.
Annunci online

CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
JON SNOW'S TSUNAMI DIARY
post pubblicato in Diario, il 19 ottobre 2015

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. giornalismo ecocritica fukushima

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 19/10/2015 alle 8:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
ALJAZEERA
post pubblicato in Diario, il 14 ottobre 2015



Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. giornalismo politica

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 14/10/2015 alle 11:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
DAL PARADISO ALL'INFERNO
post pubblicato in Fallaci, Oriana, il 18 aprile 2015
 

Siamo in un tempo a dir poco “strano”. Un tempo in cui si uccide per niente, un tempo in cui tutto sembra voler cancellare le orme del nostro passato, delle nostre aspirazioni, dei nostri desideri, dei nostri sogni, fatti magari nella giovinezza, nell’adolescenza, nell’infanzia. E – spesso – non occorre che ci sia la guerra per tutto ciò.
Io ho mantenuto, di quel passato, una sola vera passione, che oggi è la sola occupazione della mia età stramatura: ormai sono alle soglie degli 80, e continuo imperterrito a leggere libri. Leggere, nonostante le critiche, i pensieri, le esperienze che si possono fare alla mia età. Un’età statica, purtroppo, in cui spesso si viaggia sulle parole degli altri anziché sui mezzi di trasporto. 
Da quel tempo e da alcuni ricordi ho deciso di leggere ancora un’autrice di cui ho alcuni libri 
(i due ultimi, La rabbia e l’orgoglio e La forza della ragione, oltre a Un uomo, Insciallah, Oriana intervista Oriana, Lettera a un bambino mai nato), tra l’altro non tutti letti. Ho riletto adesso Un uomo, che mi piacque molto a suo tempo, negli anni '70 e Oriana intervista Oriana, credo uscito dopo i due ultimi libri dell'autrice citati sopra. E mi è tornata in generale la voglia di leggere "l’Oriana". 
Dopo Un uomo, un’amica mi ha nominato Se il sole muore. L’ho preso in biblioteca e l’ho divorato. Come sto già facendo ora per Niente e cosi sia. E proprio di questi due libri voglio parlare qui.
Il primo, Se il sole muore – che ho paragonato al "Paradiso" – è un diario del primo viaggio che Oriana fa in America, a caccia di quanto la fatidica “terra dell’oro” offre in quegli anni a chi la visita: l’ultima frontiera della scienza, l’astronautica, l’esplorazione di mondi e territori mai conosciuti, il superamento dell’ignoto. Mi preme subito riportare un tratto della dedica che Oriana ne fa: “…Ai miei amici astronauti che vogliono andar sulla Luna perché il Sole potrebbe morire”. Come si può capire è in questa dedica la ragione del titolo. 
Il libro è diviso in due parti: la prima consiste di 15 capitoli, la seconda di 19, per un totale di 34. La prima parte si chiude con il rientro di Oriana in Italia a causa di una grave malattia di sua madre. 
Ma la cosa interessante sta nell’apertura del primo capitolo: Oriana, poco dopo il suo arrivo a Los Angeles, cade per colpa di un sasso nascosto nell’erba. Erba? Terra? Oriana cerca la traccia dell’odore dell’erba, poi della terra: tutto appare come se fosse reale, ma l’erba e la terra sono “di plastica”! E questa è la prima scoperta della “terra dell’oro”. Scoperta che sorprende ed affascina la scrittrice, che – rammentando una sorpresa analoga – si ritrova a ricordare a suo padre un particolare di qualche anno prima.
La California dà l'occasione ad Oriana di parlare con uno dei più famosi scrittori di fantascienza, Ray Bradbury. E anche questa è stata una sorpresa per me, che in gioventù, più o meno all’epoca della stesura del libro, leggevo molto volentieri di fantascienza e ricordo bene Ray Bradbury, autore di Fahrenheit 451
