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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
IL REGNO
post pubblicato in Carrere, Emmanuel, il 2 luglio 2018
 

Non lo so. Così finisce “Il Regno” di Emmanuel Carrère, Adelphi 2015, più di quattrocento pagine su San Pietro e San Paolo, sugli evangelisti Luca, Marco e Giovanni, sull’apostolo Giacomo che pregava sempre, tanto che le sue ginocchia erano callose come quelle di un cammello.
In una ricerca storica emozionante come un libro poliziesco l’autore indaga i rapporti conflittuali tra la chiesa di Gerusalemme, che è solo una setta dell’ebraismo, e il messaggio nuovo che Paolo diffonde a tutti, ebrei e non ebrei, nel vasto mondo dell’impero romano. Il laico Carrère per tre anni ha seguito i dettami della religione cattolica andando ogni giorno a messa, facendo quotidianamente la comunione e improntando la sua vita al rispetto delle norme della Chiesa: ha regolarizzato la sua unione con un matrimonio cattolico e ha battezzato il proprio figlio. Poi il periodo religioso è passato, ma non è passata l’ansia del sacro e la ricerca del senso della vita. Dopo vent’anni Carrère prende in mano il tema del cristianesimo delle origini e lo fa da romanziere. Attento alle fonti, indaga negli anni tra la morte di Cristo e la fine del primo secolo, non solo attraverso i libri del Nuovo Testamento, ma anche con le storie raccontate da Giuseppe Flavio e i riferimenti a Marziale, Svetonio, Seneca. Il percorso dei primi cristiani si intreccia con le storie degli imperatori romani e con la distruzione del tempio di Salomone. È sempre presente e centrale la vita del narratore, che con le sue vicende personali tesse una tela stretta, connessa e indistinguibile dagli eventi narrati.
Il racconto è vivo, mai pedante, ma piuttosto concepito come una delle serie televisive che siamo abituati a vedere su Netflix. Gioca sull’imprevisto e sui colpi di scena, ma pone domande presenti nel Vangelo e ancora drammaticamente attuali: l’accoglienza dello straniero, il destino degli ultimi, la scelta della carità.
Questioni sulle quali ci interroghiamo, a cui spesso rispondiamo: non lo so.



(Rita Cavallari)







Emmanuel Carrere, Il Regno, Adelphi, 2015 [ * ]
TRILOGIA DELLA CITTA' DI K.
post pubblicato in Kristof, Agota, il 6 aprile 2018
 

Nel libro, formato da tre parti (o romanzi: Il grande quaderno; La prova; La terza menzogna), l’autrice ”pronuncia l’orrore del mondo e lo fa semplicemente usando il verbo essere”, in uno stile rigoroso, che ”si spinge nel fetido del mondo” (Alessandro Baricco). Un testo certamente originale, crudele, spietato, sconvolgente che esercita un forza attrattiva sul lettore che scorre le pagine in fretta per giungere alla fine. Nessuno ama davvero l’altro in questo romanzo, perché la necessità dell’esistenza impedisce a chiunque di essere realmente quello che è. Solo la sofferenza e il dolore sono reali come nella vita di tutti. Nella prima parte (raccontata nella prima persona plurale), i piccoli gemelli, Klaus e Lucas, sono affidati dalla madre, a causa della guerra, alla nonna contadina che potrà mantenerli e nutrirli. Essi s’ìmpongono un rigido allenamento di lavoro, sia fisico che emotivo, in vari modi, per non provare sentimenti, né gioia, né dolore. Sviluppano notevoli capacità per la loro età, imparano le lingue, leggono e scrivono, annotando sul ”Grande Quaderno“ i fatti nudi e crudi, senza provare emozioni, ma facendo solo ciò che ritengono sia giusto fare (anche vendette o punizioni). Questa parte termina con la morte di una sorellina e della madre, tornata a prenderli (contro la loro volontà), per lo scoppio di una mina. Muore poi anche il padre allo stesso modo, nel tentativo di fuggire e varcare la frontiera insieme ai gemelli. Klaus riesce a fuggire, lasciando solo Lucas. 
Ne La prova, scritta in terza persona, Lucas ormai cresciuto, si prende cura di una donna, Yasmine, e di suo figlio Mathias, soprattutto quando questi viene misteriosamente abbandonato dalla madre. Intreccia una relazione con una bibliotecaria, stringe un legame di amicizia con Peter, un dirigente del partito comunista, apre anche una libreria. Ma il piccolo Mathias, per il timore di non essere abbastanza amato, si procura una orribile morte. La guerra che sembrava lontana è ormai scoppiata con le sue devastazioni e privazioni. Nell’ultima parte Klaus ritorna alla ricerca del fratello, ma non è creduto, non esistono prove della sua infanzia. Apprende che Lucas è sparito lasciando un manoscritto al suo amico Peter.
Ne La terza menzogna la storia si ribalta sorprendendo e confondendo il lettore. È il racconto della vita di Klaus. Veniamo a conoscenza (contrariamente a quanto detto nel ”Grande quaderno”) che i gemelli vivevano con i genitori, quando la madre, saputo che il marito ha un’amante, lo uccide a colpi di pistola. Ma un colpo ferisce accidentalmente Lucas che viene trasferito in un centro per paraplegici. Rimarrà zoppo e verrà accolto da una contadina che lui chiamerà nonna. Per superare il trauma il bambino s’immagina costantemente con il fratello gemello.
Klaus cresce allevato dall’amante del padre insieme alla sua sorellastra. Accudisce la madre dimessa dal manicomio, in cui era stata rinchiusa, lavora presso un giornale e scrive poesie. A 45 anni diventa capo di una tipografia di proprietà di una casa editrice, ma si ammala di saturnismo. Quando Lucas torna per incontrarlo, finge di non riconoscerlo e lo allontana, dicendo che il suo vero fratello è morto, perché non vuole che la madre lo veda. Lucas, dopo aver lasciato una lettera all’ambasciata, in cui chiede di essere sepolto accanto ai genitori, si getta sotto un treno. Klaus durante la cerimonia funebre progetta di morire allo stesso modo del fratello, dopo la morte della madre. L’opera pone diversi quesiti al lettore. Quale è la storia vera? Lucas e Klaus sono due o uno solo? In fondo i due nomi sono l’uno l'anagramma dell’altro e inizialmente intercambiabili. Perché tanto orrore umano sia pure stemperato da momenti di amicizia e solidarietà? Per bocca di Klaus la scrittrice esclama: ”la vita è di un’inutilità totale, è non senso, sofferenza infinita, invenzione di un non Dio di una malvagità che supera l’immaginazione.” Ma in quel gioco tra verità e finzione la risposta la troviamo nelle parole di Lucas: ” …cerco di scrivere delle storie vere, ma che non ci riesco, non ne ho il coraggio, mi fa troppo male. Allora abbellisco tutto e descrivo le cose non come sono accadute, ma come avrei voluto che accadessero.” In verità quell’orrore umano va visto alla luce delle vicende umane di Agota Kristof nella travagliata storia ungherese. Ha trascorso l’infanzia in un paese sconvolto dalle vicende della 2^guerra mondiale e dall’invasione delle truppe sovietiche, l’adolescenza sotto il regime comunista, in un collegio. E' un convento-orfanatrofio simile a un riformatorio dove lo stato alleva l’uomo nuovo a suon di letture imposte e disciplina ferrea. Adulta lavora in una fabbrica, si sposa sotto il pesante clima politico comunista e la crisi economica, che provoca nel ’56 la rivolta degli studenti operai a Budapest. La dura reazione sovietica induce il marito e lei (malvolentieri) con il loro bimbo alla fuga dall’Ungheria. Si rifugiano dapprima in un campo profughi a Vienna e poi approdano in Svizzera a Neuchatel, dove trova lavoro in una fabbrica di orologi. Nell’autobiografia dirà che l’altro paese è niente più che un deserto sociale e culturale, nel quale si perde ogni speranza e la nostalgia diventa una tattica, alla ricerca di una indifferenza che la protegga dal male del vivere. Allora la scrittura (già dagli anni del collegio) diventa strumento di sopravvivenza, luogo di libertà e di affermazione della propria identità. ”Ogni essere umano è nato per scrivere un libro. Un libro geniale o un libro mediocre, non importa, ma colui che non scrive niente è un essere perduto, non ha fatto altro che passare sulla terra, senza lasciare traccia" (Lucas nella ”Prova”). La sua è una visione assolutamente pessimistica dell’esistenza, in cui trovano ampio spazio temi come la disperazione, la solitudine, lo sradicamento dalle proprie origini, l’abbandono imposto della lingua madre, l’inganno delle parole, il tutto raccontato senza abbandonarsi mai alla debolezza delle forti emozioni. La scrittrice conserva tuttavia la nostalgia della propria infanzia dura e forte, unico periodo che sembra sottrarsi a quella somma di delusioni che è la vita di ogni persona. Nei suoi romanzi l’infanzia è l’unico luogo che consente una prospettiva ottimistica, per quanto perversa e violenta, in un mondo privo di scopo e di speranza.



(Anna Velia Violati)









Agota Krisztof, Trilogia della città di K., Einaudi, 2014 [ * ]

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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 6/4/2018 alle 8:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
L'UOMO DEI DADI
post pubblicato in Rhinehart, Luke, il 21 luglio 2016

