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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
IL DILEMMA DELL'ONNIVORO
post pubblicato in Pollan, Michael, il 19 marzo 2015

  


Cosa c’è dietro quello che mangiamo? Come scegliere una corretta alimentazione? Michael Pollan, uno dei massimi esperti in materia, indaga sulle varie catene alimentari per scoprire da dove viene la bistecca che ci troviamo nel piatto, come è vissuto l’animale da cui deriva, di quali alimenti si è nutrito, quali farmaci ha ingerito. E capire anche, dal campo alla foglia al sacchetto preconfezionato, cosa nasconde una confezione d’insalata.
Inizia così un’appassionante viaggio tra piccole fattorie e produzioni industriali, fast food e supermercati, fabbriche e impianti di macellazione. Per concludere con orrore che quello che mangiamo, in molti casi, è in buona percentuale petrolio.
Il libro si riferisce specificatamente alla realtà degli Stati Uniti, diversa da quella europea, ma il messaggio è universale: dobbiamo tutti avere la consapevolezza di ciò che mangiamo, perché è a tavola che tuteliamo la nostra salute.
Dunque la prima domanda è: chi mangia cosa? In che consiste una catena alimentare? Quali sono le principali catene alimentari che interessano l’uomo? L’autore ne esamina tre: la catena industriale del mais, la catena pastorale dell’erba, la catena fai-da-te del bosco.
Seguire l’ascesa di Zea mays, cioè del granturco, è affascinante quanto una spy-story. Senza questo cereale i coloni del nuovo mondo non sarebbero mai stati in grado di costruire una potente nazione. L’unione tra mais e americani è indissolubile: gli uomini dipendevano da questa pianta e il mais dal canto suo senza i coloni si sarebbe probabilmente estinto. Il mais è divenuto l’elemento centrale dell’industria alimentare, del consumismo, del 
capitalismo, dei supermercati e dei fast food. E’ una pianta flessibile e versatile che, nutrita da concimi di origine petrolchimica, raggiunge la densità di 75.000 piante per ettaro. Si presta anche alla creazione di ibridi sterili brevettabili, fattore basilare nelle imprese agroalimentari. Incrementata da congrue sovvenzioni statali la coltivazione del mais si è estesa negli Stati Uniti Uniti senza incontrare barriere. Dove un tempo esistevano fattorie, 
pascoli, boschi, piccoli allevamenti di bestiame e tutto un paesaggio agrario complesso, ora si estende la monocultura del mais, nutrito dal petrolio. Gli allevamenti industriali di bovini usano mangimi a base di mais. Ma i bovini sono erbivori, il loro stomaco non è fatto per digerire granaglie. Si ammalano. Di conseguenza il protocollo nutritivo prevede massicce dosi di antibiotici, che si fissano nelle nostre bistecche. Potrebbe andar meglio con i polli, per i quali il mais è compatibile, ma i sistemi di 
pollicoltura industriale descritti nel libro fanno paura.
Dal mais si ricavano anche i dolcificanti, gli addensanti, le farine che sono alla base di tutti i prodotti che troviamo nei banchi del supermercato, ad esempio biscotti e merendine. E il consumatore, nella catena alimentare che parte dal mais, ingerisce quotidianamente la sua dose di petrolio e di antibiotici.
Partendo dall’erba la situazione è diversa. Nelle fattorie che hanno come base l’utilizzo del pascolo un sapiente uso della rotazione degli animali su uno stesso appezzamento crea un ecosistema che si alimenta da sé, senza utilizzo di concimi e di antibiotici. Su una porzione di pascolo si alternano bovini e polli (che si nutrono, oltre che di erba, anche di larve e parassiti presenti nelle feci dei bovini), 
che assicurano la concimazione del terreno senza dover ricorrete ad additivi chimici.
La catena del bosco è quella del cacciatore e del raccoglitore di funghi. Difficile da praticare per la maggior parte degli umani.
Il pranzo acquistato da McDonald’s (pranzo a basso costo basato sulla monocoltura del mais) e quello del cacciatore-raccoglitore stanno agli estremi dello spettro alimentare umano. Vanno considerati entrambi come alternative irrealistiche e non sostenibili, dice l’autore. Sarebbe però importante scegliere il cibo chiedendoci cosa stiamo mangiando, da dove viene, come è arrivato sul nostro piatto, quanto costa in termini reali. Negli Stati Uniti l’hanno dimenticato. Cerchiamo almeno di ricordarci che qui 
da noi, nella patria dello slow-food, la ricchezza alimentare e la biodiversità sono un’incomparabile patrimonio. Ricordiamoci anche che proprio il fatto di avere una alimentazione 
variata ha stimolato la nostra crescita cerebrale. Se ci fossimo abituati a mangiare un solo tipo di cibo avremmo un cervello piccolo come quello dei koala. Essere onnivori, come i topi e i maiali, ci rende più intelligenti.