Subito dopo iniziano le interviste agli astronauti. I primi vengono intervistati nella sede della North American, azienda che fabbrica le capsule per i progetti Apollo e Gemini, a San Antonio, Texas. Non voglio entrare nei dettagli delle interviste, che iniziano dal personale aziendale e poi arrivano agli astronauti. L’idea che mi ha spinto a scrivere questo resoconto è l’entusiasmo che muove l’autrice verso la vita di questi cosiddetti “nuovi eroi”. Entusiasmo che però viene subito smorzato dalle persone che la ricevono alla North American, prima di incontrare gli astronauti. 
Il racconto procede con la visita alla capsula Apollo: il tutto narrato con riferimento a quanto visto in Italia, a casa, con i genitori, alla televisione. Spesso l’autrice racconta in dialogo con suo padre. Finché arriva il momento di incontrare i primi astronauti. Cominciando con Slayton, poi Glenn, poi Shepard. E inframezzando gli incontri con un tentativo di provare le stesse esperienze cui vengono sottoposti gli astronauti nel loro addestramento. Come – dopo la capsula Apollo – la centrifuga, che – al momento di provare – l’autrice non accetta, spaventata da quanto ha visto esperire da uno degli astronauti. 
Perché il "Paradiso", si chiederà qualche lettore? Essenzialmente è stato il tono del racconto a farmene venire l’idea. Specie dopo la rilettura di Un uomo, dove la Fallaci è più concentrata sulla figura di Alexis Panagoulis, piuttosto che su di sè. Nel raccontare le imprese e la vita quotidiana degli astronauti invece, l’autrice è sempre molto entusiasta e partecipe del fatto che loro – contrariamente a quanto le dicono gli stessi protagonisti – costituiscono per lei dei nuovi eroi, che danno un senso all’idea di un mondo bellissimo di cui vuole sentirsi parte.
La prima parte si conclude, negli ultimi quattro capitoli, con l'intervista a Shepard (astronauta tolto dal giro da un banale incidente domestico), la prova della centrifuga – di cui ho già accennato – effettuata su di un astronauta che fu fatto smettere dopo aver raggiunto 16 g di accelerazione, e il trasferimento alla base della Florida – Cape Canaveral, poi Cape Kennedy – ove viene raggiunta da un telegramma di rientrare, a causa della malattia di sua madre.
La seconda parte inizia con un discorso con la madre, a proposito del fatto che la Luna doveva essere come una forma di formaggio da portare a terra pezzo per pezzo. Ma Oriana non resta per molto in Italia, presa com’è dalla visita alla nuova base di Cape Canaveral. E in questa introduzione della seconda parte che è il sedicesimo capitolo, accade una serie di cose tra cui l’assegnazione di una borsa di studio concessa proprio a Oriana per occuparsi e scrivere di astronauti e delle loro imprese. Questa borsa, che era stata concessa prima soltanto al primo ministro polacco e a quello del Tanganica, sarebbe dovuta toccare a lei, ma – proprio poco prima di partire – Oriana riceve un telegramma che la annulla.
Segue una serie di vicissitudini, come l’uomo volante con un piccolo motore a razzo sulle spalle, descritto dall’autrice ancora per ribadire la sua appartenenza al mondo delle cose futuribili, e già esistenti, e rigettare le cose appartenenti al passato. Ancora nella descrizione di una serie ulteriore di peripezie è presente nello scrivere della Fallaci questa proiezione nella realtà “prossima ventura”. Come, dopo un’esperienza di visita a Manhattan, accompagnata dal sig. Turner, direttore dell’ufficio pubblicità della General Motors, che ha casualmente conosciuto alla Fiera di New York, quando finalmente raggiunge una piccola cittadina dell’Alabama, Huntsville, che – da città nota per la produzione di latte – si è trasformata in RocketVille, la città dei razzi, e del loro progettista supremo, il dott. Werner Von Braun. 
