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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
TRE PIANI
post pubblicato in Nevo, Eshkol, il 3 luglio 2018
 

Un libro come pochi. Come non capita più di leggerne spesso al giorno d’oggi. Un linguaggio scorrevole, tanto da spingermi a leggere il libro due volte. Ciononostante, un libro che non si scorda affatto.
Quelle che ho appena scritto sono impressioni di un lettore che – come sono io – è avvezzo a leggere di tutto. Così, quando il circolo di lettura ha deciso per la letteratura israelo-palestinese, sono piombato nel buio: non avevo alcuna conoscenza. 
Ed eccomi – riemerso – a raccontare di questa prima esperienza. Nevo ha oggi 48 anni, e questo libro, di cui sto raccontando, è il quarto suo che esce in Italia. La cosa che colpisce subito, appena si comincia a leggerlo, è la scorrevolezza e la facilità del suo linguaggio.
La storia è quella degli abitanti di un condominio di tre piani: tre famiglie diverse tra loro, e altrettanto diverse sono le loro storie. Naturalmente il libro è diviso in tre parti, contraddistinte dai titoli "Primo piano", "Secondo piano", "Terzo piano". All’interno di ciascuna parte lo scrittore usa uno stile diverso, contraddistinto da un diverso aspetto grafico. Il "Primo piano" è un discorso continuo, senza interruzioni, gli altri due sono invece divisi in parti brevi (periodi, frasi, capoversi di varia lunghezza), a seconda delle motivazioni diverse dei protagonisti.
In tutte e tre le parti l’io narrante articola i suoi argomenti dialogando con un’altra persona. Nel primo piano, c’è una famiglia (marito, moglie e due bambine), e l’io narrante è quello del marito, che dialoga con un amico, raccontandogli la storia di Ruth e Hermann, due loro dirimpettai, che gli tengono la prima figlia, Ofri, ogni volta che loro ne hanno bisogno; nel secondo piano, l’io narrante è quello di una donna, Hani, che dialoga con l’amica Neta (Hani ha due figli, Liri e Nimrod, e un marito Assaf, quasi sempre fuori di casa); nel terzo piano l’io narrante è ancora quello di una donna, Dvora, giudice, che dialoga con il marito Michael, morto, e lo fa registrando dei messaggi su una segreteria telefonica, che ha incisa la voce del marito. Ha un figlio, Adar, che ritroverà alla fine.
Non voglio raccontare di più della trama, ma fare alcune considerazioni sul libro in sè. Nella terza parte, l’io narrante spiega cosa siano i tre piani (siamo a circa metà della terza parte): corrispondono ai tre piani dell’anima: l’Es (ove risiedono le pulsioni e gli istinti), l’Io (che concilia pulsioni e realtà) e il Super-Io (il controllore degli altri due piani). Partendo da questa spiegazione, le vicende descritte nei tre piani assumono un significato rapportabile alle vicende di qualsiasi lettore del libro.
La cosa che colpisce ancora di più, poi, sono i collegamenti tra le tre vicende (e li potremmo chiamare le scale del condominio): in apparenza casuali (Hani fin dall’inizio, parla con la figlia dei vicini del primo piano, Ofri, che le chiede perché mai lei venga chiamata "la vedova", visto che Liri e Nimrod hanno un papà; la giudice Dvora ha bisogno di raggiungere Tel Aviv per partecipare ad una manifestazione, e prova a vedere se tra i vicini ci sia qualcuno che per caso debba andarci: così prova prima a bussare al primo piano, ma è intimorita dalla discussione animata che sente dietro la porta, poi prova da Hani e si intrattiene con lei rivelandole di aver visto una persona nell’appartamento dei suoi vicini... ). E’ facile immaginare che questi collegamenti possano corrispondere ai collegamenti tra le tre entità dell’anima, di cui ho detto sopra. Forse ho detto troppo, o troppo poco, o quel che ho detto appare in modo confuso dal mio discorso. 
Forse due letture sono poche e ce ne sarebbero volute tre. Quel che voglio sottolineare comunque è che il libro ha una trama molto originale, pur partendo da vicende assolutamente comuni, che potrebbero benissimo essere quelle delle vite di ciascuno di noi e dei propri vicini. Per questi motivi credo che il libro sia da consigliare a tutti, data la facilità di lettura e la scorrevolezza delle vicende. Ciascuno poi ne potrà trarre gli insegnamenti che crede.