(Rita Cavallari)







Michael Pollan, Il dilemma dell'onnivoro, Adelphi, 2008 [ * ]

 
LA MIA FAMIGLIA E ALTRI ANIMALI
post pubblicato in Durrell, Gerald, il 6 agosto 2013


Non è certo una novità editoriale quella che, in queste brevi note, si propone alla lettura di chi è interessato all’intersezione tra ecologia, studio della natura e letteratura. Si tratta di un romanzo sui generis in chiave autobiografica di Gerard Durrell intitolato My family and other animals (La mia famiglia ed altri animali) apparso per la prima volta nel 1956 e più volte ripubblicato in Italia da Adelphi nella traduzione di Adriana Motti.
Nel romanzo Durrell ripercorre gli anni della sua infanzia trascorsi con la sua famiglia nell’isola di Corfù tra il 1935 ed il 1939. Come l’autore stesso afferma nelle righe introduttive dell’opera: “Questa è la storia dei cinque anni che ho trascorso con la mia famiglia nell’isola greca di Corfù. In origine doveva essere un resoconto blandamente nostalgico della storia naturale dell’isola, ma ho commesso il grave errore di infilare la mia famiglia nel primo capitolo del libro. Non appena si sono trovati sulla pagina, non ne hanno più voluto sapere di levarsi di torno, e hanno persino invitato vari amici a dividere i capitoli con loro. Soltanto con immensa fatica, e usando una notevole astuzia, sono riuscito a salvare alcune pagine sparse che ho dedicate esclusivamente agli animali.” (p.11). Ecologia umana e scienze naturali si intrecciano in un nodo indissolubile nel fluire della narrazione in cui scene esilaranti di vita familiare e quotidiana si alternano a minuziose, accuratissime descrizioni degli animali e dei loro comportamenti nell’habitat incontaminato dell’isola greca.
Il romanzo di Durrell, pagina dopo pagina, assume la forma di un protrettico indirizzato a chi voglia osservare con la lente d’ingrandimento il mondo animale e non, a chi desideri tendere lo sguardo su baie solitarie ed ombrosi clivi coperti di ulivi, o sia semplicemente attratto dalle dinamiche familiari descritte dall’autore con anglosassone distacco e sovrana ironia. L’effetto sarà rasserenante e più volte l’autore riuscirà a strapparci un sorriso o una bella risata. Spassosa, per esempio, la narrazione del bagno della madre Louisa, pudicamente avvolta in un costume assai antiquato, pieno di gale e merletti che si gonfiano a contatto con l’acqua, assumendo l’aspetto di un mostro insidioso che il cane Roger addenta solerte per garantire l’incolumità dell’amata ed amabile padrona (pp.182-183).
La famiglia, composta da quattro elementi oltre all’autore, la madre Louisa, il fratello maggiore Larry, l’altro fratello Leslie e la sorella Margot, viene raffigurata attraverso i suoi stereotipi, i suoi hobby, che diventano chiave di lettura di comportamenti e relazioni. Intorno all’autore-narratore ed alla sua famiglia ruotano altri personaggi descritti a loro volta tramite i loro comportamenti ricorrenti ed anche per mezzo di forme espressive fortemente connotate: Spiro, il dottor Theodore, i precettori Peter e Kralefsky, la lamentosa domestica Lougaretzia e molti altri ancora.