Verso la fine degli anni sessanta Luke Rhinehart faceva lo psicoanalista a New York e si annoiava. Abitava in un bell’appartamento con una splendida vista sulle finestre dei vicini, che a loro volta avevano una splendida vista sulle sue finestre. Faceva yoga, leggeva libri sullo zen, sognava vagamente di entrare in una comunità hippy ma non ne aveva il coraggio. Aveva quindi ripiegato sui pantaloni a zampa d’elefante e su una barba che gli dava un’aria un po’ meno da borghese depresso e un po’ più da attore disoccupato. Nel suo lavoro di terapeuta, stava attento a non influenzare i pazienti. Se un obeso, vergine e divorato da pulsioni sadiche diceva sul suo divano che gli sarebbe piaciuto stuprare e ammazzare un’adolescente, la sua etica professionale gli imponeva di ripetere con voce posata: “Le piacerebbe ammazzare e uccidere un’adolescente...?”. Punto interrogativo evasivo, che si perdeva tra i punti di sospensione. Lungo silenzio. Assenza di giudizio. In realtà quello che avrebbe voluto rispondere era: “Dai, vecchio mio! Se ti va di stuprare e ammazzare un’adolescente, piantala di spaccarmi i coglioni con questa ossessione e fallo!”.
Ovviamente si tratteneva dal dire mostruosità del genere, ma ne era sempre più ossessionato. Come tutti, si proibiva di realizzare le sue fantasie, che pure non erano particolarmente trasgressive: nulla che potesse mandarlo in prigione, a differenza di quanto sarebbe successo al suo paziente sadico se si fosse lasciato andare. Per esempio gli sarebbe piaciuto andare a letto con Arlene, la moglie dal seno grandioso del suo collega e dirimpettaio Jake Epstein. Qualcosa gli diceva anche che lei non sarebbe stata contraria, ma Luke, da bravo uomo sposato, adulto, leale, responsabile, lasciava l’idea sobbollire nella palude dei suoi sogni a occhi aperti.
Così va la vita di Luke, tranquilla e monotona, fino al giorno in cui, dopo una serata un po’ troppo alcolica, trova sulla moquette un dado, un banale dado da gioco, e gli viene l’idea di lanciarlo e di agire in base al risultato. “Se esce una cifra tra due e sei faccio quello che farei comunque: riportare i bicchieri sporchi in cucina, lavarmi i denti, prendere due aspirine per non avere troppo mal di testa al risveglio, infilarmi a letto accanto a mia moglie che dorme e forse masturbarmi di nascosto pensando ad Arlene. Se invece esce l’uno, faccio quello che ho veramente voglia di fare: attraverso il pianerottolo, busso alla porta di Arlene, che stasera so che è sola a casa, e ci vado a letto”.
Esce l’uno.
Luke esita, ha la vaga impressione di essere davanti a una soglia: se la oltrepassa la sua vita rischia di cambiare. Ma la decisione non è sua, è del dado, e così obbedisce. Arlene, che gli apre la porta in babydoll trasparente, è sorpresa ma non dispiaciuta. 
Quando Luke torna a casa, dopo due ore estremamente piacevoli, è consapevole di essere cambiato. Forse non è un cambiamento enorme, ma è più di quanto uno possa aspettarsi da una psicoterapia, e lui queste cose è pagato per saperle. Ha fatto qualcosa che il solito Luke non farebbe. Un Luke più coraggioso, più aperto, meno limitato si fa strada sotto il Luke prudente e conformista, e forse altri Luke, di cui non sospetta neppure l’esistenza, aspettano dietro la porta che il dado li faccia uscire.
Ormai in tutte le circostanze della vita Luke consulta il dado e, poiché ha sei facce, gli sottopone sei opzioni. La prima è fare come ha sempre fatto. Le altre cinque si distinguono più o meno chiaramente da questa routine. Mettiamo per esempio che Luke e sua moglie abbiano deciso di andare al cinema. Il nuovo film di Antonioni, Blowup, è appena uscito, ed è esattamente quello che una coppia di intellettuali newyorchesi come loro deve andare a vedere. Ma potrebbero anche andare a vedere un film ancora più intellettuale, una roba ungherese o cecoslovacca ancora più pallosa, o invece una grossa produzione commerciale americana, di quelle che loro disprezzano a priori, o un film porno in un cinema per barboni di Bowery, dove le persone come loro non hanno mai messo piede né mai lo metteranno. Una volta sottoposta al dado, la scelta più insignificante – un film, un ristorante, un piatto al ristorante – può aprire, se uno ci fa caso, un ventaglio molto ampio di possibilità e di occasioni di uscire dalla routine. Luke, all’inizio, ci va piano. Sceglie opzioni prudenti, non troppo lontane dalle sue basi. Piccole divagazioni che mettono un pizzico di pepe nella sua vita senza sconvolgerla, come cambiare posto a letto o posizione durante il sesso coniugale. Ma ben presto le sue opzioni diventano più audaci. Comincia a considerare tutto ciò che non ha mai fatto una sfida da accettare.
Andare nel tipo di posto dove non andrebbe mai, frequentare persone che non frequenterebbe mai. Provare a sedurre una donna di cui ha preso il nome a caso sull’elenco del telefono. Chiedere in prestito dieci dollari a uno sconosciuto. Dare dieci dollari a uno sconosciuto. Entrare in un bar di omosessuali, lasciarsi rimorchiare, rimorchiare a sua volta e perché no, lui, l’eterosessuale dichiarato, andare a letto con un uomo. Con i suoi pazienti, mostrarsi impositivo, impaziente, dispotico. A quello che si considera una nullità, sparare all’improvviso: “E se la verità fosse che lei è una nullità?”. Allo scrittore con il blocco creativo: “Invece di impuntarsi sul suo stupido romanzo, perché non se ne va in Congo e non entra in un movimento rivoluzionario? Perché non cerca la fuga in avanti? Il sesso, la fame, il pericolo?”. E al grande inibito: “Perché non si scopa la mia segretaria? E' brutta ma non aspetta altro. Uscendo dallo studio ci provi, le infili la lingua in bocca, male che va le molla uno schiaffo, cos’ha da perdere?”. Spinge i suoi pazienti a lasciare la famiglia o il lavoro, a cambiare orientamento politico o sessuale. I risultati sono disastrosi e la sua reputazione ne risente, ma lui se ne frega. Quello che lo eccita, adesso, è agire in modo esattamente contrario al suo comportamento abituale: mettere il sale nel caffè, fare jogging in smoking, andare in studio in pantaloncini, pisciare nei vasi di fiori, camminare all’indietro, dormire sotto il letto. La moglie ovviamente lo trova strano, ma lui le dice che sta facendo un esperimento psicologico e lei si lascia convincere. Fino al giorno in cui gli viene l’idea di coinvolgere nell’esperimento anche i figli. Oh, sa bene che la cosa è pericolosa, molto pericolosa, ma ormai è una regola di esperienza: ogni opzione immaginata, anche con terrore, finisce per essere sottoposta al dado e, prima o poi, esce. Così, un fine settimana in cui la moglie è via, Luke propone al figlio e alla figlia un gioco in apparenza innocente: scrivere su un pezzo di carta sei cose che hanno voglia di fare e lasciar decidere il dado. 
All’inizio tutto si svolge in modo tranquillo (l’inizio è sempre tranquillo), mangiano un gelato, vanno allo zoo, poi il bambino prende coraggio e dice che c’è una cosa che vorrebbe tanto fare: picchiare un compagno di scuola che gli ha dato fastidio. “Bene”, dice Luke, “scrivilo”, ed è l’opzione che esce. Il bambino si aspetta che, vedendolo con le spalle al muro, il padre lo dispensi dall’andare fino in fondo, invece no, il padre gli dice: “Vai”. Così il bambino va dal compagno di scuola, gli molla una sberla e torna a casa con gli occhi che brillano chiedendo: “Dov’è il dado?”.
Tutto ciò fa riflettere Luke: se suo figlio adotta così naturalmente questo modo di essere, significa che non è ancora del tutto alienato dall’assurdo postulato dei genitori e della società in generale, secondo cui è un bene che i bambini sviluppino una personalità coerente. E se, per cambiare, li educassimo in modo diverso? Valorizzando la molteplicità, il cambiamento continuo? Mentite, care testoline bionde, disobbedite, siate incoerenti, perdete la nefasta abitudine di lavarvi i denti prima di andare a letto. Ci viene detto che i bambini hanno bisogno di ordine e di punti di riferimento: e se invece fosse vero il contrario? Luke pensa seriamente di fare di suo figlio il primo uomo interamente sottomesso al caso, quindi affrancato dalla lugubre tirannia dell’ego: un figlio alla Lao Tze.
A quel punto la moglie torna a casa, scopre quello che è successo in sua assenza e, dato che non lo trova più divertente, lascia Luke portandosi via i bambini.
Ecco il nostro eroe sollevato dalla sua famiglia. La cosa lo rende triste, perché ama la sua famiglia, ma il dado è un padrone esigente quanto Gesù Cristo: come lui, vuole che abbandoniamo tutto per seguirlo.
Dopo la famiglia Luke abbandona il lavoro, in seguito a una serata che riunisce il gotha della psicoanalisi newyorchese. Secondo la tabella di marcia fornita dal dado (è giusto precisare che era parecchio fatto mentre compilava l’elenco delle opzioni), durante l’incontro dovrà cambiare personalità ogni dieci minuti, interpretando i sei ruoli seguenti: uno psicologo beneducato (lui prima del dado), un ritardato mentale, un maniaco sessuale disinibito, un fricchettone fanatico di Gesù, un militante di estrema sinistra, un militante di estrema destra che fa discorsi pesantemente antisemiti. 
Dà scandalo, poi viene ricoverato e chiamato a comparire davanti alla commissione disciplinare dell’ordine. Luke approfitta di questa tribuna inaspettata per far conoscere al mondo quella che presenta come una terapia rivoluzionaria. 
I suoi colleghi sono inorriditi: la sua terapia rivoluzionaria significa la distruzione programmata dell’identità delle persone. È esattamente questo, riconosce Luke, ma non è forse la cosa migliore che possa accadere? Quella che chiamiamo identità personale è solo un giogo di noia, frustrazione, disperazione.
Tutte le terapie cercano di rafforzare questo giogo, mentre la libertà è mandarlo in pezzi, è non essere più prigionieri di se stessi, ma poter essere secondo l’umore e il capriccio un altro, decine di altri...“What do you really want? Everything, I guess. To be everybody and to do everything”. Dopo questa professione di fede, il visionario è cacciato dalla sua comunità professionale, com’è successo da poco a un altro visionario, Timothy Leary, l’apostolo dell’lsd.
Senza famiglia, lavoro né legami, Luke è libero, in balia di una libertà vertiginosa. Ha scoperto e sperimenta su se stesso qualcosa che all’inizio rende più eccitante la vita quotidiana, ma che ha una logica talmente radicale da rimetterla continuamente in discussione. All’inizio era come la marijuana, una roba piacevole e divertente, adesso è come l’acido, una roba enorme ed esaltante ma che devasta tutto. Per dare libero sfogo alle tendenze represse della personalità, si passa da una trasgressione all’altra. La trasgressione stessa diventa un’ascesi, che non ha più nulla di edonista né di divertente. L’ultima barriera che salta è il principio del piacere, perché chi si lancia sulla via del dado all’inizio fa cose che non avrebbe mai osato fare ma che sognava di fare, più o meno segretamente. Poi arriva un giorno in cui il dado lo spinge a fare cose che non solo non osava fare, ma che non aveva voglia di fare, perché contrarie ai suoi gusti, ai suoi desideri, alla sua personalità. Ma è proprio la personalità, la nostra piccola e miserabile personalità, il nemico numero uno da abbattere, il condizionamento da cui bisogna liberarsi. Per non essere più prigionieri di noi stessi, dobbiamo accettare di seguire dei desideri che non sapevamo di avere e 
che addirittura non avevamo. 
Prendiamo per esempio il sesso: si comincia variando la routine coniugale, con soddisfazione di entrambi, poi si cambia donna, poi la si lascia (o si è lasciati, come nel caso di Luke), poi si va a letto con tutte le donne che troviamo attraenti, poi per allargare il campo ed essere un po’ meno schiavi delle proprie meschine preferenze si passa alle donne che non ci attirano – vecchie, grasse, quelle che un tempo non avremmo neanche guardato – e da lì agli uomini e poi ai bambini e poi allo stupro e poi all’omicidio sadico, all’American psycho, perché no? 
Nessun praticante serio del dado può evitare, prima o poi, di inserire un omicidio nella propria lista di scelte. È il tabù supremo, e sarebbe da vigliacchi non trasgredirlo. Luke, quando il dado glielo ordina, immagina due sotto-opzioni: uccidere una persona che conosce, ucciderne una che non conosce. Preferirebbe ovviamente la seconda ipotesi, ma no, è la prima che esce, ed eccolo costretto a stabilire una lista di sei vittime potenziali, nella quale include coraggiosamente i due figli. Per fortuna questa prova gli viene risparmiata, come l’omicidio di Isacco è risparmiato ad Abramo: il dado esige solo che uccida uno dei suoi ex-pazienti. 
Se dobbiamo dar credito alla sua autobiografia, Luke non si tirò indietro. Lo fece davvero. Alcuni commentatori sono scettici e, quasi cinquant’anni dopo, il fatto sembra impossibile da verificare. Quello che invece sembra certo è che, dopo aver mandato in fumo carriera, famiglia e reputazione, Luke era ormai pronto per diventare una sorta di profeta, e così è stato. In quei lontani anni in cui, da una costa all’altra degli Stati Uniti, fiorivano le terapie più paradossali, un guru del dado aveva tutte le possibilità di trovare degli adepti. 
Così è nato in un tranquillo villaggio del New England il celebre e scandaloso Center for experiments in totally random environments, dove ci s’iscrive di propria volontà ma dal quale ci s’impegna a uscire solo una volta portato a termine il proprio esperimento. I principianti cominciano praticando la roulette emotiva: scelgono sei emozioni forti, che devono poi esprimere nel modo più drammatico possibile per dieci minuti. I più esperti passano al gioco di ruolo a durata variabile, che consiste nell’elencare sei personalità – per esempio filantropo o cinico, lavoratore o fannullone, normopatico o psicotico, che potenzialmente esistono in ognuno di noi – e nel seguire la scelta dal dado per (sempre secondo il verdetto del dado) dieci minuti, un’ora, un giorno, una settimana, un mese, un anno. Vivere un anno nei panni di uno psicotico quando non si è psicotici è piuttosto impegnativo come esperimento. Alla fine della formazione i più coraggiosi provano la sottomissione totale, per una durata variabile, alla volontà di qualcun altro, che non solo lancerà il dado ma selezionerà le opzioni. È così che Luke è diventato schiavo di una ragazza completamente nevrotica e abbastanza fantasiosa da fargli vivere un mese di delirio sadomasochista, nel corso del quale Luke sostiene di aver imparato su se stesso e sulla vita più di quanto abbia imparato nei quarant’anni precedenti.
Tra gli adepti della terapia del dado alcuni sono impazziti. Altri sono morti o sono f
initi in prigione. A quanto pare c’è chi ha raggiunto uno stato di risveglio e di gioia stabile, simile al nirvana dei buddisti. In un anno o due di esistenza il centro creato da Luke è in ogni caso diventato scandaloso quanto le comunità di Timothy Leary: una scuola del caos, secondo la stampa conservatrice, e una minaccia per la civiltà seria quanto il comunismo o il satanismo di Charles Manson. La fine dell’avventura è avvolta dall’oscurità. Si dice che Luke sia stato arrestato dall’Fbi, che abbia passato vent’anni in un ospedale psichiatrico. O che sia morto. O che non sia mai esistito.
Tutto quello che ho appena raccontato si trova in un libro, The dice man (L’uomo dei dadi), pubblicato nel 1971 e tradotto in francese l’anno seguente.
L’ho scoperto a sedici anni, insieme ai capolavori folli e paranoici di Philip K. Dick, e mi ha segnato quasi altrettanto. Ero un adolescente con i capelli lunghi, la giacca afgana e gli occhialetti rotondi, spaventosamente timido, e per un po’ sono andato in giro con un dado in tasca, facendovi affidamento per trovare la sicurezza che mi mancava con le ragazze. A volte funzionava, di solito no, ma L’uomo dei dadi era comunque il genere di libro in cui trovare non solo piacere ma anche delle regole di vita, il manuale di sovversione che chiunque sogna di mettere in atto nella vita reale. Era difficile dire se fosse un’opera di fantasia o un racconto autobiografico, ma l’autore, Luke Rhinehart, si chiamava come il protagonista ed era come lui psichiatra. Viveva a Maiorca, precisava l’editore, e all’epoca Maiorca e Formentera erano i posti dov’era ambientato More, il film di Barbet Schroeder sulla droga, con la meravigliosa Mimsy Farmer e l’affascinante musica dei Pink Floyd: il rifugio ideale per un profeta allo stremo, scampato per un soffio al naufragio della sua comunità di matti.
Gli anni sono passati, L’uomo dei dadi è rimasto una parola d’ordine, l’oggetto di un culto minore ma persistente, e ogni volta che incontravo qualcuno che lo aveva letto (quasi sempre un fumatore di spinelli, e spesso un adepto dell’I Ching), tornavano le stesse domande: cosa c’era di vero in questa storia? Chi era Luke Rhinehart? Che fine aveva fatto? In seguito mi sono messo a scrivere libri che spesso ruotano intorno alla tentazione delle vite molteplici. Noi tutti siamo prigionieri della nostra personcina, limitati nei nostri modi di pensare e di agire. Vorremmo sapere cosa signiica essere qualcun altro, io almeno vorrei saperlo, e se sono diventato scrittore è in gran parte per immaginarlo. È questo che mi ha spinto a raccontare la vita di Jean-Claude Romand, che ha passato vent’anni a fingere di essere qualcun altro, o di Eduard Limonov, che di vite ne ha vissute dieci.
Qualche mese fa ne parlavo con un amico, che a questa tentazione della molteplicità contrapponeva la tradizione stoica secondo la quale la realizzazione personale è al contrario frutto della coerenza, della fedeltà a se stessi, della paziente scultura di una personalità il più stabile possibile. Visto che non potremo mai prendere tutte le strade della vita, la cosa più saggia è seguire la propria, e più è stretta e lineare, più avremo la possibilità di andare lontano. Ero d’accordo: con l’età, ho cominciato a pensarla così anch’io. Ma poi mi è tornato in mente
 Rhinehart, l’apostolo della dispersione, il profeta della vita caleidoscopica, l’uomo che dice che bisogna seguire tutte le strade, e poco importa se sono vicoli ciechi. Un fantasma dei fiduciosi e pericolosi anni sessanta, quando le persone credevano di poter vivere tutto, provare tutto, e mi sono di nuovo chiesto dov’era finito questo fantasma, se ancora esisteva da qualche parte.
In passato, su questo tipo di argomenti, dovevamo accontentarci della nostra immaginazione, oggi invece c’è internet e in un’ora su internet ho scoperto più cose su Luke Rhinehart che in trent’anni di pigre congetture.
Il suo vero nome è George Cockcroft, non è più un ragazzino, ovviamente, ma è ancora vivo. Ha scritto altri libri ma nessuno ha conosciuto il successo dell’Uomo dei dadi, che a quarant’anni dalla sua uscita è più che mai un libro di culto. Gli sono stati dedicati decine di siti e altrettante leggende circolano sul suo conto. Si è più volte parlato di un adattamento cinematografico, le star più famose di Hollywood, da Jack Nicholson a Nicolas Cage, si sono contese il ruolo di Luke, ma stranamente il progetto non si è mai concretizzato. Un po’ ovunque nel mondo esistono comunità di adepti del dado. Il mitico autore conduce una vita monastica in una fattoria isolata nel nord dello stato di New York. Sono trent’anni che nessuno lo vede e di lui circola una sola foto: ritrae, sotto un cappello
da cowboy, un volto emaciato e sarcastico, e sono colpito dalla somiglianza con un altro magnifico fantasma, Dennis Hopper nell’Amico americano di Wim Wenders.
Mi dico che potrebbe essere un argomento interessante per un articolo e ne parlo a Patrick de Saint-Exupéry, il direttore di XXI, come se Luke Rhinehart fosse un misto tra Carlos Castaneda, William Burroughs e Thomas Pynchon: un’icona della sovversione più radicale trasformata in uomo invisibile. Proposta accettata, naturalmente.
Un dettaglio avrebbe dovuto farmi riflettere: il mio uomo invisibile ha un sito, grazie al quale l’ho contattato, e mi ha risposto neanche un’ora dopo con una cordialità sorprendente per qualcuno che vive da recluso. Volevo venire dalla Francia per intervistarlo? Ottima idea! E quando si sono precisate le modalità della mia visita, mi ha detto gentilmente che sperava di non deludermi troppo: ero alla ricerca di Luke Rhinehart ma avrei incontrato George Cockcroft, e George Cockcroft era, per sua stessa ammissione, an old fart, un vecchio rimbecillito. Ho preso questo avvertimento come una forma di civetteria.
Passando per New York, decido di invitare a cena uno di questi adepti del dado, che ho contattato qualche settimana prima via internet. Ron, 30 anni, si presenta come artista concettuale e pirata urbano. Anima una comunità di dice people, adepti del lancio del dado che si riuniscono tutti i mesi per quelle che, dietro il gergo new age, ricordano molto le buone vecchie orge, in cui il dado decide chi sta sopra, chi sta sotto e quale orifizi bisogna usare. Con mio grande disappunto il pirata urbano non ha previsto nulla del genere durante il mio soggiorno, ma è molto impressionato dal mio coraggio: presentarsi alla porta di Luke Rhinehart! Andare a tirare i baffi alla vecchia tigre! Vuol dire proprio spingersi dal lato oscuro della Forza. Rispondo che, dal nostro scambio di email, mi è sembrato un anziano molto affabile. Ron mi guarda, pensieroso, un po’ impietosito: “Un anziano molto affabile...Può darsi, certo. Può darsi che il dado gli abbia ordinato di calarsi in questo ruolo con lei. Ma non dimentichi che il dado ha sei facce. Gliene ha presentata una, ma non sa quali sono le altre cinque, né quando sceglierà di mostrargliele”.
Da Pennsylvania station a Hudson, nel nord dello stato di New York, ci vogliono due ore di treno, attraverso un incantevole paesaggio di campagna. L’uomo che mi aspetta alla stazione porta lo stesso cappello da cowboy che ho visto sulla sua unica foto, ha lo stesso volto emaciato, gli stessi occhi di un blu slavato, lo stesso sorriso leggermente sardonico. È molto alto, curvo, con un po’ d’immaginazione lo si potrebbe trovare inquietante, se non fosse che, quando gli porgo la mano, mi stringe tra le braccia, mi bacia sulle guance come fossi suo figlio e mi presenta a sua moglie Ann, che si rivela affabile e cordiale quanto lui. Saliamo tutti e tre sulla loro vecchia station wagon e attraversiamo il tranquillo paesino.
Case di legno bianche, verande, prati: non è l’America suburbana di Desperate housewives ma un’America molto più antica, più remota, più rurale, e non bisogna lasciarsi ingannare dalle apparenze, mi dice Ann, in primavera è piacevole ma per quattro mesi all’anno è tutto ricoperto di neve, le strade sono spesso bloccate, per vivere qui tutto l’anno servono delle notevoli risorse interiori. Proseguendo tra boschi e frutteti, mi rendo conto che questo paesaggio, nella sua versione invernale, è quello di uno dei miei romanzi preferiti, Ethan Frome di Edith Wharton, e quando lo dico ai miei ospiti il mio commento li entusiasma. È anche uno dei loro romanzi preferiti, George lo ha fatto spesso studiare ai suoi studenti. Ai suoi studenti? Ma non era psichiatra o psicoanalista? “Psichiatra? Psicoanalista?”, ripete George, sorpreso come se avessi detto cosmonauta. No, non è mai stato psichiatra, ha insegnato tutta la vita inglese al college. Davvero? Eppure sulla quarta di copertina del suo libro…George alza le spalle, come a dire: sa come sono gli editori, i giornalisti, dicono tutto e il contrario di tutto.
Abbiamo lasciato Hudson da più di un’ora, George ha una guida nervosa che contrasta con la bonarietà dei suoi modi e che fa ridere sua moglie, di quel riso affettuoso con cui prendiamo in giro i piccoli difetti dei nostri cari. È commovente vedere come si amano: non uno sguardo, non un gesto tra loro che non sia tenero, attento, patinato dalla lunghissima consuetudine che ognuno ha dell’altro. Sembrano veramente Filemone e Bauci, e quando Ann mi dice che sono sposati da cinquantasei anni, non sono sorpreso. Ma al tempo stesso c’è qualcosa che non quadra, tutto questo non corrisponde affatto al Luke Rhinehart che avevo immaginato attraverso il suo libro.
La casa è una vecchia fattoria, attrezzata per affrontare gli inverni rigidi e costruita su un lieve pendio che porta a uno stagno dove nuotano delle anatre. Oggi varrebbe parecchio, ma loro hanno avuto la fortuna di comprarla quarant’anni fa, quando avevano i mezzi, e da allora non l’hanno lasciata. I loro tre figli sono cresciuti qui, due abitano da queste parti – uno fa il carpentiere e l’altro l’imbianchino – e il terzo vive ancora con loro. È schizofrenico, mi dice Ann senza particolare imbarazzo, e in questo momento sta bene, non ha crisi, però non devo preoccuparmi se lo sento parlare ad alta voce nella sua camera, che si trova proprio accanto alla camera degli ospiti che mi hanno preparato per il weekend (mi sono invitato per il fine settimana, ma qualcosa mi dice che se volessi rimanere per una settimana o per un mese non ci sarebbero problemi).
Ann serve il tè e, con i nostri mugs in mano, George e io ci sediamo in terrazza per l’intervista. Ha sostituito il cappello da cowboy con un berretto da baseball e, poiché gli chiedo di raccontarmi la sua vita, comincia dall’inizio.
