.
Annunci online

CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
SCRIVI SEMPRE A MEZZANOTTE
post pubblicato in Woolf, Virginia, il 18 dicembre 2019
 

Questo è un libro strano. Da una parte, è un epistolario tra due donne che si amano, ma – nello stesso tempo – un dialogo tra due donne accomunate da un interesse particolare, la scrittura. E proprio questo doppio valore, sottolineato dalla composizione grafica della copertina, ne fa un libro estremamente interessante. Libro arricchito da due contributi: quello iniziale di Nadia Fusini, e quello finale di Elena Munafò. 
Molto si sa di Virginia Woolf, soprattutto per le sue opere letterarie (La signora DallowayGita al faro, Le onde, Orlando), ma poco se ne sa al livello di vita privata. Questo libro, curato da  Elena Munafò – docente presso l’università “La Sapienza” di Roma – si avvale dell’opera di Nadia Fusini, esperta conoscitrice delle opere della Woolf, che ne ha tradotto le lettere (di questo epistolario, e dei moltissimi altri che la Woolf ha prodotto) e molte altre opere, come indicato nelle note a piè pagina, e in quelle del saggio finale di Elena Munafò. 
Il libro è un contributo prezioso che illumina sulla vita della Woolf, non solo nel merito del rapporto con Vita Sackwell-West, ma anche nell’ambito della sua propria vita. A differenza di altri libri che riguardano rapporti amorosi di tipo omosessuale, questo epistolario è notevolmente più “autobiografico”, per così dire, e si rivela quindi più interessante per un comune lettore.
A me che l’ho letto, il libro ha fatto un effetto molto particolare: non ho visto, infatti, nelle lettere della Woolf grandissimi cenni al rapporto con Vita Sackwell-West, ma piuttosto lo scambio di notizie che la Woolf ha fatto con Vita riguardo alla sua vita, e in particolare alla sua attività letteraria. L’avvertenza che la curatrice ha premesso alle lettere stesse ci informa che le lettere riportate sono solo 136, su un totale di 500 che le due donne si sono scambiate: 78 scritte dalla Woolf, 58 da Vita. Ma la biografia della Woolf annovera almeno altri 6 epistolari, cosa che la dice lunga su quanto le lettere fossero importanti negli ambienti letterari britannici di fine ottocento–primo novecento.
Se pure i saggi della Fusini e della Munafò ci ragguagliano su quanto le due donne si dicessero in queste lettere, la lettura delle stesse è realmente un grosso “faro” sul modo di vivere delle due protagoniste: Virginia, sempre presa dai suoi impegni letterari e dalle opere che scriveva, Vita – invece – molto proiettata ai viaggi e alle esperienze “saffiche” che riusciva a procurarsi. In realtà, anche Vita, approfittando dell’attività diplomatica di suo marito Harold Nicolson, scrisse alcuni ricordi di viaggio; e non solo. 
La parte preponderante delle notizie ricavabili dalle lettere riguarda anche l’attività editoriale cui la Woolf e suo marito Leonard dettero origine, fondando una casa editrice, la Hogart Press. Oltre a pubblicare le sue opere, Virginia si premurò di assicurarsi la pubblicazione degli scritti di Vita: il diario delle esperienze persiane, che uscì con il titolo “Seduttori in Ecuador”, e il romanzo “The Land” (La terra). Le lettere di Virginia sono piene di notizie su quanto la loro (sua e del marito) attività editoriale riusciva a produrre.
Il rapporto tra Virginia e Vita nacque per un interesse “conoscitivo” di Virginia, affascinata dalle origini nobiliari (peraltro opinabili) dell’amica, e dalla vita che la stessa conduceva, molto diversa da quella dell’ambiente in cui viveva la Woolf. Pur accreditata di aver iniziato lei anche il rapporto “sessuale”, durante una visita a Vita, Virginia era sempre stata poco incline a coraggiose avventure in quell’ambito: era piuttosto timida a quanto pare. Ma comunque le lettere scelte, probabilmente per l’attenzione con cui il libro è stato “composto”, sono certo quelle più leggibili, visto che sono poco più di un quarto del totale.
 Che dire di più? È un libro che vale la pena leggere, se si è interessati alla personalità della Woolf. Cosa che chiunque abbia letto almeno “Al faro”, non può non nutrire. Un libro che spazza via tante storie sulle follie della Woolf, follie che – forse – sono state una (ma non l’unica) delle cause che l’hanno condotta al suicidio. Ma che si scatenarono proprio nel periodo della guerra, periodo che colpì profondamente l’Inghilterra, bersaglio preferito delle bombe volanti di Hitler. Ne emerge una figura della Woolf piuttosto attenta ai fatti della vita, e felice della sua attività di scrittrice.


(Lavinio Ricciardi)







Virginia Woolf, Vita Sachkville-West, Scrivi sempre a mezzanotte, Donzelli, 2019 [ *  ]


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. premio letteratura inglese

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 18/12/2019 alle 14:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
ESPIAZIONE
post pubblicato in McEwan, Ian, il 9 maggio 2019
 

Un libro tra i migliori di McEwan. Racconta una storia molto originale, ben congegnata, nel periodo della Prima Guerra Mondiale. E’ diviso in quattro parti: la prima, che descrive le vicende della famiglia Tallis, è suddivisa in quattordici capitoli; seguono una seconda e una terza parte, unitarie, e infine un epilogo, intitolato “Londra 1999”. Una citazione da un’opera di Jane Austen, riportata a mo’ di dedica all’inizio, si prefigge  di  attirare  l’attenzione di chi legge su qualcosa…. di non ben precisato. Più avanti si vedrà di cosa si tratta. Dal libro è statotratto un film, con lo stesso titolo (“Atonement”,in inglese), per la regia di Joe Wright, estremamente fedele al romanzo, emolto ben fatto, con ottimi attori.
La prima parte, come già detto, racconta le vicende della famiglia Tallis, composta dai padroni di casa, Emily e Jack, e da tre figli: due femmine, Cecilia e Briony, e un maschio, Leon. La famiglia Tallis vive in una villa (a quanto si capisce fuori Londra) molto vasta. Tra le curiosità che l’autore ci descrive al riguardo, c’è una fontana che è la copia della fontana del Tritone, fatta dal Bernini a Roma, a piazza Barberini. Questa vastità consente di ospitare più persone, oltre ai componenti della famiglia: al momento in cui inizia la storia il figlio Leon è assente (ma dato come in arrivo da Londra), e sono invece presenti i due gemelli Jackson e Pierrot, figli della sorella di Emily, Hermione (maritata Quincey), e Lola, loro sorella, ospiti della villa a causa di vicende della loro famiglia. Tutta la prima parte è una testimonianza della vita a villa Tallis.
L’attenzione della storia è focalizzata su Briony, in età adolescenziale (la sorella Cecilia è maggiore di lei di sei anni). Sembra – in apertura – che debba allestire uno spettacolo teatrale, da presentare alla sua famiglia, intitolato Disavventure di Arabella, preparato proprio per l’arrivo di suo fratello Leon; il canovaccio della sceneggiatura viene sottoposto da Briony a sua madre. C’è poi da ricordare – invece – Robbie, figlio di una domestica di casa Tallis, Grace Turner, e di padre ignoto. Robbie è fortemente preso da Cecilia (di sei anni maggiore di Briony), e le gira sempre intorno. Anche Briony è interessata a Robbie, considerato uomo deciso per le sue maniere determinate. Robbie e sua madre vivono in una dependance della villa. La storia prosegue, in questa prima parte, con varie sfumature, e la presentazione, in ogni capitolo, di personaggi ancora sconosciuti al lettore. L’autore non trascura neppure le domestiche (Polly e Betty, la cuoca), due amici di casa, Hardman e suo figlio Danny, e l’amico di Leon, Paul Marshall, detto il re della cioccolata, che Leon ha portato con se da Londra. 
Tra una vicenda e l’altra si giunge ad una cena, organizzata per festeggiare Leon e il suo amico Marshall. Poco prima, però, Robbie scrive una lettera a Cecilia e vi aggiunge una frase poco edificante. Pentitosene, la ricopia, manoscritta, senza la frase e ripiega l’altra. Più tardi si presenta alla villa, per partecipare alla cena, e affida la lettera – imbustata poco prima – a Briony perché la porti a Cecilia. Briony scappa via e nel frattempo, Robbie si ricorda di aver messo nella busta la lettera con la frase “sconcia” invece della copia corretta. Ma Briony è scomparsa e la cosa non si può più riparare. Robbie non avrebbe dovuto essere a tavola con i Tallis, ma Leon, incontrandolo in giardino, lo aveva invitato, e così…
Briony – appena sola – apre la busta e legge la lettera. Di certo, a suo avviso, percepisce che Cecilia sia in pericolo, e vuole fare il possibile per aiutarla ad evitarlo. Mentre sta preparandosi per la cena, entra sua cugina Lola, che si lamenta di essere stato oggetto di “torture” da parte dei gemelli suoi fratelli. Briony si confida con Lola, e la informa sul contenuto della lettera. Ed entrambe si mettono a sparlare di Robbie: Lola lo definisce “un maniaco”, e suggerisce alla cugina che “bisognerebbe avvertire la polizia”. Poi, mentre parlano, Briony sente la madre che le chiama. Lola, ancora non pronta, viene rassicurata da Briony che lei provvederà a giustificarla. Briony si precipita per le scale, per raggiungere la sala da pranzo, e – mentre scende – vede la porta della biblioteca, solitamente aperta, chiusa. Allora, adagio, apre e riesce a distinguere Cecilia e Robbie in un “abbraccio”, che lei scambia per una aggressione. I due si accorgono dell’ingresso di Briony e si ricompongono, per raggiungere gli altri a cena.
Nel frattempo, i gemelli, al termine della cena, scompaiono lasciando un messaggio un po’ farfugliato, scritto in modo sgrammaticato ma comprensibile. Gli uomini di casa (mancava Jack, il papà dei tre, trattenuto in ufficio) cominciano a darsi da fare per trovarli, uscendo nel giardino in una grande oscurità. Durante questa ricerca, Briony, che era uscita anche lei nel giardino, dopo un peregrinare al buio, ritrova, sulla via del ritorno, una Lola dolorante e mortificata. Le chiede se era stata aggredita, e se il colpevole fosse stato il “maniaco”, come lo avevano ribattezzato. Lola racconta di non aver visto l’aggressore, che l’aveva raggiunta alle spalle, le aveva coperti gli occhi e l’aveva sdraiata sull’erba. Ma Briony, nonostante le incertezza di Lola, è certa che l’aggressore fosse Robbie, e dice a Lola di averlo visto. E di poterlo confermare.  
Dato che i gemelli non si trovavano, si chiede l’intervento della polizia. Lola, in preda ai sedativi, finalmente si addormenta. E la polizia – che interroga i presenti sull’accaduto – viene informata da Briony delle due “aggressioni” subite da Cecilia e da Lola, e afferma di aver visto il responsabile. Nel frattempo Torna Robbie con i gemelli, e la polizia lo arresta, affermando che è stato riconosciuto come “aggressore”. Qui si conclude la prima parte.
La seconda parte parla della guerra e dei combattimenti dell’esercito inglese in terra francese. Robbie ha barattato l’arresto con la partecipazione alla guerra, e cerca di raggiungere – in preda a mille difficoltà e assieme a due suoi compagni di battaglie – la sponda francese della Manica per imbarcarsi e tornare in Inghilterra, dove l’attende Cecilia.
La terza parte è invece dedicata a Briony, diventata "infermiera Tallis” (come la chiama la sua caposala). Briony ne vede di tutti i colori, ed assiste molti feriti più o meno gravi, tornati sul suolo patrio. Qualcuno lo vede morire, e per l’assistenza fornita viene spesso lodata dalla sua caposala Drummond, temutissima da tutte. Il motivo per cui Briony era diventata infermiera, è stato l’esempio di sua sorella Cecilia, che – guarda caso – lavora nello stesso ospedale. Ma le sorelle, probabilmente per i turni e i reparti, non  si incontrano, e così Briony cerca l’indirizzo della sorella e un giorno la va a trovare a casa. L’incontro è il tema fondamentale – ed anche il finale della terza parte.
Mi accorgo di aver raccontato buona parte del libro, e non desidero raccontare altro. Dell’ultima parte (“Londra 1999”) la protagonista è sempre Briony, ormai anziana, lascio ai lettori il responso: sono le conclusioni che Briony trae a consuntivo dalla sua esistenza.
Voglio invece dire del libro e del perché sia tanto gustoso da leggere. McEwan ce la mette tutta sia per caratterizzare i personaggi, sia il tempo in cui vivono, fatto di cose note e di altre meno note. Proprio questa caratterizzazione ne fa un’opera molto valida, che chiunque conosca i libri di McEwan dovrebbe leggere. È un libro che riporta – soprattutto nell’ultima parte – l'epoca degli anni ’10 e ’20 nella nostra realtà, e nel farlo McEwan supera le sue già brillanti capacità di autore contemporaneo. E' sicuramente adatto ad una lettura adulta, ma credo possa dire molto anche a lettori di giovane età, dai vent’anni in su.


(Lavinio Ricciardi)








Ian McEwan, Espiazione, Einaudi, [ * ]


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. letteratura inglese

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 9/5/2019 alle 9:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
LA BALLATA DI ADAM HENRY
post pubblicato in McEwan, Ian, il 12 marzo 2019
 

La copertina riprodotta riporta un’immagine dal film "Il verdetto", recentemente nelle sale, che è tratto dal libro di McEwan "La ballata di Adam Henry". Anche il titolo italiano è diverso dall’originale ("The Children Act", in italiano "La sentenza del bambino"), e fa riferimento ad una poesia, scritta da Adam Henry, il protagonista della storia, o meglio, il soggetto cui la reale protagonista, la giudice Fiona Maye, fa riferimento per la sua sentenza. La storia di questo libro, suddivisa in cinque parti, è molto interessante: c’è una giudice, la signora Maye, preposta alla tutela dei minori, che deve giudicare di un caso in cui da una parte c’è un ospedale e la sua direzione amministrativa, e dall’altra un ragazzo, Adam Henry, ancora minorenne, la cui famiglia è legata alla religione dei Testimoni di Geova. 
La storia è centrata sul fatto che – per la religione della famiglia Henry – Adam non può essere sottoposto a trasfusioni di sangue. Ma Adam soffre di una grave forma di leucemia, e questo comporta che, per essere curato a dovere, deve subire una trasfusione. Di fronte al rifiuto della famiglia, l’ospedale e i medici che hanno in cura Adam si rivolgono al tribunale, perché si pronunci nel merito del caso. Questa, in breve, la storia.
E veniamo al libro. Ho già detto che è diviso in cinque parti: la prima serve all’autore per far entrare i lettori in argomento, cioè nell’attività di Fiona Maye, giudice minorile. Questa parte descrive i casi che la giudice ha risolti e quelli che ha in corso di soluzione. Ma – dal lato personale – la giudice Maye (che è giudice dell’Alta Corte, cioè al massimo grado della magistratura britannica) ha un problema familiare: suo marito Jack ha un’amante. E questo la turba, perché – a parte la sua dedizione al lavoro – non riesce a capire in cosa la sua funzione di moglie sia mancata. E comunque si prepara a dare battaglia. È in questa parte che il suo cancelliere la informa dell’istanza dell’ospedale nei confronti del caso di Adam Henry, e la causa viene iscritta a ruolo per la settimana successiva. 
Nella seconda parte è descritta l’attività della giudice in tribunale. All’inizio c'è una dettagliata descrizione del viaggio in taxi verso il tribunale; segue poi il rapporto della giudice con il suo cancelliere, Pauling, che la informa dell’interesse mostrato dalla stampa per quello che lui continua a chiamare il "caso dei Testimoni di Geova", e al quale la giudice vuole finalmente dare un nome, quello di "Adam Henry". La giornata prosegue fino al ritorno a casa della giudice, che decide di cambiare la serratura alla sua porta di casa, e conclude la serata suonando al pianoforte un’intera partita di Bach. La mattinata successiva tocca alla discussione del caso di Adam Henry: ciò avviene con il legale dell’ospedale – un  amico della giudice, l’avvocato Marc Berner – e alla presenza del legale di Adam Henry, del suo tutore Marina Greene, dei genitori di Adam e del loro legale.   
Tutta l’udienza è dedicata all’ascolto delle ragioni delle parti: quelle dell’ospedale, riguardanti la necessità e l’urgenza della cura e relativa trasfusione, e quelle di Adam e dei suoi genitori, che invece enunciano e motivano le ragioni che inducono i Testimoni di Geova a rifiutare le trasfusioni. Al termine dell’intera giornata di udienza, invece dell’attesa sentenza, la giudice informa le parti che – prima di deliberare – si recherà all’ospedale per ascoltare le ragioni di Adam (va sottolineato che si tratta di un minore, e quindi che Adam non può decidere autonomamente).
La terza parte è quasi completamente dedicata all’incontro della giudice con Adam. La cosa più sorprendente di quest’incontro è che Adam rimane particolarmente colpito dall’atteggiamento della giudice, che lo ascolta mentre, con un filo di voce e pochissime forze, sostiene le ragioni religiose per le quali si oppone alla trasfusione. "Si tratta del diavolo, Satana" – dice Adam – "che ricorre a questo strumento, la trasfusione, per indebolire la mia fede"; è convinto che il diavolo abbia "campo libero per fare il peggio" ma lui è ben deciso a sconfiggerlo. E la giudice gli dice: "campo libero per provare ad ucciderti con la leucemia?". Dal breve dialogo che segue, Adam pensa che la giudice voglia fargli cambiare idea: ma lei lo rassicura, affermando di essere venuta per sincerarsi che Adam sia cosciente di quel che sta per fare, e non segua il pensiero dei genitori, o di coloro che dicono di lasciarlo decidere di testa sua, data la sua intelligenza.  La giudice gli prospetta ciò che lo aspetta: o la morte, nel caso di rifiuto della trasfusione, o anche altri guai che discendano da una guarigione incompleta, come perdita della vista, e altri danni all’organismo.
Il resto del colloquio, che si è svolto alla presenza del tutore di Adam, Marina Greene, sconfina nel fatto che Adam si scopre poeta e sente il bisogno di dirlo alla giudice, rivelandole che scrive poesie nel cuore della notte. Le dice inoltre che ai genitori queste poesie piacciono molto. E – dopo altre precisazioni sul rifiuto della trasfusione, in cui Adam insiste, perché – secondo il suo credo – è cosa sbagliata, i due scoprono un altro terreno di intesa, dopo la poesia: la musica. Adam le dice che suona il violino e – dopo un breve racconto di come si sia messo a studiarlo da solo – dice alla giudice che sa già suonare dieci pezzi e parla dell’ultimo, che la giudice conosce bene, per averlo suonato insieme all’avvocato Berner. Ascoltato il pezzo da Adam, la giudice gli propone di suonarlo un’altra volta, mentre lei lo canterà. Dopo questo "duetto", l’incontro si conclude mentre Adam, notevolmente colpito dalla figura della giudice, le chiede sommessamente se pensa di tornare ancora a trovarlo. La parte si conclude con la decisione della giudice, che – analizzati tutti i riscontri, ringraziati avvocati e tutore – si sente in dovere, nella sentenza, di dare ragione all’ospedale, e autorizzare tutte le cure necessarie, trasfusione compresa. Torno a McEwan, alla sua concezione del bene e al fatto che la giudice abbia deciso soltanto dopo aver conosciuto Adam. La parte si chiude con il ritorno a casa del marito, al quale la giudice dedica pochissimo tempo, dato che è molto stanca della giornata appena conclusa. 
La quarta e la quinta parte del libro sono l’epilogo prima fausto, poi infausto della storia. Nella quarta parte c’è una serie di lettere di Adam, che ringrazia la giudice del suo operato, e si ritiene soddisfatto di non aver obbedito ai dogmi della sua religione. La giudice, collaborando con il tutore di Adam, viene informata della ripresa scolastica molto positiva del ragazzo, cosa che – ovviamente – la soddisfa. Per lavoro, Fiona Maye è costretta a recarsi nell’Inghilterra del nord, a Newcastle, dove ha  passato una parte della sua giovinezza. E mentre si trova li, in tribunale, viene interrotta in quello che sta facendo dal suo cancelliere, che le dice trattarsi di un caso urgente. Si tratta di Adam, che l’ha rincorsa fino a lì per vederla, e farle una strana richiesta. Dopo averla informata di come sia felice del non aver aderito ai suoi principi religiosi, e di come si sia accorto che anche i suoi genitori siano stati felici della sua scelta, Adam chiede alla giudice di poter vivere con lei, stare a casa sua. A questa richiesta Fiona si oppone, e, poiché Adam parlava di una zia a Birmingham, dove andare, 
lei lo fa accompagnare dal cancelliere a Birmingham, dando a questo dei soldi, per provvedere alle necessità del ragazzo. E – a congedo – lo bacia. Adam si rivela scontento della decisione della giudice, la quale è invece molto contenta di aver parlato col ragazzo ed aver cercato di sospingerlo verso sua madre, riconoscendo nel suo affetto quello di un figlio. Figlio che Fiona e Jack non hanno …
L’ultima parte del libro vede Fiona ritrovare l’equilibrio familiare con il marito, che le aveva dichiarato di nuovo il suo amore al ritorno dalla fuga verso la sospettata “amante”, e poi la ripresa della sua attività professionale. Fino all’avvicinarsi del Natale, occasione che Fiona è solita festeggiare con un concerto in cui suona, assieme all’avvocato Berner in veste di tenore, per tutti i suoi colleghi. La preparazione del concerto, assieme alla sua attività, la tengono così impegnata che – ricevuta una ennesima lettera da Adam (rivelata dalle buste azzurre e dalla sua grafia) – la apre qualche sera dopo, profittando dell’assenza di suo marito, col quale la vita è ripresa. La missiva era una poesia, intitolata "La ballata di Adam Henry", poesia dal finale non chiaro, perché ricoperto da cancellature. 
Il resto del libro passa tra una romantica cena con Jack, ansioso di ristabilire il suo ruolo di marito e il concerto di Natale per gli altri giudici, conclusosi con un grande successo sia suo che di Berner. Infine, ripresa "La ballata di Adam", Fiona riesce a decifrare l’ultimo verso, che si conclude con un rimprovero del ragazzo verso di lei. Tra i vari impegni di lavoro, Fiona dimentica Adam, finché, tornatole alla mente una sera, rintraccia la tutrice, Marina Greene, e viene a sapere che Adam, riammalatosi di leucemia, ha rifiutato la trasfusione, visto che ormai è maggiorenne, ed è morto. 
E il libro si conclude con un dialogo tra Fiona e suo marito Jack, in cui lei gli racconta tutto su Adam, dicendogli, a conclusione, che secondo lei, Adam si è di proposito "suicidato", forse proprio perché innamorato di lei. E Jack, mentre lei dorme e le è vicino, non esita a farle ancora complimenti per la sua bellezza, al risveglio.
La storia è di quelle che lasciano il segno. La consiglio a tutti i buoni lettori: è una delle “chicche” del repertorio di Ian McEwan. Mi scuso con chi leggerà queste mie righe, per aver abusato della sua pazienza, ma ho ritenuto necessario raccontare la storia con dovizia di particolari. E mi riprometto di vedere anche il film “Il verdetto”, che ne è stato tratto.