Non meno tipizzati sono i numerosi animali che vivono con la famiglia; in primo luogo il cane Roger, compagno di scorribande e di avventure di Gerald, poi i cuccioli Pipì e Vomito ed infine Dodo una femmina di razza Dandy Dinmont caratterizzata da “zampe sottili e arcuate, enormi occhi sporgenti e lunghe orecchie pendule” (p.289) che conquista il tenero cuore della mamma e poi di Margot, ma provoca lo sconforto di Larry e Leslie. Hanno un nome ed una spiccata personalità anche tutte le altre creature che Gerald, spinto dalla sua insaziabile curiosità per il mondo animale, porta in una delle case successivamente abitate dai suoi parenti, suscitando in genere sdegnate reazioni da parte dei fratelli e benevola accoglienza da parte della madre. Così diventano progressivamente parte della famiglia Achille, la tartaruga, Quasimodo, il piccione, Ulisse, il gufo, le Garze, due gazze, la Vecchia Tònfete, un’anziana ed astuta tartaruga, ed infine Alecko, un terribile gabbiano albanese. Per citare solo i principali.
Non minore attenzione riscuotono, infatti, gli “abitanti” transitori ed occasionali di una delle tre case occupate dai Durrell, quella rosa fragola, quella giallo narciso ed infine quella bianca come la neve. Tra questi ospiti pro tempore, l’eroico geco Geronimo, che ingaggia una battaglia impari e formidabile con la temibile mantide Cerfoglio, senza esclusione di colpi: “si gettarono di nuovo l’uno contro l’altro. Stavolta Geronimo fu più furbo e strinse tra le mandibole una delle aguzze braccia di Cerfoglio. Lei gli rese la pariglia serrandogli l’altro braccio intorno al collo. […] Lottarono sbattendosi da una parte all’altra del letto, poi cominciarono a spostarsi verso il cuscino. Ormai erano ridotti entrambi a mal partito: Cerfoglio aveva un’ala tutta lacera e cincischiata e una zampa rotta e fuori uso, mentre Geronimo aveva il dorso e il collo pieni di graffi sanguinanti prodotti dalle braccia aguzze di Cerfoglio” (p.242). Avvincente come un duello omerico…tanto che non si svelerà il nome del vincitore.
Se non si è appassionati di animali (anche se Gerard Durrell ve li farà apprezzare) ci si potrà perdere con la fantasia nei panorami da fiaba dell’isola ionica, colta nelle varie ore del giorno, nell’alternarsi delle stagioni, nei suoi innumerevoli scorci. Incantato appare il lago dei gigli: Antiniotissa. “La curva levigata della duna che si stendeva tra la baia e il lago era l’unico punto dell’isola dove crescessero questi gigli, strani bulbi deformi sepolti nella sabbia, che una volta all’anno facevano spuntare sulla superficie un ammasso di foglie verdi e carnose e di fiori bianchi, così che la duna si trasformava in un ghiacciaio di fiori”. (p.296-297).
In noi rimane dopo la lettura del libro una rinnovata curiosità per il mondo animale con il quale condividiamo l’esistenza (e la sopravvivenza) sul Pianeta, spesso indifferenti ai nostri “coinquilini” ai quali invece il giovane narratore protagonista dedica tutte le sue cure ed attenzioni. Indubbiamente rimane anche in noi una legittima, seppur bonaria, invidia per questa famiglia d’oltre Manica che ha potuto trascorrere ben cinque anni in tale dorato paradiso, dedicando il suo tempo alle proprie passioni, ai propri hobby, circondata da amici umani e non, il cui affetto è ricompensato con gite avventurose e pantagrueliche merende, l’ultima delle quali assume connotati tragicomici a causa delle prodezze di Alecko, della Vecchia Tònfete e di Dodo che, in una sorta di nemesi, mettono a soqquadro tavole imbandite e stanze da bagno. Fino al mesto ritorno nella madrepatria su di un treno sferragliante e la tribù animale al completo, allo scoppio della seconda guerra mondiale: fine di un’epoca, fine di un sogno.

