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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
CHIARE, FRESCHE E DOLCI ACQUE
post pubblicato in Robustelli, Anna Maria, il 17 marzo 2012



laudato sì, mi Signore, per sora acqua,
la quale è multo utile er humele et pretiosa et casta[1]
 
… un rumore simile a quello dell’acqua veniva dalle cime delle montagne: era il vento della foresta. Infine, cosa ancora più sorprendente, udii il vero rumore dell’acqua scrosciante in una vasca. Vidi che avevano costruito una fontana; l’acqua vi era abbondante e, ciò che soprattutto mi commosse, vidi che vicino ad essa avevano piantato un tiglio di forse quattro anni, già rigoglioso, simbolo incontestabile di una resurrezione[2] 
 
S’i fosse acqua i’ l’annegharei... [3]  

 

La Corte Costituzionale ha ammesso due quesiti referendari proposti dai movimenti per l’acqua. A primavera gli italiani e le italiane voteranno su questo bene essenziale.               
Un’amica mi fa sapere della lotta dei Boscimani del Botswana per l’acqua. Qui non si tratta di scegliere tra acqua pubblica o privata, ma di ottenere il permesso di usare l’unico pozzo della Central Kalahari Game Reserve da cui questo popolo dipende per l’acqua negata dal proprio governo. Sembra che agli inizi degli anni ’80 siano stati scoperti i diamanti nella riserva e subito dopo il governo abbia deciso di mandare via i Boscimani a causa dei giacimenti. Tout court! Nel 1997 sono stati effettuati i primi spostamenti forzati. Le loro case sono state distrutte, le loro scuole e i loro presidi medici sono stati chiusi, il loro pozzo è stato cementato. Ora vivono in campi di re-insediamento e ricevono razioni di cibo principalmente dal governo. Non possono cacciare. Come si può immaginare l’alcolismo, la depressione e malattie come la tubercolosi e l’HIV/AIDS prosperano. Legalmente hanno ottenuto il diritto di tornare nella loro terra nel dicembre 2006, dopo una lunga vertenza, ma di fatto il governo impedisce loro di usare il pozzo. Sono ora in attesa della sentenza del ricorso in appello di un nuovo caso legale intrapreso nel giugno 2010. Negli ultimi giorni, da che ho cominciato a scrivere questo articolo, la sentenza è stata emessa dalla Corte di Appello del Botswana (gennaio 2011) che ha annullato la precedente sentenza della Corte Suprema: i Boscimani potranno continuare ad attingere acqua dal loro pozzo ancestrale. Aspettiamo di vedere se questa volta le autorità non si opporranno di fatto a questa sentenza. [ * ][ * ]

L’annientamento dei popoli tribali che hanno una cultura millenaria può avvenire tutto sommato in una situazione di ignoranza e di indifferenza. Anche in questo caso l’ONU avrà emesso la sua dichiarazione, ma le cose vanno avanti a dispetto della legalità e della giustizia.
L’acqua è una delle risorse fondamentali per il nascere e il propagarsi della vita e sempre più va delineandosi come il bene supremo da salvaguardare. Così come da anni si va dicendo che le foreste della terra e in particolare la foresta amazzonica sono il polmone del pianeta e vanno preservate come fonte di innumerevoli specie vegetali e animali, alcune ancora da scoprire. Ma in tutte e due i casi si tratta di elementi naturali che hanno interagito con la cultura umana e hanno lasciato tracce ingenti nell’immaginario collettivo. 
Capire in quali modi ci siamo relazionati con l’acqua in quella disciplina che chiamiamo letteratura e che riguarda l’ergersi e lo strutturarsi delle nostre parole di fronte alle esperienze della vita può rendere più sfaccettato e complesso il senso di preoccupazione nei confronti della perdita che ci minaccia, arricchendoci di una consapevolezza che deve diventare sempre più limpida.

Tra le elegie anglosassoni spicca The Seafarer, tradotta in inglese moderno da Ezra Pound. Si tratta di un componimento poetico che viene in generale fatto risalire al X secolo d.C. e che è stato trovato nell' Exeter Book, una delle quattro raccolte di poesia anglosassone. Gli studiosi ritengono inoltre che la seconda parte –stilisticamente e tematicamente molto diversa dalla prima – sia il frutto di un’interpolazione cristiana e infatti Pound non la tradusse.
Il narratore descrive la sofferta vita in mare del marinaio nordico in toni di grande realismo espressivo:

This tale is true, and mine. It tells
How the sea took me, swept me back
And forth in sorrow and fear and pain
Showed me suffering in a hundred ships
In a thousand ports, and in me. It tells
Of smashing surf when I sweated in the cold
Of an anxious watch, perched in the bow
As it dashed under cliffs. My feet were cast
In incy bands, bound with frost,
With frozen chains, and hardship groaned
Around my heart. Hunger tore
At my sea-weary soul. No man sheltered
On the quiet fairness of earth can feel
How wretched I was, drifting through winter
On an ice-cold sea, whirled in sorrow,
Alone in a world blown clear of love,
Hung with icicles. The hailstorms flew
The only sound was the roaring sea,
The freezing waves. The song of the swan
Might serve for pleasure, the cry of the sea-fowl
The death-noise of birds instead of laughter,
The mewing of gulls instead of mead.
Storms beat on the rocky cliffs and where echoed
By icy-feathered terns and eagle's screams;
No kinsman could offer comfort there,
to a soul left drowning in desolation.
And who could believe, knowing but
the passion of cities, swelled proud with wine
And no taste of misfortune, how often, how wearily,
I put myself back on the paths of the sea.
Night would blacken, It would snow fronm the north;
Frost bound the earth and hail would fall,
The coldest seeds....


Questo racconto è vero e mio. Racconta
di come il mare mi prese, mi sbatté
avanti e indietro nel dolore, nella paura e nella pena,
mi mostrò la sofferenza in cento navi,
in mille porti e in me. Racconta
di schiuma che si schiantava quando io sudavo al freddo
di un’ansiosa guardia, appollaiato sulla prua
che si infrangeva sotto alle scogliere. I piedi erano stretti
in morse di ghiaccio, legati con il gelo,
con catene di ghiaccio e le difficoltà gemevano
intorno al mio cuore. La fame rodeva
l’anima stanca di mare. Nessun uomo al riparo
della tranquilla bellezza della terra può capire
quanto ero infelice, trascinato attraverso l’inverno
su un mare freddo come il ghiaccio, avvolto nel dolore
solo in un mondo in cui l’amore era stato spazzato via,
e decorato di ghiaccioli. Le tempeste di grandine svettavano
L’unico suono era il mare ruggente,
le onde gelide. Il canto del cigno
poteva dar piacere, le grida degli uccelli marini,
il rumore di morte degli uccelli al posto delle risa,
il miagolio dei gabbiani al posto dell’idromele.
Tempeste battevano le scogliere rocciose ed erano echeggiate
da rondini di mare dalle ali ghiacciate e dalle grida dell’aquila;
nessun parente poteva essere lì ad offrire conforto,
a un’anima lasciata ad affogare nella  desolazione.
E chi potrebbe credere, conoscendo solo
le passioni di città inorgoglite di vino
senza gusto per le traversie, quante volte gonfio distanchezza
mi sia rimesso sui sentieri del mare.
La notte diventava sempre più nera; nevicava a cominciare dal nord;
il ghiaccio legava la terra e la grandine cadeva,
i grani più freddi... [4]



Ci colpisce la presenza di una voce narrativa che parla in prima persona, senza essere un eroe come Beowulf (peraltro in quel poema epico l’eroe è designato con la terza persona), il che ci porta quasi istantaneamente a identificarci con questo marinaio e a stupirci di fronte al piglio moderno di questo poema. La descrizione dei mari nordici, caratterizzata da condizioni inclementi, va di pari passo con quella dei sentimenti di disagio e solitudine del narratore, temperata solo dai versi degli uccelli che abitano quei lidi remoti. Ma la sua anima lasciata ad affogare nella desolazione narra come, pur gonfio di stanchezza, si sia rimesso sui sentieri del mare come un novello Odisseo e
 

...And how my heart
Would begin to beat, knowing once more
The salt waves tossing and towering sea!
The time for journeys would come and my soul
Called me eagerly out, sent me over
the horizon, seeking foreigners' homes.


… E come il mio cuore
cominciava a battere, conoscendo ancora una volta
le onde salate che si agitano e il mare torreggiante!
Veniva il tempo dei viaggi e l’anima mia
mi chiamava con insistenza, mi mandava al di là
dell’orizzonte, in cerca di case estranee.