(Lavinio Ricciardi)







Ian McEwan, La ballata di Adam Henry, Einaudi, 2014 [ * ]



Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. letteratura inglese

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 12/3/2019 alle 9:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
AMERICANAH
post pubblicato in Adichie, Chimamanda Ngozi, il 9 giugno 2015
  

Gli stereotipi limitano e plasmano il nostro modo di pensare, soprattutto riguardo all'Africa. Se dico "Nigeria", chi mi sta di fronte, nella maggioranza dei casi, pensa alle prostitute nelle strade dell'Eur oppure a Boko Haram che rapisce le ragazze per darle in mogli ai combattenti islamici. Solo se ci fermiamo a pensare ci rendiamo conto che la Nigeria è un grande paese (tre volte l'Italia come superficie), densamente abitato (quasi tre volte il nostro paese), ricco di risorse naturali (petrolio in particolare), con una stimolante vita culturale. È il caso di notare che a capo dell'OPEC, l'organizzazione dei paesi esportatori di petrolio, c'è una donna nigeriana: Diezani K. Alison-Madueke.
Chimamanda Ngozi Adichie, autrice di "Americanah", pubblicato da Einaudi nel 2014, è una delle più interessanti scrittrici di questo paese, che, non dimentichiamolo, ha un clima intellettuale vivace e raffinato. Uno scrittore nigeriano, Wole Soyinka, drammaturgo, poeta, scrittore e saggista, è considerato uno dei più importanti esponenti della cultura dell'Africa sub-sahariana nonché il maggiore drammaturgo africano ed è stato insignito del Nobel nel 1986. 
La Nigeria è composta da moltissime etnie - ben duecentocinquanta! - spesso in lotta tra loro. Il paese nel momento dell'indipendenza (1960) fu suddiviso in tre stati confederati, corrispondenti ai tre principali gruppi etnici: hausa-fulani, yoruba e igbo. In seguito, nel tentativo di rispondere alle richieste di autonomia dei vari gruppi e per evitare spinte secessionistiche (drammatica fu nel 1967/70 la guerra civile del Biafra che voleva l'indipendenza della regione), la Nigeria è arrivata a comprendere trentasei stati confederati. La popolazione è islamica e cristiana, in percentuali sostanzialmente uguali.
Chimamanda Ngozi Adichie, di etnia igbo, scrive in lingua inglese, come buona parte degli scrittori nigeriani. Questo è il suo terzo romanzo dopo "L'ibisco viola" e "Metà di un sole giallo". È un romanzo di formazione che narra la vita di due ragazzi nigeriani, Ifemelu lei e Obinze lui, i loro progetti e i loro sogni. Il desiderio di entrambi è l'occidente: lui emigra clandestinamente in Inghilterra, lei può raggiungere gli Stati Uniti con una borsa di studio. Hanno frequentato in Nigeria ottime scuole, parlano un inglese colto, potrebbero facilmente vivere nel loro mondo, ma perché chiudersi in una realtà asfittica, senza prospettive, profondamente corrotta, quale è il loro paese? Ifemelu e Obinze appartengono alla categoria degli emigranti colti - esattamente come tanti italiani laureati che vanno a lavorare all'estero - che abbandonano il loro paese non per fame o per motivi politici, ma per sfuggire all'immobilismo e alla mancanza di scelte. I loro destini saranno diversi: Obinze in Inghilterra dovrà, per sopravvivere, lavorare con documenti falsi e piegarsi a condizioni di vita precarie. Giunge a progettare un matrimonio di comodo che gli darà diritto alla cittadinanza inglese, ma proprio sui gradini della chiesa viene arrestato per immigrazione clandestina e, dopo un periodo in prigione, è rimandato in Nigeria. Qui trova la sua strada, si inserisce in un "mondo di mezzo" e diviene un ricco immobiliarista.
Obinze però nell'economia del libro è un comprimario, perché la protagonista è Ifemelu. La sua storia negli Stati Uniti, in cui lei ha una posizione regolare come studentessa prima, poi come giornalista e blogger, si dipana tra neri americani, neri non americani, bianchi che temono di sembrare razzisti, solitudine, povertà, infine integrazione e benessere. Ifemelu non aveva mai saputo di essere nera: lo scopre negli Stati Uniti, dove le differenze di colore della pelle sono ancora fondamentali. Per dar voce al proprio scontento crea un blog che avrà un gran numero di lettori e le darà la notorietà. I brani postati da Ifemelu si inseriscono organicamente nel racconto e creano un curioso aggancio con la realtà in cui la donna vive. La scrittura tiene sempre viva l'attenzione del lettore, sia quando si racconta la seduta dal parrucchiere afro - ci vogliono sei ore per un'acconciatura di treccine - sia quando Ifemelu riflette sull'elezione di Obama e su cosa questo rappresenta per i neri americani.
I temi del libro appartengono direttamente al vissuto dell'autrice, soprattutto per quello che riguarda il razzismo. Il libro si sofferma sulla assoluta mancanza di consapevolezza, da parte dei bianchi, di come tutto - pubblicità, modelli femminili, prodotti di bellezza - sia discriminatorio e spesso offensivo nei confronti delle donne di colore. Le pagine che descrivono il confronto fra bianchi, afroamericani che discendono dagli schiavi, americani-africani che non sapevano di essere neri, sono tra le migliori del libro.
Americanah sarà presto un film. Brad Pitt ha acquistato i diritti del romanzo e la protagonista della pellicola sarà Lupita Nyong, interprete di "12 anni schiavo".



(Rita Cavallari)








Chimamanda Ngozi Adichie, Americanah, Einaudi, 2014 [ * ]






vedi quì e quì
LA MIA FAMIGLIA E ALTRI ANIMALI
post pubblicato in Durrell, Gerald, il 6 agosto 2013


Non è certo una novità editoriale quella che, in queste brevi note, si propone alla lettura di chi è interessato all’intersezione tra ecologia, studio della natura e letteratura. Si tratta di un romanzo sui generis in chiave autobiografica di Gerard Durrell intitolato My family and other animals (La mia famiglia ed altri animali) apparso per la prima volta nel 1956 e più volte ripubblicato in Italia da Adelphi nella traduzione di Adriana Motti.
Nel romanzo Durrell ripercorre gli anni della sua infanzia trascorsi con la sua famiglia nell’isola di Corfù tra il 1935 ed il 1939. Come l’autore stesso afferma nelle righe introduttive dell’opera: “Questa è la storia dei cinque anni che ho trascorso con la mia famiglia nell’isola greca di Corfù. In origine doveva essere un resoconto blandamente nostalgico della storia naturale dell’isola, ma ho commesso il grave errore di infilare la mia famiglia nel primo capitolo del libro. Non appena si sono trovati sulla pagina, non ne hanno più voluto sapere di levarsi di torno, e hanno persino invitato vari amici a dividere i capitoli con loro. Soltanto con immensa fatica, e usando una notevole astuzia, sono riuscito a salvare alcune pagine sparse che ho dedicate esclusivamente agli animali.” (p.11). Ecologia umana e scienze naturali si intrecciano in un nodo indissolubile nel fluire della narrazione in cui scene esilaranti di vita familiare e quotidiana si alternano a minuziose, accuratissime descrizioni degli animali e dei loro comportamenti nell’habitat incontaminato dell’isola greca.
Il romanzo di Durrell, pagina dopo pagina, assume la forma di un protrettico indirizzato a chi voglia osservare con la lente d’ingrandimento il mondo animale e non, a chi desideri tendere lo sguardo su baie solitarie ed ombrosi clivi coperti di ulivi, o sia semplicemente attratto dalle dinamiche familiari descritte dall’autore con anglosassone distacco e sovrana ironia. L’effetto sarà rasserenante e più volte l’autore riuscirà a strapparci un sorriso o una bella risata. Spassosa, per esempio, la narrazione del bagno della madre Louisa, pudicamente avvolta in un costume assai antiquato, pieno di gale e merletti che si gonfiano a contatto con l’acqua, assumendo l’aspetto di un mostro insidioso che il cane Roger addenta solerte per garantire l’incolumità dell’amata ed amabile padrona (pp.182-183).
La famiglia, composta da quattro elementi oltre all’autore, la madre Louisa, il fratello maggiore Larry, l’altro fratello Leslie e la sorella Margot, viene raffigurata attraverso i suoi stereotipi, i suoi hobby, che diventano chiave di lettura di comportamenti e relazioni. Intorno all’autore-narratore ed alla sua famiglia ruotano altri personaggi descritti a loro volta tramite i loro comportamenti ricorrenti ed anche per mezzo di forme espressive fortemente connotate: Spiro, il dottor Theodore, i precettori Peter e Kralefsky, la lamentosa domestica Lougaretzia e molti altri ancora.
Non meno tipizzati sono i numerosi animali che vivono con la famiglia; in primo luogo il cane Roger, compagno di scorribande e di avventure di Gerald, poi i cuccioli Pipì e Vomito ed infine Dodo una femmina di razza Dandy Dinmont caratterizzata da “zampe sottili e arcuate, enormi occhi sporgenti e lunghe orecchie pendule” (p.289) che conquista il tenero cuore della mamma e poi di Margot, ma provoca lo sconforto di Larry e Leslie. Hanno un nome ed una spiccata personalità anche tutte le altre creature che Gerald, spinto dalla sua insaziabile curiosità per il mondo animale, porta in una delle case successivamente abitate dai suoi parenti, suscitando in genere sdegnate reazioni da parte dei fratelli e benevola accoglienza da parte della madre. Così diventano progressivamente parte della famiglia Achille, la tartaruga, Quasimodo, il piccione, Ulisse, il gufo, le Garze, due gazze, la Vecchia Tònfete, un’anziana ed astuta tartaruga, ed infine Alecko, un terribile gabbiano albanese. Per citare solo i principali.
Non minore attenzione riscuotono, infatti, gli “abitanti” transitori ed occasionali di una delle tre case occupate dai Durrell, quella rosa fragola, quella giallo narciso ed infine quella bianca come la neve. Tra questi ospiti pro tempore, l’eroico geco Geronimo, che ingaggia una battaglia impari e formidabile con la temibile mantide Cerfoglio, senza esclusione di colpi: “si gettarono di nuovo l’uno contro l’altro. Stavolta Geronimo fu più furbo e strinse tra le mandibole una delle aguzze braccia di Cerfoglio. Lei gli rese la pariglia serrandogli l’altro braccio intorno al collo. […] Lottarono sbattendosi da una parte all’altra del letto, poi cominciarono a spostarsi verso il cuscino. Ormai erano ridotti entrambi a mal partito: Cerfoglio aveva un’ala tutta lacera e cincischiata e una zampa rotta e fuori uso, mentre Geronimo aveva il dorso e il collo pieni di graffi sanguinanti prodotti dalle braccia aguzze di Cerfoglio” (p.242). Avvincente come un duello omerico…tanto che non si svelerà il nome del vincitore.
Se non si è appassionati di animali (anche se Gerard Durrell ve li farà apprezzare) ci si potrà perdere con la fantasia nei panorami da fiaba dell’isola ionica, colta nelle varie ore del giorno, nell’alternarsi delle stagioni, nei suoi innumerevoli scorci. Incantato appare il lago dei gigli: Antiniotissa. “La curva levigata della duna che si stendeva tra la baia e il lago era l’unico punto dell’isola dove crescessero questi gigli, strani bulbi deformi sepolti nella sabbia, che una volta all’anno facevano spuntare sulla superficie un ammasso di foglie verdi e carnose e di fiori bianchi, così che la duna si trasformava in un ghiacciaio di fiori”. (p.296-297).
In noi rimane dopo la lettura del libro una rinnovata curiosità per il mondo animale con il quale condividiamo l’esistenza (e la sopravvivenza) sul Pianeta, spesso indifferenti ai nostri “coinquilini” ai quali invece il giovane narratore protagonista dedica tutte le sue cure ed attenzioni. Indubbiamente rimane anche in noi una legittima, seppur bonaria, invidia per questa famiglia d’oltre Manica che ha potuto trascorrere ben cinque anni in tale dorato paradiso, dedicando il suo tempo alle proprie passioni, ai propri hobby, circondata da amici umani e non, il cui affetto è ricompensato con gite avventurose e pantagrueliche merende, l’ultima delle quali assume connotati tragicomici a causa delle prodezze di Alecko, della Vecchia Tònfete e di Dodo che, in una sorta di nemesi, mettono a soqquadro tavole imbandite e stanze da bagno. Fino al mesto ritorno nella madrepatria su di un treno sferragliante e la tribù animale al completo, allo scoppio della seconda guerra mondiale: fine di un’epoca, fine di un sogno.

 


(Adriana de Nichilo)

 

 

 

 

Gerald Durrell, La mia famiglia e altri animali, Adelphi, 1990 [ * ]

 

CHIARE, FRESCHE E DOLCI ACQUE
post pubblicato in Robustelli, Anna Maria, il 17 marzo 2012



laudato sì, mi Signore, per sora acqua,
la quale è multo utile er humele et pretiosa et casta[1]
 
… un rumore simile a quello dell’acqua veniva dalle cime delle montagne: era il vento della foresta. Infine, cosa ancora più sorprendente, udii il vero rumore dell’acqua scrosciante in una vasca. Vidi che avevano costruito una fontana; l’acqua vi era abbondante e, ciò che soprattutto mi commosse, vidi che vicino ad essa avevano piantato un tiglio di forse quattro anni, già rigoglioso, simbolo incontestabile di una resurrezione[2] 
 
S’i fosse acqua i’ l’annegharei... [3]  

 

La Corte Costituzionale ha ammesso due quesiti referendari proposti dai movimenti per l’acqua. A primavera gli italiani e le italiane voteranno su questo bene essenziale.               
Un’amica mi fa sapere della lotta dei Boscimani del Botswana per l’acqua. Qui non si tratta di scegliere tra acqua pubblica o privata, ma di ottenere il permesso di usare l’unico pozzo della Central Kalahari Game Reserve da cui questo popolo dipende per l’acqua negata dal proprio governo. Sembra che agli inizi degli anni ’80 siano stati scoperti i diamanti nella riserva e subito dopo il governo abbia deciso di mandare via i Boscimani a causa dei giacimenti. Tout court! Nel 1997 sono stati effettuati i primi spostamenti forzati. Le loro case sono state distrutte, le loro scuole e i loro presidi medici sono stati chiusi, il loro pozzo è stato cementato. Ora vivono in campi di re-insediamento e ricevono razioni di cibo principalmente dal governo. Non possono cacciare. Come si può immaginare l’alcolismo, la depressione e malattie come la tubercolosi e l’HIV/AIDS prosperano. Legalmente hanno ottenuto il diritto di tornare nella loro terra nel dicembre 2006, dopo una lunga vertenza, ma di fatto il governo impedisce loro di usare il pozzo. Sono ora in attesa della sentenza del ricorso in appello di un nuovo caso legale intrapreso nel giugno 2010. Negli ultimi giorni, da che ho cominciato a scrivere questo articolo, la sentenza è stata emessa dalla Corte di Appello del Botswana (gennaio 2011) che ha annullato la precedente sentenza della Corte Suprema: i Boscimani potranno continuare ad attingere acqua dal loro pozzo ancestrale. Aspettiamo di vedere se questa volta le autorità non si opporranno di fatto a questa sentenza. [ * ][ * ]

L’annientamento dei popoli tribali che hanno una cultura millenaria può avvenire tutto sommato in una situazione di ignoranza e di indifferenza. Anche in questo caso l’ONU avrà emesso la sua dichiarazione, ma le cose vanno avanti a dispetto della legalità e della giustizia.
L’acqua è una delle risorse fondamentali per il nascere e il propagarsi della vita e sempre più va delineandosi come il bene supremo da salvaguardare. Così come da anni si va dicendo che le foreste della terra e in particolare la foresta amazzonica sono il polmone del pianeta e vanno preservate come fonte di innumerevoli specie vegetali e animali, alcune ancora da scoprire. Ma in tutte e due i casi si tratta di elementi naturali che hanno interagito con la cultura umana e hanno lasciato tracce ingenti nell’immaginario collettivo. 
Capire in quali modi ci siamo relazionati con l’acqua in quella disciplina che chiamiamo letteratura e che riguarda l’ergersi e lo strutturarsi delle nostre parole di fronte alle esperienze della vita può rendere più sfaccettato e complesso il senso di preoccupazione nei confronti della perdita che ci minaccia, arricchendoci di una consapevolezza che deve diventare sempre più limpida.

Tra le elegie anglosassoni spicca The Seafarer, tradotta in inglese moderno da Ezra Pound. Si tratta di un componimento poetico che viene in generale fatto risalire al X secolo d.C. e che è stato trovato nell' Exeter Book, una delle quattro raccolte di poesia anglosassone. Gli studiosi ritengono inoltre che la seconda parte –stilisticamente e tematicamente molto diversa dalla prima – sia il frutto di un’interpolazione cristiana e infatti Pound non la tradusse.
Il narratore descrive la sofferta vita in mare del marinaio nordico in toni di grande realismo espressivo:

This tale is true, and mine. It tells
How the sea took me, swept me back
And forth in sorrow and fear and pain
Showed me suffering in a hundred ships
In a thousand ports, and in me. It tells
Of smashing surf when I sweated in the cold
Of an anxious watch, perched in the bow
As it dashed under cliffs. My feet were cast
In incy bands, bound with frost,
With frozen chains, and hardship groaned
Around my heart. Hunger tore
At my sea-weary soul. No man sheltered
On the quiet fairness of earth can feel
How wretched I was, drifting through winter
On an ice-cold sea, whirled in sorrow,
Alone in a world blown clear of love,
Hung with icicles. The hailstorms flew
The only sound was the roaring sea,
The freezing waves. The song of the swan
Might serve for pleasure, the cry of the sea-fowl
The death-noise of birds instead of laughter,
The mewing of gulls instead of mead.
Storms beat on the rocky cliffs and where echoed
By icy-feathered terns and eagle's screams;
No kinsman could offer comfort there,
to a soul left drowning in desolation.
And who could believe, knowing but
the passion of cities, swelled proud with wine
And no taste of misfortune, how often, how wearily,
I put myself back on the paths of the sea.
Night would blacken, It would snow fronm the north;
Frost bound the earth and hail would fall,
The coldest seeds....


