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LES MAITRES FOUS
post pubblicato in Diario, il 16 gennaio 2015
  

Jean Rouch è stato un etnologo, antropologo e regista francese, noto per i suoi fondamentali contributi all'antropologia visuale. In particolare, Rouch si è dedicato allo studio e alla realizzazione di documentari etnografici su alcune realtà dell'Africa occidentale decolonizzata. Il suo rapporto con il continente africano comincia nel 1941, quando l'allora ingegnere lavorava in un grosso cantiere in Niger. In seguito, rientra in Francia dove partecipa ai movimenti di resistenza e alla fine della guerra ritorna in Africa ed intraprende una carriera intensa e poliedrica come regista, antropologo e filmmaker. I suoi film hanno dato vita al cosiddetto cinéma vérité, espressione coniata da lui stesso. La Nouvelle Vague in particolare subirà la sua influenza. Personalità eccentrica e poliedrica, Rouch ha trovato la morte in un incidente automobilistico in Niger nel 2004.
Il suo primo documentario etnografico girato in Africa (Bataille sur le grand fleuveriguardava la caccia all’ippopotamo tra i Sorko di Firgoun, nel cuore dell’antico impero Songhai [ * ]. L’apprezzamento e il successo del film soprattutto da parte degli antropologi più autorevoli del momento (tra cui Claude Lévi-Strauss, Marcel GriauleGermaine Dieterlen) permette a Rouch di ottenere un finanziamento per ampliare e completare il lavoro che esce nel 1947 con il titolo Au pais des mages noirs. Rouch prosegue la sua formazione come allievo di Marcel Griaule specializzandosi sulla storia e sulla religione dei Songhai maliani e intanto continua a coltivare la sua passione per il cinema. 
La sua attività è stata intensissima. Dal dopoguerra all’anno della sua scomparsa ha realizzato almeno 120 film, prevalentemente in Africa e su tematiche di tipo antropologico. 
L’evoluzione del linguaggio di Rouch è strettamente collegata all’evoluzione tecnica cinematografica e agli espedienti che egli elabora per creare una relazione sempre più immediata con la realtà.
I primi film girati tra il 1946 e il 1949 furono realizzati senza sonoro e in bianco e nero, con una cinepresa 16mm leggera della Bell and Howell, comprata al mercatino delle pulci di Parigi che Rouch utilizzò peraltro a mano, avendo spaccato il treppiede; questo procedimento, nato in maniera del tutto accidentale, si svilupperà praticamente per tutta la sua carriera. Nel 1957 il cineasta/etnologo introduce un nuovo filone, quello della etno-fiction: Jaguar è il corrispettivo filmico della ricerca che aveva impegnato Rouch fino al 1956, anno della pubblicazione dello studio sociologico dedicato alle migrazioni in Ghana dei Songhai del Mali. Insieme ai suoi amici, il regista/operatore intraprende un viaggio che li condurrà ad Accra attraverso episodi divertenti e grotteschi: in quest’opera lo sguardo dell’osservato e quello dell’osservatore si incrociano ed emerge una terza voce per mezzo del supporto filmico che media tra le due realtà dell’incontro etnografico. L’autore c’è, esiste e propone una personale lettura dei fatti.
Questa modalità di produzione è stata per molti critici e storici del cinema l’ispirazione che ha dato vita alla nascita della Nouvelle Vague e che ha tracciato una linea guida importante nella cinematografia d’autore in Francia: la centralità dell’autore, la sua poetica espressa chiaramente dai suoi interventi, fa sì che egli si assuma fino in fondo la responsabilità del suo prodotto artistico. L’esperienza di Jean Rouch impressiona profondamente Jean-Luc Godard.
Il 1961 è l'anno in cui Rouch gira insieme al sociologo Edgar Morin Chronique d'une etè, utilizzando per la prima volta un’attrezzatura leggera per la registrazione del suono sincrono. In precedenza, i suoi lavori venivano post-sonorizzati con una colonna sonora giustapposta, costruita con suoni originali raccolti sul posto e commenti ad essi relativi. È significativo il fatto che anche dopo l’introduzione della registrazione sincronica, Rouch abbia continuato sistematicamente a commentare i suoi montaggi con espressioni poetiche e riflessioni personali, valorizzando sempre di più il punto di vista dell’autore/antropologo, dunque precorrendo di 20 anni la linea ermeneutica e postmoderna della stessa antropologia.
Les maitres fous è la sua opera indubbiamente più nota in ambito antropologico e però è antecedente all’introduzione del sonoro e risale agli anni 1954/55. E' uno straordinario documento filmico dei rituali di possessione Hauka, presso i popoli Songhai dell’Africa occidentale, praticati ad Accra dagli stessi emigranti di cui Rouch si era già occupato. Sono “divinità nuove”, giunte dal mondo ancestrale intorno agli anni ’20 del secolo scorso, in pieno dominio coloniale ed è proprio di quest’ultimo che rappresentano il catalizzatore, il “rimedio” nel commento finale dello stesso Rouch. Il movimento religioso fu represso con violenza dagli esponenti del regime e dalle organizzazioni politiche che collaboravano con esso. Il recupero della tradizione attraverso il rito di possessione e la trance è in questo caso funzionale alla ricostruzione identitaria e religiosa, sentita come una necessità impellente per reagire all’esperienza coloniale; lo schema dei riti di passaggio di Arnold Van Gennep è riprodotto perfettamente nelle sue tre fasi principali. All’arrivo degli spiriti che prendono possesso degli astanti, si definiscono i ruoli dei protagonisti della performance: gli esponenti dello stato maggiore dell'impero britannico e la moglie del dottore, la locomotiva e il camionista. Lentamente tutti i protagonisti, uno dopo l’altro, entrano nello stato alterato della trance e a questo punto mettono in scena una tavola rotonda dello stato maggiore inglese per decidere il da farsi; un cane viene sacrificato, cucinato, smembrato e divorato dai protagonisti mentre diversi oggetti simbolici vengono offerti in sacrificio all’altarino del governatore. Tra danze, canti, marce e discussioni che avvengono in questo stato allucinato continuo, la giornata trascorre fino a sera, solo allora il primo spirito hauka decide di lasciare il corpo del suo posseduto e di seguito gli altri, così il gruppo rientra tranquillamente in città; il mattino seguente, completamente immerso nella luce del sole, Rouch riprende la sequenza filmica con i suoi amici al lavoro, sorridenti e affaccendati, cui sovrappone i flashback con le immagini più forti e violente della sera prima.
I “signori folli” sono dunque gli Hauka, gli spiriti incarnati nei loro posseduti songhai ma certamente anche gli ufficiali dell’esercito inglese che agiscono in modo incomprensibile e violento; anche dopo l’indipendenza, gli hauka continueranno a comparire nei rituali di possessione songhai, la loro funzione politica di resistenza al regime coloniale ormai esaurita si trasfonde nella dimensione più ampia di espressione ed emancipazione dai sentimenti più contrastanti e distruttivi, propria degli stati alterati di trance. Gli aspetti teatrali e performativi di questa particolare forma rituale già evidenziati da Leiris vengono sottolineati e documentati anche dal mezzo filmico grazie a Rouch. [ * ]




