitiva rottura tra loro. Elena partorirà una terza figlia, Imma, e Lila anche lei una figlia, Tina, che avrà un fratello molto più grande, Gennaro. La storia approfondisce per un po’ questo nuovo legame tra le due amiche, fin quando, dopo alcuni anni, per una malaugurata serie di circostanze, Tina si perde per la strada, e nessuna ricerca riesce a farla ritrovare. E qui l’esame che Elena fa della sua amica si arricchisce del dolore di Lila, dolore che Lila nasconde all’amica in molte maniere. Con questa scomparsa di Tina si chiude la parte sulla maturità.
Sono andato molto oltre i miei soliti limiti, raccontando in modo caotico e confuso – come appare nel libro – la storia della prima parte di questo ultimo volume. Questa parte occupa nel libro il doppio delle pagine della parte successiva, la “Vecchiaia”, ed è enormemente più complessa delle storie dei volumi precedenti. Dunque cercherò di essere più breve nel raccontare di questa seconda parte, anche se non è meno caotica della prima.
La “Vecchiaia: storia del cattivo sangue” inizia con la partenza di Elena per Torino, dove è chiamata a dirigere una piccola casa editrice con la quale aveva iniziato una collaborazione. Nella sua permanenza a Torino, Elena non si distacca del tutto da Napoli, dove torna saltuariamente. In queste visite, l’unica persona che Elena frequenta – a differenza della “Maturità”, dove le frequentazioni principali di Elena erano parenti ed amici – è proprio la sua amica Lila. In una delle visite napoletane Elena scrive un racconto, che pubblica: si intitola “Un’amicizia” e parla diffusamente di Lila (Elena trasgredisce una promessa fatta all’amica, che era di non scrivere più di lei). Ma – dopo la presentazione pubblica del racconto – l’amica non è più rintracciabile, anche se Elena abita al piano di sopra di Lila; non risponde al telefono, fisso o cellulare. Il ricordo della perdita della figlia Tina ha prodotto in Lila una sorta di smarrimento dal quale non si è mai ripresa.
Elena ritorna a Napoli a seguito di vari fatti, il più importante dei quali è la perdita del suo lavoro: la sua piccola casa editrice versa in cattive acque e un giovane la sostituisce. E in pratica, tornata a Napoli, alla casa che aveva sopra quella di Lila, Elena riprende a raccontare della sua amica e dei fatti del rione. Questo raccontare la riporta indietro, quando ancora era a Napoli con tutte e tre le figlie, e abitava sopra l’appartamento di Lila. Così inizia ad osservare Lila e a tornare dentro la sua vita al rione. E – dopo la sua crisi con Nino – assiste alla perdita della capacità di iniziativa di Lila, che vuole smettere di lavorare, e alla sua crisi nel rapporto con il compagno Enzo.
Tanti altri fatti corrono sotto la penna di Elena (a mio avviso, è in realtà l’autrice del romanzo, Elena Ferrante, che racconta realmente questa storia). L’assassinio dei fratelli Solara, indiscussi boss del rione; la figlia Dede che s’innamora del figlio di Lila, Rino; la successiva visita di Pietro – l’ex marito di Elena – alle figlie e a Lila; la rapida e improvvisa “scappata” della figlia Elsa con Rino, il figlio di Lila, che Elsa ruba alla sorella; la partenza di Elena per Bologna – dove sapeva che Rino voleva andare – ove ritrovare la figlia. Ad accompagnarla a Bologna è Enzo, il compagno di Lila; arrivati a Bologna e non trovata alcuna traccia dei due fuggitivi, mentre Elena vuole denunciare Rino, Enzo chiama Lila al telefono, e scopre che Dede ha ricevuto notizie: Elsa è a Genova dai nonni paterni. Elena si fa, allora, lasciare da Enzo a Firenze e va a Genova, a riprendere la figlia.
Elsa e Rino accettano di tornare a Napoli e stare con Elena; Dede raggiunge suo padre a Boston, dove nel frattempo è andato. Prima di partire, in un curioso raptus di affetto per la madre, le dice due cose: che con lei non si può parlare, perché ama solo il lavoro e “zia Lina”; e che la vera punizione per Elsa (che le ha rubato Rino) è restare a Napoli. Poco dopo, Enzo, mentre Lila è fuori casa, viene arrestato, perché coinvolto in vicende terroristiche facenti capo a due amici del rione, Nadia e Pasquale.
Elsa resta a casa di mamma, e per un po’ sembra che tra lei e Rino tutto fili liscio, ma presto, anche la loro unione si rompe. Così, dopo altri due amori, Elsa raggiunge Dede e il padre a Boston, e Rino resta con Elena. Nel frattempo continua il dialogo con Lila, che le consiglia di separarsi anche da Imma, mandandola a Roma dal padre Nino, diventato onorevole. Sopravvenuta una crisi politica, Nino le chiede di schierarsi a suo favore, e lo fa attraverso la figlia Imma, subito favorevole al volere del padre. Intanto negli scandali viene coinvolto anche Guido Airota, padre di Pietro.
Imma si lega a zia Lina (Lila), che se la porta in giro per Napoli, e che ovviamente la coccola come se fosse sua figlia Tina. Elena lascia fare, ma si accorge che la figlia va più d’accordo con Lila che con lei. E Imma le racconta che la zia Lina sta scrivendo un libro su Napoli, e sulle tante cose di Napoli che sa. L’attenzione di Elena torna a Lila, con la quale – nel racconto – trascorre gli ultimi giorni che passa a Napoli, prima della partenza per Torino. E Lila le fa una confidenza: ha immaginato che Tina fosse stata rapita perché scambiata per Imma, la figlia di Elena.
Lo spostamento di Elena e Imma a Torino, con cui il romanzo inizia, ritorna nel finale, dove – ormai a Torino – Elena telefona frequentemente a Lila, per mantenere vivo il suo rapporto con lei. Nel frattempo, anche Imma è andata a studiare all’estero, in Francia. E queste pagine finali sottolineano – con le parole di Elena – il concetto di vecchiaia: le figlie tornano a casa ogni anno, con i loro nuovi compagni. Finché Dede, scelto un compagno straniero che non sembra più occasionale, torna a Torino con un nipotino. Elena è nonna! E i ricordi, in occasione di questa più lunga permanenza delle figlie, tornano violenti alla mente di Elena, un giorno che le figlie indugiano davanti alla libreria dov’erano i suoi libri. Da una lettura occasionale di Elsa, che marcava ironicamente un periodo del libro che stava sfogliando, Elena si accorge di soffrire, riconsiderando l’intera sua vita, e prosegue in questo esame nel suo ritorno a Napoli: le sembra che Lila abbia scritto qualcosa e – forse su questa onda – scrive “Un’amicizia”. Dai ricordi esce anche il fatto che – nel successo del suo libro – Lila sparì, non si fece più trovare, come se qualcosa l’avesse offesa. La seconda parte del libro si chiude con questa immagine.
C’è un brevissimo epilogo intitolato “Restituzione”, ove Elena racconta che torna a Napoli un’altra volta, in occasione di due funerali, quello di suo padre, e quello della madre di Nino, Lidia Sarratore. Dopo un breve incontro con Nino, mentre parlano di Lila e della sua irreperibilità, Nino osserva che prima o poi si sarebbe rifatta viva. Un fatto strano chiude anche l’epilogo. Rientrando a casa a Torino, dove ormai vive, Elena trova un pacco depositato sopra la sua cassetta di posta, senza un biglietto né un indirizzo. Lo apre con cautela e trova nel pacco le due bambole Tina e Nu, con le quali si apre la storia del primo volume. Dopo alcune considerazioni nel merito, ovviamente anche su Lila, Elena conclude con un pensiero: “significano, le bambole, che Lila sta bene e mi vuole bene: ma vogliono anche dire che non la vedrò più”.
Mi accorgo di non aver rispettato quanto ho detto poc’anzi, e cioè che dovevo scrivere di meno. Ma l’eccesso di scrittura è stato necessario ad esporre l’enorme quantità di fatti che caratterizzano la vicenda e che – sia pur impropriamente descritti e molto ridotti nei particolari – in qualche nodo dovevano essere riportati.
Ora che sono arrivato in fondo, ora che gli echi di “Un’amica geniale” mi sono arrivati anche da una americana di New York, conosciuta a Roma al matrimonio di mio nipote, posso dire che – nel complesso – sono stato soddisfatto della lettura di questa tetralogia. E vorrei dire che di Elena Ferrante questa tetralogia rappresenta, a mio avviso, l’opera conclusiva e – in buona parte - autobiografica. Sono lieto di consigliarne la lettura a tutti coloro che amano leggere i libri.