Questo racconto è vero e mio. Racconta
di come il mare mi prese, mi sbatté
avanti e indietro nel dolore, nella paura e nella pena,
mi mostrò la sofferenza in cento navi,
in mille porti e in me. Racconta
di schiuma che si schiantava quando io sudavo al freddo
di un’ansiosa guardia, appollaiato sulla prua
che si infrangeva sotto alle scogliere. I piedi erano stretti
in morse di ghiaccio, legati con il gelo,
con catene di ghiaccio e le difficoltà gemevano
intorno al mio cuore. La fame rodeva
l’anima stanca di mare. Nessun uomo al riparo
della tranquilla bellezza della terra può capire
quanto ero infelice, trascinato attraverso l’inverno
su un mare freddo come il ghiaccio, avvolto nel dolore
solo in un mondo in cui l’amore era stato spazzato via,
e decorato di ghiaccioli. Le tempeste di grandine svettavano
L’unico suono era il mare ruggente,
le onde gelide. Il canto del cigno
poteva dar piacere, le grida degli uccelli marini,
il rumore di morte degli uccelli al posto delle risa,
il miagolio dei gabbiani al posto dell’idromele.
Tempeste battevano le scogliere rocciose ed erano echeggiate
da rondini di mare dalle ali ghiacciate e dalle grida dell’aquila;
nessun parente poteva essere lì ad offrire conforto,
a un’anima lasciata ad affogare nella  desolazione.
E chi potrebbe credere, conoscendo solo
le passioni di città inorgoglite di vino
senza gusto per le traversie, quante volte gonfio distanchezza
mi sia rimesso sui sentieri del mare.
La notte diventava sempre più nera; nevicava a cominciare dal nord;
il ghiaccio legava la terra e la grandine cadeva,
i grani più freddi... [4]



Ci colpisce la presenza di una voce narrativa che parla in prima persona, senza essere un eroe come Beowulf (peraltro in quel poema epico l’eroe è designato con la terza persona), il che ci porta quasi istantaneamente a identificarci con questo marinaio e a stupirci di fronte al piglio moderno di questo poema. La descrizione dei mari nordici, caratterizzata da condizioni inclementi, va di pari passo con quella dei sentimenti di disagio e solitudine del narratore, temperata solo dai versi degli uccelli che abitano quei lidi remoti. Ma la sua anima lasciata ad affogare nella desolazione narra come, pur gonfio di stanchezza, si sia rimesso sui sentieri del mare come un novello Odisseo e
 

...And how my heart
Would begin to beat, knowing once more
The salt waves tossing and towering sea!
The time for journeys would come and my soul
Called me eagerly out, sent me over
the horizon, seeking foreigners' homes.


… E come il mio cuore
cominciava a battere, conoscendo ancora una volta
le onde salate che si agitano e il mare torreggiante!
Veniva il tempo dei viaggi e l’anima mia
mi chiamava con insistenza, mi mandava al di là
dell’orizzonte, in cerca di case estranee.

Le espressioni metaforiche usate per descrivere lo stato di sconforto totale sono incisive e efficaci (morse di ghiaccio / catene di ghiaccio / le difficoltà gemevano intorno al mio cuore / la fame rodeva… / il miagolio dei gabbiani / l’anima lasciata ad affogare nella desolazione, dove la parola tipicamente connessa con l’acqua, “affogare”, è usata per descrivere una condizione interiore). E’sorprendente anche l’espressione trascinato attraverso l’inverno che suggerisce uno spostamento spaziale, ma al tempo stesso, nominando una stagione dell’anno, scandisce il passare del tempo.
L’inquietudine del marinaio lo spinge a ripartire. Gli ultimi versi della citazione colpiscono per il modo sintetico ma poetico con cui questa sete di viaggi viene raffigurata. Così l’alternarsi di sofferenza e desiderio si rivela la cifra portante di questo bellissimo poema dalle strane rifrangenze moderne che si chiude con questi versi
:

And yet my heart wanders away,
My soul roams with the sea, the wales
Home, wandering t the widest corners
Of the world, returning ravenous with desire,
flying solitary, screaming, exciting me
To the open ocean, breaking oaths


Eppure il mio cuore vaga lontano,
la mia anima vaga con il mare, casa
delle balene, spingendosi fino agli angoli più remoti
del mondo, ritornando avida di desiderio,
in volo solitario, gridando, incitandomi
verso l’oceano aperto, infrangendo giuramenti
sulla curva di un’onda.                                                                                      



All’inizio del capitolo intitolato Verso Pamplona de L’antropologia dell’acqua di Anne Carson [5] si
legge:

"Alcune acque ci annegano. Altre no. Il suono dell’acqua nella borraccia sulla schiena mi tiene compagnia mentre cammino. Pozze di pensieri vagano qua e là dentro di me. Socrate, dopo il bagno, tornò alla sua prigione senza fretta e bevve la cicuta. Gli altri piansero. I cigni nuotarono intorno a lui, sfiorandolo. Iniziò a parlare del viaggio a venire, in un posto sconosciuto, lontano da lacrime di cui non capiva la ragione. Le parole capiscono davvero poco l’una dell’altra". [6]

Queste annotazioni accostate quasi con effetto modernistico, hanno di fatto sottili legami associativi che le tengono insieme. Dalla lapidarietà e inconfutabilità della prima affermazione alla scelta consolatoria del rumore d’acqua nella borraccia. Una volta insediatasi all’interno della mente l’acqua produce pozze di pensieri che fluiscono lievi. Il bagno di Socrate, il fatto che bevve la cicuta attorniato dalla lieve presenza dei cigni. L’acqua delle lacrime di quelli che lo amavano e non volevano separarsi da lui. Tutta questa tirata ha il piglio morbido e fluido dell’acqua; è come se questo elemento si trasmettesse al pensiero o come se il pensiero ne fosse 
sostanziato

L’acqua è spesso metafora esistenziale nella scrittura letteraria. Basti pensare al Canto degli spiriti sulle acque di Johann Wolfgang Goethe [ * ]:

Simile all’acqua

è l’anima dell’uomo.

Viene dal cielo,

risale al cielo, di nuovo scendere
deve alla Terra,
in perpetua vicenda.
Il getto limpido
sgorga dall’arduo
precipite dirupo;
sul sasso liscio si
frange in belle nuvole
di pulviscolo;
ondeggia accolto
in dolce grembo,
tra veli e murmuri,
al basso via scorrendo.
Scogli si rizzano
contro il suo empito;
egli spumeggia iroso
di gradino in gradino
verso l’abisso.
Indi per lento letto
di prati volgesi, e fa
specchio di lago,
dove il loro viso miran
tutte le stelle.
Ma dolce amante
dell’onda è il vento;
e talvolta dal fondo
flutti spumanti suscita.
O anima dell’uomo
come all’acqua somigli!
O destino dell’uomo
come somigli al vento! [7]

Qui è l’anima ad essere assimilata all’acqua che viene dal cielo / risale al cielo, di nuovo scendere / deve alla Terra…”. Da torrente impetuoso finisce per diventare lago dove il loro viso miran / tutte le stelle. La bellezza e la scontrosità dell’acqua sono messe in evidenza e anche il vento viene coinvolto per rappresentare l’andamento dell’anima dell’uomo.
Anche Henry David Thoreau annoterà nel suo diario nel 1852:

L’acqua dorme con stelle nel suo grembo
. [8]

Qui il tono è meno aulico e più sensuale. Sembra rispecchiare un sincero stupore di fronte a uno spettacolo di bellezza naturale che procura conforto all’anima.



Il Torrente
di Giani Stuparich assomiglia all’acqua di Goethe, se non fosse che il primo sembra meno emblematico e più reale, considerato nella sua spettacolarità, nei suoi muschi e nelle sue spume. Il poeta è curioso di esplorarlo a ritroso per scoprirne il corso e l’origine. Nel risalire alla sorgente, è a volte costretto ad allontanarsi dalle sue rive, dapprima costeggiate di larici, poi di pini. Lo scrittore friulano raggiunge il punto in cui il corso d’acqua scende da un’incassatura nella roccia come un lungo filo di diamanti. Rimaniamo sorpresi dalla sua meraviglia e dal suo piacere davanti al mistero e alla bellezza che questa forza della natura rappresenta.

Ho lasciato lassù, sotto i ghiacciai delle Venoste, / un torrente che non posso dimenticare. /  Mai avevo visto l’acqua splendere, correre e cantare così, veniva giù dritta, / incassata in un letto muscoso, tutta un candore di spume: faceva luce. / A balzi, a spruzzi, a capriole l’acqua scendeva, stretta nel suo letto, / coprendolo perfettamente senza sbavature né pentimenti. / Tornai più volte al torrente. / E ogni volta scoprivo in esso o intorno ad esso una bellezza nuova. / Una mattina volli seguire in senso inverso il suo corso. /  Mi allettava scoprire il suo misterioso viaggio e il segreto delle sue origini. / M’arrampicavo tenendomi quanto più potevo vicino ad esso. / Qualche volta ero costretto a scostarmi / e allora lo vedevo occhieggiare fra i tronchi, / mandare degli spruzzi argentei quasi per incoraggiarmi nel cammino. / I larici andavano diradandosi, lasciavano il posto ai pini giganti. / A un tratto mi si scoprì, fra i costoni di roccia brulla, / una ripida incassatura nuda che s’innalzava fin sotto a una vetta. / Di là il torrente, scendeva allo scoperto, in pieno sole, / splendendo come un lungo filo di diamanti. [9]

Il desiderio di percorrere un corso d’acqua per esplorarne la bellezza e scovarne la purezza è presente anche nel Marcovaldo di Italo Calvino:

Le giornate cominciavano ad allungarsi: col suo ciclomotore, dopo il lavoro Marcovaldo si spingeva a esplorare il fiume nel suo corso a monte della città, e i fiumicelli suoi affluenti. Lo interessavano soprattutto i tratti in cui l’acqua scorreva più discosta dalla strada asfaltata. Prendeva per i sentieri, tra le macchie di salici, sul suo motociclo finché poteva, poi – lasciatolo in un cespuglio – a piedi, finché arrivava al corso d’acqua. Una volta si smarrì: girava per ripe cespugliose e scoscese, e non trovava più alcun sentiero, né sapeva più da che parte fosse il fiume: a un tratto, spostando certi rami, vide, a poche braccia sotto di sé, l’acqua silenziosa – era uno slargo del fiume, quasi un piccolo calmo bacino -, d’un colore azzurro che pareva un laghetto di montagna. [10]

Ma in realtà il fiume si rivelerà inquinato da una fabbrica di vernici. Però per pochi istanti il protagonista del libro si illude di aver trovato un territorio felice, un piccolo eden lontano dalla città in cui gli sia consentita un tipo di vita più consona alle sue aspirazioni più profonde.
A volte l’acqua scorre calma, è quasi ferma, ma induce a pensare. La sua superficie non è come quella di una strada, di un campo. Sappiamo che è più profonda, nasconde un letto, tutte le sue sedimentazioni e il lieve scorrere porta i pensieri lontano, non solo nello spazio, ma anche nel tempo.
Ricordo che quando ero bambina, andavo a Rocca di Mezzo, in Abruzzo d’estate. A circa un chilometro dal paese scorreva un ruscello che poi fluiva incanalato sotto un filare di vecchie case fin nel centro del paese. All’inizio, sotto un ponte, si vedevano sanguisughe nere che io osservavo incuriosita e impaurita. Poi l’acqua si veniva a trovare come in un canale placido sotto le finestre di queste vecchie case, riempiendosi di canne e di piante acquatiche con infiorescenze lilla. Rammento che pensavo a quelli che si erano affacciati dalle finestre di quelle antiche abitazioni, quelli che avevano passato la loro vita lì in secoli più lenti dei nostri e il peso dei loro pensieri  protesi sull’acqua, mi trasportava lontano nel tempo. Ora hanno cementato il ruscello e non so neanche se le case che stanno in quel posto siano le stesse di quando ero piccola, perché da anni il paese è preda di un fervore edilizio causato dai romani che si recano lì a sciare. Anche quei pensieri, densi di preoccupazioni e di dolore – qualche volta forse anche di gioia - , che si soffermavano sul corso d’acqua dall’alto – non ci sono più, se non forse nel ricordo di qualcuno.
Il legame tra l’acqua e il pensare è vivo in molti autori. Quel grande osservatore della natura che è stato Thoreau ci dice:

Se uno vuole riflettere, lasciate che si imbarchi in un placido corso d’acqua e che galleggi con la corrente. Non può resistere alla Musa. Man mano che risaliamo la corrente, dandoci da fare con la pagaia con tutte le nostre forze, pensieri fugaci e impetuosi scorrono nel cervello. Sogniamo di conflitti, potere e grandiosità. Ma volgete la prua verso la foce e le rocce, gli alberi, le mucche, le collinette, assumendo posizioni nuove e varie, mentre il vento e l’acqua spostano la scena, favoriscono l’abbandono liquido del pensiero, di vasta estensione e sublime, ma sempre calmo e ondulante in modo gentile. [11]

In questo brano lo scrittore trascendentalista americano distingue tra i pensieri di conflitto e forza che sorgono quando si va controcorrente e l’abbandono liquido del pensiero che avviene quando la barca va verso la foce.
Anche Shakespeare usa un’ immagine imperniata sull’acqua per parlare del tempo che erode rapidamente la vita:

Come i flutti s’affrettano verso la riva ghiaiosa,
così precipitano i nostri minuti verso la loro fine,
e sottentrando ciascuno al precedente,
in un seguito affannato si spingono tutti innanzi.[12]

 

In fondo lo stesso processo di dentificazione con l’acqua è attivo anche in Virginia Woolf in questo brano tratto da Gita al faro:

Andavano lì regolarmente ogni sera, quasi per una necessità. Pareva che l’acqua portasse al largo, facesse navigare sull’onde pensie ristagnanti in terraferma, dando così ai loro corpi una specie di fisico sollievo. Dapprima il palpito del colore inondava la baia d’azzurro, e il cuore si dilatava con esso e il corpo sembrava fluttuare, ma solo per essere, subito dopo, respinto e raggelato dall’ispido nereggiare delle onde agitate. Poi dietro la gran roccia bruna, quasi ogni sera, sprizzava bizzarramente, così che stare a spiarne l’irrompere era delizia, una fontana d’acque bianche; e allora, nell’attesa, si poteva pur contemplare sul pallido semicerchio della riva la successione delle onde che vi si stendevano via via mollemente un velo di madreperla. [13]

Il movimento dell’acqua porta al largo pensieri stagnanti, dando una sorta di fisico sollievo, perché li sposta lontano da sé. La luce conferisce un senso di dilatazione, ma poi subentra un processo inverso, provocato dall’ispido nereggiare delle onde agitate. L’acqua si muove continuamente sugli scogli ed è piacevole vedere la fontana d’acque bianche o, sulla riva, il velo di madreperla. L’irrompere delle onde sulla costa è descritto come un grande piacere, nella continua trasformazione che genera e a cui trascina l’anima.
La presenza dell’acqua nell’immaginario letterario angloamericano è ricca di esempi illustri.
La Tempesta, il canto del cigno del bardo di Avon, ci lascia dei messaggi distillati durante la lunga carriera drammaturgica shakespeariana. Certamente il grande scrittore non chiude gli occhi sulla malvagità umana, così come si incarna nel potere politico (un tema che gli era caro), ma finge di credere che tutto andrà a finire bene, attraverso l’omaggio reso all’innocenza e ingenuità di Miranda o a quella dei giovani ai quali va lasciato in eredità il mondo.
L’uomo demiurgo, Prospero, governa le forze della natura positive (Ariel) e negative (Calibano), ma alla fine rinuncia alla sua onnipotenza e lascia la sua isola, ritorna alla civiltà, da dove l’aveva scacciato il tradimento di suo fratello, riprova a vivere nella società che l’aveva barbaramente esiliato. Ma, prima di tutto questo, ci troviamo su un’isola bagnata da un mare purificatore. La tempesta congegnata dal mago salva i villain Alonso ed Antonio dalla loro malvagità. E’ ancora il naufragio che porta Ferdinando e Miranda a conoscersi e li fa innamorare. Come in Pericle la morte per acqua significa redenzione. La bellissima lirica che Ariel canta intriga Ferdinando naufragato sulle coste dell’isola e ignaro della sorte del padre: 

Full fathom f ive thy father lies;
Of his bones are coral made;
Those are pearls that were his eyes:
Nothing of him that doth fade
But doth suffer a sea-change
Into something rich and strange.
Sea-nymphs hourly ring his knell:

 
A cinque intiere tese giace tuo padre,
e le sue ossa son diventati corallo.
Quelli che erano i suoi occhi ora son perle;
non c’è di lui nessuna parte destinata a perire
che non subisca per opera del mare
una trasformazione in qualche cosa di ricco e di meraviglioso.
Le Ninfe marine ad ogni ora suonano per lui a mortorio. [14]
 
Le effe del primo verso scavano una profondità nel mare e l’acqua – a livello fonico – si apre, si allarga e si richiude nelle dilatazioni vocaliche delle varie parole. Nella loro instancabile mobilità, dopo i tonfi cadenzati di full fathom five, le vocali si allargano in thy e lies. L’inversione ci mostra prima le perle e poi gli occhi (eyes), che si riaprono nel dittongo ai. Le dentali di nothing/that/doth/fade seguite da but/doth sono intoppi che guidano alle metamorfosi sea-change/strange, bottino prezioso di bellezza che si dischiude all’occhio dello spettatore-uditore.
La musica di Ariel va incontro a Ferdinando abbagliandolo nella sua bellezza, più che nel messaggio di morte che falsamente reca.


 

Those are pearls that were his eyes riecheggia nella Terra desolata di Thomas Stearn Eliot nell’episodio riguardante Madame Sosostris:

…Temete la morte per acqua
[15]

Ma nella parte IV del poema, La morte per acqua, l’acqua è divenuta un elemento di purificazione. Phlebas è il simbolo della civiltà moderna, fatta di commerci e scambi, in cui i popoli si spostano continuamente. Questa civiltà “arriva al culmine delle sue contraddizioni con lo scoppio della I Guerra Mondiale”. [16] La soluzione mistica è la sola “via di salvezza”. La morte del marinaio fenicio è per il Trigona 1) cristiana liberazione dalle pene terrene, dimenticanza de “il guadagno e la perdita”; 2) rituale religioso di morte-rinascita secondo i riti antichi di cui Eliot ha letto in Frazer e Weston; 3) rito cristiano di liberazione dal peccato originale (il battesimo è morte dal peccato per acqua). Il brano è di una rara sensibilità poetica. La consistenza palatale del corpo di Phlebas si scioglie nei cambiamenti vocalici del secondo verso (forgot the cry of gulls). La corrente sottomarina si sostanzia nelle sibilanti di bonese whisper. Gli alti e bassi di rose e fell terminano nel turbinio onomatopoietico di whirpool. Il tono di Gentile o Giudeo / O tu che volgi la ruota e guardi nella direzione del vento è il tono del predicatore che invita a cambiare vita.



Margareth Atwood nella poesia Frogless (Senza rane), tratta da Mattino nella casa bruciata [17], descrive un paesaggio di malattia in cui l’acqua è diventata alcool e gli animali nascono deformi:

The sore trees cast their leaves
too early. Each twig pinching
shut like a jabbed clam.
Soon there will be a hot gauze of snowsearing the roots.

Booze in the spring  runoff,
pure antifreeze;
the stream worms drunk and burning.
Tadpoles wrecked in the puddles.

Here comes an eel with a dead eye
grown from its cheek.
Would you cook it?
You would if.

The people eat sick fish
because there are no others.Then they get born wrong.

This is not sport, sir.
This is not good weather.
This is not blue and green.

This is home.
Travel anywhere in the year, five years,
and you’ll end up here.

Gli alberi dolenti perdono le foglie
troppo presto. Ogni rametto si chiude
di colpo come una vongola stuzzicata.
Presto arriverà una calda garza di neve

a cauterizzare le radici. 
Alcool nel disgelo della primavera,
puro antigelo;
l’acqua serpeggia ubriaca e rovente,
I girini naufraghi nelle pozze. 

Ecco l’anguilla con l’occhio morto
spuntato su una guancia.
La cucineresti?
Caso mai…

La gente mangia pesci malati
perché non ce ne sono altri.

