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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
MIA CUGINA CONDOLEEZZA
post pubblicato in Shukair, Mahmud, il 26 giugno 2018
 

Questo libro – a cura di Marco Ammar, che lo ha tradotto e ne ha scritto l’introduzione – contiene un glossario e undici racconti. Caratteristica dell’autore è la sua inclinazione al racconto breve. 
L’autore, nato a Gerusalemme, ha vissuto le guerre in cui la sua città è stata coinvolta, e poi è stato in esilio per venti anni, in Libano, poi in Giordania (Amman) e infine a Praga. E' rientrato in Palestina  dopo la ratifica degli accordi di Oslo.
Ha scritto anche opere teatrali, pezzi per la televisione e racconti per bambini, ma la sua specialità resta il racconto breve. E questa raccolta è tipica del suo stile. Vediamo di che tipo di racconti si tratta, e soprattutto come sono strutturati.
A differenza di altri scrittori palestinesi, Shukair non sottolinea la questione dell’occupazione dei territori palestinesi da parte israeliana, ma la rende leggera tramite la sua vena ironica e sarcastica. Ma i suoi racconti danno ugualmente la percezione di quanto assurda debba essere la vita dei palestinesi sotto l’occupazione israeliana. I racconti sono stati paragonati a quelli di uno scrittore Italiano, Alessandro Baricco (Hassan Khader al festival delle letterature di Berlino nel 2012).
Riporto qui di seguito i titoli dei racconti, perché mi servono per alcune considerazioni: Il passo di Naomi Campbell; Dopo “La foto di Shakira”; I baffi di Mordechai e i gatti di sua moglie; Il banchetto di Rumsfeld; Il professor Mohyub aspira al premio Nobel; L’ossessione del Phantom; Una lite sul sale da cucina; Mia cugina Condoleezza; La solitudine di Rambo; Wall Academy; Il posto di Pablo Abdallah.
Le celebrità che già emergono dall’indice, prese dal mondo della politica, dello sport e dello spettacolo, sono evocate dai suoi personaggi, protagonisti dei racconti, e servono allo scrittore come pretesto narrativo per conferire carattere globale a realtà locali. L’autore usa queste personalità in modo surreale, prendendo spunto da esse per movimentare la vita e le azioni dei personaggi. I racconti che ne derivano sono spesso pieni di umorismo e satira, e si prestano a scene inverosimili, ma estremamente efficaci, come Sylvester Stallone (protagonista della serie di film Rambo) che gira Gerusalemme a cavallo di un asino, suscitando le reazioni degli anziani e dei giovani del quartiere!  
Nei racconti in cui non ci sono personalità che fanno cose strane, compare maggiormente la tormentosa vicenda dei palestinesi, oppressi dall’occupazione israeliana delle loro terre. Un esempio più che evidente è nel racconto L’ossessione del Phantom, in cui il protagonista vive sotto la paura che la sua casa diventi bersaglio dei Phantom israeliani, soprattutto per effetto del vicino di casa, che il protagonista pensa sia membro di Hamas.
Non compare nei racconti di Shukair soltanto la condizione dei palestinesi oppressi da israele; c’è anche una critica all’arretratezza del suo popolo. E molti racconti, nella loro ricchezza di ironie e sarcasmi, sono sempre più assimilabili a veri e propri sogni.
Il libro è sicuramente di lettura molto agevole a chiunque ed è davvero piacevole.



(Lavinio Ricciardi)








Mahmud Shukair, Mia cugina Condoleezza e altri racconti, Edizioni Q, 2013 [ * ]
NEL BLU TRA IL CIELO E IL MARE
post pubblicato in Abulhawa, Susan, il 11 giugno 2018
 

