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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
L'ULTIMO RIGORE DI FARUK
post pubblicato in Riva, Gigi, il 31 maggio 2016
 

Nella tragica e violentissima dissoluzione della Jugoslavia un calcio di rigore sembrò contrassegnare il destino di un popolo. Un penalty divenne nei Balcani il simbolo dell’implosione di un intero Paese, e dei conflitti che sarebbero seguiti di lì a poco. Intuendo la complessità di un evento che sembrava soltanto sportivo, Gigi Riva racconta con attenzione da storico e sensibilità da narratore un tiro fatale, sbagliato il 30 giugno del 1990 a Firenze da Faruk Hadžibegic, giocatore bosniaco, capitano dell’ultima nazionale del Paese unito. La partita contro l’Argentina di Maradona nei quarti di finale del Mondiale italiano portò all’eliminazione di una squadra dotata di enorme talento ma dilaniata dai rinascenti odi etnici. Leggenda popolare vuole che una eventuale vittoria nella competizione avrebbe contribuito al ritorno di un nazionalismo jugoslavista e scongiurato il crollo che si sarebbe prodotto.
Proprio per la sua popolarità il calcio è sempre servito al potere come strumento di propaganda. Basti pensare all’uso che Mussolini fece dei trionfi del 1934 e 1938, o a come i generali argentini sfruttarono il Mondiale in casa del 1978, durante la dittatura. Oppure, ai giorni nostri, a come lo Stato Islamico abbia deciso di colpire lo Stadio di Francia durante una partita per amplificare il suo messaggio di terrore. Ma si potrebbe sostenere che in nessun luogo come nella ex Jugoslavia il legame tra politica e sport sia stato così stretto e perverso. Attraverso la vita del protagonista e dei suoi compagni (molti dei quali diventati poi famosi in Italia, da Boban a Mihajlovic, da Savicevic a Bokšic, da Jozic a Katanec), si scopre il travaglio di quella rappresentativa nazionale e del suo allenatore Ivica Osim, detto «il Professore», o «l’Orso». Nelle loro gesta si specchia la disgregazione della Jugoslavia e la spregiudicatezza dei suoi leader politici, che vollero utilizzare lo sport e i suoi eroi per costruire il consenso attorno alle idee separatiste. In questo senso il calcio è stato il prologo della guerra con altri mezzi, il rettangolo verde la prova generale di una battaglia. Non a caso si attribuisce agli scontri tra i tifosi della Dinamo Zagabria e della Stella Rossa di Belgrado il primato di aver messo in scena, in uno stadio, il primo vero episodio del conflitto. Ed è nelle curve che sono stati reclutati i miliziani poi diventati tristemente famosi per la ferocia della pulizia etnica a Vukovar come a Sarajevo.
Per il loro valore emblematico le vicende narrate, risalenti a un quarto di secolo fa, sono ancora tremendamente attuali. E non è così paradossale scoprire in esergo a queste pagine le parole beffarde che Diego Armando Maradona rivolse all’autore: «Occupati di politica internazionale, il calcio è una cosa troppo seria». [ * ]


vedi quìquì e quì








Gigi Riva, L'ultimo rigore di Faruk, Sellerio, 2016 [ * ]

CATERINA MARTIRE DI ALESSANDRIA
post pubblicato in Diario, il 6 febbraio 2016
 

L'ortodossia a Roma: la chiesa di Santa Caterina Martire (o Santa Caterina d'Alessandria) è una chiesa di Roma, parrocchia per i fedeli cristiani ortodossi della città, dipendente dal patriarcato di Mosca. Essa si trova all'interno del parco di Villa Abamelek, sede dell'ambasciata russa in Italia.
All'inizio degli anni Novanta, a seguito anche del cambio di regime politico in Russia, la comunità ortodossa si è organizzata per avere una chiesa ortodossa russa a Roma, ottenendo la benedizione del Patriarca di Mosca e di tutta la Russia Alessio II. Nell'ottobre del 1999 l'Ambasciata della Federazione Russa a Roma ha fatto formale richiesta al Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Italiana ed al Comune di Roma per ottenere la possibilità di costruire l'edificio.
Nel maggio 2000 al Comune di Roma è stato presentato il progetto della Chiesa di Santa Caterina Martire di Andrej Obolenskij, direttore del Centro di costruzioni artistiche «Archkram» del Patriarcato di Mosca, che prevedeva la costruzione della chiesa nel comprensorio in proprietà della Federazione Russa, adiacente alla residenza dell'Ambasciatore della Federazione Russa a Villa Abamelek, all'angolo di Via Lago Terrione e Via delle Fornaci. La chiesa era prevista alta 29 metri e con una superficie generale di 698,04 metri quadri per un volume generale di 5056,28 metri cubi.
Il 14 gennaio 2001 all'interno di Villa Abamelek, alla presenza dei Ministri degli Esteri italiano e russo, Igor Ivanov e Lamberto Dini si è svolta la cerimonia della posa della prima pietra, benedetta dall'arcivescovo di Korsun' Innokentij. A partire dal 2001, nei periodi di Pasqua, di Natale e nel giorno di Santa Caterina (25 novembre/7 dicembre) si celebrava messa sul luogo della futura chiesa.
Il 20 dicembre 2001 la Giunta Regionale di Lazio ha approvato la legge N 41, secondo la quale per le sedi di rappresentanza diplomatica e consolare "è consentita in deroga la costruzione di edifici autonomi da destinare ad attività di culto per soddisfacimento delle esigenze della comunità". Nel giugno 2002 grazie all'interessamento dell'ambasciata è stata ottenuta la licenza edilizia. Il 6 maggio 2003 a Villa Abamelek si è svolta una serata dedicata all'inizio dei lavori di costruzione, partiti nell'estate dello stesso anno. Il 19 maggio 2004 veniva fondata un'associazione (benedetta da Alessio II) il cui fine era raccogliere i mezzi per la costruzione della chiesa.
Il 19 maggio 2006 ha avuto luogo la minore consacrazione della chiesa, cerimonia a cui hanno partecipato tra gli altri il sindaco di Mosca Luzhkov, l'ambasciatore di Russia in Italia Alexey Meshkov ed il Capo del Dipartimento per gli Affari Esteri del Patriarcato di Mosca Sua Eminenza Metropolita Cirillo di Smolensk e Kaliningrad.
Nel dicembre 2007 vi è stata la consacrazione della cripta, dedicata ai santi Costantino ed Elena.
Sabato, 23 maggio 2009 è avvenuta la cerimonia di inaugurazione della nuova chiesa [ * ].

 
L'ASSEDIO DI VUKOVAR
post pubblicato in Diario, il 10 dicembre 2015

Il 18 novembre del 1991 finiva l'assedio di Vukovar con una resa accordata tra assedianti e assediati. Veniva promessa l'evacuazione dei civili e il trattamento dei prigionieri secondo la Convenzione di Ginevra. Nulla verrà mantenuto.

Giovedì 14 novembre 1991, Giovanni Minoli mi chiede di andare a Belgrado. Vorrebbe un pezzo sul conflitto serbo-croato visto dalla parte dei serbi. "Vanno tutti a Zagabria", mi dice "perché non tentiamo di vedere cosa succede sull'altro fronte?". Faccio un rapido conto di tutti i cronisti che in pochi mesi sono stati direttamente rimpatriati per degna sepoltura e mi chiedo "ma perché proprio io?", poi la risposta che mi do è quella che più mi conviene, cioè quella di avergli dimostrato di sapermi destreggiare rapidamente in Paesi a regime comunista e in situazioni piuttosto complesse, come la Cina, il Vietnam e la Cambogia. Mi invita ad essere cauta e a non espormi troppo, "raccogli materiale alla TV di Belgrado e se valuti di avere sufficienti garanzie di protezione, raccogli qualche testimonianza dal fronte". La partenza è prevista per sabato 16. Verso l'est europeo non ho mai nutrito particolare curiosità e le faccende della Jugoslavia non erano il mio punto di interesse. Semplicemente non le capivo. Tutto quello che sapevo proveniva dalla cronaca dei giornali o dai servizi televisivi: pochi, confusi, con un dato chiaro — la Comunità europea permette la frammentazione della Federazione jugoslava, la Croazia vuole l'indipendenza, e la Serbia ha attaccato. Con la riluttanza di chi deve bussare alla porta dell'aggressore, mi leggo 240 pagine di rassegna stampa. Cronache e analisi troppo ravvicinate per capire l'insieme. Passo un pomeriggio a conversare con un professore di origine polacca dell'Università di Udine, esperto di storia dei popoli slavi, Richard Lewanski. Lui è filo-niente, semplicemente uno storico puro e ne ricavo una grande lezione sulla composizione etnica di quello strano Paese, con origini, conseguenze, fatti e dati.
Quando sbarco a Belgrado mi intoppo nella burocrazia comunista: niente permessi, tempi lunghissimi per accedere agli archivi della TV, problemi per avere una troupe. Aggiro l'ostacolo facendo un salto nel bar dove vengono reclutati i volontari. Belgrado è una città tranquilla che non dà segni di tensione, e i ragazzotti in tuta mimetica, che si aggirano fra le coppiette sedute ai tavolini del famoso bar, con mitragliatore e corredo di pistole infilati nel cinturone, mi sembrano francamente degli esaltati che giocano alla guerra. In mezzo a loro c'è il comandante Arkan, un tipo con la faccia più da barista che da guerriero, nonostante il suo torbido passato. Gli chiedo notizie su Vukovar (secondo la stampa italiana del giorno era caduta in mano ai serbi), lui mi dice che ci sono 2000 civili in ostaggio degli "ustascia" dentro una fabbrica di scarpe e che la situazione laggiù andrebbe vista per essere capita. Mi offrono un passaggio per il campo base di Erdut (20 km da Vukovar). E' mezzanotte e parto così come sono, con una video8 male equipaggiata (solo un paio di batterie e cassette) e una giacca a vento bianca (!), ma è meglio di niente. Mentre la jeep con il suo carico di soldati e un prete ortodosso viaggia verso Vukovar, mi compiaccio della mia rapida scelta: all'indomani girerò qualcosa mentre partono per il fronte, un paio di interviste ai soldati, altre due in un campo profughi, in serata di ritorno a Belgrado e la faccenda è chiusa. Quando imbocchiamo la statale in direzione di Vukovar, nei villaggi non c'è più luce e cominciano i posti di blocco; i federali vogliono vedere il mio permesso, ma la parola di Arkan sembra valere come un timbro ufficiale. Alle 3 mi dà un cuscino e una coperta. I tonfi sordi dei cannoni, a poca distanza dal campo base, non hanno su di me un effetto rilassante e quando alle 5 Arkan mi sveglia, l'occhio era ancora sbarrato. "Si va al fronte, se non hai paura puoi venire, a patto che tu stia dove c'è il centro di raccolta profughi e non ti metta a girare da sola come un'idiota". Tira un'aria decisamente diversa da quella di Belgrado e non mi entusiasma l'idea di muovermi di lì, ma l'orgoglio professionale supera la ragionevolezza. La strada taglia in due la pianura infinita della Krajina, ora seminata a cannoni e carri armati.
"Lo sai che da 10 anni è in corso una trattativa con la Germania per la costruzione di una centrale nucleare tedesca proprio qui" mi dice Arkan. "No, non lo so". "Allora informati!". Quando compaiono le prime case mi sembra di entrare nella memoria dei racconti di mia madre dei bombardamenti a Milano. "Voi avete fatto tutto questo?" chiedo ad Arkan. E lui mi risponde "Chi ha distrutto Anzio? Categoria infame, pensate sempre che la guerra si combatta su un fronte solo?". Mi scarica alle 6 del mattino in un quartiere di Vukovar (Borovo) e lì passo tutta la giornata su una strada fangosa, al freddo, insieme a una quarantina di soldati. Ogni tanto un camion scarica vecchi, 20, 30 per volta. Sono serbi e croati. Si ammassano in una delle tante case sulla quale si è abbattuta una punizione troppo grande per essere umana. Quando ci piombano addosso i colpi di mortaio, i soldati mi trascinano in un scantinato che normalmente usano come latrina. Ci rimaniamo quattro  
ore. Nel pomeriggio arriva l'autobus della stampa, scendono i cronisti, si mescolano ai profughi, registrano il loro "stand-up" e 10 minuti dopo se ne vanno. Vorrei andarmene anche io, ma senza il famoso permesso non si sale; così non posso fare altro che aspettare la sera, quando Arkan mi riporterà al campo base. Non ho mangiato, non ho bevuto, ho contato 25 camion che caricavano e scaricavano un'umanità trovata nascosta in qualche scantinato chissà da quanto tempo. Gente che non aveva nessuna voglia di schierarsi da una parte o dall'altra. Qualcuno mi mostra la sua vita: tutta dentro un sacchetto di plastica, un maglione, un cappotto, una mela. Come un indumento delicato passato attraverso l'alta temperatura di una centrifuga. Attorno alla fabbrica di scarpe si continua a sparare ferocemente, mentre dentro ci sono ostaggi sia serbi che croati. Quella sera nessuno torna a Belgrado, e il giorno dopo, replica. Un uomo viene accompagnato dentro un'ambulanza militare. Bisogna identificare un corpo decapitato e mutilato. E' suo figlio. Penso che mi infilerò a tutti i costi nell'autobus della stampa, che corromperò qualcuno, che me ne voglio andare. Ma quel giorno l'autobus non arriva. E di nuovo nessuna jeep va a Belgrado. Il 19 non è giornata di fronte. Seguo Arkan in un giro di routine: visite in ospedale ai suoi soldati feriti, torturati e a civili senza più famiglia che mi raccontano di essere sopravvissuti ai più efferati massacri. In un paese fra Novi Sad e Vukovar, Arkan si ferma ad una stazione radio; è considerato un idolo, ed ha un collegamento diretto con gli ascoltatori. Non mi pare che quel genere di "fan" meriti particolare attenzione, e vado a farmi un giro per le strade. Entro in uno stanzone dove una lunga coda di persone attende qualcosa, l'assistente sociale mostra un elenco: "Solo nomi, niente cognomi; non vogliamo sapere se siano serbi o croati, ma solo trovargli una sistemazione, perché non hanno più nulla!". Verso le 4 del pomeriggio si ritorna ad Erdut, e da lì finalmente a Belgrado. Ad un posto di blocco Arkan viene informato di un massacro di bambini a Borovo Naselje. Mi chiede se me la sento di filmarli. Durante il tragitto gli dico che preferirei parlare con qualche prigioniero, poiché scene di massacri ne abbiamo viste già troppe. In realtà vorrei evitare di vedere. Chissà quanti cronisti durante la giornata saranno già passati di là e le immagini saranno comunque reperibili. Durante il tragitto, interrotto da controlli di prigionieri, posti di blocco, cambi di jeep il mio pensiero è paralizzato. Non sto guardando la guerra da una prospettiva ampia, ci sono dentro e non posso allontanarmi. Un gruppo di volontari non ha cambiato la fascia di riconoscimento sulla divisa e si sono sparati addosso con i soldati federali. Arkan urla come un pazzo. Troppi profughi nelle strade, troppi arresti. Bisogna uscire rapidamente dalla jeep perché ci stanno sparando addosso dalle case. I soldati si riparano correndo da un muro all'altro, da un camion a un carro armato, loro mi spingono e io li seguo di corsa con la faccia a terra; dalle finestre delle case sventrate sparano in tutte le direzioni e noi stiamo in mezzo. Loro hanno il giubbotto antiproiettile e io una giacca a vento bianca che con il buio sembra un bersaglio. Do una cassetta ad un militare con la telecamera a tracolla e gli chiedo di girare qualcosa per me. Non sono un cameraman di guerra io, e la sola cosa che mi interessa è di riportarmi a casa la pelle e ho paura di doverla lasciare li per terra, dove i tre che tentano di farmi scudo mi buttano. Faccia contro il muro. Uno di loro mi indica di seguirlo strisciando lungo la parete. Qualche metro e un piccolo volto mi balza negli occhi. Accanto a lui altri, buttati lì come cose senza significato. I piccoli senza vita sembrano ancora più piccoli. Lo stomaco si ribella e le gambe si piegano sotto al terrore dei proiettili che bucano il muro sopra la mia testa. Devo filmare. Tre operazioni: togliere il tappo, camera, standby, pulsante rosso. Impiego troppo tempo e delle braccia mi trascinano via, dentro un trasporto truppe pieno di prigionieri. Vedo Arkan, che mi dice: "Devi andare con loro, perché poi li consegnamo ai federali " ma non c'è posto e i soldati mi spingono fuori. Lui mi pigia dentro e il portellone si chiude.
Il trasporto blindato parte velocemente, sbandando sul fango e io non ho appoggi e sbatto la testa e le ginocchia contro il ferro. Un tragitto di un'ora senza un pensiero, solamente l'attesa di un'esplosione improvvisa e una vampata di fuoco. Al campo base dei soldati mi dicono che ogni notte pregano Dio perché non li risvegli più. lo penso a mia figlia di sette anni e a quelle madri a cui la pietà divina ha forse risparmiato l'orrore portandosele via prima. Non ho avuto il tempo di mettere nessuna protezione su quella parte fragile che vive candidamente in tutti gli uomini e così l'insopportabile è penetrato senza ostacoli. Piango come solo una madre può fare. Vorrei parlare con mio marito, ma mi sembra una crudeltà inutile. Telefono a Minoli, gli racconto la giornata e mi scuso per non essere stata in grado di fare il mio Iavoro, per aver scelto male stavolta il suo inviato. Al contrario di quel che si pensa di lui, mi ha pregato di non tornare più a Vukovar, che non gliene importava nulla e che un altro forse si sarebbe fermato a Belgrado. All'alba del giorno 20 chiedo se mi danno una scorta per ritornare sul luogo della sera prima. Arriva una jeep con una prigioniera, mi dicono che ha ammazzato una decina di persone con l'aiuto del fidanzato. Le chiedo perché, e lei mi risponde che il prete della sua parrocchia, durante la messa diceva sempre che appena la guerra sarebbe esplosa bisognava fare fuori i serbi. Sul luogo della sera prima non c'è più traccia dei bambini, l'esercito federale li ha portati via durante la notte. La storia di Vukovar è finita e quello che ha lasciato nei cortili, dentro ai forni delle cucine o attaccato ai pali della luce non è altro che l'impronta della guerra: una condizione nella quale nessuno si fa del bene. Anche se i nostri focolari si spaventano e ci persuadono della barbarie dell'Altro. Il 19/20/21 novembre l'Ufficio Informazione del Ministero della Difesa di Belgrado aveva bloccato i permessi di accesso a Vukovar e Borovo a tutti i cronisti. Il 21 novembre leggo in aeroporto la notizia del massacro. La fonte è l'agenzia Reuters. Qualche ora dopo, quando arrivo a Roma, è già stata diramata la smentita. Quale comportamento occorre adottare quando hai visto qualcosa che le fonti ufficiali smentiscono? Quando non hai prove e neppure autorevolezza? Io ho seguito, con convinzione, le indicazioni del Direttore della testata per cui stavo lavorando. Minoli non ha appreso la notizia dai giornali, ma due giorni prima da me, e il mio rapporto di collaborazione con Mixer non è mai sconfinato in eccessi. Ho fatto la cronaca del mio viaggio "casuale" (Mixer 2/12/91) e montato le interviste raccolte senza l'asetticità dell'inviato che morde e fugge, poiché la mia condizione era diversa. Il mio compito era chiaro e dichiarato in apertura di trasmissione "dalla parte dei serbi". Ero con i volontari serbi perché era il solo modo di arrivare in quei luoghi in quei giorni. Ho vissuto il loro odio, le loro paure, ho visto lo strazio di civili che hanno subito scelte senza condividerle, e ho cercato di esprimere tutto questo. In guerra anche i bambini muoiono, ma su quei corpi si era accanita una volontà precisa. Con quale coscienza avrei potuto ignorarlo? Ho avuto la percezione, solo la percezione, mai la certezza, che si trattasse di bambini serbi e ho lasciato che si intuisse. Non ho sposato nessuna causa, e credo che sia onestamente azzardato farlo in una guerra civile; ho solo seguito la linea editoriale che, in quel caso, proponeva il racconto di un'esperienza personale.
Da allora, e per lungo tempo, sconosciuti hanno subdolamente minacciato me e Minoli al telefono, mentre in forma ufficiale le Associazioni, e il Comitato Pro-Croazia, hanno iniziato una campagna di protesta indirizzata al Direttore e al Presidente della Rai e presentato un esposto alla Commissione Parlamentare di vigilanza sottolineando quanto segue: 
"...mai una volta la Vostra "inviata" ha evidenziato la verità dei fatti e cioè che Vukovar è stata attaccata e distrutta e le popolazioni uccise e deportate dall'esercito serbo e dai sanguinari cetnici, violando la Convenzione di Ginevra. Neanche il sig. Goebbels avrebbe effettuato una così sfacciata manipolazione delle notizie come invece avete inteso fare Voi utilizzando una TV di Stato".
"...Dal punto di vista dell'etica giornalistica la Gabanelli ha fatto un pessimo servizio alla verità e alla sua rete Tv. La giornalista afferma di aver visto molti bambini sgozzati, ma non li ha filmati, non li ha contati e soprattutto non ha potuto verificare se si tratta di bambini croati o serbi. Tuttavia ha lasciato l'impressione che si tratti di bambini serbi. Non si è premurata di verificare chi sia in realtà il comandante "Arkan", un criminale. I bambini di Borovo Naselje erano tutti croati...Disgustoso poi l'interrogatorio della povera ragazza, dai cui occhi traspariva il terrore di una prigioniera che attende dì essere scannata e che recita una parte che le è stata imposta. Dalla diocesi di Djakovo ci giunge la conferma che non esiste alcun sacerdote cattolico che risponde al nome detto dalla prigioniera. Chiediamo rettifica a nome dell'obiettività e dell'imparzialità".
"...Per oltre 20 minuti mai una volta la Signora Milena Gabanelli ha riferito il vero, Vukovar è una città croata, attaccata e distrutta dai guerriglieri serbi, e la popolazione uccisa e deportata è di nazionalità croata".
Le suddette contestazioni, il cui obbiettivo era quello di ottenere una rettifica da pare del garante per l'editoria, hanno certamente una legittimità. Le persone che, in Italia, sostengono la causa croata, difficilmente accettano che venga messa in discussione l'innocenza del popolo croato, cioè di tutti i croati, nessuno escluso. Mi sembra inevitabile però fare un paio di precisazioni: Vukovar è una città a popolazione mista (secondo i croati a maggioranza croata e per i serbi a maggioranza serba), e tutto quello che ne consegue (distruzioni, omicidi e deportazioni) ha toccato entrambe le etnie. Io ero da parte serba e quindi parlavo di loro, né più né meno come i miei colleghi fanno quando si trovano da parte croata (cosa che succede molto più spesso). Non ho filmato il massacro. E a questo punto è legittimo il dubbio, ma la certezza mi sembra un po' azzardata, poiché io ero là, mentre chi mi accusa si trovava in Italia. Non li ho contati e non ho controllato i documenti per verificarne la nazionalità, è vero. Vorrei solo un altro esempio di collega diligente che in una situazione analoga abbia agito diversamente. Mi sembra opportuno ricordare che la paternità degli eccidi viene addebitata solamente al fronte opposto rispetto a quello in cui l'inviato si trova. Trattandosi di un terreno sul quale non è facile muoversi da soli, è evidente che in qualche modo la verità è sempre deformata. Io ho parlato di "percezione" e non di certezza. In altri casi (dal fronte croato) si parla sempre di certezze. Non esistendo in Italia un Comitato pro-Serbia, queste certezze non vengono mai contestate. Per quel che riguarda la prigioniera, io mi sono limitata a fare "un'intervista", avvenuta senza essere concordata con nessuno. La traduzione si è rivelata fedele alle mie domande, quindi non ho ragione di pensare che siano state fatte delle pressioni in quella circostanza. Comunque durante la trasmissione, dopo la testimonianza della prigioniera, il filmato è stato interrotto dalla seguente precisazione di Minoli: "La signora fa affermazioni molto pesanti, ma ricordiamoci di Moro, Cocciolone ecc. Si tratta di una prigioniera e quindi potrebbe sentirsi costretta a fare queste affermazioni per tentare di salvarsi". E a questo intervento io ho ribadito dicendo "la sola cosa che si può dire è che in una condizione di non libertà la prigioniera sostiene che il prete Borislav Petrovic incitava all'omicidio. Non possiamo dire che questa sia in assoluto la verità".
La cronaca ci ha mostrato in seguito e in varie occasioni un serbo prigioniero dei musulmani, che dichiarava di essersi a lungo allenato a sgozzare maiali, prima di eseguire la pratica su qualche decina di "nemici". Si è gridato all'orrore, senza valutare la sua condizione dì prigioniero.
Il 13 gennaio 1991, il garante per l'Editoria, Giuseppe Santaniello, con una pronuncia di 13 pagine, ordina alla Concessionaria per il servizio radiotelevisivo la rettifica adducendo le seguenti motivazioni: 
"Appare accoglibile la richiesta a che venga rettificata l'affermazione che nell'ambito delle ostilità del conflitto jugoslavo vi sarebbe stata una strage di bambini, lasciando intendere, dal contesto della trasmissione, che i bambini fossero serbi e gli autori dell'eccidio croati. La verità appare smentita dalle deduzioni del Comitato Pro-Croazia e dalle risultanze documentali, ivi comprese notizie di cronaca di testate giornalistiche".
Però nell'ordinanza del garante c'è un riscontro interessante: 
"Con riferimento alla notizia secondo cui tal sacerdote Borislav Petrovic avrebbe incitato dal pulpito eccetera...la Sacra Congregazione per il Clero ha evidenziato le seguenti circostanze: nello schematismo della chiesa cattolica esiste un sacerdote di nome Borislav Petrovic [1], ma a giudizio dei suoi diretti superiori, si tratta di un sacerdote assai pio e assolutamente alieno da ogni forma di fanatismo e nazionalismo. La notizia quindi riportata dalla rubrica Mixer va rettificata nel senso che non sussistono elementi oggettivi, idonei a dimostrare le circostanze dell'incitamento al massacro di serbi da parte di tal sacerdote Borislav Petrovic".
Sul piatto della bilancia pesano di più le deduzioni del Comitato Pro-Croazia della mia testimonianza, peraltro non supportata da alcunché. E' evidente. Per quel che riguarda le notizie di cronaca di testate giornalistiche, si basano essenzialmente sulla notizia diffusa dalla Reuters secondo la quale un fotografo jugoslavo ha prima denunciato il massacro e in seguito ha precisato: "Ho visto solo qualche corpo di bambino che veniva messo nei sacchi di plastica".
Nessuno si è preoccupato di andare a verificare sul posto, tranne l'inviato del settimanale "Oggi", Andrea Biavardi. Ma il suo pezzo, nel quale venivano riportate testimonianze di sopravvissuti che dichiaravano di essere a conoscenza dell'eccidio, non è stato tenuto in considerazione. Invece Andrea Biavardi mi ha in seguito riferito di essere stato oggetto di pesanti diffamazioni.
Per quel che riguarda la testimonianza della prigioniera, ho già detto che è stata fatta una precisazione durante la trasmissione. Che altro si pretendeva? Che l'intervista venisse censurata perché alcuni argomenti infastidiscono? E' sufficiente l'opinione dei diretti superiori del sacerdote per ordinare una rettifica? Evidentemente sì. I colleghi, ad esclusione del Corriere della Sera e di Repubblica non hanno perso l'opportunità di spargere un po' di facile veleno (poteva essere un'ottima occasione per smentirmi coi fatti, ma era un tantino rischioso e forse anche un po' complicato). Sul fronte dei quotidiani mi limito a citare l'Avvenire del 4 dicembre 1991: "Milena Gabanelli, serba, regista di professione, coniugata con un italiano, inviata a Vukovar da "Mixer'' come giornalista (sic!)...è stata condotta in tarda serata in uno scantinato buio per farle intravedere cadaverini inesistenti di bimbi massacrati dai croati...Quanto è stata disgustosa quell'intervista che la nostra "giornalista" ha effettuato a una povera donna croata prigioniera, con evidenti segni di violenza sul volto, torturata e costretta ad accusarsi di crimini non commessi. Quella di Milena Gabanelli è stata una sporca propaganda serba ...". L'articolo è firmato da Giovanna Sopianac e Maja Snajder. Io non ho pregiudizi verso i loro cognomi, ma sembrano indicare una origine diversa dalla mia, italiana da sempre, e che metteva piede in Jugoslavia per la prima volta nella sua vita [2]. Ma non è questo il punto, pare invece che essere serbi significhi "non diritto alla parola". Può darsi che le due signore abbiano ragione, ma forse non è il pulpito più adatto per calare una simile sentenza. Per quel che riguarda la mia professione, sempre messa in dubbio con virgolette (sic!), sarebbe stato più corretto verificarla presso l'Ordine dei Giornalisti, visto che nello stesso articolo si accusa me di non aver verificato cose inverificabili. Il resto non merita commento.
Purtroppo la storia non si ferma qui. Continuo a fare il mio mestiere e oltre alla striscia di Gaza, il Nagorno Karabah, c'è anche un ritorno a Vukovar. In quell'occasione pubblico un pezzo su un settimanale nel quale non cito mai serbi o croati, ma descrivo semplicemente quello che rimane dopo una guerra. Al direttore di quel settimanale viene inviato il seguente telegramma: "...Protestiamo vivamente che sia consentito a questa signora, sotto accusa presso ordine professionale su nostra iniziativa per clamorose falsità...di poter aprire la bocca sui tragici avvenimenti di Vukovar, obliando proprie gravissime responsabilità e sottacendo quanto compiuto in vile collaborazione con la politica di inganno disinformativo promossa dai servizi segreti serbi. Ove trattasi di una Maddalena pentita bene sarebbe stato prima di tutto come la Maddalena evangelica confessare le colpe trascorse. Sicuri che non pubblicherete ma tanto per mettervi di fronte alle Vostre responsabilità e alla Vostra coscienza inviamo non cordiali saluti. Comitato Pro-Croazia. Professor Vittorio Menesini". In tutte le guerre ci sono sempre stati gli schieramenti, durante la guerra del Vietnam nessun inviato è stato processato per aver raccontato le atrocità che compivano i vietnamiti ai danni degli americani. Sappiamo che è successo, e sappiamo anche che gli americani avevano torto. Nel caso della guerra in Jugoslavia la verità "deve" stare da una sola parte, altrimenti sei un "collaboratore dei servizi segreti serbi".
E la storia continua, e si ridiscute di fronte al Consiglio del mio Ordine Regionale. C'è l'esposto dell'Avvocato Menesini e quindi si avvia la procedura. "Signora Gabanelli, ci racconti cosa è successo quel giorno a Vukovar" mi chiede il presidente della Commissione, Luca Goldoni. La sottoscritta racconta, ancora una volta. E' umiliante, ma è la procedura. "Era mai stata precedentemente inviata su un fronte di guerra?".
"Ero stata in zone di guerriglia. La mia esperienza riguarda pezzi di approfondimento di politica estera. Doveva essere così anche stavolta, poi le cose sono andate diversamente. Con l'esperienza dell'inviato di guerra sarei stata più cauta e certamente testimone di nulla". "Signora Gabanelli, io non ho ragione di non credere a una sola parola di quello che ci ha raccontato. Purtroppo non possiamo sottovalutare l'esistenza di una pronuncia del Garante" mi dice Luca Goldoni.
Il mese dopo una raccomandata mi informa sulla decisione dell'Ordine. Nessuna sanzione disciplinare (come chiedeva l'esposto del Comitato Pro-Croazia facendo appello al codice di deontologia professionale), ma un innocuo "avvertimento". Dopo avermi concesso il beneficio della buona fede e l'oggettiva difficoltà del lavoro, il Consiglio dell'ordine concludeva così la propria sentenza "...inquadrando il caso nel clima di quanto sta accadendo nel vicino territorio, e dunque in un contesto stravolto da rivalse etniche, politiche, religiose, Mixer, forse con eccessiva precipitazione, ha calato Milena Gabanelli, giornalista senza una specifica scorza da inviato, in una realtà bellica 'anomala e confusa' che pertanto ha avuto come relatrice televisiva una cronista altrettanto anomala e sicuramente occasionale''.
Avrebbero potuto darmi una sospensione (e poi saremmo finiti in tribunale) e invece mi hanno detto "attenta, non lo fare più". Infinitamente ringrazio. "Anomala e occasionale"? Considerando la piattezza che mi circonda non posso nemmeno offendermi. Come non mi offendono Riva e Ventura quando nel loro pregiatissimo libro "Jugoslavia, il Nuovo Medio Evo", scrivono: "...Mixer rilancia il massacro, ospitando la testimonianza ambigua di una collaboratrice da Belgrado" [3]. La grande accusa che in tutta questa faccenda mi è stata rivolta, è quella di non aver "verificato"; eppure coloro che hanno riempito pagine non si sono neppure degnati di controllare la mia nazionalità. Non mi risulta che un'informazione del genere rischi di essere sulle traiettorie delle pallottole. Per il resto, vorrei solo sottolineare che non ho speculato sulle disgrazie altrui affinché il mio nome emergesse. Era un'ottima occasione, eppure ho rifiutato il bombardamento della stampa e della televisione che è seguito alla trasmissione. Soprattutto ho voluto evitare di cadere nella facile trappola dalla quale si sarebbe a tutti i costi voluto far emergere una persona filo-serba. Avevo un compito, ho cercato di svolgerlo nel migliore dei modi. Poi, sono passata ad altro. [ * ]