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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 16/1/2015 alle 7:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
MICHAEL OPPITZ
post pubblicato in Gargani, Aldo Giorgio, il 4 settembre 2014
  

Nell'Accademia delle Scienze e delle Arti di Berlino salendo la scala che portava dalla mia stanza da lavoro, dal mio Arbeitszimmer, alla cucina, o viceversa scendendo dalla cucina diretto verso la mia stanza da lavoro, incontravo quasi ogni giorno l'etnologo Michael Oppitz, che anche lui scendeva dalla cucina verso la sua stanza o dalla stanza saliva in cucina, e al primo incontro al mattino guten Morgen risuonava lungo la scala, ma poi si presentavano altre numerose occasioni nel corso della giornata di incontrare Michael Oppitz, questo geniale etnologo tedesco, su quella scala - oltre al guten Morgen che risuonava per lo più di primo mattino, oltre ai miei innumerevoli colloqui deliberati con Michael Oppitz il più geniale etnologo tedesco della Germania Federale, non sufficientemente riconosciuto come il più geniale etnologo tedesco, che gli Stati Uniti, la Francia e l'Inghilterra invidiano alla Repubblica Federale Tedesca, il tedesco più critico verso i tedeschi che io abbia mai conosciuto e il tedesco che più di ogni altro ama la lingua tedesca, secondo a nessuno tedesco nel suo culto della lingua tedesca - e non c'è mai stata occasione nei nostri incontri su quella scala per la durata di undici mesi nella quale Michael Oppitz non mi abbia rivolto una breve frase che si riferiva esclusivamente alla circostanza precisa del nostro incontro, che non si riferiva mai a quello che era già accaduto o che sarebbe accaduto o che accadeva lontano da quella scala, e che era sempre una frase molto semplice, ma che solo la genialità di Oppitz rendeva possibile e che non era destinata a comunicare qualcosa o a mettere in guardia da qualcosa o a prevedere qualcosa, ma semplicemente ad accompagnare la circostanza stessa che noi ci incontravamo, per completare con il linguaggio la circostanza che noi ci incontravamo. E questa era la frase di Oppitz. Oppitz non sa e forse non saprà mai cosa vuol dire la frase di Oppitz, e in questo risiede precisamente la chiave della frase di Oppitz, che Oppitz ha detto ogni volta la sua frase come se lui non sapesse di dire la sua frase, perchè piuttosto Oppitz è la sua frase, e se Oppitz avesse la cognizione della sua frase, Oppitz non sarebbe più Oppitz e nemmeno la frase di Oppitz sarebbe più la frase di Oppitz. Se un amico o un'amica o una donna innamorata di Oppitz o anche semplicemente un conoscente di Oppitz dovessero spiegargli il significato della sua frase per ammirazione, per stima, per affetto o anche per gratitudine, Oppitz sarebbe rovinato per sempre; questa era stata la mia convinzione dall'esatto momento nel quale io avevo fatto la sua conoscenza, che se io o un altro per stima o ammirazione o gratitudine avessimo spiegato a Oppitz anche semplicemente l'effetto della sua frase su di noi, noi avremmo guastato Oppitz una volta per tutte. La frase che Oppitz mi rivolgeva di volta in volta, durante i nostri traffici quotidiani sulla scala, non era proferita per avanzare una spiegazione o un'ipotesi o una definizione, come per lo più facciamo nelle circostanze più ordinarie della vita anche se non ci accorgiamo proprio in quelle circostanze di avanzare continuamente definizioni, ipotesi e spiegazioni - senza sosta in realtà noi non facciamo altro che avanzare definizioni, spiegazioni e ipotesi - perchè la frase di Oppitz era il gesto di un'esistenza, era un'esistenza, e lui ogni volta costruiva  la sua frase così come doveva aver visto sulle montagne del Nepal piantare pali e costruire capanne; sulle montagne del Nepal per nove anni consecutivi nel medesimo villaggio senza rimettere piede nella Germania Federale aveva visto piantare pali e costruire capanne, aveva visto la vita innalzarsi mentre venivano alzate le capanne, e tutto questo doveva aver costituito il presupposto della sua frase che lui proferiva sulla scala che portava dagli Arbeitszimmern alla cucina dell'Accademia delle Scienze e delle Arti di Berlino. Oppitz era ritornato nella Repubblica Federale Tedesca dopo nove anni trascorsi consecutivamente nel Nepal e naturalmente aveva incontrato numerose difficoltà nel suo processo di acclimatizzazione, nei primi tre anni nonostante la sua corporatura eccezionalmente robusta si era trascinato da un'influenza ad un'altra, e il suo processo di adattamento non era certo riuscito subito al primo tentativo, aveva dovuto compiere almeno decine di tentativi prima di riuscire ad acclimatizzarsi ad un'esistenza divenuta per lui irriconoscibile, ma in ogni caso non gli era più riuscito di abitare e di vivere in un appartamento europeo; qualunque soluzione abitativa, come si suol dire, purchè non fosse un appartamento europeo; meglio l'Accademia delle Scienze e delle Arti di Berlino dove la vita era meno pratica che in un appartamento europeo, piuttosto che in un appartamento europeo. All'Accademia delle Scienze e delle Arti di Berlino Oppitz non si era messo a teorizzare sul villaggio del Nepal dove aveva passato nove anni di seguito, piuttosto lui mostrava, senza averne l'intenzione, di aver abitato nove anni consecutivi in un villaggio del Nepal; per questo quando nel corso di undici mesi io l'avevo incontrato sulla scala dell'Accademia delle Scienze e delle Arti di Berlino, lui non era stato il profeta della sua frase, ma era stato la sua semplice frase e basta, quella che tutti noi, che abbiamo avuto il privilegio di conoscerlo, abbiamo chiamato la frase di Oppitz.  