Le espressioni metaforiche usate per descrivere lo stato di sconforto totale sono incisive e efficaci (morse di ghiaccio / catene di ghiaccio / le difficoltà gemevano intorno al mio cuore / la fame rodeva… / il miagolio dei gabbiani / l’anima lasciata ad affogare nella desolazione, dove la parola tipicamente connessa con l’acqua, “affogare”, è usata per descrivere una condizione interiore). E’sorprendente anche l’espressione trascinato attraverso l’inverno che suggerisce uno spostamento spaziale, ma al tempo stesso, nominando una stagione dell’anno, scandisce il passare del tempo.
L’inquietudine del marinaio lo spinge a ripartire. Gli ultimi versi della citazione colpiscono per il modo sintetico ma poetico con cui questa sete di viaggi viene raffigurata. Così l’alternarsi di sofferenza e desiderio si rivela la cifra portante di questo bellissimo poema dalle strane rifrangenze moderne che si chiude con questi versi
:

And yet my heart wanders away,
My soul roams with the sea, the wales
Home, wandering t the widest corners
Of the world, returning ravenous with desire,
flying solitary, screaming, exciting me
To the open ocean, breaking oaths


Eppure il mio cuore vaga lontano,
la mia anima vaga con il mare, casa
delle balene, spingendosi fino agli angoli più remoti
del mondo, ritornando avida di desiderio,
in volo solitario, gridando, incitandomi
verso l’oceano aperto, infrangendo giuramenti
sulla curva di un’onda.                                                                                      



All’inizio del capitolo intitolato Verso Pamplona de L’antropologia dell’acqua di Anne Carson [5] si
legge:

"Alcune acque ci annegano. Altre no. Il suono dell’acqua nella borraccia sulla schiena mi tiene compagnia mentre cammino. Pozze di pensieri vagano qua e là dentro di me. Socrate, dopo il bagno, tornò alla sua prigione senza fretta e bevve la cicuta. Gli altri piansero. I cigni nuotarono intorno a lui, sfiorandolo. Iniziò a parlare del viaggio a venire, in un posto sconosciuto, lontano da lacrime di cui non capiva la ragione. Le parole capiscono davvero poco l’una dell’altra". [6]

Queste annotazioni accostate quasi con effetto modernistico, hanno di fatto sottili legami associativi che le tengono insieme. Dalla lapidarietà e inconfutabilità della prima affermazione alla scelta consolatoria del rumore d’acqua nella borraccia. Una volta insediatasi all’interno della mente l’acqua produce pozze di pensieri che fluiscono lievi. Il bagno di Socrate, il fatto che bevve la cicuta attorniato dalla lieve presenza dei cigni. L’acqua delle lacrime di quelli che lo amavano e non volevano separarsi da lui. Tutta questa tirata ha il piglio morbido e fluido dell’acqua; è come se questo elemento si trasmettesse al pensiero o come se il pensiero ne fosse 
sostanziato

L’acqua è spesso metafora esistenziale nella scrittura letteraria. Basti pensare al Canto degli spiriti sulle acque di Johann Wolfgang Goethe [ * ]:

Simile all’acqua

è l’anima dell’uomo.

Viene dal cielo,

risale al cielo, di nuovo scendere
deve alla Terra,
in perpetua vicenda.
Il getto limpido
sgorga dall’arduo
precipite dirupo;
sul sasso liscio si
frange in belle nuvole
di pulviscolo;
ondeggia accolto
in dolce grembo,
tra veli e murmuri,
al basso via scorrendo.
Scogli si rizzano
contro il suo empito;
egli spumeggia iroso
di gradino in gradino
verso l’abisso.
Indi per lento letto
di prati volgesi, e fa
specchio di lago,
dove il loro viso miran
tutte le stelle.
Ma dolce amante
dell’onda è il vento;
e talvolta dal fondo
flutti spumanti suscita.
O anima dell’uomo
come all’acqua somigli!
O destino dell’uomo
come somigli al vento! [7]

Qui è l’anima ad essere assimilata all’acqua che viene dal cielo / risale al cielo, di nuovo scendere / deve alla Terra…”. Da torrente impetuoso finisce per diventare lago dove il loro viso miran / tutte le stelle. La bellezza e la scontrosità dell’acqua sono messe in evidenza e anche il vento viene coinvolto per rappresentare l’andamento dell’anima dell’uomo.
Anche Henry David Thoreau annoterà nel suo diario nel 1852:

L’acqua dorme con stelle nel suo grembo
. [8]

Qui il tono è meno aulico e più sensuale. Sembra rispecchiare un sincero stupore di fronte a uno spettacolo di bellezza naturale che procura conforto all’anima.



Il Torrente
di Giani Stuparich assomiglia all’acqua di Goethe, se non fosse che il primo sembra meno emblematico e più reale, considerato nella sua spettacolarità, nei suoi muschi e nelle sue spume. Il poeta è curioso di esplorarlo a ritroso per scoprirne il corso e l’origine. Nel risalire alla sorgente, è a volte costretto ad allontanarsi dalle sue rive, dapprima costeggiate di larici, poi di pini. Lo scrittore friulano raggiunge il punto in cui il corso d’acqua scende da un’incassatura nella roccia come un lungo filo di diamanti. Rimaniamo sorpresi dalla sua meraviglia e dal suo piacere davanti al mistero e alla bellezza che questa forza della natura rappresenta.

Ho lasciato lassù, sotto i ghiacciai delle Venoste, / un torrente che non posso dimenticare. /  Mai avevo visto l’acqua splendere, correre e cantare così, veniva giù dritta, / incassata in un letto muscoso, tutta un candore di spume: faceva luce. / A balzi, a spruzzi, a capriole l’acqua scendeva, stretta nel suo letto, / coprendolo perfettamente senza sbavature né pentimenti. / Tornai più volte al torrente. / E ogni volta scoprivo in esso o intorno ad esso una bellezza nuova. / Una mattina volli seguire in senso inverso il suo corso. /  Mi allettava scoprire il suo misterioso viaggio e il segreto delle sue origini. / M’arrampicavo tenendomi quanto più potevo vicino ad esso. / Qualche volta ero costretto a scostarmi / e allora lo vedevo occhieggiare fra i tronchi, / mandare degli spruzzi argentei quasi per incoraggiarmi nel cammino. / I larici andavano diradandosi, lasciavano il posto ai pini giganti. / A un tratto mi si scoprì, fra i costoni di roccia brulla, / una ripida incassatura nuda che s’innalzava fin sotto a una vetta. / Di là il torrente, scendeva allo scoperto, in pieno sole, / splendendo come un lungo filo di diamanti. [9]

Il desiderio di percorrere un corso d’acqua per esplorarne la bellezza e scovarne la purezza è presente anche nel Marcovaldo di Italo Calvino:

Le giornate cominciavano ad allungarsi: col suo ciclomotore, dopo il lavoro Marcovaldo si spingeva a esplorare il fiume nel suo corso a monte della città, e i fiumicelli suoi affluenti. Lo interessavano soprattutto i tratti in cui l’acqua scorreva più discosta dalla strada asfaltata. Prendeva per i sentieri, tra le macchie di salici, sul suo motociclo finché poteva, poi – lasciatolo in un cespuglio – a piedi, finché arrivava al corso d’acqua. Una volta si smarrì: girava per ripe cespugliose e scoscese, e non trovava più alcun sentiero, né sapeva più da che parte fosse il fiume: a un tratto, spostando certi rami, vide, a poche braccia sotto di sé, l’acqua silenziosa – era uno slargo del fiume, quasi un piccolo calmo bacino -, d’un colore azzurro che pareva un laghetto di montagna. [10]

Ma in realtà il fiume si rivelerà inquinato da una fabbrica di vernici. Però per pochi istanti il protagonista del libro si illude di aver trovato un territorio felice, un piccolo eden lontano dalla città in cui gli sia consentita un tipo di vita più consona alle sue aspirazioni più profonde.
A volte l’acqua scorre calma, è quasi ferma, ma induce a pensare. La sua superficie non è come quella di una strada, di un campo. Sappiamo che è più profonda, nasconde un letto, tutte le sue sedimentazioni e il lieve scorrere porta i pensieri lontano, non solo nello spazio, ma anche nel tempo.
Ricordo che quando ero bambina, andavo a Rocca di Mezzo, in Abruzzo d’estate. A circa un chilometro dal paese scorreva un ruscello che poi fluiva incanalato sotto un filare di vecchie case fin nel centro del paese. All’inizio, sotto un ponte, si vedevano sanguisughe nere che io osservavo incuriosita e impaurita. Poi l’acqua si veniva a trovare come in un canale placido sotto le finestre di queste vecchie case, riempiendosi di canne e di piante acquatiche con infiorescenze lilla. Rammento che pensavo a quelli che si erano affacciati dalle finestre di quelle antiche abitazioni, quelli che avevano passato la loro vita lì in secoli più lenti dei nostri e il peso dei loro pensieri  protesi sull’acqua, mi trasportava lontano nel tempo. Ora hanno cementato il ruscello e non so neanche se le case che stanno in quel posto siano le stesse di quando ero piccola, perché da anni il paese è preda di un fervore edilizio causato dai romani che si recano lì a sciare. Anche quei pensieri, densi di preoccupazioni e di dolore – qualche volta forse anche di gioia - , che si soffermavano sul corso d’acqua dall’alto – non ci sono più, se non forse nel ricordo di qualcuno.
Il legame tra l’acqua e il pensare è vivo in molti autori. Quel grande osservatore della natura che è stato Thoreau ci dice:

Se uno vuole riflettere, lasciate che si imbarchi in un placido corso d’acqua e che galleggi con la corrente. Non può resistere alla Musa. Man mano che risaliamo la corrente, dandoci da fare con la pagaia con tutte le nostre forze, pensieri fugaci e impetuosi scorrono nel cervello. Sogniamo di conflitti, potere e grandiosità. Ma volgete la prua verso la foce e le rocce, gli alberi, le mucche, le collinette, assumendo posizioni nuove e varie, mentre il vento e l’acqua spostano la scena, favoriscono l’abbandono liquido del pensiero, di vasta estensione e sublime, ma sempre calmo e ondulante in modo gentile. [11]

In questo brano lo scrittore trascendentalista americano distingue tra i pensieri di conflitto e forza che sorgono quando si va controcorrente e l’abbandono liquido del pensiero che avviene quando la barca va verso la foce.
Anche Shakespeare usa un’ immagine imperniata sull’acqua per parlare del tempo che erode rapidamente la vita:

Come i flutti s’affrettano verso la riva ghiaiosa,
così precipitano i nostri minuti verso la loro fine,
e sottentrando ciascuno al precedente,
in un seguito affannato si spingono tutti innanzi.[12]

 

In fondo lo stesso processo di dentificazione con l’acqua è attivo anche in Virginia Woolf in questo brano tratto da Gita al faro:

Andavano lì regolarmente ogni sera, quasi per una necessità. Pareva che l’acqua portasse al largo, facesse navigare sull’onde pensie ristagnanti in terraferma, dando così ai loro corpi una specie di fisico sollievo. Dapprima il palpito del colore inondava la baia d’azzurro, e il cuore si dilatava con esso e il corpo sembrava fluttuare, ma solo per essere, subito dopo, respinto e raggelato dall’ispido nereggiare delle onde agitate. Poi dietro la gran roccia bruna, quasi ogni sera, sprizzava bizzarramente, così che stare a spiarne l’irrompere era delizia, una fontana d’acque bianche; e allora, nell’attesa, si poteva pur contemplare sul pallido semicerchio della riva la successione delle onde che vi si stendevano via via mollemente un velo di madreperla. [13]

Il movimento dell’acqua porta al largo pensieri stagnanti, dando una sorta di fisico sollievo, perché li sposta lontano da sé. La luce conferisce un senso di dilatazione, ma poi subentra un processo inverso, provocato dall’ispido nereggiare delle onde agitate. L’acqua si muove continuamente sugli scogli ed è piacevole vedere la fontana d’acque bianche o, sulla riva, il velo di madreperla. L’irrompere delle onde sulla costa è descritto come un grande piacere, nella continua trasformazione che genera e a cui trascina l’anima.
La presenza dell’acqua nell’immaginario letterario angloamericano è ricca di esempi illustri.
La Tempesta, il canto del cigno del bardo di Avon, ci lascia dei messaggi distillati durante la lunga carriera drammaturgica shakespeariana. Certamente il grande scrittore non chiude gli occhi sulla malvagità umana, così come si incarna nel potere politico (un tema che gli era caro), ma finge di credere che tutto andrà a finire bene, attraverso l’omaggio reso all’innocenza e ingenuità di Miranda o a quella dei giovani ai quali va lasciato in eredità il mondo.
L’uomo demiurgo, Prospero, governa le forze della natura positive (Ariel) e negative (Calibano), ma alla fine rinuncia alla sua onnipotenza e lascia la sua isola, ritorna alla civiltà, da dove l’aveva scacciato il tradimento di suo fratello, riprova a vivere nella società che l’aveva barbaramente esiliato. Ma, prima di tutto questo, ci troviamo su un’isola bagnata da un mare purificatore. La tempesta congegnata dal mago salva i villain Alonso ed Antonio dalla loro malvagità. E’ ancora il naufragio che porta Ferdinando e Miranda a conoscersi e li fa innamorare. Come in Pericle la morte per acqua significa redenzione. La bellissima lirica che Ariel canta intriga Ferdinando naufragato sulle coste dell’isola e ignaro della sorte del padre: 

Full fathom f ive thy father lies;
Of his bones are coral made;
Those are pearls that were his eyes:
Nothing of him that doth fade
But doth suffer a sea-change
Into something rich and strange.
Sea-nymphs hourly ring his knell:

 
A cinque intiere tese giace tuo padre,
e le sue ossa son diventati corallo.
Quelli che erano i suoi occhi ora son perle;
non c’è di lui nessuna parte destinata a perire
che non subisca per opera del mare
una trasformazione in qualche cosa di ricco e di meraviglioso.
Le Ninfe marine ad ogni ora suonano per lui a mortorio. [14]
 
Le effe del primo verso scavano una profondità nel mare e l’acqua – a livello fonico – si apre, si allarga e si richiude nelle dilatazioni vocaliche delle varie parole. Nella loro instancabile mobilità, dopo i tonfi cadenzati di full fathom five, le vocali si allargano in thy e lies. L’inversione ci mostra prima le perle e poi gli occhi (eyes), che si riaprono nel dittongo ai. Le dentali di nothing/that/doth/fade seguite da but/doth sono intoppi che guidano alle metamorfosi sea-change/strange, bottino prezioso di bellezza che si dischiude all’occhio dello spettatore-uditore.
La musica di Ariel va incontro a Ferdinando abbagliandolo nella sua bellezza, più che nel messaggio di morte che falsamente reca.


 

Those are pearls that were his eyes riecheggia nella Terra desolata di Thomas Stearn Eliot nell’episodio riguardante Madame Sosostris:

…Temete la morte per acqua
[15]

Ma nella parte IV del poema, La morte per acqua, l’acqua è divenuta un elemento di purificazione. Phlebas è il simbolo della civiltà moderna, fatta di commerci e scambi, in cui i popoli si spostano continuamente. Questa civiltà “arriva al culmine delle sue contraddizioni con lo scoppio della I Guerra Mondiale”. [16] La soluzione mistica è la sola “via di salvezza”. La morte del marinaio fenicio è per il Trigona 1) cristiana liberazione dalle pene terrene, dimenticanza de “il guadagno e la perdita”; 2) rituale religioso di morte-rinascita secondo i riti antichi di cui Eliot ha letto in Frazer e Weston; 3) rito cristiano di liberazione dal peccato originale (il battesimo è morte dal peccato per acqua). Il brano è di una rara sensibilità poetica. La consistenza palatale del corpo di Phlebas si scioglie nei cambiamenti vocalici del secondo verso (forgot the cry of gulls). La corrente sottomarina si sostanzia nelle sibilanti di bonese whisper. Gli alti e bassi di rose e fell terminano nel turbinio onomatopoietico di whirpool. Il tono di Gentile o Giudeo / O tu che volgi la ruota e guardi nella direzione del vento è il tono del predicatore che invita a cambiare vita.



Margareth Atwood nella poesia Frogless (Senza rane), tratta da Mattino nella casa bruciata [17], descrive un paesaggio di malattia in cui l’acqua è diventata alcool e gli animali nascono deformi:

The sore trees cast their leaves
too early. Each twig pinching
shut like a jabbed clam.
Soon there will be a hot gauze of snowsearing the roots.

Booze in the spring  runoff,
pure antifreeze;
the stream worms drunk and burning.
Tadpoles wrecked in the puddles.

Here comes an eel with a dead eye
grown from its cheek.
Would you cook it?
You would if.

The people eat sick fish
because there are no others.Then they get born wrong.

This is not sport, sir.
This is not good weather.
This is not blue and green.

This is home.
Travel anywhere in the year, five years,
and you’ll end up here.

Gli alberi dolenti perdono le foglie
troppo presto. Ogni rametto si chiude
di colpo come una vongola stuzzicata.
Presto arriverà una calda garza di neve

a cauterizzare le radici. 
Alcool nel disgelo della primavera,
puro antigelo;
l’acqua serpeggia ubriaca e rovente,
I girini naufraghi nelle pozze. 

Ecco l’anguilla con l’occhio morto
spuntato su una guancia.
La cucineresti?
Caso mai…

La gente mangia pesci malati
perché non ce ne sono altri.

Poi nascono sbagliati. 
Questo non è divertente, signore.
Questo non è bel tempo.
Questo non è tutto verde e azzurro.

Questo è casa tua.
Viaggia dove vuoi in un anno, in cinque anni,
poi è qui che ti ritrovi.  