[1] Una posizione parecchio divergente da quella del Comitato Pro-Croazia, che, come abbiamo visto, dichiarava: “non esiste alcun sacerdote cattolico che risponde al nome...”.
[2] Che Milena fosse serba, o moglie di un serbo, o comunque legata a Belgrado, mi fu detto più volte da molti giornalisti croati (Marco Guidi).
[3] Riva-Ventura, Jugoslavia, cit., [Gigi Riva e Marco Ventura, Jugoslavia. Il nuovo Medioevo, Milano, Mursia 1992] p. 112.


(Milena Gabanelli)




IL SERTO DELLA MONTAGNA
post pubblicato in Njegos Petrovic, Petar, il 23 novembre 2015
 

Petar II Petrovic-Njegoš, principe-vescovo montenegrino, pubblicò nel 1847 a Vienna un poemetto epico dal titolo tipicamente romantico: Il serto della montagna. In realtà, nei suoi versi di romantico c'è ben poco, almeno nell'accezione corrente del termine. Vi vengono infatti narrati avvenimenti di centocinquant'anni prima, quando verso la fine del Seicento i capi tribù montenegrini sotto la guida del vescovo Danilo decisero, per arrestare la diffusione dell'Islam, di sterminare in massa gli infedeli, preservando così l'indipendenza dall'Impero ottomano che li circondava da ogni parte e la purezza etnica della propria gente. Il serto della montagna si apre con il lamento del vescovo Danilo, alla vigilia di Pentecoste, nel constatare che ormai "il minareto s'innalza sopra la croce spezzata", e si chiude con il Capodanno successivo, quando affluiscono da tutto il Montenegro notizie sull'avvenuto sterminio dei "turchi", cui era stato dato il via il giorno di Natale. In quel giorno santo e terribile, "in tutta la piana di Cetinje, nessuno è riuscito a salvare la pelle per raccontare com'è andata. Tutti sono finiti sotto la nostra spada, tra quelli che non si sono inchinati al Gesù Bambino e non si son segnati con la croce di Cristo. Solo costoro abbiamo riconosciuto come fratelli. Abbiamo incendiato fino alle fondamenta le case dei turchi, affinchè non restasse traccia di questi nemici-parenti infedeli".
Questo corrusco e cruento poema epico, dalle cadenze omeriche, fu considerato non solo dai montenegrini, ma anche dai serbi, nello scorrere delle generazioni, un sublime inno alla libertà e all'identità nazionale, da cui trarre costante ispirazione. Non a caso il montenegrino Radovan Karadzic, uno dei principali responsabili della mattanza bosniaca, ne portava sempre con sè il testo e ne leggeva ogni giorno qualche passo. Considerato un capolavoro, il Serto divenne, insieme con i canti del Kosovo, il ciclo delle poesie popolari dedicate alla battaglia dei serbi del 1389, il fondamento di un nazionalismo fra i più singolari d'Europa. Un nazionalismo fatto di poesia magniloquente e insieme di autocommiserazione per una storia segnata da secolare servaggio, ma proprio per questo improntata da una feroce volontà di riscatto da conseguire con ogni mezzo, anche a costo di confrontarsi con il mondo intero, quasi per un alto e terribile destino cui non fosse possibile sottrarsi. Un secolo dopo la pubblicazione del Serto, di tale consapevolezza si fece interprete eloquente un altro montenegrino, Milovan Djilas, che negli anni Sessanta, mentre scontava nella prigione di Mitrovica la pena cui era stato condannato per aver osato ribellarsi a Tito, scrisse una mirabile biografia di Njegos. Nel capitolo dedicato al poema, la cui veridicità storica è peraltro dubbia, egli affermò: "Nel massacro culmina e si sublima il conflitto tra montenegrini e turchi, ma dietro di esso riecheggiano le secolari sventure del popolo serbo. Al di là di ciò, il massacro è concreta espressione e riverbero del conflitto cosmico e delle leggi di tale conflitto, che governano ineluttabilmente il mondo e gli uomini. Gli avvenimenti e le circostanze sono montenegrini, le fondamente e le idee sono serbe, ma su tutto e sopra tutto dominano le leggi eterne".



(tratto da Jorze Pirjevec, Le guerre jugoslave, Einaudi, 2001 [ * ])


IL SEGRETO DELL'ISOLA NUDA
post pubblicato in Colussi Corte, Claudia Sonia, il 28 ottobre 2015
  

Presentato sabato 19 settembre nell'ambito del Premio Pieve Saverio Tutino 2015, con la partecipazione di Luisa Chiodi dell'Osservatorio Balcani e Caucaso e di Mario Boccia, veterano del fotogiornalismo nei Balcani, questo libro, che ha partecipato al Premio nel 2002, è il deposito scritto del travaso successivo di due memorie orali, quella del padre Cherubino Colussi alla moglie sulla sua esperienza all'"isola nuda" e quella della madre alla figlia, Claudia Sonia Colussi Corte, autrice del libro, scritto in un italiano non del tutto sicuro da parte di chi arrivata bambina era rimasta a vivere in Croazia, per trasferirsi poi col marito a Belgrado, dove la raggiungerà durante la guerra degli anni '90, nell'ultimo periodo della sua vita, la madre.  
Cherubino Colussi è uno dei duemila operai dei cantieri navali di Monfalcone, di cui ha parlato Andrea Berrini in un suo libro, che scelsero nel 1947 di trasferirsi nella Jugoslavia socialista. Per Cherubino la scelta era resa più facile dal fatto che era nato nell'isola di Lussino nel 1909, quando regnava ancora l'impero austroungarico. Si trattava perciò di portare la sposa e la figlioletta anche nella casa del padre. La madre dell'autrice, più concreta, di questo viaggio nell'utopia vedeva però soprattutto la precarietà e ne presentiva la sciagura. Della partenza dall'Italia, da Isola Vicentina, l'autrice, che aveva allora due anni, non ha alcun ricordo. Si basa sui successivi racconti orali della madre, che contestualizzano la vicenda con vivide immagini.
C'è un nucleo narrativo minaccioso che aleggia sulle vite delle due protagoniste femminili, corrispondente ad un luogo fisico, l'"isola nuda", che crea un teso climax ascendente che trova risoluzione solo nell'ultimo capitolo del libro, intitolato "La crudeltà umana", in cui il padre rivela, una volta liberato, cos'è Goli Otok, l'isola dove ha trascorso quattro anni di detenzione. 
Di questo luogo, a nord della più famosa isola di Raab, non si potè sapere nulla fino agli anni '80, dopo la morte di Tito, quando uscì qualche saggio che passò inosservato ma fu negli anni '2000, dopo le guerre jugoslave, che il tema è tornato d'interesse (in italiano è uscito nel 2008 un altro libro di carattere memorialistico sull'argomento, L'isola nuda di Dunja Badnjevic).
Il campo di Goli Otok fu aperto nel 1948 dopo la rottura tra Stalin e Tito e serviva a concentrare in prigionia migliaia di comunisti filosovietici jugoslavi. Non erano i diritti umani e le libertà politiche il motivo della divaricazione tra i due regimi, ma il nazionalismo. Tito, a differenza di ciò che accadeva negli altri paesi dell'Europa orientale, dove il comunismo era stato importato dai carri armati sovietici, godeva di un largo appoggio popolare, come capo del movimento partigiano rivoluzionario che era risultato vincitore. Sulla base di questo consenso non era disposto a prendere ordini da Stalin, all'interno di un movimento comunista internazionale dove le economie nazionali e le decisioni politiche erano in funzione della strategia dell'URSS. Anche in politica estera Tito non voleva sacrificare la sua indipendenza, e guardava ai Balcani, prefigurando una comunità dei paesi di quest'area. Non bisogna nemmeno escludere che sia intervenuta una rivalità tra i due dittatori in termini psicologici, quasi una forma di gelosia reciproca. La risposta da parte sovietica fu virulenta, fino all'esclusione della Jugoslavia dal Cominform e all'accusa di titofascismo. 
Il padre dell'autrice era sempre rimasto fedele all'URSS. Nell'isola di Lussino lavorava nei cantieri navali e si era distinto come attivista politico, frequentando la locale sezione del partito comunista. La comunità italiana sull'isola doveva essere numerosa se la famiglia Colussi, almeno in questa prima fase, non aveva imparato il croato. Che la componente etnica non debba essere stata del tutto estranea nella condanna di Cherubino lo rivela involontariamente un episodio raccontato nel libro. La mattina dell'arresto il padre era andato a lavorare come tutti i giorni e l'autrice, bambina di sette anni, era rimasta a casa da sola. "Ad un tratto sentii un brusco battere alla porta. Mia madre era appena uscita per andare al mercato a fare delle compere. Pensai che nessuno dei nostri vicini di casa o dei nostri amici e conoscenti avrebbe cercato di entrare in casa con tanta insistenza e brutalità. Buttai i piedi giù dal letto, mi gettai addosso la vestaglia, mi infilai le pantofole e con il cuore in gola corsi ad aprire la porta. Davanti a me si presentarono due uomini in uniforme, due druzi come li chiamavamo noi, cioè due poliziotti. Mi dissero qualche cosa in lingua croata che io non capii. In quel momento entrò mia madre, mi prese subito la mano e me la strinse forte, forte, come per dirmi di non avere paura. Ma lei non era coraggiosa e attraverso la sua mano sentivo che tremava. I poliziotti le chiesero qualcosa, ma lei non conosceva il croato e non rispose nulla. Allora il tono della loro voce divenne più alto, più rozzo. Mia madre, facendosi un po' di coraggio disse con una voce tremante: "Magari sapessi la lingua croata...!". In quell'istante, senza lasciarle che finisse la frase, uno dei due poliziotti le diede uno spintone, tanto forte da farla cadere a terra. Con una voce che a noi sembrava non più umana il poliziotto ripetè più volte la parola magari, magari. Noi allora non capimmo cosa volesse dire". E in croato magarac significa "asino". 
La detenzione di Cherubino dura quattro anni. Viene liberato nel 1954 per un'amnistia, l'anno dopo la morte di Stalin. Tornato a casa si chiude in un desolato mutismo. L'inquietudine ansiosa che provoca in moglie e figlia lo decide alla fine ad aprirsi, a liberarsi. "Anche mia madre era pronta ad ascoltare tutto quello che mio padre ci avrebbe confidato, anche se era terrorizzata dal pensiero che qualcuno potesse sentire i racconti di mio padre. Tuttavia, allo stesso tempo era consapevole che il suo segreto era un peso che dovevamo condividere con lui. Così, tutte le sere, prima che mio padre iniziasse a raccontarci la sua storia, mia madre si assicurava che le finestre e le porte fossero chiuse bene. Allora ci sedevamo tutti e tre in cucina sul divano e lui cercava ogni volta di dare un ordine cronologico a tutto quello che gli era successo".  
Era stato arrestato davanti a tutto il personale del cantiere. Relegato in cella d'isolamento con le mani legate dietro la schiena in un carcere della polizia segreta per tre mesi, venne picchiato perchè confessasse di aver condotto delle azioni sovversive contro il regime politico jugoslavo e di essere in contatto con agenti di Stalin. Non aveva diritto ad alcuna difesa giuridica. Furono presentati dei testimoni falsi. Fu anche falsificata la sua firma in calce ad un verbale in cui dichiarava la sua colpevolezza. In base a questo il tribunale militare di Spalato lo condannò a quattro anni di carcere e ad un anno di libertà condizionata. Trasferito nel carcere di Bilece fu sottoposto ad un lavoro che in quella prigione era ritenuto quasi privilegiato, poichè escludeva i maltrattamenti fisici giornalieri. Faceva parte della brigata che aveva il compito di pulire le fogne delle carceri, naturalmente senza abiti o altri mezzi di protezione. Li facevano entrare nelle fogne, dove il livello delle feci arrivava a volte anche quasi alle spalle. Dopo alcuni mesi venne fatto salire su un treno blindato che fece un lungo giro nella regione raccogliendo altri prigionieri, finchè non arrivò a Fiume dove vennero tutti imbarcati nella stiva di una nave. La destinazione era l'isola di Goli Otok. Arrivarono all'alba. Sbarcati sul molo i prigionieri dovevano passare tra due ali di un centinaio di condannati ciascuna che li riempivano di botte. Cherubino non riuscì ad arrivare fino alla fine di questo tunnel e svenne a metà. "Rimase per terra, con le ossa schiantate, calpestato da quelli che gli erano dietro e percosso a sangue dai carcerati circostanti, fino a che tutti i prigionieri non furono usciti dalla nave. Lo portarono in un ambulatorio assieme agli altri sventurati". Appena potè camminare Cherubino ebbe il suo posto in una delle baracche della prigione, uno spazio di due metri quadrati, quello che praticamente prendeva il pancaccio su cui dormiva. Nuovi prigionieri continuavano ad arrivare nell'isola ma alla prima occasione Cherubino si rifiutò di riservare loro lo stesso trattamento che aveva subito all'arrivo. Per questo dovette partecipare ad una riunione di "rieducazione". "Mio padre fu indicato da un prigioniero del suo gruppo come individuo degno di assoluto disprezzo, perchè quel mattino non volle bastonare i nuovi venuti. Ciò dimostrava che lui non aveva assolutamente intenzione di pentirsi dei "suoi peccati" e che condivideva le idee della "banda" di prigionieri appena arrivati. Appena finite le critiche, lui e gli altri accusati furono riempiti di botte ed insulti, e lasciati per terra feriti nell'anima e nel corpo". Il lavoro giornaliero che svolgevano i carcerati era il trasporto di pesanti pezzi di pietra sulla schiena da una parte dell'isola all'altra. Era un lavoro inutile o che serviva alle esigenze della detenzione, come nel caso della costruzione di un muro di cinta alto tre metri, con torrette e sentinelle, che circondava nel punto più alto dell'isola, all'interno di una cava di bauxite, la baracca dove alloggiavano le "personalità" detenute, ex generali che avevano combattuto nella seconda guerra mondiale, ex parlamentari, funzionari, il presidente dell'Assemblea popolare del Montenegro, che nessun contatto dovevano avere con gli altri prigionieri. Finanche il corpo dei detenuti di questa baracca che morivano veniva gettato in mare di notte. Frequenti erano i condannati che si suicidavano, ed esserne stato in alcuni casi testimone personalmente fece riportare al padre dell'autrice profondi traumi. Per aver inutilmente tentato di salvare uno di questi che si era tagliato le vene fu punito e deportato in un'altra isola, a tirar fuori d'inverno, tutto il giorno in acqua, sabbia dal fondo del mare, dormendo di notte con le catene alle caviglie nella stiva di una nave. Tornò a Goli Otok tra la vita e la morte. Successivamente avvenne che per aver diviso una sigaretta con un altro detenuto fu pestato in una sorta di processo collettivo. Fu ricoverato in ospedale "dove suo malgrado dovette assistere al soccorso lento e precario che veniva dato a quegli infelici che cercavano di togliersi la vita. Di notte doveva ascoltare le grida inumane di ricoverati in preda alla follia, sentire i gemiti e le implorazioni dei prigionieri che, come lui tempo addietro, venivano portati dall'inquirente per l'inchiesta, e venivano bastonati a morte se si dichiaravano innocenti. Uscito dall'ospedale pesava 35 chilogrammi". Alla fine Cherubino cede. Comincia regolarmente ad andare dall'inquirente, "alle riunioni serali accusava se stesso con parole di disprezzo, riconosceva di essere stato un traditore e apprezzava tutte le efferatezze che venivano applicate in carcere per redimere i carcerati dalle loro colpe".    
Ciò che colpisce nella ricostruzione di questa vicenda è la fedeltà assoluta del protagonista alla sua idea. Per essa lascia l'Italia, trascinando nel suo destino moglie e figlia. Per essa affronta il girone dantesco di un'inspiegabile prigionia. Dopo la quale, fisso nella sua ortodossia, si fatica a capire se sia riuscito a elaborarne un'interpretazione. "Cominciò a fare lunghe passeggiate nella bellissima baia di Cigale. Leggeva moltissimo e scriveva poesie, che anche se non avevano un vero valore letterario, erano colme di sincera fede nel comunismo. [...] Fino ai suoi ultimi giorni di vita, nel suo cuore nobile e giusto, rimase quell'immagine incancellabile che ebbe della Russia leggendo i libri dei suoi grandi scrittori. Era affascinato dalla sua rivoluzione e dalle sue immense vittorie. Era certo che i suoi atti grandiosi avevano dato ai popoli oppressi di tutto il mondo la speranza di redenzione delle loro sofferenze e portato nel modo più giusto l'eguaglianza tra gli uomini e il loro benessere". 
Enigmatico è anche quel cedimento finale, quell'autoaccusa che sembra una rivelazione, come quando si rivolge agli altri detenuti: "Compagni, soltanto i metodi che vengono adottati quì faranno di noi uomini nuovi. Dobbiamo essere grati al regime comunista jugoslavo di averci aperto gli occhi e fatto capire questo...". 
Il segreto di Goli Otok è racchiuso nell'animo di Cherubino, quello di un ideale che condivide con l'efferatezza di ciò che accade l'imparlabilità, la solitudine, la sottrazione allo sguardo e alla memoria. Cherubino ha poi cercato in qualche modo di squarciarne il velo con i suoi famigliari e il risultato a posteriori è questo libro. Che non fa che ribadire il destino trascurabile e ingiustificabile del suo protagonista.



