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KAFKA SULLA SPIAGGIA
post pubblicato in Murakami, Haruki, il 29 maggio 2019
 

Il romanzo ”Kafka sulla spiaggia” di Haruki Murakami è stato definito dal suo traduttore Giorgio Amitrano: “un sogno mistico risonante di profezie.” E’ un’opera surreale dove i gatti parlano, pesci e sanguisughe cadono dal cielo, profezie si avverano, “una pietra dell’entrata” dovrà essere chiusa e in cui non ci sono confini tra sogni e realtà. Si rivela un originale romanzo dove il mondo e le storie al suo interno assumono un aspetto onirico, dove il paranormale convive con la realtà. Presenta una trama interessante, fortemente popolata da personaggi e situazioni tra loro intrecciate con un abile filo narrativo, ricchissimo di riferimenti simbolici. In esso si fondono diversi generi letterari: viaggio, formazione, saggio filosofico, erotismo, horror, mistery, tragedia greca, dramma famigliare, cronaca trasfigurata in irrealtà. L’autore attinge molto dai romanzi del Novecento, facendo propri i concetti assunti dal Calvino di ”Lezioni Americane”: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità, che fanno del racconto e del romanzo uno strumento di conoscenza. In esso si intrecciano le storie parallele dei due protagonisti, Tamura e Nakata, che si sviluppano autonomamente ma che finiranno per convergere e integrarsi. Tamura è un quindicenne, che si è scelto come soprannome Kafka, perché amante dello scrittore ceco, che ha il significato di "corvo". Il ragazzo -corvo è l’alter ego (la coscienza) che lo segue nel suo viaggio nello Shikoku, in fuga dal padre e dalla sua predizione/maledizione “ucciderai tuo padre, giacerai con tua madre e tua sorella”. Il ragazzo è stato abbandonato, all’età di quattro anni, dalla madre che ha portata con sé la sorella più grande. Nella sua fuga incontrerà vari personaggi: la parrucchiera Sakura, che l’ospiterà e che lui crede sia sua sorella, il bibliotecario androgino Oshima (forse il Tiresia di Murakami) saggio e ospitale, che offre un asilo e un salario a Kafka in cambio di aiuto, la bellissima bibliotecaria Saeki, che lui immagina possa essere sua madre. Tamura  nell’ottavo giorno della fuga, misteriosamente una sera mentre è in un albergo perde conoscenza risvegliandosi con una T-shirt macchiata con una chiazza di sangue a forma di farfalla davanti a un tempio shintoista e avendo cancellato un pezzo di memoria. La coordinatrice della biblioteca Kamura, la signora Saeki non più tanto giovane ma attraente, ha un passato doloroso. Da giovane, cantautrice di una sola canzone, “Kafka sulla spiaggia”, scomparve dalle scene in seguito alla morte del suo fidanzato, ucciso perché scambiato per un’altra persona. Per alcune notti entra nella stanza dove Tamura dorme, quasi come un fantasma sotto l’aspetto di una quindicenne, fissa il quadro della parete raffigurante il suo ragazzo, Kafka sulla spiaggia. Tamura si innamora di lei e crede di vedere in lei la propria madre. Tra fantasia, sogni e realtà il ragazzo ha rapporti sessuali con Saeki e Sakura. Sospettato di avere ucciso il padre viene ospitato da Oshima in una baita del fratello, situata in una foresta fitta e misteriosa. Una forza dentro di lui spinge Kafka a entrare nella foresta dove trova due soldati fuggitivi perché “non volevano ammazzare nessuno”, che lo accompagnano lungo le strade del villaggio, ”immerso nell’immobilità e nel silenzio, senza tempo, mosso da un vento leggero”. La signora Saeki dapprima nell’aspetto di una quindicenne, poi di donna matura, il terzo giorno, dopo aver cucinato per lui, lo invita a lasciare il villaggio e a tornare alla vita precedente, prima che  “l’entrata sia chiusa”, nonostante le proteste del ragazzo che non vorrebbe tornare. La vita pregressa non ha alcun significato per lui, che non è stato mai amato. Ma il sangue assorbito dalla ferita, autoprocuratasi, della donna, da la forza a Tamura di tornare a vivere, mentre il villaggio scompare insieme ai due soldati e ”la sabbia del tempo scorre tra le fessure delle dita.” Giunto alla casa di Oshima, non avendo memoria di come sia venuto, gli manifesta il suo proposito di tornare a Tokio e di continuare gli studi.
Nei capitoli pari si narra (con i verbi in terza persona) la storia di Nakata, un uomo sessantenne, rimasto un po’ ebete a causa di un misterioso incidente avuto all’età di nove anni. Durante una gita scolastica (nel 1944) tutti i bambini avevano perso conoscenza per alcuni momenti, mentre egli si risvegliò due settimane più tardi, con la conseguente perdita di memoria e della capacità di leggere e scrivere. Ma nel corso della storia si verrà a conoscenza di alcune sue abilità: costruire mobili, praticare l’osteopatia e altre di tipo paranormale, come parlare con i gatti, far piovere pesci e sanguisughe dal cielo. Un giorno nel cercare la gatta Goma, compito affidatogli, s’imbatte in uno strano personaggio, Jonny Walker, che rapisce i gatti per ucciderli e rubare la loro anima. Costui gli chiede di ucciderlo in modo che lui possa smettere di torturare e uccidere i gatti. Si scoprirà che Walker è un famoso scultore, padre di Tamura. Nakata confessa ad un poliziotto di guardia il delitto di Jonny Walker, che si era sentito costretto a commettere, ma non viene creduto. Abbandonato il quartiere di Nakano si mette in viaggio verso lo Shikoku, perché sente di avere una missione da compiere: ricercare una misteriosa” pietra dell’entrata”. Grazie all’aiuto del colonnello Sanders e di Hoshino, un camionista compagno di viaggio, attratto dal suo carisma, trova la pietra in un antico santuario scintoista abbandonato e la trasporta all’albergo dove alloggiano. Nel sollevare la pietra hanno aperto “l’entrata” quindi sta avvenendo qualcosa “altrove”, Nakata sta aspettando che finisca di accadere, così “alcune cose ritorneranno al loro posto.” Nel perdersi alla ricerca del “luogo giusto” si imbattono nella biblioteca Komura, che Nakata sente essere quello il luogo cercato. Quando egli vede la signora Saeki, quasi come se la conoscesse, le parla della "pietra dell’entrata". Costei capisce che “le alterazioni, i danneggiamenti” sono conseguenza dell’apertura da lei operata anni prima. Il suo interlocutore ha ora il compito di “riportare le cose alla forma che devono avere.” Quindi lei non può restare lì. Gli affida tre cartelle, su cui ha scritto il racconto della sua vita, se cadessero in mani estranee causerebbero altri danni, perciò le distrugga con il fuoco. Entrambi misteriosamente, saranno trovati morti rispettivamente da Oshima e Hoshino. Rimane a quest’ultimo il compito di chiudere con la pietra “l’entrata”, sarà  il gatto Toro a dargli le istruzioni su come chiudere l’entrata e l’avvertimento di uccidere “una cosa che non ha una forma e appare sempre diversa.” Dalla bocca di Nakata ormai cadavere fuoriesce una “cosa biancastra” lunga e sottile di circa due metri, che ha un davanti e un dietro, con una coda, priva di occhi, di naso, di bocca. Con uno sforzo sovrumano Hoshino riesce a far rotolare la pietra, chiudere così l’entrata e fare a pezzi “ la cosa bianca.”
Intorno ai protagonisti della storia ruotano numerosi altri personaggi. Le cui vicende s’intersecano a loro volta. Oshima l’androgino e emofiliaco bibliotecario primeggia come un personaggio positivo dalla grande apertura mentale. Nutre un sincero affetto per Kafka, lo aiuta sia nelle necessità pratiche della vita, sia a capire meglio dentro di sé il tormento che non gli da tregua. Gli ricorda che ”è possibile rimediare ai propri errori se si ha il coraggio di riconoscerli, ma la ristrettezza di vedute, la rigidità di chi è privo di immaginazione, sono cose senza speranza. La realtà che ci circonda è la somma di tante profezie infauste che si sono avverate.” Hoshino, il camionista aiutante di Nakata, nel terminare la propria missione, dalla sua amicizia riceve un grande arricchimento interiore, una nuova sensibilità verso la musica e la cultura. La signora Saeki di notevole personalità, di eccezionale bellezza, dalla vita tormentata, oggetto d’amore  da parte di Tamura, accentra su di sé gran parte della storia. Ella insieme a Nakata ( hanno entrambi metà ombra) e  altri personaggi (entità astratte), il colonnello Sanders, Jonny Walker e i gatti, sono elementi magici, “spiriti viventi” che si presentano sotto spoglie umane, “al di là del bene e del male”, e hanno la funzione di aiutare il destino a compiersi. In riferimento al racconto “L’appuntamento dei crisantemi” tratto dai “Racconti di pioggia e di luna”  di Ueda Akinari, gli spiriti viventi erano allo stesso tempo un fenomeno sovrannaturale e una manifestazione naturale della vita quotidiana.
Il libro, disseminato di moltissime citazioni letterarie, musicali, poetiche, storiche e filosofiche nonché descrizioni ambientali quasi liriche, testimonia l’integrazione delle due culture, l’occidentale e la giapponese in “un unicum armonico.” Molto stretto nella cultura orientale è il rapporto tra corpo e spirito, da qui derivano le pagine dedicate alla descrizione dei cibi gustosi della gastronomia giapponese e al tempo dedicato all’igiene e agli esercizi ginnici. Caratteristiche di surrealismo e nonsense appaiono in alcuni dialoghi che strappano un sorriso per la loro comicità. La musica ha un ruolo importante, sia essa jazzistica, pop, rock o classica, ha una forte componente ricreativa, è fonte di rivelazione, sorgente di purificazione. In particolare rilievo è la presenza della musica di Beethoven con il trio dell’arciduca, che è oggetto non solo di “disquisizione musicale” ma “colonna sonora” che accompagna momenti di liberazione e commozione. Il romanzo, affascinante per quelle caratteristiche di sogno e di indeterminatezza, offre diverse chiavi di lettura per i temi affrontati. In primo luogo la letteratura  è vista come rifugio e salvezza. Per Kafka la biblioteca  Komura  è il luogo del bene, dove trovare pace e serenità, protetto dagli innumerevoli mondi che la letteratura sa donare. La biblioteca Komura è nascondiglio, ma anche epicentro in cui si snodano gli avvenimenti principali. Fondamentale è l’ingresso in un altro mondo al di là della vita stessa, dove il tempo è immobile, mondo sovrannaturale che sono “le tenebre del nostro spirito.” Altro tema affrontato (come nella tragedia greca) è quello  dell’incapacità dell’uomo di scegliere il proprio destino, ma ne è scelto. Il destino assomiglia a una tempesta di sabbia mossa dal vento, “quel vento sei tu, l’unica cosa che puoi fare è entrarci in quel vento. Quando la tempesta sarà finita, non sarai lo stesso di quando sei entrato.” Infine il viaggio di Kafka, che “uscito da se stesso è a sé che ritorna cambiato”, consapevole della conoscenza di sé e del mondo, carico di significati nuovi. E’ arrivato ai confini del mondo reale, ha affrontato le dure esperienze del suo destino, ha fatto i conti con i fantasmi del passato, ha sconfitto le paure e i demoni, ritorna da dove è partito. E’ pronto per un nuovo inizio, perché la vita è sempre un viaggio, l’inizio di qualcosa, mai solo una fine. Sarà un momento in cui si ricongiungerà con il ragazzo chiamato Corvo, la sua coscienza che lo ha costantemente seguito nel suo lungo e avventuroso viaggio.