(Lavinio Ricciardi)









Elena Ferrante, Storia della bambina perduta, e/o, 2014 [ 

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LA FIGLIA OSCURA
post pubblicato in Ferrante, Elena, il 12 ottobre 2015
  

Un libro che appare un po’ insolito questo della Ferrante. Specie dopo la lettura dei primi due, “L’amore molesto” e “I giorni dell’abbandono”. Ho letto “I giorni dell’abbandono” due o tre anni fa, quando la notorietà raggiunta dalla scrittrice con la sua tetralogia non era ancora all’apice. Ho letto tutti gli altri suoi libri quest’anno e ne sono rimasto molto influenzato.
Debbo dire che "La figlia oscura" mi è sembrato inaugurare uno stile più immediato e una scrittura più vicina alla comprensione dei lettori meno esperti. Soprattutto per la storia, quella di una semplice vacanza al mare di Leda, la protagonista, una giovane donna. Leda è separata dal marito, che – nel fuggire da lei per un lavoro in Canada – si è portato con sé le due figlie. Ma la storia, anche se di più immediata comprensione (specie a confronto di quella de “L’amore molesto”), è ugualmente coinvolgente e bella.
L’io narrante è quello della stessa protagonista Leda. E la trama è quella di una vacanza al mare, con incontro, da parte di Leda, di una famiglia di napoletani e dei loro problemi quotidiani. Questa trama è apparentemente centrata su una bambola, che a Leda ricorda quella che aveva lei da bambina.
L’abilità della Ferrante appare nella descrizione dei vari personaggi della vicenda e non solo della protagonista e dei suoi reali problemi, che appaiono pian piano. Le descrizioni fanno parte dell’osservazione che Leda sviluppa verso il gruppo che ha incontrato, un po’ chiassoso e di composizione eterogenea. Leda osserva i personaggi lentamente, e li caratterizza uno alla volta. La prima che viene evidenziata è Rosaria, in attesa di un neonato, che polarizza l’attenzione proprio per il suo stato e per come lo porta avanti. Sullo sfondo di Rosaria si delineano altre due persone, una madre – Nina – e sua figlia Elena, una bambina dell’età di circa otto anni. La bambina gioca sempre con una bambola, e spesso la abbandona sulla spiaggia. Chiacchierando con Leda, capita che la bambola rimanga proprio vicino a quest’ultima.
La bambola un giorno viene smarrita. Tutta la famiglia si scatena alla sua ricerca, senza esito. In realtà Leda, che l’ha vista semisepolta nella sabbia, ha deciso di prenderla e l'ha messa nella sua borsa.
Da questo episodio, apparentemente casuale e non legato a particolari notevoli, origina la storia e il titolo del libro: la “figlia oscura” è proprio – immagino – questa bambola, alla quale Elena dà molti nomi, tra i quali uno, Nani, colpisce Leda. La vicenda ruota proprio attorno alla bambola che – man mano che la storia prosegue – appare a Leda come una possibile “figlia” (io, almeno, ho interpretato così il suo interesse per la bambola). Probabilmente una figlia desiderata, latente, o l’incarnazione stessa dell’istinto materno di Leda, che ha le figlie lontane, e ne soffre. Da questo desiderio si evince il ritardo con il quale Leda continua a protrarre il momento in cui decidere di restituire la bambola ad Elena.
Ancora una volta la fantasia della Ferrante ricama sulla personalità della protagonista. La vita di Leda, che lei stessa, io narrante, racconta man mano, è – a mio avviso – la parte forte della storia. Ma, rispetto a “L’amore molesto”, in cui l’io narrante alla fine si identifica con la madre scomparsa, o rispetto a “I giorni dell’abbandono”, in cui l’io narrante non è la protagonista, ma la scrittrice, e il centro della storia è – appunto – la sensazione dell’”abbandono”, qui lo snodarsi della vicenda – la ricerca della bambola e la sua apparente (fino al termine del libro) scomparsa – danno a Leda l’opportunità di descrivere i suoi pensieri e cercarne le ragioni, rievocando vicende della sua vita. Così il significato della “figlia oscura” che ho identificato con la bambola e con la personificazione del desiderio materno di Leda (abbondantemente espresso nel ricordo delle figlie e nel trasporto che ha per loro ogni volta che le sente a telefono) penso giustifichi il fatto che lei aspetta a restituire la bambola, pur essendo costantemente intenzionata a farlo.
Non rivelo la fine della storia, di cui mi pare di aver già raccontato anche troppo. Ma resta a mio avviso questo uno dei libri più accessibili dell’autrice; il suo talento nel descrivere stati d’animo e personalità (in particolare, femminili) si esprimerà poi, ancor più compiutamente, nella tetralogia di ambiente napoletano intitolata “L’amica geniale”. 



(Lavinio Ricciardi)








Elena Ferrante, La figlia oscura, e/o, 2006 [ * ]

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STORIA DI CHI FUGGE E DI CHI RESTA
post pubblicato in Ferrante, Elena, il 22 settembre 2015
  