Nel suo tipico stile realistico la scrittrice canadese non lascia illusioni a chi la segue. La consapevolezza che questo territorio contaminato è il posto in cui tutti noi viviamo penetra nelle nostre ossa senza che possiamo fare niente per dimenticarcene. Forse proprio per questo ci troviamo a non avere altre scelte se non quella di combattere tutto questo deterioramento, così come combattiamo le malattie che giungono sulla soglia della nostra casa.



Altre volte gli scrittori ci offrono esempi di rapporti appaganti con l’acqua. La poetessa statunitense Maxime Kuminci ha dato un esempio efficace del suo confondersi con l’acqua nella bellissima poesia Morning Swim (Nuotata mattutina) [18], che offre la rappresentazione di un corpo femminile solitario – in una mattina nebbiosa –che si tuffa e realizza la sua fusione perfetta con l’elemento acquatico:

Into my empty head there come
a cotton beach, a dock wherefrom
 
I set out, oily and nude
through mist, in chilly solitude.
 
There was no line, no roof or floor
to tell the water from the air.
 
Night fog thick as terry cloth
closed me in  its fuzzy growth.
 
I hung my bathrobe on two pegs.
I took the lake between my legs.
 
Invader and invaded, I
went overhand on that flat sky.
 
Fish twitched beneath me, quick and tame.
In their green zone they sang my name
 
and in the rhythm of the swim
I hummed two-four-time slow hymn.
 
I hummed “Abide With Me.” The beat
rose the fine thrash of my feet,
 
rose in the bubbles I put out
slantwise, trailing through my mouth.
 
My bones drank water; water fell
through all my doors, I was the well
 
that fed the lake that met my sea
in which I sang “Abide With Me.”

 
Nella mia testa sgombra si profila
una spiaggia di cotone, una banchina
 
da cui partii, unta e denudata
tra la foschia, in solitudine gelata.
 
Linea non c’era, soffitto o fondale
a distinguere l’acqua dall’aere.
 
La nebbia della notte densa come un telo
racchiuse me nel suo spugnoso ordito.
 
A due gancetti l’accappatoio appesi,
fra le mie gambe il lago presi.
 
Invasore ed invasa, procedevo
a bracciate dentro quel piatto cielo.
 
Pesci rapidi e miti sotto di me a guizzare.
Dentro quel verde spazio il mio nome a cantare
 
e intonavo nel ritmo della bracciata
a due quarti una lenta ballata.
 
Mormoravo: “Assecondami”. La toccata
saliva dai miei piedi all’elegante falcata,
 
saliva fra le bolle che sgorgavano
di lato, dalla mia bocca spalancata.
 
Le ossa bevvero acqua, acqua cadente
da ogni porta. Io ero la sorgente
 
che nutriva il lago, che incontrava il mio mare
nel quale “Assecondami” cantavo.
 
La protagonista non solo si tuffa in un ambiente acquatico che è tutt’uno con la terra e il cielo, ma con il ritmo delle proprie bracciate stabilisce un ritmo che è in armonia con l’acqua in cui si muove. Alla fine diventerà acqua lei stessa poiché da tutte le sue “porte” si riversa acqua a nutrire l’altra acqua in cui procede. La poesia trasmette un gran senso di libertà e di armonia fra la nuotatrice e l’acqua.

Sulla stessa linea, anche se il tono diventa giocoso, si trova Sandro Penna in questi versi:

Ecco il fanciullo acquatico e felice.
Ecco il fanciullo gravido di luce,
più limpido del verso che lo dice.
Dolce stagione di silenzio e sole
e questa festa di parole in me
.[19]

E come non ricordare la limpidezza  e l’armonia de La pioggia nel pineto [20] del nostro Gabriele D’Annunzio come esempio della partecipazione panica al mondo naturale e “acqueo” del bosco?

Non la riporteremo per intero perché si tratta di una poesia ben nota, ma è opportuno ripercorrerla per interpretarne le sottili allusioni poetiche. Il poeta si rivolge a qualcuno – Ermione -, poiché la poesia comincia con l’imperativo Taci, che impone silenzio e l’apertura verso qualcosa che si sta schiudendo. Le parole successive ci pongono ai margini del bosco: Su le soglie / del bosco non odo / parole che dici / umane. L’uso sapiente dell’enjambement accresce il senso del mistero. Si scopre così che le parole sono umane perché il poeta vuole ascoltare un linguaggio diverso che si sprigiona dal cadere delle gocce sulle foglie del bosco. Dopo alcuni versi ancora un imperativo: ascolta. E’ l’invito ad ascoltare il linguaggio della pioggia che si deposita sulle varie piante del bosco, tutte nominate, e sui volti le mani, i vestimenti e i freschi pensieri delle due persone che stanno nel bosco.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitio che dura
e varia nell’aria
secondo le fronde
più rade, men rade
.

E’ tutta un’orchestrazione che si dispiega nel bosco e a cui partecipa il canto delle cicale. Ogni pianta ha il suo suono (pino, mirto, ginepro, altro ancora) e anche i due attori umani di questo scenario sono imbevuti della pioggia che cosparge il bosco:

Ascolta, ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
 


Il canto della rana si mesce a quello delle cicale, proveniente dall’umida ombra remota, dall’ombra più fonda. Accanto al sentimento di fusione con il tutto vegetale e animale, sorge e si accresce una sottile sensualità in questo contatto intimo con il bosco indotto dalla onnipresenza della pioggia:

E piove su le tue ciglia,
Ermione 
Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pèsca
intatta,

Qui si palesa anche un senso di purificazione che  viene attribuito all’acqua. Si parla de l’argentea pioggia che monda e più in giù si osserva che la vita è in noi fresca / aulente, / il cuor nel petto è come pèsca / intatta.
Negli ultimi versi che ripetono quasi alla lettera alcuni versi già pronunciati, la cadenza della reiterazione si salda e si illanguidisce nella partecipazione cosmica alla rinascita del bosco, alla sua metamorfosi in atto.
L’acqua spesso ha una qualità catartica, perché ha la possibilità di lavare e quindi di determinare un cambiamento sostanziale in chi vi si immerga, basti pensare al significato del battesimo. Nel recente film La donna che canta il figlio e la figlia della donna nuotano in una piscina, dopo aver appreso che hanno un altro fratello che – a suo tempo – ha stuprato in una prigione la loro madre. Evidente è il desiderio di togliersi di dosso questo peso ingombrante.
Identica appare la funzione di un bagno in una piscina napoletana in un film meno recente, L’amore molesto, in cui la protagonista, che per tutta la durata del film è alla ricerca di verità scomode su sua madre, si concede insieme a un suo vecchio amico d’infanzia.



Ritroviamo nella modernità di una giovane poetessa italiana, Laura Fusco, la presenza inquietante dell’acqua che circola fluida in tutta la narrazione poetica:

E’ trascorsa un’altra strana giornata.
Hai messo l’acqua a bollire.
Hai preparato la tisana.
Hai detto a te stessa: devo cercare di dormire.
Oppure non è andata così.
Magari non hai messo l’acqua a bollire ma ci hai solopensato.
Magari hai detto, anche se non ha nessun senso:
devo cercare di non dormire e aspettarlo
oppure: no,
lascio il pensiero passare oltre il muro come un rumoredell’anima, una febbre,
inondare la casa da una stanza all’altra o accendere le luciin cima alle colline,
attraversare una soglia e partire,
fare ordine in cucina prima che arrivi.
Fuori
la notte dell’acqua.
Dentro una lampadina fioca
che sta per fulminarsi
e una tazza di caffè per stare sveglia
[21]

L’acqua è una presenza materiale, serve a preparare una tisana ma, complice di una sua congenita fluidità, genera incertezze che contaminano il pensiero il quale poi percorre la casa o insegue le colline. L’acqua è anche un paesaggio che incombe sulla notte e sulla vita di tutti. Altrove diventa l’elemento scatenante di un incontro e la presenza attiva che si snoda durante tutto il racconto dell’esperienza:

Su un ponte da Nouvelle Vague,
su una bici che ti lascia a piedi  in mezzo al temporale,
con il sacco rotto della spesa che semina girasoli in mezzoal traffico,
tu.
E invece lui,
nell’appartamento gelato e messo a soqquadro
per cercare la fuga di Annie e
il giorno dopo del gas.
O del gas
e il giorno dopo
di Annie.
Ti sei rifugiata nelle scale buie per strizzarti l’acqua daivestiti senza sospettare
che poi saresti salita da lui,
a portargli tutta quell’acqua sulle losanghe azzurre e neredel pavimento,
tutto quel tuo respiro rappreso di freddo.
Lui invece
ti aspettava,
attratto dai girasoli,
attratto dalla pioggia,
attratto dall’idea di non pensare più a Annie.
Hai sgocciolato sui suoi libri,
sparsi come guadi sul pavimento,
camminando fino a dove
ti ha passato una vestaglia,
ti ha passato un asciugamano,
ti ha passato il contatto della sua mano.
Quello delle tue labbra sul bordo del bicchiere
l’avete fatto tintinnare facendovi spazio a fatica
tra i quadri e le tende di velluto.
Anche lui aveva una bici.
Ti sei appoggiata al cerchione.
Lo hai sentito entrarti tra le scapole e le vertebre.
Spostandoti hai messo una mano in una felce come se fossi inun prato
e non al Marais.
Ti ha chiesto
se volevi che scendesse a raccogliere i tuoi girasoli,
se volevi che ti desse una sua camicia per scendere araccoglierli insieme,
incuranti del traffico in tilt
e dei mulinelli d’acqua e di foglie.
Ti sei messa la sua camicia
ma non vi siete mossi,
finché i gesti e le voci hanno cominciato a asciugarsi e ascaldarsi.
L’ascensore si è fermato e ha rovesciato una luce improvvisa
sui tuoi capelli.