(Anna Velia Violati)








Haruki Murakami, Kafka sulla spiaggia, Einaudi, 2009 [ * ]


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IL SUONO DELLA MONTAGNA
post pubblicato in Kawabata, Yasunari, il 26 aprile 2019
 

Per comprendere appieno il valore del romanzo ”Il suono della montagna” di Kawabata Yasunari non si può prescindere dalla consapevolezza dell'appartenenza iniziale dello scrittore al movimento d’avanguardia denominato Shinkankakua (movimento neopercezionista che si proponeva di cogliere la realtà attraverso l’immediatezza delle sensazioni), nonché dal suo avvicinamento alla letteratura classica giapponese del periodo Heian (come il "Genji monogatari"), in cui trovava espresso il suo ideale di bellezza. Affascinato dalla stessa visione della bellezza che scaturiva dall’isolamento dei discepoli del Buddismo Zen e dalla sua massima espressione artistica dell’Haiku, influenzato in qualche modo dalla narrativa occidentale, matura uno stile innovativo, assimilando quella speciale sensibilità giapponese per l’asimmetrico e l’irregolare. Soprattutto dopo la fine della seconda guerra mondiale, in risposta alla distruzione morale e materiale del paese, sente il desiderio di preservare l’identità culturale del Giappone e farla conoscere all’estero. Adotta uno stile frammentario che predilige le libere associazioni del pensiero e dell’esperienza più che trasmettere valori. Ne ”Il suono della Montagna” l’attenzione di Kawabata è rivolta alla famiglia Ogata, alla sua dissoluzione, attraverso le percezioni, il flusso dei pensieri e dei ricordi del capofamiglia Shingo. Nella sua casa, a Kamakura, egli vive con la moglie Yasuko, il figlio Shuichi, la nuora Kikuko e in seguito anche con la figlia Fusako, fuggita, con le sue bambine, da un marito alcolizzato e tossicomane. Il figlio Shuichi, sposato da due anni, ha un’amante, da cui attende un figlio, indesiderato. La moglie Kikuko, anch’essa incinta, decide di abortire, perché non vuole avere un figlio dal marito, finchè non abbia sciolto il suo legame con l’altra donna. Shingo sente su di sé il peso della necessità, da lui costantemente rinviata, di intervenire negli infelici rapporti coniugali dei figli. In nessuno dei casi si arriverà ad una conclusione, ma solo a una temporanea sistemazione. Dinanzi ai matrimoni in crisi dei figli egli sente con tristezza la sua impotenza, durante tutto il romanzo, insieme alla sua sospensione di giudizio e alla sua disponibilità all’ascolto. Non manca la sua generosità nel provvedere ad aiuti economici nei confronti della consuocera, vecchia e malata e dell’amante del figlio, pronta ad andarsene e mentire sulla paternità del figlio che vuole tenere, quasi come una ricompensa alla sua vedovanza. Unica luce accesa nella sua solitudine è l’affetto che lo lega alla nuora Kikuko, la cui bellezza gli ricorda quella della sorella della moglie, morta molto giovane, che lui aveva amato in gioventù. Per lui la nuora significa “una finestra aperta” nella famiglia piena di problemi. Altro momento di consolazione o piuttosto di protezione, è l’osservazione della natura, la bellezza delle piante che, numerose, con i loro colori animano le pagine del romanzo. Esse sono spesso una metafora delle illusioni, dei ricordi e dei rimpianti di Shingo Ogata. Quando abbiamo la fortuna, nei singoli momenti nel corso delle stagioni, di venire a contatto con la bellezza, Kawabata afferma (al momento della premiazione del Nobel) che essa risveglia in noi la simpatia, l’affetto per le persone. In fondo la felicità consiste nello scorgere il bello insito nelle situazioni della vita, anche se destinato a svanire in un momento. La bellezza degli Haiku, delle maschere del teatro N0, che acquistano vita e fascino quando indossate, suscitano in Shingo “un fremito del cuore”, quasi il desiderio di baciarne le labbra. Aleggia nel romanzo il ricordo dell’ultimo conflitto mondiale sia nelle amare e fiere parole delle due vedove di guerra (Kinuko e Ikeda) e nello stesso Shuichi (il figlio), che “ha sentito le pallottole nemiche sfiorargli le orecchie”, per il quale l’ultima guerra ”continua a correrci dietro di noi come un fantasma”. Il protagonista non solo percepisce con triste lucidità il crepuscolo della propria epoca, ma anche la consapevolezza del declinare della propria esistenza attraverso impercettibili profezie e segni premonitori: la caduta del riccio di castagna, la caducità dei fiori di acacia, il presagio del suono della montagna, i suoi incubi notturni, le sue amnesie.
Rilevante è la tecnica narrativa dell’autore che frammenta il continuum del racconto, passando dalla stasi narrativa delle sensazioni alla narrazione, volgendosi poi di nuovo agli stimoli percettivi. Un episodio esemplificativo è quello in cui Shingo nel suo ufficio riceve degli ospiti. Mentre li intrattiene gli vengono in mente i passeri e le cince, viste a casa sua la mattina precedente. La narrazione scorre dalla situazione dell’ufficio al suo pensiero per gli uccelli, ritorna alla mattina in cui aveva notato il fatto, per passare all’episodio che lo aveva evocato e poi nuovamente al presente narrativo all’ufficio. Per lo scrittore è importante una narrativa che provochi per lo più emozioni e suggestioni, nel modo più diretto possibile anche a scapito del filo narrativo, che si rompe continuamente. Ricorre spesso a figure retoriche come la sinestesia (l’immagine del movimento delle spalle di Kikuko si fonde con il profumo della sua pelle) e le similitudini, a giustapposizioni di sequenze con intenti semantici (la sensazione provata da Shingo nel vedere in treno un ragazzo che probabilmente si prostituisce è accostata a quella dell’odore della fogna). L’osservazione rappresenta il primo passo nel processo d’acquisizione del bello. Non mancano quindi riferimenti all’arte pittorica: la posa assunta da uno dei cuccioli della cagna Teru richiama alla mente il dipinto di Sotatsu [ * ]. Il quadro di Kazan de “Il corvo all’alba sotto la pioggia e il vento” osservato a casa d un amico, assume, per il protagonista, il simbolo dell’ostinazione e dell’orgoglio di fronte alle avversità. Tuttavia manca, per scelta dell’autore, un finale e qualsiasi messaggio conclusivo di tipo morale perché è centrale, come già accennato, una narrazione che produca emozioni e suggestioni. Forse si può rilevare un messaggio sotterraneo, implicito, quello di scorgere e apprezzare il bello nelle diverse stagioni della vita e accettare la vita stessa, come le trote:

Ora le trote di autunno procedono
la loro sorte è affidata allo scorrere dell’acqua
scendono, scendono lungo i torrenti
le trote senza presagio della morte vicina


(Anna Velia Violati)







Yasunari Kawabata, Il suono della montagna, Bompiani, 2002 [ * ]

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LA CARTELLA DEL PROFESSORE
post pubblicato in Kawakami, Hiromi, il 13 marzo 2019
 