Dopo aver raccontato le origini di Von Braun, legate alle cosidette “bombe volanti” V2, con le quali la Germania cercò di distruggere Londra, e il suo successivo trasferimento in USA come esperto di razzi, i motori che dovevano alimentare i missili e quindi anche le “astronavi”, per circa due capitoli la Fallaci si dedica ad un'intervista con Von Braun. Una cosa molto interessante nell’ambito dello sviluppo dell’astronautica americana: Von Braun, dopo essere stato il padre della missilistica militare americana, diviene il progettista dei razzi multi-stadio, il più grande e potente dei quali è il Saturno 5. 
Finalmente – esaurite le premesse e l’intervista con Von Braun – Oriana riesce ad incontrare gli astronauti del cosiddetto secondo gruppo, tra i quali si sarebbe dovuto trovare il primo astronauta che sbarcherà sulla Luna (quelli del primo gruppo furono solo protagonisti del progetti Apollo e Gemini, destinati a lanci cosiddetti “suborbitali”). E tra questi, approfondì la sua conoscenza con Grissom. Successivamente con Slayton e Freeman. 
Le cose vanno molto per le lunghe: a questo punto taglio il racconto, rimandando chi si è interessato, alla lettura del libro. Posso assicurarvi che gli ultimi capitoli (a parte quello che racconta la fine di Freeman, morto durante un volo di addestramento per colpa di un’oca selvatica che ha fatto esplodere il suo aereo) sono una serie di trovate, tutte volte a far vivere l’esperienza della realtà futura ai lettori. E questo, per tutti coloro che vivono l’avventura della tecnologia e delle vittorie che l’uomo ha ottenuto grazie al suo perfezionarsi, è realmente una conquista per l’umanità intera. Anche nel finale, con Bradbury, Oriana non si smentisce.
Il secondo, Niente e così sia, è un libro contro la guerra in genere. Narra di tre soggiorni in Vietnam, fatti in tre tempi diversi dalla Fallaci, ma sempre durante la guerra degli Americani combattuta in difesa dei Sud-vietnamiti. In una prefazione di nove pagine, Oriana racconta alcuni dettagli sulla guerra, in particolare la strage di My Lai, raccontati da alcuni soldati scampati e tornati in USA: ai racconti seguono alcune considerazioni personali. 
Il libro è fatto di undici capitoli, e appare un po’ più breve del "Paradiso" (Se il sole muore): il fatto che l’ho ribattezzato "Inferno" è proprio per le cose che Oriana descrive, una delle guerre più brutte che ci siano mai state. Una guerra iniziata ben prima di quando gli americani decisero di parteciparvi: prima di loro i francesi avevano combattuto in questo paese per molti anni. Nel primo dei tre soggiorni, la Fallaci conosce un giornalista di France Press, un certo François Pelou, mentre si trova presso la sede in cui lui lavora. 
Già, perché Oriana parte per il Vietnam dopo un breve discorso con la sua sorellina minore, Elisabetta, che le chiede “La vita cos’è?”, e non è soddisfatta della risposta che le dà Oriana. Così, tutto il libro sembra dedicato a rispondere meglio alla domanda di Elisabetta, e spesso, mentre scrive – in forma di diario – quel che le succede, Oriana continua il dialogo con Elisabetta. È come una lunga dedica: più che altro – a conclusione di alcuni episodi – ne scaturisce una parziale replica al fatto che la prima risposta non fu accettata dalla sorellina.
Anche per questo libro, non desidero fare la cronaca dei fatti. Sarebbe molto difficile, dato che esso si sviluppa (quasi come l’altro) in forma di diario, ma – a differenza del "Paradiso" – le tappe sono molto più sintetiche e raccontano molte più vicende. Se ne trae, durante la lettura e anche a conclusione di essa, l’idea dell’orrore della guerra. Orrore che Oriana fa apparire in tutti gli episodi che racconta. Orrore che – come giornalista – è chiamata a raccontare a tutti: è il suo lavoro. 