"Dacchè sono all'Accademia non mi interessano più i miei sciamani" mi aveva detto una sera Michael Oppitz; tutti all'Accademia delle Scienze e delle Arti di Berlino invidiavano Michael Oppitz perchè era stato sulle montagne del Nepal per nove anni consecutivi in compagnia dei suoi sciamani e ora a lui non interessavano più i suoi sciamani, lui aveva tenuto la conferenza più bella la conferenza più apprezzata di ogni altra all'Accademia sui suoi sciamani e ora lui non si sentiva più interessato ai suoi sciamani dacchè era entrato all'Accademia delle Scienze e delle Arti di Berlino, perchè non voleva, aveva detto, "diventare un impiegato dello Stato grazie agli sciamani". "Io non so se lei in Italia sia un impiegato dello Stato", Oppitz mi aveva detto, "ma uno non può studiare Wittgenstein, uno non può studiare gli sciamani e poi diventare un impiegato dello Stato perchè è la cosa più ripugnante che vi sia diventare impiegati di quello Stato che in realtà è uno Stato che bisognerebbe semplicemente distruggere, e la verità è invece che uno fa una ricerca la scrive la batte a macchina o al computer, la pubblica, e poi diventa un impiegato dello Stato". Tutti invidiavano Oppitz perchè aveva tenuto la conferenza che senza dubbio era stata la conferenza più bella e più convincente tenuta all'Accademia. Forse la conferenza più bella e più convincente tenuta all'Accademia dall'anno della sua fondazione, e tutti erano diventati gelosi della conferenza di Oppitz. "Come si fa a tenere una conferenza dopo quella di Oppitz!" risuonava per tutta l'Accademia. Non più tardi di tre settimane dopo la sua conferenza una sera Oppitz al termine di una partita di tennis, mi aveva detto che non lo interessavano più i suoi sciamani; la signora Granger, dopo la partita mi aveva detto: "Lei giuoca con la testa" toccandosi con il dito la fronte "lui", indicando Oppitz, "lui giuoca come uno sciamano". "A me interessano altre cose", Oppitz aveva detto, "per esempio, come si vestono quì le persone, quale abito indossano a seconda delle occasioni, mi interessa quale vestito indossa la signora Granger o il prof. Neumann in occasione di un ricevimento quì all'Accademia delle Scienze e delle Arti, come muovono le mani, come gestiscono, questa è l'unica cosa che attualmente mi interessa; il prof. Neumann, non lo ha notato?, quando parla stende le braccia in avanti, poi le allarga verso i lati aprendo contemporaneamente le dita delle mani e alla fine le ritrae verso il petto in un gesto di ricomposizione, come se imitasse la simmetria che lui spera esista nell'universo, tutte le volte che parla lo fa". "Il fatto è che quì sono tutti impiegati dello Stato e noi invece dovremmo distruggere lo Stato invece di diventare impiegati dello Stato, e poi questi scienziati che sono impiegati dello Stato sono anche avari", e dopo una breve pausa aveva aggiunto: "e anche il nostro amico Dieter Kessler è avaro, l'avarizia veda è fondamentale, loro reagiscono a questa accusa dicendo di essere non avari ma parsimoniosi e invece sono avari; dicono che hanno famiglia e devono 'stare attenti' e invece non sono attenti, sono semplicemente avari. Il prof. Neumann mi ha invitato una sera a cena e per tutto il tempo non ha fatto quasi altro che parlare con sua moglie di quanto gli sarebbe costata una coppia di amici invitati per la settimana successiva. Me presente, capisce?", aveva detto Oppitz, sottolineando le parole "me presente". "Quì sono tutti avari o quasi tutti avari, perfino il nostro amico Kessler è avaro. Poi quando ero negli Stati Uniti avevo chiesto un appuntamento a Peter Jameson, il famoso antropologo, che mi aveva finalmente ricevuto una mattina nel suo studio di New York e creda non è di antropologia che abbiamo parlato, di tutto fuorchè di antropologia abbiamo parlato; io gli avevo chiesto di rilasciarmi un'intervista per la "Zeitschrift fur Soziologie und soziale Anthropologie", e lui mi aveva cominciato a dire che se io volevo che parlasse dell'organizzazione tribale degli indiani Hopi, lui allora esigeva perlomeno 800 dollari che potevano scendere a 500 dollari se io mi limitavo a porgli domande strettamente concernenti le cerimonie nuziali degli indiani Hopi ma che qualora io avessi circoscritto il mio questionario a 'problemi e riflessioni sul mestiere dell'antropologo', capisce?, qualcosa di generale, Jameson mi aveva detto, allora avremmo potuto metterci d'accordo anche per 350 dollari, purchè io non scantonassi con le mie domande che dovevano rimanere metodologiche, diversamente la somma pattuita sarebbe ritornata in discussione. Alla fine non ne abbiamo fatto nulla. Non è fantastico?". Dopo una pausa aveva ripreso a dire: "Lei non crede che anche quì all'Accademia delle Scienze e delle Arti siano tutti avari, o quasi tutti avari, loro dicono di essere parsimoniosi e invece sono avari, loro dicono di essere parsimoniosi e invece sono anali, l'avarizia creda è il loro dato fondamentale", aveva concluso con un sospiro. "Non prendo mai caffè" - aveva ripreso dopo una pausa - "perchè mi fa venire i battiti al cuore, fumo una sigaretta dopo l'altra alla sera dopo cena bevo il vino ma non prendo mai caffè, non perchè mi impedisca di dormire, non lo prendo mai nemmeno la mattina perchè mi fa venire i battiti al cuore. Non ero mai riuscito a spiegarmelo prima, poi la ragione è emersa nell'analisi. Sono dovuto entrare in analisi al mio ritorno in Germania dal Nepal, dopo nove anni consecutivi nel Nepal non riuscivo ad acclimatizzarmi in Germania, non riuscivo nemmeno a vivere in Germania questa è la verità, e così sono entrato in analisi. E' stato nel corso dell'analisi che è emersa la faccenda dei battiti del cuore dovuti apparentemente al caffè ma che in realtà, come ha mostrato il mio analista, non dipendevano minimamente dal caffè; i battiti del cuore mi venivano soltanto dopo aver bevuto il caffè ma il caffè che bevevo non aveva nulla a che fare con questi battiti che mi portavano certe volte allo stordimento e alle vertigini. E' emerso con il mio psicoanalista un episodio che avevo completamente dimenticato, rimosso come si suol dire, la storia risale a quand'ero bambino nelle notti a Koln quando io dormivo nella medesima stanza con mia madre e lei la notte si svegliava per andare a prepararsi una tazza di caffè in cucina. Le serviva per riaddormentarsi. Io mi svegliavo ogni volta che lei si alzava e andava in cucina e quando lei tornava, dopo aver bevuto il caffè, lei si addormentava subito, mentre io non mi addormentavo più". Erano le due del