(Carlo Verducci)








Claudia Sonia Colussi Corte, Il segreto dell'isola nuda, Forum, 2015 [ * ]


LA FAIDA DI MEDJUGORJE
post pubblicato in Diario, il 22 ottobre 2015
 

E' un episodio che non è ricordato in nessuno dei libri agiografici su Medjugorje, nè nei pochi libri dei detrattori. Praticamente lo si ritrova solo in "Balcani. Un storia di violenza?" di Stefano Petrungaro (Carocci, 2014), il quale si basa su tre testi non in italiano: Mart Bax, Medjugorje: Religion, Politics, and Violence in Rural Bosnia, Amsterdam, 1995; Elisabeth Claverie, Les guerres de la Vierge: une anthropologie des apparitions, Paris, 2003; un articolo di Ivo Zanic, War and Peace in Herzegovina, apparso in "Budapest Review of Books", 1998. In sostanza si tratta di questo: due clan rivali, entrambi croati, per la gestione del flusso dei pellegrini e degli introiti che ne conseguono, uno facente capo alla contrada di Bijakovici e l'altro a Medjugorje, si scontrano negli anni della guerra, 1991-1992. La faida, che si confonde con gli eventi bellici, provoca circa ottanta vittime, fino alla sua risoluzione con la definitiva sconfitta della fazione di Bijakovici, nel maggio 1992 quando "alcune unità dell'esercito croato e alcune truppe irregolari croate, che si trovano a passare da quelle parti, stabiliscono di fermarsi nei pressi di Medjugorje per una notte. Venute a conoscenza di quel che era in corso lì vicino, decidono di dare una mano ai propri compatrioti. Li raggiungono e completano la "pulizia" contro i "piccoli serbi", ossia la croata fazione rivale dei clan di Medjugorje. Un centinaio di uomini è catturato e ucciso. Una faida locale si mette la maschera del conflitto interetnico e ancor di più: una "piccola guerra" si appoggia a quella "più grande" che le passa accanto. Alla fine del giugno 1992, Medjugorje è di nuovo disponibile per i suoi pellegrini".
Andando a Medjugorje vent'anni dopo, di questi eventi non se ne ritrova alcuna traccia mnemonica (come pure solitamente accade in queste situazioni - basta recarsi nella vicina Mostar). Lascia delle perplessità anche il numero delle vittime. Se si vedono le foto di Medjugorje nel 1981, all'inizio della vicenda delle apparizioni, si rileva come a quell'epoca non ci fosse alcun paese ma letteralmente solo quattro case lungo la strada e Bijakovici a circa un chilometro non fosse altro che una borgata di un pugno di case ai piedi della collina del Podbordo. Non so nel 1991 ma se dieci anni dopo la situazione non era totalmente cambiata, cento vittime voleva dire aver praticamente forse dimezzato gli abitanti di Bijakovici.



(Carlo Verducci)
RATA NECE BITI
post pubblicato in Langer, Alexander, il 24 luglio 2015
 

Alexander Langer nacque nel 1946 a Vipiteno, Alto Adige, che sono i nomi italiani di Sterzing, Sud Tirolo. Sua madre era erede di una dinastia di farmacisti del paese. Suo padre un medico viennese di origine ebraica. Negli anni della persecuzione si erano rifugiati in Toscana: scamparono a un'irruzione di fascisti, e riuscirono fortunosamente a riparare in Svizzera. Alexander fu il primo di tre fratelli. Negli anni di scuola, studente brillante, si fece cattolico "autodidatta". La sua era una famiglia prestigiosa, e Alex scelse di rendersene indipendente, rinunciando alla sua eredità, ma il legame fu sempre fortissimo. Quando Alex introdusse me e Randi, la mia compagna, a sua madre, nella casa avita di Sterzing, era emozionato come per una cerimonia. Prima, nelle cartoline spedite da Vipiteno (Alex era un leggendario scrittore di cartoline illustrate) i saluti materni erano firmati "Elisabeth"; dopo, "Lilli".
Negli anni rivoluzionisti avevo avuto con lui una confidenza forte ma frettolosa. Non sapevo molto: la traversata a nuoto del Garda per festeggiare la maturità, eternata dal quotidiano locale. E la conoscenza con don Milani. A Barbiana, il curato gli aveva intimato, se davvero gli interessavano gli ultimi, di lasciare l'università. Alex si persuase che don Lorenzo fosse un santo, a suo modo, e però pensò che si è santi solo a proprio modo. Prese la sua seconda laurea, però fu lui poi a tradurre in tedesco la Lettera a una professoressa.
Insomma, i nostri rapporti si fecero più stretti dopo. Per me, lo scioglimento di Lotta Continua (1976) aveva significato una dimissione brusca da un'esistenza e una responsabilità collettiva. Per lui era diverso: l'avrebbe sentita come una diserzione, era deciso a proteggere un impegno collettivo ora rianimato della rivelazione ecologista. Rifiutavamo ambedue la "riconversione" ecologica, che era come un fare finta di niente, un aggiungere al classismo un po' di femminismo e un po' di attenzione verde: il cambiamento doveva essere una metanoia, una vera "conversione". Io ci arrivavo rivendicando la nobiltà del pentimento, riscattata all'abuso che si faceva del nome di "pentiti": la sconfessione del maschilismo, la scoperta di una storia naturale dirottata dalla storia umana, il disincanto dalle sorti progressive per un disarmo ragionato - "quel che non siamo più, quel che non vogliamo più". Alex, della "conversione ecologica" - quella invocata dall'enciclica di Francesco - fu il portabandiera, anche grazie al legame con i Gruenen, una delle sue prove di traduttore e traghettatore. Da allora, la differenza - lui impegnato a tessere le fila di un movimento, io distante dall'impegno collettivo - avrebbe segnato altre esperienze comuni.
Veniva a tirarmi fuori dalla mia campagna - a pochi minuti dalla casa fiorentina di Valeria e sua - sostenendo di aver bisogno di aiuto. Fu così nel 1987, quando una sua approvazione dell'allora cardinale Ratzinger contro le manipolazioni genetiche intitolata "Cara Rossanda, e se Ratzinger avesse qualche ragione?" sollevò uno scandalo. Ci fu un acceso dibattito a Roma, Alex volle smorzare la polemica, io gli feci da avvocato. Ricordo con nostalgia la serata e gli interlocutori: Giovanni Berlinguer, Rossana Rossanda, Ida Dominijanni, e noi due. Qualcosa di simile, su una scala avventurosa, successe nel 1982. Gheddafi aveva visitato Vienna e incontrato un gruppo di esponenti verdi. Aveva monologato di essere il vero profeta ecologista, tant'è vero che il suo manuale si intitolava "Libro verde" - il colore dell'islam, ma Gheddafi sapeva essere duttile. Li invitò a Tripoli, qualcuno mostrò un vero entusiasmo, Alex ne fu preoccupato. Mi chiese di unirmi alla comitiva e di aiutarlo a limitare i danni. Che potevano traboccare: alcuni dei nostri arrivarono a proporsi come scudi umani contro una portaerei americana. I giorni passavano, gli agenti libici venivano a dirci: "No program today", io e Alex li avevamo ribattezzati "No pogrom today". I membri realisti della delegazione, come Otto Schily, poi ministro dell'interno con Schroeder, disperavano di esser mai più dissequestrati. Ci furono due nottate surreali di udienze con Gheddafi - l'ho raccontato a suo tempo. Alex mi invidiava la libertà con la quale trattavo i compagni di viaggio; lui, come sempre, si sentiva più responsabile e dunque addolorato di rompere con loro.
Questa differenza continuò drammaticamente lungo la guerra ex-jugoslava. Ne fummo assidui, io non dovendo render conto a nessuno se non a me stesso, e invocando strenuamente un intervento che mettesse fine alla strage e all'infamia della comunità internazionale, a partire dall'Europa. Alex aveva percorso la Jugoslavia che andava in pezzi, prodigandosi per la conciliazione, e poi, una volta che il peggio si compì, per figurare una convivenza all'indomani del massacro. Che intanto continuava, e Alex si persuase che il rifiuto di distinguere fra aggressori e aggrediti e di rivendicare un'azione di polizia internazionale rendesse i pacifisti complici della strage. Aveva già detto che l'inerzia internazionale era colpevole, ma con parole smussate per non dare scandalo alla comunità cui voleva appartenere. La misura fu colma nel maggio 1995, quando una bomba fece strage di 71 liceali che festeggiavano il diploma in un bar di Tuzla. Tuzla era la città prediletta di Alex, la più attaccata alla convivenza, e il suo sindaco, Selim Beslagic, era diventato suo amico. Beslagic gli scrisse: "Voi state a guardare e non fate niente, mentre un nuovo fascismo ci sta bombardando: se non intervenite per fermarli, voi che potete, siete complici". Alex incontrò a Cannes Chirac, che presiedeva un vertice europeo, e gli chiese il soccorso di una forza internazionale. Chirac, dal momento che alla vita piace scherzare, gli spiegò che la pace era il bene supremo.
Pochi giorni dopo, Alex si impiccò in un frutteto sopra Firenze. Non ha senso dire che Alex si sia suicidato "per la Bosnia", o per alcuna altra ragione. Però si può dire per che cosa è vissuto. Ancora pochi giorni, e avvenne lo sterminio di Srebrenica. Alex non ha saputo. Ma pochi giorni fa mi hanno presentato ai ragazzi di Srebrenica impegnati per la convivenza come "prijatel", l'amico, di Alex. Mi hanno guardato con invidia.
Alex era molto serio, molto rigoroso. Troppo, se volete. Ma era anche spiritoso, allegro, ironico e generoso. D'estate io e Randi andavamo in Norvegia, eravamo poveri, avevamo un maggiolino Volkswagen, per risparmiare facevamo tappa a Bolzano, da Alex, e poi cercavamo di fare una sola tirata - io non ho mai guidato. Un anno Alex decise sui due piedi di accompagnarci per alleviare la fatica. Attraversammo l'intera Germania: guidava, e mi dava lezione di tedesco. Quando arrivammo, esausti, al nostro fiordo, Alex, che aveva come sempre un impegno urgente, proseguì per Oslo, prese un traghetto e ritornò in Germania. Prima di imbarcarsi, spedì un certo numero di cartoline illustrate dalla Norvegia.


(Adriano Sofri)






(Apparso su "La Repubblica" del 22 luglio 2015)
GUIDO CRAINZ, "IL DOLORE E L'ESILIO", Donzelli 2005
post pubblicato in Diario, il 17 maggio 2005
Spazio commenti.


Miroslav  Krleža,  da  giovane, si apprestava alla carriera militare. Nel  1912,  prima  dello  scoppio  della  I Guerra Balcanica che contrappose la Serbia e la Turchia, egli si presentò a Belgrado, come volontario. Tuttavia, fu obbligato poi a trascorrere parte della I Guerra Mondiale nelle file dell'esercito Austro-Ungarico, come tanti. 
Negli anni 1917-18 lavorò molto, pubblicando molto; militò attivamente per la futura unione di Jugoslavia (famoso il suo testo  "Pijana novembarska noc' "- "La notte sbronza di un novembre"). Negli  anni  '20  visitò l'URSS e pubblicò dei lavori su quel paese.
Il suo profilo politico fu complesso: nazionalista  croato, filojugoslavo, comunista.  Gli  piaceva l'idea di una Croazia repubblica dentro la Jugoslavia, ma  questo  non  era possibile sotto la monarchia. Negli anni '20 e '30 in Croazia era frequente che i comunisti fossero anche nazionalisti croati, viste le  delusioni  con  la monarchia. Intorno al 1932, questi nazionalismi si  separarono in uno di destra ed in un altro, progressista e comunista.
La  gente comune in Croazia forse non ha amato molto Krleža. Ma sono sempre famose le sue battute, rivelatrici del suo spirito brillante e caparbio:  "Croati  e Serbi sono uno stesso sterco che la ruota della storia  ha  diviso  un  due". Oppure:  "Salite  sul monte Sljeme, che sta sopra Zagabria, e quello che riuscite a vedere ad occhio nudo è tutta la Croazia." O ancora:
"Serbo e Croato sono un'unica lingua, i Serbi lo chiamano il serbo, e i  Croati lo chiamano il croato"...

  (Ivo Andric e Miroslav Krleza)  


Bibliografia (libri pubblicati in italiano):

Krleža Miroslav, "Il  ritorno  di  Filip  Latinovicz" (povratak filipa latinovicza). Studio Tesi 1983
Krleža Miroslav, "Sull'orlo della ragione". Studio Tesi 1984

Krleža Miroslav, "I signori Glembay" (gospoða glembajevi). Costa&Nolan 1987
Krleža Miroslav, "Bellezza arte e tendenza politica". Costa&Nolan 1991
Krleža Miroslav, "Il dio marte croato" (hrvatski bog mars). Studio Tesi 1991
Krleža Miroslav, "La battaglia di Bistrica Lesna". PBU 1995

(
http://www.cnj.it/CULTURA/krleza.htm)


La letteratura croata del Novecento è dominata interamente dalla personalità di Krleza, drammaturgo, prosatore, poeta, saggista, uno dei protagonisti della vita letteraruia e culturale, non soltanto croata, ma, in genere, jugoslava, nell'età contemporanea. Versatile e irruento, si è dedicato con successo alle più disparate forme artistiche, in ogni campo raggiungendo le vette più elevate. Nato a Zagabria nel 1893, dopo aver frequentato le scuole medie inferiori nella capitale croata, studiò presso l'accademia per cadetti ungheresi di Pecuh; ufficiale dell'esercito austro-ungarico, disertò, e condusse vita avventurosa e battagliera, polemizzando contro gli avversari e ribellandosi alle autorità. Fu presidente dell'Accademia jugoslava di Zagabria.  Dopo aver esordito con scritti vari, sparsi su diversi periodici, lo scrittore si presenta alla ribalta letteraria croata con un battagliero Pan (1917), canto sinfonico che esalta la lotta della divinità pagana contro il dio cristiano, con Tre sinfonie (1917), del meriggio, del crepuscolo e della notte, con una Rapsodia croata (1918). Sono gli anni cruciali della prima guerra mondiale, e nei versi del poeta freme un senso di orrore per la grande strage che non risparmia nessuno - senso di orrore da cui trae origine uno spirito antimilatiristico, che sarà una delle componenti essenziali di tutta l'opera di Krleza. La "rapsodia" ha forma drammatica: in un treno diretto al fronte, non si sa bene verso quale direzione, si incontrano esseri allucinati, delusi, sofferenti, che intrattengono conversazioni tra di loro e con misteriose voci vaganti - simbolo della Croazia alla ricerca di una sua strada. Seguono, tra il 1918 ed il 1919, tre volumi di Poesie ed uno di Lirica, cui faranno eco, più tardi il Libro delle poesie (1931) e il Libro della lirica (1932), insieme con le Ballate di Petrica Kerempuh (1936), in dialetto kajkavo, e con le Poesie nelle tenebre (1937). Tutti questi versi conservano le caratteristiche del primo Krleza: uno spirito combattivo, sempre disposto a lottare contro qualsiasi pregiudizio e contro qualsiasi luogo comune, sempre pronto ad abbattere tradizioni radicate da secoli, un linguaggio coraggioso ed efficacissimo nel suo irriverente sarcasmo, una furia iconoclastica che smantella i miti senza scrupoli e senza riguardi per nessuno. Si sentono però anche voci intime, ripiegate verso l'interno del poeta, che canta i suoi sentimenti ed i suoi amori, le sue malinconie e le sue gioie personali. In connessione con l'opera poetica vanno considerati i lavori drammatici di Krleza, che non sono opere di teatro nel senso vero e proprio del termine, dovendo, in ogni caso, buona parte della loro validità artistica al proprio testo poetico e al proprio valora simbolistico. Dopo alcuni frammenti giovanili, tra cui una Leggenda (1914) imperniata sulla figura di Gesù che parla con la propria ombra, preannunciando il fatale fallimento dell'intelletto umano, ed una carnevalesca  Mascherata, il primo scritto, al tempo stesso poetico e drammatico, è la già citata Rapsodia croata, che svolge, come s'è visto, un motivo bellico. Ispirati da tematiche belliche sono altresì ulteriori lavori drammatici di Krleza: Galizia (1920), Golgota (1922),Cane lupo(1924), Al campo di concentramento, rappresentato soltanto nel 1937.  Filo conduttore di tutti questi drammi simbolisti è, per l'appunto, il conflitto mondiale, che vede scatenarsi la selvaggia furia degli uomini contro  i propri simili e conduce ad inutili stragi in scene piene di desolato squallore. Un altro ciclio drammatico, di cui fanno parte, tra gli altri, Cristoforo Colombo (1917), Michelangelo Buonarroti (1918) e Adamo ed Eva (1922), è quellodall'autore raccolto sotto il titolo comune di Leggende (1933): storie di figure di primo piano nell'evoluzione dell'umanità, in lotta contro la natura e contro il mondo, per l'affermazione della propria dignità, esseri vaganti nel mare del tempo, alla ricerca di un approdo per poter ormeggiare con sicurezza le navi del progresso e delle conquiste della civiltà. Il ciclo drammatico krlezano di maggiore successo è indubbiamente quello costituito dalla trilogia I signori Glembaj (1928), caustica critica di tutta una classe sociale degenerata, giunta ormai sull'orlo dell'abisso nel quale finirà fatalmente per sprofondare. Gli ideali dei Glembaj sono quelli dell'antica società austro-ungarica, e si sono perpetuati nella Jugoslavia nata dalla disgregazione dell'impero asburgico. Fuori dal tempo, anacronisticamente aggrappati al loro orgoglio, ai loro vetusti privilegi di casta, i singoli membri della famiglia vanno in rovina ad uno ad uno, e periscono in mezzo a pazzie, a suicidi, a delitti, in un crescendo tragico che tutto travolge, fracassando senza pietà e senza scampo le strutture di un mondo borghese incartapecorito e da tempo condannato alla catastrofe. Da problematiche belliche traggono origine le prime poesie di Krleza, raccolte poi ne Il dio Marte croato (1922), un volume aspramente polemico nei confronti del militarismo in generale e dell'oppressione austro-ungarica (ma specialmente magiara) della Croazia. Protagonisti di questi racconti sono "domobrani" difensori della patria, o, più precisamente, soldati croati corrispondenti agli "honved" ungheresi, militari di vario grado e di varia indole, sorpresi nel crogiuolo della guerra, e descritti nei momenti in cui muoiono, si battono, soffrono, lottano alla disperata contro gli articoli del regolamento. I migliori racconti di questa serie sono La battaglia di Bistrica Lesna, umanissima descrizione, in tono balladico, della morte di un pugno di uomini, stroncati all'improvviso, come nell'abbagliante guizzo di una folgore, dalla falce spietata della battaglia, che li abbatte ad uno ad uno, e ciascuno di essi si spegne con le sue amarezze, i suoi ricordi, i suoi desideri inespressi ed inappagati (la morte che li spazza via, inattesa e repentina, non riesce a recidere del tutto i legami con la vita, con le speranze, le passioni e le ansi, coi cari lasciati acas, che continuanoa parlare attraverso le lettererinvenute nelle tasche dei caduti). Novella del regio henved magiaro, autentico pezzo di bravura, lungo monologo tutto costruito attorno alla figura di un ufficiale, uil quale, in gesti ed atteggiamenti spontanei, mette a nudo la sua anima di burocrate, la sua grettezza di funzionario ligio ad un formalistico dovere; infine La baracca cinque b. Difficilmente si troverebbe, in tutta la letteratura antibellicistica, e, in genere, antimilitaristica, qualcosa che sia confrontabile per vigore espressivo alle nemmeno venti pagine di questo racconto. Il clima allucinante delle scene che si alternano rapidamente in questa prosa è reso non soltanto dall'evidenza delle immagini presentate, ma anche e soprattutto deall'intensità degli evidenti contrasti. Il piano stesso sul quale si svolge la narrazione sembra completamente oscillare in un susseguirsi di alti e di bassi, come nelle visioni di un sogno febbrile. Siamo in zona di operazioni, e un ospedale da campo è minacciato da un imminente attacco nemico. Il conte Maksimilijan Akselrode, che dirige l'ospedale, si presenta all'inizio della narrazione in un clima quasi celestiale, come circondato da una aureola di martire, spiritualmente disposto a sacrificare ogni cosa per "la sua eletta divisa maltese - Pro Fide": anche egli, come tanti personaggi di Krleza, gioca volentieri all'eroe, perchè la guerra sembra soltanto una comoda occasione che gli consente di mettere in luce le proprie virtù morali, senza grandi rischi. Ma ecco che la sua adamantina fisionomia cede il posto, con repentina metamorfosi, ad un'altra figura, quella di un pavido, che, quando l'assalto russo si delinea ormai minaccioso, e nessuno scampo sembra più visibile, giunge alla vile decisione di abbandonare alla propria sorte gli sventurati che sono stati affidati alle sue cure, anche se gli rimane l'ambizione di compiere nobili imprese: non si allontanerà per fuggire, bensì per andare  a perorare nel luogo adatto la causa dei suoi ricoverati. Nelle trasformazioni della personalità di Akselrode, la parabola giunge al suo termine alla fine della novella, che vede il conte nuovamente innalzato sul suo elevato piedistallo, mentre celebra con tono convinto e con aria di persona veramente rispettabile una insperata vittoria. La linea delle evoluzioni di Akselrode si interseca, in Baracca cinque b, con un'altra linea che procede in senso inverso, svolgendosi, anch'essa, attraverso atmosfere fortemente contrastanti. Lo stato d'animo nella baracca in cui sono raccolti i feriti più gravi appare, all'inizio, oppresso da una fitta coltre di sofferenza: le luci sono scialbe, i gesti lenti, le voci angosciose, ovunque gravano funerei presentimenti. Ed ecco che segue una scena di tregenda: rimasta in terra di nessuno, tra gli opposti eserciti che si fronteggiano in armi, mentre giunge sempre più distante e incalzante il rombo del cannone, la baracca dei moribondi si scatena, e sembra quasi che dentro di essa si sprigionino le forze istintive degli uomini che vi sono ricoverati, fondendosi e scontrandosi con gli eccessi di quella grande pazzia collettiva che è la guerra stessa. Gli stupri delle infermiere sono ritmati dalle urla degli ubriachi, alle voci dei giocatori fanno eco i lamenti degli agonizzanti, nella babelica confusione delle lingue, ciascuno parla per sè e per gli altri, senza comprendere quello che dicono gli altri e senza rendersi conto di quello che dice egli stesso. Ma ecco che contro questa apocalittica baraonda si scatena il contrattacco delle forze austriache, nell'ospedale da campo viene ristabilita la normalità, i colpevoli vengono puniti, e, mentre la gente torma ordinatamente a morire, si festeggia la vittoria, anch'essa già presaga di nuovi lutti, di nuove sconfitte.  Lungi dall'essere slegate e isolate, le novelle de Il dio Marte croato sono connesse tra di loro col duplice filo di un discorso critico che investe, da un lato, le manifestazioni dello spirito militaristico e, dall'altro, quelle delle depravazioni della società borghese conservatrice, fonte prima dello stesso militarismo aggressivo, sul quale, a sua volta, essa poggia per dare un sostegno solido al suo potere. Il capitano Ratkovich di Tre domobrani è soprattutto un fanatico imbecille, che scorge dovunque trame e intrighi ai suoi danni, organizzati specialmente dai "socialisti", che vogliono scalzare le basi stesse della società, ed è proprio contro questi socialisti, da lui considerati non già esseri umani, bensì qualcosa come mostri ("Non sono uomini! Sono socialisti!"), che egli sfoga in tutte le lingue la sua folle ira: "Questa è rivoluzione! A cannonate bisognerebbe prenderli! A cannonate! Az atya ur istennet, diese Rebellenbande musste mann erchiessen!". Ma l'ufficiale è anche un volgare crapulone, un pavido che va a rifugiarsi tra le braccia dell'avvenente signora Ketty Kaiserova, la quale è sempre pronta a passare da un amante all'altro. E, d'altro canto, il protagonista de Il domobran Jambrek deve non soltanto sottostare alla dura esperienza di una dolorosa ferita e di una grave mutilazione, ma è anche costretto a subire la sfrenata lussuria di "Sua Altezza Imperiale" Marija Annunziata Valerija Kostanca. Si tratta, in questi casi, di denunce spietate e precise di un malcostume e di un traviamento morale che implicano le responsabilità di tutta una classe, non già di episodi singoli e individuali, dal gioioso tono boccaccesco. E' evidente che, per l'autore, i guerrafondai sono fratelli gemelli dei dissoluti esponenti dell'antico regime conservatore; queste due categorie rappresentano due facce, due varietà del marciume che ammorba l'aria respirata dal mondo moderno. A queste prime prose antimiliraristiche Krleza fece seguire altri racconti e novelle, costituenti un secondo ciclo, ambientato a Zagabria e accentrato attorno al problema del contrasto tra la generazione anziana, ormai assuefatta al conservatorismo sociale della monarchia austro-ungarica, e i giovani ribelli e anarcoidi, liberi pensatori e rivoluzionari, che sono anche i portatori degli ideali "jugoslavi". Gli scritti di questa seconda serie sono contenuti in volumi quali Novelle (1923), L'isola del diavolo (1924), Mille e una morte (1933). Alla trilogia dedicata ai "Signori Glembaj" si riconnettono altre prose krlezane, riconducibili a un motivo chiamato "glembajevstina", vale a dire "glembaijsmo", imperniato sulle analisi psicologiche e sulle interpretazioni sociologiche dei moventi individuali e dei motivi generali che provocano la decadenza dell'aristocrazia croato-ungherese, impaniata nelle sue abitudini, nelle sue pose, nei suoi vizi, nelle sue ferme convinzioni circa la superiorità etica del proprio modo di vivere, nel periodo intercorrente tra il declino dell'impero asburgico e la nascita della Jugoslavia. Uno dei migliori racconti di questo terzo ciclo narrativo si intitola Esequie a Theresienburg, ove viene narrata la beffa giocata da un gruppo di truffatori, i quali si fanno passare per alti ufficiali nipponici, venedo a visitare un reggimento austro-ungarico, carico di gloria e guidato da tronfi e ottusi ufficiali di nobili ascendenze. Gli imbroglioni si fanno accogliere con tutti gli onori, vincono ingenti somme al giuoco d'azzardo, riescono a raccogliere fondi per inesistenti imprese umanitarie. A  questa vicenda si aggancia l'infelice storia  d'amore di un ufficiale subalterno, insofferente della grettezza morale dell'ambiente in cui vive, che cerca un'evasione seducendo la moglie del comandante, viene punito e indotto al suicidio, ed è, alla fine, sepolto con un macabro rito: gli vengono tributate le onoranze che si convengono al suo rango, ma il discorso funebre pronunciato dal comandante è tutto un attacco alla sua figura di uomo e di soldato. A problematiche analoghe è dedicato il romanzo Il ritorno di Filip Latinovicz (1932), ove si parla di un pittore impressionista, il quale, dopo lunghi anni di assenza, ritorna nella natia Croazia, e si ritrova in un ambiente che, essendo rimasto legato alle vecchie tradizioni dell'impero asburgico e della nobiltà magiara, a lui, imbevuto ormai di cultura europea occidentale, risulta del tutto estraneo. Per di più, egli si invischia in una torbida avventura amorosa con una donna, che, alla fine, viene assassinata dal marito. Altro elemento di disagio spirituale è per Filip il comportamento della propria madre, donna spregiudicata e di facili costumi. Il romanzo si sofferma sull'analisi psicologica e sullo studio dei sentimenti dei singoli personaggi, in mezzo ai quali spicca il protagonista che, nelle varie situazioni in cui viene a trovarsi, si muove come nelle diverse scene di un dramma, che presenta una serie di quadri di un ambiente decadente, in piena disgregazione.
 E infine, si nota nella prosa prebellica di Krleza un altro filone, dedicato alla satira politico-sociale, in cui spiccano due romanzi. Nel primo di essi, Sull'orlo della ragione (1938) viene a trovarsi un non meglio specificato "dottore", il quale narra in prima persona le disavventure che gli sono capitate da quando, durante un pranzo, gli è accaduto di dire, quasi inavvertitamente, quello che pensa di una persona socialmente rilevante. Egli è un funzionario di medio rango, abituato a un'esistenza quieta e regolata, ed ha gravemente offeso il direttore generale Domacinski, allorchè questi ha asserito di avere ucciso "quattro cani furiosi", quattro individui che gli intralciavano la strada. Dall'incidente è scaturito un processo, e il "dottore" subisce una condanna. E' nel corso di questa drammatica vicenda che il protagonista scopre i numerosi punti di contrasto con quanto lo circonda, sia con la famiglia che con l'intera società. Il romanzo si trasforma così in un'occasione per esprimere, con la consueta efficacia ed intensità, in pagine scintillanti di pungente sarcasmo, tutta la sua avversione e il suo disprezzo per l'ordine costituito del regime borghese. Un carattere più specificamente politico presenta il romanzo Banchetto in Blituania (1938), che affronta la problematica del totalitarismo e dei suoi aspetti sanguinari. In Blituania, uno Stato immaginario nato dalla prima guerra mondiale, si va instaurando un regime di tipo dittatoriale. C'è un "comandante"che ha fatto la rivoluzione e che va gradualmente assumendo i pieni poteri, pur nell'apparente rispetto della legalità esteriore (egli propugna pertanto l'elezione di un presidente della repubblica, che altro ruolo non deve svolgere se non quello di una comoda marionetta - il presidente stesso verrà poi assassinato dai suoi avversari politici); c'è una schiera di accoliti, obbedienti e inetti, c'è infine un piccolo gruppo di oppositori. La Blituania si trova nella regione del Baltico, e, dai nomi dei personaggi, dal quadro generale delle relazioni internazionali di questo Stato, dall'ambiente circostante, appare chiaramente che l'autore ha pensato alla situazione esistente in Polonia, Lituania e Lettonia alla vagilia della seconda guerra mondiale, tuttavia egli si è ispirato anche agli avvenimenti di Italia e Germania, nonchè al regime dittatoriale monarchico jugoslavo. La figura del dittatore è disegnata in maniera magistrale, non meno netti e precisi risultano i ritratti delle persone che fanno parte del suo entourage, mentre con acuta perspicacia vengono colti i fenomeni che caratterizzano l'imposizione di un potere autoritario su un paese libero. Alle prime due parti di questo romanzo, lo scrittore ha fatto seguire nel 1962 una terza parte, allargando la visuale della sua analisi dei regimi caratterizzati dai colpi di stato e dall'impiego della polizia segreta, e disegnando il profilo psicologico di un intellettuale tentennante e incline ad atteggiamenti lirici. Una vasta attività di saggista e polemista completa l'opera letteraria di Krleza prima del 1939: in questo ambito si possono citare volumi quali Escursione in Russia (1926), Saggi (1932), La mia resa dei conti con loro (1932), L'Europa oggi (1935), Nove anni insanguinati (1937), Eppur si muove (1938). Dopo la seconda guerra mondiale, Krleza ha raccolto i suoi ricordi giovanili in Fanciullezza ad Agram, 1902-1903 (1952), in cui il riferimento alla Zagabria austro-ungarica è evidente già nel titolo, essendo Agram il nome tedesco della capitale croata; ha riunito una serie di reminiscenze, di aforismi, di saggi politici e di frammenti prosastici e lirici in Giorni antichi (Appunti 1914-1921) (1956), e infine ha pubblicato un nuovo romanzo Bandiere (1963-1965), in due parti. Il romanzo è dedicato a un periodo cruciale della storia croata, il periodo che va dal 1912, quando cominciarono ad assumere una concreta configurazione gli ideali "jugoslavi", al 1922, allorchè si portarono in primo piano i nuovi ideali, socialisti e comunisti. Tra Zagabria e Budapest, tra Vienna e Belgrado si svolge questo romanzo, che ripropone temi cari a Krleza, quale quello della decadenza dell'impero asburgico, e quello del conflitto tra due generazioni, colto nel contrasto tra Emericki padre e figlio, il primo esponente del servilismo conservatore, il secondo portavoce delle istanze rivoluzionarie. Miroslav Krleza è morto a Zagabria il 29 dicembre 1981.
(tratto da Bruno Meriggi, "Le letterature della Jugoslavia". Sansoni 1970)     