E’ una delicata e tenera storia d’amore tra un professore di letteratura giapponese e una sua ex-allieva. La vicenda si svolge in un quartiere anonimo nella Tokio contemporanea, quasi a sottolineare la società giapponese organizzata soltanto per creare lavoratori/consumatori privi di qualsiasi altra funzione, in cui vive la protagonista Tsukiko oberata di lavoro anche nel fine settimana. Il professore e la ragazza, entrambi soli, si incontrano casualmente in un nomi-ya, piccola locanda tradizionale in cui la solitaria e disincantata trentanovenne lavoratrice Omachi Tsukiko è solita trascorrere la maggior parte delle sue serate mangiando e bevendo (soprattutto sakè). Si frequentano in incontri consueti non concertati da Satoru (il proprietario della locanda, che cucina prelibati piatti giapponesi, soprattutto lo yudofu, cibo da loro preferito). Ogni volta che si vedono mangiano e bevono assieme, spesso alzano il gomito e piano piano entrano sempre più in confidenza. Il professore, settantenne, è un uomo di un’altra generazione, con l’immancabile cartella che, quasi un piccolo zaino, accoglie diversi oggetti o indumenti e un dizionario, secondo le necessità. Il suo nome è Matsumoto Hatsuma, ma compare di rado nel “romanzo” poiché Tsukiko, alla cui voce è affidata la narrazione, preferisce chiamarlo Prof. Uomo legato alla tradizione, spesso redarguisce l’allieva sul linguaggio e il comportamento da tenere. La compostezza e l’eleganza del professore, vedovo, che non da mai del tu a Tsukiko, crea un piacevolissimo contrasto col carattere sarcastico e disincantato di quest’ultima. Se per lui è inconcepibile che una donna versi da bere a un uomo o entri nella sua camera, per lei è altrettanto inimmaginabile che lui riesca a vivere senza un telefono cellulare. Trascorrono le serate in colloqui ridotti al minimo, a monosillabi, soprattutto durante il ritorno alle loro case, perché il silenzio è più eloquente delle cose dette. Ciò non imbarazza la donna, che si sente ”a posto” con lui e può contare le stelle, quindici fino alla casa del professore, ventidue fino a casa sua. Lentamente e negandolo a se stessa, finirà per provare molto di più che semplice ammirazione, e rivelerà il suo sentimento d’amore al professore, che con molta eleganza farà finta di non sentirla. Ma alle sue ripetute dichiarazioni d’amore le ribatterà che le sue parole sono una stranezza e un’assurdità. Egli non si sente pronto a corrispondere al sentimento della ex-allieva sia per la distanza d’età sia per pudore e timidezza. Tsukiko sulle prime cerca di tenersi lontana dalla locanda, memore dei suggerimenti datele in passato da una prozia. Se era un grande amore era indispensabile prendersene cura come si fa con una pianta. Se invece era un amore da poco prima o poi sarebbe morto. Quindi non frequentandolo sarebbe riuscita ad inaridire il suo sentimento. Tuttavia non mantiene il suo proposito e ritornano a frequentarsi con alcuni incontri programmati, alla ricerca di funghi insieme a Satoru e suo fratello, alla festa dei ciliegi del 7 aprile, nei locali dell’ex-scuola, con ex-professori e ex-allievi. Qui incontra un suo ex-compagno di scuola, che la corteggia ma che lei non incoraggia. Anzi stizzita dal comportamento del prof. che la trascura, mentre dialoga con una sua bella collega, torna a casa da sola in taxi. Ma il sentimento della gelosia serpeggia e si manifesta ancora in occasione di una gita, con soggiorno di due giorni presso un ryokan (albergo), in un’isola dove è sepolta la moglie del professore, morta quindici anni prima investita da un’automobile. Egli, nel raccontarle strani episodi della sua vita trascorsa con la moglie, esprime il dubbio: “mi chiedo se ancora adesso io non continui ad amarla”, che fa infuriare Tsukiko inducendola a ritornare da sola in albergo. Ma è in pena per lui che non vede tornare. Quando infine si decide ad entrare nella camera di lui, finalmente rientrato, trova che mentre lei si struggeva per lui, il prof. si struggeva per un polpo. Stava componendo un haiku ”ecco il polpo appena arrossato”, di cui non riusciva a trovare la rima. Lei nonostante la rabbia suggerisce: “l’eco del mare”, mentre il professore fa finta di non vedere la sua faccia esasperata. Quindi non le resta che, dietro suo invito, rannicchiata accanto a lui, comporre insieme dodici haiku, addormentandosi alla fine spossata, nella stessa camera. La misura del tempo dei loro incontri è spesso scandita dal tempo atmosferico, dal succedersi delle stagioni e da elementi naturali e animali: il sussurrare della pianta del canforo, la caduta dei petali del ciliegio, il cri cri del grillo, il cra cra del corvo, i canti e i voli dei gabbiani, degli storni. Essi caricano di significato i sentimenti che animano i protagonisti nel momento determinato. Nel tempo il prof. prende l’iniziativa di invitare la donna ad uscire con lui dietro appuntamento: ad un’esposizione di reperti calligrafici, all’acquario, visite che la rendono felice, paga di stare insieme. Non si chiede quali siano le intenzioni di lui, la loro relazione è delicata, durevole, priva di particolari aspettative. Egli non le permette di avvicinarsi, "come se tra loro ci fosse un muro d’aria, barriera morbida ma che se si prova a comprimerla, rimanda indietro ogni cosa". Finché un giorno, vincendo ritegno e pudore, il prof la sorprende con la richiesta di "accettare di frequentarlo con la prospettiva di stringere una relazione amorosa".Tale richiesta suscita in lei dell’ironia, non comprende cosa voglia dire la "prospettiva". In fondo a lei sembra che da tempo facciano gli innamorati. Accetta comunque di frequentarlo con la ”prospettiva”, con la voglia di ridere e di piangere, semplicemente si ”crogiola nel suo abbraccio” in silenzio. Gli appuntamenti si susseguono: lui che l’accarezza e le dice che è una brava ragazza, lei che gli risponde che l’ama, continuando, entrambi, a darsi del lei. A Tsukiko non importa che non abbiano rapporti fisici, che il professore non si sente pronto ad affrontare, le basta quello che fanno sempre, baciarsi e stringersi l’uno all’altro. Ma una notte vincendo il suo timore, chiamandola dal suo telefono cellulare, l’unica volta, il professore la invita a raggiungerlo nella sua camera e per la prima volta la “prende con foga e vigore”. Al risveglio al mattino uno accanto all’altra, ammirando le bacche dell’alloro splendenti sotto la luce, che frotte di tordi vengono a beccare, lui di nuovo le dice che è una brava ragazza, lei risponde che lo ama, mentre sentono fischiare i tordi. Dal loro primo incontro sono ormai trascorsi due anni: ”giorni che sono scivolati leggeri ma intensi”. Il destino consentirà loro di condividere altri tre anni fino alla morte del professore, che le lascerà in eredità la sua inseparabile cartella, ormai vuota di lui, ma una testimonianza significativa di un intenso rapporto sentimentale che si protrarrà oltre la vita stessa. Il linguaggio ”minimalista”, con una funzione profonda dei significati dei dettagli, la personalissima narrazione di una mentalità femminile, la dilatazione dei tempi, il succedersi delle stagioni - misura del tempo della crescita affettiva dei protagonisti - la realtà spesso trasfigurata in un’atmosfera poetica e onirica, rendono avvincente, a tratti sorprendente e indimenticabile il romanzo di Kawakami Hiromi.


(Anna Velia Violati)







Kawakami Hiromi, La cartella del professore, Einaudi, 2011 [ * ]

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ONNAZAKA
post pubblicato in Enchi, Fumiko, il 28 febbraio 2019
  