Questo secondo romanzo di Susan Abulhawa ricalca in parte le tracce di “Ogni mattina a Jenin”, sua opera prima. Anche qui c’è la saga di una famiglia palestinese, in cui uno dei componenti, Khaled, bambino, muore all’età di dieci anni.
La traccia del romanzo è ancora un villaggio palestinese, Beit Daras, sulla strada che porta dalla Palestina al Cairo. L’epoca è intorno al 1948.
Da Beit Daras si muove la storia della famiglia, ed è Khaled a narrarla, prima di morire – o come dice lui, prima di passare “nel blu”, frase che caratterizza gli svenimenti o lo stato di coma di una persona, o – per dirla con i protagonisti della storia – lo spazio-tempo degli spiriti. Una premessa storica dell’autrice, seguita dall’avvio della narrazione da parte di Khaled, aprono il libro.
La narrazione di Khaled inizia da quella che lui chiama “l’epoca dei tunnel”: questi tunnel venivano scavati tra Palestina ed Egitto, al tempo della guerra del 1948, e servivano perché, avendo gli israeliani confinato i palestinesi nella striscia di Gaza, loro non potevano approvvigionarsi di ciò che volevano. Così, tramite questi tunnel, essi riuscivano ugualmente ad avere tutto quanto serviva loro dall’Egitto.
Dalla descrizione della famiglia emerge subito che la personalità di spicco della famiglia è – nelle parole di Khaled – sua nonna  Nazmiyeh, che praticamente ha atteso ben undici figli maschi prima di avere la tanto desiderata femmina, alla quale aveva dato il nome di Alwan. La figlia femmina la desiderava da quando aveva perduto sua sorella Mariam, uccisa durante uno dei soliti attacchi israeliani. Khaled, nel parlare di sua nonna, inizia con una cosa che la nonna andava dicendo spesso: lei era la ragazza più bella di tutta Beit Daras. Alwan è la madre di Khaled. La bisnonna di Khaled, Umm Mamduh, era detta “la pazza”, poiché viveva sola, con due figlie e un figlio: il marito l’aveva lasciata. 
Vorrei procedere con ordine, cosa che non ho fatto finora. Il romanzo è articolato in sette parti, ciascuna divisa in un certo numero (molto variabile) di capitoli. Questi iniziano sempre con una premessa di Khaled (che fino ad un certo momento è l'io narrante). Per distinguere queste premesse dal romanzo vero e proprio, esse sono in corsivo, e ancora in corsivo sono i capitoli dove è solo Khaled a raccontare. Le premesse sono una specie di anticipazione di quanto il capitolo contiene, ma la regola non è sempre valida. I titoli delle parti – invece – costituiscono una specie di guida alle storie che i capitoli raccontano.
La storia della famiglia Baraka (letteralmente Benedizione) è – a mio personale parere – abbastanza autobiografica dell’autrice, almeno in alcune vicende. Anche nel primo romanzo  ho avuto la stessa sensazione, ma qui le cose sono più complesse. Otre alla sorella Mariam, Nazmiyeh ha un fratello, Mamduh, che, sempre durante la guerra del 1948, comincia a lavorare e per lavoro si trasferisce in Kuwait. Mamduh sposa Yasmine, moglie acquisita che proveniva da una famiglia di apicoltori, e da essa ha due figli, un maschio – Muhammad, come il nonno materno – e una femmina, Nur. Nel bel mezzo della guerra Mamduh – che si teneva sempre in contatto con la sua famiglia (in particolare con sua sorella) – la informa che presto si trasferiranno negli Stati Uniti, nella Carolina del Nord.
Anche dagli Stati Uniti, Mamduh telefona spesso alla sorella in Palestina. Le sue vicende occupano la seconda parte, e la fuga verso gli Stati Uniti la terza. Queste vicende sono piuttosto drammatiche: il figlio Muhammad muore in un incidente d’auto.