"Lettera internazionale", estate 1988.
"Lettera internazionale", estate-autunno 1986.
Paura degli intellettuali del dissenso che l'Occidente abbia accettato di inglobare definitivamente l'Europa centrale nell'Est.
Milan Kundera:"L'Europa sta perdendo il senso della propria identità culturale".
Oggi la situazione è ribaltata: Czeslaw Milosz: "Le frontiere culturali e mentali sembrano più durevoli dei confini tra stati". All'epoca era un dibattito volto a sovvertire l'ordine mentale dominante, condizione prima per poter pensare a un'"altra" Europa.
Timothy Garton Ash. Di cui vedasi "Storia del presente : dalla caduta del Muro alle guerre nei Balcani", Mondadori 2001.
Un dibattito volto a definire "un'anti-ipotesi politico-culturale" (Gyorgy Konrad, di cui vedasi "Il perdente", Anabasi 1995).
Il destino dell'Europa centrale è il destino di piccole nazioni (cfr. Istvan Bibo).
Milan Kundera: "Ma cos'è la piccola nazione? Vi propongo la mia definizione: la piccola nazione è quella che può essere messa in dubbio in qualsiasi momento, quella che può scomparire e lo sa. Un francese, un russo, un inglese non hanno l'abitudine di porsi delle domande circa la sopravvivenza delle loro nazioni." (Milan Kundera, "Un Occidente sequestrato ovvero la tragedia dell'Europa centrale", in "Nuovi Argomenti", gennaio-marzo 1984).
L'Europa centrale è anche la terra dei nazionalismi accaniti, indirizzati sia contro il controllo esterno sia l'uno contro l'altro" (Czeslaw Milosz). 

"L'ideologo del nazionalismo serbo, Dobrica Cosic, aveva parlato di Dalmazia italiana, i serbi di Knin avevano dichiarato che avrebbero dato l'Istria all'Italia, una volta conquistatala ai croati; un ex parlamentare socialista, il senatore Arduino Agnelli, docente di storia all'Università di Trieste, ed esponente di punta della lobby filoserba, era stato in visita a Knin dove aveva ricevuto un'onoreficenza, esponenti del governo di Knin erano stati invitati a Trieste dai dirigenti locali di Alleanza nazionale, in quel momento partito di governo. Il viaggio era stato bloccato dal presidente di An Gianfranco Fini, su pressione del ministro degli Esteri, Antonio Martino. Nei giorni precedenti Tempesta, Milan Martic aveva dichiarato a Fausto Biloslavo, del Giornale, che il confine tra l'Italia e la Repubblica di Krajina sarebbe passato per Zara "città troppo bella per essere lasciata ai croati" e che sarebbe stata metà serba e metà italiana." (Alessandro Marzo Magno, a cura di , "La guerra dei dieci anni",  il Saggiatore 2001).