mattino e Oppitz mi guardava con gli occhi lucenti come quelli dello sciamano il quale nel film-documentario girato da Oppitz nel villaggio del Nepal, proibito dal governo del Nepal, proiettato nella grande sala per le conferenze dell'Accademia delle Scienze e delle Arti di Berlino, aveva profetizzato la sua morte, "prevedo di morire il prossimo anno, l'anno prossimo io sarò morto". Con il suo corpo Oppitz era già presso di noi all'Accademia delle Scienze e delle Arti di Berlino, ma la sua mente era rimasta lassù nel villaggio del Nepal nel quale, secondo il resoconto di Oppitz, esisteva una società senza potere, nella quale nessuno era investito di un potere sugli altri ed esisteva semplicemente una forma di vita collettiva che gli abitanti del villaggio condividevano su un piede di parità. Il film girato da Oppitz e poi proiettato all'Accademia era stato proibito dal governo del Nepal sotto l'accusa di separatismo, e Oppitz era stato perfino arrestato per via del suo film dalla polizia nepalese. Molti, quasi tutti i membri dell'Accademia il giorno dopo la conferenza di Oppitz erano gelosi e turbati allo stesso tempo da quello che avevano udito e visto nel corso della conferenza al punto che l'indomani, insieme alle manifestazioni della più sconfinata ammirazione, avevano contestato a Oppitz l'idea stessa di una società o di una comunità nella quale non esista un potere politico istituzionalizzato, spinti più che da ragioni di carattere scientifico soprattutto dalla gelosia nei confronti di Oppitz da un lato per quello che lui era riuscito a scoprire e dall'altro nei confronti di una società nella quale non esistevano impiegati dello Stato, nella quale dunque essi non sarebbero nemmeno esistiti o nella quale essi eran già tutti morti. Gli uomini infatti fisicamente muoiono una sola volta ma nei loro pensieri sono innumerevoli volte già tutti morti. Come ci sono modi differenti di vivere, così vi sono modi differenti di morire che dipendono dal modo nel quale si è vissuto, la qualità della morte dipende in realtà dalla profondità del dolore attraversato nella vita e dalla qualità del dolore che si attraversa nella vita. Da bambini specialmente ci si sente morire continuamente; nessuno come un bambino si trova continuamente faccia a faccia con la morte; il dolore dei bambini è il più grande dolore che ci si possa immaginare perchè a differenza di quello degli adulti, che ordinariamente si mantiene entro i confini della vita senza uscire dai limiti dell'esistenza comune, il dolore dei bambini è il dolore infinito che si scontra immediatamente con la sensazione dell'irreversibilità del male e del pericolo, la quale è la prima rappresentazione della morte davanti agli occhi dei bambini. I bambini si sentono morire decine di volte ogni giorno; la parola 'morte' e il suo significato lo apprenderanno magari molto più tardi, ma molto prima intanto loro si sentiranno continuamente morire, i bambini mediante i loro desideri struggenti e la sensazione dell'irreversibilità della loro delusione si trovano ogni giorno faccia a faccia con la morte. I membri dell'Accademia delle Scienze e delle Arti di Berlino erano gelosi della conferenza di Oppitz e al tempo stesso allarmati dalla conferenza di Oppitz, il quale era l'unico ospite dell'Accademia senza una posizione all'Università e senza in realtà una posizione qualsiasi, erano gelosi della conferenza di Oppitz per via di quella comunità senza potere che Oppitz aveva illustrato obiettivamente e senza idealizzare, ma che era responsabile della felicità che era rimasta impressa come un bagliore sulla faccia di Oppitz, al quale l'indomani i membri dell'Accademia avevano contestato la possibilità stessa di una società senza il potere istituzionalizzato dello Stato, nella quale loro si aspettavano che gli uomini si avventassero gli uni contro gli altri come lupi sulla base del concetto di 'stato di natura' che avevano appreso dai loro libri, nonostante che nel film proiettato da Oppitz avessero visto soltanto le facce serene dei nepalesi che sorridevano senza sapere di essere seguiti da una cinepresa. Tutti all'Accademia erano diventati gelosi della faccia di Oppitz perchè al termine della proiezione del documentario sul villaggio del Nepal e della conferenza di Oppitz erano riusciti finalmente ad afferrare la ragione della faccia di Oppitz.
Non si sarebbe potuto immaginare una differenza più grande di quella tra la conferenza di Oppitz e quella tenuta una settimana dopo da un noto sociologo americano che in preda ad un forte raffreddore aveva delineato un modello teorico di società nella quale gli uomini potrebbero realizzare l'ottimizzazione delle utilità sulla base di un'appropriata politica di allocazione delle risorse fondata sul principio di una filosofia statuale della solidarietà e dell'eguale ripartizione delle opportunità fra i membri della collettività. Tutti i membri dell'Accademia, ad eccezione di Oppitz che non aveva partecipato alla conferenza perchè era andato ad accompagnare all'ufficio di polizia un turco, al quale era stato negato il permesso di residenza a Berlino, che non sapeva parlare il tedesco e non era perciò in grado di spiegare le sue ragioni, che non avendo mai trovato lavoro era rimasto per lo più chiuso in casa vivendo del denaro ricavato dai lavori occasionali della moglie che incontrando la gente aveva imparato un po' di tedesco e che si era in precedenza presentata, al posto del marito, all'ufficio di polizia dal quale era stata però respinta in quanto dichiarata "membro non sufficientemente rappresentativo del nucleo familiare in oggetto". Tutti all'Accademia avevano tirato un sospiro di sollievo al termine della conferenza del sociologo americano che aveva "sviscerato", come era stato sottolineato, i problemi più urgenti di una società in corso di sviluppo, "rivisitandoli" come era stato sottolineato da cima a fondo ma che poi li aveva anche rimessi al loro giusto posto e in realtà esattamente dove si trovavano già prima che lui parlasse, ricollocandoli nello Stato che esisteva prima della conferenza, il quale era stato sospeso durante la conferenza, provvisoriamente sospeso per ragioni euristiche (come si suol dire) ma che alla fine della conferenza era ancora lo Stato del quale tutti i presenti erano gli impiegati, lo Stato riconfermato e riordinato mediante la dottrina della solidarietà e dell'equa distribuzione delle opportunità sociali, la quale aveva strappato un sorriso di compiacimento ai presenti e un caldo applauso rivolto al conferenziere.