Nur miete successi negli Stati Uniti, a scuola e nella vita. Nel frattempo sua madre muore, e il padre invecchia, avendo sempre in mente di tornare in Palestina. Quando sta per farlo, si ammala, viene ricoverato in ospedale, dove muore. Prima di morire, preoccupato della sorte di sua figlia, Mamduh aveva parlato con un’assistente sociale, che gli era stata mandata, di origini africane, il cui nome era Nzinga. Costei gli aveva promesso che si sarebbe occupata di Nur. Nur resta sola, e viene affidata ad una famiglia, con padre americano, Sam, e madre di origine ispanica. Costei accetta di occuparsi di Nur, su richiesta di Nzinga, ma soprattutto per un fondo fiduciario, che le garantiva una entrata economica. Però non avrà mai gran simpatia per Nur. Nzinga però, visto il carattere della madre adottiva, la trasferisce in un istituto per l’infanzia (Mills Home). Qui, Nur riesce a studiare, ad andare al college, prende una laurea e diventa presto una psicologa affermata.   
Intanto a Gaza, ad Alwan e marito nasce una bimba, oltre Khaled. Viene chiamata Rhet Shel, in ossequio ad un’americana molto brava e bella che si era stabilita per un certo tempo a Gaza, e che si chiamava Rachel Corrie. Le famiglie riescono a sopravvivere all’isolamento in cui Israele le tiene aiutandosi con la pesca. Khaled compie dieci anni, età importante per un bambino arabo, perché passa da un numero ad una cifra, da una a due cifre. Nel frattempo il padre di Khaled e Rhet Shel rimangono uccisi nel bombardamento di Gaza ad opera degli Israeliani. 
Ma – proprio quando Khaled avrebbe dovuto essere più contento – successe che “entrò nel blu”. Uno stato di coma particolare, in cui lui riusciva a percepire quello che gli accadeva intorno, ma non poteva comunicare con gli altri. Una prima volta riuscì a risvegliarsi quando suo padre, che lo aveva schiaffeggiato e non l’aveva visto tornare in sè, voleva portarlo in ospedale. La seconda volta, però, Khaled non si svegliò. Fu chiamato un medico, il dottor Jamal Musmar, il quale non poté che constatare come il bambino non rispondesse altro che con un battito di palpebre a quello che gli veniva chiesto. Fortuna volle che il dottor Musmar andasse in America per tenere una conferenza, e a questa assistesse Nur. Lei aveva riconosciuto in un video un bimbo (Khaled, che aveva un ciuffo di capelli bianchi) e così, parlandone con il dott. Musmar, pian piano arrivarono alla conclusione che il bimbo soffriva di un malanno che Nur conosceva (sindrome locked-in). Così tra una cosa e l’altra il dottore le propose di venire a Gaza.
Nur – come Mariam, la sorella di nonna Nazmiyeh – aveva occhi di colore diverso, ed aveva scelto di indossare lenti a contatto proprio per non apparire “uno scherzo di natura”. Arrivata a Gaza, accolta dal dottor Musmar, lei torna in famiglia, dove nonna Nazmiyeh ritrova nei suoi occhi quelli di Mairiam. Inizia a curare Khaled, ma nello stesso tempo ritrova la sua famiglia e fa amicizia con la nipotina Rhet Shel. Purtroppo – nonostante i promettenti miglioramenti, Khaled non si riprende. E – come già detto – muore. Nur, avuta notizia che Zinga era tornata in Egitto, la va a trovare. Poi torna a Gaza, ove, nel frattempo, sta accadendo un fatto nuovo. I palestinesi avevano catturato un soldato israeliano, e per il suo riscatto, chiedono la liberazione di mille prigionieri palestinesi: tra questi si trova anche l’altro figlio di Nazmiyeh, Mazen, il primogenito, che era stato catturato e imprigionato da Israele in uno dei suoi raid. Sua madre era sempre andata a trovarlo, ma solo ora che tornava a casa, prese ad essere felice. E per festeggiarlo, organizza un pranzo, che conclude il romanzo.
Le vicende di questa famiglia, che – come ho già detto – ricordano quelle della famiglia di “Ogni mattina a Jenin”, sono più complesse, ma in più passaggi ricordano quelle dell’altro libro. Ciò nonostante, questo libro ha un qualcosa di più avvincente, e – nello stesso tempo – più triste del precedente. Anche di questo romanzo bisogna dare atto alla Abulhawa della sua testimonianza sulla condizione del popolo palestinese, cacciato dalle sue terre. Chiedo scusa per non aver saputo sintetizzare queste vicende maggiormente, e consiglio a tutti la lettura di questo libro, come ulteriore testimonianza della condizione palestinese.