L’origine del titolo è particolare: Oriana è in America, reduce dal secondo viaggio in Vietnam, quando viene ucciso Martin Luther King. A seguito di una lettera di un commilitone di uno dei soldati che Oriana intervista in tutto il libro, decide di tornare in Vietnam. Va in India per un reportage, e poi rientra per la terza volta in zona, e ritrova Pelou, il giornalista che le è stato fratello e forse anche padre, in quei luoghi (a Saigon in particolare) così martoriati. Pelou racconta ad Oriana di un generale sud-vietnamita, Loan, particolarmente spietato, ora ferito e che è in ospedale. Durante il racconto, le dà un diario, trovato addosso ad un caduto vietnamita. A sera, stanno in albergo a fare considerazioni, mentre i caccia americani bombardano un quartiere e gli elicotteri mitragliano quà e là. E le loro considerazioni sfociano nella frase: “Tanto sono sempre i poveri che ci rimettono...”.  E Oriana immagina di essere alla messa domenicale e tra le preghiere inserisce un requiem che recita: “Padre nostro che sei nei Cieli dacci oggi il nostro massacro quotidiano, liberaci dalla pietà, dall’amore, dalla fiducia nell’uomo, dall’insegnamento che ci dette tuo Figlio. Tanto non è servito a niente, non serve a niente. Niente e così sia”.
Il libro, in tutti e tre i viaggi in Vietnam, è un lungo diario di orrori, che descrivono benissimo la guerra attraverso testimonianze, azioni dirette cui la Fallaci partecipa (tra l’altro, si è imbarcata su un aereo biposto americano A37 per partecipare direttamente ad una missione di bombardamento). E chiunque abbia la pazienza di leggerlo, si trova perfettamente in un’atmosfera che solo la parola "Inferno" – in tutti i significati che ha nella nostra lingua – riesce a descrivere. Proprio in questo sta l’abilità della Fallaci. Anche nella descrizione dell’incontro col generale Loan ferito (conosciuto durante la prima missione come uno spietato aguzzino, che non ricorda – o fa finta di non ricordare – le atrocità commesse), Oriana riesce, se pur con la pateticità del dialogo con un ferito rassegnato, a darci ancora la stessa sensazione di inferno: “Niente e così sia”. Inferno che – fin dall’inizio – appare anche nel libro in una frase ricamata sul dorso di una giacca americana, frase che dice “Quando morirò andrò in Paradiso, perché su questa terra ho vissuto all’Inferno”.
Ed è proprio questa presenza continua, anche se non sempre nominata, a dominare l’intero diario. Fino alla fine, alla fine del terzo viaggio in Vietnam, dove la Fallaci riprende, nell’ultimo capitolo, il discorso che ha iniziato il libro, la domanda di sua sorella Elisabetta: “La vita cos’è?”. Oriana deve rientrare in America (vi arriverà poco dopo l’assassinio di Robert Kennedy, due mesi dopo Martin Luther King). Pelou lascia anche lui il Vietnam, destinazione Brasile. E così, la Fallaci racconta l’ultimo dialogo con François, in cui parla di un altro massacro, cui ha assistito: la strage degli studenti di Città del Messico ad opera delle forze di polizia, strage nella quale è stata ferita. E Oriana confessa a François da dove è partita per scrivere il suo diario: la domanda di sua sorella Elisabetta. E François prova a risponderle: "...un palcoscenico dove ti buttano di prepotenza, e quando ti ci hanno buttato devi attraversarlo…Quando l’hai attraversato, basta. Hai vissuto". 
Oriana conclude il libro cercando di rispondere lei alla sorellina:
"Un giorno mi chiedesti cos’è la vita. Vuoi ancora saperlo?"
"Sì, la vita cos’è?"
"È una cosa da riempire bene…Anche se a riempirla bene, si rompe"
"E quando si è rotta?"
"Non serve più a niente. Niente e così sia".
Proprio in questa frase, e in questo titolo, si adombra il superamento dell’"Inferno". La scrittrice è ancora splendidamente positiva, anche se sta parlando di quell’inferno che è la guerra, Anche io che scrivo ho visto una guerra e i suoi orrori: li ho visti a sette anni, sulle persone che più amavo, e che li hanno condivisi con me. Per questo ho condiviso del tutto l’esperienza che questo secondo libro tratteggia: l’inferno della guerra.
A conclusione, lascio l lettori a giudicare se le mie parole su questi due libri, che ho divorato in pochissimi giorni ed ho trovato entrambi splendidi, siano corrette. O del tutto campate in aria. Buona lettura.