E siamo al terzo volume di quella che ormai è nota a tutti come “la tetralogia” di Elena Ferrante. Anche questo terzo volume ha un sottotitolo, “Tempo di mezzo”, cioè il periodo che segue la giovinezza e precede l’età adulta. Ed è ancora l’io narrante, Elena (nome che senz’altro fa riferimento alla Ferrante) a proseguire la narrazione partendo dall’ultimo anno in cui ha visto Lila, il 2005. Nel raccontare questo incontro, Elena riporta un episodio (l’assassinio di una loro amica, Gigliola) che, tornerà probabilmente nel quarto volume, perché l’unico accenno che se ne fa qui è nella prima pagina.
L’io narrante torna a riassumere la sua vita negli anni sessanta, mentre parla con Lila. E Lila protesta per i pensieri dell’amica, l’accusa di “fare la saputa” (tipica espressione napoletana) e la prega di non scrivere più di lei. Cosa che invece il libro smentisce, almeno nella prima parte, anzi nella prima metà abbondante. Inoltre, Elena parla stando a Torino (nomina il Po e un ponte sicuramente torinese) e torna col pensiero a Milano, ad un intervento che qualcuno ha fatto contro il suo libro e a un suo vecchio amore, poi rapitole da Lila, Nino Sarratore, che la difende da quell’intervento. 
Ho scritto un po’ dell’incipit del libro, tanto per rientrare in argomento. Ma il libro – che scorre ancor più del secondo – è sostanzialmente storia di Elena, che è – delle due amiche – quella che fugge (da Napoli, dal rione, per poi rientrarvi) e, abbastanza in là nel libro, anche di Lila – quella che resta. Tornando all’intervento milanese, Elena racconta le difese che Nino ha preso di lei, e anche un colloquio successivo con lui, in cui parlano essenzialmente di Lila. E poi si parla di una cena, in cui Elena va con la sua futura suocera, Adele, con un professore milanese e con Nino. Questo episodio fa entrare la storia nel vivo dei nuovi rapporti di Elena, rapporti iniziati a Pisa, soggiorno in cui ha conosciuto due uomini. Del primo, Franco, si parla nel volume precedente, mentre di quello che lei sposerà, si parla qui.
Lo sfondo di questo terzo volume sono gli anni 60-70 e le contestazioni che li hanno caratterizzati. E su questo sfondo, si snodano due storie di crescita delle due amiche. Elena passa dalle conquiste universitarie e dal suo libro alla conoscenza di un ambiente e una famiglia tipicamente settentrionale. E si sposerà con Pietro, già docente universitario. Lila si ritroverà a lavorare nel salumificio di un suo vecchio conoscente (dai tempi di Ischia e della sua storia con Nino), Bruno Soccavo, dove si scontra con la dura realtà del lavoro di operaia.
Questi due itinerari che le storie di Elena e Lila continuano a seguire accompagnano fedelmente il lettore nel suo viaggio conoscitivo delle vicende delle due amiche. Si scoprono fatti del rione, essenzialmente nelle vicende di Lila, ma anche in alcuni episodi della vita prima milanese, poi fiorentina di Elena.
Nella storia di Elena la fa da padrone il matrimonio, la nascita delle sue due bambine, la conoscenza di una realtà profondamente diversa da quella del rione napoletano. In quella di Lila il nuovo interesse che – accanto alla sua esperienza di operaia – matura pian piano nella sua nuova storia familiare, che la vede lontana dai problemi creati prima dal marito, poi dalla relazione con Nino (oggetto del volume precedente). Lila si crea un nuovo rapporto familiare con un suo antico amico, Enzo, rapporto molto particolare perché basato soltanto sulla loro antica amicizia e sull’affetto di Enzo, che accetta di essere un compagno-amico (non ci sono rapporti sessuali tra loro). Ma l’intelligenza di Lila la spinge, nell’aiuto che dà ad Enzo per i suoi nuovi interessi verso i calcolatori, ad interessarsi di questo nuovo settore, e a padroneggiarlo presto. E questo le permette di affrancarsi dalla sua esistenza di operaia. Anche Lila ha un figlio, Gennaro, che inizialmente crede nato dalla relazione con Nino, ma che – crescendo – si rivela sicuramente figlio del marito di Lila, Stefano. Quest’ultimo si è costruito una nuova esistenza con Ada, figlia della vedova (si veda il primo volume della tetralogia).
Ma le due storie proseguono nei loro sviluppi. Lila, emancipatasi dalla ditta Soccavo, accetta un lavoro da Michele Solara, suo vecchio spasimante; diventa capocentro di un centro di elaborazione dati e guadagna grosse cifre, che – assieme al guadagno del suo compagno Enzo, anche per lui ottenuto con i computer (proprio grazie all’aiuto che Lila gli ha dato) – la pongono in un ruolo che mai si sarebbe aspettata di poter raggiungere.
Elena deve affrontare invece la crisi del suo matrimonio: è infatti approdata ad un nuovo rapporto con Nino Sarratore, incontrato assieme alla moglie, per caso, proprio tramite suo marito Pietro. E c'è, ancora, un altro incontro casuale, quello con Pasquale e Nadia, che la riportano con la mente a Napoli. E infine, un viaggio con Nino, che la fa volare per la prima volta e che conclude il libro.
Anche l’immagine della copertina di questo volume sottolinea molto intensamente il rapporto delle due amiche con i loro figli. E questo spiega il sottotitolo “tempo di mezzo”: sopraggiunge una nuova generazione nella vita delle due amiche.
Sono stato poco conciso nella mia esposizione, e ne chiedo scuse a chi mi legge. Ma ho avuto di questo libro una impressione profondamente positiva, più degli altri due. E proprio per questo, lo raccomando a tutti gli amatori della scrittura di Elena Ferrante. Non ne andranno delusi.



(Lavinio Ricciardi)









Elena Ferrante, Storia di chi fugge e di chi resta, e/o, 2013 [ * ]

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FESTA GRANDE ALLA DAHRA
post pubblicato in Sammartano, Amedeo Andrea, il 15 settembre 2015
 

Nell' apprestami alla recensione di questo romanzo, "Festa grande alla Dahra" di Andrea Amedeo Sammartano, mi è capitato ciò che da tempo non mi succedeva più: non ho fatto assolutamente fatica. Quello che voglio dire con questo peambolo è che le impressioni rimaste dopo la lettura, non hanno bisogno di essere elaborate, che so io da una amplificazione o da un ridimensionamento del senso stretto a cui alludono. Esse ti conducono direttamente, senza la necessità di una scelta tra due possibili interpretazioni, entro l'unica direttrice che solca il tracciato del racconto: la insolita metamorfosi che subisce l'identità di Amedeo, italiano nato in Libia nel 1950, in pieno periodo post coloniale. E' talmente chiaro il susseguirsi dei fatti e del sentire del protagonista per quella terra, che la trama, naturalmente, ti porta entro la realtà degli avvenimenti (anche una rivoluzione) e non dove di solito ti porta il cuore: i lacciuoli dei luoghi comuni e del conformismo. Badate bene, in questo testo non è che manchi l'alone romanzato che lo rifinisce e lo fa risplendere di vita propria; anzi, i bagliori creativi, sia stilistici che descrittivi, sanno alternarsi ad una attenta coerenza storica vissuta tormentosamente in prima persona dal protagonista della vicenda. La Libia della quale tanto si è parlato a sproposito, lasciamola raccontare, almeno per ciò che riguarda la sua anima, a chi l' ha vissuta appunto in profondità (in questo caso a un nativo italiano), e non a chi viene commissionato di descrivere lei, i suoi abitanti e i suoi leaders, a seconda delle convenienze contingenti.
Ho letto il racconto "Festa grande alla Dahra", e ho provato un misto tra una soavità crescente che è man mano sfociata in un autentico piacere e il desiderio che anche altri possano godere della sua "normale straordinarietà" che non ha bisogno di stupire e quindi eccedere a tutti i costi. Mi chiedo: "C'è veramente la necessità di oltrepassare sistematicamente quelle linea di frontiera (border line?) che sconfina, per impressionare le immaginazioni più deboli e non, nell'esagerazione se non addirittura nella depravazione di ogni senso pur di avere successo?".
Infine, vorrei solo accennare al fatto che, Sammartano Andrea Amedeo, l'autore di "Festa grande alla Dahra", è stato intercettato e invitato, subito dopo la pubblicazione, da alcune Università Statunitensi (Stone Brook e Hofstra di New York, UCON de Connecticut) interessate a dibattere sul tema, così rilevante in questo caso, del cambio di identità. 



(Franco Scerri)









Amedeo Andrea Sammartano, Festa grande alla Dahra, Ibiskos, 2013 [ * ]

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VIA DELL'IDROSCALO
post pubblicato in Pasolini, Pier Paolo, il 6 agosto 2015
 

In zona "Idroscalo di Ostia", adiacente alla foce del Tevere, nei pressi della Torre di San Michele e del Porto Turistico, a pochi passi da dove ho abitato per molti anni, esiste un'Area Protetta della LIPU dove sorge, tra immondizia e tracce di amori clandestini, un monumento dedicato a Pier Paolo Pasolini, trucidato nel 1975 proprio in quel punto.
L'area, denominata "Parco Pier Paolo Pasolini", è nel completo abbandono ma non c'è da stupirsi...vista l'attuale situazione di degrado in cui versa tutta Roma.
Oltre al monumento vi sono anche delle incisioni su pietra con versi del poeta. 