 


(Adriana de Nichilo)

 

 

 

 

Gerald Durrell, La mia famiglia e altri animali, Adelphi, 1990 [ * ]

 

STRUZZO
post pubblicato in Diario, il 25 luglio 2013

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LEGGERE CELINE PENSANDO A BUCK
post pubblicato in Celine, Louis-Ferdinand, il 15 giugno 2013



si era distesa in direzione del ricordo
il muso rivolto al nord da cui veniva
fedele ai suoi boschi alle giovani fughe

allungata dolcemente sui sassi, è morta
oh molto discretamente senza lamenti
una postura assai bella, slanciata, in fuga
però su di un fianco, stremata. Ne ho viste
di agonie ma nessuna così bella, discreta
fedele

(quel che danneggia l’agonia degli uomini
è il palcoscenico



I versi mi sono derivati dalla lettura di un brano dell’opera di Celine Da un castello all’altro e sottolineano, a partire dalla sensibilità e dall’arte di un osservatore privilegiato, la semplicità, la naturalezza, l’autenticità presenti nell’agire animale anche nei momenti più difficili.
Chiunque abbia avuto la fortuna di avere un rapporto vero, direi paritario, con un animale domestico o selvatico sa quanto gli umani abbiano da imparare in questo senso da loro. Noi così condizionati dall’immagine, dalla vetrina, oggi ancora più che per il passato…
La vitalità, la trasparenza delle reazioni di un animale, pur domestico, non di rado aiuta chi vi si relaziona con qualche purezza di cuore a capire qualcosa in più anche di sé. E lo riconcilia con la parte più profonda del suo essere vivente, in una sorta di "etica animale" che accomuna uomini e animali delle più varie specie, ognuno a suo modo in relazione con gli altri.
Eppure gli umani molto spesso non ripagano gli animali della stessa moneta. Ovvero la moneta con cui hanno saputo pagare finora ha un valore che per la natura è spesso un disvalore.
Non sono riuscita a leggere un libro di Tiziano Terzani che mi è stato regalato perché, aprendolo come sempre in un punto qualsiasi per un assaggio, son capitata sulla descrizione di un pranzo in un ristorante orientale: al centro della sala da pranzo è posizionata una gabbia che racchiude gli animali a disposizione dei commensali (anche nei nostri ristoranti talora si possono scegliere, tanto per fare un esempio, i pesci dentro un acquario), uno sceglie di farsi cucinare i palmi delle mani di una scimmia, mangia la sua gustosa bistecca, la scimmia continua ad essere lì nella gabbia e urla tutte le volte che qualcuno si avvicina…In larghe zone del mondo abitato dagli umani anche i cani sono inclusi nel menù.
Sì, uno dei nodi culturali che sento in modo maggiormente critico è quello del cibo animale, del cibo cioè che per essere mangiato richiede morte o sofferenza di animali. E un allevamento industriale dimostra oggi come l'impulso economicista alla base del capitalismo porti nel tempo ad erodere le basi morali della società. Becchi mozzati, code strappate, impianti in cui si macellano 400 vitelli all’ora...Le condizioni imposte dagli allevamenti industriali vanno messe in discussione, in nome di quell' etica "naturale" che per millenni ha orientato la vita dei giusti sulla terra. A partire dalla convinzione che il discrimine tra umano e inumano sia la sensibilità verso chi è inerme e "senza voce".
Quasi nessuna voce hanno ancora anche nel nostro mondo culturale gli animali da lavoro che invecchiano. Perché meravigliarsene in un mondo nel quale non si riescono a tutelare nemmeno gli uomini e le donne che invecchiano dopo una vita di lavoro?
Infatti non ci meravigliammo quando lo trovammo nel bosco, con il collare a strangolo, denutrito da far paura, con due zampe fratturate e gli occhi di una tristezza senza speranza, il segugio di pelo riccio. E' invecchiato con noi. E' un bel cane zoppo che talvolta sembra sorrida.
Non so se sia per questo, più probabilmente qualcosa nel linguaggio usato mi ha toccato, ma non mi è riuscito di leggere e passar oltre. Dunque leggete per favore anche voi quel che scrivono Isabella e Mizzy di Buck (quì), ribattezzato sir Duke (anche solo per apprezzarne l'appassionata partecipazione). Perché, se per i grandi problemi quel che ognuno di noi può fare non è molto, la soluzione di qualche situazione problematica individuale potrebbe essere alla nostra portata.




 
1) Louis-Ferdinand Céline è lo pseudonimo (Céline era il nome della nonna materna) dello scrittore francese Louis Ferdinand August Destouches, conosciuto soprattutto per l'opera Viaggio al termine della notte.
2) E' quanto ho dedotto dalla lettura di Il dilemma dell'onnivoro di Michael Pollan, il quale offre una terza possibilità al dilemma che invita a rifiutare la carne o a far finta di non vedere il macello: che le mura dell’industria della carne diventino trasparenti, in modo reale (grandi pannelli di vetro a contenere i macelli) e anche metaforico. La sfida per chi voglia mangiar carne sarebbe allora esser capaci di di uccidere in modo più veloce e meno doloroso di quanto potrebbe avvenire in natura.
3) Lo fa in modo molto efficace Jonathan Safran Foer in Se niente importa perché mangiamo gli animali?, Parma, Guanda 2010