Poi nascono sbagliati. 
Questo non è divertente, signore.
Questo non è bel tempo.
Questo non è tutto verde e azzurro.

Questo è casa tua.
Viaggia dove vuoi in un anno, in cinque anni,
poi è qui che ti ritrovi.  

Nel suo tipico stile realistico la scrittrice canadese non lascia illusioni a chi la segue. La consapevolezza che questo territorio contaminato è il posto in cui tutti noi viviamo penetra nelle nostre ossa senza che possiamo fare niente per dimenticarcene. Forse proprio per questo ci troviamo a non avere altre scelte se non quella di combattere tutto questo deterioramento, così come combattiamo le malattie che giungono sulla soglia della nostra casa.



Altre volte gli scrittori ci offrono esempi di rapporti appaganti con l’acqua. La poetessa statunitense Maxime Kuminci ha dato un esempio efficace del suo confondersi con l’acqua nella bellissima poesia Morning Swim (Nuotata mattutina) [18], che offre la rappresentazione di un corpo femminile solitario – in una mattina nebbiosa –che si tuffa e realizza la sua fusione perfetta con l’elemento acquatico:

Into my empty head there come
a cotton beach, a dock wherefrom
 
I set out, oily and nude
through mist, in chilly solitude.
 
There was no line, no roof or floor
to tell the water from the air.
 
Night fog thick as terry cloth
closed me in  its fuzzy growth.
 
I hung my bathrobe on two pegs.
I took the lake between my legs.
 
Invader and invaded, I
went overhand on that flat sky.
 
Fish twitched beneath me, quick and tame.
In their green zone they sang my name
 
and in the rhythm of the swim
I hummed two-four-time slow hymn.
 
I hummed “Abide With Me.” The beat
rose the fine thrash of my feet,
 
rose in the bubbles I put out
slantwise, trailing through my mouth.
 
My bones drank water; water fell
through all my doors, I was the well
 
that fed the lake that met my sea
in which I sang “Abide With Me.”

 
Nella mia testa sgombra si profila
una spiaggia di cotone, una banchina
 
da cui partii, unta e denudata
tra la foschia, in solitudine gelata.
 
Linea non c’era, soffitto o fondale
a distinguere l’acqua dall’aere.
 
La nebbia della notte densa come un telo
racchiuse me nel suo spugnoso ordito.
 
A due gancetti l’accappatoio appesi,
fra le mie gambe il lago presi.
 
Invasore ed invasa, procedevo
a bracciate dentro quel piatto cielo.
 
Pesci rapidi e miti sotto di me a guizzare.
Dentro quel verde spazio il mio nome a cantare
 
e intonavo nel ritmo della bracciata
a due quarti una lenta ballata.
 
Mormoravo: “Assecondami”. La toccata
saliva dai miei piedi all’elegante falcata,
 
saliva fra le bolle che sgorgavano
di lato, dalla mia bocca spalancata.
 
Le ossa bevvero acqua, acqua cadente
da ogni porta. Io ero la sorgente
 
che nutriva il lago, che incontrava il mio mare
nel quale “Assecondami” cantavo.
 
La protagonista non solo si tuffa in un ambiente acquatico che è tutt’uno con la terra e il cielo, ma con il ritmo delle proprie bracciate stabilisce un ritmo che è in armonia con l’acqua in cui si muove. Alla fine diventerà acqua lei stessa poiché da tutte le sue “porte” si riversa acqua a nutrire l’altra acqua in cui procede. La poesia trasmette un gran senso di libertà e di armonia fra la nuotatrice e l’acqua.

Sulla stessa linea, anche se il tono diventa giocoso, si trova Sandro Penna in questi versi:

Ecco il fanciullo acquatico e felice.
Ecco il fanciullo gravido di luce,
più limpido del verso che lo dice.
Dolce stagione di silenzio e sole
e questa festa di parole in me
.[19]

E come non ricordare la limpidezza  e l’armonia de La pioggia nel pineto [20] del nostro Gabriele D’Annunzio come esempio della partecipazione panica al mondo naturale e “acqueo” del bosco?

Non la riporteremo per intero perché si tratta di una poesia ben nota, ma è opportuno ripercorrerla per interpretarne le sottili allusioni poetiche. Il poeta si rivolge a qualcuno – Ermione -, poiché la poesia comincia con l’imperativo Taci, che impone silenzio e l’apertura verso qualcosa che si sta schiudendo. Le parole successive ci pongono ai margini del bosco: Su le soglie / del bosco non odo / parole che dici / umane. L’uso sapiente dell’enjambement accresce il senso del mistero. Si scopre così che le parole sono umane perché il poeta vuole ascoltare un linguaggio diverso che si sprigiona dal cadere delle gocce sulle foglie del bosco. Dopo alcuni versi ancora un imperativo: ascolta. E’ l’invito ad ascoltare il linguaggio della pioggia che si deposita sulle varie piante del bosco, tutte nominate, e sui volti le mani, i vestimenti e i freschi pensieri delle due persone che stanno nel bosco.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitio che dura
e varia nell’aria
secondo le fronde
più rade, men rade
.

E’ tutta un’orchestrazione che si dispiega nel bosco e a cui partecipa il canto delle cicale. Ogni pianta ha il suo suono (pino, mirto, ginepro, altro ancora) e anche i due attori umani di questo scenario sono imbevuti della pioggia che cosparge il bosco:

Ascolta, ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
 


Il canto della rana si mesce a quello delle cicale, proveniente dall’umida ombra remota, dall’ombra più fonda. Accanto al sentimento di fusione con il tutto vegetale e animale, sorge e si accresce una sottile sensualità in questo contatto intimo con il bosco indotto dalla onnipresenza della pioggia:

E piove su le tue ciglia,
Ermione 
Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pèsca
intatta,

Qui si palesa anche un senso di purificazione che  viene attribuito all’acqua. Si parla de l’argentea pioggia che monda e più in giù si osserva che la vita è in noi fresca / aulente, / il cuor nel petto è come pèsca / intatta.
Negli ultimi versi che ripetono quasi alla lettera alcuni versi già pronunciati, la cadenza della reiterazione si salda e si illanguidisce nella partecipazione cosmica alla rinascita del bosco, alla sua metamorfosi in atto.
L’acqua spesso ha una qualità catartica, perché ha la possibilità di lavare e quindi di determinare un cambiamento sostanziale in chi vi si immerga, basti pensare al significato del battesimo. Nel recente film La donna che canta il figlio e la figlia della donna nuotano in una piscina, dopo aver appreso che hanno un altro fratello che – a suo tempo – ha stuprato in una prigione la loro madre. Evidente è il desiderio di togliersi di dosso questo peso ingombrante.
Identica appare la funzione di un bagno in una piscina napoletana in un film meno recente, L’amore molesto, in cui la protagonista, che per tutta la durata del film è alla ricerca di verità scomode su sua madre, si concede insieme a un suo vecchio amico d’infanzia.



Ritroviamo nella modernità di una giovane poetessa italiana, Laura Fusco, la presenza inquietante dell’acqua che circola fluida in tutta la narrazione poetica:

E’ trascorsa un’altra strana giornata.
Hai messo l’acqua a bollire.
Hai preparato la tisana.
Hai detto a te stessa: devo cercare di dormire.
Oppure non è andata così.
Magari non hai messo l’acqua a bollire ma ci hai solopensato.
Magari hai detto, anche se non ha nessun senso:
devo cercare di non dormire e aspettarlo
oppure: no,
lascio il pensiero passare oltre il muro come un rumoredell’anima, una febbre,
inondare la casa da una stanza all’altra o accendere le luciin cima alle colline,
attraversare una soglia e partire,
fare ordine in cucina prima che arrivi.
Fuori
la notte dell’acqua.
Dentro una lampadina fioca
che sta per fulminarsi
e una tazza di caffè per stare sveglia
[21]

L’acqua è una presenza materiale, serve a preparare una tisana ma, complice di una sua congenita fluidità, genera incertezze che contaminano il pensiero il quale poi percorre la casa o insegue le colline. L’acqua è anche un paesaggio che incombe sulla notte e sulla vita di tutti. Altrove diventa l’elemento scatenante di un incontro e la presenza attiva che si snoda durante tutto il racconto dell’esperienza:

Su un ponte da Nouvelle Vague,
su una bici che ti lascia a piedi  in mezzo al temporale,
con il sacco rotto della spesa che semina girasoli in mezzoal traffico,
tu.
E invece lui,
nell’appartamento gelato e messo a soqquadro
per cercare la fuga di Annie e
il giorno dopo del gas.
O del gas
e il giorno dopo
di Annie.
Ti sei rifugiata nelle scale buie per strizzarti l’acqua daivestiti senza sospettare
che poi saresti salita da lui,
a portargli tutta quell’acqua sulle losanghe azzurre e neredel pavimento,
tutto quel tuo respiro rappreso di freddo.
Lui invece
ti aspettava,
attratto dai girasoli,
attratto dalla pioggia,
attratto dall’idea di non pensare più a Annie.
Hai sgocciolato sui suoi libri,
sparsi come guadi sul pavimento,
camminando fino a dove
ti ha passato una vestaglia,
ti ha passato un asciugamano,
ti ha passato il contatto della sua mano.
Quello delle tue labbra sul bordo del bicchiere
l’avete fatto tintinnare facendovi spazio a fatica
tra i quadri e le tende di velluto.
Anche lui aveva una bici.
Ti sei appoggiata al cerchione.
Lo hai sentito entrarti tra le scapole e le vertebre.
Spostandoti hai messo una mano in una felce come se fossi inun prato
e non al Marais.
Ti ha chiesto
se volevi che scendesse a raccogliere i tuoi girasoli,
se volevi che ti desse una sua camicia per scendere araccoglierli insieme,
incuranti del traffico in tilt
e dei mulinelli d’acqua e di foglie.
Ti sei messa la sua camicia
ma non vi siete mossi,
finché i gesti e le voci hanno cominciato a asciugarsi e ascaldarsi.
L’ascensore si è fermato e ha rovesciato una luce improvvisa
sui tuoi capelli.

[…] [22]

Anche qui l’acqua tende ad identificarsi col pensiero, a generare e liquidare forme nel tempo della narrazione. Informa il racconto, scompaginando propositi e riassemblando immagini. Si muove nelle pieghe del narrare, da lei condizionato, narrare di piccoli accadimenti esterni e di tutte le sensazioni del corpo che fanno parte dell’evento e vengono accuratamente registrate. E’ interessante notare come il narratore colga una miriade di impressioni secondarie che fanno parte tutte di uno stesso scenario, ponendosi, per così dire, nella posizione di un osservatore esterno. In questo contesto l’acqua apre anse e slarghi inaspettati, è un’incursione e un dischiudersi di mondi nuovi e finisce la sua funzione quando la voce narrante informa che i gesti e le voci hanno cominciato a asciugarsi e scaldarsi. Impone anche una presenza naturale a una vicenda cittadina perché è capace come nessun altro elemento di mantenere una sua verginità anche in paesaggi modificati dalla convivenza sociale.
Elemento affine alla cultura sommersa delle donne, l’acqua emerge epifanicamente anche in una poesia di Annamaria Ferramosca, tradotta in inglese da Anamarìa Crowe Serrano:

Sorveglio l’acqua
Sorveglio l’acqua. Imparo
come si evapora,
come si abbandona l’esuvie.
In un angolo il mucchio:
il sale della vita (l’acqua è ironica)
 
Il dio dell’acqua saggio
ondulava in serpente
allevando le spighe
e insieme i pesci
E ignaro,  in petto, anche l’uomo.
Tecnica, che solo un dio padroneggia,
ma che esclude
perversioni di plastica.
 
La sapienza dell’acqua
quando imperla
la fronte per timore,
prima di commettere,
prima di parlare.
 
 
I watch water
I watch water. I learn
how to evaporate
how exuviae are abandoned.
The pile lies in a corner:
the salt of the earth (water is ironic)
 
The wise god of water
was undulating like a snake
nurturing the reeds
together with the fish
And man too, unawares, was leeching off him.
It’s a technique that only a god can master,
but which leaves no room
for plastic perversions.
 
How knowledgeable water is
when it covers the forehead
in beads of fear,
before we commit,
before we speak. 
[23]


E’ una poesia intrisa di leggerezza e, come dice la poetessa stessa, di ironia. Poche molecole esistenziali del nostro rapporto denso e speciale con l’acqua che ci stupisce sempre. 




Ed è sul motivo della leggerezza che vorrei finire questa breve disamina sui 
modi che alcuni scrittori e alcune scrittrici hanno di raffrontarsi con l’acqua, facendola entrare nella loro vita, proponendo un famoso frammento da Saffo e un esempio di filastrocca nonsense di Edward Lear [ * ]. Nel primo l’oscurità dell’Oltretomba si stempera in uno squarcio di freschezza naturalistica dalla levità orientale:                                               

Io voglio morire:
voglio vedere la riva d’Acheronte
fiorita di loto fresca di rugiada. [24]

Nel secondo, come al solito, la rima nonsensical impone un senso di incongruità al breve componimento poetico. L’acqua può essere anche questo. 

There was an old person of Sheen,
Whose expression was calm and serene;
He sate in the water, and drank bottled porter,
That placid old person of Sheen
[25]

C'era un vecchio di Sheen
Il cui modo di epsrimersi era calmo e sereno;
stava seduto nell'acqua, e beveva birra scura imbottigliata
Quel placido vecchio di Sheen.




 

 

[1] San Francesco D’Assisi, Cantico di frate Sole [ * ]

[3] Cecco Angiolieri, Sonetto LXXXVI [ * ] [ * ]
[4] Il testo in inglese, qui tradotto da Anna Maria Robustelli, è stato tratto da "Only Connect A History and Anthology of English Literature 1", a cura di Marina Spiazzi e Marina Tavella, Second Edition, Zanichelli, 2004
[5] Anne Carson, Antropologia dell’acqua. Riflessioni sulla natura liquida del linguaggio a cura di Antonella Anedda, Elisa Biagini, Emmanuela Tandello, Roma, Donzelli, 2010 [ * ]
[6] Il corsivo di alcune parole che hanno a che fare con l’acqua è mio
[7] traduzione di Diego Valeri
[8] Henry David Thoreau, The Journal of Henry D. Thoreau, edited by Bradford Torrey and Francis H. Allen, New York, Dover Publications, Inc.,1962.
[9] In http://leonardodavinci.csa.fi.it/osservatorio/infea/html/poesie/poesia-9.htm
[10] Italo Calvino, Marcovaldo,Torino, Einaudi, 1963
[11] Henry David Thoreau, op.cit.
[12] William Shakespeare, Sonnet LX, in Sonetti, edizione integrale a cura di Gabriele Baldini e traduzione di Lucifero Darchini [ * ], Milano, Feltrinelli, 1965. (Prima edizione della traduzione di L. Darchini nella Biblioteca Universale Sonzogno: 1909)
[13] Virginia Woolf, Gita al faro,Garzanti, 1974 [ * ]
[14] William Shakespeare, La Tempesta, traduzione di G. S. Gargano introduzione e note di Guido Ferrando. Firenze, G. C. Sansoni Editore,  1952
[15] T. S. Eliot, La terra desolata, traduzione di Mario Praz, Torino, Giulio Einaudi, 1965, per gentile concessione dell’editore Valentino Bompiani
[16] Prospero Trigona, Saggio su The Waste Land,  Napoli, Guida Editori,  1973
[17] Acura di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti, Firenze, Le Lettere,  2007.
[18] In Corporea, il corpo nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese, a cura di Loredana Magazzeni, Fiorenza Mormile, Brenda Porster, Anna Maria Robustelli, Sasso Marconi, Le Voci della Luna,  2009, pp.20-21 [ * ]. La poesia in questione è stata tradotta da Loredana Magazzeni.
[19] Sandro Penna, Tutte le poesie, Milano, Garzanti, 1979 [ * ]
[20] Enzo Palmieri, Crestomazia dellaLetteratura Italiana Tomo III Ottocento e Novecento, Palermo, Palumbo,1957.
[21] Laura Fusco, Sangue & rossetto a cura di Camilla Torre, Le Voci della Luna. Numero 47 – Luglio 2010 [ * ] [ * ]
[22] Ibidem.
[23] A Selection of Poems 1990-2009 Annamaria Ferramosca Translations and Introduction Anamarìa Crowe Serrano, NewYork, Chelsea Editions, 2009.
[24] Lirici greci tradotti da Salvatore Quasimodo con un saggio di Luciano Anceschi. Arnoldo Mondadori Editore, 1951 [ * ]         [25] The Complete Nonsense of Edward Lear collectedand introduced by Holbrook Jackson, New York, Dover Publications, Inc., 1951 [Ho fornito la traduzione a semplice titolo esplicativo, dato che è molto difficile tradurre questo tipo di poesia, basata sull’inconsistenza della rima]

 

 


 




(Anna Maria Robustelli - gennaio 2011) 










(apparso nei Quaderni del Liceo Orazio N.1 Anno Scolastico 2010/2011 Roma, a cura di Mario Carini)







 


 


 

 

[2] Jean Giono,  L’uomo che piantava gli alberi, Milano, Salani, 1996 [ * ] (ed. or.1980, L’homme qui plantait des arbres, Gallimard, Paris)
UN'EREDITA' DI AVORIO E AMBRA
post pubblicato in De Waal, Edmund, il 7 marzo 2012

                                                                                                            

The Hare with Amber Eyes. A Hidden Inheritance. E' il titolo originale di questo libro. Una lepre con gli occhi di ambra. Un'eredità nascosta.
Al centro del racconto che c'è una collezione di netsuke, sculture giapponesi così piccole da poterle tenere in mano, con due fori per il passaggio di un cordoncino, usate per fermare astucci o portaoggetti alla cintura del kimono, che è privo di tasche.
Bottoni, dunque, ma bottoni scolpiti da artisti e artigiani in materiali preziosi, bottoni intarsiati, lisciati e rifiniti con la cura che i giapponesi dedicano agli oggetti d'uso d'ogni giorno. Sono 264, collezionati a Parigi da un lontano prozio dell'autore negli anni tra il 1870 e la fine del XIX secolo. Era l'epoca delle giapponeserie, dei paraventi a disegni orientali, dei vasi cinesi a ornamento delle ricche case borghesi. Le piccole sculture destano curiosità e meraviglia. Alcune rappresentano scene di vita quotidiana: l'uomo che intaglia una zucca, la fanciulla che fa il bagno nella vasca, il bottaio che realizza un barile, il monaco con il viso nella ciotola. Poi ci sono gli animali: topi dalla coda sinuosa, la lepre con gli occhi di ambra, la cicala, il polipo, i mitili. Oppure elementi del mondo vegetale: fiori, foglie, frutti. Il netsuke preferito dell'autore è una nespola matura, scolpita in legno di castagno alla fine del '700. La patinatura dà una sensazione di morbidezza, fa piacere stringerla in mano e scorrerla tra le dita, l'autore la porta in tasca con sé come un amuleto nella ricerca di luoghi, carte, ricordi che daranno vita al libro.
Dalla casa del prozio amante dell'arte e amico di Renoir e Degas, la collezione si sposta a Vienna, come dono di nozze, in una vetrinetta di lacca nera. Sarà sistemata nello spogliatoio di Emmy, la trisnonna dell'autore, al piano nobile del palazzo di famiglia, sul Ring, al centro della città.
Siamo agli inizi del Novecento, gli anni della Belle Epoque, nel cuore dell'impero austro- ungarico, sotto lo sguardo paterno dell'imperatore Francesco Giuseppe. Poi l'attentato di Sarajevo, la guerra, il crollo di un mondo, la crisi economica, l'arrivo del nazismo. Il palazzo sul Ring è requisito, gli oggetti preziosi che contiene sono confiscati. I proprietari riescono a fuggire, si disperdono in varie parti del mondo, ed è una fortuna. Altri finirono ad Auschwitz e Mauthausen.
La collezione di netsuke sfugge alla razzia, una cameriera riesce a nasconderla nella sua stanza da letto, all'interno del materasso. La restituirà, al termine della guerra, alla figlia di Emmy. Sono gli unici oggetti rimasti del palazzo sul Ring.
Per un caso del destino le piccole sculture tornano in Giappone, e finiscono poi in Inghilterra, a casa del bisnipote di Emmy.
Al centro del racconto c'è la ricca famiglia Ephrussi, banchieri ebrei originari di Odessa, che hanno costruito la loro ricchezza sul commercio del grano e l'hanno poi radicata nelle grandi metropoli europee, allo stesso modo dei Rothschild, a cui li legano vincoli di parentela.
Al centro del racconto c'è la storia europea dall'Ottocento ai giorni nostri, vista dagli occhi di un ebreo che vive a Odessa, a Parigi, a Vienna. Scorrono sulle pagine del libro i pogrom della Russia zarista, l'affare Dreyfus, la politica di assimilazione portata avanti dagli Absburgo, la tragedia del nazismo.
Al centro dei racconto ci sono i bambini, che guardano con occhi sgranati le figurine dalla patina antica che si possono prendere dalla vetrina di lacca nera, stringere in mano, e disporre sul tappeto, quando si va a salutare la mamma che si prepara per uscire, ma ha sempre il tempo per raccontare una storia ispirata ai netsuke.
I piani della storia si intersecano e si ribaltano, come in un gioco di specchi. I racconti fioriscono e si moltiplicano intorno alla lepre con gli occhi di ambra e alla nespola tenuta in tasca come un amuleto.