(giugno 2015 [ * ])



I GIORNI DELL'ABBANDONO
post pubblicato in Ferrante, Elena, il 15 luglio 2015
  

Ho voluto rileggere questo libro, che avevo letto alcuni anni fa, quando la notorietà di Elena Ferrante non era quella che è oggi, e che mi aveva colpito. Il giudizio che ne do adesso è certo un po’ influenzato dal fatto che ho letto quasi tutto di questa magnifica autrice italiana. Spero che i miei (pochi) lettori mi perdonino questa mia pecca, e prendano le mie parole con prudenza.
Il libro mi è piaciuto molto: anche qui l’autrice si rivela abile nel descrivere abilmente la personalità della protagonista, Olga. A differenza di quella de “L’amore molesto”, Olga è una donna realizzata nella sua famiglia, che – improvvisamente – si trova a dover affrontare l’abbandono del marito, innamoratosi di un’altra donna, più giovane, cui aveva dato qualche ripetizione in vista dell’esame di maturità.
È questo il tema principale dell’intero libro: la difficoltà esistenziale che la vita presenta improvvisamente ad Olga, la quale ne è pienamente consapevole e che deve improvvisamente affrontare, con tutte le conseguenze del caso. La vicenda si snoda in un crescendo di indecisione ed incertezza da parte di Olga, che non riesce ad accettare inizialmente questa realtà e tutte le sue conseguenze sul suo carattere e soprattutto sulla sua vita reale. E questa vita prosegue in un crescendo di azioni, a dir poco avventate, cui Olga si abitua: i piccoli problemi domestici (come la serratura della porta, che non si riesce ad aprire), le tristezza del confronto con le amiche, la responsabilità della crescita dei figli, Ilaria e Gianni, e il rapporto con loro.
Com’è mia abitudine, non mi piace raccontare il contenuto di un libro. Preferisco piuttosto raccontare le impressioni, certo soggettive, che la lettura produce. Credo che – dal punto di vista dell’introspezione nell’universo femminile, tema cui la Ferrante si dimostra legatissima – questo libro sia un capolavoro. Ritengo proprio che “I giorni dell’abbandono” sia in assoluto il migliore dei libri della Ferrante (debbo ancora leggere il quarto volume della tetralogia “L’amica geniale”), per ricchezza di sentimenti e per la precisione delle descrizioni degli stati d’animo di Olga.
Debbo anche aggiungere che – malgrado la splendida interpretazione di Margherita Buy – il film omonimo che il regista Roberto Faenza ha tratto dal libro non rende con altrettanta incisività la personalità di Olga.
Un libro che non può mancare in chi vuole formarsi un’idea precisa delle tematiche affrontate nei suoi libri da Elena Ferrante. E che consiglio senz’altro di leggere, a tutti.



(Lavinio Ricciardi)









Elena Ferrante, I giorni dell'abbandono, e/o, 2002 [ * ]

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OLTREMISURA
post pubblicato in Raggi, Luciana, il 14 luglio 2015
 

La poesia oggi ha raggiunto un punto orizzontale dove l’Io poetico affronta i livori dell’esistenza, la percezione quotidiana del finito, l’intensità malefica del possesso e dell’annullamento. La raccolta Oltremisura partendo dalla fonte personale affronta il percorso difficile della salita verso i punti verticali, le cime tempestose, dove le passioni disilludono, i sensi non sostengono, i sogni si infrangono contro la barriera del Tempo. La poeta inizia il cammino/ racconto con la poesia Bianco che potrebbe essere avvicinata alla voce del Nobel Salvatore Quasimodo della poesia Ed è subito sera. La Nostra scrive: “Sto qui / fra riga e riga / senza distanze. / Sto qui / qui a guardare il bianco: / nomade / tra le parole dette / e quella che mi tace dentro”. L’anafora sprigiona l’egemonia del luogo atemporale; il colore bianco risveglia l’energia della purezza, la verginità della mente e del foglio dove riversare la parola; la forza della poesia è nella mediazione tra il suono e l’immaginazione, la sospensione e la Creazione che si rivela nel silenzio, inaspettata l’acqua dell’esistenza scorre a superare i secoli con lo sguardo. Noi siamo nomadi, imperfetti e nostalgici, costretti a comprendere in ritardo le profezie dei poeti, i deliri degli assassinati per le idee, le violenze subite da chi apre le stanze alla luce del sole: “(…) I ragazzi, a valle, / non lo vedono: / hanno negli occhi frammenti / in divenire / abbracciano l’attimo / non cercano altro / ma l’indicibile dell’esistenza / li aspetta”. La poesia non ha un ruolo nella Storia della società contemporanea, proprio quando sembra fiorire in mille cenacoli, in migliaia di voci, in una infinità di incontri. Per la Nostra la poesia potrebbe rivelarsi “(…) la voce / senza traduzione”, proprio come avviene oggi. Allora oltre al dolore personale per l’impossibilità della condivisione reale, sincera, sentita, la poeta rivela al lettore l’amaro “Sale della mia terra” (che è poi la terra di ognuno di noi): “Al seno di tua madre / senza distanze / hai quanto basta / senza spazio / senza tempo / senza memoria / non dissipi calore. / (…) Dove sono ora / ho quanto basta: / un battito di vita / uno sguardo che colora il mondo / e i miei anni / diventano leggeri. / Ho te / sale della mia terra.” 



(Vincenzo D’Alessio)








Luciana Raggi, Oltremisura, Vitale Edizione, 2015

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IL PAESE DEI MUSSOLINI
post pubblicato in Emiliani, Vittorio, il 30 giugno 2015
 