È nato nel 1930, in un villaggio a pochi chilometri da quello in cui vive oggi, e dove molto probabilmente morirà. Middle class semirurale, provata dalla grande depressione, eppure ricorda un’infanzia e un’adolescenza piuttosto felici. Bravo in matematica, studente modello, per nulla avventuroso, dice di aver raggiunto i vent’anni senza avvertire nessuna velleità creativa. Ma gli studi che ha intrapreso (per diventare ingegnere civile come suo padre) lo annoiano, così si orienta verso la psicologia. Siamo agli inizi degli anni cinquanta: la psicologia com’è insegnata all’università non è Freud, non è Jung, non è Erich Fromm, sono dei fastidiosi esperimenti sui topi, e George si dice che è meglio leggere dei romanzi, cosa che fino ad allora non aveva mai pensato di fare. È così che, facendo le guardie di notte durante il suo tirocinio in un ospedale di Long Island, divora Mark Twain, Melville e i grandi autori russi dell’ottocento. È così che comincia a scrivere un romanzo ambientato in un ospedale psichiatrico (ah, ecco). Il protagonista è un ragazzo ricoverato perché si crede Gesù, e nel personale medico c’è un dottore chiamato Luke Rhinehart, che pratica la terapia del dado (ah, ecco). Il nome Luke è stato scelto in omaggio all’evangelista, cosa che mi fa molto piacere, e fa piacere anche a George quando gli spiego che ho da poco scritto un grosso libro su di lui. Il dado, invece, è una mania che George ha sviluppato ai tempi della scuola media insieme a un gruppo di
amici. Serviva per decidere il programma del sabato sera (la scelta era comunque piuttosto limitata: hamburger, drive-in...). A volte sceglievano delle penitenze: fare il giro dell’isolato saltando su una gamba sola, andare a suonare il campanello del vicino, niente di serio, e quando, pieno di speranza, chiedo a George se da adulto ha spinto oltre queste esperienze, scrolla le spalle e sorride con una cortese aria di scusa, perché è perfettamente consapevole che preferirei dei racconti più piccanti.
“No”, ammette, “al dado chiedevo cose come: se mi sono stufato di lavorare, rimango seduto alla scrivania ancora un’ora? Due? O vado subito a fare una passeggiata?”.
“Ma che dici?”, esclama Ann, uscita sulla terrazza per proporci un crumble ai mirtilli che ha appena sfornato. “Non ricordi almeno una decisione importante che il dado ti ha fatto prendere?”. George ride, anche lei ride, sono sempre molto commoventi, e lui mi racconta che in ospedale aveva notato un’infermiera molto attraente, ma essendo timido non osava rivolgerle la parola. È stato il dado a costringerlo: George l’ha accompagnata a casa in macchina, l’ha portata in chiesa ma la chiesa era chiusa e allora l’ha invitata a giocare a tennis. La vispa infermiera era Ann, ovviamente.
Dieci anni dopo hanno tre maschietti e George, che è diventato professore di inglese, chiede di essere trasferito nel liceo americano di Deià, a Maiorca. Questo sog
giorno all’estero è la grande avventura della loro vita. Maiorca nel 1965 è un incanto, ma la coppia non ha vissuto nulla di quello che mi affascinava in More: George non si droga, è fedele alla moglie, frequenta un’associazione di professori come lui, ma non sfugge del tutto allo spirito dei tempi perché si mette a leggere libri sulla psicoanalisi, sull’antipsichiatria, sulle mistiche orientali, sullo zen, tutta la controcultura degli anni sessanta la cui grande idea, per dirla in poche parole, è che siamo tutti condizionati e che dobbiamo liberarci dai nostri condizionamenti. Inluenzato da queste letture, George si rende improvvisamente conto del potenziale rivoluzionario di quello che credeva essere un semplice gioco regressivo, più o meno abbandonato dopo l’adolescenza, e lui che, una volta sposato, aveva abbandonato anche l’idea di scrivere dei libri, si lancia febbrilmente nella stesura di quello che diventerà L’uomo dei dadi.
Ci metterà quattro anni a scriverlo, con il fedele sostegno della moglie, e anche questo mi stupisce perché sono due persone aperte e tolleranti ma in in dei conti molto virtuose, molto legate ai valori della famiglia, e il libro è mostruosamente trasgressivo, tanto che ancora oggi risulta indecente. Chiedo ad Ann: “Non la disturbava leggere queste cose? Scoprire che suo marito, il padre dei suoi figli, aveva tutti quegli orrori in testa?”. Lei sorride con tenerezza: “No, non mi disturbava affatto. Ho Fiducia in George. E il fatto che scrivesse mi sembrava una cosa bella: ero orgogliosa di lui”.
Nel suo candore, Ann aveva ragione: ragione di essere orgogliosa di lui, ragione ad avere fiducia in lui. Con loro grande sorpresa il libro è stato comprato a caro prezzo da un editore statunitense e i diritti venduti alla Paramount. Poi ha cominciato a vivere di vita propria, una vita errabonda e imprevedibile: successo in Europa (ma non negli Stati Uniti, secondo una maledizione che sembra colpire i grandi eccentrici, da Edgar Allan Poe a Philip K. Dick), ristampe regolari, fama di libro di culto rilanciata negli ultimi dieci anni da internet. Ci sono state delle delusioni: il film, per oscuri motivi, non è mai stato girato e la Paramount ha ancora i diritti, mentre decine di registi indipendenti sognerebbero di girarlo; nessun altro dei libri scritti da George ha avuto successo, e lui è rimasto l’autore di un capolavoro inclassiicabile. Ma è già tanto, e la vita con lui – con loro – non è stata troppo crudele. I diritti dell’Uomo dei dadi gli hanno permesso di comprare una bella casa, nel loro paese di origine, e di invecchiarci in santa pace, lui scrivendo, lei dipingendo, occupandosi entrambi del figlio malato e preoccupati solo di morire prima di lui.
Il caso ha voluto che quel giorno fosse la festa della mamma, e gli altri due figli sono venuti a celebrarla con i loro genitori. Sono due bravi americani con la camicia a scacchi, bevitori di Budweiser, pescatori di trota, con i piedi per terra. Il fratello schizofrenico è uscito brevemente dalla sua stanza e, nonostante un certo torpore, non aveva un brutto aspetto. Tutti e tre hanno detto ad Ann che era stata a terrific mom, una mamma eccezionale, e sono sicuro che è vero. Dopo cena abbiamo finito la serata da uno dei igli, che abita lì vicino, anche lui in piena campagna, e che ha una jacuzzi all’aperto dove George e io abbiamo continuato a bere guardando le stelle, tanto che non mi ricordo bene come sono tornato nella mia camera.
Mi sono svegliato di soprassalto verso le tre del mattino. Avevo la gola secca, dalla finestra vedevo solo la massa scura, opprimente, della foresta che circonda la casa, e una voce monocorde, grumosa, salmodiava a pochi metri da me delle frasi che non capivo. Un raggio di luce passava sotto la porta che separava la mia camera da quella del figlio schizofrenico. Ero sconvolto, ci ho messo un po’ a calmarmi e, come spesso accade, è stata la cultura a salvarmi. Ripensavo a tutte quelle storie di visite a un vecchio scrittore recluso nella sua casa di legno tra le colline (il classico dei classici è Lo scrittore fantasma di Philip Roth, in cui il giovane Nathan Zuckerman scopre che l’enigmatica segretaria altri non è che Anna Frank sopravvissuta). Mi dicevo: è strano quello che uno può proiettare su una foto. Quella di Luke Rhinehart mi aveva fatto immaginare tutta una storia: una vita pericolosa, diabolica, una vita fatta di eccessi, di trasgressioni, di sperimentazioni di ogni genere. Di donne innumerevoli, fatali, drogate, almeno una o due suicide. Di bordelli in Messico, di comunità di pazzi nel deserto del Nevada, di folli esperimenti di espansione della coscienza. E quel volto, lo stesso volto dai lineamenti forti e dagli occhi d’acciaio, è in realtà il volto di un adorabile vecchietto che si avvicina con l’adorabile moglie alla dolce fine di una vita placida e tranquilla, il cui unico incidente di percorso è stato aver scritto un libro sconvolgente, e che arrivato alla sua veneranda età deve gentilmente spiegare a chi viene a trovarlo per questo motivo che non bisogna confonderlo con il suo personaggio e che lui è semplicemente un romanziere.
In realtà? Ma che ne sapevo io della realtà? Mi è tornato in mente l’avvertimento di Ron, il pirata urbano. Quello che vedo, l’adorabile vecchietto, è solo una faccia del dado. È il volto che il dado gli ha ordinato di mostrarmi, ma ne ha almeno altri cinque di riserva e forse questa notte è previsto che lo cambi. Quella fissata per questa notte potrebbe essere l’opzione Stephen King. La bella fattoria di legno bianco, la dolce compagna di una vita che sforna torte di mirtilli, la festa della mamma, le chiacchiere nella jacuzzi, tutto questo potrebbe rivelare il suo lato oscuro. Quella figura alta e curva, che a pensarci bene ricorda quella di un orco, si sta già dirigendo verso il fienile per prendere la motosega.
A colazione ho capito subito che George temeva di avermi deluso. E in quel momento non aveva torto: mi chiedevo davvero che cos’avrei potuto scrivere. Allora mi ha portato a fare un giro sul lago, e mentre i nostri kayak scivolavano lentamente sull’acqua calma, mi ha parlato di alcuni dei suoi discepoli. Perché quello che lui si è limitato a immaginare, altri lo hanno fatto sul serio.
Per esempio lo stravagante magnate Richard Branson, il fondatore della Virgin, finito sui giornali per aver fatto il giro del mondo in pallone aerostatico o perché, in seguito a una scommessa, ha recitato la parte di una hostess su un aereo della sua compagnia. Branson racconta spesso che tutte le sue scelte nella vita e negli affari le ha fatte grazie al dado e sotto l’influenza di Luke Rhinehart. Lo cita come altri citano Lao Tze, Nietzsche o Thoreau: un grande emancipatore, un maestro di libertà. I lettori di un giornale londinese alla moda, Loaded, sono dello stesso parere: hanno eletto L’uomo dei dadi il romanzo più influente del novecento. Il direttore a quel punto ha avuto l’idea per un reportage, che ha affidato al giornalista più gonzo della redazione: seguire per tre mesi l’esempio di Luke Rhinehart, affidando ogni decisione al dado e raccontando cosa succede. I mezzi a sua disposizione erano, se non illimitati, sufficienti per realizzare quasi ogni capriccio: prendere un aereo per la destinazione più remota, andare a vivere nella baracca di un pescatore o affittare l’ultimo piano di un albergo di lusso, ingaggiare un sicario, pagare una grossa cauzione per uscire di prigione. A quanto pare il giornalista, un certo Ben Marshall, ha preso l’esperienza abbastanza sul serio da distruggere la sua vita affettiva e professionale e scomparire per diversi mesi senza dare più notizie.
“Un tipo strano, quel Ben”, mi dice George. “Può vederlo in Dice world, un documentario prodotto da un’emittente britannica nel 1999”. Non sapendo nulla di quel documentario, gli chiedo se ha il dvd e se possiamo vederlo insieme, ed ecco che, all’improvviso, George sembra imbarazzato. Dice che il documentario non è niente di che, e comunque non è nemmeno sicuro di averlo, ma io insisto talmente che ci ritroviamo seduti sul divano davanti al grande televisore del salotto, con il telecomando in mano, e il film comincia: in effetti non è niente di che, montato troppo in fretta, con faticosi effetti da videoclip, ma si vede questo Ben Marshall, che si è offerto volontario per giocare la sua vita ai dadi, ed è un giovane con la testa rasata, gli occhi fissi, i gesti nervosi, che spiega in modo molto convincente come si è fermato prima di diventare pazzo, perché rende pazzi, questa roba, è la cosa più eccitante del mondo ma rende pazzi, è importante saperlo.
Sembra uno tornato da molto lontano, un po’ dal paradiso, molto dall’inferno. E subito dopo chi si vede? Il suo ispiratore, il nostro amico George, o piuttosto il nostro amico Luke com’era quindici anni fa: il cappello da cowboy, il volto emaciato, lo sguardo laser, molto bello ma nulla a che vedere con il dolce nonnino che ho conosciuto. Con voce bassa, insinuante, ipnotizzante, dice fissando lo spettatore dritto negli occhi: “Conduci una vita insignificante, una vita da schiavo, una vita che non ti soddisfa, ma c’è una via per uscirne. Questa via è il dado. Lascialo fare, sottomettiti a lui e vedrai, la tua vita cambierà, diventerai qualcuno che non immagini. Sottometterti al dado ti renderà finalmente libero. Non sarai più nessuno, sarai tutti. Non sarai più te, sarai finalmente te”.
Sembra un carismatico telepredicatore evangelico, un predicatore pazzo in un romanzo di Flannery O’Connor, il capo di una setta ripreso subito prima del suicidio di massa dei suoi adepti. Fa paura. Mi giro verso il mio vicino di divano, l’affabile pensionato in pantofole con la sua tazza di tisana in mano, e lui mi guarda con il suo sorrisetto imbarazzato, il suo sorrisetto di scusa, la sua aria da stinco di santo, e mi dice che il Luke che abbiamo visto sullo schermo non è lui, ovviamente: è un ruolo che il regista gli ha chiesto di interpretare. Lui, George, non ci teneva molto, ma quello ha insistito, e allora visto che George non ama dare dispiaceri alle persone…Ann, che ci ascolta dalla cucina, scoppia a ridere: “Gli hai fatto vedere il dvd in cui fai lo spaventapasseri?”. E lui ride a sua volta, a un metro da me. Sarà, ma sullo schermo lo trovo spaventosamente convincente.
Su internet ho incontrato altri adepti del dado: uno a Salt Lake City, uno a Monaco e uno a Madrid. Tutti uomini: non ho una spiegazione, ma il dado è una roba da uomini, come il western e la fantascienza. Il tedesco mi ha detto: “Per scrivere un buon articolo sulla dice life l’unica soluzione è diventare dice man”. Stranamente la cosa mi ha spaventato, al punto che non ho osato affidare al dado neppure una scelta innocente come quella della mia destinazione. Così, dopo aver scartato Salt Lake City, sono andato a Madrid anziché a Monaco per la penosa ragione che preferisco Madrid a Monaco. Oscar Cuadrado, che è venuto a prendermi all’aeroporto, è un giovane grassottello, gioviale, molto simpatico. Sulla via di casa, guidando il suo fuoristrada, ha tirato fuori la battuta che cominciavo a conoscere: “Sembro gentile, ora, ma non sai cos’ha previsto il dado per questa sera, magari sarò un serial killer e tu finirai incatenato in cantina”.
Oscar abita con la moglie e la loro bambina in un’accogliente casa di periferia, sul cui prato abbiamo immediatamente consultato il dado: beviamo subito un bicchiere o aspettiamo la fine dell’intervista? Tre scelte contro tre, avremmo potuto anche giocarcela a testa o croce. La risposta è stata: subito. E ora cosa beviamo: una birra, del vino qualsiasi o la bottiglia che conservo per i diciott’anni della bambina? Due possibilità per la birra, tre per il vino qualsiasi e una sola per la bottiglia speciale, perché la aprirebbe comunque con piacere, non si protesta contro il dado, però ecco…
Alla fine è bevendo del vino qualsiasi – comunque molto buono – che Oscar mi ha iniziato alla sua pratica del dado. Non è un amante delle vertigini filosofiche o perverse. Come tutti, ha sentito parlare di persone che hanno mandato in fumo la propria vita dandosi ordini estremi come lasciare all’improvviso la famiglia, andare a vivere dall’altra parte del mondo e non tornare più, avere relazioni sessuali con animali o uccidere un passante a caso nella folla di una stazione indiana. Storie del genere circolano su tutti i siti dedicati al dado, a cominciare da quello che Oscar ha gestito per dieci anni, ma non lo interessano.
Lacan diceva che la psicoanalisi non è fatta né per gli imbecilli né per i mascalzoni, Oscar direbbe volentieri che il dado non è fatto né per gli aspiranti suicidi né per i pazzi. L’uso che ne raccomanda è un uso edonista, che permette di rendere la vita più divertente e insolita. Per fare questo, dice, bisogna rispettare tre regole. La prima è che bisogna sempre obbedire, sempre applicare la decisione del dado. Ma obbedire al dado significa in fin dei conti obbedire a se stessi, perché siamo noi a stabilire le opzioni del dado. Da ciò deriva la seconda regola, che riguarda il momento decisivo in cui si elencano le sei opzioni. Perché cercare sei modi di reagire a ogni sollecitazione della vita quotidiana ci obbliga a far lavorare la nostra immaginazione, ad analizzarci in profondità, a cercare di scoprire quello che desideriamo veramente. È una sorta di esercizio spirituale, che permette al tempo stesso di conoscersi meglio e di diventare più consapevoli delle possibilità quasi infinite della realtà. Secondo Oscar, bisogna considerare solo delle opzioni gradevoli, ma – e questa è la terza regola – bisogna che almeno una di queste opzioni sia un po’ difficile, che obblighi a superare una reticenza, a rompere la routine. Deve spingerci a fare qualcosa che normalmente non faremmo. Bisogna sorprendersi e perfino maltrattarsi, ma gentilmente, con tatto, è una questione di misura e di conoscenza di se stessi. Ogni volta che si lancia il dado, il desiderio deve tingersi di apprensione. 
Da quando, a diciassette anni, Oscar è capitato sulla traduzione spagnola dell’Uomo dei dadi, queste piccole sfide sono diventate per lui una seconda natura. Di professione è avvocato fiscalista, come suo padre, ma fare l’avvocato fiscalista non è esattamente uno spasso, e così grazie al dado è diventato anche importatore di vini, animatore di un sito internet, professore di go, grande conoscitore dell’Islanda ed editore del poeta mauriziano Malcolm de Chazal.
In che modo? Be’, in un primo momento si è detto che sarebbe stato interessante avere una relazione con un paese straniero, possibilmente lontano. Sei continenti, sei opzioni, ed è uscita l’Europa, poi restringendo il campo, l’Islanda. Benissimo. E ora con quale mezzo di trasporto avrebbe visitato l’Islanda? A piedi, in macchina, in autostop, in barca, in bicicletta, in skateboard. Temeva di scoraggiarsi se fosse uscito lo skateboard, ma per fortuna è uscita la bicicletta e non si è scoraggiato. Eppure non era mai andato in bicicletta. Ha imparato, ha fatto il giro dell’Islanda in bicicletta, si è perfino portato dietro la ragazza che sarebbe diventata sua moglie. È durante quell’avventura che il dado lo ha spinto a fare la proposta di matrimonio, che è stata accettata. In viaggio di nozze la giovane coppia è partita per l’isola di Mauritius, ma quello, riconosce Oscar, è stato un regalo dei suoceri, non del dado.
Sul posto però si è ripreso. Ha cercato qualcosa da leggere, un autore che avesse un rapporto con quel paese, o perché originario del posto o perché gli aveva dedicato un libro. La lista comprendeva Bernardin de Saint-Pierre, J.M.G.Le Clézio, Baudelaire, Conrad e il poeta Malcolm de Chazal. Bingo! Oscar ha perso la testa per De Chazal, una sorta di surrealista creolo che ha appassionato gente come Michaux, Paulhan e Dubufet. Oscar ha scoperto che non era stato tradotto in spagnolo, così al suo ritorno ha creato una casa editrice per rimediare. Non sapeva nulla di editoria, così come non era mai salito su una bicicletta, ma quando prende i libri dalla sua biblioteca per mostrarmeli capisco perché ne va fiero: sono magnifici. Riassume: “È attraverso Luke che ho conosciuto Malcolm e che adesso conosco te. È buffo no?”.
Arrivati a questo punto, con l’aiuto di una bottiglia decisamente migliore della precedente, siamo diventati molto amici, e sono pronto a confessargli il disagio in cui mi ha gettato la frase del suo omologo bavarese: per scrivere sulla dice life, bisogna essere un dice man. Io, però, non sono un dice man. Perché la mia vita mi va bene così? Per convinzione filosofica? O semplicemente perché non ho le palle? Poco importa, il fatto è che giro intorno a questa storia da due mesi e non mi sono ancora lanciato una sola volta.
“Prova”, dice Oscar, tirando fuori dalla tasca un dado che posa sul tavolo, in mezzo a noi. Scatta il panico, come se tra cinque minuti, senza capire come, dovessi ritrovarmi costretto a massacrare la mia famiglia colpi di machete o – versione più clemente – a scalare l’Everest in infradito. Ma no, quello che Oscar mi propone è solo di lasciar decidere al dado dove andremo a cena. La mia idea era di invitarlo in un buon ristorante del centro. “Molto bene, sarà la prima opzione”. Un’altra è che sia lui a invitarmi. La terza, andare nel ristorante più caro di Madrid e rilanciare il dado al momento del conto. La quarta, rimanere a casa. Prendo coraggio: la quinta, rimanere a casa ma preparo io la cena. Oscar sorride vedendo che mi lascio prendere dal gioco. Mi arrovello alla ricerca di un’ultima opzione più radicale. Dico: “La sesta sarà prendere la macchina e andare a cena, che so, a Siviglia”. Oscar annuisce: “Bueno, adesso lanciamo il dado”. All’improvviso ho molta paura che esca il sei, perché se esce sono sicuro che ci alzeremo, saliremo in macchina e andremo fino a Siviglia, che è pur sempre a quattrocento chilometri di distanza, e sono quasi le dieci di sera e ci siamo già scolati due bottiglie di vino rosso a 14 gradi. Lancio il dado e, fiuu, esce il cinque.
Ora, non cercherò di dipingervi le ore successive come un momento di grande trasgressione o di stravolgimento ragionato di tutti i sensi, ma la verità è che ritrovarsi a vacillare nella cucina di uno sconosciuto con un bicchiere in mano, aprendo sportelli e mescolando in una pentola più o meno tutto quello che capita sotto mano, è un’esperienza piuttosto divertente. Quando sono uscito dalla cucina con il mio brasato di manzo fumante ed esageratamente speziato, tutta la famiglia mi aspettava seduta a tavola. Mi hanno fatto i complimenti per il mio talento da cuoco e abbiamo tutti concordato sul fatto che giochi di ruolo come quello, in contesti un po’ tesi, sono un ottimo modo per rompere il ghiaccio. Bisognerebbe ispirarcisi per risolvere i conflitti internazionali, sarebbe interessante vedere l’effetto in Ucraina. Peraltro ho notato ancora una volta quanto le mogli dei praticanti del dado accettino con filosofia la mania dei loro mariti. In ogni caso Susana Cuadrado, come Ann Cockcroft, sembra non temere che la dipendenza dal caso possa trascinare la sua famiglia in una vertiginosa corsa verso sfide sempre più azzardate. Senz’altro hanno entrambe ragione di essere così fiduciose. Per quanto mi riguarda, continuo a pensare di avere ragione a essere diffidente.
“Caro amico, abbiamo il piacere di comunicarle la morte di Luke Rhinehart. Voleva che lei lo sapesse al più presto, per evitare che potesse preoccuparsi non ricevendo risposta alle sue email. Da qualche anno le amicizie su internet contavano molto per lui. Avrebbe voluto non morire per portarle avanti: la sorte ha deciso altrimenti. 
Luke non aveva paura della morte, anche se l’idea lo rendeva un po’ nervoso. La vedeva come un’esperienza inedita, simile al viaggio in un paese sconosciuto, all’inizio di un nuovo libro o di una nuova relazione. Gli piaceva riderne, ma gli piaceva ridere di tutto. Pensava che la prendiamo troppo sul serio, ma pensava che prendiamo tutto troppo sul serio. Aveva intenzione di inviarci un resoconto dettagliato di quello che avrebbe trovato una volta passato dall’altra parte. Sperava che questo resoconto ci avrebbe rassicurato e che ci avrebbe fatto ridere. Finora, purtroppo, non abbiamo ricevuto nulla.
Gli ultimi giorni di Luke non sono stati molto diversi dalle sue ultime settimane, dai suoi ultimi mesi, né in generale dagli ultimi trent’anni della sua vita. Per qualcuno che faceva l’elogio del caso e del cambiamento perpetuo, Luke era fedele a se stesso in un modo che potremmo trovare scoraggiante. Le persone che venivano a trovarlo per via dei suoi libri a volte erano deluse nello scoprire che era così attaccato alle sue abitudini. Anche quando tirava il dado, era sempre per fare più o meno le stesse cose.
‘Non c’è nulla di male nel fare sempre più o meno le stesse cose’, diceva. ‘Il punto è capire se vi piace. La maggior parte delle persone, purtroppo, non amano quello che fanno né quello che sono. È pensando a loro che ho scritto tutte quelle cose sul dado. Ma io sto bene così’.
Sua moglie Ann è rimasta al suo fianco fino alla fine. All’inizio dell’ultima settimana Luke le ha detto: ‘Sto morendo’.
‘Ah’, ha risposto Ann, sprimacciando i cuscini per farlo stare comodo.
‘Mi sembra una cosa interessante. In fondo non mi è mai successo finora’.
‘Ma è successo a un sacco di gente’.
‘Lo so. È un pensiero rassicurante. Tutte quelle persone che mi aspettano dall’altra parte e che potrò conoscere’.
‘Sempre che ne abbiano voglia’.
Luke ha guardato il soffitto con aria pensierosa: ‘Sarebbe una bella scocciatura’.
‘Sei il solito: hai sempre paura di scocciarti’.
‘Ti mancherò quando sarò morto?’.
‘Senti, ho passato quasi sessant’anni a brontolare perché ti avevo sempre tra i piedi, adesso brontolerò perché non ti avrò più tra i piedi. Tutto qua’.
‘Anche questo è un pensiero rassicurante’.
‘Certo che mi mancherai’”.
Quando ho ricevuto quest’email mi sono sentito, nell’ordine, stupito, triste e infine commosso. Avevo passato solo due giorni da George e sua moglie, ma mi ero affezionato a loro, davvero. E visto che avevo il loro numero di telefono, ho chiamato Ann per farle le mie condoglianze. Quando ha risposto era cordiale come al solito, contenta di sentirmi ma andava di fretta e mi ha detto che mi avrebbe passato George. Mi sono chiesto se fosse impazzita, o se fossi impazzito io, ho borbottato qualcosa a proposito dell’email che avevo ricevuto e lei mi ha risposto, come chi è abituato a questi piccoli malintesi: “Ah, l’email! Certo… Ma non si preoccupi: non è George che è morto, è Luke”.
George, quando ha preso il telefono, ha confermato: “Eh già, mi ero un po’ stufato di Luke. Sto invecchiando, sa. Amo ancora la vita: guardare che tempo fa dalla finestra quando mi sveglio, dedicarmi al giardinaggio, fare l’amore, andare in kayak, ma mi interesso sempre di meno alla mia carriera e la mia carriera è stata soprattutto Luke. Avevo scritto questa lettera perché Ann la mandasse ai miei corrispondenti dopo la mia morte. Conservavo il documento da due anni e un giorno mi sono detto che era arrivato il momento di mandarlo”.
Ah. Va bene. Gli ho fatto altre due domande. Prima di inviare quest’email, che era comunque piuttosto insolita, ha lanciato il dado? In ultima istanza, è stato il dado a decidere la morte di Luke? Sembra sinceramente sorpreso: “No, no. Non ci ho nemmeno pensato. Il dado può servire quando uno non sa quello che vuole. Ma se lo sa, a
che serve?”.
E ora la seconda domanda: come hanno preso la notizia gli altri destinatari dell’email? Dall’altra parte del filo sento la sua risata soffocata, maliziosa, da ragazzino burlone. “Be’, c’è chi ha trovato la cosa di cattivo gusto. Altri hanno pensato: tipico di George. Altri ancora: tipico di Luke. E lei, cos’ha pensato?”. [ * ]