 
(Marcella Corsi)
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vedi quì


   


 
Louis-Ferdinand Celine, Da un castello all'altro, Einaudi, 2008 [ * ]
CANI NELLA NOTTE
post pubblicato in Diario, il 14 giugno 2013
 

Renato Guttuso, Cani nella notte, 1973

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RELAZIONE PER UN'ACCADEMIA
post pubblicato in Kafka, Franz, il 12 luglio 2012

 

Eccellenti signori dell’accademia!
Voi mi fate l’onore di chiedermi per la vostra accademia una relazione sulla mia precedente vita di scimmia.
In questo senso purtroppo non posso adempiere all’invito. Quasi cinque anni mi dividono dalla condizione di scimmia, un tempo forse breve se misurato sul calendario, ma infinitamente lungo da attraversare al galoppo come ho fatto io, a tratti accompagnato da uomini eccellenti, da consigli, consensi e musica d’orchestra, eppure fondamentalmente solo, perché tutto l’accompagnamento si manteneva, per rimanere nell’immagine, lontano dalla barriera. Questo risultato sarebbe stato impossibile se mi fossi ostinato a voler rimanere attaccato alla mia origine e ai miei ricordi di gioventù. Una piena rinuncia a ogni ostinazione è stato il primo comandamento che mi sono imposto; io, che ero una scimmia libera, mi sono adattata a questo giogo. A loro volta, però, i ricordi in questo modo mi si rifiutavano sempre di più. Se in un primo momento il ritorno, quando fosse stato consentito dagli uomini, mi era aperto attraverso un portale alto quanto il cielo sulla terra, in seguito, parallelamente alla mia evoluzione che proseguiva a colpi di frusta, esso divenne sempre più basso e più stretto; nel mondo degli uomini mi sentivo sempre più a mio agio, sempre più compreso; la tempesta che soffiava dal mio passato si calmò; oggi è solo una corrente d’aria che mi rinfresca i calcagni; e quel buco lontano da cui questa corrente viene e attraverso il quale sono passato un tempo è diventato così piccolo che, anche se avessi forza e volontà sufficienti per correre a ritroso fin laggiù, dovrei scorticarmi tutta la pelliccia per passarci attraverso. Parlando chiaramente, benché io preferisca usare delle immagini per simili discorsi, tuttavia parlando chiaramente: la vostra natura di scimmia, signori, per quanto possiate averne una dietro di voi, non può esservi più lontana di quanto la mia lo è da me stesso. Tuttavia, un prurito al calcagno lo sente chiunque cammini sulla terra: il piccolo scimpanzé come il grande Achille.
Nel senso più limitato tuttavia posso rispondere alla vostra domanda, e lo faccio persino con gioia. La prima cosa che ho imparato è stata la stretta di mano; una stretta di mano dimostra franchezza; ora che sono al vertice della mia carriera, possa anche una parola franca raggiungere quella prima stretta di mano. Una tale parola non aggiungerà novità essenziali per l’Accademia, e rimarrà molto al di sotto di ciò che mi si richiedeva, ma deve mostrare quale sia la linea di sviluppo di chi, un tempo scimmia, è riuscito a entrare e a stabilirsi saldamente nella comunità umana. Non potrei tuttavia dire io stesso quel poco che seguirà se non fossi pienamente sicuro di me stesso e se la mia posizione su tutti i palcoscenici di varietà del mondo civilizzato non fosse ormai incrollabile.
Sono nato nella Costa d’Oro. Di questo sono stato informato da estranei dopo la mia cattura. Una spedizione di caccia della ditta Hagenbeck – con la sua guida fra l’altro ho poi vuotato diverse bottiglie di buon vino rosso – si era appostata nei cespugli sulla riva, quando la sera insieme al branco mi avvicinai di corsa per bere. Spararono; io fui l’unico a essere colpito; mi raggiunsero due colpi.
Uno nella guancia; questo era lieve; mi lasciò però una grossa cicatrice rossa spelacchiata, che mi è valsa il nome di Rotpeter, un nome che odio, del tutto inappropriato, che sembra proprio inventato da una scimmia, come se solo questa macchia rossa sulla guancia mi distinguesse da quella scimmia addomesticata che chiamano Peter, crepata di recente, famosa soltanto qua e là. Ma questo, sia detto di sfuggita.