(Lavinio Ricciardi)








Oriana Fallaci, Se il sole muore, Rizzoli, 2014 [ * ]
Oriana Fallaci, Niente e così sia, Rizzoli, 2010 [ * ]


LIVE
post pubblicato in Diario, il 3 luglio 2013

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. giornalismo

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 3/7/2013 alle 12:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
MINAMISANRIKU
post pubblicato in Diario, il 1 giugno 2013

Potrebbe essere uno stagno che si sta prosciugando, percorso da odori adesivi, usato come discarica. Invece si calpesta Minamisanriku e non si vorrebbe, temendo di far male a qualcuno. Pochi soccorritori sono arrivati quì e la prima volta se ne sono andati, convinti che il porto peschereccio abitato fino a venerdì da diciassettemila persone si trovasse altrove. Sono tornati oggi, spinti dai sopravvissuti del posto e dal Gps e adesso non hanno dubbi. Questo deserto coperto ora dai gabbiani, da cui affiora una gamba piegata, si apre dall'oceano verso l'interno per nove chilometri. 
ll livello del Pacifico che si è trasferito sopra la costa nord-est dell'isola di Honshu, resta alto per almeno due chilometri. Non una barca si è salvata, la spiaggia è attraversata da sabbie mobili e nessuno va a recuperare quell'arto, divenuto il segnale della catastrofe. Quì sorgevano migliaia di edifici, la darsena, strade, scuole e un piccolo ospedale. Se davvero Minamisanriku è questo, non c'è speranza. Da tre giorni non c'è traccia di almeno metà della popolazione. Diecimila abitanti sono scomparsi in pochi minuti, travolti dalla prima, grande onda scatenata dal sisma.

 

Dopo 72 ore si possono trovare persone vive sotto le macerie di un terremoto, non sotto il fango di uno tsunami. Chi si è salvato nei quartieri in collina, è accampato per strada e guarda l'impressionante scia orizzontale, simile a quella verticale aperta da una valanga.  Il livello del terreno si è abbassato e l'impressione è che ora sia inferiore a quello del mare. E' per questo che Minamisanriku è stata spazzata via e che gli aiuti non sono ancora arrivati. Le strade sono interrotte, tutto deve essere portato a mano. Manca cibo, non c'è acqua potabile, la corrente elettrica è sospesa. Non si può nemmeno fuggire: le pompe, tre chilometri all'interno, non funzionano e il carburante è esaurito. Questa città inghiottita è l'ultimo simbolo della catastrofe che s'è abbattuta sulle prefetture orientali di Miyagi, Iwate e Fukushima, a nord di Tokyo. Si comincia però a prendere atto con orrore che è solo una delle tante, uno tra i centinaia di luoghi del Giappone che non c'è più. Dopo un giorno in viaggio lungo la costa inghiottita dall'oceano, ormai deserta e muta, non ha senso tentare di contare i morti e i dispersi.
Diecimila? il doppio? La popolazione sostiene che anche trentamila risulteranno pochi. Più rapido contare i superstiti e i feriti e sperare che molti siano riusciti a scappare all'interno e che non riescano ora a dare l'annuncio della loro salvezza. "Quando è finita la grande scossa - dice Natsuo Kawabata, avvocato a Minamisanriku - mi sono precipitato verso casa. Ho visto una trentina di auto in colonna, che acceleravano sulla strada. Una dopo l'altra, in mezzo minuto, sono state inghiottite tutte. Nella quarta c'erano mia moglie e mio figlio Hojo di sette anni. Era al telefono con me e gridava "è fatta, siamo salvi"". Se una parte dell'Honshu non esiste più lo si deve anche alla straordinaria qualità delle costruzioni antisismiche, che hanno tradito gli abitanti. Dopo la scossa delle 14.46, l'assenza di crolli ha indotto la gente a illudersi di aver subito un evento straordinario, ma non distruttivo. L'allarme tsunami è stato lanciato nove minuti più tardi, diciannove prima che l'oceano si alzasse di venti metri sopra la costa.