Si può riportare la figura del duce al suo coacervo famigliare e regionale di origine, come se fosse un inguaribile provinciale, allacciato irrimediabilmente alle radici della sua heimat romagnola? E' quello che ha provato di fare in questo libro un suo parente, Vittorio Emiliani, nipote di Lucrezia Vasumi, cugina prima di Alessandro Mussolini, padre di Benito. Il duce dal punto di vista di Dovia/Predappio, dei suoi compaesani, del parentado, dei suoi antichi compagni di gioventù ha tutti i titoli per rientrare nella galleria di personaggi stralunati di un filone della letteratura romagnola, da Cavazzoni a Celati ad Amarcord, e senza trascurare la non lontana Marradi.
Per nonna Lucrezia, Benito è fin da ragazzo "'e màt", giudizio rimasto immutato per cinquant'anni tutte le volte che il duce tornava a Predappio, fino in piena guerra. "Ah, chissà quel matto dove ci porterà a finire...". Impressione che non era la sola ad avere. "Veniva su a Predappio Alta a trovare suo zio Alcide, sempre tutto spartito, con un cappello mai stirato e pieno di tigne. Si sedeva là in piazza su una panchina e stava lì delle ore col cappello fra le mani, con quegli occhi spiritati che facevano un po' paura...", raccontava la zia Candida.
Si può ridurre Mussolini ad una macchietta? E' la stessa moglie Rachele a chiamarlo cla màcia. "Un'espressione colorita che ripetè quando seppe che Benito era stato nominato dal re primo ministro: «Ma chi? Cla màcia?», disse con divertito stupore".
I ritorni successivi da trionfatore a Predappio non lo sottraggono ai commenti ironici dei paesani. "Mussolini sale le scale del vecchio Comune e si affaccia ad una delle finestre principali. Dal basso si leva un urlo festoso. Lui guarda compiaciuto la piazza dove tante volte ha sostato in cupa solitudine [...], fa un gesto solenne con la mano destra, un gesto poi consueto che reclama silenzio. Dal negozio dei Bartoletti lo guarda il fornaio Tugnàz, il quale si rivolge ridendo alla figlia della Lucrezia che adesso lavora nell'esercizio: «Iv vest, Candida? L'à fat acsè cun la man par di': 'Bon, bon, ch'adess av dòm tott...»". Non è andata meglio nella visita a Forlì, dove "'E zòpp 'd Vitòri", riesce a rompere il cordone ordinato della folla e, reggendosi sulle stampelle, ostentando una giacchetta indossata a rovescio, si para quasi davanti alla macchina scoperta del duce e gli urla: «Ohi, Benito, a j ò vultè gabàna anca me».
Mussolini non riesce a difendersi dalle pressanti richieste della torma dei parenti famelici. E' costretto a commissionare due indagini riservate per appurare quanti sono i "parenti veri, quelli prossimi e meno prossimi, quelli addirittura inventati". Costituisce dei fondi particolari destinati ad accontentare le loro richieste. Dalle schede conservate presso l'Archivio centrale dello Stato è risultato che i parenti beneficiati durante il ventennio furono ben 334. E quando torna a Predappio "la gente si accalca reclamando favori, il duce allora prega l'agente della banca locale di distribuire lui alla folla qualche biglietto di banca. «Fasi vo»". 
Ma nel libro non sono riportati solo episodi divertenti. Sono ventuno nella provincia di Forlì gli uccisi antifascisti nel periodo dello squadrismo. 
Alla domanda d'apertura De Felice ha risposto negativamente nel primo volume della sua biografia di Mussolini: "I biografi di Mussolini, quelli che scrissero di lui dopo che egli era ormai divenuto il "duce" dell'Italia fascista, i Beltramelli, le Sarfatti, i De Begnac, lo stesso Megaro - l'unico che per molti anni si sia posto di fronte alla figura di Mussolini non con l'animus dell'apologeta, ma neppure con quello del pamphletaire, bensì con quello dello storico - hanno dato una grande importanza al fatto che egli sia nato e cresciuto in Romagna, alla sua "romagnolità". Nei loro scritti pagine e pagine sono dedicate alla Romagna e al carattere dei romagnoli, forti e coraggiosi, passionali, fedeli all'amicizia e all'ospitalità, gentili e al tempo stesso proiettati verso una visione dinamica della vita, aperti alle più ardite novità politiche e sociali. Ora, non vi è dubbio che per più di un aspetto in Mussolini si può scorgere il romagnolo; bisogna però intendersi sul significato del termine "romagnolità"; se esso è assunto nel significato, in gran parte frutto di un luogo comune di origine letteraria e pseudo folcloristica, attribuitogli da certa pubblicistica di terz'ordine, è ovviamente escluso che si possa applicare a Mussolini; se, invece, con "romagnolità" si intende riferirsi al particolare interesse che, sin dalla più giovane età, i romagnoli - specie quelli del secolo scorso e dei primi del nostro - mostrano per tutte le forme della vita nazionale e locale, non vi è dubbio che in questo senso Mussolini fu un tipico romagnolo. Ma anche ciò premesso, se anche si vogliono assolutamente trovare delle "radici" alla quanto mai complessa e contraddittoria personalità di Mussolini, queste vanno cercate altrove. Al di là di alcuni motivi di carattere - del resto secondari e che non sono certo quelli che determinano una personalità - se proprio si volesse individuare in Mussolini una componente psicologica locale più che un romagnolo lo si dovrebbe dire piuttosto un milanese. Non vi è dubbio infatti che i dieci anni passati a Milano, nel momento decisivo della sua formazione morale e politica, ebbero ben più importanza dei circa venticinque trascorsi nella natia Romagna. Come notò a suo tempo Prezzolini, Mussolini "non ha mentalità agraria", non è un prodotto, cioè, della società agricola romagnola, ma "nasce dal ferro di una fucina di fabbro e cresce fra le armature e i camini delle grandi industrie milanesi": è il prodotto delle contraddizioni di una società industriale capitalistica in espansione. Tra i suoi biografi - se mai - è più nel giusto il Monelli, il quale - invece che sulla "romagnolità" - mette l'accento, come alcuni marxisti, sulla particolare condizione "piccolo borghese" della sua famiglia; una famiglia, dal lato paterno, di piccoli proprietari agricoli andati in rovina ai tempi del nonno Luigi, cioè proletarizzatisi, e, dal lato materno, di infima borghesia "benpensante" e un po' "codina" -, con qualche pretesa intellettuale. Non a caso, infatti, nella personalità e nell'opera di Mussolini è possibile rintracciare - anche se non va sopravvalutata - tutta una serie di motivi d'origine piccolo borghesi. A nostro avviso, premesso che - come si vedrà - la personalità politica di Mussolini venne definendosi soprattutto negli anni tra il 1909 e il 1919, se di "radici" si vuole parlare, l'unica "radice" un po' importante ci sembra quella paterna; l'unica, oltretutto, alla quale lo stesso Mussolini abbia fatto esplicito riferimento, con affermazioni che non ci pare possano essere considerate nè di maniera nè dettate da mero affetto filiale. Sotto questo profilo, chi tra i biografi di Mussolini ha visto meglio è stato il Megaro, che ha opportunamente richiamato l'attenzione degli studiosi sulla figura di Alessandro Mussolini e sull'influenza che sul giovane Mussolini ebbe il padre".
Mi sembra che il "come eravamo" predappiese, con la sua aggiunta di fatalità, non renda un buon servizio alla comprensione storica. La presupposizione che altri libri certo si occupino della formazione culturale e del progetto politico del futuro duce non elimina la sensazione che "'e màt" sia dilagato nuclearmente su una provincia, una regione, una nazione, il mondo intero. E che non si può sfuggire ai tentacoli familistici che si protendono nel tempo e nello spazio, facendo velo all'intelligenza delle cose ("Il suono delle orchestrine scandisce le ultime estati di pace e le ultime vacanze di Mussolini e dei suoi fra Riccione e la Rocca delle Caminate. E' andata bene in Abissinia, perchè non dovrebbe andar bene anche stavolta?"). 
L'assunto che l'autore propone in maniera disinvolta, quello del luogo natale come destino infinito (e nel caso in questione postumo), si infrange poi sull'unica figura guarda caso sfuggente, ribadita anche in questo libro, quella della madre, Rosa Maltoni, morta nel 1905 a quarantasette anni [ * ].




(Carlo Verducci)









Vittorio Emiliani, Il paese dei Mussolini, Einaudi, 1983
OLTREMISURA
post pubblicato in Raggi, Luciana, il 24 giugno 2015
 

E’ la seconda opera poetica pubblicata da Luciana Raggi. E’ stata presentata a Villa Leopardi in un “Incontro con i poeti” tenutosi nello scorso marzo. Ed io l’ho avuta in quella occasione. 
Recensire per me un’opera di poesia risulta oltremodo difficile, per il fatto che normalmente leggo una gran quantità di opere di narrativa. Le poesie sono gli amici a darmene: le leggo molto volentieri, ma preferisco che a parlarne siano gli altri. Ma Luciana è persona speciale, per me; basti – a chi mi sta leggendo – citare il fatto che, alla rassegna “I poeti si raccontano”, promossa qualche anno fa dalla Biblioteca “Galline Bianche”, Luciana – con due battute – riuscì a farmi leggere due poesie mie (tra le pochissime che avevo salvato) e a farmi commuovere mentre ne leggevo una dedicata a mio padre.
L’opera di Luciana è divisa in tre parti, che hanno i titoli Forse, Illusioni, Incontri. Forse è la più breve (10 liriche) ed è quella che mi ha colpito di più; Illusioni è poco più lunga (12 liriche) e contiene la lirica che dà il nome alla raccolta; Incontri è la raccolta più lunga (19 liriche, tra le più lunghe) ed anche – a mio vedere – la più impegnata: le poesie in essa contenute sono, per ricchezza e differenza di contenuti, le più significative dell’intera raccolta. 
Perché mi ha colpito la prima parte? Forse perché sono un neofita di questa stupenda cosa che è la poesia. Devo dire che ho trovato, in tutte le poesie della prima parte, tantissime immagini, che mi hanno subito catturato: il titolo stesso delle liriche è già una immagine. E – da buon cinéfilo qual sono – proprio questa caratteristica mi ha fatto soffermare sulla prima parte. Ma c’è una ragione più spicciola, che origina dalla prima poesia del volume: Bianco. Questa poesia è – per me – nella sua brevità e concisione, particolarmente significativa, e cercherò di dire in breve perché. 
Si parla subito, nella poesia, di uno spazio: “Sto qui – fra riga e riga – senza distanze…“. 
Uno spazio che non viene nominato, non occorre che lo sia: è nei versi stessi, scarni, concisi, efficacissimi in quello che evocano. Ecco, proprio in questo è la forza della poesia di Luciana. Forza che si ritrova in tutte le altre liriche, sia concise, sia più estese, sia essenziali e stringate, quindi elegantissime, sia più ricche di vocaboli e magari proprio per questo meno efficaci.