La scrittrice Fumiko Enchi con questo romanzo (scritto tra il 1952 e il 1956) ci lascia un ritratto di grande forza, coraggio e dignità, di una donna vissuta alla fine del 19° secolo (forse un omaggio alla nonna). Onnazaka è il sentiero laterale di accesso al tempio shinto, tradizionalmente riservato alle donne, un sentiero nascosto in ombra che diventa metafora della condizione della donna nella famiglia tradizionale giapponese di fine ‘800, con un ruolo di sottomissione così come era la condizione della protagonista della storia: Tomo. Nata in una famiglia di samurai di basso grado, sposa giovanissima Yukitomo Shirakawa, primo segretario del prefetto Michiaki Kawashima, soprannominato “diabolico prefetto”, combattente in prima linea nell’offensiva intrapresa per reprimere i movimenti per il diritto alle libertà civili. Ella viene mandata dal marito a Tokio con un compito straziante: deve scegliere e acquistare una giovane ragazza perchè diventi la sua concubina. Tomo accetta il suo destino. Ma non si piega, segue "il fluire del vento". Per lei, che considera un credo di vita obbedire al marito, con la stessa sottomissione che si ha rispetto al cielo, ribellarsi all’ingiustizia equivale a perdere la propria identità. Oltretutto è vincolata dall’amore che nutre per il suo disumano marito, amore a cui sacrifica tutto. Lei che sa appena leggere e scrivere si occupa delle relazioni sociali, della casa e delle proprietà con decoro, impegno che assolve strenuamente. Tutto il suo amore e la sua intelligenza sono profusi nella vita familiare, di cui il marito è il centro. Tenta di celare le sue sofferenze e le sue passioni sotto un‘apparente freddezza. Ma l’episodio del serpente che una notte pende dalla spalla del marito urlante, che Tomo afferra prontamente e getta nel giardino, fa percepire a Yukitomo la passionalità della moglie. Ma l’audacia di lei, superiore alla sua, è “fastidiosa” e da quel momento gli è sempre più difficile fare l’amore con lei. Tomo dovrà sopportare altri tradimenti dal marito: una seconda concubina, la relazione con la prima nuora, moglie del violento primogenito. Non è migliore la sorte delle concubine. Come amanti devono accudire e servire il padrone che le ha comprate e che può mandarle via, passato il capriccio. Nel migliore dei casi possono essere adottate (come Suga) o restare in casa con funzioni sempre più secondarie, oppure venire sposate a qualche dipendente bisognoso di protezione feudale (come Yumi). In quel contesto la figura dell’uomo libertino, frequentatore di case da tè, padrone di diverse concubine, quante il suo capriccio e la situazione economica gli consentono, appare in una condizione di quasi normalità. Tomo nonostante i sentimenti di gelosia, prova compassione per il destino di quelle giovanissime ragazze “quasi animali votati al sacrificio”, promettendo alle famiglie di prendersi cura di loro. Grazie alla sua abilità e al controllo delle proprie emozioni, riesce a conservare il suo ruolo di moglie legittima, l’amministrazione e il governo della casa nelle sue mani, a rendere necessaria la sua presenza almeno come funzione. Nasconde alla servitù il fatto che il marito non giace con lei, stendendo ogni notte accanto al suo, dopo che le cameriere si sono allontanate, il giaciglio del marito che la mattina presto leva. Ma quel giaciglio rimane sempre vuoto. Ma una notte Yukitomo, rincasa tardi con il braccio sinistro ferito, perché assalito da alcuni liberali che erano riusciti a sfuggire al suo arresto, dopo che era riuscito a ucciderne uno con un colpo di pistola. Si rifugia nelle braccia della moglie, per sfogare la micidiale eccitazione che gli pervade l‘animo e il corpo, dopo l’uccisione di un uomo. Tomo comincia a poco a poco a diffidare dell’etica femminile dell’epoca feudale e a non credere più all’amore del marito. Trova, nonostante l’acquisto di una seconda concubina, Yumi, il coraggio di vivere per tutelare i suoi figli. Ma "il mostro della libera espressione dei diritti del popolo che avanza", il pericolo dell’istituzione di un parlamento preoccupa il prefetto e con lui Shirakawa: il loro potere sarebbe tramontato. Egli vorrebbe condividere con la moglie le sue preoccupazioni e non con Suga e con Yumi, delle quali si diletta come se fossero pesci rossi o uccellini. La sua è una ferita che solo Tomo, che vive con una forza e un coraggio persino superiori ai suoi, saprebbe “lenire e suggere”. Ma la sensibilità amorosa di Tomo è ormai fredda cenere. La relazione intrecciata dal marito nel tempo con Miya, la moglie del primogenito, la impensierisce. Detesta il carattere eccessivamente egoista e nevrotico del figlio, violento e con un’indole da idiota, teme che Michimasa possa commettere qualche atto violento se venisse a conoscenza della relazione. Cerca di proteggere la reputazione della famiglia Shirakawa dalle possibili ripercussioni e dalle ferite che sarebbero inferte soprattutto al nipote Takao, che tiene stretto sotto la sua ala. Ma provvidenzialmente Miya muore e il figlio sposa un‘altra donna. Tomo si avvicina, dietro suggerimento della madre, agli insegnamenti della Nuova Setta della Pura Terra: la salvezza si può raggiungere solo riponendo la fede nel Buddha Amida. Ascoltando l’esempio di un predicatore sulla fede nella potenza divina, s’identifica nella regina Vaidehi, che sebbene fosse una donna saggia e misericordiosa, le era stato impossibile sfuggire al destino che l’aveva condotta a ospitare nel suo corpo un figlio demoniaco per colpa delle azioni malvagie del marito e a soffrire per i tormenti inflitti al padre dal figlio. Intuendo quanto fossero inutili e vani il potere, i beni materiali, l’intelligenza e tutto ciò che l’uomo desidera per liberarsi dai suoi tormenti, la regina invocò Buddha, che le diede la forza di sopportazione. Soltanto in punto di morte Tomo dà sfogo al suo dolore. Attraverso una lettera rivela al marito di aver tenuto da parte il rimanente della somma affidatole per l’acquisto di Suga, che inizialmente aveva tenuto pensando a ciò che sarebbe potuto accadere a lei e soprattutto ai figli, ma che col tempo aveva accresciuto. Ora desidera che dopo la sua morte quel capitale venga diviso tra i nipoti, Suga, Yumi e le altre persone che avevano avuto stretti rapporti con la sua famiglia. In un moto di ribellione ordina ad una nipote di riferire al marito che non desidera un funerale, ma che la sua salma venga scaraventata in mare, forse perché, tanto poco era stata amata. Ma Yukitomo non lo permetterà, "ha ricevuto in pieno il grido dei veri sentimenti della moglie, soffocati a viva forza per quarant’anni, tanto forte da incrinare per sempre il suo arrogante egoismo."


(Anna Velia Violati)






Enchi Fumiko, Onnazaka, Giunti, 1987 [ * ]






vedi quìquì e quì, una recensione di "Maschere di donna" quì

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MUJO
post pubblicato in Murakami, Haruki, il 5 giugno 2013