[…] [22]

Anche qui l’acqua tende ad identificarsi col pensiero, a generare e liquidare forme nel tempo della narrazione. Informa il racconto, scompaginando propositi e riassemblando immagini. Si muove nelle pieghe del narrare, da lei condizionato, narrare di piccoli accadimenti esterni e di tutte le sensazioni del corpo che fanno parte dell’evento e vengono accuratamente registrate. E’ interessante notare come il narratore colga una miriade di impressioni secondarie che fanno parte tutte di uno stesso scenario, ponendosi, per così dire, nella posizione di un osservatore esterno. In questo contesto l’acqua apre anse e slarghi inaspettati, è un’incursione e un dischiudersi di mondi nuovi e finisce la sua funzione quando la voce narrante informa che i gesti e le voci hanno cominciato a asciugarsi e scaldarsi. Impone anche una presenza naturale a una vicenda cittadina perché è capace come nessun altro elemento di mantenere una sua verginità anche in paesaggi modificati dalla convivenza sociale.
Elemento affine alla cultura sommersa delle donne, l’acqua emerge epifanicamente anche in una poesia di Annamaria Ferramosca, tradotta in inglese da Anamarìa Crowe Serrano:

Sorveglio l’acqua
Sorveglio l’acqua. Imparo
come si evapora,
come si abbandona l’esuvie.
In un angolo il mucchio:
il sale della vita (l’acqua è ironica)
 
Il dio dell’acqua saggio
ondulava in serpente
allevando le spighe
e insieme i pesci
E ignaro,  in petto, anche l’uomo.
Tecnica, che solo un dio padroneggia,
ma che esclude
perversioni di plastica.
 
La sapienza dell’acqua
quando imperla
la fronte per timore,
prima di commettere,
prima di parlare.
 
 
I watch water
I watch water. I learn
how to evaporate
how exuviae are abandoned.
The pile lies in a corner:
the salt of the earth (water is ironic)
 
The wise god of water
was undulating like a snake
nurturing the reeds
together with the fish
And man too, unawares, was leeching off him.
It’s a technique that only a god can master,
but which leaves no room
for plastic perversions.
 
How knowledgeable water is
when it covers the forehead
in beads of fear,
before we commit,
before we speak. 
[23]


E’ una poesia intrisa di leggerezza e, come dice la poetessa stessa, di ironia. Poche molecole esistenziali del nostro rapporto denso e speciale con l’acqua che ci stupisce sempre. 




Ed è sul motivo della leggerezza che vorrei finire questa breve disamina sui 
modi che alcuni scrittori e alcune scrittrici hanno di raffrontarsi con l’acqua, facendola entrare nella loro vita, proponendo un famoso frammento da Saffo e un esempio di filastrocca nonsense di Edward Lear [ * ]. Nel primo l’oscurità dell’Oltretomba si stempera in uno squarcio di freschezza naturalistica dalla levità orientale:                                               

Io voglio morire:
voglio vedere la riva d’Acheronte
fiorita di loto fresca di rugiada. [24]

Nel secondo, come al solito, la rima nonsensical impone un senso di incongruità al breve componimento poetico. L’acqua può essere anche questo. 

There was an old person of Sheen,
Whose expression was calm and serene;
He sate in the water, and drank bottled porter,
That placid old person of Sheen
[25]

C'era un vecchio di Sheen
Il cui modo di epsrimersi era calmo e sereno;
stava seduto nell'acqua, e beveva birra scura imbottigliata
Quel placido vecchio di Sheen.




 

 

[1] San Francesco D’Assisi, Cantico di frate Sole [ * ]

[3] Cecco Angiolieri, Sonetto LXXXVI [ * ] [ * ]
[4] Il testo in inglese, qui tradotto da Anna Maria Robustelli, è stato tratto da "Only Connect A History and Anthology of English Literature 1", a cura di Marina Spiazzi e Marina Tavella, Second Edition, Zanichelli, 2004
[5] Anne Carson, Antropologia dell’acqua. Riflessioni sulla natura liquida del linguaggio a cura di Antonella Anedda, Elisa Biagini, Emmanuela Tandello, Roma, Donzelli, 2010 [ * ]
[6] Il corsivo di alcune parole che hanno a che fare con l’acqua è mio
[7] traduzione di Diego Valeri
[8] Henry David Thoreau, The Journal of Henry D. Thoreau, edited by Bradford Torrey and Francis H. Allen, New York, Dover Publications, Inc.,1962.
[9] In http://leonardodavinci.csa.fi.it/osservatorio/infea/html/poesie/poesia-9.htm
[10] Italo Calvino, Marcovaldo,Torino, Einaudi, 1963
[11] Henry David Thoreau, op.cit.
[12] William Shakespeare, Sonnet LX, in Sonetti, edizione integrale a cura di Gabriele Baldini e traduzione di Lucifero Darchini [ * ], Milano, Feltrinelli, 1965. (Prima edizione della traduzione di L. Darchini nella Biblioteca Universale Sonzogno: 1909)
[13] Virginia Woolf, Gita al faro,Garzanti, 1974 [ * ]
[14] William Shakespeare, La Tempesta, traduzione di G. S. Gargano introduzione e note di Guido Ferrando. Firenze, G. C. Sansoni Editore,  1952
[15] T. S. Eliot, La terra desolata, traduzione di Mario Praz, Torino, Giulio Einaudi, 1965, per gentile concessione dell’editore Valentino Bompiani
[16] Prospero Trigona, Saggio su The Waste Land,  Napoli, Guida Editori,  1973
[17] Acura di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti, Firenze, Le Lettere,  2007.
[18] In Corporea, il corpo nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese, a cura di Loredana Magazzeni, Fiorenza Mormile, Brenda Porster, Anna Maria Robustelli, Sasso Marconi, Le Voci della Luna,  2009, pp.20-21 [ * ]. La poesia in questione è stata tradotta da Loredana Magazzeni.
[19] Sandro Penna, Tutte le poesie, Milano, Garzanti, 1979 [ * ]
[20] Enzo Palmieri, Crestomazia dellaLetteratura Italiana Tomo III Ottocento e Novecento, Palermo, Palumbo,1957.
[21] Laura Fusco, Sangue & rossetto a cura di Camilla Torre, Le Voci della Luna. Numero 47 – Luglio 2010 [ * ] [ * ]
[22] Ibidem.
[23] A Selection of Poems 1990-2009 Annamaria Ferramosca Translations and Introduction Anamarìa Crowe Serrano, NewYork, Chelsea Editions, 2009.
[24] Lirici greci tradotti da Salvatore Quasimodo con un saggio di Luciano Anceschi. Arnoldo Mondadori Editore, 1951 [ * ]         [25] The Complete Nonsense of Edward Lear collectedand introduced by Holbrook Jackson, New York, Dover Publications, Inc., 1951 [Ho fornito la traduzione a semplice titolo esplicativo, dato che è molto difficile tradurre questo tipo di poesia, basata sull’inconsistenza della rima]

 

 


 




(Anna Maria Robustelli - gennaio 2011) 










(apparso nei Quaderni del Liceo Orazio N.1 Anno Scolastico 2010/2011 Roma, a cura di Mario Carini)







 


 


 

 

[2] Jean Giono,  L’uomo che piantava gli alberi, Milano, Salani, 1996 [ * ] (ed. or.1980, L’homme qui plantait des arbres, Gallimard, Paris)
UNA SCELTA DIFFICILE TRA CULTURA E NATURA IN "SURFACING" DI MARGARET ATWOOD
post pubblicato in Atwood, Margaret, il 7 settembre 2009