(Emmanuel Carrere)



Luke Rhinehart, L'uomo dei dadi, Marcos y Marcos, 2015 [ * ]
I GRANDI CIMITERI SOTTO LA LUNA
post pubblicato in Bernanos, Georges, il 28 maggio 2016

L'autore del celebre "I grandi cimiteri sotto la luna" (1938) scritto in piena guerra civile spagnola aveva sostenuto, sia pur da lontano, la resistenza francese e la France Libre. Malgrado ciò, De Gaulle dovette insistere a lungo - in un suo telegramma del 1945 si legge: «il suo posto è in mezzo a noi» - prima che Bernanos si decidesse, il 29 giugno di quell'anno, a rimettere piede in patria. Il rientro dello scrittore fu un avvenimento per il mondo politico e culturale dell'epoca.
Il suo famoso pamphlet, sanguigno e indignato, aveva sollevato il velo sugli orrori della guerra civile, era diventato una vera e propria icona della letteratura politica militante e aveva accreditato l'immagine di un Bernanos antifascista. Molti giornali e riviste, soprattutto della sinistra, gli chiesero di collaborare. De Gaulle vide più volte lo scrittore e giunse ad offrirgli - sembra - il ministero della pubblica istruzione o un posto di ambasciatore. Nel corso di uno di questi incontri gli chiese che cosa pensasse della situazione politica del momento. La sua risposta fu lapidaria: «Sarò brevissimo. La Francia è nella merda, ma siccome lei è alto ne resta al disopra!». Per De Gaulle egli aveva stima e simpatia perché in lui, probabilmente, rivedeva il vecchio nazionalista, ma la situazione francese del dopoguerra lo angustiava profondamente e lo faceva soffrire.
Il rientro nel Paese da lui tanto amato fu, per questo e in un certo senso, soltanto episodico. Bernanos, infatti, che sarebbe morto pochi anni dopo, cominciò, pur svolgendo una intensa attività giornalistica, a viaggiare, in Europa e in Africa Settentrionale, e si stabilì in Tunisia sino al momento in cui, a fine maggio 1948, venne trasportato in aereo a Parigi per tentare un intervento chirurgico ormai inutile. All'inizio dell'anno precedente una sua conferenza alla Sorbona sul tema "Démocratie et Rèvolution" aveva suscitato un vespaio. In quella occasione, egli, col corpo già minato dal male ma con la sua caratteristica e ben nota foga oratoria, si volse al pubblico dicendo: «La parola democrazia non significa assolutamente niente per me. Mi chiedo se non sia la più sputtanata di tutte le lingue». Sembrò una provocazione, ma non lo era, perché il suo itinerario intellettuale e politico era stato sempre coerente. Malgrado le apparenze e le strumentalizzazioni politiche, che iniziarono proprio dopo la pubblicazione di "I grandi cimiteri sotto la luna". Il saggio si presentava come una dura condanna dei massacri di massa della popolazione di Maiorca ad opera dei falangisti, ma non era affatto un passo indietro rispetto alle sue posizioni monarchiche e antidemocratiche. Vi si ritrovano dichiarazioni più che eloquenti. Come, per esempio, questa: «Il democratico, in particolare l'intellettuale, mi sembra il tipo di borghese più odioso». O, ancora, le invettive contro la «democrazia sociale» accusata di avere «sfruttato l'idea di giustizia», contro la «democrazia parlamentare» imputata di avere «sfruttato l'idea del diritto», contro la «democrazia guerriera» che aveva «prostituito l'eroismo e l'onore». E, infine, la fosca previsione secondo la quale le «democrazie autoritarie» avrebbero finito per distruggere «il ricordo di ciò che fu la libera Monarchia cristiana». Sono parole che ben chiariscono il senso della polemica di Bernanos contro il fascismo e il nazionalsocialismo visti, da lui, come manifestazioni di totalitarismo o «democrazia totalitaria». Non è privo di significato il fatto che, all'inizio, egli avesse guardato con simpatia la rivolta contro la repubblica spagnola radical-socialista e avesse approvato la scelta del figlio di unirsi ai falangisti. Poi erano venuti i massacri e, quindi, la sua indignazione morale di cattolico tradizionalista. Non è un caso che l'ultima opera di Bernanos, "I dialoghi delle carmelitane", tratti un episodio della persecuzione religiosa durante la fase del Terrore all'epoca della rivoluzione francese: vi è espressa, forse, sotto metafora la condanna della persecuzione della Chiesa spagnola ad opera degli antifranchisti. Fascisti, nazionalsocialisti e comunisti erano, per Bernanos, accomunati da una stessa sostanza totalitaria che avrebbe finito per sacrificare l'uomo e distruggerne la libertà. Di qui, le sue invettive, anche degli ultimi anni, contro la «democrazia di massa», contro la «società tecnocratica», contro il «mito del progresso» e contro la «logica degli imbecilli», in particolare, degli «intellettuali-imbecilli». 
Allo scrittore francese è stata ora dedicata una nuova biografia dal titolo "Bernanos" (Perrin, pagg. 270) scritta da Philippe Dufay, già cimentatosi con altri lavori biografici su intellettuali contemporanei come Jean Giradoux e Jean d'Ormesson. Accolto con qualche riserva critica per la troppa indulgenza all'aneddotica, per le troppe sviste e anche per alcuni discutibili passaggi (come quello che affianca le posizioni antisemite di Cèline alle pagine dedicate da Bernanos a Èduard Drumont in "La grande paura dei benpensanti"), il volume non aggiunge nulla agli studi su Bernanos. Soprattutto, però, esso appare fuorviante e incapace di comprendere la complessità di un personaggio che non può essere liquidato con una risibile definizione («uno scrittore, un cristiano, un monarchico e un antisemita») o con una battuta («un ibernato congelato all'epoca delle Crociate e scongelato sotto la III Repubblica degli Affari Dreyfus, Panama e Stavinsky»). La verità è che Bernanos - oltre ad essere un gigante della letteratura francese, autore di opere indimenticabili come "Sotto il sole di Satana" o "Diario di un parroco di campagna" o, ancora, "Nuova storia di Mouchette" - è stato un pensatore politico di grande spessore e coerenza, anche quando si trovò a polemizzare con i suoi vecchi amici dell'Action Française. Di lui, Albert Camus, nel 1939 scrisse che era «stato tradito due volte»: dagli uomini di destra che lo avevano ripudiato perché aveva scritto che «gli assassinii di Franco lo avevano fatto fremere» e dai partiti di sinistra che lo acclamavano «malgrado la profonda antipatia» da lui nutrita nei loro confronti. E aggiunse, ritenendo necessario scriverlo «proprio in un giornale di sinistra», che «questo scrittore di razza» meritava «il rispetto e la gratitudine di ogni uomo libero» e che, come atto di deferenza, non lo si doveva annettere alla propria fazione.