Il Presidente mi aveva parlato per undici mesi, quasi ogni giorno eccetto naturalmente che nei fine settimana dei programmi di ricerca dell'Accademia delle Scienze e delle Arti e io mi sentivo già morto, perchè il presidente dell'Accademia non era ancora nato, mentre mio padre, che era nato effettivamente, era già morto. "Sono come un clandestino", avevo detto una volta in sala dell'Accademia a Michael Oppitz, alle tre del mattino, perchè dovrei scrivere un libro sulla simmetria nella filosofia delle scienze naturali e invece sto scrivendo un libro su mio padre, e Oppitz aveva esclamato: "toll!", "magnifico, Giorgio!"; era la prima volta che mi chiamava Giorgio, anzichè rivolgersi con il Sie, Lei, e poi avrebbe continuato da allora ad alternare il lei e il tu a seconda se parlavo o no del libro che scrivevo su mio padre; "ma la verità è che tu non mi parli ancora abbastanza di tuo padre" lui aveva continuato, mentre arrivava l'alba dalle finestre della sala dell'Accademia delle Scienze e delle Arti di Berlino, Oppitz mi parlava su mio padre sul fondamento delle esperienze attraversate nel villaggio sulle montagne del Nepal, e che ora dilagavano su di noi come un fiume che sale sugli alberi; uno va nel Nepal, avevo pensato allora, e sta con gli abitanti di un villaggio per nove anni, sta con gli sciamani, parla e fuma con gli sciamani di un villaggio del Nepal per nove anni consecutivi, e poi, io avevo pensato, mi parla di mio padre a Genova preso per una vita a calci nel sedere. Ma non c'è bisogno di spiegare, avevo pensato allora senza che mi venisse in mente nemmeno di dirlo, che non c'è alcun bisogno di spiegare; perchè si spiega soltanto quando non si comprende, quindi si spiega quando ormai non c'è più speranza di comprendere; mio padre, l'alba, Oppitz, il Presidente dell'Accademia che in quel momento dormiva, avevo pensato, avevo inteso senza spiegare; certi uomini nel corso della loro vita vengon presi a calci e poi loro restituiscono arte e poesia, l'amore per la vita che è l'unica salvezza, non la vita stessa; mio padre dipingeva la gioia di vivere mentre dipingeva in un quadro una piazza di Genova dove era stato preso a calci, per una vita mio padre non aveva fatto altro che ricevere calci e insulti e per una vita non si era stancato di dipingere la gioia di vivere mentre dipingeva Genova, si alzava alle cinque del mattino per dipingere, ogni giorno, Genova.