La natura c’entra, eccome, nel romanzo Surfacing (1) di Margaret Atwood.
All’inizio i protagonisti della vicenda sono impegnati in un viaggio di ‘ritorno’ all’isola del Canada settentrionale dove la narratrice ha passato la sua infanzia e adolescenza con la famiglia, il cui padre, entomologo, come quello della stessa scrittrice, girava la wilderness per monitorare gli alberi e le altre piante.
Come è stato notato da alcuni critici, il viaggio assume la connotazione di un graduale inoltrarsi nel ‘cuore di tenebra’ del mondo naturale canadese. Mai come a questa narrazione aderiscono queste due parole, perché è nel cuore di tenebra della narratrice che siamo sin da subito proiettati e lo spazio in cui tutti si muovono con maggiore o minore consapevolezza è il gigante ermetico e silenzioso dei laghi, delle paludi e delle foreste di questo preistorico territorio sconfinato.
Siamo nell’ambito di alcuni dei temi più cari alla scrittrice nordamericana: la società addomesticata dalle rigide regole vetero-borghesi delle città e lo spazio profanato o ancora intoccato della wilderness. Ma in entrambi i casi nessuna idealizzazione: non i lumi di una civiltà urbana raffinata, non l’illusione di una natura rivitalizzante, alla Wordsworth, o trasmettitrice di bellezza, pur nell’orrore della sua grandiosità e pericolosità, com’è proprio del sublime. I due opposti si avvicinano nel personaggio della protagonista che, man mano che si inoltra nelle profondità del percorso, perde la misura umana della relazione con gli altri, sprofonda nel bisogno di silenzio, che soli la possono apparentemente purificare e far rinascere.
L’inautenticità con cui lei ha vissuto la sua vita si affaccia con insistenza. Joe, il suo attuale compagno, le chiede di sposarlo, ma la protagonista ha già conosciuto la delusione delle relazioni, delle parole usate senza che corrispondano a qualcosa di autentico e quindi non se ne fida, evade dalla prigione degli stereotipi sociali su cui esiste un consenso diffuso. Rammenta la sua precedente relazione fallimentare: He said he loved me, the magic word, it was supposed to make everything light up, I’ll never trust that word again (2). Rimonta la vita vissuta dai suoi genitori, specialmente quella di suo padre, scomparso senza lasciare traccia e che lei teme sia impazzito o bushed. Ha conosciuto la violenza di un aborto eseguito in un ospedale, l’innaturalità delle macchine e delle varie categorie degli addetti ai lavori che hanno liquidato la vita dentro di lei e non vuole più provare niente di simile, un altro aspetto della società civile che la annichilisce.
Ha anche conosciuto l’emarginazione perpetrata su di lei nelle scuole di città in cui, durante gli inverni, la sua famiglia soggiornava, luoghi in cui i coetanei la respingevano e deridevano:
Being socially retarded is like being mentally retarded, it arouses in others disgust and pity and the desire to torment and to reform (3).
Ora, nei paraggi dell’isola dove sorge la casa dei genitori si confronta con altre crudeltà: un airone ucciso e appeso a un albero: Why had they strung it up like a lynch victim, why didn’t they just throw it away like the trash? To prove they could do it, they had the power to kill. Otherwise it was valueless: beautiful from a distance but it couldn’t be tamed or cooked or trained to talk, the only relation they could have to a thing like that was to destroy it (4).
Capisce che anche pescare è un’inutile crudeltà:
I had no right to. We didn’t need it, our proper food was tin cans (5).
Arriva alla tragica conclusione che:
Anything we could do to the animals we could do to each other: we practised on them first (6).
Anche la coppia con cui la narratrice condivide il viaggio, David e Anna, dapprima quasi invidiata, rivela le sue profonde magagne: si tratta di due persone che non solo non sanno amarsi ma che, anzi, passano il tempo a farsi, a scambiarsi il male, come se questo fosse il solo rapporto possibile per loro, per schermarsi dal nulla.
Come in Heart of Darkness di J. Conrad, nel suo viaggio a ritroso nel tempo, la protagonista arriva a farsi questa domanda lasciata senza punto interrogativo, come problema aperto:
How did we get bad (7).
Alla fine lei getterà nel lago la pellicola del film che David sta girando, perché lui si è divertito a riprendere nuda la sua compagna davanti a tutti contro la volontà di lei, a riprendere l’airone morto per un suo gusto perverso, vorrebbe proseguire nella sua attività corruttrice anche con la narratrice e continua ad esercitare una crudeltà gratuita a cui Anna non si oppone veramente mai.
Il personaggio dell’io narrante si allontanerà sempre di più dai suoi compagni fino a nascondersi e a vederli salire sulla barca del ritorno senza di lei. Al tempo stesso diventerà sempre più ’naturale’, rifiuterà i vestiti se si eccettua una vecchia coperta per proteggersi dal freddo, mangerà bacche e quello che è sopravvissuto dell’orto di suo padre. E’ come se si stesse inabissando nel mondo naturale mai modificato dal male dell’uomo. Si allontana anche dalla sé stessa ‘civilizzata’ che ha accettato troppi compromessi con la società umana.
Non si tratta veramente di un viaggio iniziatico, culminante in una catarsi. La Atwood diffida dei miti abusati, delle parole consunte. Questo confondersi con la natura però serve a far capire quanto la protagonista stessa del racconto si era allontanata da quello che sentiva vero. E’ un processo graduale, lungo, che la estranea da tutti e anche da una sé stessa poco vigile, troppo rassegnata nei confronti di una società che spinge verso comportamenti inautentici, malati.
Ma divenire più consapevoli aiuta a porre dei limiti e la natura è il luogo di questa consapevolezza, anche se il riscatto è una strada da percorrere che spetta a ognuno di noi. Ed è evidente che la compromissione con quella società esiste sempre, è inestricabile.
Ci sono altre soluzioni?
Come al solito, la Atwood lascia al lettore la risposta, forse perché molte risposte sono possibili o sono comunque da ricercare.
Nelle ultime parole del libro c’è la sibillina risposta della scrittrice: The lake is quiet, the trees surround me, asking and giving nothing.

 

1 Tradotto in italiano con Tornare a Galla [ma devo dire che preferisco “Affiorare”suggerito da Daniela come traduzione in uno dei nostri primi incontri], Baldini Castaldi Dalai, 2002.
2 Diceva di amarmi, la parola magica, doveva illuminare tutto, mai più mi fiderò di quella parola. (Traduzione mia, perché non avevo a disposizione il libro in italiano).
3 Essere socialmente ritardati è come essere mentalmente ritardati, suscita negli altri disgusto e pietà e il desiderio di tormentare e riformare.
4 Perché l’avevano appeso come la vittima di un linciaggio, perché non si erano limitati a gettarlo via come la spazzatura? Per dimostrare che potevano farlo, avevano il potere di uccidere. Altrimenti non valeva niente: bello da lontano ma non si poteva addomesticare o cucinare o addestrare a parlare, l’unico rapporto che potevano avere con una cosa come quella era di distruggerla.
5 Non ne avevo il diritto. Non ne avevamo bisogno, il cibo che ci era congeniale erano barattoli.
6 Qualunque cosa abbiamo potuto fare agli animali l’abbiamo potuta fare gli uni agli altri: prima di tutto ci siamo esercitati su di loro.
7 Come siamo diventati cattivi.







(Anna Maria Robustelli)






Margaret Atwood, Tornare a galla, Baldini Castoldi Dalai, 2007 [
* ]





 

 

 

 

 

L'AMICIZIA FEMMINILE NEI ROMANZI DI MARGARET ATWOOD
post pubblicato in Atwood, Margaret, il 7 settembre 2009