(Francesco Perfetti)







Georges Bernanos, I grandi cimiteri sotto la luna, il Saggiatore, [ * ]



(apparso su "Il Giornale" del 16 aprile 2014 [ * ])


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SOTTOMISSIONE
post pubblicato in Houellebecq, Michel, il 11 giugno 2015
  

Nietzsche, con il suo fiuto da vecchia bagascia, aveva visto giusto: in fondo, il cristianesimo era una religione femminile. 
Invecchiando, anch'io mi riavvicinavo a Nietzsche, com'è senz'altro inevitabile quando si hanno problemi di idraulica. 
(Michel Houellebecq)
Come in tutte le utopie reazionarie, un soggetto in crisi, instabile, ritrova la sua armonia "andando a fondo", fino ad adagiarsi sul letto limaccioso della vita. Quì la regressione vitale è verso l'Islam, i suoi valori, la concezione della donna, un certo pragmatismo. Perchè tutto il resto, fallendo, ha tradito la fiducia che vi aveva riposto il protagonista del romanzo.
E se il gruppo dei fratelli Coucher e di Coulibaly anzichè colpire uno dei simboli della libertà di espressione avesse messo un'autobomba davanti a Notre Dame il cerchio si sarebbe chiuso. Perchè il vero obiettivo polemico di Houellebecq è il cristianesimo, contro cui l'Islam non è che semplice manovalanza. Sulla base del sillogismo che se la virilità del protagonista sta scemando per ragioni anagrafiche e il cristianesimo è nietzschianamente una religione svirilizzante, allora bisogna attaccare il cristianesimo. L'Islam è invece una religione maschile, "amica" degli uomini? L'autore lo concede, un po' semplicisticamente e apoditticamente. Sta il fatto, storico, che i mussulmani, almeno quelli fondamentalisti, attaccano i cristiani e i luoghi del cristianesimo, le chiese. Le donne non possono dire niente su questa dinamica interna maschile, per questo nell'Islam sono ridotte al silenzio.
Il protagonista di "Sottomissione" è senza radici. Il padre e la madre vivono lontano, non li vede da dieci anni e non prevede di vederli in futuro. Quando, dopo essere fuggito da Parigi per il timore di una guerra civile, vi ritorna dopo più di un mese, trova la corrispondenza che nel frattempo si è accumulata. Tra questa un telegramma che gli annuncia la morte della madre. Lo lascia cadere assieme all'altra posta ed è piuttosto preoccupato da una lettera di contenuto amministrativo.
Mi sembrano completamente fuori strada quelle interpretazioni che parlano di un esplicito desiderio da parte di Houellebecq di ritorno al patriarcato (vedi quì e quì). Non si penserà che quando l'autore descrive il professore universitario, collega del protagonista, sessantenne e vergine, a cui l'amministrazione islamica dell'università trova una moglie ventenne stia parlando sul serio! Houellebecq sembra piuttosto imbevuto di un caustico spirito illuminista, fa ricordare certe brillanti ironie settecentesche sul "Turco" e sembra dirci che l'eterna Francia voltairiana e miscredente è assolutamente inattaccabile e che non c'è alcun pericolo di una sua islamizzazione.
Come pure Houellebecq non ha nulla da spartire con quegli intellettuali di destra (cita Guenon, ma se ne potrebbero ricordare altri e il fenomeno non è limitato alla sola Francia) che sono transitati all'Islam, ritenendolo l'unico baluardo che difendesse ancora la tradizione contro la modernità. Mentre la deriva islamista di Houellebecq assomiglia molto più ad una deriva etilica di poeta o pittore francese di fine '800, sulla scia del suo mentore Huysmans.
Eppure tra le righe di questo libro appare come una chiave di volta per capire i rapporti con l'Islam. Il conflitto nasce da un ottenebramento reciproco, laddove si è incapaci di decodificare certi comportamenti altrui. E il punto focale sembra essere proprio la condizione della donna. Ma per tornare alla realtà da questo lieve e illuministico esorcismo del conflitto tra Islam e Occidente, non sarà un caso poi che il fondamentalismo se la sia presa con i vignettisti di una redazione dove l'autore contava molti amici. 
Houellebecq, un po' come un rabdomante, coglie delle tematiche che stanno nell'aria, molto attuali ma - e quì è l'insoddisfazione che lascia il romanzo - non dà alcuna soluzione ai problemi sollevati e non prende nessuna posizione. Perchè se i gender studies riguardano anche il maschile, questo romanzo ha il merito di affrontare e problematizzare il tema in quanto tale. Ma poi la risposta alla sua crisi: l'Islam, è soltanto uno scherzo, almeno a me così pare. Forse perchè tale crisi è un problema di sempre, non legato alla contemporaneità e questo permette all'autore di configurarne esiti paradossali. Dove anche s'intreccia il tema politico, perchè non c'è dubbio che la declinazione del maschile sia un tema di forte valenza politica. Houellebecq sembra prefigurare uno scenario reazionario per il futuro - seppure col sospetto del paradosso - e non sarebbe certo la prima volta che questo avviene nella storia. Sono i gender studies ad aver rimarcato, ad es., come il colonialismo fosse anche una risposta alla crisi del maschile nella società di massa e come la mitologia eroica e virile del fascismo rispondesse alla stessa istanza [ * ] [ * ].  
Tuttavia quasi a smentita del carattere fantasioso di questa previsione regressiva sul prossimo futuro c'è chi la prende molto sul serio ed anzi la vede già attuale, come la studiosa Bat Ye'or, che parla di Eurabia e Dhimmitudine. Come pure non si può evitare di fare raffronti tra questa e la situazione di fine '800 descritta nei libri di Zeev Sternhell sulla nascita francese dell'ideologia fascista [ * ] [ * ]  [ * ].
Il moderatismo della Fratellanza Mussulmana è solo tattico. E' del tutto evidente che essa mira ad un'islamizzazione integrale della società francese ma nessuno riesce a rendersene conto, non il partito socialista, non gli accademici che scendono a compromessi, nè tanto meno il protagonista del romanzo (solo gli "identitari" vogliono la guerra civile ma appunto non si deve sapere). In teoria non sarebbe neanche il caso di parlare con gli islamici e con coloro che scendono a compromessi, per la doppiezza della loro posizione e del loro eloquio. E qual è invece la merce di scambio per la richiesta "sottomissione"? Appunto per il protagonista senz'altro la donna, collegata com'è sempre stato nella sua vita allo status professionale, che la conversione all'Islam garantisce. Una soluzione "amministrativa" al declino biologico, quindi una soluzione apparente ma va bene così perchè tutta la società (e la società islamica e l'Islam stesso) è apparente. "Sottomissione" vuol dire addivenire ad un'apparenza di sottomissione, ad un rito. Una soluzione tutto sommato comoda: un volontario sacrificio della propria libertà, un abito penitenziale indossato con rigore, un silenziarsi. Così sarebbe se - come s'è detto - dietro le spalle del protagonista del romanzo non si avesse l'impressione che l'autore si faccia beffe di tutto, come in una regle de joeu, che rappresenta una commedia molto francese.


(Carlo Verducci)







Michel Houellebecq, Sottomissione, Bompiani, 2015 [ * ]



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LA VERITA' SUL CASO HARRY QUEBERT
post pubblicato in Dicker, Joel, il 22 settembre 2013
  

Prima della fine ufficiale dell’estate vorrei segnalare questa lettura tipicamente estiva, un lungo giallo il cui autore – un ginevrino non ancora trentenne – viene già celebrato in Francia e non solo come l’autore di un romanzo prodigioso. Al di là degli entusiasmi fuori misura “La verità sul caso Quebert” ha già scalato le classifiche italiane e si è collocato facilmente tra i libri più venduti di questi ultimi mesi (complice l’estate appunto, che avvicina al genere anche lettori altrimenti abituati ad altro). La storia si sviluppa in una piccola cittadina del New Hampshire e racconta della scomparsa di una giovane ragazza – Nola Kellergan - nell’estate del 1975; le indagini, pur condotte con tutti i mezzi a disposizione, non danno alcun risultato. Nelle primavera del 2008 il cadavere della ragazza viene trovato nel giardino della villa di uno scrittore famoso negli USA, Harry Quebert, che all’epoca della scomparsa aveva avuto una relazione, forse platonica forse no, con Nola. In aiuto dello scrittore sotto accusa dopo tanti anni arriva un suo allievo, diventato anche lui scrittore di successo, Marcus Goldman, che diventa il protagonista principale e l’io narrante della storia. Marcus dopo oltre trent’anni deve tirare fuori dai guai il suo maestro di una volta, trovando il bandolo di una matassa che si rivela sempre più complicata. Nel corso del lunghissimo racconto, che ha il merito di mettere a nudo con rara efficacia la vita di una “tranquilla” provincia americana, si affacciano diverse soluzioni del giallo – per la verità tutte credibili e ben articolate – che vengono però smontate un pezzo dopo l’altro, lasciando sempre nel ruolo di principale sospettato il maturo e fascinoso scrittore. La soluzione del micidiale intreccio arriverà comunque e non deluderà il lettore, conquistato, stupito ed anche un po’ tramortito. Se c’è una critica da muovere a questo romanzo è nella sterminata lunghezza; due o trecento pagine potevano esserci risparmiate senza alterarne la validità e l’equilibrio ed evitando al lettore in vacanza di portarsi appresso l’equivalente di un comodino. Ne valeva la pena? Tutto sommato penso di si, perché non tradisce le migliori aspettative di questo genere letterario.



(Girolamo L'Occaso)







Joel Dicker, La verità sul caso Harry Quebert, Bompiani, 2013 [ * ]

LEGGERE CELINE PENSANDO A BUCK
post pubblicato in Celine, Louis-Ferdinand, il 15 giugno 2013



si era distesa in direzione del ricordo
il muso rivolto al nord da cui veniva
fedele ai suoi boschi alle giovani fughe

allungata dolcemente sui sassi, è morta
oh molto discretamente senza lamenti
una postura assai bella, slanciata, in fuga
però su di un fianco, stremata. Ne ho viste
di agonie ma nessuna così bella, discreta
fedele

(quel che danneggia l’agonia degli uomini
è il palcoscenico



I versi mi sono derivati dalla lettura di un brano dell’opera di Celine Da un castello all’altro e sottolineano, a partire dalla sensibilità e dall’arte di un osservatore privilegiato, la semplicità, la naturalezza, l’autenticità presenti nell’agire animale anche nei momenti più difficili.
Chiunque abbia avuto la fortuna di avere un rapporto vero, direi paritario, con un animale domestico o selvatico sa quanto gli umani abbiano da imparare in questo senso da loro. Noi così condizionati dall’immagine, dalla vetrina, oggi ancora più che per il passato…
La vitalità, la trasparenza delle reazioni di un animale, pur domestico, non di rado aiuta chi vi si relaziona con qualche purezza di cuore a capire qualcosa in più anche di sé. E lo riconcilia con la parte più profonda del suo essere vivente, in una sorta di "etica animale" che accomuna uomini e animali delle più varie specie, ognuno a suo modo in relazione con gli altri.
Eppure gli umani molto spesso non ripagano gli animali della stessa moneta. Ovvero la moneta con cui hanno saputo pagare finora ha un valore che per la natura è spesso un disvalore.
Non sono riuscita a leggere un libro di Tiziano Terzani che mi è stato regalato perché, aprendolo come sempre in un punto qualsiasi per un assaggio, son capitata sulla descrizione di un pranzo in un ristorante orientale: al centro della sala da pranzo è posizionata una gabbia che racchiude gli animali a disposizione dei commensali (anche nei nostri ristoranti talora si possono scegliere, tanto per fare un esempio, i pesci dentro un acquario), uno sceglie di farsi cucinare i palmi delle mani di una scimmia, mangia la sua gustosa bistecca, la scimmia continua ad essere lì nella gabbia e urla tutte le volte che qualcuno si avvicina…In larghe zone del mondo abitato dagli umani anche i cani sono inclusi nel menù.
Sì, uno dei nodi culturali che sento in modo maggiormente critico è quello del cibo animale, del cibo cioè che per essere mangiato richiede morte o sofferenza di animali. E un allevamento industriale dimostra oggi come l'impulso economicista alla base del capitalismo porti nel tempo ad erodere le basi morali della società. Becchi mozzati, code strappate, impianti in cui si macellano 400 vitelli all’ora...Le condizioni imposte dagli allevamenti industriali vanno messe in discussione, in nome di quell' etica "naturale" che per millenni ha orientato la vita dei giusti sulla terra. A partire dalla convinzione che il discrimine tra umano e inumano sia la sensibilità verso chi è inerme e "senza voce".
Quasi nessuna voce hanno ancora anche nel nostro mondo culturale gli animali da lavoro che invecchiano. Perché meravigliarsene in un mondo nel quale non si riescono a tutelare nemmeno gli uomini e le donne che invecchiano dopo una vita di lavoro?
Infatti non ci meravigliammo quando lo trovammo nel bosco, con il collare a strangolo, denutrito da far paura, con due zampe fratturate e gli occhi di una tristezza senza speranza, il segugio di pelo riccio. E' invecchiato con noi. E' un bel cane zoppo che talvolta sembra sorrida.
Non so se sia per questo, più probabilmente qualcosa nel linguaggio usato mi ha toccato, ma non mi è riuscito di leggere e passar oltre. Dunque leggete per favore anche voi quel che scrivono Isabella e Mizzy di Buck (quì), ribattezzato sir Duke (anche solo per apprezzarne l'appassionata partecipazione). Perché, se per i grandi problemi quel che ognuno di noi può fare non è molto, la soluzione di qualche situazione problematica individuale potrebbe essere alla nostra portata.