 
 
(Rita Cavallari)

 
 
 
 
 
 
Edmund De Waal, Un'eredità di avorio e ambra, Bollati Boringhieri, 2011 [ * ]








vedi quì
SERPENTI E ALTRI ANIMALI
post pubblicato in Robustelli, Anna Maria, il 1 agosto 2011

Ci portiamo dietro idee a volte giustificate ma altre volte strane sugli esseri viventi: niente mosche perché la loro presenza non è igienica; niente zanzare perché pizzicano e portano malattie, niente scarafaggi perché anche loro non sono tanto igienici e poi sono obiettivamente schifosi, niente formiche perché vanno in cerca di cibo… ma poi se un geco ci entra inaspettatamente (anche per lui)  in casa, perché ucciderlo? Si può cercare di mandarlo via o convivere con lui per un po’. Una volta nella mia vecchia scuola ho visto una mia collega uccidere un millepiedi:  mi ha fatto impressione. Poteva semplicemente attirarlo su un pezzo di carta e ributtarlo nel giardino da cui proveniva.  A volte, sulle pareti, si può bloccare un insetto o un piccolo animale come un geco con un bicchiere o un piatto di carta e poi far scivolare un foglio di carta a mo’ di coperchio finché,  arrivati sul luogo dove è possibile liberarlo, lo si lascia libero. Questo metodo mi è stato insegnato da Lea, la mia carissima cugina che amava molto gli animali. Certo con i serpenti è un po’ diverso, non è così facile prenderli e rimandarli nel loro habitat. Scontiamo con loro un problema di conoscenza. Non distinguiamo quelli velenosi da quelli che non lo sono e poi grava su di loro una lunga tradizione negativa che collega il serpente alla perdita del Paradiso Terrestre. Ho notato che anche persone che vivono in ambienti frequentati da questi rettili hanno a volte delle idee sbagliate, forse perché le leggende si mischiano alle conoscenze scientifiche. E’ pur vero che è difficile che un brasiliano abbia la stessa paura panica di questi rettili che abbiamo noi. Sono abituati a convivere con una più vasta gamma di questi animali che noi e ho notato che li conoscono meglio di noi. E’ un po’ come la nostra conoscenza dei gatti, sappiamo che ogni tanto se ne trova uno forastico, ma in generale coabitiamo con loro molto bene.  Comunque, possiamo anche noi modificare le nostre idee sui serpenti, facendoci aiutare da testimonianze su di loro che ci vengono dalla letteratura.

La prima ci viene da Stephen Crane ed è un classico del nostro rapporto con questi animali. L’incontro con il serpente è uno scontro, una battaglia condotta fino all’ultimo respiro. Si intuisce che è un serpente a sonagli, quindi velenoso, e che l’unica alternativa è di ucciderlo, anche se, onestamente, chi scrive riconosce negli occhi dell’uomo c’erano odio e paura.  E poi negli occhi del serpente c’erano odio e paura.
Si evince una notevole empatia nei confronti del serpente: non conosceva i sentieri; non ebbe la prontezza di sgattaiolare senza far rumore tra i cespugli. Il testo inoltre è consapevole del fatto che l’antica inimicizia tra uomo e serpente è nata nel corso di una lunga tradizione e nel mito. Pure,  chi scrive non può fare a meno di descrivere una lotta, un’inimicizia inevitabile, scontata, combattuta con coraggio e destrezza da tutte e due le parti. L’implicito onore attribuito al serpente è quello che si deve a un combattente che ci è pari.

Parla di onore anche lo scrittore David Herbert Lawrence nella poesia The Snake  ma qui la contraddizione tra la tendenza ad uccidere il serpente e la riverenza del poeta alla vista di questo spettacolo della natura è più marcata e dichiarata: Fu umiltà il sentirmi tanto onorato?
Fin dall’inizio il poeta accetta di dover aspettare il suo turno per bere alla vasca, mentre guarda affascinato il serpente che beve: E dovetti aspettare, dovetti sostare e aspettare, perché egli era lì alla vasca prima di me(...)Qualcuno era giunto prima di me alla mia vasca, / E io, da secondo arrivato, attendevo. Ma lentamente si insinua nella sua testa la voce della sua civiltà che gli intima di ucciderlo: Se tu fossi un uomo / Prenderesti un bastone e gli spezzeresti la schiena, ora, e lo spacceresti. In realtà al poeta piace il serpente ed è felice che sia venuto come un ospite in tutta pace  a bere alla sua vasca e ribadisce:
Fu codardia ch’io non osassi ucciderlo?
Fu perversione ch’io desiderassi di parlargli?
Fu umiltà il sentirmi tanto onorato?
Mi sentivo tanto onorato
.
Tuttavia, quando il serpente accenna a rientrare nella sua tana, il poeta afferra un ceppo e lo scaglia contro la vasca. Può darsi che alla fine abbia ascoltato le voci della sua civiltà, ma indubbiamente l’atto ha radici più complesse perché il foro in cui il serpente sta rientrando è descritto come orrido e Lawrence sottolinea come lui venga preso da  Una sorta d’orrore, una sorta di protesta contro quel suo ritrarsi entro l’orrido foro nero, / Quel suo deliberato ritorno nella tenebra, e quel  lento trainarsi dietro tutto il suo corpo. Quindi il vero motivo per cui lo scrittore desidera fermare il serpente potrebbe essere il suo desiderio di continuare a vederlo, di continuare a condividere con questo re in esilio un’esperienza irripetibile. D’altra parte, si possono ventilare anche interpretazioni più articolate. L’orrido foro in cui il serpente si ritira potrebbe essere assimilato a un utero, luogo che spesso risveglia nell’immaginario sentimenti di repulsa, perché oscuro e di non facile accesso, per non parlare del fatto che è la fornace che produce la vita. Il serpente è animale collegato con i miti della Grande Madre sia per il suo ritornare periodicamente nella terra, sia per la perdita annuale della pelle, quindi animale di vita, di morte e di rinascita.  Ad ogni modo Lawrence sottolinea che si pentii per il suo gesto meschino e pensò all’albatro. Ci sono precedenti di questa infelice risoluzione di  rapporto tra uomo e  animale e il poeta va a pensare a The Rhyme of the Ancient Mariner di S.T.Coleridge.  La conclusione è mesta:
E così perdetti la mia ora con uno dei signori
Della vita.
E ho qualcosa da espiare:
Una piccineria.

Nell’ultimo brano sui serpenti, tratto dal meraviglioso libro del naturalista inglese W. H. Hudson (naturalista, che bella parola! Perché non la usiamo più?) Un mondo lontano, che lui pubblicò nel 1918, a testimonianza della sua vita nelle pampas argentine, il rapporto con questi animali è vissuto nella pienezza dei desideri che, pur deformati da pregiudizi umani, si liberano poi nel fervore dell’esperienza a contatto con la natura. Attraverso la descrizione dei suoi incontri ravvicinati con questi rettili impariamo che non è necessario uccidere i serpenti ad ogni costo. La donna inglese che ne salva uno capitato in una compagnia di umani, come al solito poco benevoli, è uno di quei personaggi umili, ma importanti che forse discendono dalla famosa Elegy Written in a Country Churchyard di Thomas Gray. Come sottolinea Hudson:
… la sua immagine nella mia memoria è tutt’altro che sgradevole, e la sua voce nel coro invisibile ha un suono assai dolce.
Per il resto assistiamo all’infittirsi nell’immaginario di un ragazzo di esperienze connesse con i serpenti:
D’inverno […] io rimanevo sveglio e li ascoltavo per ore. Perché anche se la cosa può essere nuova per qualche ofiologo da tavolino, i serpenti non sono affatto muti come li crediamo noi.
Finché un giorno:
…dimenticai la mia delusione, dimenticai il serpente, ed ero così assorto a contemplare il pipistrello che pur avvertendo una sensazione strana sul collo del piede – come un dolore sordo, un qualcosa che premeva – non ci badai. Poi quella pressione si fece più forte ed era molto strana, come se avessi sul piede un oggetto pesante, qualcosa come una leva, tanto che alla fine mi decisi ad abbassare lo sguardo e rimasi stupefatto e pieno di terrore nel vedere il grande serpente nero che con estrema lentezza trascinava il suo lungo corpo sul mio piede! Non osando muovermi, rimasi a fissarlo, affascinato da quel nero  e lustro corpo tubolare che mi strisciava così lentamente sul piede.

E’ sempre il contatto diretto, mediato proprio dal tatto, l’esperienza più conturbante, come ci racconta anche Jane van Lavick-Goodall ne L’ombra dell’uomo , quando finalmente riesce a stabilire un contatto con lo scimpanzé David:
In quei giorni passavo molto tempo sola con David. Lo seguivo per ore attraverso la foresta, sedendomi e osservandolo quando mangiava o si fermava, cercando di tenergli dietro se si perdeva in un intrico di liane. Talvolta, sono certa, rimase ad aspettarmi – come avrebbe aspettato Goliath o William. Tanto è vero che quando comparivo, ansimante e punta dalle spine del sottobosco, lo trovavo spesso seduto a guardare nella direzione da cui arrivavo. Una volta raggiuntolo si alzava e continuava il cammino.
Un giorno, mentre stavo seduta accanto a lui ai bordi di una minuscola pozza di acqua cristallina, vidi una matura e rossa noce di palma per terra. La raccolsi e la porsi a lui sul palmo della mano. Egli volse altrove il capo ma quando portai la mano un po’ più vicino a lui la guardò poi guardò me e infine prese il frutto tenendo la mia mano saldamente ma delicatamente con la sua. Io rimasi seduta, immobile, ed  egli lasciò la mia mano, guardò la noce e la fece cadere per terra. In quel momento non vi era certo bisogno di una conoscenza scientifica per capire il suo gesto comunicativo di rassicurazione. La soffice pressione delle sue dita mi parlarono non attraverso l’intelletto ma attraverso un canale emotivo più primitivo: la barriera di innumeri secoli che era andata crescendo nell’evoluzione divergente dell’uomo e dello scimpanzé fu, per quei pochi secondi, abbattuta.
Dobbiamo stare attenti, perché il nostro agire dissennato, questa smania di uccidere, come se in questo modo ripulissimo il mondo dal male, ci potrebbe privare di queste esperienze sublimi, irripetibili.

(Anna Maria Robustelli)

 

 The Snake    di Stephen Crane (1896)

 L'uomo e il serpente

Dove il sentiero proseguiva oltre la cresta, i cespugli di mirtillo e le dolci felci si raggruppavano in due onde arricciate fino a dove diventavano una semplice linea sinuosa tracciata attraverso i grovigli. Non c'era traccia di nubi, e siccome i raggi del sole cadevano proprio sulla cresta, richiamavano a gran voce innumerevoli insetti che salmodiavano la calura della giornata estiva in cori regolari, pulsanti, interminabili.
Un uomo e un cane venivano dai boschetti di lauri della valle dove il bianco ruscello si azzuffava con le rocce. seguivano la linea profonda del sentuiero lungo la crsta. Il cane - un grande setter bianco - camminava, quietamente pensieroso, vicino ai talloni del suo padrone.
Improvvisamente da un qualche luogo sconosciuto ma vicino giunse un secco, penetrante sonaglio fischiante che provocò un movimento istantaneo alle membra dell'uomo e del cane. Come ledita di una morte improvvisa, questo suono sembrò toccare l'uomo alla nuca, in cima alla spina dorsale, e lo mutò, veloce come il pensiero in una statua, tesa nell'ascolto, di terrore, sorpresa, rabbia. Anche il cane provò quella sensazione - la stessa mano ghiacciata era posta sopra di lui, e lui stava accovaciato e tremante , la mascella cadente, una bava di terrore sulle labbra, la luce dell'odio nei suoi occhi.
lentamente l'uomo mosse le mani verso i cespugli, ma il suo sguardo non si ditolse dal posto reso sinistro dal sonaglio minaccioso. Le sue dita, alla cieca, cerarono un bastone pesante e resistente. Subito si chiusero su uno che sembrava adatto, e tenendo quest'arma sollevata di fronte a sè l'uomo si mosse leggermente in avanti, con uno sguardo minaccioso. Il cane con le sue narici nervose che vibravano leggermente, si mosse cautamente, un passo alla volta, dietro il padrone.
Ma quando l'uomo si avvicinò al serpente, il suo corpo subì uno shock come per una rivelazione, come se gli fosse stato teso un agguato. Con una faccia pallidissima, spiccò un salto in avanti e il suo respiro divenne affannoso, con il toraceche ansimava come se fosse sottoposto ad una prova di incredibile sforzo muscolare. Il braccio con il bastone fece uno spasmodico gesto di difesa.
Il serpente stava apparentemente attraversando il sentiero in qualche viaggio mistico quando ai suoi sensi pervenne la percezione dell'arrivo dei suoi nemici. Lo informò forse la leggera vibrazione e lui scagliò il suo corpo per fronteggiare il pericolo. non conosceva i sentieri; non ebbe la prontezza di sgattaiolare senza far rumore tra i cespugli. sapeva che i suoi implacabili nemici si stvano avvicinando; senza dubbio lo stavano cercando, lo stavano cacciando. E così pianse il suo pianto, uno stridere incredibilmente veloce di piccole campane, pieno di pathos come il martellare su antichi cimbali di una cinese in guerra - perchjè, infatti, di solito era la sua musica di morte.
"Attenzione! Attenzione! Attenzione!"
L'uomo e il serpente si affrontarono l'un l'altro. Negli occhi dell'uomo c'erano odio e paura. Quei nemicci si mossero, ognuno preparandosi ad uccidere. doveva essere una battaglia senza pietà. Nessuno dei due conosceva la pietà in una tale situazione. Nell'uomo c'era tutta la forza selvaggia del terrore dei suoi predecessori, della sua razza, della sua specie. una repulsione mortale era passata di uomo in uomo attraverso lunghi secoli oscuri. Questo era un altro dettaglio dio una guerra che era sicuramente cominciata quando all'inizio c'erano uomini e serpenti. Coloro che non partecipano a questi scontri attirano le indagini degli scienziati. un tempo c'erano un uomo e un serpente che erano amici, e alla fine, l'uomo giacque mortocon i segnio della carezza del serpente proprio sopra il suo cuore d'orientale. Nella costruzione di congegni, odiosi e orribili, la Natura ha raggiunto il suo punto supremo nel fare il serpente, così che i sacerdoti che dipingono l'inferno veramente bene lo riempionoi sdi serpenti invece che di fiamme. Le forme curve, quelle colorazioni scintillanti suscitano subito, a prima vista, un'animosityà spietata maggioredi quanto ne suscitano le tribù barbariche. Nacere aserpente vuol dire essere lanciato in un luogo brulicante di nemici spaventosi. Per farvene un'idea, guardate l'inferno come lo dipingono i sacerdoti che sono veramente esperti.
per quanto riguarda questo serpente sul sentiero, c'era una doppia curva qualche pollice dietro la sua testa, che, solamente per la persona delle sue linee, fece sentire all'uomo con una eloquenza decupla il tocco delle dita della morte alla nuca. La testa del rettile ondeggiava lentamente da un lato all'altro e i suoi occhi roventi balenavano come piccole luci assassine. Nell'aria c'era sempre il secco, penetrante fischio dei rettili.
"Attenzione! Attenzione! Attenzione!"
L'uomo fece una finta preliminare con il suo bastone. Immediatamente la pesante testa e il collo del serpente si curvarono indietro sulla doppia curva e immediatamente il corpo del serpente si gettò in avanti con un basso, stretto, deciso slancio. L'uomo saltò con un fremito convulso e roteò il bastone. Il suo veloce colpo alla cieca cadde sopra la testra del serpente e lo scagliò in alto così che le placche del colore dell'acciaio per un momento furono sopra di lui. Ma lui si riprese velocemente, agilmente, e ancora la testa e il collo si piegarono indietro sulla doppia curva e la sua bocca fum,ante e spalancata fece lo sforzo disperato di raggiungere il nemico. Questo attacco, era evidente, era disperato, ma era tuttavia impetuoso, coraggioso, feroce, simile all'attacco del capo solitario quando un muro di facce bianche si chiudeva davanti a lui sulle montagne. Il bastone vibrò ancora con precisione, e il serpente, mutilato, squarciato, si rigirò in un'ultima spirale.
Ed ora l'uomo divenne come una furia per le emozioni dei suoi antenati e le sue. Si avvicinò. impyugnò il bastone a due mani e lo abbattè velocemente. Il serpente, rotolando nell'angoscia della disperazione finale, combattè, morse, si slanciò contro il bastone che stava prendendo la sua vita.
Alla fine, l'uomo afferrò il bastone e stette a guardare in silenzio. Ilò cane venne piano e con interminabili precauzioni allungò il naso in avanti, annusando. il pelo sul collo e sulla schiena si mosse e si arruffò come se stesse soffiando un vento tagliente, gli ultimi spasimi muscolari del serpente stavano ancora facendo suonare al rettile il suo acuto canto, il penetrante, risonante canto di guerra e inno della tomba di chi frionteggia in una sola volta nemici innumerevoli, implacabili e superiori.
"Bene, Rover", dissem l'uomo, girandosi verso il cane con una smorfia di vittoria, "porteremo il Signor Serpente a casa per mostrarlo alle ragazze".
Le sue mani tremavano ancora per la tensione dello scontro, ma lui mise il bastoner sotto il corpo del serpente e vi issò la cosa floscia.- riprese la sua marcia lungo il sentiero, e il cane camminò quietamnte pensiweroso, vicino ai talloni del suo padrone.

 

 Snake       di David Herbert Lawrence

A snake came to my water-trough
On a hot, hot day, and I in pyjamas for the heat,
To drink there.

In a deep, strange-scented shade of the great dark carob-tree
I came down the steps with my pitcher
And must wait, must stand and wait, for there he was at the trough before me.

He reached down from a fissure in the earth-wall in the gloom
And trailed his yellow-brown slackness soft-bellied down, over the edge of the stone trough
And rested his throat upon the stone bottom,
And where the water had dripped from the tap, in a small clearness,
He sipped with his straight mouth,
Softly drank through his straight gums, into his slack long body,
Silently.

Someone was before me at my water-trough,
And I, like a second comer, waiting.

He lifted his head from his drinking, as cattle do,
And looked at me vaguely, as drinking cattle do,
And flickered his two-forked tongue from his lips, and mused a moment,
And stopped and drank a little more,
Being earth-brown, earth-golden from the burning bowels of the earth
On the day of Sicilian July, with Etna smoking.

The voice of my education said to me
He must be killed,
For in Sicily the black, black snakes are innocent, the gold are venomous.
And voices in me said, If you were a man
You would take a stick and break him now, and finish him off.

But must I confess how I liked him,
How glad I was he had come like a guest in quiet, to drink at my water-trough
And depart peaceful, pacified, and thankless,
Into the burning bowels of this earth?

Was it cowardice, that I dared not kill him?
Was it perversity, that I longed to talk to him?
Was it humility, to feel so honoured?
I felt so honoured.

And yet those voices:
If you were not afraid, you would kill him!
And truly I was afraid, I was most afraid,
But even so, honoured still more
That he should seek my hospitality
From out dark door of the secret earth.

He drank enough
And lifted his head, dreamily, as one who has drunken,
And flickered his tongue like a forked night on the air, so black,
Seeming to lick his lips,
And looked around like a god, unseeing, into the air,
And slowly turned his head,
And slowly, vey slowly, as if thrice adream,

Proceeded to draw his slow lenght curving round
And climb again the broken bank of my wall-face.
And as he put his head into that dreadful hole,
And as he slowly drew up, snake-easing his shoulders, and entered farther,
A sort of horror, a sort of protest against his withdrawing into that horrid black hole,
Deliberately going into the blackness, and slowly drawing himself after,
Overcame me now his back was turned.
I looked round, I put down my pitcher,
I picked up a chumsy log
And threw it at the water-through with a clatter.