(Lavinio Ricciardi)






Susan Abulhawa, Nel blu tra il cielo e il mare, Feltrinelli, 2015 [ * ]


RITORNO A HAIFA
post pubblicato in Kanafani, Ghassan, il 29 maggio 2018
 

Un libro particolare, per più di un motivo. La presentazione di Francesco Gabrieli e la prefazione di Isabella Camera D’Afflitto – nota arabista – ne danno già un ottimo giudizio. L’autore, noto per “Uomini sotto il sole”, edito in Italia da Sellerio (non più disponibile, purtroppo), ha scritto una storia molto originale, e discretamente credibile, che racconta la visita ad Haifa di una coppia di palestinesi. Haifa, loro luogo di provenienza, è il luogo dove è la loro casa.   
Il protagonista, Said, mentre effettua il viaggio, ricorda l’episodio che li ha fatti fuggire. Si trattava dell’invasione israeliana di Haifa. La moglie, Safiya, era rimasta a casa, mentre lui era uscito per commissioni. All’inizio dell’attacco israeliano, nonostante avessero un bimbo di cinque mesi, Said non riesce a tornare al loro quartiere, e viene spinto verso il porto, dove è  costretto ad imbarcarsi. Qualcosa di analogo succede alla moglie, che – abbandonando il piccolo – esce di casa, spaventata dai bombardamenti, e anche lei si ritrova al porto.
Il loro ritorno, anche se accade venti anni dopo, è funzionale non solo a rivedere la loro casa, ma essenzialmente al ritrovamento del loro piccolo, Khaldun, che entrambi avevano abbandonato. Nel frattempo hanno avuto un altro figlio, Khaled. E – mentre quanto detto finora è il contenuto del primo capitolo – il secondo si apre con il dialogo della coppia, e su come viene presa la decisione di tornare ad Haifa: come già detto, il motivo reale, nascosto dietro una semplice visita alla loro casa, è il pensiero della sorte di Khaldun. La storia continua con il viaggio, il ritrovamento della casa, uno scoppio di pianto di Safiya al vederla, e la decisione di Said di entrare e vedere chi vi abita. Sono accolti da una signora anziana, che li accoglie con una frase inattesa: “È da molto che vi aspetto”, e dice loro che è una ebrea e che proviene dalla Polonia: stupore di Said e Safiya, ma la vecchia spiega come li ha riconosciuti, e l’inatteso si spiega. Dopo un po’, la vecchia parla del figlio, che chiama Dov, e si capisce che si tratta di Khaldun.
Qui inizia la terza parte del libro. Che racconta prima di tutto la storia di un ebreo, Efrat  Koshen, del suo arrivo ad Haifa assieme alla moglie Miriam (che si comprende essere la vecchia della parte precedente), e della conquista di Haifa da parte del primo esercito israeliano, l’haganah. La storia prosegue con l’assegnazione, da parte dell’Agenzia Ebraica (un ente assistenziale per i bisognosi), ad Efrat di una casa e di un bimbo di cinque mesi; Efrat ne è molto felice perché Miriam non ha potuto avere figli. E Said scopre che proprio il giorno in cui Khaldun fu affidato ai coniugi ebrei, era quello in cui l’avevano perduto, o meglio abbandonato. Un’ebrea, sentito un pianto insistente, aveva rotto la porta e l’aveva trovato.
Said e sua moglie, sorpresi del comportamento di Miriam, che agisce come se quella casa fosse la sua, le chiedono a questo punto quando il figlio rincaserà. Miriam dice loro che doveva già essere rientrato, ma che di solito non è mai puntuale. Poi, avendo chiamato Khaldun col nome ebraico di Dov, e avendo assistito allo stupore della coppia dei genitori veri, dice a Said che anche lei è imbarazzata, visto che – avendolo cresciuto – anche per lei è un problema separarsi da quel figlio, ma aggiunge che, appena rincasa, gli prospetterà il problema perché possa scegliere.
Di fronte alla decisione di Miriam, Said è perplesso ed esitante. Sua moglie scoppia a piangere ancora e, appena si è calmata, Said decide di raccontarle la storia di un loro amico di Giaffa. Non cito questa storia, che occupa il quarto capitolo, e passo alla conclusione, cioè al capitolo successivo.  
Dov – alias Khaldun – rientra a casa, si sorprende che la “madre” abbia visite, e viene invitato da Miriam ad entrare in salotto, dove ci sono persone che lo vogliono vedere. E – appena entrato in salotto – Miriam gli dice “Ti presento i tuoi genitori”, mentre Said e Safiya sono sorpresi di essere al cospetto di un uomo in divisa da soldato. A questo punto tra Dov e Said si svolge un dialogo, in cui Dov accusa i suoi genitori di vigliaccheria per averlo abbandonato, e Said gli parla dell’altro suo figlio (Khaled, che evita di chiamare “fratello”) e di Patria, dicendogli di ragionarci su, visto che li considera “dall’altra parte”. Non proseguo: sia Safiya che Dov restano perplessi alle parole di Said, il quale decide che è ora di andarsene e tornare a Ramallah, dove ormai vivono: questa conclusione è l’unica possibile, visto che la discussione aveva preso la piega del rapporto Israele - Palestina. 
Volutamente escludo le ultime parole di Said, che lui rivolge a sua moglie nel viaggio di ritorno. Da parte mia, voglio dire che questo libro è quello che maggiormente mette a fuoco il problema tra Israele (che ha invaso il territorio della Palestina) e i palestinesi. Proprio per questo ne consiglio la lettura a tutti coloro che vogliono sull’argomento saperne di più. La storia è certamente una buona testimonianza del punto di vista palestinese sulla questione.