Una scrittrice come Margaret Atwood, che analizza lo stato d’animo della donna nel suo interagire con il mondo in cui vive, non poteva fare a meno di interessarsi al rapporto tra donne. Già nei primi romanzi, incentrati su altri argomenti, accenna all’amicizia femminile, ma è nei romanzi scritti intorno agli anni ’90, Occhio di gatto (1988) [ * ], La donna che rubava i mariti (1993) [ * ], L’altra Grace (1966) [ * ] e L’assassino cieco (2000) [ * ] che la scrittrice esplora in maniera specifica il tema dell’amicizia tra donne e questa, come lei sottolinea, è spesso più ambigua dell’amicizia tra uomini e complicata da sentimenti contrastanti.
Il tema centrale di Occhio di gatto è il rapporto amore-odio che lega due donne a partire dalla scuola elementare. Elaine Risley, che racconta la vicenda in prima persona, è figlia di un entomologo. Dopo un’infanzia passata con i genitori e il fratello, campeggiando in luoghi isolati fino a quando il padre non ha avuto una cattedra a Toronto, è andata a vivere in una casa semplice, appena costruita in mezzo ad uno spazio vuoto in periferia. Così per la prima volta, Elaine, che aveva sempre desiderato conoscere altre bambine, fa amicizia con due compagne di scuola, Carol Campbell e Grace Smeathe. Carol appartiene ad una famiglia borghese conformista e anglicana, vive in una casa perfettamente ordinata dove i genitori dormono in letti separati e la mamma viene caratterizzata dagli eleganti golfini abbinati. Grace invece viene da una famiglia piccolo borghese che tira a risparmiare il più possibile, compra i vestiti da un catalogo postale e vive in una casa che odora di cucina e lavanderia. La sua mamma è una bigotta di una setta protestante non-conformista e invita Elaine, la porta in chiesa, ma giustifica il cattivo comportamento delle amiche nei suoi confronti perchè è una piccola pagana. Grace, tuttavia, è bella e piena di idee e, dato che sono soprattutto le altre a voler giocare con lei, predomina nel gruppo fino all’ arrivo di Cordelia, una ragazza ricca, sofisticata e più smaliziata di loro.
A questa età, per fortuna, i bambini non capiscono niente di classe sociale e la differenza tra i loro tenori di vita costituiscono solo un motivo di curiosità. La descrizione dell’infanzia e della prima adolescenza delle quattro amichette occupa alcune delle pagine più belle e sensibili dell’autrice: i loro segreti, i giochi di collage con i cataloghi e le riviste femminili, i travestimenti e le recite, le domande e ipotesi sussurrate che riguardano i loro corpi che cambiano, il sesso e la nascita. Era un’era più innocente della nostra, alla fine degli anni ‘40, senza televisione, ma un epoca in cui, almeno nei paesi nordici, esisteva un certo pudore reciproco tra madre e figlia su questi argomenti e persino sui sentimenti e le sofferenze. Le bambine partecipavano, poi, insieme ai maschi, ai giochi con le biglie nel cortile della scuola. Il simbolo dell’adolescenza di Elaine rimarrà infatti la biglia azzurra, l’"Occhio di Gatto", che lei custodisce come talismano nella sua borsa di plastica rossa e che sfiora con le dita per avere protezione nei momenti difficili, momenti che presto arriveranno.
E’ risaputo che i bambini possono essere crudeli. Qualche bambino non viene accettato dal gruppo, viene allontanato, preso in giro, isolato. Talvolta il più debole, il diverso, viene perseguitato. Elaine non è diversa se non per la sua maggiore ingenuità e inesperienza ma subisce da parte delle sue compagne, incantate dal carisma di Cordelia, un vero e proprio bullismo femminile: una persecuzione sottile e nascosta che le fa credere di non essere normale, che le provoca mali fisici (il vomito, lo svenimento) e psicopatici (il mangiarsi le dita, lo strappare la pelle dal piede), mali che si allentano solo quando passa le vacanze insieme alla famiglia, di nuovo tra boschi e laghi e lontano dalle amiche. Si tratta di un gioco di potere. Cordelia, sostenuta dalle altre due, critica ogni suo comportamento, il suo modo di vestire, il suo linguaggio, la sua stessa sottomissione (ma tutto questo solo in assenza degli adulti, che ritengono l‘aguzzina una fanciulla dalle maniere perfette). L’oppressione comincia con un gioco finito male quando Elaine si lascia chiudere per scherzo in un buco e poi viene abbandonata, si conclude infine con un abbandono molto più grave e pericoloso in fondo a una scarpata, sotto la neve e dentro un’insenatura ghiacciata. Ci si domanda perchè la ragazza si sottometta a questo trattamento, perchè non si sia ribellata prima. La risposta che ci fornisce la narratrice risiede nel bisogno dell’adolescente dell’amore dei suoi pari, nel codice di lealtà (oppure la paura) che le impedisce di fare la spia, nonché nel senso d’inferiorità e impotenza che la invade.
Del resto, forse dipende anche dal fascino che esercita Cordelia, poiché Elaine rimuoverà il tormento, ma rimarrà ossessionata da questa sua amica per tutta la vita. Le due adolescenti si ritrovano alla scuola superiore ma il rapporto di potere si inverte e Elaine, più tardi, si renderà conto di avere scambiato i ruoli con la sua amica. Diventata pittrice, farà un ritratto di Cordelia dove si riconosce la paura nei suoi occhi: una paura, però, che riflette quella della stessa artista che teme di diventare come lei. Cordelia, espulsa dalla scuola privata che aveva frequentata, diventa una studentessa disastrosa sebbene Elaine l’aiuti e insieme si compiacciono a sfogare pettegolezzi meschini nei confronti della loro ex-amica Grace e la sua famiglia. Cordelia, poi, con impulsi di cleptomania assecondati da Elaine, mostra segni premonitori della malattia che la farà rinchiudere in una clinica psichiatrica; un luogo dove l’amica le farà visita, ma da dove si rifiuterà di aiutare Cordelia a scappare. Elaine, abbandonata dal primo marito, sentirà la voce infantile di Cordelia che la sfida a suicidarsi, vedrà gli occhi dell’amica in quelli delle figlie quando esse si ribellano e persino in quelli della mendicante, incontrata per strada, che lei aiuterà ma che non ama. Solo dopo la mostra antologica a Toronto, nella città che provoca queste e altre reminiscenze, la mostra dove Elaine si aspetta di rivedere Cordelia ma dove Cordelia non c’è, arriva finalmente il momento del perdono. Cordelia è morta. Elaine rimane vincente. Tuttavia, sulla via di ritorno a casa, lei rimane triste e malinconica di non poter mai godere, dimenticate le vecchie beghe, una vacanza come quella di una coppia di vecchiette, complici e spensierate, nella quale s’imbatte sull’aereo per Vancouver.
L’influenza esercitata da una amica sull’altra rappresenta uno dei motivi del complesso intreccio che l’autrice ha costruito nel libro L’altra Grace, partendo da documenti storici riguardanti una presunta assassina ottocentesca. Grace Marks sarebbe stata complice insieme al cocchiere James Mc.Whitney dell’uccisione del loro padrone Thomas Kinnear e della sua governante Nancy. La coppia criminale fu arrestata al confine con gli Stati Uniti in una locanda dove la ragazza sedicenne aveva dato il nome di Mary Whitney, nome con il quale firma in seguito una serie di confessioni. James viene condannato a morte, Grace al carcere a vita. Tuttavia, uno strano gruppo che si riunisce attorno alla moglie del governatore del carcere la ritiene non colpevole, o perlomeno incapace di intendere e volere, e cerca di farla perdonare. Si tratta di un reverendo metodista, di un medico psicologo, di un medico ciarlatano e di una signora che fa la medium  e consola la moglie del governatore per la morte di un bambino .
In quasi tutti i suoi romanzi Margaret Atwood introduce un elemento paranormale, lasciando i suoi lettori nel dubbio che si tratti di un gioco dell’immaginazione, un’allucinazione, una forma di telepatia o semplicemente un’imbroglio. In questo caso, sembra che ci sia una specie di simbiosi tra Grace Marks e la sua ex-amica Mary Whitney. Grace, piccola immigrante irlandese, orfana di madre con quattro fratellini e un padre squattrinato e ubriaco, era stata messa a servizio all’età di 12 anni nella casa signorile di un consigliere comunale. Mary, un’altra cameriera più grande di 3 o 4 anni con la quale condivideva il letto, è stata per lei la prima amica e protettrice, una mamma, una compagna di lavoro e di giochi, un’insegnante di vita. La storia di questo periodo viene riferita da Grace allo psicologo: traboccano di felicità i suoi racconti delle risate e degli scherzi tra il bucato steso e i copriletti patchwork, dei regalini fatti a mano che si facevano a Natale, dei sogni di sposare un agricoltore pioniere, fino a quando Mary non viene sedotta e abbandonata dal figlio dei padroni e muore dopo un aborto clandestino. La fine della vicenda è tragica nella sua quasi-banalità – dato il periodo - ma dimostra com’era fragile la gioia di queste ragazzine e precaria la loro esistenza.