Il secondo colpo mi raggiunse sotto l’anca. Questo era grave, è colpa sua se ancor oggi zoppico un poco. Ultimamente, nel lavoro di uno dei diecimila fanfaroni che straparlano di me sui giornali, ho letto che la mia natura di scimmia non sarebbe ancora del tutto soppressa, e lo dimostrerebbe il fatto che provo piacere a togliermi i pantaloni davanti ai visitatori per mostrare il foro d’entrata di quel colpo. A questo bel tomo bisognerebbe far saltare ogni singolo ditino della mano con cui scrive. Io, io posso togliermi i pantaloni davanti a chi mi pare; là sotto non troveranno altro che una pelliccia ben curata e una cicatrice dovuta a un – scegliamo qui per uno scopo definito una parola definita, che però non vuol essere equivocata – la cicatrice dovuta a un colpo scellerato. Tutto è alla luce del sole; non c’è niente da nascondere; quando un uomo di alti principi si avvicina alla verità mette da parte i modi raffinati. Se invece fosse quel giornalista a calare i pantaloni davanti ai visitatori, la cosa avrebbe un aspetto diverso e ammetterò che sarebbe ragionevole se non lo facesse. Ma allora che non rompa le scatole a me con le sue delicatezze!
Dopo quei colpi mi risvegliai – e qui cominciano pian piano i miei ricordi personali – in una gabbia, sul ponte mediano del vaporetto Hagenbeck. Non era una gabbia a quattro pareti; piuttosto si trattava di solo tre pareti saldamente appoggiate a un baule; il baule formava così la quarta parete. Il tutto era troppo basso per stare in piedi e troppo stretto per stare seduti. Perciò mi accoccolai sulle ginocchia piegate e un po’ tremanti e, poiché probabilmente in un primo tempo non volevo vedere nessuno ma preferire rimanermene al buio, mi voltai verso il baule, mentre dietro di me le sbarre della gabbia mi entravano nella carne. Custodire nei primi tempi in questo modo gli animali selvatici è considerato vantaggioso, e dopo la mia esperienza non posso negare che, in un senso umano, è proprio così.
Ma allora non ci pensavo. Per la prima volta nella mia vita non avevo vie d’uscita; per lo meno non ne avevo davanti a me; davanti a me c’era il baule, un’asse stretta contro l’altra. Fra le assi c’era sì un’apertura che le attraversava, e quando la scoprii la prima volta la salutai con l’urlo felice di chi non comprende, ma questa apertura era di gran lunga insufficiente anche per infilarci la coda, e tutta la forza di una scimmia non era sufficiente ad allargarla.
Come poi mi hanno detto, ero insolitamente poco rumoroso, e da questo se ne concluse che o sarei crepato presto oppure, se superavo il primo periodo critico, sarei stato molto adatto a essere addomesticato. Superai questo periodo. Un sordo singhiozzo, un doloroso spulciarsi, lo stanco leccare una noce di cocco, battere con la testa la parete del baule, mostrare la lingua all’avvicinarsi di qualcuno – ecco le prime occupazioni della mia nuova vita. Ma in tutto ciò un solo sentimento: nessuna via d’uscita. Naturalmente ciò che allora sentivo come scimmia posso descriverlo oggi solo con parole umane e perciò manco il bersaglio, ma anche se non posso più raggiungere l’antica verità di scimmia questa è per lo meno sulla linea della mia descrizione, su questo non ho dubbi.
Fino ad allora avevo avuto tante via d’uscita, e ora neppure una. Ero saldamente in trappola. Se mi avessero inchiodato, la mia libertà di movimento non sarebbe stata minore. E questo perché? Puoi anche grattarti la pelle fra le dita dei piedi, ma non troverai il perché. Non avevo vie d’uscita, dovevo però procurarmele, altrimenti non avrei potuto vivere. Sempre attaccato a questa parete di baule – sarei senza dubbio crepato. Ma da Hagenbeck le scimmie devono stare contro la parete del baule – e così smisi di essere una scimmia. Una linea di pensiero chiara e bella, che devo avere in qualche modo covato in pancia, dato che le scimmie pensano con la pancia.