 
1) Louis-Ferdinand Céline è lo pseudonimo (Céline era il nome della nonna materna) dello scrittore francese Louis Ferdinand August Destouches, conosciuto soprattutto per l'opera Viaggio al termine della notte.
2) E' quanto ho dedotto dalla lettura di Il dilemma dell'onnivoro di Michael Pollan, il quale offre una terza possibilità al dilemma che invita a rifiutare la carne o a far finta di non vedere il macello: che le mura dell’industria della carne diventino trasparenti, in modo reale (grandi pannelli di vetro a contenere i macelli) e anche metaforico. La sfida per chi voglia mangiar carne sarebbe allora esser capaci di di uccidere in modo più veloce e meno doloroso di quanto potrebbe avvenire in natura.
3) Lo fa in modo molto efficace Jonathan Safran Foer in Se niente importa perché mangiamo gli animali?, Parma, Guanda 2010

 
(Marcella Corsi)
.
vedi quì


   


 
Louis-Ferdinand Celine, Da un castello all'altro, Einaudi, 2008 [ * ]
INTERVISTA SU AMELIE NOTHOMB
post pubblicato in Nothomb, Amelie, il 29 gennaio 2013
 

Luciana Raggi - Amélie Nothomb è certamente un’autrice originale, sia per lo stile che per le storie che racconta, in particolare perché sono ricorrenti alcune problematiche che potremmo anche chiamare “ossessioni”. Nel suo libro (Domenico Treccozzi, Amélie Nothomb o il corpo espiatorio, ed. Zona, 2011 [ * ]) ha rilevato, con argomentazioni a mio parere convincenti, la stretta connessione fra le esperienze vissute dall’autrice nell’infanzia e nell’età adolescenziale e queste ossessioni. Ha inoltre rilevato l’altrettanto interessante connessione fra le stesse ossessioni e il suo stile di scrittura. Vuole parlarcene?

Domenico Treccozzi  - La cosa che innanzi tutto cerco sempre di chiarire, quando parlo dei romanzi della Nothomb, è che bisogna leggerli come parti di un piano generale che potremmo chiamare la sua grande favola personale. Nel mio libro ho cercato di evidenziare come ogni romanzo possa essere letto nella versione di un particolare modo di sentire dell’autrice. Ossia, qualcosa che sta al posto di qualcos’altro e che, seguendo l’indicazione della psicoanalista Louise J. Kaplan, ho perciò chiamato «autobiografia come feticcio» (sebbene in Falsi idoli la Kaplan parli di «biografie come feticcio»). Questa sensibilità dolorante funziona da motivo d’ispirazione e conferisce alla scrittrice un certo non so che di particolare da cui deriva la sua fascinazione. Abbiamo ad esempio il trauma del regno perduto dell’infanzia e quello del primo ciclo mestruale, lo shock pulsionale riferito al desiderio di natura sessuale per il giovane inglese, il turbamento riferito al cambiamento del corpo nell’adolescenza e l’insidioso antagonista della coscienza. Ed è per questo che il doppio non è semplicemente il nemico in quanto altro, ma appartiene ad una costellazione in cui transitano molte parti di sé. Potremmo anzi dire che i suoi romanzi prendono corpo proprio da queste ossessioni – materiale grezzo, vale a dire non completamente elaborato – di cui Amélie si serve per le sue sinistre creazioni. Pertanto, quando Amélie dice che l’io non è solo un altro ma molti altri, dobbiamo pensare a questi altri come ai persecutori che perciò stesso sono puntualmente messi a morte nel finale. Quanto invece alle connessioni tra quello che ho chiamato il suo stile minimalista di scrittura e le ossessioni, è tutto in linea con quello che si può dire il copione anoressico. La tensione interiore, conseguente al perturbante che alberga dentro di sé dev’essere eliminata e questo avviene attraverso un meccanismo che gli psicologi chiamano acting out, un modo di pervenire alla purificazione del proprio essere dalla contaminazione, stabilendo la supremazia dell’ideale, etereo e immateriale su tutto il resto. Questo significa la liquidazione della parte maledetta nel giro di appena cento pagine. La distanza che c’è tra l’inizio e la fine è talmente breve da lasciar pensare che la tendenziale corsa verso la conclusione possa avere una relazione con il desiderio di quiete che Freud ha chiamato istinto di morte.

Luciana Raggi - L’autrice è abbastanza giovane ma sono usciti più di venti suoi libri e sicuramente continuerà a pubblicarne uno all’anno, frutto dell’assiduo lavoro di scrittura che, a digiuno, affronta per quattro ore ogni mattina. Pensa che la grafomania della Nothomb sia causata da altre motivazioni oltre a quella, indiscutibile, del guadagno economico assicurato dalla sua fama?

Domenico Treccozzi - Quando si può dire che uno scrittore è grafomane? Per quanto ne sappiamo, Amélie dice di scrivere tre libri all’anno, di cui però uno soltanto sarà il candidato, scelto per esserepubblicato. Ma facciamo un calcolo. Se consideriamo all’incirca le cento pagine di ogni romanzo e le sommiamo per tre (i romanzi che dice di scrivere in un anno), abbiamo circa trecento pagine in totale. E trecento pagine in un anno non sono un indicatore sufficiente per poter dire che abbiamo di fronte una grafomane. Ma c’è dell’altro. Il tempo che Amélie dedica alla scrittura è di quattro ore al giorno. Dopo una tazza di tè kenyota dice di scrivere in preda ad un’ispirata eccitazione, al termine della quale il testo non ha bisogno di revisioni. Ora, se a quello che abbiamo già detto sommiamo una scrittura di getto e il fatto che l’autrice non rivede niente di quello che ha scritto, Amélie non è una scrittrice prolifica, così come si dice per fare scalpore, ma una scrittrice che, per quanto tempo dedichi alla scrittura, produce fin troppo poco. Quanto poi al fattore guadagno, eccoci di fronte allo scandalo affascinante, offerto a piene mani per la meraviglia di tutti. Siamo già in un campo che è quello dell’immagine e di operazioni di marketing. Siamo nell’epoca delle confessioni e il mercato del desiderio prevede che quanto più le storie di vita privata sono dilaniate tanto più sono destinate a suscitare commozione melodrammatica e ad essere divinizzate. 

Luciana Raggi - Amélie Nothomb è amata come una pop star, è un fenomeno. Dalla lettura del suo libro mi pare di aver capito che secondo lei è un personaggio molto costruito. Vuol spiegarci perché pensa questo?

Domenico Treccozzi - Qui abbiamo a che fare innanzitutto con l’estetica, una tendenza che oggi sembra puntare sempre più all’estremo. La cosmetica è il trucco che si usa quando si vuol mettere un prodotto sul mercato perché sia venduto. Ed ecco entrare in ballo Daniela Di Sora – l’editor della Voland, la casa editrice che in Italia pubblica Amélie Nothomb – che in un’intervista ci tiene a lasciarci immaginare le prodezze dell’artista della fame quando si nutre di cibi in via di decomposizione. Questo serve ad avvolgere il personaggio in questione di un certo gusto per il morboso, riscuotendo il successo sulla base di un fremito avido di sensazioni. La religiosità popolare, l’ingenuità e la credulità fanno ancora parte di noi e della modernità. Ma io ci terrei davvero a vedere Amélie che mangia alimenti non più buoni, andati a male, guasti, marci o in putrefazione, tanto per usare un termine caro a questo milieu culturale alla ricerca dell’estremo. Se Amélie Nothomb ha riscosso successo credo che sia per via del suo modo di parlarci di sé in maniera umoristica e autoderisoria. Questo fa di lei una vittima. Bisogna infatti collocarsi dal punto di vista di chi recita la propria sconfitta – come fa il clown – per far ridere di sé. È per questo che tutti si identificano con la sua storia! Perché tutti, almeno una volta nella vita, siamo stati vittime di qualcuno o di qualcosa. E poi come si fa a non prendere a cuore la sua confessata debolezza esistenziale? Il motivo della vittima è rilanciato a più riprese ma senza indugiare troppo sugli aspetti più agghiaccianti e macabri della sostanza. Insomma, Amélie non fa altro che parlarci di sé e non c’è un solo romanzo in cui non abbia messo in scena un’operazione di questo tipo. Neanche Acido solforico, un romanzo che si sarebbe portati a pensare centrato più sul versante della critica alla società spettacolare, sfugge a questo desiderio di sé della civetta. In questo romanzo, la persistenza dell’interesse autoreferenziale, dice tutta la malafede della pretesa onestà sentimentale dell’autrice. Un aspetto che non poteva neanche essere messo a fuoco da un critico come Francesco Muzzioli che, in La catastrofe della modernità, la modernità della catastrofe * ], annovera a torto questo romanzo nella serie di scrittori che hanno trattato il genere della distopia in letteratura. Il motivo per cui non credo che Acido solforico possa rientrare a pieno in questa sua antologia è che in questo romanzo non si prefigura uno scenario da fine del mondo né quello della fine della società dello spettacolo, ma è l’ennesima messa in scena della vittima con cui Amélie si è identificata per non dover dichiarare altro. Non ricordo dove ma da qualche parte Nietzsche ha detto che scrivere può anche essere un modo per non dire l’essenziale. E l’essenziale in Acido solforico è, secondo me, il fatto che Amélie cerca di camuffare l’invidia segreta per i protagonisti dei reality e il risentimento nei confronti degli spettatori, che sicuramente non sono i migliori candidati a leggere i suoi romanzi, grazie ai quali però ha giocato la sua rivincita. Viceversa, se si pensa ad Acido solforico come ad un romanzo davvero staccato dall’interesse personale della scrittrice, si sfugge e si fa sfuggire di vista il fatto, semplice ma sostanziale, che i deportati di pace, nella realtà dei reality, sono volontari, persone che mettono in scena il proprio esibizionismo. Ma nel romanzo noi leggiamo che i telespettatori sono più colpevoli delle vittime. Perché? Nessuno se lo chiede. Eppure le vittime di Concentramento sono nella realtà colpevoli di esibizionismo quanto i telespettatori lo sono di voyeurismo! Questo dovrebbe farci capire che la scrittrice ha usato una metafora storica per ridare corpo al suo orgoglio, ferito per il fatto di dover fare qualcosa come scrivere al fine di conquistarsi quei favori che altri – i protagonisti dei reality – si sono accreditati con poca spesa.

Luciana Raggi - Amélie Nothomb nella vita pubblica e privata ha comportamenti bizzarri. Quanto, secondo lei, questi aspetti, non legati strettamente alla scrittura, hanno condizionato e condizionano il suo successo?

Domenico Treccozzi - Anche in questo caso io vorrei vederci un po’ meglio. Se nel mio libro non ho pensato di inserire un’intervista all’autrice in questione, è perché a me non interessava altro che quello che potevo leggere direttamente dai suoi romanzi. I testi e nient’altro che i testi stessi sono stati la bussola che mi ha orientato in questa specie di “giallo psicologico”. A dire la verità, non trovo che la vita privata di Amélie sia poi così trasgressiva come lei dice. Non c’è infatti nessuna rivendicazione lesbica, così come sembra ammiccare timidamente in alcuni romanzi; e non c’è neanche una rivendicazione della sessualità in generale – né etero, né omosessuale – o del piacere in particolare. Questi aspetti sono appena accennati, sfiorati e accarezzati secondo lo stile, a quanto pare, di una ragazza per bene, da cui trapela una certa sessuofobia e un’ascesi letteraria il cui ideale è di tipo ereticale. Atteggiamenti che fanno parte del copione anoressico e che, in quanto hanno la funzione di impressionare, costituiscono al tempo stesso quell’esca sentimentale a cui i fan tendono ad abboccare. La mia opinione è che nei suoi romanzi non ci sia niente di veramente trasgressivo. L’erotismo è letteralmente espurgato e fatto oggetto di persecuzione. Cosmetica del nemico è in questo senso un romanzo emblematicamente dedicato ad un’operazione di purificazione. Dunque, come si può vedere, l’immaginario della Nothomb è puritano, autarchico, claustrofobico. Insomma, abbiamo a che fare con un’adolescente che, mettendo in gioco il suo mondo interiore, si compiace di lasciarsi guardare mentre gioca a guardia e ladri con i suoi persecutori. Quanto al modo di vestire, al cappellaccio, al rossetto e al biancore cadaverico…quello che posso dire è che nel mio libro ho tenuto a debita distanza questo genere di cose – di cui, tra l’altro, si è sufficientemente occupata la stampa. Sulle riviste, sui giornali o nelle interviste non si parla d’altro. Ma non solo. Quello che è ancor più incredibile è che non vi sia alcun interesse di andare a fondo per cercare di capire cosa c’è sotto. È incredibile ma è così. Il mio libro è perciò destinato sin dall’inizio a quello che si può dire un successo catastrofico. In primo luogo perché in Italia non c’è un particolare interesse per la critica letteraria; poi perché costringe il lettore e la lettrice occasionali a fare i conti con un testo che, a differenza dei romanzi della Nothomb, non si lascia liquidare facilmente; e in terzo luogo perché l’argomento in questione – il desiderio – ha implicazioni fortemente personali. Anche se questo è un problema che entra in gioco solo una volta che ci si sia familiarizzati col testo.

Luciana Raggi - Qual è, secondo lei, il libro migliore e quale il peggiore di Amelie Nothomb?

Domenico Treccozzi - Sicuramente Igiene dell’assassino. Intanto perché è quello più fitto, poi perché contiene tutta la metafora della favola noir della scrittrice e infine perché ha la coerenza micidiale di certi killer seriali che in un modo o nell’altro lasciano tracce che mettono sulla propria pista al fine di essere scoperti. Igiene dell’assassino si offre dunque come un “giallo psicologico”, romanzo in cui Amélie si denuncia apertamente, senza che nessuno, fin qui, sia stato capace di rendersene conto. Il romanzo più deludente invece è indubbiamente Uccidere il padre. A parte la citazione di Huxley e lo stesso titolo, è quello che vola più basso di tutti. La citazione di Huxley in quest’ultimo romanzo, secondo cui le persone davvero morte sono gli ostinati, ci invita a scandagliare più in profondità. Amélie sta dichiarando a chiare lettere di essere dunque morta perché ostinata. Il sospetto della messa a morte del Dio-padre ci deriva dal fatto che, l’unica volta in cui Amélie ce lo presenta, ce lo fa vedere non a caso de-caduto in una fogna. Inoltre, si veda l’equivalenza tra il ministro che in Diario di Rondine Urbano deve uccidere e quella del diplomatico Patrick Nothomb; e poi si veda l’ambiguità della figura del professore in Libri da ardere – sola pièce teatrale non a caso dedicata al padre –, per metà figura di precettore, tuttavia carica di lascivia sessuale; e per finire si veda anche il ruolo del Capitano Loncours, a cui è attribuita l’immagine del serpente, simbolo di seduzione e intelligenza e il rapporto di tipo cerebrale che Amélie dice di avere con suo padre in Biografia della fame. È questa ostinazione, che nel mio libro ho tradotto nella versione dell’eterno ritorno dell’identico, ad essere in relazione con l’assassinio fondatore, perché il padre è il primo nemico. L’espressione corpo espiatorio usata per il mio libro trova qui un livello più profondo di spiegazione. A fronte della fantastica infrazione del tabù originario (il parricidio), l’enormità della trasgressione si rovescia in un sistematico meccanismo di autodistruzione. Così, una volta posto che l’io e l’altro, nella dimensione interiore, sono sempre la stessa cosa, il conflitto che non può essere agito nella realtà può solo implodere in maniera sacrificale, vale a dire nel martirio di sé. Insomma, la problematica adolescenziale relativa all’individuazione, non è del tutto superata e impegna ancora Amélie a combattere con i suoi mostri.

Luciana Raggi - Ed ora vuol spiegarci appunto il titolo del suo libro: Amélie Nothomb o il corpo espiatorio e la relazione tra questo e il cibo, il sesso, gli altri, la religione, la morte?