Sto quì
fra riga e riga
senza distanze.
Sto quì
quì a guardare il bianco:
nomade
tra le parole dette
e quella che mi tace dentro.
 
Altra lirica che mi ha colpito, sempre nella prima parte, è Il telefono tace: qui ci sono almeno tre immagini significative, il silenzio, l’utilizzo per smacchiare il passato, l’ammobiliare una solitudine; tre immagini bellissime, anch’esse espresse da poche parole. Il silenzio è nel titolo, che è anche il primo verso. 

Buco spaventoso di silenzio.

Silenzio tortura.

Il telefono tace.

Forse
non vuoi più abitarmi

forse
credi di bastarti

forse
non ti servo più
per smacchiare 
il tuo passato

forse
non vuoi ammobiliare
la tua solitudine
con cose consumate

forse
son solo congetture.

Il telefono tace.

Nella seconda parte, Illusioni, la prima poesia è Non compro più sogni. Il linguaggio di questa lirica è meno stringato, più vicino al nostro linguaggio quotidiano. Ma le immagini sono altrettanto efficaci di quelle citate nelle altre liriche: comprare sogni, concimare i figli, amore perfetto, verità agrodolci, vuoto di una felice assenza nell’immobile presente. La bellezza di queste fa la bellezza della lirica, che scorre sotto gli occhi di chi legge portando le immagini subito in superficie. 

Ho contribuito efficacemente
al disordine del mondo
comprando sogni
vendendo speranze.

Ho imboccato sentieri contraddittori
alla ricerca di verità.

Ho innaffiato le aspettative
ho concimato i miei figli
con stupore
li ho visti sbocciare.

Ho creduto davvero
a quella mal calcolata felicità
all'amore perfetto
la più cara delle mie illusioni.

Ora non compro più sogni.

Prendi in prestito il tempo
vivo l'attimo livido
bevo verità agrodolci
senza filtri affettivi.

Cerco
nell'immobile presente
il vuoto
di una felice assenza.
 
La lirica "Oltremisura" chiude la seconda parte: il linguaggio di questa lirica è – a mio avviso volutamente – rappresentativo del titolo: vengono usate parole poco comuni e molto lunghe, che sottolineano concetti esagerati o delineati con molta enfasi. La poesia è autoesplicativa del titolo e degna di nota proprio per questo. 

Velocità di rotazione incontrollata
Conflitto di attribuzione
Nessuno sa frenare
smanie di potere.

Eccedenza di egoemozione
anestetizzazante
Conflitto di attribuzione
nega sentimenti.

Retorica dell'eccesso
per contrasto all'inazione
Nessun aiuto spontaneo
agli sconfitti senza speranza.

Narcotico rumore
assordante compulsivo
Conflitto d'interessi
annienta verità.

Iperstimolazione retinica
overdose di forme
Conflitto di realtà
esclude il sogno.

Il buio dell'anima
ammutolisce
corpi ammalianti.

Nessuno apre porte
chiuse oltremisura.

La terza parte, Incontri, dà immediatamente, con le prime due liriche, l’idea di cosa, già nel titolo, essa voglia essere: una serie di incontri della poetessa con le cose più disparate. La seconda lirica, Accanto, traduce molto bene questo concetto, e così la terza, Segni: e più che le immagini, le liriche sottolineano, nel lettore, l’azione di incontrare problemi, segni. In entrambe le liriche, il lettore ha la netta sensazione di accompagnare l’autrice nell’intraprendere questi due incontri, con i problemi del mondo, e con i segni interiori. Sensazione che lascia un’idea di bello, che viene dai versi e – soprattutto – dalla costruzione che li racchiude. Sono decisamente bagni nelle parole, immersioni piacevolissime in entrambe le liriche. 

Ai problemi del mondo chiedo
di sedermi accanto.

Lì accanto
in ascolto.

Vederli
faccia a faccia
ad uno ad uno.

Raccogliere silenzi
densi
amari

parole calpestate
pesanti.

Ai problemi del mondo
che chiamo per nome

chiedo

di mostrarsi
con suoni vibranti

che lascino segni
che non si possono dimenticare.




Scivolo
con morbide attese
nei ricordi

in attesa di visioni.

Segni rimasti

cicatrici
supporto al presente

tagli profondi
che fanno ancora rumore

acidi nocivi
che graffiano male

o balsami che leniscono
dentro.

Leggo quei segni.

Toccano
una profondità
non ancora indagata.

Che attira.

Prima di concludere voglio segnalare le poesie dedicate a due poeti (Giacomo Leopardi ed Emily Dickinson) e Si sedes non is – Si non sedes is. Una lirica con un titolo palindromo che presenta contemporaneamente un concetto e anche la sua antitesi, così come sono antitetici i comportamenti dell’io narrante descritti nella prima strofa e del tu che è in ascolto descritto nella seconda strofa. 

Sono su “questo” colle:
non lo immaginavo
privo di centro
con i soliti rumori
odori colori.

Ma ora
qui
l’eco di una voce lontana
sento vicina.

Umano e casuale
il limite all’orizzonte
come il tuo smarrimento allora
dove mi riconosco ora.

Respiro la tua malinconia
e un dubbio avvolgente
su questo cammino
che non brama il naufragio dell’anima
né la deriva dei sensi

non un rifiuto
né un rifugio.

Sono sul tuo cammino
sul sentiero
della poesia.

Serpeggiando
può condurre a valle

avvicinare all’orizzonte
gli occhi all’infinito.




Tue sole ali sono le parole
figlie di una tormentata
malinconia.

Hai amato non riamata
sei all’ombra
ma hai visto il sole.

Chiusa
nella tua stanza
spazi

raccogli i frutti
maturi

cuci echi
domestici a parole

animi dettagli

nella via stretta
apri ampi orizzonti.

Il tuo sguardo penetra
la superficie
ne comprende i segreti.

Nel silenzio ascolti
al buio vedi
e accogli visioni

del prevedibile quotidiano
riveli l’inatteso

della semplicità fai grandezza.

Fermi l’attimo perfetto
arricchito lo offri
nella viva metafora

illuminante
obliqua
verità. 




Nel rumore del dissenso
cammino fra aspre parole:
braci sul grigio posate
sul marcio palpitante
irradiano luci e colori

E camminando vado.

Nel tempo fluido
dell’attesa rassegnata
appoggiato al tavolo
delle tue abitudini
tra sguardi opachi ti siedi

E nel sederti stai.


Nella poesia finale, bellissima, la poetessa paragona il suo delizioso nipotino appena nato, cui la lirica è dedicata, al sale della sua terra, capace di dare sapore e nutrimento alla sua vita, garantendo in qualche modo la continuazione di qualcosa di sé. 

Al seno di tua madre
senza distanze
hai quanto basta

senza spazio
senza tempo
senza memoria
non dissipi calore.

Viaggio nei tuoi occhi
soddisfatti

entro nel tuo mondo
dai piccoli confini

trovo la grandezza
della vita.