Dobrica Cosic nacque a Velika-Drenova il 29 dicembre 1921, fu comandante partigiano, ha scritto in serbo. Nelle sue opere ha descritto le vicende della guerra di liberazione jugoslava. Di lui si ricordano Il sole è lontano (1951), Radici (1954), Tempo di morte (1972). Cosic ha anche avuto un ruolo di primo piano nelle vicende della ex Jugoslavia.
L'impegno degli intellettuali serbi nella prima metà degli anni '80 fu diretto contro le violazioni della libertà di espressione. In questo periodo, storici, politici, sociologi e giuristi sostituirono gli scrittori nella trattazione nelle loro opere di argomenti considerati fino ad allora "tabù" e nell'attivismo politico; nel novembre 1984 un nuovo Comitato per la libertà di pensiero e di espressione venne creato da Dobrica Cosic, con l'obiettivo di difendere tutti coloro fossero perseguiti per "delitti di opinione". Si creò in questo modo uno sviluppo della militanza nelle maggiori istituzioni culturali, come l'Associazione degli scrittori e l'Accademia delle Scienze. In questo periodo gli intellettuali si autolimitavano nella loro critica al sistema, non contestandone le fondamenta, con una tendenza a cercare all'estero le cause della mancanza di democrazia e di libertà di espressione. A partire dal 1985 si assistette ad un riorientamento dell'atteggiamento della classe intellettuale belgradese verso la questione del Kosovo, argomento che durante il regime di Tito era considerato intoccabile, nello spirito di "fratellanza e unità" che doveva regnare a tutti i costi tra i popoli della Federazione. Affrontare tale tematica era visto come un allontanamento dalle norme stabilite e come una sorta di "liberazione" della parola e della libertà di espressione. Con questa transizione, la natura dell'impegno degli intellettuali mutò radicalmente e divenne una strenua difesa della nazione serba, incoraggiata e sostenuta dalla Chiesa Ortodossa nazionale.
Il dibattito storico sulla questione del Kosovo iniziò nel gennaio 1985 all'interno di Knjizevne novine, la rivista dell'Associazione degli Scrittori; furono pubblicati una grande quantità di libri e saggi sul Kosovo, scritti da rispettati storici come Dimitrje Bogdanovic, Radovan Samardzic e Dusan Batakovic, che presentarono l'intera storia dei serbi in Kosovo come una secolare vicenda di martirio etnico. L'attivismo degli intellettuali si espresse con la redazione di lettere aperte al governo in difesa dei serbi del Kosovo e con petizioni. Il tono, il linguaggio ed il contenuto delle rivendicazioni degli intellettuali cambiarono bruscamente in seguito all'organizzazione ed all'attivismo politico crescente della comunità serba del Kosovo, sostenuta da buona parte del ceto intellettuale e dalla Chiesa Ortodossa. I leader politici serbo-kosovari erano consigliati da figure come lo scrittore Dobrica Cosic, che li incoraggiò ad utilizzare delle petizioni e delle manifestazioni pubbliche per ottenere il rispetto dei loro diritti. Il manifesto politico della comunità serba, la "Petizione di 2011 Serbi e Montenegrini del Kosovo", dell'autunno 1985, fu sostenuta da un'altra petizione, firmata da 216 intellettuali serbi, che ebbe un linguaggio molto aggressivo ed esplicitamente nazionalista, denunciando il "genocidio" ai danni dei serbi e criticando duramente la dirigenza della Federazione. Il dibattito all'interno dei circoli intellettuali si trasformò in vero e proprio processo alla dirigenza politica, accusata di non fare nulla per risolvere il problema del Kosovo; la dirigenza stessa di Tito, icona fino ad allora intoccabile, fu attaccata ed il problema del Kosovo fu integrato nell'insieme della "questione serba".
Il documento che condensa queste posizioni apertamente nazionaliste è il Memorandum dell'Accademia serba delle Scienze e delle Arti, del settembre 1986.
La situazione in Kosovo è descritta come "un genocidio fisico, politico, giuridico, culturale, la sconfitta più grave subita dalla Serbia nelle sue lotte di liberazione"; i dirigenti della Federazione e della Repubblica Serba sono accusati di non avere difeso il popolo ed il territorio serbo e di non essere stati capaci di porre fine "ad una guerra aperta e totale", che ha come fine un Kosovo "etnicamente puro". La questione del Kosovo viene collegata a quella più generale della condizione delle minoranze serbe all'interno degli altre Repubbliche della Federazione, in particolare in Croazia, dove "eccetto all'epoca dello Stato Croato Indipendente, i serbi di Croazia non sono mai stati minacciati così tanto quanto lo sono oggi". La popolazione serba fuori dalla sua Repubblica, secondo i redattori del Memorandum, "viene esposta, dal processo generale di disintegrazione che ha colpito la Yugoslavia, alla distruzione totale della sua unità nazionale". Tutto il documento è incentrato sulla denuncia delle discriminazioni subite dalla Serbia e dal suo popolo, ad opera dei dirigenti del Partito Comunista Jugoslavo, delle quali hanno approfittato le altre Repubbliche, in particolar modo Slovenia e Croazia. Il primo passo per risolvere la crisi delle istituzioni serbe e per mettere fine a questo stato di cose viene individuato nella necessità di emendare la Costituzione del 1974, considerata l'origine dei mali che affliggono la Federazione e trampolino di lancio per le tendenze autonomiste e secessioniste della varie Repubbliche e Province Autonome. Nel testo è anche presente un bilancio della crisi economica, politica e "morale" della Jugoslavia, con un appello alla democratizzazione del sistema titino e la condanna della burocrazia, dei privilegi, del nepotismo e della corruzione della classe politica. Le autorità serbe reagirono condannando il Memorandum e richiedendo all'Accademia di rinnegarlo e di sostituire i membri responsabili della stesura del testo. La più prestigiosa istituzione intellettuale serba contribuì in maniera decisiva a fornire materiale alla propaganda, che Milo_evic seppe abilmente sfruttare al momento della sua ascesa al potere, riguardo alle presunte "atrocità" commesse dagli albanesi ai danni dei serbi del Kosovo, attraverso anche un'inchiesta commissionata tra 500 nuclei familiari serbi che erano emigrati dalla Provincia. Studiosi ed intellettuali legati all'Accademia lessero nella cosiddetta "congiura del silenzio" sull'esodo serbo la prova della posizione ineguale del popolo serbo nella federazione jugoslava rispetto agli altri popoli, lanciandosi in un vero e proprio percorso revisionista, che riscoprì il genocidio dei serbi nel Kosovo ottomano, il "masochismo nazionale" di Tucovic, la "leggenda" dell'egemonismo gran-serbo nella Jugoslavia monarchica, l'accanimento serbofobo del Comintern, la legittimazione del '68 kosovaro come premessa immediata alle disgrazie attuali. Nel corso della primavera del 1987, gli intellettuali organizzarono una serie di serate di protesta, a sostegno dei serbi del Kosovo, nel corso delle quali viene continuamente ribadita la necessità di "liberare" il popolo serbo, nella Federazione dominata dai croati e dagli sloveni. La questione del Kosovo venne dunque considerata un problema di diritti umani, ma anche come la minaccia di una nuova perdita della "terra santa". Di fronte ad una situazione che giudicavano drammatica, alla quale l'autorità politica non riusciva a dare una risposta adeguata, gli intellettuali serbi si sentirono chiamati ad agire, investendosi di una missione e sostituendosi ai politici. I tentativi di intesa con gli intellettuali e gli storiografi albanesi non portarono ad alcun risultato, con la persistenza delle due parti a considerare il suo popolo come l'unica vittima della storia. La questione nazionale serba era legata, nella visione degli intellettuali, alla lotta per la democrazia, che era cominciata con la difesa della libera espressione; la contraddizione, ancora latente, tra democrazia e nazionalismo, divenne manifesta con la presa di potere di Milosevic. L'Associazione degli scrittori e l'Accademia serba della scienze, le due istituzioni più importanti dell'opposizione intellettuale, nel marzo 1988 si pronunciarono favorevolmente alle revisioni costituzionali. Consapevoli o meno che ne fossero, questi "scienziati nazionali" segnarono la traccia nazionalista che la nuova dirigenza politica fece propria per poi utilizzarla come pretesto per la politica di egemonia che portò alla tragica disgregazione della Federazione jugoslava.
La paternità del processo di "sdoganamento" del concetto di "pulizia etnica" è spesso attribuita agli anonimi autori di un testo che segna comunque una svolta nella vicenda Jugoslava. Il 24 settembre 1986 il quotidiano belgradese "Vecernje Novosti" pubblica alcuni stralci di un documento che passerà alla storia come il Memorandum dell'Accademia Serba delle Arti e delle Scienze. Vi si accusa Tito di attività antiserba e si denuncia l'esistenza di un complotto volto allo sterminio del popolo serbo in Kosovo e in Metohija. La Serbia, secondo il documento, sarebbe stata defraudata della vittoria conseguita nella seconda guerra mondiale e ridotta da Tito ai minimi termini territoriali oltre che privata del potere politico che le spetta. E' la teoria dello scrittore nazionalista Dobrica Cosic, per cui il popolo serbo "vince tutte le guerre e perde tutte le paci". Dopo la seconda guerra mondiale i serbi si troverebbero oggi nella situazione peggiore della loro storia e, oltre alle regioni menzionate, tutte le terre abitate da serbi sarebbero potenziale teatro di un nuovo massacro: "Tranne che nel periodo dell'Ndh (lo Stato indipendente di Croazia, proclamato nel 1941 dai filonazisti ustascia), i serbi in Croazia non sono mai stati tanto in pericolo come ora. La soluzione della questione del loro status nazionale deve essere considerata la principale priorità politica. Se una soluzione non viene trovata, le conseguenze saranno dannose a molti livelli, non solo per le relazioni interne alla Croazia, ma per tutta la Jugoslavia". Gli autori sostengono che la Jugoslavia si sta disintegrando e oltre il 40% dei serbi è destinato a trovarsi fuori dalle frontiere della madrepatria. Principale artefice della tragedia dei serbi sarebbe Tito, insieme a Kardelj, con la politica dell'autogestione basata su un principio di proprietà sociale piuttosto che statale. Il Memorandum che conclude auspicando la creazione di uno Stato nazionale serbo, diverrà il documento teorico del nazionalismo serbo e la guida di orientamento politico di Slobodan Milosevic. Il "popolo celeste" vi viene chiamato a compiere la sua missione storica di avanguardia della cristianità contro il nemico, turco in primo luogo, reimponendo la propria centralità fra gli Slavi del Sud.
Assieme a Cosic, è indicato come autore del documento l'economista Kosta Mihajlovic, che diventerà poi uno dei più influenti consiglieri di Milosevic. Contro il memorandum si scatenò immediatamente una campagna violenta, sostenuta anche dal nuovo presidente della Repubblica serba Ivan Stambolic e dal segretario del partito comunista a Belgrado Dragisa Pavlovic che ne denunciavano lo sciovinismo. Paradossalmente si levarono in tutte le repubbliche le voci degli intellettuali a condannare la campagna dell'establishment socialista contro il Memorandum. Milosevic, segretario del partito in Serbia e futuro presidente serbo, nonostante le richieste di Stambolic e Pavlovic, evitò di prendere posizione. Iniziava intanto la campagna per la riesumazione delle salme dei serbi vittime del massacro ustascia nella seconda guerra mondiale, ancora celati nelle foibe dopo la rimozione delle tensioni etniche del passato voluta dal regime titoista.
Nel Memorandum non si parla esplicitamente di pulizia etnica e non si teorizza la nascita di una Grande Serbia. Anzi: mire espansionistiche vengono attribuite a quelli che nel documento sono indicati come "nemici della nazione serba", in primo luogo gli albanesi. Nel Memorandum è stigmatizzata la politica comunista successiva alla Costituzione del 1963 e alla riforma economica del 1965, indicate come le prime tappe della decadenza del paese. Una buona metà del documento è dedicata all'oppressione dei serbi nel sistema jugoslavo: "Molti dei mali che affliggono il popolo serbo nascono in circostanze comuni a tutti i popoli della Jugoslavia. E tuttavia altre pene opprimono il popolo serbo: 1) il ritardo dello sviluppo economico della Serbia; 2) le relazioni giuridiche non equilibrate con la Jugoslavia e con le province autonome; 3) il genocidio nel Kosovo. Queste tre questioni sono apparse sulla scena politica con una forza tale da rendere la situazione tesa, se non esplosiva. Tre questioni spinose che sono il risultato di una politica di lungo periodo nei confronti della Serbia. Esse minacciano drammaticamente non solo il popolo serbo, ma anche la stabilità dell'intera Jugoslavia. Per questo bisogna metterle al centro dell'attenzione". Fra le cause dell'oppressione a danno dei serbi, una delle principali sarebbe la frammentazione dello Stato serbo con la creazione delle province autonome di Vojvodina e Kosovo, dove le pressioni delle maggioranze non serbe (ungherese nel primo caso, albanese nel secondo) costituirebbero un oggettiva spinta alla fuga per la popolazione serba. Promotori della "pulizia etnica" sarebbero dunque i non serbi. Si noti, nel brano citato, l'uso disinvolto della parola "genocidio" a proposito della situazione dei serbi del Kosovo, una minoranza numerica che mantiene salde le leve del tessuto civile e del potere politico. E' denunciata anche la discriminazione verso le minoranze serbe in Croazia. Come suggerisce Roux, il Memorandum costituisce la guida di orientamento per la politica, culminata nella pulizia etnica, attuata dai dirigenti serbi di Serbia, Croazia e Bosnia.
Val la pena di riportare per disteso un lungo brano del Memorandum a proposito del nazionalismo: "Dopo i drammatici conflitti tra le etnie nel corso della seconda guerra mondiale pareva che il nazionalismo fosse fortemente ridimensionato, sul punto di scomparire completamente. Questa sensazione si è rivelata illusoria. E' bastato poco tempo perché il nazionalismo riprendesse il volo, perché a ogni cambiamento costituzionale si ricreassero le condizioni per il suo rifiorire. Il nazionalismo è stato creato dall'alto; i suoi principali artefici sono stati gli uomini politici. La ragione principale della crisi attuale, che ha molteplici dimensioni, risiede nella sconfitta che il nazionalismo ha inflitto al socialismo. Il processo di disintegrazione generale che ha portato la comunità jugoslava al limite del fallimento, unitamente alla decomposizione del sistema di valori, deriva da questa sconfitta. Le cui radici vanno ricercate nell'ideologia del Komintern e nella politica nazionale del Partito comunista della Jugoslavia nel periodo prebellico. Questa politica era basata sul "revanscismo" nei confronti del popolo serbo in quanto nazione "oppressiva" e questo ha avuto conseguenze sui rapporti fra le nazioni, sul sistema politico ed economico, sul destino dei valori morali e culturali dopo la seconda guerra mondiale. E' stato imposto al popolo serbo un senso di colpa nei confronti della Storia; quello serbo è il solo popolo che non ha risolto la sua questione nazionale e che non ha ottenuto uno Stato, alla stregua delle altre nazioni. Per questo motivo è essenziale eliminare innanzitutto l'ipoteca della colpa storica che pesa sul popolo serbo, rifiutare ufficialmente la tesi secondo la quale si è creata una situazione economica privilegiata fra le due guerre, non negare le lotte di liberazione dei serbi e il loro contributo alla creazione della Jugoslavia.
La restaurazione dell'integrità totale, nazionale e culturale del popolo serbo, indipendentemente dalla repubblica o dalla provincia autonoma nella quale esso si trova, è un suo diritto dal punto di vista storico e democratico; per il popolo serbo l'eguaglianza in punto di diritto e uno sviluppo indipendente hanno un senso storico assai profondo. In meno di cinquant'anni due generazioni successive sono state esposte allo sterminio, all'assimilazione forzata, alla conversione, al genocidio culturale, all'indottrinamento ideologico, all'avvilimento e alla negazione delle proprie tradizioni sotto il peso di un complesso di colpa che è stato loro imposto; intellettualmente e politicamente disarmato, il popolo serbo è stato sottoposto a prove troppo penose perché non lasciassero tracce profonde nel suo spirito, tracce che non possono essere dimenticate alla fine di questo secolo di grandi conquiste tecnologiche e dello spirito umano. Per sperare di avere un avvenire nella famiglia dei popoli civili, il popolo serbo deve avere la possibilità di ritrovarsi, di ridiventare un soggetto storico, di riguadagnare la coscienza della propria esistenza storica e spirituale, di difendere i propri interessi economici e culturali, di pervenire a un programma sociale e nazionale che animi le generazioni attuali e future. La condizione attuale, poco favorevole al popolo serbo, così come le manifestazioni di sciovinismo e di serbofobia sempre più violente, spingono al rinnovamento e all'esternazione sempre più forte del risentimento nazionale del popolo serbo, oltre che a reazioni che possono dare fuoco alle polveri con conseguenze molto pericolose. E' nostro dovere non trascurare o sottovalutare questi pericoli. Nello stesso tempo non possiamo accettare la ripartizione ideologica e politica dei torti storici attuata nella lotta di principio contro il nazionalismo serbo. Il rigetto di questa ripartizione, fatale per lo spirito e la morale, che introduce ingiustizie e falsità, è la condizione preliminare per l'operare efficace di una coscienza democratica, jugoslava e umanista nella cultura serba contemporanea.
Che i cittadini e la classe operaia non siano rappresentati adeguatamente nell'assemblea federale non può essere imputato soltanto all'intenzione di favorire l'elemento nazionale, ma va attribuito anche al fatto che si è cercato di mettere la Serbia in una condizione di ineguaglianza in linea di diritto, di indebolire la sua influenza politica. Ma la maggiore sciagura viene dal fatto che il popolo serbo non ha uno Stato come le altre nazioni. E' vero che l'articolo 1 della Costituzione della Repubblica serba afferma che la Serbia è uno Stato, ma si pone inevitabilmente la domanda: quale Stato è mai quello che si dichiara incompetente sul proprio territorio? Che non dispone di mezzi per ristabilire l'ordine su una parte del proprio territorio? Che non può garantire la sicurezza delle persone e dei beni, impedire il genocidio nel Kosovo e fermare la deportazione dei serbi dai loro focolari secolari? Questa situazione rivela la politica di discriminazione attuata nei confronti della Serbia, in particolare se si tiene conto del fatto che la Costituzione della Federazione jugoslava le ha imposto una federalizzazione interna, motivo durevole di conflitti fra la Serbia in senso stretto e le province autonome. Il nazionalismo aggressivo albanese in Kosovo non è stato represso e la Serbia continua a essere la sola repubblica le cui relazioni interne sono regolate da altri.
La Costituzione della Federazione jugoslava stabilisce formalmente l'uguaglianza di diritto fra tutte le repubbliche ma di fatto impone alla Serbia di spogliarsi di tutti i suoi poteri a favore delle province autonome, delle quali definisce in gran parte lo status. La Serbia deve apertamente dichiarare che questo sistema le è stato imposto, in particolare che le è stato imposto lo status delle province, promosse di fatto al rango di repubbliche. Esse si sentono più un elemento della Federazione che una parte della Repubblica serba. A prescindere dal fatto che la costituzione della Federazione non ha tenuto conto dello Stato del popolo serbo, essa ha creato difficoltà insormontabili per la sua attuazione.
SI impone inevitabilmente la revisione di questa Costituzione per soddisfare gli interessi legittimi della Serbia. Le province autonome dovranno di fatto divenire parti costituenti della repubblica di Serbia. Dovrà essere loro concesso un grado di autonomia che non metta in discussione l'integrità della Repubblica e garantisca la realizzazione degli interessi generali della comunità allargata.
La questione irrisolta dello status dello Stato della Serbia non è la sola tara alla quale bisognerà porre rimedio con cambiamenti costituzionali. Con la Costituzione del 1974 la Jugoslavia è divenuta una comunità statale assai flessibile. Al suo interno si riflette su alternative che non sono unicamente jugoslave, come mostrano chiaramente le recenti dichiarazioni dei dirigenti sloveni e le precedenti posizioni dei politici macedoni. tali riflessioni e una disgregazione profonda conducono all'idea che la Jugoslavia è minacciata dal pericolo di una disintegrazione ancora più grande. Il popolo serbo non può tranquillamente attendere l'avvenire in questa incertezza. Per questa ragione si deve dare la possibilità a tutte le nazioni in Jugoslavia di affermare le proprie aspirazioni e intenzioni. Così la Serbia potrebbe essa stessa definire e determinare il suo interesse nazionale. Dei negoziati che sfocino in un accordo, dovrebbero precedere la revisione della Costituzione. Naturalmente la Serbia non dovrebbe assumere una posizione passiva, attendere semplicemente ciò che gli altri diranno, come ha ripetutamente fatto fino a oggi...
La condizione di uguaglianza dei diritti per la quale la Serbia si deve impegnare sottintende che essa avrà l'iniziativa nella risoluzione delle questioni-chiave politiche ed economiche, nella stessa misura nella quale questo sarà consentito alle altre repubbliche.
Quattro decenni di passività da parte della Serbia si sono rivelati nefasti per l'intera Jugoslavia, privata delle idee e della critica di un ambiente che ha una lunga tradizione statale, un sentimento acuto dell'indipendenza nazionale e una ricca esperienza di lotta contro gli usurpatori interni delle libertà politiche. Senza una partecipazione egualitaria in fatto di diritti del popolo serbo e della Serbia nel processo decisionale la Jugoslavia non può essere forte e la sua esistenza stessa in quanto comunità democratica e socialista sarà messa in discussione.
Una fase di sviluppo della comunità jugoslava e della Serbia si conclude visibilmente con l'obsolescenza dell'ideologica, la stagnazione generale e la regressione sempre più marcata nella sfera economica, politica, morale e culturale. La situazione impone imperativamente riforme radicali, sulle quali si è a lungo riflettuto, fondate scientificamente e attuate con energia. Esse devono investire l'intera struttura dello Stato e delle organizzazioni sociali della comunità dei popoli slavi del Sud, devono toccare la sfera del socialismo democratico, favorire un ingresso più rapido e vantaggioso nella civiltà contemporanea. Le riforme sociali devono stimolare il più possibile le risorse naturali e umane del Paese tutto intero. Noi dobbiamo diventare una società produttiva, illuminata e democratica, capace di vivere del proprio lavoro e dei propri prodotti e di apportare il suo contributo alla comunità mondiale.
La condizione primaria della trasformazione e del rinnovamento è la mobilitazione democratica di tutte le forze intellettuali e morali del popolo, non solo per mettere in opera le decisioni prese dai forum politici, ma anche per realizzare democraticamente i programmi e i progetti per l'avvenire. Per questo obiettivo di grande importanza sociale, per la prima volta nella storia recente si unirebbero la conoscenza e l'esperienza, la coscienza e il coraggio, l'immaginazione e la responsabilità.
L'Accademia delle scienze e delle arti dichiara qui di essere pronta a impegnarsi con tutta la sua anima e con tutte le sue forze in questa opera dalla quale dipende il nostro destino. Essa è pronta ad assumersi le responsabilità storiche che ricadono sulle spalle della nostra generazione".
Quanto il tono di questo scritto sia minaccioso lo dimostreranno gli eventi successivi e l'uso che di queste tesi farà la dirigenza politica serba riconvertita sotto Milosevic alle parole d'ordine del nazionalismo. Ma non è soltanto l'aggressività del Memorandum a destare inquietudine fin dalla sua pubblicazione. Due elementi in particolare meritano attenzione e rivestono un certo significato ai fini del presente lavoro. In primo luogo nel testo degli accademici serbi non compare in alcun modo la categoria sociale di "classe": vittima di oppressione o soggetto di trasformazione non è mai una classe sociale ma (in contraddizione con la dottrina marxista insegnata nelle scuole e nelle università e in nuova continuità con il nazionalismo romantico del secolo scorso) un "popolo". La parola chiave del documento è "popolo" (Narod), la comunità che si fa soggetto storico è quella nazionale, non quella politica. Il secondo elemento che merita di essere messo in rilievo, fin da questa introduzione, è il riferimento costante al popolo serbo come a un tutto indiviso, personale e definito, fino al punto di poterne fornire indicazioni psicologiche, come se si trattasse di un individuo, in linea con la teoria romantica dei "tipi spirituali".
E' questo secondo elemento un tratto costante della percezione di sé che il nazionalismo serbo degli ultimi due secoli tenta di introdurre nella coscienza collettiva della popolazione, attraverso la propaganda, l'uso più o meno strumentale di nozioni religiose, l'attualizzazione del passato, la storicizzazione del presente e la stimolazione in questo senso dell'attività artistica. Non è un caso che la letteratura serba sia nel ventesimo secolo quella più essenzialmente legata alla forma epica. Ne fa testimonianza il fiorire di numerosissime opere di registro epico (fra cui alcuni straordinari capolavori come Il ponte sulla Drina o la Cronaca di Travnik di Ivo Andric, o le Migrazioni di Milos Crnjanski), che ha fatto segnare un'impennata vertiginosa nell'ultimo decennio, quando l'editoria serba è stata sommersa da una gran quantità di romanzi storici che elevavano a protagonista il soggetto collettivo, la comunità tradizionale (come la Zadruga, o la famiglia allargata contadina) o nazionale. Punto culminante di questa stagione di nuovo successo dell'epica popolare è la pubblicazione nel 1985 a Belgrado del romanzo-fiume di Danko Popovic intitolato Il libro di Milutin, storia di un contadino serbo travolto dalle guerre del ventesimo secolo. I temi del romanzo, fino a quel momento tabù, ne fanno un best-seller da mezzo milione di copie: vi si raccontano le repressioni di Tito contro i contadini, gli aspetti meno gloriosi della guerra partigiana, il massacro di serbi commesso dagli ustascia croati al fianco dei nazisti. Scrive Paolo Rumiz: "Il libro contiene alcuni concetti-chiave di quello che viene definito il destino ma anche la maledizione del popolo serbo: il suo essere "predestinato" alla guerra, la sua santificazione nella sconfitta, la sua paura di sparire come etnia e come cultura schiacciato fra Islam e cattolicesimo". Dopo il 1986 il consenso popolare creato intorno al romanzo sarà sfruttato dalla nuova leadership serba: il libro verrà acquistato in migliaia di copie dai maggiorenti serbi e distribuito nel corso dei meeting (i famosi "avvenimenti del popolo") organizzati da Milosevic. Insieme alle opere di Dobrica Cosic (definito da Milosevic "più utile alla Serbia di un'industria pesante"), di Milorad Ekmecic, di Vuk Draskovic (leader monarchico di estrema destra, rifondatore del movimento cetnico, poi convertitosi al pacifismo) e di Milorad Pavic, il Libro di Milutin si configura come una delle chiavi di quell'operazione culturale di "sdoganamento" del nazionalismo legittimata in seguito dal Memorandum dell'Accademia di Belgrado. Si apre una stagione di nuova fioritura per l'epica serba, per i cantari popolari e le "saghe" di impronta medievale che invadono l'editoria serba. Torna in auge il mito del principe Lazar e della sconfitta del Kosovo Polje: le ossa del condottiero martire si preparano al viaggio che compiranno tre anni dopo lungo tute le terre abitate dai serbi.
Il Memorandum non è un episodio isolato, ma è contestuale a un clima in parte costruito consapevolmente. Oltre alle analogie di impostazione culturale con una certa letteratura nazionale, l'idea del popolo serbo come personalità distinta, dai peculiari tratti psicologici, analizzabili come fossero tratti individuali, è alla base di un'altra opera decisiva nella parabola culturale del nazionalismo serbo di fine secolo. Si tratta di Luda zemlja (Il paese folle) dello psichiatra Jovan Raskovic, membro dell'Accademia, pubblicato a Belgrado nello stesso anno del Memorandum con prefazione del solito Dobrica Cosic, nume dell'Accademia, padrino letterario del "poeta" Radovan Karadzic e futuro presidente della Federazione serbo-montenegrina negli anni di guerra. Raskovic è indicato da Cosic come colui che ha instaurato "una relazione metafisica con i serbi". L'opera di Raskovic costituisce una programmatica applicazione a un contesto politico di categorie psichiatriche, un 'operazione che ha precedenti nella prassi sovietica di internare gli oppositori politici, ma che lo psichiatra serbo porta a livelli teorici molto più azzardati. Nella sua opera, infatti, la psichiatria si fa guida ideologica e metodologica dell'agire politico: in una specie di sinistra parodia platonica lo Stato diviene la Repubblica degli psichiatri. Del ruolo svolto da Raskovic, come teorico prima ancora che come capo politico, si parlerà più avanti, importante è ora mettere in rilievo come la sua opera, facendosi forte di surrezioni come il trattamento psichiatrico delle nazioni, compie il passo che il Memorandum semplicemente legittima a priori: la dichiarazione della necessità storica della pulizia etnica. In un'intervista televisiva al canale Yutel del gennaio 1992, Raskovic dichiarò: "Mi sento responsabile perché ho preparato questa guerra. Benché non si tratti di una preparazione militare. Se non avessi gettato le basi con la tensione emotiva in seno al popolo serbo, nulla sarebbe accaduto. Il mio partito e io abbiamo piazzato il detonatore del nazionalismo serbo, non solamente in Croazia, ma ovunque, in Bosnia-Erzegovina in particolare". Il tono è orgoglioso e rivendicativo, come dimostra la frase conclusiva: "Noi abbiamo guidato questo popolo ridandogli la sua identità". Sotto molti profili la politica dei dirigenti politici serbi, Milosevic in testa, svolge un accurato contrappunto alle tesi del Memorandum e del libro di Raskovic. Se la Serbia è divisa contro il proprio interesse, si abolirà l'autonomia delle province e si adotterà una linea violentemente repressiva nei confronti degli albanesi; se la nazione serba è dispersa, si tenterà l'annessione delle terre popolate da serbi fuori di Serbia nel nome di uno Stato comune; se i serbi sono minacciati da un genocidio ordito da croati e musulmani, la sola difesa sarà la "purificazione etnica" della Bosnia Erzegovina.
(http://www.ecn.org/balkan/0002mitoserbo.html
http://www.comune.torino.it/cultura/intercultura/8/8c3.html
http://www.ilmanifesto.it/MondeDiplo/LeMonde-archivio/Marzo-2000/0003lm08.02.html
http://www.girodivite.it/antenati/xx3sec/_cosic.htm)



Confondere la civiltà europea con la civiltà universale, è una tentazione ben nota. Dare ad una realtà concreta e contingente un significato quasi assoluto è un errore comune. Sarebbe più utile discutere delle aspettative e delle attese di una parte dell'Europa nei confronti dell'altra. Nei due paese candidati dell'Unione europea - Turchia e Croazia - succedono nello stesso momento due casi simili: nel primo, lo scrittore Orhan Pamuk (candidato serio per il Premio Nobel) è minacciato di arresto per aver riconosciuto il genocidio della sua nazione sugli armeni; nell'altro, il sottoscritto viene condannato a cinque mesi di carcere per aver scritto sulla responsabilità degli intellettuali nazionalisti che hanno aiutato i «signori della guerra» a infiammare i conflitti.  Sì, è vero che ho scritto è pubblicato, in croato e in italiano, un saggio intitolato «I nostri talebani». Si trattava di quelli che hanno contribuito a una propaganda micidiale, colpevoli di più di 200 mila morti nell'ex Jugoslavia, di più di due milioni esiliati, non so quanti altri sottoposti alla pulizia etnica. Proponevo una specie di «tribunale d'onore» che completi quello dell'Aia, dinnanzi al quale potrebbero rispondere i propagandisti dell'ultima guerra balcanica. Menzionai in quest'occasione anche i nomi: alcuni serbi, come Dobrica Cosic, l'inspiratore del famoso Memorandum dell' Accademia serba, con alcuni suoi vicini (Matija Beckovic, Momo Kapor); aggiunsi diversi scrittori croati, fra i quali, all'ultimo posto - vista la sua modesta importanza letteraria - Mile Pesorda, poeta di Bosnia-Erzegovina trasferitosi durante la guerra in Croazia. Quest'ultimo mi fece un processo prolungatosi un po' meno di 4 anni e che finì, alcuni giorni fa, con la sentenza giudiziaria che mi accusa «d'ingiuria e diffamazione» e mi condanna a 5 mesi di carcere. Nel motivare la sentenza, il giudice ha definito offensivo il termine «talebano» che io invece consideravo abbastanza debole nel contesto. Ho già dichiarato (tramite  il giornale Novi list di Fiume) che non intendo fare ricorso: significherebbe prendere sul serio la condanna e il tribunale. Sono pronto ad andare, nel momento deciso da «loro», dopo aver fatto la mia valigia, nella prigione che mi sarà assegnata. Ho una doppia cittadinanza, croata e italiana (per quest'ultima ringrazio di nuovo Claudio Magris e Raffaele La Capria che hanno chiesto al Presidente Scalfaro di concedermela) - potrei dunque rimanere qui senza le difficoltà che incontrano gli «extracomunitari». Ma preferisco sfidare in questo modo quelli che lo meritano. Molti amici e compagni mi sostengono in questa decisione. Soprattutto chi sa come cercavo anch'io di difendere gli intellettuali perseguitati, anche quelli che pensavano diversamente da me: Solzenitsyn, Sacharov, Brodskij, Kis, Havel, Kundera, Milosc, Solidarnosc, Dubcek e la Primavera di Praga, e anche «l'apertura italiana», come dicevamo a Est quando Berlinguer fece la sua svolta antistaliniana. Aggiungo alcuni accenni sulle idolatrie e illusioni che si fanno di fronte all'Europa tanti cittadini dell'ex Europa dell'Est. Ogni tentativo simile esordisce o si conclude con una domanda, a un tempo banale e imprescindibile: «quale Europa?» L'abbiamo sentita, tante volte, in diversi contesti, a partire dall'Europa del carbone e dell'acciaio fino a quella di Maastricht e dell'euro. Sarebbe auspicabile che l'Europa odierna fosse meno eurocentrica, più aperta al cosiddetto Terzo Mondo dell'Europa colonialista, meno egoista dell'Europa delle nazioni, più Europa dei cittadini che si danno la mano e meno degli Stati che si sono fatti tante guerre fra loro. Un'Europa più consapevole di se stessa e meno soggetta all'americanizzazione. Sarebbe utopistico aspettarsi che diventasse, in un futuro prevedibile, più culturale che commerciale, più cosmopolita che comunitaria, più comprensiva che arrogante, più accogliente che orgogliosa e, perché no, più socialista dal volto umano (Sacharov) e meno capitalista senza volto. E legittimo chiedere quale diventerà l'«altra Europa», che si trova di fronte a queste alternative. In una parte dei cosiddetti paesi dell'Est, il post-comunismo non è ancora riuscito a «raggiungere» i regimi precedenti (come livello di vita e di produzione, scambi economici, sicurezza sociale, scolarità, regime pensionistico, eccetera). Per citare solo un esempio: la Slovenia, che ha fatto il migliore risultato dei dieci nuovi membri dell'Unione, ha impiegato quasi otto anni per raggiungere la sua produttività dell'inizio degli anni Novanta. Questa considerazione non ha lo scopo di riabilitare le pratiche di un socialismo che si è autoproclamato «reale» senza esserlo. Le transizioni di questi paesi durano molo più a lungo del previsto. Riescono solo eccezionalmente a diventare vere trasformazioni. (Occorre distinguere meglio queste due nozioni: la transizione è basata su ipotesi, la trasformazione è un risultato). Il cattivo odore delle vecchie tradizioni nazionaliste ristagna ancora in molte zone del nostro continente e fuori di esso. Si tratta di una realtà che sembra già compiuta pur senza concludersi o raggiungere una forma accettabile. E' una situazione difficile da sopportare e dalla quale non ci si riesce ad affrancare. Molti becchini si danno invano da fare, senza riuscire a sbarazzarsi delle spoglie. È un ruolo tutt'altro che gradevole. I nazionalisti di ogni matrice si scagliano accuse reciproche in modo parziale, esagerato, caricaturale - per condannare gli altri o giustificare se stessi. Le coscienze che tentano di ergersi al di sopra della mischia sono considerate traditrici della nazione. E perciò vengono punite. Talvolta abbiamo voglia di finire piuttosto in carcere, come sta succedendomi, che sopportare tutto questo.
(Pedrag Matvejevic)