Temo di non essere capito quando parlo di via d’uscita. Uso questo termine nel suo senso più completo e abituale. E’ con intenzione che non dico libertà. Non alludo a questo grande sentimento della libertà in tutte le direzioni. Come scimmia forse la conoscevo, e ho incontrato uomini che ambiscono ad essa. Ma per quanto mi riguarda, non desideravo la libertà allora come non la desidero oggi. Fra parentesi: parlando di libertà gli uomini si ingannano un po’ troppo spesso. E come la libertà va annoverata fra i sentimenti più sublimi, così anche il corrispondente inganno è dei più sublimi. Spesso nei varietà, prima del mio numero, ho visto qualche coppia di artisti darsi da fare lassù sotto il tendone sul trapezio. Si lanciavano, si altalenavano, saltavano, si libravano abbracciati, uno teneva l’altro per i capelli con i denti. “Anche questa è libertà umana”, pensavo, “un movimento padrone di sé.” O derisione della sacra natura! Non c’è costruzione che resterebbe in piedi per le risate delle scimmie di fronte a un tale spettacolo.
No, non era la libertà che volevo. Solo una via d’uscita; a destra, a sinistra, era lo stesso; non avevo altre pretese; la via d’uscita poteva anche essere un inganno; la pretesa era piccola, l’inganno non poteva essere più grande. Avanti, avanti! Pur di non restare fermo a braccia sollevate, schiacciato contro la parete di un baule.
Oggi vedo con chiarezza; senza la più grande tranquillità interiore non avrei mai potuto venirne fuori. E in effetti forse devo tutto ciò che sono diventato alla tranquillità che mi invase, là nella nave, dopo i primi giorni. Ma la tranquillità a sua volta la devo all’equipaggio della nave.
Sono brave persone, nonostante tutto. Ancora oggi ricordo volentieri il suono dei loro passi pesanti, che risuonavano allora nel mio dormiveglia. Avevano l’abitudine di prendere tutto con estrema lentezza. Se qualcuno voleva stropicciarsi gli occhi, alzava la mano come sollevando un peso. I loro scherzi erano grossolani, ma cordiali. Le loro risate erano sempre miste a una tosse che suonava pericolosa, e invece era insignificante. Avevano sempre in bocca qualcosa da sputare, e dove sputassero era per loro indifferente. Si lamentavano sempre di trovarsi addosso le mie pulci; ma non ce l’avevano mai seriamente con me; sapevano bene che nella mia pelliccia le pulci prosperavano e anche che le pulci sono buone saltatrici; e perciò si mettevano l’animo in pace. Quando non erano in servizio, a volte alcuni di loro si sedevano in semicerchio intorno a me; parlavano appena, ma si limitavano a tubare l’uno in direzione dell’altro; fumavano, sdraiati sul baule, la pipa; si davano botte sulle ginocchia appena facevo il più piccolo movimento; e ogni tanto uno prendeva un bastone e mi grattava là dove preferivo. Se oggi mi invitassero a fare un viaggio su una tale nave certo declinerei l’invito, ma è altrettanto certo che quando penso a quel ponte mediano non ho soltanto brutti ricordi.
La tranquillità che mi ero guadagnata fra questa gente mi trattenne innanzitutto da ogni tentativo di fuga. Ripensandoci oggi mi sembra che avevo almeno il presentimento che avrei dovuto prima o poi trovare una via d’uscita, se volevo vivere, ma che tale via d’uscita non si raggiungeva con la fuga. Non so più se una fuga era possibile, anche se credo di sì; a una scimmia la fuga dovrebbe sempre essere possibile. Con i miei denti di oggi devo stare attento anche quando rompo una semplice noce, ma allora con il tempo mi sarebbe certo riuscito di rompere a morsi la chiusura della gabbia. Non lo feci. Che cosa ci avrei guadagnato? Appena messa fuori la testa mi avrebbero subito ripreso e rinchiuso in una gabbia ancor peggiore; oppure senza rendermene conto sarei fuggito fra altri animali, magari in mezzo ai boa, e sarei soffocato nel loro abbraccio; o magari mi sarebbe riuscito di raggiungere il ponte e saltare fuori, così mi sarei dondolato per un poco sull’oceano e poi sarei affogato. Gesti disperati. Non calcolavo come un uomo, ma sotto l’influsso di chi mi circondava mi comportavo come se avessi calcolato.