Noi incontriamo le persone più diverse, udiamo le vicende più diverse della gente e poi quando risaliamo indietro nella loro storia troviamo prima o poi l'avarizia. "E anche il nostro caro amico Dieter Kessler è avaro" aveva detto con amarezza quella notte Michael Oppitz, e io ero rimasto sbalordito all'idea che Dieter Kessler fosse avaro, ma mi ero reso conto che lo era nell'attimo stesso nel quale Michel Oppitz aveva detto con amarezza "anche il nostro amico Dieter Kessler è avaro"; come si dice ordinariamente che nell'istante prima della morte tutta la vita passa davanti agli occhi, a me erano passate davanti una dopo l'altra le persone da me conosciute che erano risultate avare e nello stesso momento per la prima volta mi erano anche apparse completamente diverse come mai le avevo viste sino a quel momento, solo la compagna della mia vita Paola Palareti, mio figlio Marco e Carlo Ginzburg non sono avari, avevo pensato allora, soltanto loro non sono mai stati avari, avevo pensato, mi ricordo, nemmeno una volta avari. Michel Oppitz non era avaro, era andato in un villaggio del Nepal nel quale aveva trascorso nove anni consecutivi per sfuggire ai tedeschi che sono normalmente avari, per i quali l'avarizia è una Prinzipienfrage. Alcuni membri dell'Accademia delle Scienze e delle Arti di Berlino  incontravano la loro principale difficoltà nel fatto di essere tedeschi e approfittando della circostanza che nell'Accademia vi erano molti ospiti inglesi, americani e francesi si erano messi a parlare in inglese o in francese, qualcuno di questi membri tedeschi aveva perfino tenuto in inglese la sua conferenza, alcuni avevano rinunciato a suonare il violino o il pianoforte per non essere identificati nell'educazione musicale tedesca che come si sa non è seconda a nessuna. "I tedeschi" mi aveva detto Oppitz che non aveva rinunciato alla lingua tedesca la quale anzi aveva dichiarato di amare, "sono gross, laut und anal in psychoanalytischen Sinne", grossolani, stentorei e anali in senso psicoanalitico; proprio perchè l'avarizia è uno strato così profondo della nostra mente noi stentiamo a riconoscere i fenomeni che non esisterebbero se non esistesse l'avarizia, poi una volta scoperta l'avarizia noi afferriamo allora un'infinità di cose che fino allora ci sembravano casuali e inspiegabili e che invece una volta scoperta l'avarizia risultano fenomeni scientifici dell'esistenza umana. L'avarizia: cioè passare la vita assaporando il risparmio del denaro che si possiede, fisicamente; passare la vita assaporando l'astinenza d'essere, idealmente. Michael Oppitz, che non era uno psichiatra, poteva aiutare e di fatto aiutava le persone, poteva perfino in certi casi guarire le persone in quanto lui conosceva il potere dell'avarizia e non era avaro, mentre lo psicoanalista di Tubingen il quale conosceva oltre al potere dell'avarizia anche l'eziologia dell'avarizia sulla quale teneva conferenze e pubblici dibattiti, sulla quale parlava con una competenza che tutti gli altri psicoanalisti gli invidiavano, ma che era avaro, vedeva morire i suoi pazienti che si suicidavano per via della sua avarizia, che era l'unica causa che gli sfuggiva - ma che era la causa dell'interferenza che gli impediva di vedere e di comprendere i suoi pazienti, parte dei quali era votata al suicidio - che gli sfuggiva come sempre del resto ci sfugge l'essere stesso che noi siamo e che proietta sè nei nostri pensieri senza che i nostri pensieri ce lo rivelino ed è alla fine l'attore silenzioso delle nostre azioni.