Domenico Treccozzi - È evidente, dalle domande, che la sua conoscenza dei romanzi della Nothombè pressoché completa. Questo ci aiuta a capire meglio ciò di cui stiamo parlando. La prima cosa che mi viene da pensare è che ogni romanzo, come lei ha ben osservato, è una specie di emanazione dello spirito dell’autrice. È per questo che la stessa Amélie può parlare dei suoi libri-feticcio come di figli-fantoccio, che partorisce ogni anno dopo un’idea che l’ha ingravidata. Il titolo del libro riprende l’evidente motivo del capro espiatorio. Il riferimento, in particolare, va a René Girard – critico letterario, antropologo, filosofo e storico delle religioni [ * ]. Nell’ottica girardiana, la violenza è il risultato con cui tutti noi, prima o poi, siamo costretti a fare i conti. Tuttavia, poiché l’interdizione della stessa violenza ingenera il risentimento – vale a dire quell’affezione dell’essere che non può ottenere soddisfazione nella vendetta – la forma autoinflitta nei termini della vittima espiatoria si configura come il risultato dell’inospitalità radicale dell’io. Se diamo uno sguardo ai romanzi di Amélie ci accorgiamo che la concezione dell’amore ha più a che fare con l’esaltazione del proprio modo di amare – e dunque con un amore di tipo narcisistico – che con l’amore dell’altro. Le immagini dell’odio e della morte opposte come ostacolo agli occhi dell’altro inducono così quel sacro timore e tremore che la divinità tragica spera di suscitare. Il tentato suicidio a soli tre anni, i sabotaggi d’amore, Tach, Palamède, Pompei come metafora del corpo distrutta sotto la cenere e la lava del Vesuvio, il doppio mostruoso e persecutorio nella vicenda Angust/Texel, Ethel, Loncours, tutti i gli attori di teatro di Libri da ardere, il preteso Innocenzo di Diario di Rondine o la stessa Amélie nella scena finale di Dizionario dei nomi propri si presentano come le parti di sé – tra cui il fantasma del padre – messe a morte nei romanzi. Un dispositivo, caricato della negazione dell’altro corporeo, sembra avere ripercussioni anche nei sentimenti di odio nei confronti dell’altro percepito come persecutorio. Il sistema della persecuzione prevede infatti che quanto più si odia tanto più ci si condanna ad essere perseguitati. La sconfitta che Blanche infligge a Christa fa sì che una volta sparita dalla scena esteriore, questa ritorni ad abbattersi dentro di sé, facendo girare l’intero “romanzo personale” della Nothomb come un sofisticato sistema di persecuzioni e contropersecuzioni. Ecco quindi la rappresaglia dell’io psichico e la controrappresaglia del corpo, quella della coscienza e del suo doppio e quella dell’io e dell’altro avvitarsi fino all’espulsione di una o di tutte le parti in scena, come succede ad esempio in Libri da ardere. È per questo che la formula migliore per rappresentare la dimensione interiore della Nothomb – così come lei stessa dice in Sabotaggio d’amore – è quella dell’Io che vive nella guerra. È in questo senso che si può trovare un’equivalenza tra lo stile minimalista in letteratura e l’estetica anoressica nella vita, perché in entrambi i casi l’imperativo categorico è quello di un essere che annuncia il suo ultimo desiderio, lasciandosi contemplare nell’esibizione di un rifiuto capace di essere pieno di vuoto. Se la letteratura è il luogo privilegiato in cui si ritira l’energia spirituale, incarnare la particolarità assoluta significa allora superare la concorrenza rivale. Questo significa puntare sulla passione della differenza, sulla ricerca della distinzione e sul pathos della distanza che funzionano come l’epifania, l’incarnazione di un essere a parte. Un essere unico, esclusivo, che annuncia il proprio non-essere come orgoglio più estremo. È per questo che i temi della religione e della morte, presenti nei romanzi della Nothomb, sono l’espressione di un atteggiamento che è al tempo stesso mistico e apocalittico. Quanto alla questione del corpo, è molto antica. Nella nostra concezione il corpo è legato alla materia e al peccato, a ciò che deperisce e non può essere trasceso che con uno slancio dell’anima. È per questo che l’eterno conflitto, messo ripetutamente in scena nei romanzi della Nothomb, richiama in causa una specie di visione manicheista ancora preponderante nel nostro immaginario moderno. Si spiega così il fatto che se i personaggi dei romanzi non accettano il proprio corpo è perché sono il riflesso della propria madre. È Amélie infatti a non accettare se stessa, il suo corpo, il suo aspetto, condannandosi al risentimento per l’invidia patita nei confronti della vera bellezza. Si pensi ad esempio alla posa anticonformista giocata in Attentato o a quella presente nella novella dal titolo Leggenda forse un po’ cinese. Ora, se in entrambi i casi è il gusto del brutto ad avere la meglio è perché siamo di fronte ad una strategia dell’orgoglio, che cova nel risentimento e parla apposta contro il desiderio della bellezza perché non riesce a capitalizzarla. È per questo che se nei suoi romanzi Amélie appare condannata a desiderare, lo fa adottando l’umiliazione masochista, come può essere nel caso di Antichrista o nel caso di Sabotaggio d’amore e di Stupore e tremori oppure all’insegna del risentimento e della vendetta, come nel caso di Attentato, Diario di Rondine e Viaggio d’inverno, tanto per fare qualche riferimento. Grazie a questa operazione di trasfigurazione dei valori Amélie può mascherare la sua rivolta e superare l’ordine terreno della materia attraverso l’investimento ideale della scrittura che le restituisce un surplus di vita inestimabile. Quanto alle colpe che Amélie si compiace di espiare nella sua personalissima via crucis teatrale…sono sotto gli occhi di tutti, stampate nero su bianco e ormai in diverse lingue. Basti pensare all’universo interiore di tipo depressivo, conseguente alla perdita del regno dell’infanzia. Non dobbiamo dimenticare che la nostra “piccola peste” ha invidiato da morire le bambine che in Giappone venivano trattate come divinità e che a questo obiettivo ha dedicato tutti i suoi sforzi futuri. E poi c’è il torto della madre che rifiuta di darle tanto più amore, l’umiliazione e la derisione masochistica a cui si espone agli occhi di Elena, di Christa e di Fubuki, fino al disprezzo del proprio corpo nella prima adolescenza. Sono queste le colpe da espiare sulla carta per trionfare sugli altri con una vittoria a rovescio. Una rivincita letteraria che, in Metafisica dei tubi, si può riassumere nell’atteggiamento degli assediati di Okinawa, i quali preferiscono gettarsi nel vuoto piuttosto che arrendersi al nemico. La stessa cosa che fa il Capitano Loncours, offeso e vilipeso dalla divina intraprendenza dell’infermiera Françoise che è stata capace di usurpargli il posto di persecutore. È in questi termini che vediamo transitare da una parte all’altra certi motivi di romanzo: dalle voci, al «buco», al «foro interiore», al «vuoto che attanaglia», fino alle tre carpe ricevute in regalo per il suo terzo compleanno, ai tre gatti di Textor e a certe figure che incarnano la magrezza sublime dell’anoressica, come nel caso di Hazel, di Marina, di Blanche e di Plectrude. Anzi, quando sembra di leggere la fine di un romanzo e poi lo si vede ricominciare da un’altra parte, è come se ognuno di essi fosse parte di un tutto, il “romanzo personale” che è poi l’intera «autobiografia come feticcio» di Amélie Nothomb.

Luciana Raggi - Perché pensa che nei romanzi di Nothomb la seduzione sia sempre ispirata al principio del male e ad un tipo di logica perversa?

Domenico Treccozzi - Sì, credo che nell’intero “romanzo personale” della Nothomb ci sia una rivincita ispirata all’ironia sadica conseguente a un deliberato decadimento masochista. Se scrivere equivale a rivolgere agli altri il proprio appello, questo è quello che è costretta a fare anche Amélie. Non fosse altro che per riscuotere quell’ammirazione di cui è sempre andata a caccia. L’esca sentimentale e il ricatto in amore, propri del copione anoressico, sono infatti una strategia per non dover desiderare. Da qui l’intelligenza sofisticata con cui Amélie ha sedotto alla sua scrittura, la simpatia per il male e una logica perversa non soltanto di pensiero ma anche del desiderio. Dopo aver ricominciato a mangiare, Amélie si ripromettere di recuperare la sua rivincita spirituale e di vivere a partire da un corpo destinato ad essere distrutto. La scrittura è l’arma formidabile fatta apposta per un impresa di questo tipo: vivere a patto di distruggere il corpo sulla carta. Scrive quindi il suo romanzo d’esordio Igiene dell’assassino, che è la continuazione della stessa impresa che a dodici anni ha intrapreso con la sorella Juliette e, ispirata alla coscienza indignata, spinge più a fondo la volontà di farla finita. L’estetica anoressica entra in scena come sfida in cui non è più il corpo in carne ed ossa ad essere messo in gioco ma un sostituto di cartapesta. Il mio interesse è stato quello di prendere in considerazione i romanzi della Nothomb come modello rappresentativo per spiegare una tendenza più generale: lo snobismo, spinto fino alla tragedia dell’orgoglio. Una tendenza all’estremo che ha già preso forma nella sensibilità contemporanea sotto forma di distruzione del desiderio. Quello che ho tentato di fare, in conclusione, è stato solo accennare alcuni aspetti a cui, finora, nessuno aveva ancora dedicato sufficiente attenzione – almeno in Italia. In fondo, Amélie Nothomb o il corpo espiatorio non è che una lettura personale, il mio modo di leggere i suoi romanzi. Una lettura che è sì di tipo investigativo ma che rimane pur sempre e soltanto un’ipotesi interpretativa.

 

Luciana Raggi, nata a Sogliano al Rubicone in Romagna, è autrice di volumi di poesia e narrativa. Nel 2011 ha pubblicato la raccolta di racconti autobiografici "Un bastimento carico di..." ( ilmiolibro.it [ * ]), e la raccolta di poesie "Sorsi di sole" (ilmiolibro.it [ * ], vedi quì). Vincitrice di premi letterari per le sue poesie è animatrice del circolo dei lettori che si riunisce presso la biblioteca Villa Leopardi in Roma.

Domenico Treccozzi, psicologo di formazione, con "Amelie Nothomb o del corpo espiatorio" è al suo primo libro. L'opera, il primo ed unico studio critico completo sulla scrittrice francese finora apparso in Italia, ha avuto numerose presentazioni, tra cui quella alla biblioteca Villa Leopardi in Roma il 13 giugno 2012. Attualmente sta lavorando ad un saggio sulle ultime tendenze sul corpo, dalla body art alle modificazioni corporee (tatuaggi, piercing, scarificazioni, branding, protesi sottocutanee, bagelheads ecc.). Il libro che invece lo vedrà impegnato costantemente almeno per i prossimi quattro anni è un volume che ricapitolerà l'opera e la figura di Georges Bataille, dal titolo provvisorio Georges Bataille, l'eterno adolescente.   
SUITE FRANCESE
post pubblicato in Nemirovsky, Irene, il 22 novembre 2012
  

Un bellissimo romanzo, scritto per descrivere l’invasione e l’occupazione della Francia da parte dei tedeschi nell’ultima guerra.
La storia si svolge in varie parti della Francia, ed è raccontata seguendo quanto accade a quattro diverse famiglie, diverse sia per interessi che per censo.  È narrata con dovizia di particolari sulla vita di questi personaggi, sì che il lettore può entrare in essa come se vedesse un film.
L’ultima edizione (o ristampa che sia) ha in copertina una bellissima foto d’epoca, che richiama una delle vicende raccontate. Nel retro della copertina un bellissimo ritratto dell’autrice.
Il libro, nell’ampia postfazione di sua figlia, Denise Epstein, che ne ha curato l’edizione, riporta la travagliatissima esistenza dell’autrice, che – arrestata ingiustamente perché nipote di ebrei senza esserlo lei stessa (assieme al marito aveva abbracciato la religione cristiana) – morì ad Auschwitz nel 1942, seguita – dopo pochi mesi – dal marito. Questo la dice lunga sul collaborazionismo dei Francesi in materia di sterminio.
Il romanzo è un bellissimo spaccato della società francese dell’epoca. Vale per tutti il giudizio che ne dà Piero Citati: «Quasi senza saperlo, per una specie di grazia infusa, Irène Némirovsky possedeva i doni del grande romanziere, come se Tolstoj, Dostoevskij, Balzac, Flaubert, Turgenev le fossero accanto e le guidassero la mano mentre lei scriveva sui suoi quaderni...Quando abbiamo finito di leggere le due prime parti di Suite francese, resta in noi una strana sensazione di letizia. Non sappiamo se essa dipenda dalla gioia nascosta sotto le tragedie della vita, o dalla felicità fisica di raccontare senza fine. Il tono volentieri lirico; l'eco melodiosa della frase; la ricchezza delle sensazioni; la bellezza della natura; gli animali quasi umanizzati; la luce del sole al mezzogiorno o al tramonto; il chiarore onnipresente della luna si sciolgono e si perdono nella fluidità della vita».
Il libro è diviso in due parti, che hanno per titoli Temporale di Giugno e Dolce e, nel tempo, corrispondono al periodo dell’occupazione tedesca della Francia e al periodo successivo. 
Protagonisti della prima parte sono una famiglia parigina, i Pericand, una coppia senza figli (lui scrittore), e la famiglia di un impiegato di banca (i Michaud). La vita di questi personaggi è sconvolta dagli eventi bellici, e la Nemirovsky ne racconta – con uno stile veramente brillante – le vicende che li coinvolgono a seguito della guerra. 
Nella seconda parte, c’è la storia di una donna (adulta), Lucille, che vive con la suocera, in assenza del marito che se n'è andato con un’amante. E assieme, la storia di una famiglia che vive in campagna (il capo famiglia è Benoit Labarie) ed ha a che fare anche con la coppia di donne. La vita della coppia di donne viene sconvolta dall’arrivo di un soldato tedesco che pretende di essere ospitato da loro, o meglio si domicilia presso le due donne.
Com’è mio costume, non desidero raccontare la trama del libro, né insistere sui fatti che racconta. La mia principale considerazione, che mi ha fatto giudicare questo libro come leggibilissimo e molto interessante, è la capacità della Nemirovsky di far rivivere quel periodo della storia d’Europa anche a chi – come me – non era in Francia, ma in Italia, e quei tempi li ha vissuti e li ricorda bene. La Nemirovsky scrive in un modo scorrevolissimo, e le immagini che la sua scrittura produce nel lettore sono tali da far rivivere i tempi descritti con impressionante realismo.
La lettura di questo splendido libro è fortemente consigliata a tutti. La postfazione della figlia, Denise Epstein, descrive molto in dettaglio la vita della mamma.



(Lavinio Ricciardi)








Irene Nemirovsky, Suite francese, Adelphi, 2012 [ * ]






vedi quì


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AMELIE NOTHOMB
post pubblicato in Nothomb, Amelie, il 12 giugno 2012

 

Domani, mercoledì 13 giugno h 19,30, verrà presentato a Villa Leopardi, con l'introduzione di Luciana Raggi, il primo libro di critica letteraria sulla scrittrice belga apparso in Italia, "Amelie Nothomb o il corpo espiatorio" di Domenico Treccozzi [ * ], con la presenza dell'autore. Il libro affronta con gli strumenti della psicoanalisi e avvalendosi di un costante riferimento ad autori quali Renè GirardGeorges BatailleMaurice Blanchot e Friedrich Nietzsche le tematiche peculiari che trascorrono nei romanzi della scrittrice. Sarà l'occasione per fare il punto su un'autrice che vede sempre più aumentare il novero dei suoi estimatori.
IL BALLO
post pubblicato in Nemirovsky, Irene, il 23 febbraio 2012


Questo delizioso libretto, la cui lettura può impegnare da due a tre ore, è un tuffo nella vita di una volta, come diremmo oggi, e consente davvero di tornare ai sogni della prima adolescenza. Ne debbo lettura e segnalazione a una collega del nostro circolo, che ne è – giustamente – entusiasta.
Capita, nella nostra esperienza di lettori, di imbatterci in libri di tutti i generi. Da quelli belli ad altri, magari meno belli ma famosi, oppure “à la pàge” ma sempre – per un lettore – forieri di emozione ed esperienza. Non capita spesso, però, di rivivere emozioni già provate. E – cosa più sorprendente – riviverle nel racconto di chi ci è lontano per nascita e cultura, e che quindi ci sorprende maggiormente.
Questa scrittrice ha avuto una vita brevissima, interrotta dalla barbarie della Shoah: le sue origini sono ucraine, ma è morta ad Auschwitz nel 1942, a 39 anni. E – nella sua scrittura – si avverte l’eco della sua gioventù, certamente molto felice (Il ballo è del 1928: l’autrice aveva 25 anni).
La storia – molto semplice – è la cronaca, vista dagli occhi di una ragazza di quattordici anni, di un ballo che i genitori danno per festeggiare il raggiungimento di una condizione di agiatezza, testimoniata anche da una presenza dell’istitutrice inglese che Antoinette – la protagonista – si ritrova alle calcagna...
La ragazza sogna la partecipazione a questo ballo, e il libro descrive l’attesa (che prende più di metà del racconto), e la successiva delusione al divieto che la madre impone per la sua partecipazione al ballo stesso, adducendo l’età della figlia.
E attraverso questo tira e molla tra madre e figlia si arriva al giorno fatidico. Non sciupo l’evoluzione, ricca di eventi e colpi di scena – che un finale imprevisto e poco immaginabile fornisce – a quello che in realtà, per l’intera storia, appare essere il rapporto madre – figlia. 
Insisto però nell’invitare chi – come me – non conosce questa scrittrice (di cui Adelphi ha in catalogo 12 titoli, oltre al ballo), a leggere questo libro per comprendere quanto bene l’autrice riesca a descrivere un personaggio nel quale è possibile che riviva un momento della sua vita. E – come me – ad emozionarsi tanto.