L’ultima volta che venni a Barcellona fu nella primavera di due anni fa. Fu per firmare i miei libri e fui sorpreso dal gran numero di lettori che facevano la fila in attesa del mio autografo. Mi ci volle più di un’ora e mezza per firmare tutti i libri, poiché molte delle mie lettrici volevano baciarmi. Tutto questo richiese un bel po’ di tempo.
Ho preso parte a eventi di questo tipo in molte altre città del mondo, ma soltanto a Barcellona c’erano donne che volevano baciarmi. Fosse solo per questo, fui colpito dalla bellezza della città di Barcellona. Sono davvero contento di essere ritornato in questa città dalla ricca storia e dalla cultura meravigliosa.
Ma mi dispiace ch’io oggi debba parlarvi di qualcosa di più serio dei baci.
Come saprete, alle 14 e 46 dell’11 marzo un forte terremoto ha colpito l’area nordorientale del Giappone. La potenza di questo terremoto è stata tale che la Terra ha girato più velocemente sul suo asse e il giorno si è ridotto di 1.8 microsecondi. Il danno causato dal terremoto in sé è stato notevole, ma lo tsunami scatenato dal terremoto ha provocato devastazioni ben maggiori. In alcuni posti l’onda dello tsunami ha raggiunto un’altezza di 39 metri. Di fronte a un’ondata così enorme nemmeno il decimo piano degli edifici era in grado offrire rifugio a chi si trovava sulla sua traiettoria. Chi viveva vicino alla costa non aveva modo di sfuggirle e quasi 24.000 persone sono morte e circa 9.000 di esse sono ancora dichiarate disperse. La grande ondata le ha portate via e non siamo ancora riusciti a ritrovare i loro corpi. Molti sono scomparsi nel mare ghiacciato. Quando mi fermo a riflettere su questo e cerco di immaginare che cosa si provi a subire un destino così tragico, mi si stringe il petto. Molti sopravvissuti hanno perso la famiglia, gli amici, la casa, le proprietà, le comunità e le basi stesse della loro vita. Interi villaggi sono stati completamente distrutti. Molti hanno perso ogni speranza di vita.
Essere giapponesi significa convivere con le calamità naturali. I tifoni attraversano gran parte del Giappone dall’estate all’autunno. Ogni anno provocano enormi danni e molte persone perdono la vita. Ci sono molti vulcani attivi in ogni regione. E ovviamente ci sono molti terremoti. Il Giappone poggia pericolosamente sulle quattro enormi placche tettoniche nell’estremità orientale del continente asiatico. Si dice che viviamo proprio sul nido dei terremoti.
Possiamo predire in una certa misura l’ora e la traiettoria dei tifoni, ma non possiamo predire quando avrà luogo un terremoto. Tutto ciò che sappiamo è che questo non è stato l’ultimo grande terremoto e che ce ne sarà un altro nel prossimo futuro. Molti esperti predicono che un terremoto di magnitudo 8 colpirà l’area di Tokyo entro i prossimi venti o trenta anni. Potrebbe accadere tra dieci anni o domani pomeriggio. Nessuno può dire con certezza quale sarà l’entità del danno se un terremoto interno dovesse colpire una città così densamente popolata come Tokyo.
Nonostante ciò soltanto nell’area di Tokyo ci sono 13 milioni di persone che conducono vite “normali”. Prendono affollati treni per pendolari per recarsi in ufficio e lavorano all’interno di grattacieli. Persino dopo questo terremoto non mi è mai giunta voce che la popolazione di Tokyo sia diminuita.
Perché? Potreste domandarmi. Com’è possibile che così tante persone vivano la propria esistenza quotidiana in un posto così terribile? Non impazziscono dalla paura?
In giapponese abbiamo la parola “mujo”. Significa che tutto è effimero. Tutto ciò che nasce in questo mondo cambia e alla fine scomparirà. Non vi è nulla di eterno o di immutabile su cui possiamo fare affidamento. Questa visione del mondo proviene dal buddismo, ma l’idea di “mujo” è stata impressa a fuoco nello spirito del popolo giapponese e ha messo radici nella coscienza etnica comune.
L’idea che “tutto se n’è semplicemente andato” esprime rassegnazione. Crediamo che non serva a nulla opporsi alla natura, ma il popolo giapponese ha scoperto positive espressioni di bellezza in questa rassegnazione. Se per esempio pensiamo alla natura, noi adoriamo i fiori di ciliegio a primavera, le lucciole in estate e le foglie rosse in autunno. Per noi è naturale osservare tutto questo appassionatamente, collettivamente e per tradizione. Può risultare difficile fare una prenotazione alberghiera vicino ai celebri luoghi dei boccioli di ciliegio, delle farfalle e delle foglie rosse nelle rispettive stagioni, poiché sono posti invariabilmente gremiti di visitatori.
Perché?
I fiori di ciliegio, le lucciole e le foglie rosse perdono la loro bellezza in un tempo molto breve. Ci spingiamo molto lontano per assistere al momento glorioso. E siamo alquanto sollevati quando possiamo confermare che non sono semplicemente splendidi, ma cominciano già a cadere, a perdere le loro piccole luci e la loro bellezza vivida. Il fatto che la loro bellezza ha raggiunto l’apice e comincia già a svanire ci assicura la pace dell’animo.
Non so se le calamità naturali abbiano influenzato una tale mentalità, ma sono sicuro che in un certo senso in virtù di questa mentalità abbiamo superato collettivamente calamità naturali consecutive e accettato cose che non potevamo evitare. Forse queste esperienze plasmano la nostra estetica naturale.
La grande maggioranza dei giapponesi è stato profondamente traumatizzata da questo terremoto. Per quanto possiamo essere abituati ai terremoti, ancora non siamo riusciti a farci una ragione delle dimensioni del danno. Ci sentiamo impotenti e siamo in ansia per il futuro di questo Paese.
Alla fine rivitalizzeremo la nostra mente, ci alzeremo e ricostruiremo. Non ho vere paure in questo senso.
È così che siamo sopravvissuti nel corso di tutta la nostra lunga storia. Non possiamo essere di alcun aiuto se restiamo immobili e sopraffatti dallo choc. Le case demolite possono essere ricostruite e le strade distrutte possono essere riparate.
In breve, abbiamo in affitto una camera sul pianeta Terra senza alcun permesso. Il pianeta Terra non ci chiede mai di vivere su di esso. Se trema un po’ non possiamo lamentarcene, poiché tremare di tanto in tanto è una delle caratteristiche della terra. Che ci piaccia o no dobbiamo convivere con la natura.
Ciò di cui voglio parlare qui non è qualcosa come edifici o strade, che possono essere ricostruiti, ma piuttosto cose che non possono essere ricostruite facilmente, cose come etica o valori. Sono cose che non possiedono una forma fisica. Una volta distrutte è difficile ripararle, perché non possiamo farlo con macchine, lavoro e materiali.
Ciò di cui sto parlando in concreto sono gli impianti nucleari di Fukushima.