(in Aldo Giorgio Gargani, Sguardo e destino, Laterza, 1998 [ * ])







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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 4/9/2014 alle 11:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
SCIAMANI DEL PAESE DEI CIECHI
post pubblicato in Oppitz, Michael, il 25 luglio 2014

   

 
Sciamani del paese dei ciechi è un documentario del 1981 sui guaritori di una remota regione del nord-ovest del Nepal. Il film mostra lo sciamanesimo dei Magar in tutta la sua varietà. Si segue il faticoso processo di iniziazione che ogni adepto deve passare prima di poter entrare nella corporazione dei guaritori. Egli partecipa a molti riti e sedute spiritiche che gli sciamani eseguono per curare le malattie dei loro pazienti e per proteggerli dalla sfortuna. Tutte le sfaccettature di questa religione sono presentate in un linguaggio visivo secondo la prospettiva Magar, trascurando tutte le speculazioni teoriche che di solito proliferano su questo tipo di soggetto. 
La prima parte del documentario consente di visualizzare una serie di rituali di guarigione effettuata dagli sciamani della regione del Dhaulagiri. La seconda parte si concentra sulla trasmissione della conoscenza dello sciamano da maestro ad allievo. E' una trasmissione orale, dove tutto succede durante delle sedute spiritiche, dove è richiesto alla pupilla dell'allievo di guardare e imitare le prestazioni del maestro. Questo comporta anche produrre gli utensili e gli accessori necessari al rito, preparare un luogo sacro ed un altare, eseguire le operazioni nel giusto ordine, e soprattutto imparare i canti mitici, le storie originarie e i canti ausiliari, ripetendo la linea del maestro al suono del tamburo. [ * ]

"In questo film ho cercato di esprimere tre peculiarità dello sciamanesimo: la natura epica dei rituali sciamanici; il colore mitico della vita quotidiana; l'aura trascendentale del paesaggio odierno di una società particolare dell'Himalaya. Solo dagli ultimi trent'anni del XX secolo i ricercatori hanno avuto la posssibilità di guardare allo sciamanesimo con occhi nuovi come ad un'esperienza viva di una remota regione montuosa dell'Himalaya. Ho colto quest'opportunità ed ho cominciato a metà degli anni '70 a concentrarmi su una variante locale di questo fenomeno: i guaritori dei Magar del nord vicino al massiccio del Dhaulagiri, nel Nepal nord-occidentale. Nel corso di un campo-studio di 18 mesi e poi in tre successive spedizioni con una piccola troupe ho potuto documentare in parole e immagini una delle numerose forme locali di sciamanesimo. Sciamani del paese dei ciechi è il risultato più conosciuto di questa ricerca. (Rifacendosi ai loro miti i Magar chiamano il loro spazio vitale "paese dei ciechi", sarcasticamente considerandolo impestato dalla cecità).
Il film, della durata di circa quattro ore, mostra lo sciamanesimo dei Magar in tutte le sue sfaccettature nell'attività di locali guaritori che rispondono alla loro chiamata soprannaturale attraverso un lungo processo di iniziazione. Senza pregiudizi teorici il film mostra vividamente molti aspetti di questa pratica religiosa dal punto di vista dei Magar: come si diventa sciamani? a quali prove ci si deve sottoporre e quali conoscenze e pratiche si devono imparare per diventarlo? quali parafernali devono essere prodotti e usati? quale visione del mondo e quali idee cosmologiche guidano l'azione del guaritore? quali rituali notturni sono eseguiti per comunicare con le potenze soprannaturali e quali miti, musiche e danze sono inscenati? come sono integrate nella vita presente le mitiche storie rappresentate nel rituale e come sono intrecciate alla vita quotidiana le attività degli sciamani? quanto è profano il sacro e quanto è sacro il profano?
Fin dalla sua prima scrittura, l'ampio spettro del film Sciamani del paese dei ciechi rapidamente lo ha portato ad essere considerato come il più chiaro e completo riconoscimento della pratica sciamanica in un medium moderno e come una testimonianza visuale di una concezione del mondo che permea tutte le aree della vita ma che è in via di sparizione. Ma lo sciamanesimo non è l'unica cosa la cui esistenza è minacciata in tutto il mondo (e perfino nel remoto Himalaya, dove sta sparendo sotto l'azione delle moderne tecnologie, media e modi di vita); perciò questo documento è riconosciuto come importante anche davanti a questa prospettiva di estinzione. Il suo obiettivo dichiarato è quello di scongiurare questo destino".