(Lavinio Ricciardi)
 







Irene Nemirovsky, Il ballo, Adelphi, 2005 [ * ] 

  

 
  

 

 
vedi quìquìquì, anche quìper una biografia dell'autrice quì

 

 

 

 

 

 

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TRILOGIA DELLA CITTA' DI K.
post pubblicato in Kristof, Agota, il 12 gennaio 2010



Trilogia della città di K. è un libro forte e duro, che ho letto tutto d’un fiato. La storia è avvincente e i fatti essenziali scorrono e si rincorrono con velocità.
L’autrice, Agota Kristof, utilizza uno stile che ben s’adatta alle tragedie e alle violenze a cui assistiamo, a cui partecipiamo nostro malgrado, leggendo. E’ uno stile secco, dove solo ciò che conta viene detto, senza abbellimenti. Ci sono molte proposizioni principali e sono quasi assenti le secondarie. I punti frequenti rendono il ritmo del discorso spezzato, semplice e aspro. Ci sono parole, soprattutto quelle che stanno alla fine dei capitoli, che sono frecce pungenti che si conficcano nella piaga e la aprono per bene prima che abbia tempo di richiudersi. E’ comunque una scrittura scorrevole, sconvolgente e avvincente, che porta il lettore ad aspettarsi di tutto e lo tiene dentro una storia cruda e violenta dove non c’è via d’uscita al dolore e alla disperazione, tanto che è il suicidio l’unico lieto fine possibile, la conclusione più giusta e più in sintonia con il contesto.
Sulla copertina, oltre ai tre sottotitoli, leggiamo questa frase: “una favola nera dove tutto può essere il contrario di tutto…”. In realtà, nel dipanarsi della storia, ci vengono date versioni leggermente diverse dei fatti e ci sono frequenti flash back che spesso confondono invece di chiarire.
All’inizio ci sono solo nomi comuni (Madre, Nonna, Grande Città, Piccola Città) e, solo dopo che abbiamo seguito già molte vicende dei due gemelli che sono i protagonisti principali, veniamo a conoscenza dei loro nomi propri. Nella prima parte, intitolata “Il grande quaderno”, serve non sapere i loro nomi per immaginarli un’unica entità indifferenziata che trae forza dal fatto di essere costituita da due elementi. Sentiamo che sono in perfetta sintonia e perciò non ha importanza individuarli come diversi, poiché in realtà sono uguali, stesse intenzioni, stessa mancanza di paura, stesso atteggiamento stoico nell’affrontare la situazione terribile in cui si trovano. Siamo in un paese dell’Est, anche questo non ben definito e sullo sfondo c’è la guerra che ha sicuramente la responsabilità storica dell’estrema povertà e della morte che campeggiano in molte pagine del libro. Tuttavia, pur avendo la guerra un ruolo determinante, non può essere comunque l’unica causa della situazione terribile che viene descritta, perché è terribile non solo a livello sociale e politico, ma anche a livello morale e fisico: per raggiungere certi livelli di violenza e di degrado si deve per forza pensare alla cattiveria umana che non ha giustificazioni pur essendo sollecitata da fattori esterni angoscianti e da situazioni oggettivamente drammatiche. I personaggi non sono solo vittime ma anche carnefici. I due bambini gemelli, privati di ogni tipo di affetto e di protezione, all’inizio sembrano buoni e forti: non piangono mai e forzano i propri comportamenti in modo disumano per adattarsi e sopravvivere al peggio che sembra loro destinato, in alcune situazioni sembrano addirittura altruisti e si può ipotizzare che possiedano un certo senso di giustizia, seppure molto personale e particolare. Nel corso della storia si mostrano capaci a loro volta di violenze e malvagità anche peggiori di quelle che hanno ricevuto, a loro volta si mostrano incapaci di dare quell’amore che non hanno mai ricevuto e vivono un disagio da cui non possono allontanarsi. I nomi dei due gemelli sono Lucas e Claus, sono uno l’anagramma dell’altro: anche i loro nomi come le loro persone si confondono. Finché stanno insieme sono un tutt’uno, ma poiché solo per uno dei due c’è la possibilità dell’evasione, ci sarà un distacco doloroso. Non ricordo chi dei due se ne è andato, forse non l’ho capito bene e dovrei rileggere più attentamente il libro per saperlo e anche per poter stabilire differenze fra loro, ammesso che sia un’operazione possibile. Dalla prima all’ultima pagina siamo coinvolti in situazioni agghiaccianti ma all’inizio, quando i gemelli si preparano insieme ad attraversare la vita, pur non essendoci spiragli di speranza, la loro unione e la forza nel sopportare i guai possono far immaginare un evolversi positivo della situazione, invece c’è un crescendo di violenza e di tragedia, dovuto soprattutto al fatto che dopo aver attraversato la vita, né l’uno né l’altro hanno trovato niente di buono. La morte è la cosa migliore che possiamo augurare a questi personaggi che a volte ci sembrano uomini mostruosi e a volte mostri umani. Sicuramente non sono persone che vorremmo incontrare.


(Luciana Raggi)




Agota Kristof, Trilogia della città di K., Einaudi, 2005 [ * ]





vedi quì e quì


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CORRERE
post pubblicato in Echenoz, Jean, il 17 novembre 2009



“Tre sillabe mobili e meccaniche, implacabile valzer a tre tempi, rumore di galoppo, rombo di turbina, ticchettio di bielle o di valvole ritmato dal k finale, preceduto dalla z iniziale che già schizza via: fai zzz e in un attimo schizza via, come se questa consonante fosse uno starter”. Jean Echenoz, autore di “Correre”, biografia romanzata di Emil Zátopek, ipotizza che questo cognome così adatto a evocare la velocità abbia contribuito non poco a creare la leggenda della locomotiva umana. E dire che dell’atleta non ha il physique du rôle, nè le pose, e all’inizio correre non gli piace neanche poi tanto. Ma la volontà, l’orgoglio, la dedizione, la curiosità di scoprire i propri limiti trasformano Emil, mite e testardo, in un implacabile frantumatore di record, in un demolitore inesorabile della resistenza degli avversari e in un sovvertitore di regole e consuetudini sportive. Si allena e si cura da solo, non tollera l’ottusità di medici, trainer, dietologi, preparatori fisici, massaggiatori. Ma soprattutto corre con un non-stile tutto suo, perfettamente funzionale al suo corpo e ai suoi obiettivi eppure sgraziato, scoordinato, irregolare, contorto, a volte comico da vedere, con le braccia che mulinano scompostamente e senza alcun senso, il volto trasfigurato dalla sofferenza che non si cura di nascondere. Il regime cecoslovacco, che a carriera finita lo punirà duramente per il sostegno a Dubcek, riconosce in lui un formidabile strumento di propaganda, lo controlla, ne limita le esibizioni all’estero temendone la fuga, ne distorce le dichiarazioni ai giornali, insomma lo usa. Solo quando corre Zátopek è libero di fare quello che vuole. Quando non ha convenzioni da omaggiare, sembra dirci Echenoz, ognuno di noi può essere davvero sé stesso.



(Valerio Rosa)




Jean Echenoz, Correre, Adelphi, 2009 [ * ]





(apparso su l'Avanti! del 13 novembre 2009 [ * ])


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LE BENEVOLE
post pubblicato in Littell, Jonathan, il 27 dicembre 2007
 

"Ti mando una riflessione sulle Benevole. Non è facile scrivere su un libro che è un successo planetario. Mi sono guardata il sito che mi hai indicato [ * ] e anche l'intervista a Littell pubblicata dalla Stampa [ * ] e altre cose.
Ho visto che sull'Unità si è fatto un parallelo con Moby Dick. Secondo me il richiamo giusto è all' Educazione sentimentale di Flaubert. Madame Arnoux come Adolf Hitler. Però non l'ho scritto perchè avrei dovuto rileggere Flaubert e mi sarei dovuta tenere il libro di Littell per altri dieci giorni.
Un'altra riflessione da fare è che Littell per vent'anni ha lavorato in una ONG ed è stato anche in luoghi di guerra (Cecenia e altro). Molte delle cose che descrive le ha viste davvero."


“...voi avete un potere inappellabile, quello di chiudere questo libro e buttarlo nella spazzatura, gesto estremo contro il quale io non posso far nulla, così non vedo per quale ragione dovrei usare i guanti.” (pag. 758).
Il desiderio di buttare Le benevole nella spazzatura mi è venuto più volte durante la lettura delle 953 pagine, ma devo riconoscere che c'è qualcosa in questo libro che si abbarbica all'animo del lettore e gli addenta la carne. Impossibile sfuggire.
All'inizio della lettura c'è curiosità per un testo che è diventato in pochi mesi un successo planetario. Poi disgusto, repulsione, ribrezzo, ma anche interesse e coinvolgimento, fino al limite dell'empatia. Tornano in mente le parole del protagonista, sono un uomo come gli altri, sono un uomo come voi. Allora scatta la paura.
Quando si chiude il libro restano interrogativi, domande, dubbi.
Le benevole
è un'opera letteraria o un semplice bestseller costruito a tavolino applicando in modo rigoroso le regole delle scuole di scrittura? Possiamo paragonarlo a Guerra e pace oppure al Codice da Vinci? Non è facile dare una risposta.
E' giusto dare la parola ai boia? Secondo Bataille i boia non hanno parola, oppure, quando parlano, lo fanno con la parola dello Stato. Però in un'intervista Littell dice che i boia parlano, ce ne sono perfino di quelli che scribacchiano. E raccontano anche delle esattezze in termini fattuali. Il modo in cui era organizzato il campo di Treblinka, ad esempio. Eichmann non mente durante il processo. Racconta la verità.
Una delle accuse mosse al libro è di non rispecchiare in più punti la verità storica. Un'altra critica riguarda il fatto che Max Aue, il protagonista che narra in prima persona, non è verosimile come nazista. Littell rivendica il suo diritto di scrittore a ricercare la verità romanzesca, che è di un altro ordine rispetto a quella storica o sociologica. Quando parlo di parola vera, - dice Littell - intendo una parola che può rivelare i propri abissi, come è riuscito a fare Claude Lanzmann con le vittime di Shoah.
Nel libro si fa ampio uso di termini in lingua tedesca, sia per quanto riguarda i gradi militari dei personaggi e le azioni legate alla guerra e ai campi di concentramento, che per illustrare i concetti fondanti della Weltanschauung nazista. Dunque Volk, Blut, Boden e così via. Come ricorda Littell Man lebt in seiner Sprache (l'uomo vive nella propria lingua) e le parole dei burocrati nazisti lacerano il cuore e le viscere. Sonderbehandlung (trattamento speciale), Abtransportiert (trasportato altrove), Entpolinisierung (depolonizzazione), Ausrottung (sterminio) sono termini che ancora fanno gelare il sangue. Il lettore è costretto ad abituarsi all'uso continuo delle parole in tedesco. Mi è venuto in mente un film di qualche anno fa, “La passione” con regia di Mel Gibson, recitato in aramaico, lingua degli abitanti della Palestina, e in latino, parlato dall'esercito invasore. Varie analogie accomunano questo film al libro di Littell: l'uso della lingua come elemento forte di comunicazione, la crudezza della rappresentazione che non risparmia carne a brandelli e schizzi di sangue (nel libro c'è anche ampia descrizione di ogni tipo di secrezione organica, a compensare la mancanza di effetti visivi da macelleria, di cui invece il film è ricco), la sostanziale identità dei racconti, che entrambi narrano la storia di una tragedia e di una cattiveria assoluta. Con una differenza sostanziale: Gibson si mette dal punto di vista dei buoni, Littell fa raccontare la storia a un boia, fornendogli le armi della lingua letteraria.
E' questo che inquieta, ma insieme costituisce la forza del libro

(Rita Cavallari)


Jonathan Littell, Le benevole, Einaudi, 2007 [ *
 ]


LE SIRENE DI BAGHDAD
post pubblicato in Khadra, Yasmina, il 9 novembre 2007



Perché un giovane irakeno che vive in uno sperduto villaggio beduino diventa terrorista? Cosa scatta nella sua testa perché il martirio diventi la meta più desiderabile per la sua vita? Questo romanzo, in cui il protagonista parla in prima persona, ci illumina su pensieri, sensazioni, sentimenti che fanno da molla scatenante di una scelta così distruttiva. Ci sono anche gli accadimenti, le operazioni di guerra, la violenza delle forze
di occupazione, le uccisioni ingiustificate dei civili irakeni, le devastazioni che colpiscono la popolazione mentre festeggia momenti felici.
Ma il racconto va oltre, molto più in là, alla radice della coscienza, e mette al centro di tutto qualcosa di cui nel nostro mondo occidentale si parla poco: l'onore.
Onore, termine desueto, sentimento smarrito, concetto che destabilizza.
Mi è venuto in mente un raccontino del mio libro di lettura delle scuole elementari. Il fuoco, l'acqua e l'onore andarono a fare una passeggiata insieme, in un bosco. Se ci perdiamo, disse il fuoco, come facciamo a ritrovarci? Semplice, rispose l'acqua, cercatemi dove la vegetazione è più verde e rigogliosa e mi troverete lì. Se mi doveste perdere, disse il fuoco, cercate un fil di fumo, io sarò lì. Quanto a me cercate di non
perdermi, disse l'onore, perché se mi smarrite non mi troverete più.
Che cos'è l'onore per noi, in questo momento, nel nostro mondo che cerca di scrollarsi di dosso il secolo breve con tutte le sue ideologie?
Non lo so.
Questa parola mi evoca l'onorata società, l'uomo d'onore sinonimo di mafioso, il delitto d'onore, il debito d'onore legato alle perdite al gioco. Mi fa anche pensare alle connotazioni sessiste legate a questo termine, perché per secoli l'onore di una donna ha avuto una localizzazione precisa ed è stata una questione particolare.
Diffido dell'onore. Ma nel villaggio di Kafr Karam l'onore è tutto.
Dice il narratore: ”Da generazioni immemorabili vivevamo reclusi dietro i nostri bastioni di paglia e argilla, lontani dal mondo e dalle sue bestie immonde, accontentandoci di quel che Dio ci metteva nel piatto e lodandolo per il neonato che ci affidava come per il parente che chiamava a Sé. Eravamo poveri, umili, ma in pace. Fino al giorno in cui la nostra intimità fu violata, i nostri tabù profanati, la nostra dignità trascinata nel
fango e nel sangue... Fino al giorno in cui, nei giardini di Babilonia, selvaggi bardati di granate e manette sono venuti a insegnare ai poeti a diventare uomini liberi...”
Come il bestiame scampa alle epidemie, così l'uomo del deserto sopravvive a soprusi e angherie. Ma non scherza con il senso dell'onore e pensa che l'unico modo legittimo per conservare l'amor proprio sia lavare l'offesa nel sangue. “La dignità non si mercanteggia. Se la perdiamo, i sudari del mondo intero non basterebbero a coprirci il volto, nessuna tomba accoglierebbe la nostra carogna senza spaccarsi.” (pag. 126)
Ma perché il protagonista del libro ha perso l'onore? E' accaduto che, durante un'incursione militare, quando i soldati mettevano a soqquadro la casa della sua famiglia, lui abbia visto suo padre seminudo e abbia poggiato lo sguardo sui genitali del vecchio. Tanto basta. Secondo le leggi ancestrali che regolano la vita della comunità questo è sufficiente a perdere il proprio onore e quella dignità senza la quale non val la pena di vivere. Solo il sangue può lavare l'offesa. Il giovane lascia il villaggio, va a Bagdad e diventa un terrorista. Sa che la sua vita sarà sacrificata, ma non se ne cura. La morte per una causa santa gli farà riconquistare l'onore perduto.
Il mondo dell'occidente è cambiato, i valori antichi sono dimenticati, i giuramenti hanno perso forza e i tradizionali punti di riferimento sono smarriti.
Non è così nel mondo del protagonista, che condanna il modo di vita occidentale giudicandolo ingiusto e crudele, privo di umanità e di morale, un mondo dove il più forte si nutre della carne del più debole. Tutti i valori dell' occidente, secondo i guerriglieri irakeni, sono solo una questione di soldi, tutte le virtù sono ridotte alle regole del profitto.
Il racconto si snoda con un ritmo teso e vigoroso. Le descrizioni del deserto, del lungo viaggio per raggiungere Bagdad, della città teatro di una guerra sanguinaria, sono bellissime.
Resta, alla fine della lettura, il senso di un'incomprensione profonda tra due mondi che non si parlano, e anche se si parlassero non si capirebbero.
Resta l'interrogativo su quale sia il terreno che è possibile condividere per ricreare il dialogo. Il libro, nelle ultime pagine, dà qualche tenue segnale. All'aeroporto di Beirut una giovane coppia di innamorati si scambia un bacio, un uomo ha gli occhi pieni di gioia quando guarda con tenerezza la moglie che aspetta un bambino. Sono sentimenti universali, parlano un linguaggio comune, su questa base si può ricostruire un discorso.
Ma senza allontanarsi troppo, senza mettere in discussione le regole dei padri, ltrimenti una sorella può trasformarsi senza appello in un lascivo demone femminile, una puttana, solo perché vuole vivere la sua vita.
Una domanda per finire. Se un figlio che vede la nudità del vecchio padre invalido perde l'onore, questo vale anche per una figlia, o no? Mi piacerebbe saperlo.


(Rita Cavallari)


Yasmina Khadra, Le sirene di Baghdad, Mondadori, 2007 [ * ]



Questo è il sito di Yasmina Khadra, in francese. Su "L'attentatrice" vedi quì e quì,
su "Le rondini di Kabul" vedi quì.
Un'intervista all'autore si può trovare quì

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