Come saprete, almeno tre dei sei impianti nucleari danneggiati dal terremoto e dallo tsunami non sono ancora stati riparati e continuano a perdere radioattività intorno a loro. È avvenuta la fusione e il terreno circostante è stato contaminato. L’acqua contaminata dalla radioattività è stata riversata nel vicino oceano. Il vento diffonde la radioattività in aree più estese.
Centinaia di migliaia di persone hanno dovuto lasciare la propria casa. Fattorie, aziende agricole, fabbriche e porti sono stati abbandonati da tutti. Chi viveva lì potrebbe non essere più in grado di farvi ritorno. Mi addolora affermare che il danno prodotto da questo incidente non interessa soltanto il Giappone ma va diffondendosi nei Paesi vicini.
Il motivo per cui un incidente così tragico ha avuto luogo è più o meno chiaro. Le persone che hanno costruito questi impianti nucleari non avevano immaginato che uno tsumani di tali dimensioni li avrebbe colpiti. Alcuni esperti avevano fatto notare che tsunami di dimensioni simili avevano già colpito queste regioni e avevano fatto pressione affinché i parametri di sicurezza venissero rivisti, ma le compagnie elettriche li avevano ignorati, poiché le compagnie elettriche, in quanto imprese commerciali, non avevano alcuna intenzione di investire in modo significativo in vista di uno tsunami che potrebbe abbattersi una volta ogni cento anni.
Il governo, che dovrebbe garantire la sicurezza degli impianti nucleari con rigide regolamentazioni, pare che abbia abbassato i parametri di sicurezza per promuovere lo sviluppo dell’energia nucleare. Dovremmo indagare queste motivazioni e se vi troviamo degli errori dobbiamo correggerli. Centinaia di migliaia di persone sono state costrette a lasciare la propria terra ritrovandosi con la propria vita sconvolta. È giusto indignarsi al riguardo.
Non so perché i giapponesi si indignino così di rado. Sono bravi a essere pazienti, ma non lo sono altrettanto a indignarsi. Sotto questo aspetto siamo sicuramente differenti dai cittadini di Barcellona. Ma questa volta persino i giapponesi si sono indignati sul serio.
Allo stesso tempo dobbiamo essere critici verso noi stessi, noi che abbiamo permesso o tollerato questi sistemi alterati.
Questo incidente è in relazione con la nostra etica e i nostri valori.
Come saprete, noi, il popolo giapponese, abbiamo vissuto l’esperienza degli attacchi nucleari. Nell’agosto del 1945 bombardieri statunitensi hanno sganciato bombe sulle due principali città di Hiroshima e Nagasaki, provocando la morte di oltre 200.000 persone. Le vittime erano in massima parte persone inermi, gente comune. Tuttavia non è questo per me il momento di stabilire i torti o le ragioni di ciò che accadde.
Ciò che qui voglio sottolineare è non soltanto che 200.000 persone morirono per le conseguenze immediate del bombardamento atomico, ma anche che molti sopravvissuti sarebbero morti successivamente in seguito agli effetti delle radiazioni in un periodo di tempo prolungato. Dalle vittime delle bombe nucleari abbiamo imparato quale terribile distruzione la radioattività ha causato al mondo e alla gente comune.
Dopo la seconda guerra mondiale abbiamo seguito due politiche fondamentali. Una era la ripresa economica, l’altra la rinuncia alla guerra. Avremmo rinunciato all’uso delle forze armate, saremmo diventati più prosperi e avremmo perseguito la pace. Queste idee divennero le nuove politiche del Giappone del dopoguerra.
Le parole che seguono sono scolpite sul monumento alle vittime della bomba atomica di Hiroshima. 
“Riposate in pace. Non faremo mai più lo stesso errore”.
Sono parole altisonanti. Queste parole significano che siamo vittime e assalitori allo stesso tempo. Di fronte all’energia nucleare siamo vittime e assalitori. Poiché siamo minacciati dalla potenza dell’energia nucleare, siamo tutti vittime. Poiché la usiamo e non riusciremmo a evitare di usarla, siamo anche tutti assalitori.
Sessantasei anni dopo il bombardamento atomico gli impianti nucleari di Fukushima Dai-ichi diffondono radioattività da tre mesi, contaminando il suolo, l’oceano e l’aria intorno a loro. Nessuno sa come e quando riusciremo a fermarli. È la seconda fonte di devastazione operata dall’energia nucleare in Giappone, ma questa volta nessuno ha sganciato una bomba atomica. Noi, il popolo giapponese, abbiamo commesso i nostri propri errori, abbiamo contribuito a distruggere le nostre terre e le nostre vite.
Perché è accaduto? Che cosa ne è stato del nostro rifiuto dell’energia nucleare dopo la seconda guerra mondiale? Che cosa ha guastato la nostra società pacifica e benestante, che con tale costanza abbiamo perseguito?
Il motivo è semplice. La ragione è l’“efficienza”.
Le compagnie elettriche hanno insistito che gli impianti nucleari offrivano un sistema di sviluppo energetico efficiente. Era il sistema dal quale potevano trarre profitto. E soprattutto in seguito alla crisi petrolifera il governo giapponese dubitò della stabilità dei rifornimenti di petrolio e promosse lo sviluppo dell’energia nucleare come politica nazionale. Le compagnie elettriche avevano speso enormi somme di denaro in pubblicità per indurre i media a dare al popolo giapponese l’illusione che lo sviluppo dell’energia nucleare fosse completamente sicuro.
E così scoprimmo che il 30% dell’elettricità proveniva dall’energia nucleare. Il Giappone, che è una piccola nazione insulare colpita di frequente da terremoti, divenne il terzo dei principali produttori di energia nucleare, senza che il popolo giapponese nemmeno lo notasse.
Avevamo superato il punto di non ritorno. Ormai era fatta. A coloro che avevano paura dell’energia nucleare veniva posta la domanda intimidatoria: “Saresti favorevole alla penuria di energia?” Il popolo giapponese cominciò a pensare che fosse inevitabile fare affidamento sull’energia nucleare. È quasi una tortura vivere senza aria condizionata nella torrida e umida estate giapponese. Coloro che avevano dubbi riguardo all’energia nucleare furono etichettati come “sognatori irrealistici”.
E così arrivammo dove siamo oggi. Impianti nucleari che dovrebbero essere efficienti ci offrono una visione dell’inferno. Questa è la realtà.
La cosiddetta “realtà”, su cui insistevano coloro che promuovevano lo sviluppo dell’energia nucleare, non è per nulla la realtà, ma soltanto “comodità” superficiale. Hanno sostituito la realtà con la loro “realtà” e la loro logica difettosa.
Questo è il crollo del mito della “tecnologia”, di cui il popolo giapponese era orgoglioso, e la disfatta dell’etica e dei valori di noi giapponesi, che abbiamo permesso un tale inganno. Accusiamo le compagnie elettriche e il governo giapponese. Questo è giusto e necessario, ma allo stesso tempo dovremmo accusare noi stessi. Siamo vittime e assalitori allo stesso tempo. Dobbiamo considerare seriamente il fatto. Se non lo facciamo commetteremo di nuovo il medesimo errore.
“Riposate in pace. Non commetteremo mai più lo stesso errore”.