La gente superstiziosa usava aprire la finestra della camera di un morto per fare uscire l’anima e c’era chi pensava di sentirlo chiedere dal morto stesso. Grace racconta di aver sentito dire “fammi entrare” e non “fammi uscire”, di essere svenuta per ore come se fosse in trance, di essersi svegliata convinta di essere la sua amica morta e di essere poi tornata in se solo dopo una lungo sonno e senza ricordare niente. Sostiene di avere un’amnesia totale per quanto riguarda l’assassinio di Thomas Kinnear (l’ultimo dei suoi successivi padroni) e Nancy, la sua favorita. Vere o false che siano queste sue dichiarazioni, illusioni oppure invenzioni, esse conducono i suoi benefattori a sospettare che Grace possa essere una medium e che l’anima di Mary Whitney abbia potuto a volte impossessarsi di lei. A parte qualche attacco di isteria che Grace avrebbe potuto fingere allo scopo, del resto riuscito, di farsi ricoverare in manicomio, il suo carattere sembra docile, disponibile, con una certa raffinatezza. Mary Whitney, al contrario, pur senza compromettersi con i padroni, era più ribelle, si arrabbiava per i privilegi dei ricchi e usava in privato un linguaggio volgare. Grace pensa continuamente a che cosa avrebbe detto, fatto o pensato Mary in ogni situazione e si mostra sdegnata di una sorte che ha punito la sua amica ma che avrebbe premiato Nancy per lo stesso peccato. Quest’ultima era incinta di Kinnear, che l’amava e forse l’avrebbe sposata. Non sembra impossibile, perciò, per chi crede a questi fenomeni che l’amica morta possa averla spinta su una cattiva strada, anche per vendicarsi. Bisogna ammettere che l’atteggiamento moralistico della stessa Grace riguardo a questa relazione ispira qualche dubbio sulla sua sincerità. Lei dice quello che gli altri vogliono sentirsi dire da lei. C’è anche chi la ritiene subdola, bugiarda, una bravissima attrice. Comunque viene salvata dal suo vecchio amico, Jeremiah, lui, sì, un attore prodigio: già venditore ambulante, poi saltimbanco ventriloquo da fiera, ora si presenta come il Dottor Jerome Dupont, neuro-ipnotista. Nel corso di un esperimento detto ‘scientifico’ organizzato in casa della spiritista, la voce rozza di Mary Whitney s’introduce nel sonno ipnotico di Grace per confessare di averla spinta al crimine. 
L’amicizia vera, sincera e paritaria, fatta di reciproca solidarietà, si trova nel romanzo La donna che rubava i mariti. Le tre protagoniste Toni, Ros e Charis, si sono conosciute nel collegio universitario e rimangono amiche negli anni seguenti sebbene la loro provenienza, i loro mestieri e tipi di vita siano molto diversi. Il racconto retrospettivo delle loro vicende familiari e delle loro infanzie getta uno sguardo trasversale sugli abitanti dell' Ontario nel periodo dell’immediato dopoguerra. Tony diventa professoressa di storia militare e sposa West (che già amava da studentessa), o perlomeno sposa quello che rimane di lui dopo che una loro compagna, Xenia, l’aveva sedotto e abbandonato, lasciandolo emotivamente distrutto, senza casa e indebitato fino al collo. Non hanno figli ma, alla fine, Tony è l’unica che riesce a tenersi il marito. Roz, direttrice di un’importante rivista femminile, sopporta un marito che la tradisce continuamente ma che ritorna sempre a farsi proteggere dalle amanti. Per soddisfare il suo orgoglio maschile, lei lo mette addirittura nel suo consiglio di amministrazione ma cede alle pressioni della sua ex-compagna di studi, ora giornalista, di farci entrare anche lei. Di conseguenza perde il marito, il quale, sedotto e abbandonato dalla stessa Xenia, muore suicida. Charis, la terza amica, abbandona gli studi e si compra una casetta su un isola, dove alleva polli e prende il traghetto giornaliero per lavorare in un negozio di oggetti orientali. Charis è una persona sensitiva, insegna yoga e frequenta un gruppo pacifista che aiuta giovani statunitensi, durante la guerra del Vietnam, a fuggire dalla leva militare attraverso la frontiera canadese. Charis porta a casa uno di questi, un certo Billy, di cui lei s’innamora, nonostante la pigrizia e la rozzezza che lo distinguono. Tutte queste donne, del resto, ben consapevoli dei difetti dei loro uomini, li amano lo stesso, se non proprio con passione, in maniera protettiva, quasi materna. Ma anche Chris fa entrare Xenia in casa e, così, involontariamente consegna Billy non solo alla sua falsa amica ma anche nelle mani della polizia federale. Quando poi Charis partorisce sola e disperata, le amiche accorrono; quando il figlio di Tony si trova in pericolo dalla nemica comune, le altre sono là per pedinare la predatrice ed affrontarla insieme; pranzano insieme ogni tanto e, senza interferire nella vita l’una dell’altra, sono sempre disponibili nel momento del bisogno.
Ci saranno indubbiamente, in questo libro, degli aspetti comici e delle situazioni che fanno ridere, ma è anche una storia tragica. Il fatto è che questi avvenimenti, questi personaggi, sono certamente esagerati ma non sono del tutto irrealistici. Le debolezze di queste tre donne intelligenti ma imprudenti, troppo generose e tolleranti, sono in fondo le debolezze di molte giovani donne. Come dice la narratrice, Xenia entra solo su invito. I vizi di Xenia fanno paura: saranno pure tutti i vizi femminili concentrati in una sola donna - ma chi non li riconosce?
Xenia è malvagia in maniera grandiosa, eroica, quasi epica. Xenia ha bisogno di convincersi, a più riprese, che tutti gli uomini sono cera nelle sue mani, soprattutto gli uomini delle sue amiche. Ha bisogno di far credere anche alle amiche, per poterle sfruttare, che lei si trova sempre nei guai. Xenia è bella, ma non è con la bellezza che seduce gli uomini – e anche le donne - ma con il suo bisogno di aiuto: è, o dice di essere, una donna sfollata, maltrattata e sprovveduta, che combatte coraggiosamente contro la malasorte facendo ogni sorta di mestiere, all’occorrenza anche con successo ma più spesso con la paura. Sembra, ad un certo punto, che rimanga coinvolta, suo malgrado, in chissà quali beghe internazionali – forse con i servizi segreti, forse con i terroristi, più probabilmente (sempre che ci sia un barlume di verità nelle balle che racconta) con il narcotraffico. Xenia sa mentire meglio di Satana, le manca solo il suo orgoglio: questo non le serve, perchè è femmina! L’estrosità delle sue bugie non può fare a meno di suscitare l’ammirazione del lettore, talvolta anche la sua ilarità per la lestezza con la quale le storie cambiano, ma raggiungono sempre lo scopo. Quando poi, matura, malata, forse ricercata da non si capisce bene chi, la donna si trova finalmente vinta e capisce che le amiche non ci cascano più, spara le ultime frecciate per rovinare persino la memoria degli uomini che lei aveva già distrutto. Xenia viene paragonata a Jezabel, la principessa biblica che muore spinta da una torre e divorata dai cani che ne lasciarono solo le ossa: la donna passata nella cultura europea come incarnazione femminile del male. Anche Xenia cade, sia pure da un balcone – spinta o suicida. Era già ‘morta’ una volta – poi risorta! All’inizio della storia, le tre amiche si erano trovate al suo funerale, organizzato da un avvocato in presenza di un gruppo di uomini sconosciuti. Alla fine, poi, rimangono le stesse tre, sole, pietose, ma anche con un sospiro di sollievo, a spargere nel mare le sue ceneri.
Il tema dell’amicizia tra donne sembra esaurirsi con L’assassino cieco (2000). Si tratta di una saga familiare ambientata negli anni ’30 sullo sfondo della Grande Depressione. Le protagoniste sono due sorelle, figlie di un industriale e orfane di madre: Iris, la maggiore, narratrice in prima persona, è sensata e protettiva nei confronti della sorellina Laura, impulsiva, religiosa e portata al sacrificio. Appena ventenne, Iris fa un matrimonio d’interesse per aiutare il padre sull’orlo del fallimento e per assicurare un futuro alla sorella, la quale viene a vivere con la coppia. Entrambe le sorelle, tuttavia, s’innamorano dello stesso uomo, uno scrittore comunista, agitatore politico ma ricercato dalla polizia per un delitto che non ha commesso. Ed è qui che il discorso diventa ingarbugliato. In primo luogo, si inserisce nella narrativa una cronaca in terza persona della relazione passionale tra lo scrittore ed una della sorelle, mai nominata; infatti, solo in modo graduale si arriva a capire qual’è. In secondo luogo, all’interno di questo stesso discorso, si integrano anche le puntate fantascientifiche che lo scrittore ricercato pubblica su una rivista popolare (dietro uno pseudonimo e con suggerimenti dell’amante). Si tratta dell’"Assassino cieco". Lo stesso romanzo verrà pubblicato in seguito dopo il suicidio di Laura, insieme alla sua relazione passionale, come frutto della sua penna, e la renderà famosa. Però la storia viene pubblicata da Iris, la vera amante. Il reale sentimento di Laura nei confronti dello scrittore era stato invece l’amore ideale di un’adolescente, un amore fatto di amicizia, abnegazione e soprattutto speranza: una speranza involontariamente distrutta dall’amata sorella quando, sperando di farle dimenticare l’uomo, le rivela indelicatamente il fatto che egli è morto in guerra.
E’ raro che Margaret Atwood descriva l’amore-passione. In questo romanzo si trova una combinazione di stili, intrecci, sentimenti e passioni; inoltre c’è una certa suspence e una specie di parallelo tra la crudeltà fantastica della narrativa ‘pulp’ e la tragedia degli avvenimenti reali. E’ difficile dire che questa sia l’opera migliore dell’autrice, ma è forse proprio il suo virtuosismo che le ha meritato il premio Man Booker, uno dei premi più ambiti dagli scrittori di lingua inglese.



(Joan Felicity Yorke)





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