 

L'onda si è abbattuta su una popolazione riversa per strada, che stava cercando di capire cosa fosse successo, nell'impossibilità di seguire gli appelli alla fuga lanciati in tivù, spenta dall'interruzione della corrente elettrica.  La maggioranza ha ignorato il pericolo del Pacifico, o ne ha sottovalutato la velocità, venendo strappata via con l'elmetto d'emergenza sul capo. E' questo eccesso di sicurezza nella tecnologia, l'abitudine alla compagnia di una terra quì in costante movimento, ad aver potenziato l'effetto del peggior terremoto della storia nazionale. Percorrendo i quattrocento chilometri  della costa inabissata, rimasti in gran parte privi di soccorsi a causa dell'emergenza radioattiva della centrale di Fukushima, ci si rende conto che il peggio potrebbe non essere ancora scoperto. Sendai, il capoluogo della prefettura di Miyagi, oltre un milione di abitanti, resta sommerso dall'acqua ancora per metà. Sono migliaia gli edifici distrutti, gli evacuati da tre giorni non mangiano e non bevono, l'aria della notte scende a quattro gradi sotto zero e solo pochi possono ripararsi con una coperta asciutta. "Ci mancano farmaci essenziali e sangue - dice Mikiko Dotsu, capo squadra di Medici senza frontiere - e l'assenza di energia impedisce di operare. centinaia di persone, in particolare i bambini e i vecchi, devono essere portate via di quì al più presto, con gli elicotteri o sulle navi". La scuola elementare di Natori è adibita a obitorio: all'interno, non coperti da lenzuoli, centinaia di corpi, forse mille. In un angolo vengono riposte le salme irriconoscibili, i resti considerati umani. Più si risale a nord, dal cuore dell'epicentro, e più lo scenario assume realmente il profilo di una non narrabile apocalisse. Anche la città marinara di Matsushima aveva diciassettemila residenti. E' ridotta ad un villaggio di poche case naviganti nel mare e del grande mercato del pesce non c'è traccia. Gli abitanti, sotto shock, raccontano che lo tsunami del'11 marzo passerà però alla storia per aver sottratto al mondo l'arcipelago di Matsushima Kaigan. Erano 260 piccole isole, decine di penisole verdi tuffate nel Pacifico, tra gli scenari naturali più stupefacenti del Giappone. Rocce nere, torri di tufo, sabbia come neve, sorgenti di acqua bollente, borghi antichi e una miriade di templi buddisti e scintoisti invasi dalla pace. Dalla costa oltre Sendai occorreva un'ora di barca per entrare nel paradiso delle scimmie e dei cervi, popolato di oltre duecentomila persone. Dalla terraferma non si scorgono più isole e i pescatori assicurano che l'arcipelago è stato sommerso. A Ishinomaki, sull'isola di Miyato, abitano centosessantaseimila persone, di cui non si ha notizia. Metà della città risulta distrutta. I pescatori dell'isola di Kinkazan, il "fiore d'oro" dell'Honshu, non trovano più decine di altre isole, rimaste sotto il livello del mare. Il censimento del disastro è ostacolato dalla distruzione dei porti e di migliaia di imbarcazioni. L'arcipelago di Matsushima è totalmente isolato da venerdì e anche il laboratorio marino dell'università di Tuhoku, nella città di Onagawa, non dà segni di vita. Di certo la penisola di Ojika, l'isola di Oshima e Fukuura, si trovano oggi