Dolce perdersi
nella sorpresa
di una luce nuova

al sole caldo
di questo mite inverno

Dove sono ora
ho quanto basta:

un battito di vita
uno sguardo che colora il mondo
e i miei anni
diventano leggeri.

Ho te
sale della mia terra.


Il libro è un piacere per chi lo legga con un po’ di attenzione: per la poesia, a differenza 
della prosa, serve sempre un ascolto attento: bisogna sedersi e, nel silenzio, fare spazio alle emozioni.




(Lavinio Ricciardi)








Luciana Raggi, Oltremisura, Vitale Edizioni, 2015

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LA FRANTUMAGLIA
post pubblicato in Ferrante, Elena, il 23 giugno 2015
 

Questo libro è quello che contiene il maggior numero di informazioni sulla natura e sulla scrittura di Elena Ferrante,  riportate direttamente da lei. E proprio per questo è il più significativo per tutti coloro che vogliono formarsi un’idea dell’autrice, così discussa al giorno d’oggi per la curiosità che circola intorno al suo misterioso personaggio (nessuno la conosce né vuole dar conto di conoscerla, anche chi con lei ha a che fare).
Il libro è bellissimo, per il linguaggio che l’autrice usa. Essenzialmente si tratta di un epistolario tra la scrittrice e i suoi editori, Sandra Ozzola e Sandro Ferri, della casa editrice e/o, che ne hanno scritto la prefazione, dove affermano che il volume fa riferimento alle prime due opere di Elena Ferrante, L’Amore molesto e I giorni dell’abbandono. A mio avviso, però, il libro, nelle intenzioni dell’autrice, pur essendo stato scritto prima delle opere successive, contiene qualcosa di più.  
L’indice consta di 17 titoli: i primi quindici sono semplicemente lettere, e come tali – pur essendo molto ricche di particolari e considerazioni inedite – si fanno leggere dal lettore. Molto spesso queste lettere rispondono ad altre indirizzate alla Ferrante da varie persone, che sono riportate in calce dagli editori. Il sedicesimo capitolo, che dà il nome al volume, non è una semplice lettera, ma si articola in cinque parti, con nomi ben precisi e indicativi dei temi che la Ferrante vi svolge: Vortici, La bestia nello stanzino, L’immagine della madre, Le città, Abiti femminili. Questo capitolo da solo prende 73 pagine (il libro ne ha 183 in tutto). Il capitolo (La frantumaglia) è – a mio avviso – il più bello e significativo del libro. Sia per il modo originale con cui la Ferrante si presenta qui – anche questo capitolo è una risposta ad una lettera, come gli altri – sia soprattutto per il contenuto. A giustificazione di quanto dico, ho deciso di riportare qui la frase finale della parte L’immagine della madre: «…scrivere è anche la storia di ciò che abbiamo letto e leggiamo, della qualità delle nostre letture, e un buon racconto alla fine è quello scritto dal fondo della nostra vita, dal cuore dei nostri rapporti con gli altri, dalla cima dei libri che ci sono piaciuti», con cui la Ferrante dà una definizione della sua scrittura. Entro in maggiori dettagli. Anche questo capitolo, come già detto, è una risposta ad una lettera, che due giornaliste di una rivista letteraria (“L’indice”) hanno inviato alla Ferrante per il tramite della sua casa editrice. La lettera è riportata in calce al capitolo e chiede una intervista da riportare sulla rivista. Le cinque parti in cui questo capitolo è diviso altro non sono che un modo originale e molto fantasioso di rispondere alle cinque domande che la lettera poneva come basi per l’intervista, e che – ovviamente – doveva essere per iscritto.
All’inizio della prima parte (Vortice), la Ferrante spiega l’origine della parola frantumaglia, che apparteneva al lessico di sua madre (la madre la pronunciava “frantummaglia”): era lo stato di chi si sentiva tirato di qua e di la da idee contrastanti, uno stato che tendeva a deprimere. In questa parte, e nella susseguente, L’immagine della madre (la terza), sono riportati brani inediti: qui da L’amore molesto, nella terza da I giorni dell’abbandono. Queste pagine, e le considerazioni che le precedono e seguono fanno davvero di questo grosso capitolo il fulcro del libro, e nello stesso tempo caratterizzano questa lettera-intervista come la più intimista e sinceramente appassionata difesa che la Ferrante fa delle sue due opere. Come detto sopra, il racconto della Ferrante in questo capitolo procede per temi, di cui il primo – poco definito – è battezzato Vortice, mentre gli altri hanno dei temi specifici, ben descritti dai rispettivi titoli riportati sopra. Consiglio fortemente i lettori, per constatare l’originalità dell’autrice sui temi che tratta, di leggere prima del capitolo la lettera delle due giornaliste (Camilla Valletti e Giuliana Olivero), riportata in calce al capitolo 15, a pagina 179.
Mi rendo conto di aver detto molto in generale come questo capitolo, il più corposo, sia strutturato. Ma, scendendo nel particolare, è proprio nelle domande che le due giornaliste pongono alla Ferrante come base dell’intervista che si trova la vera natura dell’analisi che la scrittrice fa in questo capitolo, il più vicino ad una sua autobiografia introspettiva.
Spero di aver dato a chi legge queste righe uno spunto – sia pure non troppo dettagliato – per leggere questo libro. Certo, dopo la sua lettura, i misteri che la stampa attuale ha cercato di amplificare sulla natura di Elena Ferrante non saranno più così fitti per il lettore de “La frantumaglia".




(Lavinio Ricciardi)








Elena Ferrante, La frantumaglia, e/o, 2014 [ * ] 

  

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STORIA DEL NUOVO COGNOME
post pubblicato in Ferrante, Elena, il 11 giugno 2015
  

Eccoci al secondo volume di questa meravigliosa “saga” napoletana tra le due amiche, Elena e Lina (detta Lila da Elena). Il secondo volume ha per sottotitolo “Giovinezza”: ed è importante sottolineare questo sottotitolo, che – come nelle storie di tante famiglie – riporta i lettori all’età delle protagoniste: Elena, l’io narrante, e Lila, l’amica geniale, sono due giovani donne diciottenni. Il libro, un po’ più lungo del precedente, racconta proprio le storie della loro età, iniziando dalla fine del precedente, che descriveva il matrimonio di Lila.  
La storia inizia con alcune considerazioni proprio su questo matrimonio, che Elena fa tra sé e sé, dopo aver osservato l’amica alle prese, proprio durante la cerimonia di nozze e il successivo ricevimento, con dissidi immediati col marito. Ed Elena prevede la fine del matrimonio.
Non racconto la trama del libro, come di solito evito di fare. Solo qualche accenno ai fatti che vi si svolgono: un travagliato amore di Elena per Antonio, storie connesse con vacanze ad Ischia, ove già Elena è stata e qui vi si reca in compagnia dell’amica e di altri, una simpatia di Elena che – improvvisamente – si trasforma in un amore di Lila, lasciando l’amica spiazzata, ma comprensiva. E tanti altri fatti, di maggiore o minor importanza ma tutti contribuenti a rendere interessante questa storia, la storia di una amicizia femminile eccezionale.
Lila aveva interrotto gli studi dopo le scuole medie. Elena invece prosegue con successo e arriva a frequentare gratis gli studi universitari alla Scuola Normale di Pisa, ove vince il concorso per entrare. E si laurea brillantemente, oltre a ricevere un invito per la pubblicazione di un suo romanzo, nato così, per fissare le idee su tante cose che le sono capitate. Così Elena gira per l’Italia (la casa editrice che pubblica il suo romanzo è a Milano).
Le vicende di cui parlare – stando al racconto del libro – sono tante. Mi soffermerò solo su quelle che – a mio avviso – contano di più. L’amicizia tra Elena e Lila prosegue, si trasforma in corrispondenza dell’evoluzione delle loro storie. Ma rimane bellissimo questo rapporto che lega le due amiche, al di là delle loro stesse esistenze. E ancor più bella la descrizione che – attraverso le storie – ne viene fatta dall’autrice. Anche l’evoluzione degli studi di Elena non cambia il rapporto: Lila amerebbe continuare a studiare per conto suo e, quando le è possibile, lo fa leggendo una quantità di libri che si procura, in un modo o nell’altro (nel primo volume c’era la maestra, che voleva molto bene a queste sue due allieve, che dava a Lila i libri da leggere).
La vicenda principale del libro sono gli “amori” delle due, che si intrecciano, fino a quello di Elena per un collega di Pisa, primo elemento che non compare nella loro vita precedente e che consente ad Elena di sentirsi un po’ svincolata dal peso che la vita napoletana cominciava a darle. E la descrizione di questi amori, il naufragio del matrimonio di Lila, un secondo rapporto post-matrimoniale che la porta a convivere con un amico che si è innamorato di lei e a diventarne l'amante. E tanti altri particolari, così inseriti nella vicenda da non riuscire ad estrapolarli da soli.
Il nuovo cognome che spesso presenta Lila come “la signora Carracci” è un po’ al centro della vita di Lila e della descrizione che ne fa Elena. Più che altro per i condizionamenti che produce alla vita della signora, non tale di età ma di fatto, per il matrimonio. E c'è la sua prima relazione post matrimoniale con l’uomo che Elena voleva per compagno, e che invece stabilisce un rapporto intenso con Lila, dandole anche un figlio. E proprio questo figlio è all’origine – più o meno vera – della crisi coniugale di Lila, che scappa di casa approfittando di questo nuovo amico innamorato di lei e va a vivere con lui in un tugurio di periferia.
Non aggiungo ancora particolari al libro. Dirò solo che – nello stesso spirito del primo – si fa leggere altrettanto volentieri, forse ancora di più, data l’abbondanza delle vicende che descrive. 