I think it did not hit him,
But suddenly that part of him that was left behind convulsed in undignified haste,
Writhed like lightning, and was gone
Into the black hole, the earth-lipped fissure in the wall-front,
At which, in the intense still noon, I stared with fascination.

And immediately I regretted it.
I thought how paltry, how vulgar, what a men act!
I despised myself and the voices of my accursed human education.

And I thought of the albatross,
And I wished he would come back, my snake.

For he seemed to me again like a king,
Like a king in exile, uncrowned in the underworld,
Now due to be crowned again.

Ando so, I missed my chanche with one of the lords
Of life.
And I have something to explate;
A pettiness.

 

Un serpente venne alla mia vasca di pietra
Un giorno di canicola, e io in pigiama nell'afa,
Per bere.

Dove l'ombra stranamente profumata del grande carrubo scuro era più fonda
Scesi i gradini con la mia brocca
E dovetti aspettare, dovetti sostare e aspettare, perchè egli era lì alla vasca prima di me.

Si spenzolò giù da una crepa nel muro di terra nell'ombra
E scivolò giù portando la giallo-bruna mollezza dal soffice ventre sopra l'orlo della vasca di pietra,
E posò la gola sul fondo di pietra,
E dove l'acqua era gocciolata dal rubinetto, in una piccola pozza chiara,
Prese a sorseggiare con la bocca diritta,
Pian piano a bere attraverso le gengive diritte colando l'acqua entro il lento corpo molle,
Silenziosamente.

Qualcuno era giunto prima di me alla mia vasca,
E io, da secondo arrivato, attendevo.

Egli levò il capo dal beveraggio, come fanno gli armenti,
E mi guardò vago, come fanno gli armenti che s'abbeverano.
E fece vibrare di tra le labbra la lingua bifida, e riflettè un momento,
E si chinò e bevve un altro poco,
Bruno come la zolla, dorato come la zolla, uscito dalle viscere infocate della terra
Nel giorno del luglio siciliano, con l'Etna che fumava.

La voce della mia civiltà mi disse
Che doveva essere ucciso,
Perchè in Sicilia i serpenti tutti tutti neri sono innocui, i dorati, i velenosi.
E voci dicevano in me: Se tu fossi un uomo
Prenderesti un bastone e gli spezzeresti la schiena, ora, e lo spacceresti.

Ma devo confessare quanto mi piacesse,
Quant'ero felice ch'egli fosse venuto come un ospite in tutta pace a bere nella mia vasca
E ritornarsene tranquillo, appagato e ingrato,
Entro le viscere infocate di quella terra?

Fu codardia ch'io non osassi ucciderlo?
Fu perversione ch'io desiderassi di parlargli?
Fu umiltà il sentirmi tanto onorato?
Mi sentivo tanto onorato.

E quelle voci, ancora:
Se non avessi paura, l'uccideresti!
E in verità avevo paura, tanta paura,
Ma onorato ancor più, tuttavia,
Ch'egli avesse cercato la mia ospitalità
Dalla porta oscura della terra segreta.

Bevve a sua posta
E levò il capo, trasognato, come colui che ha bevuto,
E fece vibrare la lingua come una bifida notte nell'aria, così nera,
E parve si leccasse le labbra,
E si guardò intorno come un dio, senza vedere, nell'aria,
E lentamente volse il capo,
E lentamente, molto lentamente, come tre volte trasognato
Si mise a strisciare in tutta la sua lenta lunghezza ad arco di cerchio
E a risalire la parete screpolata del mio muro. 

E mentre infilava il capo in quell'orrido foro,
E mentre lentamente saliva, insinuava le spalle serpigne e penetrava più addentro,
Una sorta d'orrore, una sorta di protesta contro quel suo ritirarsi entro l'orrido foro nero,
Quel suo deliberato ritorno nella tenebra, e quel lento trainarsi dietro tutto il suo corpo,
Mi sopraffece, ora che mi voltava il dorso.
Mi guardai intorno, posai la mia brocca,
Raccolsi un grosso ceppo informe
E lo scagliai contro la vasca fragoroso.

Credo che non lo colpisse,
Ma subitamente quella parte di lui che ancora rimaneva fuori fu presa da un convulso d'indecorosa precipitazione,
Guizzò come un baleno, e sparì
Nel foro nero, nella crepa dalle labbra di terra,
E nell'intenso meriggio immoto, io rimasi a fissare il muro, affascinato.

E immediatamente mi pentii.
Pensai quanto miserabile, volgare, meschino il mio gesto!
Disprezzai me stesso e le voci della mia dannata civiltà umana.

E pensai all'albatro,
E desiderai che ritornasse, il mio serpente.

Perchè egli mi parve nuovamente simile a un re,
A un re in esilio, senza corona nel mondo sotterraneo,
Nè speranza di cingerla mai più.


E così perdetti la mia ora con uno dei signori
Della Vita.
E ho qualche cosa da espiare:
Una piccineria.

 

Serpenti e bambini           di William H. Hudson (da "Un mondo lontano", Adelphi, 1974)

Non è insolito, credo, che un bambino o un ragazzo rimanga impressionato e colpito da un serpente più che da qualsiasi altro animale.[…]
Ma nel rettile c’era qualcosa che colpiva la mente in modo molto diverso e più forte di quanto riuscisse a colpirla un uccello o un mammifero o qualunque altro animale. Vederne uno era sempre sgomentante, e anche se li si vedeva spesso si provava sempre un senso di stupore e di paura insieme. Questa sensazione l’avevamo senza dubbio acquisita dai grandi. Per loro i serpenti erano creature letali, e da bambino io non sapevo che erano quasi tutti innocui, e che ucciderli era insensato proprio come uccidere i meravigliosi e innocui uccellini. Mi avevano detto che quando vedevo un serpente dovevo cercare scampo nella fuga, almeno finché ero tanto piccolo; quando fossi stato più grande, avrei dovuto armarmi di un lungo bastone e ucciderlo; e per giunta mi inculcarono l’idea che uccidere un serpente è difficilissimo, al punto che molte persone sono convinte che un serpente non muoia mai del tutto prima del tramonto, e che perciò, quando ne uccidevo uno, per metterlo nell’impossibilità di far del male da quel momento sino al calar del sole, dovevo ridurlo in poltiglia a furia di bastonate.
Con queste prediche, non è poi tanto strano che fin da piccolo perseguitassi i serpenti.
Questi erano piuttosto diffusi dalle nostre parti; serpenti di sette o otto specie diverse, verdi nell’erba verde, gialli e maculati di scuro nei luoghi asciutti e sterili e tra la vegetazione secca, tanto che era difficile scorgerli. Qualche volta si infilavano nelle stanze, e in tutte le stagioni c’era un nido o una colonia di serpenti nelle spesse fondamenta della casa e sotto il pavimento. D’inverno ibernavano là, senza dubbio tutti avviluppati tra loro; e nelle notti d’estate, quando se ne stavano tranquilli nella loro dimora tutti ravvolti su se stessi  o scivolavano come spettri per i loro appartamenti sotterranei, io rimanevo sveglio e li ascoltavo per ore. Perché anche se la cosa può essere nuova per qualche ofiologo da tavolino, i serpenti non sono affatto muti come li crediamo noi. In ogni caso questa specie, il Philodryas aestivus – un bel serpente del tutto innocuo, lungo poco meno di un metro, col corpo color verde brillante tutto chiazzato di macchie d’un nero inchiostro – quando se ne stava indisturbato nella sua tana non soltanto emetteva un suono, ma se era in compagnia la conversazione diventava generale e pareva interminabile, perché di solito io mi addormentavo prima che fosse finita. Una conversazione sibilante, questo è vero, ma non priva di modulazioni e notevolmente varia; dopo un lungo sibilo si udivano distintamente dei suoni ticchettanti, come il ticchettio velato di un orologio, e dopo dieci, venti o trenta ticchettii un altro sibilo che sembrava un lungo sospiro,talvolta con una vibrazione come quando si sente tremare al vento una foglia secca. Non appena taceva l’uno, cominciava l’altro; e così di seguito, domanda e risposta, strofa e antistrofa; e a intervalli parecchie voci si univano in una specie di basso coro misterioso, fatto di ticchettii, battiti e sibili; mentre io, sveglio nel mio letto, ascoltavo e tremavo. La stanza era al buio, e per la mia immaginazione incontrollata i serpenti non stavano più sotto il pavimento ma sopra, e strisciavano di qua e di là, con le teste ritte, in una sorta di mistica danza; e spesso rabbrividivo al solo pensiero di quello che i miei piedi nudi avrebbero potuto toccare se appena appena avessi lasciato penzolare una gamba fuori dal letto. […]
Quando ebbi forza e coraggio sufficienti, va da sé che cominciai anch’io a partecipare alla persecuzione dei serpenti; e difatti, non appartenevo io pure alla stirpe di Eva? Né saprei dire quando cominciarono a cambiare i miei sentimenti verso il nostro torturato nemico. Ma un episodio al quale assistetti a quel tempo, quando avevo circa otto anni, credo che abbia avuto su di me una notevole influenza. In tutti i casi mi fece riflettere su un argomento che sino allora non mi era sembrato degno di riflessione. Ero nel frutteto, e seguivo a poca distanza un gruppo di persone adulte, per lo più amici che erano venuti a trovarci; a un tratto, fra quelli che camminavano più avanti, ci furono delle grida, gesti di paura e una fuga precipitosa: sul sentiero c’era un serpente e loro per poco non lo avevano calpestato. Uno degli uomini, il primo che trovò un bastone o forse il più coraggioso, accorse sul posto, e proprio quando stava per assestare un colpo mortale una delle signore gli afferrò il braccio e lo fermò. Poi si chinò rapidamente, prese il rettile con le mani, e dopo essersi allontanata un poco dagli altri, lo lasciò libero nell’alta erba verde, verde come la pelle lustra del serpente e altrettanto fredda al tocco. Per quanto sia passato tanto tempo, quest’episodio è vivido nella mia mente come se fosse accaduto ieri. Mi pare ancora di vedere quella donna che tornava verso di noi attraverso gli alberi del frutteto, col viso raggiante di gioia perché aveva salvato il rettile dalla morte imminente, e che alle esclamazioni di orrore e di meraviglia con cui gli altri la accoglievano si limitava a rispondere con una piccola risata e la domanda: “Perché dovreste ucciderlo?”.  Ma perché era contenta, candidamente contenta, mi sembrava, come se avesse fatto un’azione meritoria e non una cosa cattiva? La mia giovane mente rimase turbata da questa domanda, e non trovò alcuna risposta. Credo però che questo episodio abbia dato i suoi frutti più tardi, insegnandomi a riflettere se non fosse meglio salvare la vita anziché distruggerla; meglio, non soltanto per l’animale risparmiato, ma per l’anima.

Un serpente misterioso

Cominciai ad apprezzare la bellezza unica del serpente e la sua singolarità soltanto dopo l’episodio che ho narrato nell’ultimo capitolo e la scoperta che un rettile non era necessariamente una creature pericolosa per gli esseri umani, al punto di doverla distruggere a vista e ridurla in poltiglia per tema che sopravvivesse e fuggisse prima del tramonto. Poi, un poco più tardi, mi capitò un’avventura che fece nascere in me un sentimento nuovo, quella sensazione che nel serpente ci sia qualcosa di soprannaturale che, a quanto sembra, tutti i popoli a uno stadio primitivo di cultura hanno condiviso e che ancora sopravvive in alcuni paesi barbari o semi barbari, e anche in altri, come l’Indostan, che hanno ereditato un’antica civiltà.[…]
Un caldo giorno di dicembre, mentre me ne stavo da qualche minuto perfettamente immobile tra le erbe aride, tutt’a un tratto sentii un lieve fruscio che veniva dal suolo accanto ai miei piedi, e abbassato lo sguardo vidi la testa e il collo di un grosso serpente nero che mi passava lentamente vicino. […]
Avevo visto la mia meravigliosa creatura, il mio serpente nero diverso da tutti gli altri serpenti della terra, e l’emozione che mi aveva travolto dopo il primo brivido di terrore non mi aveva ancora abbandonato, ma sentivo che era un’emozione tutta percorsa da un senso di piacere, e ormai non avrei più potuto decidere di star lontano da quel posto.[…]
Guardando quel pipistrello sospeso sotto una grossa foglia verde, avvolto nelle sue ali nere e marroni come in un manto, dimenticai la mia delusione, dimenticai il serpente, ed ero così assorto a contemplare il pipistrello che pur avvertendo una sensazione strana sul collo del piede – come un dolore sordo, un qualcosa che premeva – non ci badai. Poi quella pressione si fece più forte ed era molto strana, come se avessi sul piede un oggetto pesante, qualcosa come una leva, tanto che alla fine mi decisi ad abbassare lo sguardo e rimasi stupefatto e pieno di terrore nel vedere il grande serpente nero che con estrema lentezza trascinava il suo lungo corpo sul mio piede! Non osando muovermi, rimasi a fissarlo, affascinato da quel nero e lustro corpo tubolare che mi strisciava così lentamente sul piede. Era uscito dal fossato, che lungo gli argini era fitto di covi, e con ogni probabilità stava andando a caccia di ratti quando il mio girovagare là intorno lo aveva disturbato, spingendolo a tornare nella sua tana; e mentre vi tornava, procedendo in linea retta com’era sua abitudine, si era imbattuto nel mio piede, e invece di scansarlo vi era passato sopra. Dopo il primo brivido di terrore capii che non correvo alcun pericolo, che se fossi rimasto immobile lui non mi avrebbe aggredito, e ben presto sarebbe scomparso. E quella fu l’ultima volta che lo vidi; per molti giorni di seguito, continuai inutilmente a sorvegliare quel luogo in attesa che lui ricomparisse; ma quell’ultimo incontro mi aveva lasciato l’impressione che fosse un essere misterioso, talvolta pericoloso se veniva aggredito o insultato, e in certi casi anche capace di uccidere con un colpo subitaneo, ma innocuo e perfino amico e benevolo con chi lo trattava con gentilezza anziché con odio. Questo è in parte lo stesso sentimento che l’indù prova verso il cobra che abita in casa con lui e un giorno può casualmente provocare la sua morte, ma non deve essere perseguitato.

 

 

IL TEMA DELL'ACQUA IN WILLIAM SHAKESPEARE,THOMAS STEARN ELIOT, VIRGINIA WOOLF, MARGARET ATWOOD, MAXINE KUMIN
post pubblicato in Shakespeare, William, il 12 maggio 2010

 

 

 



 

 

 

 



 

“…non esiste una singola opera letteraria che non possa essere fatta oggetto di interpretazione ecocritica.” (Scott Slovic, 1999)

La Tempesta
, il canto del cigno del bardo di Avon, ci lascia dei messaggi distillati durante la lunga carriera drammaturgica shakespeariana. Certamente il grande scrittore non chiude gli occhi sulla malvagità umana, così come si incarna nel potere politico (un tema che gli era caro), ma finge di credere che tutto andrà a finire bene, attraverso l’omaggio reso all’innocenza e ingenuità di Mirando, o a quella dei giovani ai quali va lasciato in eredità il mondo.
L’uomo demiurgo, Prospero, governa le forze della natura positive (Ariel) e negative (Calibano), ma alla fine rinuncia alla sua onnipotenza e lascia la sua isola, ritorna alla civiltà, da dove l’aveva scacciato il tradimento di suo fratello, riprova a vivere nella società che l’aveva barbaramente esiliato. Ma, prima di tutto questo, ci troviamo su un’isola bagnata da un mare purificatore. La tempesta congegnata dal mago salva i villain Alonso ed Antonio dalla loro malvagità. E’ ancora il naufragio che porta Ferdinando e Mirando a conoscersi e li fa innamorare.
Come in Pericle la morte per acqua significa redenzione. La bellissima lirica che Ariel canta intriga Ferdinando naufragato sulle coste dell’isola e ignaro della sorte del padre:

Full fathom five thy father lies;
Of his bones are coral made;
Those are pearls that were his eyes: 
Nothing of him that doth fade 
But doth suffer a sea-change 
Into something rich and strange, 
Sea-nymphs hourly ring his knell:
(A cinque intere tese giace tuo padre; / delle sue ossa sono fatti i coralli; / sono perle quelli che erano I suoi occhi: / non c’è niente di lui che perisca / che non subisca per opera del mare / una trasformazione in qualcosa di ricco e meraviglioso, / le Ninfe marine ad ogni ora suonano per lui a mortorio:)
Le effe del primo verso scavano una profondità nel mare e l’acqua – a livello fonico – si apre, si allarga e si richiude nelle dilatazioni vocaliche delle varie parole. Nella loro instancabile mobilità, dopo i tonfi cadenzati di full fathom five, le vocali si allargano in thy e lies. L’inversione ci mostra prima le perle e poi gli occhi (eyes), che si riaprono nel dittongo ai. Le dentali di Nothing/that/doth/fade seguite da but/doth sono intoppi che guidano alla metamorfosi sea-change/strange, bottino prezioso di bellezza che si dischiude all’occhio dello spettatore-uditore.
La musica di Ariel va incontro a Ferdinando abbagliandolo nella sua bellezza, più che nel messaggio di morte che falsamente reca.
Those are pearls that were his eyes riecheggia nella Terra desolata di T. S. Eliot nell’episodio riguardante Madame Sosostris:

…Temete la morte per acqua. 1)
Ma nella parte IV del poema, La morte per acqua, l’acqua è diventata un elemento di purificazione. Phlebas è il simbolo della civiltà moderna, fatta di commerci e scambi, in cui i popoli si spostano continuamente. Questa civiltà “arriva al culmine delle sue contraddizioni con lo scoppio della I Guerra Mondiale” 2).  La soluzione mistica è la sola “via di salvezza”. La morte del marinaio fenicio è per il Trigona 1. cristiana liberazione dalle pene terrene, dimenticanza de “il guadagno e la perdita”, 2. rituale religioso di morte-rinascita secondo i riti antichi di cui Eliot ha letto in Frazer e Weston 3) , 3. rito cristiano di liberazione dal peccato originale (il battesimo è morte del peccato per acqua). Il brano è di una rara sensibilità poetica. La consistenza palatale del corpo di Phlebas si scioglie nei cambiamenti vocalici del secondo verso (forgot the cry of gulls). La corrente sottomarina si sostanzia nelle sibilanti di whisper. Gli alti e bassi di rose e fell terminano nel turbinio onomatopoietico di whirlpool. Il tono di “Gentile o Giudeo / O tu che volgi la ruota e guardi nella direzione del vento” è il tono del predicatore che invita a cambiare vita 4).
Un’altra rappresentazione poetica dell’acqua del mare ci viene da un brano di Gita al faro di V. Woolf:

Andavano lì regolarmente ogni sera, quasi per una necessità. Pareva che l’acqua portasse al largo, facesse navigare sull’onde pensieri stagnanti in terraferma, dando così ai loro corpi una specie di fisico sollievo.
Dapprima il palpito del colore inondava la baia d’azzurro, e il cuore si dilatava con esso e il corpo sembrava fluttuare, ma solo per essere, subito dopo, respinto e raggelato dall’ispido nereggiare delle onde agitate. Poi dietro la gran roccia bruna, quasi ogni sera, sprizzava bizzarramente, così che stare a spiarne l’irrompere era delizia, una fontana d’acque bianche; e allora, nell’attesa, si poteva pur contemplare sul pallido semicerchio della riva la successione delle onde che vi si stendevano via via mollemente un velo di madreperla
5).
L’acqua qui, come sempre, ha una funzione dinamica, movimentando i pensieri stagnanti e conferendo piacere ai corpi. Attraverso il colore che immette l’azzurro nella baia il cuore si allarga e il corpo fluttua per poi raggelare per il nereggiare delle onde agitate. L’irrompere delle onde è descritto come un grande piacere, nella continua trasformazione che genera e a cui trascina l’anima.
Margareth Atwood nella poesia Frogless (Senza rane), tratta da Mattino nella casa bruciata 6), descrive un paesaggio di malattia in cui l’acqua è diventata alcool e gli animali nascono deformi:
The sore trees cast their leaves 
too early. Each twig pinching 
shut like a jabbed clam. 
Soon there will be a hot gauze of snow 

searing the roots.
Booze in the spring runoff, 
pure antifreeze; 
the stream worms drunk and burning. 
Tadpoles wrecked in the puddles.
Here comes an eel with a dead eye 
grown from its cheek. 
Would you cook it? 
You would if. 
The people eat sick fish 
because there are no others.
Then they get born wrong. 
This is not sport, sir. 
This is not good weather. 
This is not blue and green. 
This is home.
Travel anywhere in the year, five years, 
and you’ll end up here.
(Gli alberi dolenti perdono le foglie
/  troppo presto. Ogni rametto si chiude / di colpo come una vongola stuzzicata. / Presto arriverà una calda garza di neve / a cauterizzare le radici. / Alcool nel disgelo della primavera, / puro antigelo; / l’acqua serpeggia ubriaca e rovente. / I girini naufraghi nelle pozze.Ecco l’anguilla con l’occhio morto / spuntato su una guancia. / La cucineresti? / Casomai... / La gente mangia pesci malati / perché non ce ne sono altri.  Poi nascono sbagliati. / Questo non è divertente, signore. / Questo non è bel tempo. / Questo non è tutto verde e azzurro.  Questo è casa tua. / Viaggia dove vuoi in un anno, in cinque anni, / poi è qui che ti ritrovi)
Nel suo tipico stile realistico la scrittrice canadese non lascia illusioni a chi la segue. La consapevolezza che questo territorio contaminato è il posto in cui tutti noi viviamo penetra nelle nostre ossa senza che possiamo fare niente per dimenticarcene.
La poetessa statunitense Maxine Kumin ci ha dato un esempio efficace del suo rapporto con l’acqua nella bellissima poesia Morning swim (Nuotata mattutina) 7), che offre la rappresentazione di un corpo femminile solitario - in una mattina nebbiosa - che si tuffa e realizza la sua fusione perfetta con l’elemento acquatico:
Into my empty head there come 
a cotton beach, a dock wherefrom
I set out, oily and nude 
through mist, in chilly solitude. 
There was no line, no roof or floor 
to tell the water from the air. 
Night fog thick as terry cloth 
closed me in its fuzzy growth. 
I hung my bathrobe on two pegs. 
I took the lake between my legs. 
Invaded and invader,  I
went overhand on that flat sky. 
Fish twitched beneath me, quick and tame. 
In their green zone they sang my name
and in the rhythm of the swim 
I hummed a two-four-time slow hymn. 
I hummed “Abide With Me.” The beat Mormoravo : 
rose in the fine thrash of my feet, 
rose in the bubbles I put out 
slantwise, trailing through my mouth. 
My bones drank water; water fell 
trough all my doors, I was the well
that fed the lake that met my sea 
in which I sang “Abide With Me.” 