Presso artisti di vario orientamento il film trovò grande risonanza, ammirazione, fonte di stimolo e ispirazione. Alcuni celebri nomi ne forniscono esempio nella loro diversità: Joseph Beuys e Sigmar Polke nelle arti visive; nella musica John Cage, Pauline Oliveros e Dieter Schnebel; presso performers e teorici come Richard Schechner e Joan Jonas; presso gli scrittori Bruce Chatwin e William Burroughs (che prestò la sua voce di narratore nella versione inglese del film); presso cineasti sperimentali come David Larcher, Harun Faroki e Jack Smith, e Robert Gardner per il documentario. [ * ]

Michael Oppitz, autore del documentario, è nato nel 1942 ad Arnsdorf, nel sud-ovest della Polonia. Ha studiato antropologia, sociologia e sinologia a Berkeley, Bonn e Colonia. Ottenne il suo dottorato nel 1974 con una tesi sull'antropologia strutturale. Visiting professor in Inghilterra, Francia e Stati Uniti, ebbe la cattedra di antropologia all'università di Zurigo e fu direttore del locale Museo etnografico dal 1978 al suo pensionamento nel 2008. Risale al 1965 il suo primo viaggio in Nepal. Svolse dei campi-studio in Himalaya con gli Sherpa (1965) e con i Magar (1977-1984), nella provincia dello Yunnan con i Naxi (1995-1996), nel Sichuan con i Qiang (2000-2001). E' autore di numerose pubblicazioni su soggetti di antropologia ed etnografia. E' del 2011 il suo nuovo film-documentario "Il viaggio rituale degli sciamani". 
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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 25/7/2014 alle 7:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
AMELIE NOTHOMB
post pubblicato in Nothomb, Amelie, il 12 giugno 2012

 

Domani, mercoledì 13 giugno h 19,30, verrà presentato a Villa Leopardi, con l'introduzione di Luciana Raggi, il primo libro di critica letteraria sulla scrittrice belga apparso in Italia, "Amelie Nothomb o il corpo espiatorio" di Domenico Treccozzi [ * ], con la presenza dell'autore. Il libro affronta con gli strumenti della psicoanalisi e avvalendosi di un costante riferimento ad autori quali Renè GirardGeorges BatailleMaurice Blanchot e Friedrich Nietzsche le tematiche peculiari che trascorrono nei romanzi della scrittrice. Sarà l'occasione per fare il punto su un'autrice che vede sempre più aumentare il novero dei suoi estimatori.
L'UOMO CHE DIALOGAVA CON IL COYOTE
post pubblicato in Nicoletti, Martino, il 10 marzo 2012


 
E' in corso a Perugia al Museo civico di Palazzo della Penna fino al 9 aprile la mostra "Beuys e lo sciamano: estasi, rito e arte". Sono esposte le sei lavagne su cui, aiutandosi con disegni, Beuys esplicitò il 4 aprile 1980 durante l'incontro alla Rocca Paolina "Beuys vs Burri" la sua teoria politica. Accompagnano le lavagne dei pannelli esplicativi curati da Martino Nicoletti, la cui interpretazione, affidata più compiutamente al libro di cui stiamo trattando, risulta quanto mai pertinente. Nicoletti è un antropologo, studioso dello sciamanismo, che ha approfondito nel corso di viaggi in Estremo Oriente, in particolare in Nepal. Il racconto autobiografico di come Beuys, abbattuto nei cieli della seconda guerra mondiale, venisse raccolto e curato dai tartari secondo metodi tradizionali entrando in rapporto con la loro cultura, deve essere approssimativo per difetto se, come mostra Nicoletti, già nei disegni della fine degli anni '40 e dei primi anni '50 appare del tutto chiara una conoscenza approfondita della simbologia e della modalità dei rituali sciamanici. Forse Beuys vi era giunto autonomamente, se negli anni '80 sosteneva con l'antropologo Michael Oppitz (autore del documentario "Sciamani del paese dei ciechi") di essere uno "sciamano rovesciato" e che gli sciamani "avevano preso da me tutto". Brevi affermazioni politiche, essenziali come slogan, affiancano e intersecano figure umane e animali, fragili come quelle delle grotte preistoriche, inserite in un tracciato grafico di simboli e linee che ricapitolano, come mostra persuasivamente Nicoletti, la cosmologia e il rituale sciamanico. 

Si hanno figure animali come la lepre, il cigno, il cervo, simboli cosmici come la caldaia (cfr. l'uovo cosmico in Mircea Eliade), il cubo (che rappresenta la società), il cerchio solare, la corda, il bastone pastorale, la leva, la slitta (tramite per l'aldilà). C'è il maschile e il femminile, il recto e l'inverso delle figure come in un riflesso. C'è, immancabile in Beuys, l'elemento energetico, conduttore di calore, vita, elettricità. Sono tutti simboli che richiamano il mondo degli sciamani. Lo sciamano deve poter "morire" per rinascere come tale con dei poteri accresciuti. Lo sciamano vede nell'animale l'incarnazione di uno spirito e tenta di adeguarsi a parlare con esso. La lepre, in rapporto con il tema della nascita, scava gallerie in terra, come l'artista e lo sciamano ne scavano nella mente. Il cigno è simbolo della vita immortale. Il cervo è tramite con le sue corna di metamorfosi. L'inseparabile cappello di feltro ricorda le ferite alla testa protette dal feltro ma anche l'esperienza di morte iniziatica ed è quindi simbolo di elezione. Allude ad un'umanità più evoluta che racchiude quanto di più ancestrale è nell'uomo. Il pensiero politico di Beuys (un appello alla democrazia diretta, alla solidarietà, alla protezione dei valori della vita, alla democratizzazione politico-fiscale del denaro contro il suo monopolio, alla discussione permanente), in rapporto ai primi movimenti verdi, trova quindi base e appoggio più solidi in una prospettiva ancestrale e auratica, che ricomincia dai fondamenti stessi della civilizzazione umana, in cui sempre è presente in una situazione di estrema fragilità una dimensione autoprotettiva.

  
  
(Carlo Verducci)






Martino Nicoletti, L'uomo che dialogava con il coyote, Exorma, 2011 [ * ]







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