(Lavinio Ricciardi)









Eskol Nevo, Tre piani, Neri Pozza, 2017 [ * ]



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NOSTALGIA
post pubblicato in Nevo, Eshkol, il 29 marzo 2018

Questo libro, come appare cercando sui siti delle case che commerciano libri, ha avuto finora tre editori, e – come è certo – anche tre diverse traduzioni. E’ il secondo libro di Nevo che leggo, e anche il quarto di scrittori israeliani (Abraham Jehoshua, Il signor Mani; David Grossmann, A un cerbiatto somiglia il mio amore; Eshkol Nevo, Tre piani). Ci tengo a dire che, nonostante Jehoshua scriva decisamente bene, in modo molto più scorrevole di Grossmann, la scrittura di Nevo è decisamente superiore ad entrambi. Almeno come capacità di comunicare. Spero di non fare torti a nessuno, ma questo è il mio parere. La traduzione di Elena Loewenthal, però, rispetto a quella di Ofra Bannettt ed Elena Scardi (Tre piani), risulta più pesante; forse però è solo un mio pensiero. Ma veniamo al romanzo. Come in Tre Piani, l’autore divide in parti il suo romanzo, parti che – in guisa di poesie o canzoni – chiama “strofe”: non tutte, però. Ci sono quattro strofe, ciascuna seguita dal ritornello di una canzone (quattro ritornelli diversi, presi da uno stesso disco, di una band che compare nella storia). Poi c’è una quinta parte, chiamata "L'esilio" (se ne comprenderà presto il perché) che conclude l’opera.
La storia, a parte un breve prologo, che anticipa l’azione dei protagonisti, inizia subito con un disguido. I due protagonisti, anziché trovarsi dal loro datore di alloggio, dov’erano diretti, si ritrovano… ad una veglia funebre! A parte l’inizio, tutta la prima strofa si articola nel presentare la coppia dei protagonisti, Amir e Noa, alle prese con il problema di trovare un alloggio, e nella presentazione dell’altra coppia, Moshe e Sima, che sono i proprietari dell’alloggio dato in affitto ad Amir e Noa. La località in cui si svolge la vita delle due coppie è Castel, un paesino a circa metà strada tra Gerusalemme e Tel Aviv.
L’intero libro, e non soltanto la ”prima strofa”, rappresenta la vita di Amir e Noa, dopo che entrambi avevano preso la decisione di vivere assieme. L’autore ci fa continuamente assistere a dubbi, gioie, tristezze di quando i comuni problemi incidono sui desideri di una giovane coppia, che ha avuto solo il torto di decidere questo “punto di partenza”: la loro vita in comune. Ovviamente, il ritornello alla fine di ogni strofa “commenta” – in un certo senso – l’andamento dei fatti: fatti che nelle prime due strofe sono decisamente favorevoli allo sviluppo della vita comune, mentre poi, con attriti, storie varie ed episodi non edificanti, la vita della coppia peggiora. 
Fissiamo però qualche precisazione. Noa si diletta di fotografia, mentre Amir studia all’Università, dove conta di laurearsi. Moshe Zakian, il loro locatario, guida un autobus. Lui e la moglie hanno due figli, Liron (maschio, di 5 anni) e Lilach (femmina, di pochi mesi). Tutta la seconda strofa è dedicata principalmente a Moshe e alla sua famiglia. Moshe ha un fratello rabbino, Menachem, che costituisce un pensiero per Sima, la moglie di Moshe. Sima trova che ogni volta che Moshe va a trovare suo fratello poi finisce per prenderne la cadenza del modo di parlare, e per difendere l’ultraortodossia del fratello di fronte a lei. 