sotto il livello dell'acqua ed è impossibile sapere quanti siano riusciti a mettersi in salvo, come abbiamo potuto riuscirci. Le isole hanno fatto da frangiflutti contro la forza del mare, proteggendo un tratto di terraferma, ma autocondannandosi a scomparire. Lungo la costa, che si presenta oggi come un luogo naturale totalmente cambiato e irriconoscibile, sono però migliaia gli edifici crollati anche a Shiogama, cinquantanovemila residenti e il più grande mercato del pesce della prefettura di Miyagi. Centinaia di persone mancano a Iwanuma, dove la gente resta accampata sui tetti. A Rikuzentakata, nella prefettura di Iwate, sabato si segnalavano quattrocento corpi restituiti dallo tsunami. Le squadre di soccorritori, giunte da Taiwan, affermano che nella spianata di fango ce ne potrebbero essere altrettanti. A Rikuzen Takata, cittadina di ventottomila persone, gli edifici demoliti dallo tsunami sono oltre ottomila. Centinaia più a sud, a Minami Soma. La realtà che un Giappone stremato non vuole ancora accettare è l'uscita dallo tsunami con una mutilazione profonda e lacerante. Tra la capitale e Kesennuma, apice nord estremo della devastazione, centinaia di centri abitati non esistono più. I porti distrutti sono decine, migliaia di imbarcazioni bruciate e affondate. La pesca rappresenta il 15% del pil nazionale e i danni economici si profilano immensi. In questa fascia di terra scossa, in gran parte impercorribile in auto e non raggiunta dalla macchina dei soccorsi, si aggirano oltre trecentomila sfollati, alla disperata ricerca di un numero imprecisato di morti e dispersi. La maggioranza della popolazione, poco meno di tre milioni di individui, ha perduto tutto e lotta per trovare acqua, cibo e qualcosa con cui difendersi dal freddo. Gli aiuti sono lenti e insufficienti: centomila uomini si perdono in un deserto di macerie e rischiano di trasformarsi a loro volta in profughi.
Solo oggi iniziano a delinearsi i contorni di una tragedia che nelle prime ore, dopo la scossa da 9 gradi della scala Richter, era sembrata miracolosamente scongiurata. Si è detto che il Giappone poteva resistere ad un simile squasso: stiamo scoprendo che non è andata così, che nemmeno il Sol Levante è stato più forte di una natura che si illudeva di aver sottomesso. "L'onda saliva - dice Yukio Hokusai, sopravvissuto di Rikuzen Takata - e il primo piano di casa è stato allagato. Siamo usciti sul tetto e anche i nostri vicini, nell'edificio a fianco, erano lassù. Un cantiere impediva al fango di scorrere e la montagna di melma saliva. Ho visto la famiglia Endo sparire in un gorgo nero, mentre il figlio più piccolo si aggrappava all'antenna satellitare". Di tutto questo, assieme al dolore, nel Nordest del Giappone resta solo la paura: di un'altra, definitiva scossa, di una contaminazione nucleare più alta di quattrocento volte rispetto al normale, dell'abbandono, di essere rimasti senza futuro. Nel pomeriggio al largo di Ebina ha attraccato la portaerei USA "Ronald Reagan". I marines che distribuiscono razioni di pane e di riso a chi si prepara per la terza notte all'addiaccio, hanno la maschera sul viso. I sopravvissuti si inchinano, ringraziano e subito si coprono la bocca con la mano.