Con una comitiva delle rete televisiva franco-tedesca "Arte", che ha realizzato una trasmissione dedicata ai Balcani, sono arrivato recentemente a Mostar. Due settimane dopo ho raggiunto Sarajevo, dove il "Centar André Malraux", francese, ha organizzato un incontro di scrittori europei. Noi, nati in quel paese, possiamo fare ben poco da soli: ci siamo accapigliati, inimicati, divisi, riducendoci alla miseria. Nel mio diario le impressioni riportate nei due viaggi si intrecciano e si accavallano. La prima volta sono arrivato dall'Italia via mare, col traghetto Ancona-Spalato, proseguendo lungo la valle del fiume Neretva fino a Mostar. La seconda volta sono arrivato a Sarajevo passando per Vienna. E da Sarajevo, in compagnia di un centinaio fra scrittori e giornalisti, mi sono avviato verso la mia citta’ natale - Mostar. Abbiamo viaggiato in un treno che, dopo l'ultima guerra, fa raramente la spola su quella linea ferroviaria. Una volta i vagoni, passeggeri e merci, passavano ogni giorno, e piu volte al giorno. Da studente, lavorai alla costruzione del tratto di strada ferrata fra Konjic e Jablanica con le brigate giovanili. Si chiamavano "azioni di lavoro volontario". Il nostro accampamento si trovava nei pressi di Ostrozac. Si andava al lavoro prima che il sole riscaldasse fino all'arsura la terra e l'aria; dopo mezzogiorno facevamo il bagno nei rami del fiume Neretva. Ricordo gli strani, fiabeschi colori dell'alba, il biancore della pietra che emergeva dalla notte, i cespugli bagnati di rugiada, le limpide acque del fiume, i suoi vortici, le sue sponde, le rocce carsiche dell'Erzegovina. A incoraggiarci era il sole che si levava, la luce si spandeva. "Costruiremo il nostro paese piu bello di prima", dicevamo. Era il nostro sogno. Molti di noi credevano nella propria fantasia. Io compreso. Invidiavo i miei compagni piu forti che erano in grado di lavorare di piu e di fare meglio: quella ferrovia collegava la Bosnia all'Erzegovina, univa la Jugoslavia. Ricordo uno dei primi film jugoslavi, "Il treno senza orario": raccontava la storia delle migrazioni della nostra gente che, nell'immediato dopoguerra, si spostava dalle regioni piu povere del paese per stabilirsi in quelle piu  ricche, viaggiando su “treni senza orari” - treni merci che andavano dal Sud al Nord del paese, dal Montenegro e dall'Erzegovina fino alla pianeggiante Vojvodina. Quest'autunno, alla stazione di Sarajevo, distrutta durante la guerra ed ora in gran parte ricostruita, ci siamo imbarcati su uno di quei treni. Ho provato una grande tristezza: tutto intorno a me ricordava la guerra recente. Lungo il viaggio l’angoscia mi abbandonava e riconquistava a intervalli. Mostar c ancora divisa a metà, anche se adesso è piu facile passare dall'una all'altra parte del fiume Neretva, dai quartieri in cui Croati e cattolici sono la maggioranza, ai quartieri nei quali furono ricacciati e si sono affollati i mostarini di origine musulmana. Il fiume scorre nel mezzo, ma il confine non segue il corso del fiume. Grazie agli aiuti dall'estero, sono stati ricostruiti alcuni ponti. Lo Stari Most, l'antico ponte, simbolo della città alla quale ha dato il nome, è completamente distrutto. Siamo andati a vederlo dapprima di notte, sotto la pioggia illuminata da lampioni ammiccanti. Lo sostituisce una passerella in legno simile a una palrncola gettata sopra un grosso ruscello. Nell' oscurità le torri laterali somigliano a fantasmi di un racconto a cui manca la fine. In prossimità delle torri sono addossati negozietti e bugigattoli di artigiani, per lo piu orefici, e  tessitori di tappeti. Questo quartiere cittadino, chiamato alla turca "Kujundziluk" c stato parzialmente ricostruito. "Ma chi c stato a distruggere tutto questo?" mi chiedono quelli della televisione franco-tedesca che filmano tutto quello in cui si imbattono: le nuvole sulla città, le nebbie nella valle, gli scrosci di pioggia che ci accompagnano. Sono stati gli estremisti croati, rispondo, sottolineando la parola "estremisti" per non confonderli con tutti i  Croati, per non fare di tutta l'erba un fascio. L'indomani, con il cielo sereno, siamo tornati sul posto in cui per secoli, fino al 1993, sorgeva il famoso Vecchio Ponte. Lo spettacolo si è presentato sotto una luce diversa, ma non piu bello. I contrafforti rocciosi laterali stanno franando, sul fondo del fiume è stata gettata una massa di cemento per creare una solida base per la nuova costruzione. Nel vicino caffè, che un tempo riecheggiava di inebrianti canti d'amore bosniaci detti sevdah, pochi avventori entrano per sorseggiare la turska kahvka, il caffé turco. Il rumoreggiare del fiume infrange un silenzio quasi sepolcrale. Ci si avvicina un uomo di mezza età, nervoso e agitato; implora gli stranieri di trovargli un lavoro qualsiasi, dice di sapere piu lingue, è disposte a fargli da guida per la città, gli mostrerà tutto quello che desiderano vedere. E' insistente, ostinato. Uno dei nostri amici gli mette in mano due-tre marchi tedeschi e l'uomo se ne va. Non chiedeva di piu. Ci siamo diretti verso la vicina moschea, per visitarla. Ce n'erano parecchie prima della guerra; alcune cominciarono a distruggerle i "Serbi" e finirono per abbatterle i "Croati" (uso le virgolette, talvolta, parlando di nazionalisti o fascisti, mai quando parlo del popolo al quale appartengono e al quale non somigliano). Nessun tempio musulmano è rimasto intero a Mostar. Ora li stanno ricostruendo: si pun notare quale parte del minareto è di antica pietra, piu scura, e quale è stata aggiunta, ricostruita, con pietra nuova, piu chiara. L'aiuto è arrivato dai paesi islamici. Alcuni di essi hanno condizionato gli aiuti a delle concessioni: mi accorgo di certe pratiche che presso i musulmani  di queste terre non c'erano mai state prima. Il Vecchio Ponte non univa soltanto due sponde della città di Mostar, ma era il legame fra Oriente e Occidente. Incontro certi amici d'infazia, Emir, Ibro, Fatima (hanno caratteristici nomi musulmani); si sentono "umiliati e offesi". Nessuno di noi poteva immaginare qualcosa di simile a quanto è avvenuto. Abbiamo sottovalutato le capacità di coloro che hanno portato a questa catastrofe. Gli amici che, insieme a me, hanno attraversato l'ex Boulevard della Rivoluzione e la via che porta il nome del piu eminente poeta di questa regione, Aleksa Santic, hanno riportato impressioni terribili. Qui c'era ed è rimasto in piedi il vecchio  carcere detto "celovina". Una triste canzone così lo ricorda:                                                                                                                                                                                                                                                                                                                "Ci sono in esso cento e cento celle,
ciascuna cella per un uomo-schiavo".
Un passante, avendomi riconosciuto, mi informa che quel penitenziario è adesso "l'unica istituzione comune che ancora funziona nella città"  senza discriminazioni etniche e religiose. Il confine è segnato dal silenzio e dal sospetto. Lo attraversa la "prima linea" sulla quale si combattè l'insensata battaglia. Sui muri rimasti ancora in piedi si vedono migliaia di buchi prodotti dalle raffiche: si sparava furiosamente, con la veemenza dell'odio, con la volontr di distruggere tutto il possibile.  Sul Boulevard c'è anche la casa nella quale ho trascorso l'infanzia e i miei genitori hanno vissuto la loro vecchiaia. E' rimasta sforacchiata, come una quinta, senza tetto e senza i pavimenti. Attraverso l'enorme fessura di quella che una volta fu una finestra si è infilato il lungo ramo  di sambuco. Là, sotto casa, mi fanno un'intervista: questi amici stranieri non possono nemmeno immaginare quel che provo mentre rispondo alle loro domande. E non si tratta solo di vergogna. I luoghi di culto accanto ai quali passiamo hanno subito gravissimi guasti. La chiesa cattolica dei santi Pietro e Paolo venne centrata gir all'inizio degli scontri, verso la metr del 1992, dalle granate dell' "esercito jugoslavo" che all'epoca aveva già subito una "pulizia etnica" e risultava serbizzato, condito di "riservisti" raccolti Dio sa come nelle regioni dell'Erzegovina orientale e nel Montenegro. In questa chiesa ci andavo da ragazzo a implorare il Signore di far tornare vivo mio padre dal lager nazista in Germania. Anche questa chiesa è stata ricostruita grazie agli aiuti venuti da varie parti del mondo, probabilmente anche col denaro raccolto fra i pellegrini di Medjugorje. Il nuovo campanile è piu alto perfino di quello della cattedrale di Zagabria. Goffo, disamornico, brutto, è stato costruito con l'intento di superare in altezza tutti i minareti delle moschee e dimostrare la superioritr di una religione sull'altra. Sulla collina detta Hum che sovrasta la città, non lungi dal luogo in cui un tempo sorgeva una fortezza austriaca, è stata eretta un'enorme croce che si vede da ogni parte: anch'essa è stata posta lassu perchè riconfermi la propria supremazia in una città nella quale noi cristiani non siamo stati mai maggioranza della popolazione, prima d'ora. Da una parte c'è un vescovo cattolico che si comporta da villanzone, intollerante, indegno della missione sacerdotale, a dall'altra c'è la Provincia erzegovese dell'ordine francescano che difende i propri interessi materiali, infischiandosene di quelli spirituali: l'uno e l'altra da tempo si scontrano e si combattono gettando fango sulla fede stessa. Il cardinale che ha sede a Sarajevo non riesce a trovare un farmaco che guarisca la gangrena. Egli stesso è stato eletto a quella carica in circostanze nelle quali sembrava migliore di quello che è. I Francescani bosniaci, della Provincia detta di "Bosnia Argentina", sono di gran lunga piu nobili e piu attaccati ai valori del cristianesimo, ma non possono influire sui loro confratelli erzegovesi.
Abbiamo oltrepassato il fiume servendoci del ponte provvisorio, arrampicandoci fino al luogo dove,  nella parte orientale della cittr, sorgeva la chiesa ortodossa. La ricordo bene: si distingueva per la sua posizione e la sua bellezza. Non ne è rimasto nulla. Dopo che da questa località fu cacciato l'esercito cetnico (“serbo”), i crociati “croati” dapprima la bombardarono a lungo con i mortai, poi la fecero saltare in aria con la dinamite trasformandola in un mucchio di macerie, terra brulla. (Alla stessa maniera i "Serbi" di Banjaluka hanno raso al suolo quella che fu un tempo la maestosa Moschea di Ferhadija; e, come se non bastasse, hanno trasformato in parcheggio per automobili lo spazio che prima occupava.) Accanto al rottame della porta principale del tempio serbo è rimasta una grande croce di ferro battuto, buttata per terra, calpestata, arrugginita. Almeno la croce di Cristo dovrebbe essere comune ad ambedue le confessioni cristiane! Ho condotto la numerosa brigata su per l'erto fianco dell'altura verso il luogo in cui una piccola, antica chiesa ortodossa era rimasta per secoli radicata al suolo, recintata. I Turchi, nei quattro secoli del loro dominio, l'avevano tollerata, a condizione che non svettasse, non emergesse troppo nel panorama. Anch'essa è stata gravemente danneggiata. L'Amministrazione europea di Mostar ha finanziariamente contribuito alla sua ricostruzione. Due o tre icone, molto belle, si sono salvate dalla distruzione e sono state reinserite nell'iconostasi. La porta d'ingresso ci è stata aperta dal guardiano di piccola statura, sorpreso e perfino un po' spaventato  di fronte a tanti visitatori. Ho attaccato discorso, ricordandomi subito della consuetudine dei miei genitori: lasciare qualche obolo per la manutezione del tempio, non importa a quale religione appartenga. Uscendo dalla chiesetta, quel sagrestano mi ha detto che non poteva accettare l'elemosina. "Sapete - ha spiegato - io sono musulmano. E qui è stato pericoloso per un ortodosso  fare il guardiano di una chiesa ortodossa! Mi chiamo Regjep Gashi". Il nome, chiaramente, è musulmano, il cognome potrebbe anche essere albanese. Gli ho stretto la mano. Mi sono ricordato di alcuni viaggi compiuti nel Kosovo negli anni Ottanta, quando coltivavamo l'illusione che fosse ancora possibile fare qualcosa per migliorare i rapporti gir avvelenati fra Serbi ed  Albanesi in Jugoslavia. Incontrai allora, visitando il monastero di Decani, il monaco ortodosso Justin Djukic, un uomo di bell'aspetto e di alta statura, nativo della Bosnia. Mi accompagnò nelle sale in cui erano custoditi i tesori del monastero, mi mostrò quelle opere preziose. "Come avete fatto, padre – gli chiesi – a salvare tutto questo? Con tanti eserciti che sono passati per queste contrade saccheggiandole?". "Sono stati gli Albanesi di queste parti a salvare i nostri tesori", mi rispose. "Li hanno tenuti nascosti nelle loro case, tramandondoli di padre in figlio, di generazione in generazione, come sacre reliquie. Dicevano che gli portavano fortuna, raccolti abbondanti, figli sani. Ed oggi... ecco, oggi ci siamo scapestrati noi e loro". Disse così, umilmente, e tacque. L'angoscia del musulmano Redjep incontrato nella piccola chiesa ortodossa di Mostar mi ha fatto ricordare la generositr del monaco Justin nel monastero kosovaro. Queste sono eccezioni rare. Ci meravigliamo di noi stessi quando veniamo a trovarci di fronte a questi casi. Seguendo il corso della Neretva, ci siamo avviati verso il Sud. Un amico aggregatosi alla nostra comitiva a Mostar ci ha indicato i punti in cui, durante la guerra recente, gli ustascia crearono i campi di concentramento per i musulmani: "Ecco, questo è il malfamato Heliodrom (l'elioporto) e piu in là seguivano i lager di Dretelj, Gabela e  Ljubuski". Non si conosce esattamente il numero dei musulmani uccisi in quei lager. L'estate erzegovese con il caldo soffocante, l' affollamento, le torture, la fame, le malattie, la dissenteria falciava i miseri prigionieri denutriti e stremati. "Eravamo costretti a  scavare trincee per i nostri carcerieri sulla prima linea del fronte. Talvolta, dal fronte opposto, i nostri non ci riconoscevano e ci sparavano addosso", mi disse un testimone di fede islamica. Passiamo accanto al grande Aluminijski Kombinat, lo stabilimento in cui dalla bauxite si ricava l'alluminio. Dopo anni di inattività, finalmente ha ripreso a produrre grazie anche all'aiuto di azionisti stranieri. Una volta ci lavoravano operai, tecnici e ingegneri di varie nazionalità e confessioni religiose, ora è stato etnicamente "ripulito", è accessibile quasi esclusivamente ai cattolici “croati”. Si viaggia su due piccoli bus presi a noleggio. Propongo di fare tappa a Zitomislic, un paese reso celebre da un monastero ortodosso. Nell 1941, qualche mese dopo la creazione dello "Stato Indipendente Croato" da parte delle potenze dell'Asse, le milizie ustascia massacrarono tutti i monaci sopresi nel cenobio, quaranta e piu. In seguito, dopo la seconda guerra mondiale, il monastero fu ripristinato, le icone tornarono al loro posto, ripresero i riti liturgici; in un edificio non lontano da quello centrale fu istituito un convento femminile.  Le monache trascorrevano la giornata tra la preghiera e il lavoro, coltivando campicelli e vigneti lungo il corso della Neretva. Nell'ultima guerra sia il monastero che il convento femminile sono stati prima bersagliati dai mortai e poi incendiati dai estremistsi cattolici  d’Erzegovina. Attraverso gli squarci nei soffitti e nei muri scendeva la pioggia. Ho sollevato da terra un tizzo spento; un pezzetto di quella che era stata una  icona, una finestra, la cornice di un quadro, non lo so. Dove lo metto? L'ho restituito alle rovine dell'incendio. Sul palmo della mano mi è rimasto un segno nero di carbone. Tutto intorno c'era il fango. Quello che era stato un monastero era avvolto dalla malerba e da gramigne, la macchia era cresciuta e sbarrava il passo. Per fortuna il fuoco aveva risparmiato i cipressi che, snelli ed alti, rimanevano muti testimoni di un misfatto. Sullo scalino di pietra della soglia d'ingresso al chiostro una donna anziana aveva acceso una candela. Mi sono avvicinato, l'ho salutata chiamandola "madre"; si usa così da quelle nostre parti in segno di rispetto verso le donne anziane. Le ho chiesto se erano state salvate almeno le icone della chiesa. Mi ha risposto: "Io non ne so nulla", ed era spaventata. Ho continuato a parlarle, le ho chiesto se potevo esserle di aiuto in qualche modo. E' scoppiata a piangere. Alla fine mi ha rivelato: "Io sono una delle monache ortodosse che coltivavano questa terra. Non ho voluto andar via. Non avrei saputo nemmeno dove andare. Mi ha accolto sotto il suo tetto una buona e onesta famiglia cattolica, qui nel villaggio croato vicino. Che Iddio li protegga!". Ho pensato alla mia famiglia, originaria di quella regione per linea materna, cattolica: nell'altra guerra salvarono dalle fosse comuni e dalla camere a gas Serbi ed Ebrei. Ho chiesto perciò di conoscere la famiglia  croata che aveva dato ospitalità alla monaca ortodossa, ma non c'è stato il tempo. Non c'è mai tempo per le cose piu importanti da fare: gli amici della Televisione avevano fretta ed è stato necessario proseguire il cammino. Seguendo sempre il fiume Neretva, una decina di chilometri piu a Sud, siamo arrivati alla cittadina di Pocitelj descritta in una delle prose piu brillanti di Ivo Andric, Sulla pietra a Pocitelj. Qui una volta, tanti anni addietro, le sentinelle turche montavano la guardia nel punto in cui il fiume si restringe, serrato tra due colline, su una delle quali, sovrastante la sponda sinistra, dominava una fortezza.  A Pocitelj c'erano pure una bella moschea, un grande haman o bagno pubblico alla turca, un'antica scuola religiosa islamica, e case pittoresche per il loro aspetto. Quasi tutti gli abitanti della cittadina erano musulmani. D'estate qui bivaccava un carissismo amico - uno dei piu popolari pittori e  scrittori jugoslavi, musulmano di nascita, belgradese di elezione, ma eterno vagabondo, autore di indimenticabili diari di viaggio: Zulfikar Džumhur detto "Zuko". In questa cittadina organizzava ogni anno incontri di artisti che arrivavano da tutta l’ex-Jugoslavia e  da tutto il mondo. Per sua fortuna ha fatto in tempo a morire per non vedere quello che noi oggi vediamo: una città deserta, la moschea distrutta dalle granate, il minareto traforato dalla cannonate. Gli abitanti sono fuggiti due volte, sparpagliandosi dappertutto; la prima volta per non essere scannati dai “Serbi” in ritirata, la seconda volta davanti ai “Croati” che hanno preso possesso di questa ragione instaurando un potere spietato. A Pocitelj sono tornate solo due-tre famiglie di anziani, quelle che non sono riuscite a trovare altrove nessun rifugio, un asilo, una casa.  Sono entrato in una casa, ho salutato e chiesto di che cosa vivessero. Mi ha risposto una donna, tenendo per mano un ragazzetto che girava intorno a sé due occhi grandi che hanno conosciuto troppo presto il terrore: "Di qui, per la strada, passano le automobili. Qualcuno si ferma per vedere tutto questa disastro, e ne approfitta per comprare un po' delle erbe medicinali che noi andiamo raccogliendo intorno sulla collina. Soltanto tre famiglie musulmane sono  rimaste in mezzo a questo rovina". Al momento del commiato mi hanno donato una bella melagrana matura e spaccata. "Prendi, è dolce! Prendi, la mangerai durante il cammino". All'ingresso di Pocitelj - ahimé! - si levano al cielo due croci enormi. Quando fui qui qualche anno addietro, insieme ad alcuni amici italiani ce n'era una terza, piantata sulla cima dell'antica torre turca. Mi hanno detto che il cardinale ordinò che almeno quella fosse rimossa. Come ho detto, prima che fossero piantate quelle croci, gli abitanti della cittadina erano musulmani.  Lo sono anche le poche famiglie, rimaste o tornate. Nelle file di altre religioni si annidano i fondamentalisti, non soltanto nell'Islam.  Tra Pocitelj e Ciapljina la terra è fertile. Vi fruttificano  le viti, i fichi, i melograni, i mandorli, gli aranci, tutte le piante da frutto mediterraneee, e l'erba verdeggia. Là si trova la celebre necropoli di Radimlja, nei pressi di Stolac - il cimitero dei patareni medievali bosniaci detti bogomili. Una piccola oasi nella carsica e brulla Erzegovina. La pioggia è cessata, il profumo dei pini si mescola con l'umidità dell'aria.  Conoscevo bene Stolac, mio padre vi prestò servizio per diversi anni, mandatovi come in una specie di esilio. Era una cittadina armoniosa, sparsa su ambedue le sponde del piccolo fiume Bregava che scorre e mormora anche in una poesia dell'amico Giacomo Scotti (traduttore di questo saggio), dedicata a Mak Dizdar -  amico comune,  poeta d’origine musulmana, da tempo morto. Il corso d'acqua scorre cristallino ai piedi di una collina sulla quale restano le vestigia di una torre medievale. Fino a pochi anni addietro, il centro di Stolac aveva il caratteristico aspetto di una borgata islamica: la moschea con il minareto, le case con i tetti sporgenti e le pensiline sulle porte, la pubblica fontana detta scedervan, le finestre chiamate demirli penger, i cortili interni pavimentati a ciottoli. Non riuscivo a credere che Stolac fosse stata a tal punto devastata finchè non siamo arrivati nell'area in cui sorgeva il nucleo storico della cittadina, la Cittavecchia. I "Croati cattolici" hanno distrutto tutto cin che avesse avuto dei contrassegni orientali, hanno cacciato dalle loro case le famiglie musulmane, sterminandone parecchie. Recentemente, quando i pochi profughi che sono riusciti a rientrare nella loro città e nelle loro case hanno tentato di ricostruire la moschea, sono stati aggrediti e messi in fuga alla stessa maniera con cui i "Serbi" di Banjaluka  hanno agito nei confronti di quei concittadini musulmani che hanno tentato di erigere nuovamente la celebre Ferhadija, la moschea centrale di quella città. Un mio amico, professore universitario in America d’origine croata, ha scritto che qui, in Erzegovina, con le cittr abitate da musulmani i suoi connazinali si sono comportati come i "Serbi" si comportarono con Vukovar; la "Vukovar croata", radendola al suolo. All'ingresso del cimitero bogomilico  di Radmila una volta sorgeva una modesta costruzione nella quale uno poteva concedersi qualche minuto di riposo, acquistare il biglietto d'entrata, cartoline illustrate, libri che in piu lingue raccontavano la storia dei Bogomili (cioe’ - patareni bosniaci), sorbire un tè caldo. Quell'edificio è stato demolito. Su un muro rimasto ancora in piedi un ignoto fanatico cattolico ha scritto: "Non c'è posto per gli eretici". Ricordo agli amici forestieri quanto diceva il grande scrittore croato Miroslav Krleza all'epoca in cui, dopo il 1948, la Jugoslavia venne a trovarsi in grave pericolo per la scomunica lanciata da Stalin contro la "cricca di Tito". Qui, in Bosnia – diceva il poeta – si è manifestata la nostra vera appartenenza: "né Bisanzio né Roma, ma una terza componente". Sulle stele si possono leggere ancora oggi i nomi slavi dei nostri ignoti antenati: Miogost (“ospite caro”), Bolasin (“doloroso”), Bratovic (“fratellino”). Alcuni  sono scritti negli antichi caratteri bosniaci cirilliani. I grandi cippi sepolcrali sono pesanti e la dinamite costa caro. Forse è per questo che non sono stati distrutti né eliminati. Sono rimasti al loro posto, dove stanno da secoli, all'ombra dei cipressi che si dondolano al vento e vegliano su di loro. Intorno a noi non ho visto nessuno, ad eccezione di un uomo magro e esaurito che camminava su e giu nervosamente fra i cippi di pietra, parlando con se stesso. Eravamo tutti sbalorditi, di stucco. E con quello sbalordimento ci siamo allontanati. Questo è successo a conclusione del mio primo viaggio in Erzegovina, l’anno scorso. Il secondo víaggio, compiuto con gli scrittori inviati dal "Centre André Malraux" che ha sede a Sarajevo, si è concluso un po’ piu’ tardi a Blagaj, nei presi di Mostar, alle sorgenti del fiume Buna. E' un "fiumicello dalle acque gelide come il ghiaccio e chiare come le lacrime", si legge nelle annotazioni di un cronista antico.  Qui è stata ripristinata la tekija (il monastero dei dervisci). Vi si entra a piedi scaldi, e le donne con il capo avvolto in uno scialle. Sembra un miracolo: qui la popolazione non ha avuto morti e la borgata non ha subito distruzioni. A titolo di aiuto, i Norvegesi hanno costruito un allevamento di pesci che si è dimostrato redditizio anche per i donatori. Invece decine di miei amici della Bosnia, della Serbia e di altri paesi dell'Europa orientale non hanno di che pagarsi nemmeno un modesto pranzo: una piccola trota allevata qui e un bicchiere di vino bianco erzegovese. Questa è la nostra miseria! Per tornare a Sarajevo abbiamo preso nuovamente un "treno senza orario". Insieme a noi viaggia un gruppo di giornalisti del settimanale "Feral Tribune" di Spalato, il foglio dissidente che ha condotto una irriducibile opposizione al regime di Tudjman. Solo sulle sue pagine, e su pochissimi altri fogli, ho potuto pubblicare i miei scritti, nel mio paese, senza essere costretto a nascondere il mio pensiero sui capi di quel regime. Quel settimanale ha fatto onore al capoluogo della Dalmazia, una città gloriosa per la resistenza opposta al fascismo durante la seconda guerra mondiale, sulla quale però i fantasmi di quel fascismo gettano ora nuovamente le loro ombre minacciose. Nel viaggio di ritorno, il gruppo degli "strani viaggiatori" (definizione dell'organizzatore francese, che è ricorso a un verso di Baudelaire) si è sistemato nella vettura della "mescita", insieme ai redattori del "Feral". Ci siamo allineati tutti davanti al bancone, gente arrivata da mezzo mondo, bevendo all'impiedi il bianco e il nero, zilavka e blatina, vini gagliardi dell'Erzegovina. Abbiamo poi attaccato a cantare a gola spiegata canzoni delle varie regioni di un paese nel quale abbiamo vissuto insieme fino a dieci anni addietro, un paese che tutti conosciamo. E' infelice quel popolo al quale non è permesso cantare le comuni canzoni. Non mi batto certamente per la ricostituzione di uno Stato o di un regime che avrebbero potuto essere migliori di quello che sono stati: ma per la fraternità, per lo stare insieme, sì. Nulla può sostituire  l'amicizia e la convivenza. Si deve esser “dissidente” quando si lotta per questo?  Per così poco!  Abbiamo continuato a stare in compagnia fino a tarda notte per le vie di Sarajevo. Quella per noi non era piu una città distrutta. L'indomani siamo tornati seri. Mi si è avvicinato uno scrittore, mio "connazionale " rimproverandomi di essere stato "troppo duro" nel parlare dei crimini compiuti dai “Croati in Erzegovina”. Gli ho risposto che non aveva capito la cosa essenziale: usando parole "troppo dure" intendevo lanciare al tempo stesso una sfida: indurre gli scrittori serbi, bosniaci, montenegrini e quant'altri a dire alla stessa maniera quanto avrebbero dovuto dire sui crimini compiuti e sulle sciagure seminate dai loro "connazionali". Mi è capitato per le mani un articolo apparso recentemente a Belgrado sul foglio "Helsinška povelja" (La Carta di Helsinki). Vi si parla "delle responsabilità di Milosevic, Karadzic, Mladic e di altri guerrafondai serbi che si sono battuti per creare la Grande Serbia fino alla linea Karlobag-Ogulin-Virovitica in Dalmazia; delle loro responsabilità per i tre anni e mezzo di cannoneggiamenti su Sarajevo, del bombardamento di Dubrovnik/Ragusa, dell'incendio delle borgate della Piana del Konavle, della distruzione di Vukovar, del massacro di 7.000 civili musulmani a Srebrenica, dei misfatti compiuti contro i deportati e prigionieri nei lager di Keraterm, Omarska, Trnopolje, Manjacia; dei cadaveri dei neonati e delle bambine albanesi che vengono fuori dai frigoriferi, dalle acque del Danubio e dalle fosse comuni scavate in prossimitr dei commissariati di polizia nei dintorni di Belgrado; delle migliaia di giovani serbi morti ammazzati e rimasti mutilati nelle guerre alle quali la Serbia 'non ha partecipato'... della Chiesa ortodossa serba esclusivista, intollerante, rigida e reazionaria", e cose via. Questo l'ha scritto e l'ha firmato un amico Serbo. E ha fatto bene. Sarajevo non può dimenticare facilmente tanti suoi cittadini morti dilaniati sotto le granate nella via di Vaso Miskin mentre facevano la fila per un pezzo di pane, né i morti ammazzati alla stessa maniera nel mercatino Markale mentre compravano, per dire, un chilo di patate: corpi straziati, fatti a pezzi, uomini e donne morti sul posto o mentre si cercava di trasportarli negli ospedali già stracolmi di feriti; non può dimenticare le ferite  e le pozze di sangue sui marciapiedi, gli urli di chi invocava aiuto e i soccorsi che arrivavano talvolta quando non si poteva fare piu nulla per salvare un uomo. E dopo tutto questo, come non ricordare le terribili, vergognose notizie e le menzogne sparse dagli assassini, secondo le quali sarebbero stati gli stessi Bosniaci musulmani ad autobombardarsi, ad ammazzarsi, per richiamare su di sé l'attenzione del mondo? Ancora piu terribile e vergognose è il senso stesso di queste notizie e di queste menzogne che i propagandisti del regime tentarono di spargere con tutti i mezzi: indurre qualcuno a suicidarsi è peggio che ucciderlo. Sugli uomini di penna ricade una parte preponderante di responsabilità per tutto quello che è successo. Sarebbe un bene se esistesse uno speciale tribunale per gli scrittori e giornalisti, oltre a quello dell'Aja per i crimini di guerra, un tribunale migliore e piu severo dei Collegi di probiviri o Giurì d'onore che funzionarono in Jugoslavia e in Europa dopo la seconda guerra mondiale davanti ai quali furono chiamati a rispondere gli scrittori che avevano messo la loro penna al servizio dei fascisti e dei loro misfatti. Un siffatto tribunale dovrebbe poter giudicare pubblicamente tutti i responsabili di questa tragedia, facendo conoscere al mondo i loro nomi: colui che per primo istruì e preparò il "duce" serbo ora finito all'Aja (e suoi maestri furono Dobrica Ciosic e i suoi caudatari), colui che sostenne il "Supremo" croato e usò la sua penna spuntata per giustificare l'aggressione contro la Bosnia (Ivan Aralica, per esempio), colui che sorresse il microfono sotto la barba di un gonfaloniere e ne esaltò la imprese mentre andava randellando la gente da un capo all'altro di Sarajevo (e mi riferisco al romanziere serbo Momo Kapor oriundo bosniaco). E tutti gli altri che sposarono il crimine, spinsero al crimine, tacquero e occultarono i crimini, giustificarono i misfatti nei modi piu svariati e tuttora cercano di giustificarli: lo scrittore belgradese Matija Beckovic che ha gettato un'onta incancellabile sul proprio  talento; il poeta serbo-erzegovese Gojko Djogo e il serbo-bosniaco Rajko Nogo con il loro depravato misticismo nazionalista; il romanziere e poeta croato-bosniaco Andjelko Vuletic aiutante di campo dei peggiori vessilliferi dell'odio quali sono stati il defunto Mate Boban, già presidente per conto di Tudjman della cosiddetta "Repubblica croata di Erzeg-Bosnia" e di quel  maledetto Tuta Naletilic che oggi risponde all'Aja di orribili crimini di guerra; il poeta Mile Pesorda, croato-bosniaco pure lui e seminatore lui stesso di odio. E l'elenco degli indegni potrebbe continuare, a lungo. Anche alcuni uomini di penna musulmani, appartenenti dunque a quel popolo che piu di tutti in Bosnia ha subito violenze e sofferenze, dovrebbero scucire finalmente la bocca e scrivere, condannandoli, dei misfatti compiuti dai loro connazionali  a Grabovica, a Celebici, a Bradina, a Busovacia e non so dove ancora, crimini compiuti non sempre per difesa. Dopo la seconda guerra mondiale ci sono stati degli scrittori progressisti tedeschi che, non senza seri rischi personali, hanno posto lo specchio di fronte alla nazione cercando di mostrare ai connazionali tutti i crimini compiuti in loro nome dai nazisti. Anche noi dovremo, prima o poi, seguirne l'esempio. I Croati non lo hanno fatto ancora neppure per i crimini orrendi compiuti dagli ustascia nella seconda guerra mondiale; lo fanno oggi, al posto nostro, i figli dei nostri Ebrei i cui genitori furono massacrati nei lager sparsi da Pago a Jasenovac. I Serbi esaltano nuovamente il generale Draza Mihailovic, capo dei massacratori cetnici nella seconda guerra mondiale, dimenticando il sangue a fiumi scorso nella Drina dalle gole dei musulmani bosniaci sgozzate dai loro pugnali. Anche gli Sloveni hanno taciuto a lungo sulle stragi  compiute dai loro, negli ultimi giorni della seconda guerra mondiale. Sono troppo pochi coloro i quali osano guardarsi allo specchio della storia senza inorridire della propria immagine riflessa. Gli scrittori rifuggono da questo compito ingrato, gli intellettuali nazionalisti non vogliono guardare la propria nazione così com'era veramente, preferendo i miti. Ai nuovi leader, come ai loro predecessori, sta a cuore soprattutto il  potere. Anche quando si viveva in una comunità federale, preferimmo sottolineare e denunciare quasi esclusivamente i crimini compiuti dagli altri contro di noi, nascondendo i propri. E fino a quando non punteremo gli occhi su noi stessi, fino a quando non interrogheremo la nostra coscienza, non potrà esserci nemmeno una vera presa di coscienza e una vera catarsi.   
(Pedrag Matvejevic) 