Dobbiamo prendere a cuore queste parole.
Il Dr Robert Oppenheimer, uno dei principali artefici dello sviluppo della bomba atomica, fu tremendamente colpito dalla spaventosa situazione di Hiroshima e di Nagasaki dopo gli attacchi atomici. Disse al presidente Truman: “Abbiamo le mani insanguinate”.
Truman prese un fazzoletto immacolato dalla sua tasca e disse: “Si pulisca le mani con questo fazzoletto”.
Ma ovviamente non c’è al mondo fazzoletto pulito grande abbastanza da ripulire così tanto sangue.
Noi, i giapponesi, avremmo dovuto dire: “No” all’energia nucleare. È questa la mia opinione.
Avremmo dovuto sviluppare fonti di energia alternative per sostituire l’energia nucleare a livello nazionale, mettendo insieme tutte le tecnologie, le conoscenze e il capitale sociale. Anche se tutto il mondo ci avesse riso in faccia dicendo: “L’energia nucleare è il sistema di produzione di energia più efficace e i giapponesi sono così sciocchi da non usarlo”, avremmo dovuto conservare l’allergia nei confronti dell’energia nucleare che la nostra esperienza delle armi nucleari aveva prodotto in noi. Dopo la seconda guerra mondiale avremmo dovuto dare la massima priorità a una politica di sviluppo delle energie non nucleari.
Avremmo dovuto fare dello sviluppo della produzione di energia non nucleare il fondamento della nostra politica dopo la seconda guerra mondiale. Sarebbe dovuto essere questo il modo di assumerci la nostra responsabilità collettiva per le vittime di Hiroshima e Nagasaki. In Giappone avevamo bisogno di un’etica forte, di valori forti e di inviare un messaggio forte che per i giapponesi sarebbe stato una possibilità di dare un autentico contributo al mondo. Ma abbiamo trascurato di imboccare questa strada importante, preferendole quella facile dell’“efficienza” a sostegno del nostro rapido sviluppo economico.
Come ho affermato, possiamo superare il danno causato dalle calamità naturali, per quanto spaventoso e esteso esso possa essere. E a volte il processo del superamento rende le nostre menti più forti e più profonde. Questo possiamo ottenerlo.
È compito degli esperti ricostruire strade e edifici distrutti, ma è dovere di tutti noi ristabilire etica e principi danneggiati. Cominciamo piangendo coloro che sono morti, prendendoci cura delle vittime del disastro e con il desiderio naturale di non permettere che la loro sofferenza e le loro ferite siano vane. Ciò assumerà la forma di un’opera ingegnosa e silenziosa che richiederà notevole pazienza. A questo scopo dobbiamo unire le nostre forze, così come l’intera popolazione di un villaggio va fuori insieme a coltivare i campi e a seminare in un’assolata mattina di primavera. Ognuno facendo quello che può, tutti insieme.
Noi, scrittori professionisti, versati nell’uso delle parole, possiamo contribuire positivamente a questa missione collettiva su larga scala. Dovremmo connettere etica e principi nuovi a parole nuove e creare e costruire storie nuove e stimolanti. Saremo in grado di condividere queste storie. Avranno un ritmo che incoraggerà le persone, proprio come le canzoni che gli agricoltori intonano quando seminano. Abbiamo ricostruito il Giappone che era stato completamente distrutto dalla seconda guerra mondiale. Dobbiamo ritornare a questo punto di partenza.
Come ho affermato all’inizio di questo discorso, viviamo in un mondo mutevole e transitorio, “mujo”. Ogni vita cambia e alla fine svanirà. Gli esseri umani non hanno potere di fronte alle più grandi forze della natura. Riconoscere l’effimero è uno dei concetti di base della cultura giapponese. Sebbene rispettiamo il fatto che tutte le cose sono transitorie e sappiamo di vivere in un mondo fragile e pieno di pericoli, a un certo punto siamo permeati di una tacita volontà di vivere e di menti positive.
Sono orgoglioso della grande considerazione che le mie opere riscuotono presso il popolo catalano e di essere stato insignito di un premio così grande. Abitiamo a notevole distanza tra di noi e parliamo lingue differenti. Abbiamo culture differenti. Ma allo stesso tempo siamo cittadini del mondo che condividono gli stessi problemi, la stessa gioia e la stessa tristezza. Storie scritte da autori giapponesi sono state tradotte in lingua catalana e il popolo catalano le ha fatte sue. Sono contento di poter condividere le stesse storie con voi. Sognare è il compito quotidiano dei romanzieri, ma condividere i sogni è un lavoro ancora più importante per noi. Non possiamo essere romanzieri senza la sensazione di condividere qualcosa.
So che il popolo catalano ha superato molte difficoltà, ha vissuto la vita pienamente e ha conservato una ricca cultura nella propria storia. Sono sicuramente tante le cose che condividiamo.
Sarebbe davvero meraviglioso se noi e voi potessimo diventare “sognatori irrealistici” in Giappone e in Catalogna e plasmare una “comunità morale”, aperta ad ogni Paese e cultura. Penso che sia il punto di inizio della nostra rinascita, poichè in tempi recenti abbiamo sperimentato molte calamità naturali e crudeli atti di terrorismo. Non dobbiamo aver paura di sognare. Non dobbiamo mai permettere ai cani impazziti chiamati “efficienza” o “comodità” di raggiungerci. Dobbiamo essere “sognatori irrealistici” che procedono con vigore. Gli esseri umani moriranno e svaniranno, ma l’umanità trionferà e si rigenererà per sempre. Al di sopra di tutto dobbiamo credere in questa potenza.
Farò dono dell’ammontare del premio alle vittime del terremoto e dell’incidente all’impianto nucleare. Sono profondamente grato al popolo catalano e alla Generalitat de Cataluña per avermi offerto questo premio e questa opportunità. Permettetemi anche di esprimere la mia più profonda solidarietà alle vittime del recente terremoto a Lorca.