(Giampaolo Visetti, da "La Repubblica" di lunedì 14 marzo 2011)        




Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. giornalismo ecocritica fukushima

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 1/6/2013 alle 15:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
INCROCI ROMA TORINO
post pubblicato in Poto, Daniele, il 12 marzo 2013

    


Due giornalisti amici: un torinese che ha vissuto a Roma (Vinai) e un romano (Poto) che ha vissuto a Torino, con curiose affinità: il primo, che ha sposato una romana, nella sua affabilità e scherzosità, sembra aver molto del miglior romano, mentre il secondo, di apparente pacatezza, un poco formale ma severamente critico e a tratti (per reazione) anche espressivo nelle parole come nei costrutti, sembra nato a Torino, città dove si è trovato a vivere per lavorare mettendolo duramente alla prova. Due giornalisti che raccontano e si raccontano a ritmo alternato da prospettive al contempo simili e differenti, e due “capitali” al centro dei loro interessi tra storia, cinema, vite quotidiane intrecciate a luoghi simbolo della loro passata giovinezza. Vite che sembrano evolversi come colonne sonore, per usare un termine caro agli autori. E con un certa probabilmente ricercata con–fusione le loro storie si intrecciano così da apparire quasi un unico racconto, se non fosse per i chiarimenti che, a tratti, Vinai tende a mostrare, per distinguersi dal parere del suo collega o per confermarlo. Insieme, alla ricerca di un senso dell’umano perduto negli anni. Lo ammettono: l’improntitudine dei romani o l’ipocrisia dei torinesi non appartiene loro, come neppure quella medietà linguistica e comportamentale che fa sì che oggi tutti si assomiglino scontatamente. E c’è il fascino per una politica creatrice quale fu l’esperimento della Repubblica romana, un frammento di realtà risucchiato nella tragica e opprimente orbita del realismo politico; un ricordo necessario quasi per rendere crocianamente il passato vivido come fosse il presente. Ma anche i luoghi sembrano non essere più quelli di una volta. L’omologazione al diktat economico rende uguali via Roma a Torino e via del Corso a Roma. Eppure qualcosa rimane. La Roma brutta, sporca, malata, eppur viva, come la descrive Poto, pare resistere, o quella che acchiappa e strega, la Roma della dolce infanzia in cui ci si picchiava, magari, ma mai ci si ignorava, e quella dei vicoli nascosti dove essa svela il suo volto di prostituta. Esattamente ciò che coglie anche Vinai nella Torino dei napuli, degli immigrati meridionali, a cui sente spiritualmente di appartenere, che vivacizzano un mondo regale e borghese, una società a strati fatta per essere notata, ma anche una città di postriboli ai limiti. E c’è posto anche per la Torino dei Valletta, della Grande fabbrica, di Giorgio Bocca, di quel Corso Unione sovietica, che Poto ricorda con angoscia, assieme alla Torino pruriginosa de La donna della domenica di Fruttero e Lucentini, fatta per svelare scheletri nell’armadio (da cui fu fatto un film di Luigi Comencini con Mastroianni). Città streghe o puttane. Sembra quasi che non ci si possa distaccare da un’idea fin troppo ricorrente se non fosse per il legame non occasionale che Ripellino rinveniva tra la Roma notturna o la Torino meno esposta e quella Praga magica di violenta forza seduttrice. Ma in questo libro, nonostante il riferimento a una certa mistericità urbana o a ironici raffronti cimiteriali, la visione preferenziale è quella del giorno. C’è uno stile immediato, fatto di impressioni istantanee, più vicino al diario che a una impostazione saggistica. Senza per questo rinunciare a un percorso esistenziale di passione e di indignazione quotidiana. Autentico e godibile.



(Pietro Cavara)








Daniele Poto, Paolo Vinai, Incroci Roma Torino, Youcanprint, 2012 [ * ]  

 
Sfoglia settembre        novembre