(Nella mia testa sgombra si profila / una spiaggia di cotone, una banchina da cui partii, unta e denudata / tra la foschia, in solitudine gelata. / Linea non c’era, soffitto o fondale / A distinguere l’acqua dall’aere.La nebbia della notte densa come un telo / racchiuse me nel suo spugnoso ordito. / A due gancetti l’accappatoio appesi, / fra le mie gambe il lago presi. IInvasore ad invasa, procedevo / a bracciate dentro quel piatto cielo. Pesci rapidi e miti sotto di me a guizzare. / Dentro quel verde spazio il mio nome a cantare / e intonavo nel ritmo della bracciata / a due quarti una lenta ballata. Mormoravo : “Assecondami”. La toccata / saliva dai miei piedi all’elegante falcata, saliva fra le bolle che sgorgavano / di lato, dalla mia bocca spalancata. Le ossa bevvero acqua, acqua cadente  / da ogni porta. Io ero la sorgente / che nutriva il lago, che incontrava il mio mare / nel quale “Assecondami” cantavo.) (traduzione di Loredana Magazzeni)
La protagonista non solo si tuffa in un ambiente acquatico che è un tutt’uno di terra e cielo, ma con il ritmo delle proprie bracciate stabilisce un ritmo che è in armonia con l’acqua in cui si muove. Alla fine diventerà acqua lei stessa poiché da tutte le sue “porte”si riversa acqua a nutrire l’altra acqua in cui procede. La poesia trasmette un gran senso di libertà e di armonia fra la nuotatrice e l’acqua.

1) T.S. Eliot, La Terra Desolata, traduzione di Mario Praz, Giulio Einaudi, Torino, 1965, per gentile concessione dell’editore Valentino Bompiani.
2) Prospero Trigona, Saggio su The Waste Land, Guida Editori, Napoli, 1973
.
3) Frazer, The Golden Bough Jessie L. Weston, From Ritual to Romance
4) IV
Death by water 
Phlebas the Phoenician, a fortnight dead, 
Forgot the cry of gulls, and the deep sea swell 
And the profit and loss.
A current under sea 
Picked his bones in whispers. As he rose and fell 
He passed the stages of his age and youth 
Entering the whirpool. 
Gentile or Jew 
O you who turn the wheel and look to windward, 
Consider Phlebas, who was once handsome and tall Pensa a Fleba, 
as you. 

La morte per acqua 
Fleba, il Fenicio, morto da quindici giorni, 
Dimenticò il grido del gabbiano,e il flutto profondo del mare 
E il guadagno e la perdita. 
Una corrente sottomarina 
Gli spolpò le ossa in sussurri. Mentre affiorava e affondava 
Traversò gli stadi della maturità e della gioventù 
Entrando nei gorghi. 
Gentile o Giudeo 
O tu che volgi la ruota e guardi nella direzione del vento, 
Pensa a Fleba, che un tempo è stato bello e ben fatto al pari 
di te.
Op. Cit. 
5) V. Woolf, Gita al Faro,Trad. dall’inglese di Giulia Celensa. Aldo Garzanti Editore, 1974.
6) a cura di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti. Le Lettere, Firenze, 2007

7) in Corporea, il corpo nella poesia femminile contemporanea, a cura di Loredana Magazzini, Fiorenza Mormile, Brenda Poster, Anna Maria Robustelli. Le Voci della Luna, Sasso Marconi 2009, pp.20-21







(Anna Maria Robustelli) 











 

LE SORELLE DI SHAKESPEARE (5)
post pubblicato in Robustelli, Anna Maria, il 3 gennaio 2010



La terza scrittrice che prendiamo in considerazione è Lady Mary Wortley Montague (1689-1762) [ * ]. Di nobili origini, come Anne Askew, perse la madre da bambina e, quantunque sembri che il padre fosse fiero della sua bellezza e del suo ingegno, non per questo la incoraggiò sulla strada di una educazione raffinata ma, fortunatamente, ci furono dei parenti e degli amici che lo fecero. Da adolescente stabilì un'amicizia intima con Edward Wortley Montague attraverso uno scambio di lettere e più tardi, all'età di ventiquattro anni, fuggì con lui lontano dalla casa paterna, dove il suo illustre genitore le aveva combinato un matrimonio da lei rifiutato. I primi anni li passò in campagna. Nel frattempo suo marito, a Londra, avanzò nella carriera politica, finchè fu nominato ambasciatore a Costantinopoli. Lady Mary lo accompagnò e dalle sue Turkish Embassy Letters [ * ] noi ricaviamo una miniera di osservazioni vivaci di quel mondo lontano e chiuso. Prima di tutto imparò la pratica dell'inoculazione del vaiolo e, per prevenire questa malattia, fece vaccinare i suoi figli e la diffuse una volta tornata in Inghilterra. Lei stessa ne era stata vittima e aveva perduto il fratello in seguito a questa patologia. Introdusse questa pratica tra la nobiltà, pur scontrandosi con molti pregiudizi, ma fu più tardi Edward Jenner ad essere ritenuto l'inventore del vaccino contro il vaiolo (nel 1796 aveva inviato una articolo alla Royal Society a Londra, che ne rifutò la pubblicazione). Jenner pubblicò l'articolo a sue spese e già nel 1805 Napoleone fece vaccinare le sue truppe e più tardi la popolazione francese. Oltre alla sagace intuizione scientifica la nobildonna inglese fu capace di penetrare il mondo sconosciuto dell'impero ottomano con un'apertura mentale che era rara per quei tempi. Come donna potè entrare nei bagni turchi femminili di Sofia che ci descrive in una lettera famosa: "c'erano quattro fontane di acqua fredda in questa stanza, che si riversavano prima in bacinelle di marmo, e poi scorrevano sul pavimento in piccoli canali creati per quello scopo, che portavano i rivoli nella stanza vicino, un po' più piccola di questa, con lo stesso tipo di divani di marmo. [...] Ero vestita con il mio abito di viaggio, che è un vestito per andare a cavallo, e certamente doveva apparire loro molto bizzarro. eppure non ci fu nemmeno una di loro che mostrasse la più piccola sorpresa o curiosità impertinente, ma mi accolsero con la massima gentileza possibile. Non conosco nessuna corte europea dove le signore si sarebbero comportate in un modo così garbato con un'estranea. Complessivamente, credo che ci fossero duecento donne, e ciononostante non fui oggetto di nessuno di quei sorrisi sprezzanti o di quei bisbigli ironici che non mancano mai nelle nostre riunioni quando appare qualcuno che non sia vestito proprio alla moda". Lady Mary conclude dicendo che questa era "the women's coffee house". Apprezza  incondizionatamente l'accoglienza offerta da queste donne in modo così spontaneo e la naturalezza con cui godono il benesere del bagno turco. Questo spazio tipicamente orientale viene dipinto come un luogo dove le persone non sono giudicate da come appaiono e viene messo a confronto con l'ipocrisia della società da cui lei proviene.
John Carswell collega la visione che Lady Montague  ebbe della Turchia del tempo con certi quadri del grande pittore francese Ingres: "Quando l'intrepida Lady Wortley Montague viaggiò con l'ambasciata di suo marito in Turchia nel 1716, registrò i minimi particolari della vita sulla strada nel suo 'nuovo mondo'. Arguta, insaziabilmente curiosa e notevolmente aperta, le sue innocenti osservazioni indussero Ingres, un secolo dopo, a dipingere alcuni dei più grandi capolavori erotici del movimento romantico". Questo autore ha scritto un articolo letto al Windsor Festival nel 1995 e successivamente all'Islamic Art Circle di Londra, dal titolo "What Did Ingres Learn From Lady Mary?" in cui vengono messi a confronto la descrizione dei bagni turchi di Sofia, fatta dalla scrittrice inglese con il dipinto di Ingres Le Bain Turc, che porta la data del 1863. Nel famoso tondo del pittore francese è presente una sensualità, un ammiccamento erotico che certamente non erano propri del pur stupefatto realismo della gentildonna inglese.
Lady Mary ebbe anche uno scambio di lettere con Alexander Pope, che ne era rimasto infatuato, ma sembra che questo atteggiamento da parte del famoso poeta settecentesco si trasformasse in ostilità aperta dopo che una dichiarazione d'amore del celebre letterato fu apertamente derisa dalla scrittrice. Pope la attaccò nella Dunciad e in altri versi, forte del suo prestigio come affermato poeta satirico.
Mel 1739  Lady Mary lasciò il marito, pur mantenendo con lui una fitta corrispondenza e proseguì i suoi vagabondaggi per la Francia e l'Italia. Molti anni dopo, colpita da una grave malattia della pelle che le provocò sofferenze acute l'autrice delle Turkish Embassy Letters tornò in Inghilterra, su richiesta della figlia, contessa di Bute, il cui marito era allora Primo Ministro e di lì a poco morì.
E' significativo notare come il suo diario, conservato in un primo tempo dalla figlia, fu in seguito bruciato con la motivazione che descriveva fatti che avrebbero potuto produrre scandalo e influire negativamente sulla vita pubblica della sua famiglia.
Possiamo riflettere su quanti tabù Lady Mary abbia spezzato nella sua vita avventurosa e sul fatto che, pur essendo una nobile, non potè godere dello stesso potere e degli stessi privilegi, in campo culturale, dei più noti scrittori del suo periodo.
Questa ennesima "sorella di Shakespeare" scrisse anche poesie, fra cui vorrei segnalarne una, perchè si distingue per la sua straordinaria modernità nel delineare i rapporti tra i due sessi:

The Lover. A Ballad

To Mr Congreve / At Lenght, by so much importuny press'd, / Take, Congreve, at once the inside of my breast. /  This stupid indiff'rence so oft you blame, / Is not owing to nature, to fear, or to shame: / I am not as cold as a virgin in lead, / nor are Sunday's sermons so strong in my head: / I know but too well how time flies along, / That we live but few years, and yet fewer are young. / But I hate to be cheated, and never will buy / Long years of repentance for moments of joy. / Oh! was there a man (but where shall I find / Good sense and good-nature so equally join'd?) / Would value his pleasure, contribute to mine; / Not meanly would boast, nor lewdly design; / Not over severe, yet not stupidly vain / For I would have the power, though not give the pain. / No pedant, yet learned; no rake-helly gay, / Or laughing, because he has nothing to say; / To all my wholly sex obliging and free, / Yet never be fond of any but me; / In public preserve the decorum that's just, / And show in his eyes he is true to his trust! / Then rarely approach, and respectfully bow, / But not fulsomely pert, nor yet foppishly low. / But when the long hours of public are past, / And we meet with champagne and a chicken at last, / May every fond pleasure that moment endear; / Be banish'd afar both discretion and fear! / Forgetting or scorning the airs of the crowd, / He may cease to be formal, and I to be proud, / Till lost in the joy, we confess that we live, / And he may be rude, and yet I may forgive. / And that my delight may be solidly fix'd, / Let the friend and the lover be handsomely mix'd; / In whose tender bosom my soul may confide, / Whose kindness can soothe me, whose counsel can guide. / From such a dear lover as I here describe, / No danger should fright me, no millions should bride; / But till this astonishing creature I know; / As I long have liv'd chaste, I will keep myself so. / I never will share with the wanton coquette, / Or be caught by a vain affectation of wit. / The toaster and songsters may try all their art, / But never shall enter the pass of my heart. / I loathe the lewd rake, the dress'd fopling despise: - / Before such pursuers the nice virgin flies; / And as Ovid has sweetly in parable told, / We harden like trees, and like rivers grow old.
(L'Amante: una ballata.    Infine  incalzata da tanta insistenza, / prendi Congreve subito la parte interiore del mio petto; / questa stupida indifferenza che tu così spesso mi rimproveri / non è dovuta alla natura, alla paura, o alla vergogna; / non sono fredda come una Vergine di piombo, / Nè la predica domenicale mi si imprime tanto nella testa; / Lo so fin troppo bene come il tempo vola, / che non viviamo che pochi anni e che quelli della gioventù sono ancora di meno. / Ma detesto essere presa in giro, e non comprerò mai / lunghi anni di pentimento in cambio di momenti di gioia. / Oh ci fosse un uomo (ma dove trovo / buon senso e una natura buona così intimamente fusi?) / che considerasse il suo piacere, contribuisse al mio, / non si vantasse stupidamente, nè avesse intenti lascivi, / non troppo rigido, nè stupidamente vanesio, / poichè io avrei sempre il potere di non dare dolore. / Non pedante ma colto, nè gaio come un libertino, / nè che ridesse perchè non ha niente da dire, / verso tutto il mio sesso gentile e libero, / che nessuno amasse tuttavia se non me; / che in pubblico conservasse il decoro che è giusto, / e mostrasse nello sguardo che è fedele, / e che raramente poi si accostasse e rispettosamente si inchinasse, nè troppo impertinente, nè esageratamente umile. / Ma quando le lunghe ore pubbliche siano passate / e noi alla fine ci incontrassimo con champagne e pollo, / possa ogni amoroso piacere rendere cara quell'ora, / ed essere bandite lontano sia la discrezione che la paura, / dimenticando o diprezzando le arie della folla, / possa egli cessare di essere formale ed io di essere altera, / finchè perduti nella gioia ci confessassimo vivi, e possa egli essere rude, eppure io perdonarlo. / E affinchè il mio piacere possa basarsi su qualcosa di solido, / che l'amico e l'amante si mescolino meravigliosamente, / nel suo grembo la mia anima potrebbe confidare, / e possa la sua gentilezza addolcirmi e il suo consiglio guidarmi. / Da un affettuoso amante come quello che quì descrivo / nessun pericolo dovrebbe spaventarmi, nè milioni dovrebbero corrompermi; / ma finchè non incontrerò questa creatura stupefacente, / per quanto tempo io ho vissuto casta, così mi manterrò. / E con la sventata civetta non avrò mai niente in comune, / nè sarò presa da una vana affettazione di ingegno. / Possano i cantanti e i festaioli provare tutte le loro arti / ma mai entreranno nel passo del mio cuore. / Odio il libertinio lascivo, disprezzo il damerino agghindato: / davati a questi corteggiatori la bella vergine fugge; / e come ha detto Ovidio in parabola con dolcezza, / ci induriamo come alberi, e come fiumi siamo freddi.)
Queste parole sembrano pronunciate da una coy mistress ("timida amante") che ha imparato a rispondere agli inviti del proprio amante, chiarendo le proprie esigenze, che sono poi esigenze di comprensione reciproca, di comunicazione per il benessere dei rapporti tra le persone che si amano. La donna che le pronuncia non è più così timida, ha fatto esperienze, ha imparato a gestire la propria vita con maggiore autonomia. Ha imparato a parlare e a parlare in pubblico, poichè la scrittura serve a comunicare.
Questa potenziale "sorella di Shakespeare" si è servita dell'istruzione, della cultura, ha infranto convenzioni e divieti, ha viaggiato, si è accostata ad altre culture e ne ha colto i lati positivi, ha messo in dubbio quello che la società in cui viveva le aveva consegnatao come definitivo. Per questo è stata osteggiata quando proponeva l'inoculazione, è stata dileggiata nei versi di Pope, è stata occultata dalla sua stessa figlia che non approvava la sincerità dei diari che lei aveva scritto, in breve non ha goduto degli stessi privilegi di cui godevano gli uomini della sua classe sociale. Questa "sorella" del grande drammaturgo inglese ora può vivere, anche se non è detto che il mondo in cui si è trovata a vivere l'abbia amata molto. Lei, come Aphra Behn, come Anne Askew, ha scritto qualcosa e ha fatto emergere la propria immagine alla superficie della storia, insieme a Katherine Parr e alla regina Elisabetta I, che non si era sposata, pur essendo una donna. Tutte, ognuna a suo modo, hanno tracciato delle strade per le donne che sarebbero venute dopo di loro, hanno dimostrato che si poteva essere donne e scrivere - sì, certo, scrivere come il grande Shakespeare - hanno "parlato" e ora è più difficile per "quel vecchio signore", evocato dalla garbata ironia di Virginia Woolf, o per chiunque altro, dichiarare che è "impossibile immaginare una donna il cui genio si potesse paragonare a quello di Shakespeare".
(5-fine)



(Anna Maria Robustelli)

 


LE SORELLE DI SHAKESPEARE (4)
post pubblicato in Robustelli, Anna Maria, il 17 novembre 2009

 