(Murakami Haruki, discorso tenuto il 9 giugno 2011 a Barcellona, in occasione dell’assegnazione del Premi Internacional Catalunya.)

 


ISHIMURE MICHIKO
post pubblicato in Ishimure, Michiko, il 4 febbraio 2011

Per quasi mezzo secolo Ishimure Michiko, nata nel 1927, è stata una voce importante nella letteratura giapponese ambientale. Si è imposta per la prima volta all'attenzione del pubblico giapponese per i suoi scritti sul disastro ambientale di Minamata, causato dal mercurio metile e da altri rifiuti industriali tossici scaricati dalla Corporation Chisso nel mare antistante il porto della città. La sindrome neurologica invalidante ha cominciato a comparire a metà degli anni '50, ma ha visto un'attenzione diffusa solo nel 1960, grazie agli sforzi di residenti locali e attivisti. Ishimure col libro del 1969  "Kugai ja fare: Waga Minamatabya" (Il paradiso nel mare del dolore: la nostra malattia di Minamata) [ * ] ha svolto un ruolo importante nell'avvertire il pubblico del disastro e delle sue conseguenze terribili. L'opera intreccia racconti personali di incontri con le vittime della malattia, citazioni da relazioni scientifiche, evocazioni poetiche del paesaggio, e ricostruzioni folcloriche di una cultura locale devastata dalla modernità industriale. Ishimure successivamente ha ampliato "Kugai ja fare", e nel 2004 il lavoro è stato finalmente pubblicato nella sua forma completa come una trilogia. Ishimure ha formato la coscienza di una generazione di scrittori politicamente ed ecologicamente consapevoli e di attivisti ambientalisti. Oltre alla sua prosa di denuncia, Ishimure si è dedicata alla poesia e alla narrativa e al teatro Noh. Ha anche ottenuto vari riconoscimenti, tra cui quello per il suo romanzo del 1997 "Tenko" (Il lago del Cielo) [ * ] [ * ]. Continua ad essere coinvolta nella lotta per i diritti delle vittime di Minamata e delle altre vittime del pregiudizio e dello sviluppo industriale. Al centro della sua scrittura e del suo lavoro è il tentativo di giungere ad una rinascita del periodo "kotodama", lo spirito del linguaggio che è stato al centro delle arti e della cultura tradizionale in Giappone [ * ] [ * ].







vedi quì, quì e quì ancora per le fotografie di Smith, quì per una conferenza di Scott Slovic sul tema "Asia Environmental Challenges"

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