Bibliografia di Giacomo Scotti:

"Kragujevac, la città fucilata" - Ferro, 1967
"Ventimila caduti: gli italiani in Jugoslavia dal 1943 al 1945" -  Mursia, 1970
"Ustascia tra il fascio e la svastica" - Incontri, 1976
"Bono italiano: italiani in Jugoslavia 1941-43" - La Pietra, 1977
"Juris juris: la guerriglia partigiana ai confini orientali d'Italia 1943-1945" - Mursia, 1984
"L'inutile vittoria: la tragica esperienza delle truppe italiane in Montenegro 1941-42" - Mursia, 1989
"Soffrendo per la Croazia" - Rijeka, 1993
"Terre perdute: riscoperta dell'italianità della Dalmazia" - Elea Press, 1994
"Croazia, operazione Tempesta" - Gamberetti, 1996
"Occupazione e guerra italiana in Montenegro: le aquile delle montagne nere" - Mursia, 1999
"Storie di profughi e massacri" - Asterios, 2001
"Goli Otok, italiani nel gulag di Tito" - Lint, 2002
"Dossier foibe" - Manni, 2005


Sono tornato in quella che si chiama ancora Jugoslavia, non vi avevo più messo piede dalla guerra. Viaggio con passaporto italiano. Con quello croato forse non mi avrebbero dato il visto. Chi poteva immaginarlo dieci anni fa?
"Non andare, ti faranno fuori. Hai scritto contro Milosevic." Gli amici cercano di dissuadermi. Tentenno. Ma alla fine mi imbarco a Fiumicino per Surcin, l'aeroporto di Belgrado. I collegamenti sono ripristinati da poco, non occorre fare il giro da Budapest, Bucarest, Skopje o altrove. Sulla costa orientale dell'Adriatico è sereno, vedo Spalato, il Palazzo di Diocleziano, i Monti Mosor e Biokovo, il Golfo di Traù e la Riviera dei Castelli. Le nostre isole. Le nuvole coprono in parte la Bosnia-Erzegovina, ma intravvedo la valle della Neretva e il Lago di Jablanica, vicino al quale, molti anni fa, ho lavorato alla costruzione della 'Ferrovia della gioventù'. Ed ecco il corso superiore della Drina, che scendevo su una zattera inzuppandomi fino al midollo. Sono legato a questo mare, a questi fiumi, a questa terra. In questo viaggio la nostalgia non mi aiuterà, cerco di scrollarla.
La primavera è venuta tardi, ma ora le giornate sono calde e lunghe, le notti afose e inquiete, insonni. Eccomi a Belgrado. Andrò a Novi Sad. E tenterò una capatina a Pancevo.
Molte le dimostrazioni di protesta. La polizia tiene a bada i manifestanti con manganelli, scudi, lacrimogeni. Incarcera e bastona giovani e ragazze di Otpor [resistenza]. Sono vietate le trasmissioni televisive di Studio B. Hanno messo la museruola a Radio B2-92 che perciò tace. Radio Indeks non si sente. La Tv di Pancevo non si capta. La tipografia del "Borba" non stampa più il quotidiano indipendente "Blic" dove è uscito lo scorso autunno il mio ultimo articolo in Serbia. I tribunali condannano i giornali a multe astronomiche per distruggerli. (Si faceva cosi anche in Croazia fino a poco fa.) La polizia ha occupato il grande palazzo che era sede dei mass media alternativi. Alle manifestazioni sento gridare Ustanak, ustanak!, Milosevic u Haag! (rivolta, rivolta!, Milosevic all'Aja!). E salva la Serbia, Slobodan, suicidati!
Continuano gli attentati. Gli assassini, di rado identificati, sparano su giornalisti di opposizione e funzionari del regime, gangster internazionali come Arkan e contrabbandieri nazionali. "Non temere, si ammazzano tra loro. Tu non sei nel giro", mi dice al telefono un amico di Kragujevac. Il regime è disposto a tutto. Finirà, ma non se ne vede il modo.
Governo e partito accusano l'opposizione. "Traditori, mercenari, assassini, criminali", li ha apostrofati il presidente Marjanovic, informa la "Tanjug". E poi "dementi, degenerati, fascisti, melma militante, studenti drogati, terroristi, maschi frustrati e femmine endocrinologicamente lese (sic!)". E altri epiteti irriferibili.
Percorro in taxi come dieci anni fa la strada dall'aeroporto in città. C'erano le fotografie di Milosevic accanto al volante, nelle vetrine, nei locali pubblici, nelle case, forse in qualche chiesa. Nel taxi non ci sono più, i suoi ritratti restano negli uffici, i fantocci a sua immagine sono inalberati come spaventapasseri nei raduni di protesta. Sono passati dieci anni di sangue.
Un comunicato di opposizione accusa per l'ennesima volta il regime di aver imposto lo stato di emergenza: "Arresti, manganellate, maltrattamenti, soffocamento dei mass media e linciaggio di chiunque parli criticamente: il regime ha trasformato il paese in un proprietà personale di pochi individui, ai quali non importa la sorte della enorme maggioranza dei serbi e delle istituzioni". Il 'comunicato' mi è stato passato furtivamente, come i volantini della Resistenza durante la guerra.
Incontro giovani e anziani. Mi chiedono a voce alta come fare per abbattere il tiranno, arginare il terrorismo di Stato, difendere i diritti umani, ottenere elezioni oneste, rinnovare l'economia, abolire la repressione sui mass media, l'università e la magistratura. Come bloccare la legge 'antiterrorismo' che si prepara, cioè contro la libertà di stampa, di parola e di protesta: il regime considera 'azione terroristica' o 'tradimento' l'esercizio dell'opposizione. In che modo restituire dignità alle istituzioni? Come liberarsi della fame? Come riallacciare i legami col mondo?
Ma l'opposizione non sembra capace di superare le ambizioni leaderistiche dei dirigenti, il regime ne sfrutta le divisioni. Bisogna imboccare un'altra strada, ma quale? Vado a una manifestazione a Belgrado: ci saranno ventimila persone, urlano slogan, ascoltano i discorsi, applaudono o fischiano, gridano o cantano. Ma le energie sono esaurite, le parole consumate, i gesti ripetitivi. Guardo i visi stanchi, insoddisfatti, nervosi. 'Umiliati e offesi'.
Dopo l'incriminazione del Tribunale dell'Aja Milosevic può salvarsi solo restando al potere, e alla sua è legata la sorte dei suoi pretoriani. I giornalisti stranieri che incontro si chiedono se non sarebbe meglio 'lasciargli una scappatoia' per sbrogliare la matassa. Ma da noi sono rari gli scettici, non ci sarebbe che una soluzione 'alla rumena.' Le guardie sono all'erta. La polizia è dappertutto. Accanto alla reception del mio albergo ci sono due tipi in uniforme, mattino e sera, seduti o in piedi, non si muovono. Un tizio in borghese mi segue dovunque, al ristorante, nelle librerie, nei caffè. In camera ordino le mie cose in modo da accorgermi se qualcuno le rovista. L'ho imparato viaggiando in Unione Sovietica. Porto queste note con me, non me ne separo mai.
A Novi Sad vado subito al ponte sul Danubio; le bombe della Nato lo hanno centrato spaccandolo in due. è andata ancor peggio al vicino ponte di Varadino sotto l'antica fortezza: è quasi polverizzato, enormi tronchi trascinati dal fiume si sono impigliati sui resti, gli uccelli beccano nel marciume. Nell'aria c'è uno strano fetore.
La citta è sempre bella. Fa caldo, ma nessuno fa il bagno, le acque sono inquinate dai veleni che il Tibisco ha portato dalla Romania. Non lontano di qui abitavano dei parenti venuti dalla pietrosa Erzegovina a cercar terra buona e pane nella fertile Vojvodina. Da ragazzo passavo qui le vacanze. Nei pressi del ponte che non c'è più traversavo il Danubio a nuoto. Non mi era difficile, sono nato accanto ad acque più gelide e irruenti e piene di rapide, e anche là c'era un antico ponte. Non lo ha cannoneggiato la Nato, sono stati i 'nostri' croati.
Conosco il mese, il giorno e l'ora in cui sono stati bombardati i ponti: un altro sul Danubio, fra Semderevo a Kovin, a metà aprile; uno sulla Sava, fra Ostruznica e Surcin, qualche giorno dopo; poi quello che scavalca la Morava presso Jasika nei pressi di Krusevac dove moltissimi anni fa contemplavo le chiare fresche e dolci acque recitando i versi del Petrarca a una ragazzina di cui ero innamorato; si chiamava Biljana, era serba. Come mai le piene non sradicavano grandi alberi che crescevano proprio sull'argine? E conosco il fiume Ibar, ne scrutavo i capricci del percorso da uno sperone di roccia, scendevo sul letto mutevole che, a sentire la gente, porta un mare intero al Mar Nero. Nelle sue acque trasparenti, vicino a Lucica, è sprofondato un modesto ponte di pietra. I ponti hanno un destino, scrive Ivo Andric: "Di quel che l'uomo costruisce, nulla mi appare più bello e più prezioso dei ponti. Sono più importanti delle case, più sacri delle chiese, tendono a unire, pacificare e collegare, contro divisioni, ostilità e separazioni".
Da tempo il Danubio non è più azzurro e non so se lo sia mai stato. Vado all'antico forte austriaco sulla collina, attraverso le viuzze di Petrovaradin che portano nomi di poeti. Davanti al forte sostano numerosi pullman; hanno trasportato gli studenti dalla provincia per vedere i disastri della Nato. Non conosco una comunità etnicamente mista nell'ex Jugoslavia, e forse in nessuna parte del mondo, che fosse armoniosa come la Vojvodina. Ma neanch'essa è quella di una volta. Le distruzioni hanno fatto vacillare anche coloro che sanno bene chi ne è il maggiore responsabile.
Il giorno dopo Milosevic inaugura il ponte ferroviario sul Danubio. È circondato di gorilla, giovanotti agili e svelti, i capelli corti, abili nel karatè e simili, dio ti scampi dalle loro grinfie. Il capo, dopo un calcolato silenzio, si rivolge alla folla, trasportata da autobus stracolmi, sono 200.000 dicono le fonti ufficiali, certo più di centomila. Sono lontano dalla tribuna, non sgomito, meglio stare alla larga dagli uomini della scorta. In compenso gli altoparlanti funzionano, si sente ogni parola. Applaudono specialmente dalle prime file, gli altri sembrano apatici. Il presidente esalta "un'altra grandiosa vittoria del lavoro": l'anno scorso la Nato ha aggredito la Jugoslavia, "il più europeo dei paesi d'Europa", ma la ricostruzione è stata miracolosa. "Soltanto quattro paesi europei riescono a produrre vagoni ferroviari come noi". I giornali d'opposizione precisano che la struttura del ponte ferroviario riaperto con tanta pompa è dei tempi di Tito, viene dalle ferriere di Smederevo quando si temeva un'aggressione dell'Unione Sovietica. Quanto ai famosi vagoni ferroviari, sono stati costruiti a Zagabria nello stabilimento Rade Koncar (serie 441) al tempo del premier Ante Markovic, l'uomo nel quale avevamo messo tante speranze.
Le parole e i gesti del presidente sono diffuse più volte dalla tv, la regia ha aggiunto fragorosi applausi; la gente non si sorprende più di nulla. Milosevic ha fatto dello Stato un apparato al suo servizio, esercito e polizia sono la sua guardia del corpo; si è adattato le leggi, controlla il Parlamento, i sindacati, la diplomazia e le finanze. "Non ci sono brecce nel sistema, la nostra agonia durerà a lungo." Un professore universitario di Novi Sad mi dice che la Serbia è ammalata di delusione: i liberali sono delusi perché non si va verso la democrazia, i nazionalisti perché il sogno della Grande Serbia è diventato un incubo, i comunisti perché il comunismo è crollato, gli anticomunisti perché non si riesce a liberarsene, gli affaristi perché non c'è ancora il libero mercato... Questo produce apatia, senso di impotenza, logora l'entusiasmo e fiacca la volontà di cambiare. "Tutto quel che si è tentato in questi dieci anni è finito in un fallimento. Abbiamo dieci anni di meno, quelli che non abbiamo vissuto", dice un attore. "No, abbiamo dieci anni di più, perché siamo esistiti senza vivere", lo corregge un collega.
Molti venuti da fuori chiedono informazioni su Otpor il movimento nato da solo, senza leaders e gerarchie, diffuso nelle università e crescente. Che diventi una sorta di Solidarnosc, anche senza un Lech Walesa, un Mazowietsky, un incorruttibile come Jacek Kuron e un utopista come Adam Michnik? In Serbia non c'è neanche un Solgenitzin. Cosic non è Havel. Mi sconcerta che i giovani di Otpor si siano rivolti anche al vecchio patriarca che elargisce benedizioni a tutti. E all'Associazione degli scrittori, covo nazionalista.
Ma sono sempre più numerose le persone che si avvicinano agli studenti in maglietta nera con il pugno chiuso e la scritta Otpor. è gente che vorrebbe abbattere un regime antidemocratico con mezzi democratici, ma non è facile. Così, forse sono inevitabili i compromessi. "Basta con i compromessi, i loro e i nostri", confessa Bilijana Srblianovic (che scrive il suo diario su "Repubblica"). "Vado a tutte le dimostrazioni facendo compromessi terribili con me stessa. Che sto a fare in un comizio che si apre con l'inno nazionale serbo Dio di giustizia? Dove ritmano lo slogan Gloriose le vostre ferite? Non è posto per me. Eppure ci vado, mi dico che non importa. Quando ho aderito a Otpor mi dicevo: ma che vado fare in un'organizzazione insieme a uno come Dobrica Cosic? È un'ingiustizia ontologica. Che ho a che vedere con chi chiede consiglio alla Chiesa ortodossa per la miliardesima volta senza costrutto?" Non sono dissimili le riflessioni dello scrittore Filip David, uno dei fondatori del "Circolo belgradese" distrutto dal regime, oggi alla testa del Forum degli scrittori, sulla barricata opposta all'ultranazionalista Associazione degli scrittori. Filip mi ha invitato a una riunione. Il regime non ha permesso al Forum di registrarsi, non hanno mezzi né un organo di stampa, si propongono di pubblicare qualche libro, sperano di attrarre i giovani di Otpor. "Una fenditura nell'intelletto", spiega David "si trasforma in precipizio, i piccoli errori in grandi abbagli; la malizia in crimine; i furterelli in rapine". Filip è generoso, non è abituato alla lotta politica, non ha la forza di opporsi a chi agita la 'congiura mondiale', i 'nemici interni ed esterni', i 'servi della Nato', 'lo spionaggio straniero', le 'quinte colonne', i 'mercenari nascosti nelle nostre file'. Apprezzo ancor più il suo impegno. Dopo l'incontro mi sento inquieto.
Al "Centro per la decontaminazione culturale" che mi ha invitato in Jugoslavia ci sono molti vecchi amici. Non li riconosco tutti e non vorrei che se ne accorgessero. Con certuni non riesco ad attaccare discorso, con altri ricordiamo: "Sì, sì, lo so, quella volta, che vuoi farci, chi poteva immaginare". Quando uno lascia il suo paese comincia un'altra vita e cancella parte di quella precedente. Quando torna dove si parla la sua lingua materna, pensa già in una lingua diversa. E poi anche i luoghi cambiano, e mutano i rapporti. Il tempo (il 'frattempo') ha tessuto un velo, steso una cortina solo in parte trasparenti. E quel che vede appare più o meno diverso. Dal volto che hai di fronte devi tornare a quello rimasto nella memoria. Incontri una donna che hai amato e non ti capaciti, non è la stessa. Ma le somiglia tanto. Dieci anni non sono pochi nella nostra breve vita.
La mia conferenza ha per titolo Quel che è successo. Ma non è un titolo giusto, sta ancora succedendo, non ha mai smesso di succedere. Parlo del Riccardo III mentre, aggiungo, è impossibile qui un Amleto, nonostante 'il marcio in Danimarca': chi osa ammettere che gli albanesi del Kosovo non sono gli unici 'responsabili della tragedia'? Chi vede in molti di essi la vittima? Noto il volto di Bekim Fehmiu, albanese del Kosovo, uno dei più brillanti Amleti del nostro teatro. È rimasto a Belgrado insieme alla moglie, attrice serba. La guerra non li ha separati. Sono felice che si avvicini a stringermi la mano. Lui crede alla congiura mondiale contro la Jugoslavia, io no; ma non importa. Lui è rimasto qui, io me ne sono andato. Lo sguardo e la stretta di mano ci hanno fatti vicini, complici. Possibile?
La maggior parte di chi mi ascolta non ha potuto leggere quel che ho scritto negli ultimi anni. Mi sembra di presentare il rapporto di quel che ho fatto fra asilo ed esilio.
Cammino per vecchie strade che hanno la patina del passato. Senza meta. Gli altoparlanti diffondono musica, popolare e leggera, nostra o straniera, nel centro sulle Terazije, accanto all'Hotel Moskva e dal lato opposto davanti alla Cassina, all'inizio e fine di via Knez Mihajlova, sulla piazza di Slavija. Passano giovani con le stampelle, altri con le protesi, altri ancora su una sedia a rotelle. Quattro guerre e neanche una vittoria. A ogni passo sento un accento non belgradese, la voce di un serbo venuto da altrove, un immigrato. Ci sono ancora belgradesi a Belgrado?
Sui marciapiedi vendono vecchi libri, riviste, giornali assieme a bibite, gelati, sementi abbrustolite. Mai visto prima. Entro nell'antica Facoltà di Lettere: è deserta, studenti e docenti sono in sciopero contro la legge che priva l'Università di qualsiasi autonomia. Strane figure si aggirano per i corridoi, li chiamano batinasci, manganellatori. Le cattedre sono in mano a uomini rozzi.
Scioperano anche i trasporti: gli autobus sono vecchi, le carrozzerie arrugginite, i pavimenti cedono, le porte non chiudono, i motori hanno la tosse. I proprietari chiedono di aumentare le tariffe per ripararli e coprire le spese. Colonne di persone si spostano a piedi da una parte all'altra della città, da Belgrado a Nuova Belgrado, col caldo e l'afa, sudate e assetate. Alzano il braccio nella speranza che qualcuno gli dia uno strappo, non hanno i soldi per il taxi. Brontolano fra i denti. Non è la Belgrado di una volta.
Devo la mia prima Belgrado a mio padre. I russi bianchi furono accolti bene in Jugoslavia e soprattutto in Serbia. Diedero un volto nuovo alla piccola capitale balcanica, istituirono l'Opera e il balletto, introdussero i cori liturgici, ammodernarono l'architettura, affollarono l'università e ne elevarono il livello. Mio padre arrivò a Belgrado ventenne, vi fece l'università. Viveva accompagnando al pianoforte i film muti di Chaplin. Il Danubio sostituì il Mar Nero, le Terazije sostituirono Odessa.
Devo la seconda Belgrado a Miroslav Krleza, il più grande scrittore croato. Dopo una "resa dei conti con le menzogne letterarie croate", Krlez arrivò qui "tutto spennacchiato". E promosse nel 1934 la rivista letteraria "Danas" (Oggi) con il critico serbo Milan Bogdanovic e con i surrealistii Marko Ristic, Aleksandar Vuco e altri. Mosca identificava il surrealismo con il trozkismo. Passò a Belgrado giorni bellissimi e qualcuno triste. Diceva: "Belgrado sa farsi voler bene".
La mia Belgrado fu quella degli anni Cinquanta. Da noi il 'disgelo' è cominciato presto. Avevo vent'anni e leggevo tutto quel che capitava, seguivo la contesa fra il 'realismo' conservatore e il 'modernismo' che innovava. Belgrado era in testa, Zagabria e Lubiana seguivano. Me ne innamorai. Sul finire dell'era di Tito, quando invitai il vecchio eroe a ritirarsi, fu a Belgrado che trovai rifugio. Ho fatto di tutto perché Zagabria e Belgrado restassero vicine. Forse un giorno lo saranno di nuovo...
Vado per mercati e mercatini, rivelano i segreti di una città. A Belgrado mi aggiro per i famosi Zeleni Venac, Djeram, Kalenica Pijaca. Non arrivo fino a Jovanova e Palilula, ignoro se ci sono ancora. Il mercato di Zeleni Venac ("Ghirlanda verde") è dilagato fino a lambire il centro: è un suk in una medina, un centinaio di bottegucce di due metri. Al Kalenica Pijaca ero stato vent'anni fa, soffiava un ventaccio che rovesciava tende e bancarelle; come resistevano i venditori in quel freddo?
Ora fa caldo, l'afa è insopportabile. La gente sgomita, cerca merci a buon prezzo, indugia prima di comprare. Sui banchi c'è di tutto, merci nazionali e d'importazione. I cinesi, arrivati in Serbia in molti grazie alla moglie di Milosevic, servono i clienti con zelo e pazienza, cominciano a parlare serbo; sanno far affari meglio dei nostri ex alleati non allineati. Sulla stessa bancarella espongono fagiolini, insalata, radioline e telefonini fatte all'Est, orecchini, peperoni verdi e rossi, babbucce, enormi cetrioli e biancheria intima, mutandine e reggiseni trasparenti e merlettati. Una ragazza chiede: "Avete ciglia artificiali?" Ne hanno di brune, nere e azzurro scure; prende le azzurro scure. Qui c'è una pesa moderna, là una specie di stadera del tempo dei turchi. I vecchi si vergognano di comprare solo qualche patata, una testa d'aglio, due banane: "Da tre mesi non arriva la pensione." Anche qui, come al mercato Dolac nel centro di Zagabria, molti frugano nei bidoni della spazzatura. Al mercato Djeram parte delle merci è esposta per terra, su uno straccio di lenzuolo e una tavola di legno. Una giovane coppia vende agnello allo spiedo. "Prendi, è carne tenera, non getterai nemmeno gli ossi." Mi offrono una costoletta per il piacere di gustarla, insistono.