(Lavinio Ricciardi)








Elena Ferrante, Storia del nuovo cognome, e/o,  2012 [ * ]


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L'AMORE MOLESTO
post pubblicato in Ferrante, Elena, il 5 giugno 2015
  

Questo è il primo romanzo di Elena Ferrante. L'edizione della casa editrice e/o che possiedo presenta in copertina un'immagine del film tratto dal libro per la regia di Mario Martone.  Debbo dire che rispetto ai romanzi recenti della Ferrante, e anche rispetto a “I giorni dell’abbandono”, questa opera prima non mi sembra eccezionale. 
La storia è quella di una figlia che perde sua madre, la quale muore affogata in mare. Soltanto alla fine del romanzo se ne comprende la ragione. Ma – com’è mio costume – non intendo raccontare la storia del libro; desidero fare soltanto alcune considerazioni sul testo e sul probabile fine che l’autrice si propone di raggiungere.  
E’ una storia introspettiva, in cui questa figlia – Delia, protagonista del romanzo – comincia dalla perdita della madre a raccontare la sua di storia. Iniziando proprio dal rapporto con la madre Amalia, che non è mai stato ottimale. La madre l’ha cresciuta in mezzo a molte difficoltà: il padre, che dipingeva ritratti di persone viste in fotografia, guadagnando abbastanza poco, non è mai stato presente nella dialettica familiare. Questo per la presenza di un altro uomo nella vita di Amalia, conosciuto nel libro con il suo soprannome (Caserta), del cui figlio Delia era stata compagna di giochi.   
Il libro prosegue nel racconto della storia della vita di Delia, che fa continui riferimenti a fatti e abitudini presenti in quella di sua madre Amalia. E – da un indumento della madre, unico che aveva indosso al momento dell’annegamento – Delia torna al negozio dove la madre lo ha comprato, e lì rincontra il suo amico d'infanzia. Ne nasce una breve storia, che però non ha seguito: a Delia serve solo per ricostruire il rapporto tra la madre e Caserta.  
In questo romanzo è già molto presente la Napoli che la Ferrante conosce e che racconta molto bene. Una Napoli fatta di tantissimi particolari, come la funicolare – mezzo di trasporto tipico della città – testimone di un episodio che coinvolge proprio Caserta. Una Napoli che soprattutto emerge nei suoi dettagli, nelle sue strade, nelle chiacchiere con i vicini. Ma al centro c’è l’esame continuo che Delia fa della sua vita, proprio a confronto con la sua infanzia e con il pessimo rapporto che aveva con sua madre. 
La vicende della storia vanno avanti quasi in modo automatico, e sono sempre tante. Il fratello di Amalia, lo zio Filippo, ha un ruolo tipico nella storia: il racconto che lui fa della sorella a Delia, ogni volta che se ne parla, in particolare con riferimento a Caserta, è abbastanza speciale: non la assolve, Amalia, dal suo tradimento e dal male che questo ha portato al rapporto familiare. Poco più avanti, Delia incontra suo padre, che non la aspettava. L’incontro pone il padre ancora una volta di fronte al rapporto con Amalia e Delia. Si salutano con un cenno al pessimo rapporto che il padre aveva con la sua famiglia. 
Nel ricostruire, approfittando di un biglietto di treno trovato nell’abito della madre, la storia dell’ultima fuga di Amalia con Caserta, fuga che l’ha condotta all’annegamento, Delia continua nel suo esame introspettivo, che è il vero leit-motiv di tutto il romanzo, esame che la porta ad una strana conclusione: nel ritoccare una foto della sua carta di identità, prova a disegnarsi nuovi capelli, come quelli che aveva sua madre. E da questo piccolo dettaglio, si ritrova ad identificarsi con Amalia.
La storia ha un finale a dir poco insolito: i rimproveri che Delia muove alla madre, alla sua vita, a quello che la storia di Amalia e Caserta ha portato di anomalo nella propria di vita cominciano piano piano a sfumare progressivamente durante il breve viaggio in treno che Delia intraprende diretta al luogo dove la madre è affogata, in cui conosce dei ragazzi che sghignazzano su storie della loro esperienza di vita militare, e le offrono una birra.
Il titolo del libro, che in un dettaglio della sua storia con Antonio, il figlio di Caserta, compare in uno dei pensieri di Delia, credo si riferisca al suo rapporto con la madre. Un rapporto di amore, sì, ma che non la mette a suo agio, e pertanto è molesto. Ma il vero senso che si può trarre dal libro è più che evidente nel film di Mario Martone, che porta lo stesso titolo. Martone scambiò una serie di lettere con la Ferrante sulla sua sceneggiatura (lettere riportate ne “La frantumaglia” dalla stessa autrice). Il film ha ottenuto molti riconoscimenti e premi.



(Lavinio Ricciardi)






Elena Ferrante, L'amore molesto, e/o, 2015 [ * ]

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IL BAGOLARO DI VILLA LEOPARDI
post pubblicato in Diario, il 14 maggio 2015
 

Adriana De Nichilo, donna entusiasta e transigente del Gruppo di Ecocritica della Biblioteca di Villa Leopardi, è purtroppo mancata l’ 8 marzo del 2014, a quasi 62 anni. 
Alcuni amici ed amiche del Gruppo il 18 marzo scorso hanno fatto mettere a dimora nel Parco della Villa un bagolaro (celtis australis) in Sua memoria. La data di piantumazione ha coinciso con quello che sarebbe stato il Suo 63° compleanno. 
E, domenica 12 aprile, si è svolta una raccolta cerimonia nella quale amici ed amiche, in Suo ricordo, hanno letto belle poesie e detto sincere parole in ricordo della sua ecumenicità. 
Grazie, Adriana, per quanto abbiamo condiviso insieme. 

(Niccolò De Sanctis) 

 

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