Non voglio raccontare il libro per intero, ma semplicemente parlarne. Un modo molto originale di scrivere da parte di Nevo è quello di cambiare paragrafo e “attore” della narrazione. Così nelle strofe troviamo parti in cui parla Sima, parti in cui parla Noa, parti in cui parla Amir, parti in cui parla Moshe. E anche gli altri protagonisti della storia: la famiglia ove Amir e Noa sono andati per errore all’inizio, quella che vegliava il lutto di un figlio grande, Ghedi, caduto in Libano, ha un altro figlio, Yotam, ragazzo, che è attratto da Amir e dal suo modo di fare. Amir gli insegna a giocare a scacchi, e Yotam va spesso a trovare Amir, che – ovviamente – sostituisce nella sua giovane mente il fratello grande, mancante.
Il libro è ricco di colpi di scena, che non sempre sono preavvertiti, ma che si manifestano attraverso le riflessioni di chi li agisce. L’ultimo di questi, che segue una lunga riflessione di Noa, è la decisione di questa di lasciare Amir. Cosa che avviene di punto in bianco, alla fine della quarta strofa. Proprio per questa ragione, l’ultima parte del libro si chiama “L'esilio” (inteso come l’esilio di Amir da Noa e dalla vita che faceva prima con lei). Amir non sa cosa accade, cosa sia successo a Noa che lo ha lasciato così, senza neppure un numero ove telefonarle e parlarle. Noa non ha trovato un altro uomo, si concentra quasi esclusivamente sul suo lavoro, mentre Amir “vegeta”, senza saper cosa fare. I tempi non sono definiti: ad un certo punto Noa vuol saper qualcosa di come sta Amir, e gli telefona: a seguito delle cose che si dicono, lei decide di tornare. E il libro termina così, con la ricostituzione del loro menage.
Pur essendo stato premiato più volte - forse è il libro più premiato di Nevo - a me sinceramente è piaciuto meno di Tre piani, un po’ per una certa neghittosità del protagonista Amir, che spesso lascia che le cose vadano come vogliono andare (verso la fine di "L’esilio" c’è un breve flirt con Sima, la sua padrona di casa, che dopo un tentativo di bacio, scompare). Ci sono continui riferimenti a nostalgie, da parte dei protagonisti, che prendono spunto da cose abituali (cucina, abitudini alimentari e altro): ma forse il titolo sta per “nostalgia di una vita che non c’è più”, ed è comunque un sottinteso. Il merito di Nevo, in questo libro, è un tratteggio dei personaggi attraverso loro stessi, nei monologhi che ripetono cose in parte attese, in parte a sorpresa. Ecco perché, forse, il libro ha avuto molti premi: il modo in cui si articola caratterizza la vita di Israele e dei suoi abitanti. C’è un accenno agli altri “abitanti” della regione, i palestinesi, che vengono solo chiamati arabi. Come dire: nemici.
Evito di dilungarmi ancora. E penso che comunque, premi a parte, questo non sia il migliore dei libri di Nevo: la maniera di scrivere e di caratterizzare i personaggi ha avuto un grosso progresso da questo libro a Tre piani.