Ritorniamo alle parole di Virginia Woolf sulla storia delle donne nella letteratura con la disanima di un'altra grande scrittrice del seicento, Aphra Ben, che come Anna Askew ci piace considerare una "sorella di Shakespeare", cioè una donna che ha osato scrivere in tempi estremamente ostili alle rappresentanti di questo genere. Questa insigne autrice [ * ], nata probabilmente nel 1689, è stata messa a confronto con Daniel Defoe. La Woolf afferma con indubbio orgoglio: "E tutte le donne insieme dovrebbero cospargere di fiori la tomba di Aphra Behn, poichè fu lei a guadagnarci il diritto di pensare ciò che ci pare. E' lei quella donna ombrosa e amorosa - che mi permette di dirvi questa sera, senza troppo fantasticare: potete guadagnare cinquecento sterline l'anno con la sola vostra intelligenza" [ * ]. 
La Behn è generalmente considerata la prima scrittrice professionista, cioè la prima ad aver guadagnato dei soldi scrivendo. Apparteneva alla classe media e probabilmente, dopo essere rimasta vedova (si pensa che suo marito fosse un mercante olandese), ebbe contatti con la corte di Carlo II, che la usò come spia ad Anversa. Poichè non venne pagata per questo lavoro e rischiava di finire in prigione per debiti, cercò di guadagnare i soldi che le erano necessari scrivendo. La sua fu una vasta produzione principalmente di commedie, scritte nello stile leggero e licenzioso del teatro della Restaurazione. 
Nel 1663 scrisse anche un romanzo, Oroonoko or the History of the Royal Slave [ * ] , che presenta molti punti originali. Sembra che avesse fatto un viaggio nel Surinam, una colonia inglese delle Indie Occidentali, quando era giovane e che in questa opera volesse tradurre le sue esperienze dirette. Ed è a questo punto che si fanno interessanti scoperte: viene a cadere uno dei miti più radicati della storia della letteratura inglese: Defoe non fu il padre del romanzo inglese ma - come sovente accade per ogni nuovo genere - si inserì in una tradizione già esistente, di cui Aphra Behn è il nome più noto e da cui lui mediò molti tratti. Prima di lui una serie di donne, tra le quali Aphra Behn è il nome più noto, delinearono questo nuovo genere letterario e crearono un pubblico di novel readers, venendo incontro alle esigenze culturali della borghesia dell'epoca che, ovviamente, si sentiva meglio rappresentata nel romanzo che nella commedia della Restaurazione di ispirazione francese. Nel suo romanzo, la Behn, sebbene influenzata dal teatro dell'età augustea, sviluppò però motivi e stilemi del tutto originali. Per esempio diede forma a una voce narrativa che suggeriva vicinanza con il lettore poichè si rivolgeva a lui con espressioni tratte dalla conversazione e sosteneva di aver raccontato la storia di Oroonoko più volte oralmente. Il narratore è partecipe della storia, ma dispiega una certa ambiguità nei confronti del protagonista, un africano di stirpe reale, reso schiavo dagli inglesi: da una parte, ben consapevole degli oltraggi inflitti a questa persona, dichiara che farà di tutto per aiutarlo, dall'altra, di fatto, pur non identificandosi mai con i colonizzatori, non farà niente per salvarlo. Per i motivi esposti la Behn ha anticipato il narratore onnisciente del Settecentio e Ottocento e ha raccontato la storia in prima persona  - come testimone degli eventi - non diversamente da quanto succede in Robinson Crusoe. Altre caratteristiche che la configurano come un'anticipatrice sono che dichiara che sta scrivendo una "storia vera", affermazione che verrà più tardi ribadita da Defoe nel suo primo romanzo nel 1719. Inoltre, come il suo illustre collega nella storia della fiction, la scrittrice dimostra una grande attenzione ai dettagli realistici collegati con il paesaggio e i personaggi di  Oroonoko, concedendo molto allo spazio in cui si svolge la storia e collocandola in un tempo definito, che è quello dei trasferimenti forzati dei neri dall'Africa alle Americhe compiuti  dagli inglesi. Altra caratteristica che ne fece una narratrice dibattuta è che il protagonista della sua storia è un principe africano di rara bellezza, cultura e qualità etiche. Per il fatto che i suoi tratti somatici assomigliano più a quelli europei che a quelli della sua razza di origine e che conosce l'inglese e il francese potremmo pensare che Aphra Behn fosse un pò fuori della realtà, ma alcuni commentatori hanno fatto notare che attraverso questi espedienti la scittrice riuscì a far immedesimare il lettore inglese più facilmente nel genere di sorpusi che il personaggio di Oroonoko  subisce nel corso della narrazione.
Eppure, a dispetto dei meriti risaputi o sottaciuti di questa coraggiosa donna dell'età della Restaurazione, la sua reputazione non fu molto buona sia in vita che dopo morta: fu apertamente accusata di essersi attribuita cose scritte da altri , di essere stata aiutata da uomini quando scriveva le sue opere e fu criticata aspramente per aver parlato della sessualità degli uomini e delle donne nei suoi drammi  - argomenti del tutto comuni tra gli scrittori maschili dell'epoca -peraltro di successo.
Come ricorda Ruth Nestvold nel saggio pubblicato su Internet Aphra Behn and the Beginning of a Female Narrative Voice [ * ] "la sesta edizione  della Norton Anthology of English Literature [ * ], pubblicata nel 1990, non contiene ancora una sola opera della Behn e i due pesanti volumi della Northorn Anthology sono l'incarnazione fisica del canone letterario in inglese". Nella sua epoca poi fu considerata alla stregua di una prostituta, di una donna cioè che vendeva se stessa, nel suo caso scrivendo. sebbene fosse stata sepolta a Westminster, come tutti i più grandi scrittori inglesi si ritrova questo epitaffio sulla lapide: "Questa è una prova che neppure l'ingegno è una difesa sufficiente contro la Mortalità". Montague Summers, che scrisse una Memoir of Mrs Behn nel 1914 ricorda il giudizio impietoso con cui un critico vittoriano, un certo Dr Doran, definì questa scrittrice: " She was a mere harlot, who danced through uncleanness and dared them [he male dramatists] to follow (fu una vera e semplice  puttana che sguazzò nella sporcizia e osò seguire le orme dei drammaturghi maschili)", ma è costretto poco dopo ad ammettere: " ...she was never dull ([...] non fu mai monotona)".
Concludendo il profilo biografico della scrittrice il Summers le rende comunque onore, anticipando l'apprezzamento che le verrà da Virginia Woolf: "In verità, la vita di Aphra Behn non fu una vita di puro piacere, ma una dura lotta contro difficoltà enormi, un lavoro incessante. Non possiamo fare a meno di ammirare il coraggio di questa donna sola, che, povera e senza amici, fu la prima in Inghilterra a guadagnarsi da vivere con la penna e non solo si procurò il pane ma una posizione non da poco nella società del suo tempo e nella letteratura inglese di tutti i tempi".   
(4-continua)




(Anna Maria Robustelli)

LE SORELLE DI SHAKESPEARE (3)
post pubblicato in Robustelli, Anna Maria, il 25 settembre 2009

 

L'esponente più prestigiosa del circolo protestante che si era formato intorno all'ultima moglie di Enrico VIII fu Anna Askew, una donna del Lincolshire di nobile estrazione sociale, che era stata costretta a sposare il papista Thomas Kyme in giovanissima età per sostituire la sorella morta poco prima del matrimonio. Per le notevoli differenze religiose il marito, pur riconoscendo che lei era una delle donne più devote che avesse mai conosciuto e dopo aver fatto due figli con lei, la scacciò di casa e Anne si recò a Londra, riuscendo a diventare dama di compagnia di Katherine Parr, che poi convertì alla sua concezione religiosa. Fervente luterana, entrò immediatamente in sospetto presso la corte di Enrico. L'Inquisizione la perseguitò, ma lei non aderì ai Sei Articoli e, anche dopo la prigione e la tortura alla ruota, inflittale perchè confessasse i nomi dei nobili che avevano le sue stesse idee e perchè ritrattasse le sue idee religiose, non rivelò nessun nome, nè venne meno alle sue convinzioni in questo campo. Fu quindi messa al rogo nel luglio 1546 e fu una di quelle martiri religiose che furono ricordate da John Bale, un prete che viveva in esilio in Germania, che pubblicò le Examinacyones, diari da lei scritti mentre era in prigione. 
Come mette bene in evidenza Giuliana Iannaccaro, che ha pubblicato un libro su questa martire protestante insieme a Emanuele Ronchetti [
* ], l'originalità di questa donna consiste nella sua capacità di contrapporsi alle domande degli inquisitori con citazioni e argomentazioni tratte dalla Bibbia, per mezzo di una parola orale usata in un contesto ristretto, quello dell'interrogatorio, e trascritta poi in diari (le Examinacyons) che furono pubblicati dopo la sua morte e tramandati nel tempo. Con molta chiarezza la studiosa afferma nella sua postfazione: "Le donne (ma non solo loro) non potevano parlare in pubblico e, a parte qualche eccezione prontamente arginata, non lo facevano. [...] E allora Anne Askew scrive perchè non può parlare. Ma anche scrivere, a metà del sedicesimo secolo, doveva essere tutt'altro che facile: a parte rare eccezioni, il fatto che una donna prendesse la penna in mano era considerato sinonimo di vergogna. Se esprimendo la propria opinione in pubblico veniva tacciata di indecenza, a maggior ragione divulgando un testo scritto, che passava di mano in mano e la esponeva allo sguardo del mondo, si sottoponeva all'onta della notorietà".
Questi, infine, sono i primi versi di una ballata, forse scritta da Anne Askew, che rimase popolare per gran parte del XVIII secolo: I am a woman poor and blind / and little knowledge remains in me, / Long have I sought, but fain would I find, / what herb in my garden were best to be. / A Garden which is unknown, / which God of his goodness gave to me, / I mean my body, wherein I should have sown / the seed of Christ's true verity. (Povera donna sono, e cieca / ben poca saggezza mi resta vicino / a lungo ho cercato, e ancora non trovo le erbe migliori per il mio giardino. / Posseggo un giardino sconosciuto / che Iddio mi donò nella Sua bontà: / è questo mio corpo, e vi avrei seminato / il seme di Cristo, la Sua verità). Anche in questo modo la sua parola, intesa come insegnamento destinato a durare, fu tramandata nei secoli.
Nel corso di questa ricerca non si può fare a meno di rivolgere lo sguardo alla figura della regina Elisabetta I, che si impone nella seconda metà del Cinquecento in maniera del tutto inaspettata nella discendenza dinastica. 
Ella imposta il suo potere su principi maschili e femminili, in breve non si sposa per non essere sottoposta all'autorità di un marito e, conseguentemente, rinuncia alla maternità: in questo modo è come se acquisisse degli attributi maschili attraverso i quali le è più facile esercitare il potere.
Al tempo stesso anche qualità femminili trovano lo spazio per essere esaltate, basti vedere questa citazione di un discorso del 1566: "Da parte mia non mi preoccupo della morte, poichè tutti gli uomini sono mortali e sebbene io sia donna, pure ho altrettanto coraggio, necessario per la mia posizione, quanto ne ebbe mio padre. Io sono la vostra regina consacrata. non verrò mai costretta a fare nulla con la violenza. Ringrazio Dio di essere dotata di qualità tali che, se venissi scacciata dal regno, in sottoveste, sarei in grado di vivere in qualunque luogo della cristianità".
Questa appropriazione di autorità maschile mettendo in evidenza doti femminili può essere osservata anche nell'analisi di alcuni ritratti commissionati dalla regina con l'evidente scopo di comunicare un messaggio "politico". Per esempio nel Ritratto dell'Arcobaleno, attribuito a Marcus Gheeraerts e Isaac Oliver (1600), possono essere rintracciati diversi simboli che esaltano il modo di governare della regina che vengono espressi attraverso la giovinezza e bellezza della sovrana (in realtà ormai settantenne) e la sontuosità dei suoi vestiti e gioielli.
(3-continua)




(Anna Maria Robustelli)
     
 

ZUGZWANG
post pubblicato in Bennett, Ronan, il 17 settembre 2009



Zugzwang, assicurano i sacri testi, è una parola tedesca che significa “obbligato a muovere”. Negli scacchi si riferisce alla situazione in cui un giocatore non può effettuare alcuna mossa valida senza subire danni irreparabili. Trattandosi di una situazione tipica dei finali di partita, quando il numero di pezzi sulla scacchiera si riduce, e con esso il numero di mosse possibili, è una condizione che normalmente prelude allo scacco matto. In una situazione simile viene a trovarsi, suo malgrado, lo psicanalista freudiano Otto Spethmann a San Pietroburgo, nel 1914, nell’imminenza di un torneo scacchistico di risonanza internazionale. La Russia prerivoluzionaria è agitata da complotti e trame oscure che coinvolgono le forze sovversive destinate alla vittoria, nazionalisti reazionari ed antisemiti fedeli al regime zarista, una polizia segreta onnipresente ed efficientissima. Un contesto in cui Spethmann rischia, come in uno zugzwang, di peggiorare la sua situazione qualsiasi cosa faccia, poichè tutti i personaggi che ruotano intorno alla sua quotidianità (gli amici, i pazienti, persino la giovane figlia) sembrano irreparabilmente invischiati. Ad un primo livello, il lettore si confronterà con un romanzo storico venato di trhiller, esteticamente al di sopra degli standard della narrativa di genere in cui è facile collocarlo. Più in profondità, il nordirlandese Ronan Bennett affronta i temi caratteristici della sua produzione, ossia come reagire in modo eticamente corretto alle ingiustizie, quanto sia opportuno lasciarsi coinvolgere, quanto la morale possa e debba influenzare l’azione politica.



(Valerio Rosa)






Ronan Bennett, Zugzwang, TEA, 2008 [ * ]





(apparso su l'"Avanti!" del 31 luglio 2009 [ * ])

LE SORELLE DI SHAKESPEARE (2)
post pubblicato in Robustelli, Anna Maria, il 4 agosto 2009



Sappiamo che nel Medioevo le donne si vedevano qualificate un po' sbrigativamente in vari trattati come "buone" e "cattive", che sono state angelicate a cominciare dalla tradizione ducentesca e con Petrarca e i petrarcheschi hanno alimentato nel poeta loro fattore la passione per l'amore e la poesia.
Nel sonetto di Shakespeare alla 'dark lady' che comincia con le parole My mistress' eyes are nothing like the sun, il famoso autore elisabettiano offre un quadro antipetrarchesco della donna amata, nel senso che, paradossalmente, questa donna viene presentata esaltandone gli attributi negativi.  Ma, pur rappresentando uno scarto con la tradizione petrarchesca, il ritratto dell'amante è sempre unilaterale. Le cose non cambiano con un'altra famosa poesia, To his Coy Mistress di Andrew Marvell, noto poeta secentesco. Questi versi di una rara sensualità, che invitano garbatamente la donna, con un'argomentazione che ricalca i passaggi del sillogismo, a fare l'amore con il poeta, sono un'esemplificazione del tema del carpe diem: dal momento che la vita è breve e la morte incalza, è bene non rinviare il godimento dell'amore con eccessive ritrosie. Ma che cosa sappiamo di quello che sentivano la dama "brutta" di Shakespeare o la timida amante di Marvell? E anche se si leggesse una delle meravigliose poesie di un altro grande poeta secentesco, John Donne, dedicate alla moglie Ann More, non si saprebbe di più su questa donna. Ogni poeta, come è ovvio, indugia sui propri sentimenti: I wonder by my troth, what thou, and I / did, till we lov' d ("Mi chiedo, in fede mia, che cosa tu ed io / facevamo prima di incontrarci..."). Ma che cosa faceva nel frattempo la moglie di John Donne? Era andata a preparare la colazione? Faceva il bucato? Era occupata ad accudire uno dei suoi numerosi figli?
Si può trarre anche ispirazione su questo punto da una poesia della poetessa polacca del Novecento Wislawa Szymborska, che vive in prima persona il problema di non essere considerata nella sua autenticità dall'uomo a cui si rivolge: Accanto a un bicchiere di vino / con uno sguardo mi ha reso più bella / e io questa bellezza l'ho fatta mia. / Felice, ho inghiottito una stella. / Ho lasciato che mi immaginasse / a somiglianza del mio riflesso / nei suoi occhi. Io ballo, io ballo / nel battito di ali improvvise. / Il tavolo è tavolo, il vino è vino / nel bicchiere che è un bicchiere / e sta lì sul tavolo. / Io invece sono immaginaria, / incredibilmente immaginaria, / immaginaria fino al midollo. / Gli parlo di tutto ciò che vuole: / delle formiche morenti d'amore / sotto la costellazione del soffione. / Gli giuro che una rosa bianca, / se viene spruzzata di vino, canta. / Mi metto a ridere, inclino il capo / con prudenza, come per controllare / un'invenzione. E ballo, ballo / nella pelle stupita, nell'abbraccio / che mi crea. / Eva dalla costola, Venere dall'onda, / Minerva dalla testa di Giove / erano più reali. / Quando lui non mi guarda, / cerco la mia immagine / sul muro. E vedo solo / un chiodo, senza il quadro.  [ 
* ]
Virginia Woolf ci fa notare, inoltre, che esisteva una divaricazione tra la rappresentazione delle donne nelle opere letterarie scritte dagli uomini e la loro vita reale. Queste donne apparivano più indipendenti e libere di quanto non fossero in realtà. Ancora una volta erano donne "idealizzate".
Esaminando la situazione di emarginazione delle donne del Cinquecento, che impediva loro di emergere nella scrittura e nelle altre arti, risulta però singolare scoprire che ci sono state, nonostante tutto, donne che si sono distinte "culturalmente" in quel secolo. I Women's Studies si sono sviluppati dall'epoca di Virginia Woolf, che sentiva lei stessa di essere emarginata persino dai suoi amici per ciò che andava dicendo, e sono state effettuate scoperte interessanti.  
Colpisce, a livello simbolico, che nel Cinquecento in Inghilterra abbia governato una donna, Elisabetta I. Si era consumato uno scisma con la Chiesa di Roma per avere un monarca di sesso maschile, come richiedevano le regole della successione, ma alla fine l'unico figlio di Enrico VIII, Edoardo VI, non regnò che per un breve periodo. Fu merito di una donna ricordata sommariamente come l'ultima moglie di Enrico VIII, Katherine Parr, aver svolto funzioni di consigliera segreta del re ormai malato e debole e di aver seguito con sollecitudine l'educazione dei tre figli di Enrico, Edward, Mary ed Elizabeth, tentando di ricostruire quella che di fatto era una famiglia. Ella dovette esercitare queste funzioni con estrema cautela perchè come donna e come convinta protestante era invisa ai consiglieri più potenti della corte del secondo monarca Tudor. Queste parole di Katherine Parr a proposito dei tentativi cattolici di screditarla risalgono al 1554, un periodo in cui Enrico VIII era già morto:  "They curse and ban my words everyday and all their thoughts be set to do me harm. I am so vexed that I am utterly weary" (Maledicono e vietano le mie parole tutti i giorni e tutti i loro pensieri mirano a danneggiarmi. Sono così irritata da essere completamente stanca).
(2-continua)
 


(Anna Maria Robustelli)





LE SORELLE DI SHAKESPEARE (1)
post pubblicato in Robustelli, Anna Maria, il 3 luglio 2009

 

E' noto come Virginia Woolf ipotizzasse nel suo famoso saggio Una stanza tutta per sè [ * ] sulla possibilità che una donna dell'età elisabettiana avrebbe potuto avere di scrivere, per rispondere alle provocatorie affermazioni di "quel vecchio signore [...] (credo fosse un arcivescovo)", il quale aveva dichiarato che "era impossibile immaginare una donna, passata, presente o futura, il cui genio si potesse paragonare a quello di Shakespeare". Passa poi ad immaginare quale avrebbe potuto essere l'esistenza di una possibile sorella di Shakespeare dotata della stessa vivacità del famoso poeta e drammaturgo. Questa rappresentazione fittizia è conosciuta: la sorella di Shakespeare non avrebbe ricevuto nessun tipo di istruzione istituzionalizzata, avrebbe imparato a leggere in un modo o nell'altro e qualche volta avrebbe potuto prendere un libro in casa e leggere un po', ma poi i genitori l'avrebbero ricondotta alle usuali incombenze femminili. L'avrebbero poi promessa al figlio di un mercante, una volta raggiunta la pubertà, cosa che "Judith" - tale era il nome fittizio datole dalla Woolf - non avrebbe voluto. Usando il bastone e la carota il padre avrebbe tentato di convincerla. La ragazza sarebbe scappata a Londra - si sentiva attratta dal teatro - ma gli attori e gli impresari a cui avesse chiesto di partecipare a quel tipo di vita, le avrebbero riso in faccia. Un attore l'avrebbe poi presa con sè e messa incinta e Judith avrebbe finito con il suicidarsi.
La scittrice inglese si chiede in quest'opera e nel saggio Donne e scrittura [ * ] perchè non esista "continuità nella produzione letteraria femminile prima del Settecento". Nota che la "letteratura elisabettiana è esclusivamente maschile". Al tempo stesso sente prioritario cominciare ad indagare sulla condizione di vita della donna media e, per cominciare a capire questo, pone alcune domande: quanti figli aveva una donna dell'età elisabettiana? Disponeva di denaro suo? Aveva una stanza per sè? Usufruiva di aiuto nell'allevare i figli? Aveva della servitù? Doveva sbrigare parte delle faccende domestiche?
La sua risposta è che perchè una donna potesse scrivere sarebbero state necessarie queste condizioni: avere una stanza tutta per sè; essere istruita; avere immaginazione, a dispetto della società in cui viveva; ricevere incoraggiamento; avere una grande autostima; avere un reddito.
Un altro punto introdotto con molta incisività da Virginia Woolf è la constatazione che le donne in letteratura, fino al Settecento sono state un'esclusiva creazione dell'uomo. Quello su cui ci invita a riflettere questa protagonista della letteratura del primo Novecento è che da Chaucher a Yeats, da Petrarca a Montale le donne rappresentate in letteratura, e più specificamente in poesia, sono rappresentazioni di punti di vista maschili, il che implica due considerazioni fondamentali: l'immagine della donna proposta al lettore e alla società è stata suggerita dall'uomo e, secondariamente, la donna si vede riflessa in uno specchio attraverso gli occhi di un altro genere, in breve, non conosce se stessa e non trasmette alle altre donne quello che veramente vive e sente.
(1-continua)




(Anna Maria Robustelli)



Sfoglia ottobre        gennaio