Gli affari non vanno troppo bene, si vende poco o niente, la gente non ha soldi. L'igiene lascia a desiderare, e non solo al mercato; non fa problema, l'ispettore sanitario si corrompe con due paia di calze. "È un uomo anche lui." La merce resta invenduta, si guasta. Molte cose in Serbia si sono guastate. Non conoscevo una Serbia così. Una volta i suoi mercati mi affascinavano.
Prospera solo l''economia grigia', sarebbe meglio dire nera. Tutto il resto va in rovina. Nessuno sa quanti sono i disoccupati, e sono molto più numerosi gli occupati che non fanno niente. L'industria della quale la Serbia andava orgogliosa è stata distrutta dalla guerra e dalla pace, dalle bombe e dall'inerzia. La politica l'ha soffocata in confini locali. Le paghe sono distribuite con ritardo, le pensioni sembra che non arrivino; è difficile sapere a quanto ammontano le une e le altre. Non chiedo, la gente si vergogna.
Ho fatto il giro delle librerie. Non lontano dal mio albergo c'è l'ex Piazza Marx ed Engels, dove stava la libreria Komunist dell'omonima casa editrice. Ora la piazza ha il nome di Nikola Pasic, un nazionalista dell'inizio del secolo, e anche la libreria e la casa editrice.
Quel che vedo in libreria supera l'immaginazione. Annoto alcuni titoli a caso: Dizionario serbo-serbo; Serbia, il popolo più antico; Villaggi serbi; Vita familiare dei Serbi; Strategia dei Serbi; Serbi nel mondo; Un reduce serbo fra i Neoserbi e Sono tornato per i Serbi di Aleksandr Zinovjev, ex dissidente russo oggi stalinista. E ancora: Note sul serbismo, nella collana "Nikola Pasic"; Messaggi del Vladika Nikolaj al popolo serbo; I primi cinque secoli della storia serba; Ascesa e decadenza dell'idea serba; Pensa in serbo! del poeta Vitezovic al quale Milosevic deve lo slogan populista "Il popolo avviene". E poi: Terra serba favolosa; Il popolo serbo come servo di Dio; Stranieri illustri sulla Serbia e i Serbi; Ufficiali serbi nella cultura nazionale, (con foto di Draza Mihajlovic, comandante dei monarchici collaborazionisti nella seconda guerra mondiale); Serbi, popolo e razza, nuova vulgata; L'Inghilterra contro il popolo serbo; Mezzo secolo di calvario serbo (sottinteso il regime di Tito); La Serbia e la Jugoslavia (sottinteso la Jugolavia è responsabile di tutti i guai); Serbi musulmani illustri (certo non i massacrati a Srebrenica e a Prijedor); Gli Arbanassi e il diritto serbo (gli Arbanassi, albanesi del Kosovo, avrebbero dovuto essere cacciati). E potrei continuare. In vetrina fa bella mostra una biografia di Ratko Mladic, scritta da Ljiljana Bulatovic che un tempo nella stampa comunista attaccava gli scrittori. Nei giorni scorsi cinquantamila persone hanno seguito l'urlante Vuk Draskovic sulle alture di Ravna Gora, quartiere generale del cetnico Draza Mihajlovic. E ha cantato l'inno di quei delinquenti: A noi, a noi cetnici! Il fascicolo 8/2000 della rivista "Pogledi" esibisce in copertina Mihajlovic con il berretto militare serbo, la coccarda sul petto e la scritta Dov'è il sepolcro di Draza?
Riprendo la maliziosa esplorazione fra i libri recenti: Karl Marx, servo e vittima di satana; Le casematte di Tito in Jugoslavia; Il nazionalismo di San Sabba; La massoneria; L'aborto; I Croati alla luce della verità storica, riedizione di un libro del 1944.
Per fortuna esiste ancora 'l'altra Serbia' che trova i mezzi per tradurre o ristampare scrittori classici e moderni. Vedo Thomas Mann, Anton Cechov, Albert Camus, Kafka, un'ottima scelta di Osip Mandelstam, sillogi di Cvetajeva e Akhmatova, Nietzsche, Singer, Ibn Arabi, Borges, Ionesco, Tomasi di Lampedusa. L'editrice Samizdat ha pubblicato anche La questione della colpa di Karl Jaspers, che si interroga sulla responsabilità tedesca nell'Olocausto.
Mi seguono. Rivedo il mio 'accompagnatore'. Si rimpiatta dietro l'angolo, entra in libreria, sfoglia qualche libro. Probabilmente si domanda che cosa vado annotando. Avrei voglia di avvicinarmi e dirglielo, ma temo che i suoi superiori non capirebbero.
L'ambasciata d'Italia ha due ingressi su due vie diverse. D'intesa con l'incaricato d'affari, entro dal primo e esco dal secondo, infilandomi in un taxi che mi attende. Mi faccio portare fino alla città di Pancevo. Vedo le macerie dell'enorme complesso petrolchimico, distrutto completamente dalla Nato. La gente ancora ha paura dei 'gas' che - dicono - hanno intossicato per sempre la natura. Ma sia qui che a Belgrado le macerie sono diverse da quelle di Sarajevo. Là mortai e cannoni sparavano alla cieca sulle case e sulla gente. Qui le bombe della Nato erano mirate, gli errori si chiamano 'collaterali'.
Mi gironzolano intorno alcuni bambini zingari. Distribuisco gli spiccioli che mi ritrovo in tasca, un gelato per ciascuno. Torno a Belgrado avvilito, depresso.
Mi sono sempre battuto contro le 'liste nere'. Confesso che stavolta sono arrivato io con una 'lista nera' in testa. Non darò la mano a chi si è comportato in modo indegno. Passerò alla larga, volterò la testa dall'altra parte. Di gente così ce n'è parecchia in giro.
Lo scrittore più popolare in Serbia è, credo, Momo Kapor che ho conosciuto all'inizio degli anni Cinquanta a Sarajevo e, mi dicono, è passato anima e corpo con Karadzic. Ha esaltato Milosevic come "colui che ci ha restituito la speranza". In un suo racconto il pilota compie l'ultimo volo nel cielo di Sarajevo: vede dervisci danzanti che agitano scimitarre. Nient'altro. Nella città dove Momo è nato, che ha subito 1350 giorni di assedio ed è piena di ferite. Compro il suo La morte non fa male. Protagonista il Leggendario Bozo Vucurevic, il camionista che ha ordinato il bombardamento di Dubrovnik. Vi leggo "Sono tornati i turchi" e "La Jihad cavalca di nuovo". E di una donna dice: "Appartiene alle note Madri in Nero, donne infeconde". Ultimo suo titolo necrofilo, Una bella giornata per morire: "L'orgia della morte suscita in me un strana euforia, la festeggerò come una rara solennità". Non stringerò la mano a Momo Kapor.
Apprendo che il romanziere e poeta Milovan Danojlovic entra nell'Accademia serba delle arti e scienze. Me lo presentò Danilo Kis e ruppe con lui quando egli insinuò che Kis, essendo ebreo, aveva un comportamento "non-serbo". A Zagabria presentai un suo libro, che già manifestava antipatia per la sinistra (e non so perché me ne esentasse). Nel 1968 simpatizzò con il movimento studentesco e la contestazione. Poco dopo stava alle falde d'un comunista tutto d'un pezzo e ottimo poeta: Oskar Davico. Scriveva sul "Borba". Ricordo un articolo per il compleanno di Tito nel 1963: "Un saluto portato dal vento, dagli uccelli, un sogno consegnato per il risveglio al giorno. Lode al paese che ha dato i natali all'eroe. Compagno Tito, vivi felice e a lungo!". Le parole finali in maiuscolo. Più tardi ha scritto: Milosevic è il "primo presidente serbo emerso senza l'opera del male". Il suo ultimo libro, Liberatori e traditori, mette in bocca al protagonista: "Se avessimo collaborato con Hitler, egli non ci avrebbe tradito come Churchill". Come si dimentica facilmente. Vivi a lungo e felice, novello accademico! Scusa se lo scrivo in lettere minuscole.
Milorad Pavic, celebre per il Dizionario degli Hazari, padre croato e madre serba, non ha versato una lacrima per la distruzione di Vukovar. In quel luogo, promise, sarebbe risorta una Nuova Vukovar in stile 'serbo-bizantino' - stile di cui nessuno ha mai sentito parlare. Ha scritto: "Nei momenti cruciali della storia la Serbia ha generato i figli migliori. È così anche oggi". Il "migliore" è Milosevic. Mi dicono che ha cambiato idea. Sia lodato! Dimentichiamo.
Anche il 'bardo nazionale', il grande romanziere Dobrica Cosic prima esaltava Tito, poi ha definito Milosevic "il più grande politico serbo degli ultimi settant'anni" dopo il nazionalista Nikola Pasic. Certi ragazzacci hanno compilato un'antologia delle sue contraddizioni. È una moda: chiunque può, gli dà una botta. Almeno io voglio lasciarlo in pace.
Ho incontrato il poeta Rajko Petrov-Nogo. Ne avevo preso le difese quando a Sarajevo lo accusavano di nazionalismo serbo. Durante la guerra in Bosnia si è stabilito a Pale, presso il quartier generale di Karadzic. Ha dato una mano al boia, gli rinfaccio. Risponde: "Karadzic è mio amico da quando eravamo giovani". Il colloquio è andato avanti a fatica. Gli oppongo i massacri di Srebrenica, Prijedor, Foca; risponde: la colpa è di tutti, la scintilla è stata accesa dagli altri. Dice che "con l'aiuto dei computer, l'America ha calcolato molti anni fa quanto sangue (serbo) sarebbe stato necessario versare per ottenere un determinato quantitativo di nafta o di benzina". È stata una congiura mondiale. Saremmo stati ambedue piu felici se non ci fossimo incontrati.
E che è successo a certi filosofi intorno alla rivista "Praxis", con i quali discutevo ogni anno a Curzola? Ljubo Tadic (non il nobile attore, l'ex filosofo) è accecato dal nazionalismo; Mihajlo Markovic è diventato il teorico della politica di Milosevic; Sveta Stojanovic si è trasformato in un girella. Altri della 'Scuola curzolana', matrice dell'antistalinismo, hanno invece fatto più di quanto era possibile.
Signori miei, non è solo a Belgrado che rifiuto di stringere qualche mano. Sono stato il primo a uscire pubblicamente dalla Società degli scrittori croati, quando si è accodata al delirio nazionalistico di Tudjman. Uno dei motivi fu la sua indifferenza colpevole nei confronti della persecuzione dei serbi in Croazia, delle umiliazioni che essi subivano giorno dopo giorno. A coloro cui dà fastidio la mia 'lista nera' dei belgradesi consiglio di tenerne conto.
A Belgrado avevo molti amici, non li ho perduti tutti. Li cerco. Al filosofo Radomir Konstantinovic, autore di Filosofia del campanilismo chiedo come ci si sente vedendo la meschinità di cui s'è scritto dilagare 'sotto la finestra di casa'. "Può immaginarlo". Faremo una piccola provocazione, andremo a cena nel ristorante del Club degli scrittori dove si riuniscono i più neri nazionalisti. Ci guardano come animali allo zoo: possibile che uno scrittore di Belgrado e uno di Zagabria mangino, chiacchierino, si rallegrino di stare insieme? A noi si uniscono Borka Pavicevic e suo marito, un avvocato. È stato aggredito dai manganellatori del vice premier Seselj. Pensare che nel passato regime difesi anche la libertà di Seselj. Chiedo scusa. Ritenevo e ritengo che il 'socialismo dal volto umano' deve permettere di esprimersi anche ai nazionalisti. Lo scrissi e lo scontai.
Non è facile sintetizzare le parole severe di Rade Konstantinovic: "C'è un rapporto diretto fra la mentalità d'un popolo e il regime". Lo sciovinista serbo non è un individuo, è "un'esperienza, una presa di posizione, uno stile". "La fedeltà al passato tribale non è fedeltà alla storia, ama il passato, non la storia". Rade Konstantinovic ha conservato la freschezza di spirito a dispetto dell'età Ci lasciamo con il timore di non rivederci presto. Non faccio che ripetere: dobbiamo ritrovarci.
"Non serve abbattere il vertice della piramide, se si lascia intatto il basamento." Il cineasta dissidente Dusan Makavejev pensa per immagini. Anche lui è stato un mio 'protetto'; chiesi pubblicamente al passato regime di togliere il divieto al suo film su Wilhelm Reich, Mistero dell'orga(ni)smo, che marcì in una cantina fino al declino degli anni Ottanta. 'Mak' e sua moglie vengono 'dall'altro mondo', dall'esilio. Trascorriamo la serata più a ridere che a lamentarci. Makavejev è venuto per il festival del cinema della dissidenza nella cittadina medievale istriana di Montona. A ogni domanda che avanzo risponde con un sarcasmo irresistibile e a volte con uno strano suono fra labbra e denti: hi-hu-ha. "Non stiamo andando verso una notte dei lunghi coltelli?" Hi-ha-hu. Peccato che il dialogo non sia stato registrato. O forse sì. Chi ha azionato le telecamera segreta faticherà a decifrarlo.
Non conoscevo Latinka Perovic. Nell'ultimo decennio di Tito fece parte della leadership liberale della Lega dei comunisti, un gruppo che nel 1972 il Maresciallo allontanò dai vertici sia in Serbia che in Croazia. Avevo letto alcuni suoi articoli e ho voluto farle visita. Abita al quinto piano di un edificio relativamente modesto e non - come quasi tutti gli ex e attuali dirigenti serbi - in una lussuosa villa nel quartiere di Dedinje. Lavora la mattina nella Biblioteca universitaria, non si fa travolgere dai tempi. Non vedo una via d'uscita, le dico, e chissà se esiste. "Esiste forse sotto forma di caos, ma che fare dopo il caos?" Tutto può succedere quando un vulcano è in eruzione. Ma la guerra civile è impensabile, "qui lo scontro non è fra una parte del popolo e l'altra, ma fra il popolo e il potere". Riservata, sobria, Latinka Perovic riflette sulla "decadenza di quelle delicate strutture sociali per la cui costruzione al popolo serbo occorsero molti decenni... Questo aggrava il nostro male. L'opposizione sbaglia se non dice che anche con un cambiamento di regime avremo di fronte enormi difficoltà". E poi... "credo nella responsabilità dell'élite, ma non penso che l'élite sia un monolito".
E infatti, neppure l'Accademia serba è il monolito che si immagina. È in corso uno scontro con la linea dei 'falchi' (fra i quali parecchi mangia-croati) che per lungo tempo hanno abusato del prestigio dell'istituzione. "I Serbi si devono rendere conto che alla fine del XX secolo hanno subito sconfitte gravi: è sconfitta l'idea dello Stato unificatore serbo, sono falliti il programma di svolgere la funzione del Piemonte e l'ideale jugoslavo, è sconfitta la morale patriarcale; sono sconfitti gli sforzi di inserirsi nelle relazioni europee e mondiali, nello scambio dei beni, del sapere e della cultura... Ed è andato perduto il vantaggio naturale della Serbia d'essere anello di congiunzione fra le grandi civiltà che si incontravano nei Balcani e nel Mediterraneo." Sono parole dell'accademico Predrag Palavestra. I falchi le prendono come un'offesa o un tradimento.
Non racconterò tutti gli incontri. Ho rivisitato i luoghi in cui incontravo gli amici ormai scomparsi. Lo scrittore Sveta Lukic è morto d'angoscia. Negli ultimi giorni invocava: dove siete Vlado, Taras, Pedja?... Vlado era il croato Gotovac, Taras lo sloveno Kermauner, Pedja ero io. Lo avevo cercato tante volte al telefono inutilmente. Nella generale miseria aveva cambiato casa e numero telefonico; nessuno rispondeva. "Lo ha ammazzato quello che gli succedeva intorno", mi dice Lika, la moglie. Neanche il regista e scrittore Zivojin Pavlovic ha retto allo sfacelo della Jugolavia. Ho letto qualche pagina del suo diario inedito: "13 gennaio 1992: O mia Serbia umiliata e senza onore, fatti passare la sbornia!".
Sono alla fine del mio soggiorno. Cerco nella memoria le parole con le quali lo scrittore anarchico croato August Gustav Matos si accomiatò da Belgrado all'inizio del XX secolo. Diceva di agnelli che succhiano il latte di due madri, una croata e una serba. Diceva di aver trascorso a Belgrado giorni duri, ma anche i più belli della sua vita. Partendo pianse. Parto anch'io con gli occhi pieni di lacrime. Amo questa gente e questo paese. Soffrono. Vorrei dividere con loro qualche speranza. Ma c'è?
Belgrado, estate 2000.
La traduzione del testo originale di Matvejevic (pubblicato alla vigilia delle elezioni di settembre nel periodico di opposizione
"Danas") è di Giacomo Scotti.

 
"Biagio Marin, protagonista della letteratura italiana del secolo passato, uno dei maggiori poeti in dialetto del Novecento, autore anche di prose d’arte e di pagine saggistiche e narrative, registrò nelle pagine dei propri diari – per una lunga stagione della sua vita e fino ai suoi ultimi anni – eventi, impressioni e riflessioni.
La serie di quaderni che ci sono pervenuti ha inizio con il 1941 (3 maggio-11 novembre) e riprende, dopo una lunga interruzione (o forse i quaderni relativi mancano dal fondo, depositato presso l’Archivio del Dipartimento di Italianistica dell’Università di Trieste), dal 1° gennaio 1945.
La pace lontana (Libreria Editrice Goriziana, 2005), che vuol essere il primo volume di una serie per testimoniare questo aspetto della ricerca di Marin, comprende il testo del primo quaderno dei Diari (1941) e documenta le note del periodo 1941-1950. Un periodo drammatico: l’Italia in guerra; l’annessione di Lubiana e di parte della Slovenia; l’attacco dei tedeschi alla Russia; l’affievolirsi delle speranze di una rapida conclusione della guerra; e, poi, il precipitare della situazione verso la conclusione del conflitto e la sconfitta dei tedeschi e dei loro alleati fascisti. Un periodo drammatico non solo per i lutti, le distruzioni e la violenza ma anche – nella Venezia Giulia – per l’ulteriore tragedia di una guerra che avrà un lungo epilogo nell’occupazione della regione da parte delle truppe jugoslave e angloamericane, nello smembramento territoriale, nell’esodo in massa degli italiani dalle zone occupate dalle truppe di Tito, poi nella Conferenza di Parigi e nella creazione del Territorio Libero di Trieste.
Gli avvenimenti di questa tormentata grande storia trovano eco e commento nelle pagine tese e drammatiche di Biagio Marin, intrecciandosi con gli eventi dolorosi che investono lo scrittore e la sua famiglia.
La morte in guerra del figlio Falco, caduto sul fronte jugoslavo il 25 luglio 1943, rappresenta una lacerazione profonda nella vita del padre, l’occasione di un bilancio critico e di un esame di coscienza personale e generazionale.
Le pagine di questi diari testimoniano coscientemente – e quasi volontariamente, senza alcuna autocensura – le contraddizioni dell’uomo che scrive e quelle di una vita vissuta senza mediazioni, ipocrisie e sottigliezze; una registrazione “a caldo” delle proprie illusioni, dell’attenzione emotivamente partecipata agli eventi in corso (anche all operazioni di guerra promosse dai tedeschi), delle prefigurazioni di esiti e valutazioni di sviluppi duramente smentite dall’evolvere della guerra.
Una presa d’atto degli scacchi subiti; la definizione di un travaglio – anche politico e ideologico – che porta Marin al distacco dal consenso alla politica ufficiale, alla presa d’atto delle ragioni della catastrofe e delle gravi responsabilità nel regime fascista. E, ancora, la tragedia della morte di Falco; la partecipazione al Comitato di Liberazione Nazionale italiano di Trieste; una catena di considerazioni sui rapporti storici e attuali della città con l’Italia, sulle componenti etniche del territorio, su un suo presente incerto e su un suo futuro altrettanto minaccioso. Una riflessione, quella di Marin, segnata da venature moralistiche, espresse talvolta con invettive impetuose e veemenza perentoria; ma anche, a tratti, ricca di dubbi, di sofferenza e di spunti incisivamente autocritici. Anche un documento, questo delle pagine di La pace lontana, dell’approdo tormentato a una esplorazione esistenziale dalla quale sarebbe sgorgata una nuova, intensa e profonda stagione poetica." (Elvio Guagnini)



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permalink | inviato da il 17/5/2005 alle 14:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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