(Lavinio Ricciardi)









Eshkol Nevo, Nostalgia, Neri Pozza, 2014 [ * ]

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SHIVITI
post pubblicato in Ka-Tzetnik 135633, il 28 gennaio 2008



Lo scrittore Ka-Tzetnik aveva tre nomi. Il primo nome era quello con cui era nato nel 1917 in un villaggio della Polonia, Yehiel Finer. Questo nome lo dimenticò e rinnegò tutto ciò che aveva scritto da studente, prima di finire in campo di concentramento. Il secondo nome era Ka-Tzetnik 135633, ossia prigioniero del lager (Katzet) e il numero individuale. Il terzo nome fu Yehiel De Nur, quello che adottò quando andò in Israele (c'era una legge che obbligava ad ebraicizzare il proprio nome). La sindrome postraumatica da campo di concentramento di cui soffriva si manifestava in un'incapacità emotiva ad assumere su di sè la propria identità del periodo di Auschwitz, Ka-tzetnik appunto. Se da un lato firmò tutti i suoi romanzi, tutti di argomento concentrazionario, Ka-tzetnik, perchè pensava di dar voce all'esperienza dei milioni di scomparsi, tanto da non assumere mai la prima persona (tranne in Shiviti), dall'altro non riusciva ad identificarsi in Ka-Tzetnik. Viveva nell'anonimato più totale, nessuna foto, nessuna intervista che potesse identificare Ka-Tzetnik con De Nuur. Quando depose al processo Eichmann come testimone e il giudice gli chiese se in realtà non fosse lui lo scrittore Ka-Tzetnik, svenne. A questo si possono aggiungere le notti tormentate da incubi, in cui tutto ciò che di giorno era bloccato ad una acquisizione di coscienza riaffiorava nella sua terribilità. La moglie, che aveva impiegato un anno a conoscere la vera identità dello scrittore Ka-Tzetnik, e che aveva condiviso il suo dramma ("non potrò mai dimenticare quanto aveva sofferto in silenzio durante i miei incubi notturni, tenendo nascosto quel che provava. Le mie stesse urla strozzate mi svegliavano, febbricitante e bagnato di sudore, e Nike era al mio fianco intenta ad asciugare via le gocce del sudore e del terrore, con gli occhi colmi di pietà e paura inesprimibili")  un giorno scoprì che il professore Bastiaans a Leida curava i malati affetti da questi disturbi (tutti reduci da campi di concentramento) con l'LSD, ottenendo buoni risultati. Ka-Tzetnik si lasciò convincere e il libro è il resoconto di questa cura.
Le sedute con il prof. Bastiaans si svolgevano in questo modo: il medico somministrava a Ka-Tzetnik l'LSD, durante lo stato allucinatorio che ne seguiva lo scrittore riferiva verbalmente le immagini che aveva e rispondeva alle domande, il tutto veniva registrato. Nelle allucinazioni Ka-Tzetnik riviveva episodi degli anni passati ad Auschwitz (in particolare tornava l'episodo-chiave di quando unico rispetto a tutti gli altri era riuscito a sopravvivere al crematorio nascondendosi nel camion che lo trasportava dentro un bidone di carbone) con una connotazione teologica che non aveva avuto nei suoi romanzi, e che gli permetteva di alzare lo sguardo, con una riassunzione della sua esperienza che precedentemente gli era preclusa, costituendo il suo problema ("Se le cose stanno così, lui avrebbe potuto trovarsi al mio posto, uno scheletro nudo sul camion, mentre io, io avrei potuto essere lì al posto suo, in una mattina tanto fredda, a svolgere il mio lavoro e spedire lui e milioni come lui al crematorio; e allo stesso modo anch'io sbadiglierei, perchè come lui preferirei sicuramente avvolgermi sotto le coperte del mio letto caldo, in una gelida mattina come questa. O Signore, clemente e misericordioso, sono io che ho creato Auschwitz? Non è solo il fatto che lui, il tedesco che mi sta davanti, con il teschio sul berretto e le mani infilate nel cappotto da SS, avrebbe potuto essere al mio posto. C'è qualcosa di infinitamente peggiore, ed è questa l'atrocità che paralizza: io avrei potuto essere al suo posto. O Signore, Signore dei cieli di Auschwitz, fai luce su ciò che ignoro della tua creazione, così da farmi capire chi è l'essere dentro di me che viene portato al crematorio e perchè. E chi è l'essere dentro di lui che mi sta inviando al crematorio, e perchè. Perchè tu sai che in questo momento tutti e due, quello che manda e quello che viene mandato, sono ugualmente figli dell'uomo, entrambi creati da te, a tua immagine e somiglianza"). 
Ad un certo punto Ka-Tzetnik decide di interrompere la cura: essa ha avuto il suo effetto. Tornato in Israele non sarà più tormentato da incubi notturni. Adesso saranno le sue giornate a non essere più protette dalla rimozione di prima ("Prima di Leida ero un uomo sdoppiato, abitato da un mostro interiore che esplodeva assalendomi sotto la coltre notturna. Dopo Leida, lo spettro che mi si presenta alla luce del giorno è un incubo universale, direi persino cosmico [...] Tanto tempo fa ero un cercatore di solitudine, e prendevo le distanze da ogni contatto umano e dalle sue interferenze, così da potere rimanere solo con Auschwitz. Ma oggi Auschwitz si è fatta strada pesantemente fino alla porta di casa di ognuno di noi").
La notizia di questo libro e della vicenda umana di Ka-Tzetnik mi è venuta leggendo il primo capitolo di "Il settimo milione" di Tom Segev, che narra la storia del rapporto tutt'altro che lineare e facile tra lo stato d'Israele e i superstiti dell'Olocausto.
Ka-Tzetnik è autore che non è stato più ripubblicato - "Salamandra" non è mai stato tradotto -  ed è auspicabile una ripresa di interesse da parte delle case editrici.

 

(Carlo Verducci)






Ka-Tzetnik 135633, Shiviti, Sensibili alle Foglie, 2007
Tom Segev, Il settimo milione, Mondadori, 2001 [ * ]


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