(Lavinio Ricciardi)






Ghassan Kanafani, Ritorno a Haifa, Edizioni Lavoro, 2003 [ * ]
CITTA' DI SALE
post pubblicato in Munif, 'Abd al-Rahman, il 9 luglio 2014

 


 
Immaginiamo una terra sterminata e desertica con sabbie e pietraie senza fine in cui si aprono piccole oasi verdi, ciuffi di palme, un pozzo, orti e frutteti striminziti che combattono una lotta quotidiana contro la natura ostile. Immaginiamo una popolazione che vive un’esistenza aspra e rude con lo spettro quotidiano della fame, legata alla terra ed anche alla necessità di scambiare merci con paesi lontanissimi, merci indispensabili alla sopravvivenza. Immaginiamo che la vita scorra sempre uguale da tempo immemorabile con certezze millenarie e il richiamo del muezzin che cinque volte al giorno invita alla preghiera.
E’ l’Arabia fino alla prima metà del ventesimo secolo. Dopo, a seguito del contratto tra il regno saudita e la Standard Oil of California, sono arrivate le ricerche petrolifere, i pozzi di idrocarburi, gli oleodotti.
Dal settimo secolo della nostra era, corrispondente agli anni trenta del calendario musulmano, dal momento in cui la capitale dell’Islam fu trasferita da Medina a Kufa e poi a Damasco e a Bagdad, l’Arabia perse il ruolo di potenza politica e rimase in una posizione marginale rispetto all’immensa dominazione che si estendeva dalla Persia all’India e dalla Spagna all’Egitto attraverso i paesi del Magreb. L’Arabia restava il centro religioso dell’Islam perché ospitava le città sante di Mecca e Medina e la Mecca era il luogo del pellegrinaggio prescritto dal Corano, ma il potere politico, dopo lo spostamento della capitale, era inesistente. L’espansione dell’Islam era stata in pratica una vera migrazione armata, resa possibile dalla teocrazia fondata da Maometto. Ma usciti dai confini della penisola arabica, conquistate le ricchezze del mondo mediterraneo e orientale, i guerrieri islamici lasciarono al suo destino l’Arabia e i suoi deserti abitati dalle tribù nomadi.
Nel romanzo di Munif ambientato all’inizio dello sfruttamento petrolifero, Wadi al-Uyùn è una piccola oasi abitata da beduini che sorge verde e incontaminata in mezzo al deserto. La sua vita si basa sui ritmi della natura e sulla fede nella forza divina che regola il mondo. Fino al giorno in cui gli stranieri stravolgono il territorio ed insieme la vita di uomini donne alberi animali e cose.
La compagnia petrolifera, con la connivenza delle classi dominanti arabe, impone la tecnologia legata all’estrazione del petrolio, distrugge il territorio, viola usi e costumi antichi di secoli, disegna un nuovo paesaggio fatto di mostri metallici, torri coronate di fuoco e tubazioni senza fine. Le coste fino ad allora incontaminate sono meta di navi che vomitano apparecchiature mastodontiche e macchinari terrificanti. Oltre a donne quasi nude o forse demoni che vogliono rubare agli uomini la loro anima.
Uomini donne e bambini vengono sradicati dal mondo in cui sono abituati a vivere e sbalzati in una realtà nuova che non comprendono e rifiutano radicalmente. Il loro modo di vivere perde significato ed assistono impotenti al crollo delle certezze e della loro stessa identità.
L’Arabia acquista con la ricchezza il ruolo di grande potenza politica ed insieme perde una parte di vita che molti arabi sentono come insostituibile.
Tutto questo è descritto nel libro di Munif, uno dei più importanti scrittori del mondo islamico.



(Rita Cavallari)

 






Abd al-Rahman Munif, Città di sale, Baldini Castoldi Dalai, 2007 [ * ]
 




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