Non calcolavo, ma osservavo in tutta tranquillità. Guardavo questi uomini andare su e giù, sempre le stesse facce, gli stessi movimenti, a volte mi sembrava che fosse sempre lo stesso uomo. Quest’uomo o questi uomini camminavano dunque indisturbati. Intravidi, come per ispirazione, un superiore obiettivo. Nessuno mi prometteva che la gabbia sarebbe stata aperta se fossi diventato come loro. Non si fanno simili promesse per imprese apparentemente irrealizzabili. Ma se le imprese vengono portate a termine, allora in seguito anche le promesse compaiono proprio là dove prima le si era cercate invano. Ora, in questi uomini di per sé non c’era nulla che mi attirasse molto. Se fossi un adepto di quella libertà di cui parlavo prima, avrei certo preferito l’oceano alla via d’uscita che mi si mostrava nel torbido sguardo di costoro. In ogni caso però io li osservavo già da molto tempo prima di pensare a queste cose, furono anzi solo le osservazioni accumulate a spingermi in quella definita direzione.
Era così facile imitare la gente. A sputare, imparai fin dai primi giorni. Ci sputavamo in faccia a vicenda; l’unica differenza era che dopo io mi leccavo la faccia per pulirla, loro no. Presto fumavo la pipa come un vecchio; se premevo il suo fornello con il pollice, tutto il ponte ne rideva; solo la differenza fra una pipa vuota e una carica mi rimase a lungo oscura.
La fatica maggiore me la procurò la bottiglia di grappa. L’odore mi ripugnava; mi costrinsi con tutte le forze; ma ci vollero settimane perché riuscissi a vincermi. Queste lotte interiori, sorprendentemente, furono dall’equipaggio prese sul serio più di ogni altra cosa. Ora non riesco più, nemmeno nel ricordo, a distinguere le persone, ma uno di loro tornava sempre, solo o in compagnia, di giorno o di notte, alle ore più diverse; mi si metteva davanti con la bottiglia e mi dava lezioni. Non mi capiva, voleva sciogliere l’enigma del mio essere. Stappava la bottiglia lentamente e mi guardava, come per vedere se avevo capito; confesso che lo osservavo sempre con un’attenzione selvatica e precipitosa; nessun insegnante umano troverebbe in tutto il mondo un allievo umano altrettanto diligente; stappata la bottiglia, la portava alla bocca; io lo seguivo con lo sguardo fino alla gola; contento di me, mi fa un cenno e porta la bottiglia alle labbra; io, affascinato dalla progressiva conoscenza, stridendo mi gratto per lungo e per largo dove capita; lui se ne rallegra, alza la bottiglia e beve un sorso; io, impaziente e disperato per la voglia di imitarlo, mi imbratto nella mia gabbia, cosa che di nuovo lo riempie di soddisfazione; ora allontana ampiamente da sé la bottiglia e di slancio la riavvicina, e, piegato esageratamente indietro per insegnarmi, la vuota in un sorso. Io, stanco per l’eccessivo desiderio, non posso più seguirlo e pendo debolmente dalle sbarre, mentre lui conclude la sua lezione di teoria grattandosi la pancia con un ghigno.
Solo ora comincia l’esercizio pratico. Non sono già esaurito dalla teoria? Sì, del tutto esaurito. Ciò fa parte del mio destino. Ciononostante, afferro meglio che posso la bottiglia che mi viene tesa; tremando la stappo; con questo successo ecco che pian piano acquisisco nuove forze; alzo la bottiglia, e in questo gesto sono ormai quasi indistinguibile dal mio modello; la porto alla bocca e – e la scaglio lontano con orrore, con orrore, benché sia vuota e piena solo dell’odore, la scaglio con orrore per terra. Questo è uno sconforto per il mio insegnante, e ancor maggiore per me; e non posso riconciliare né lui né me per il fatto che, gettata via la bottiglia, non dimentico di grattarmi la pancia e ghignare.
Fin troppe volte la lezione andava così. E, sia detto a onore del mio insegnante: non era cattivo con me; certo, ogni tanto mi appoggiava la pipa accesa sulla pelliccia, finché questa, dove arrivavo con difficoltà, cominciava a bruciare, ma allora lui stesso me la spegneva con la sua gigantesca mano piena di bontà; non era cattivo con me, capiva che entrambi lottavamo dalla stessa parte contro la natura di scimmia, e che a me toccava il compito più difficile.
Che vittoria fu allora per lui come per me, quando una sera, davanti a un grande pubblico – forse era una festa, un grammofono suonava, un ufficiale passeggiava fra la gente – quando in quella sera, a tutti inosservato, afferrai una bottiglia di grappa dimenticata per caso davanti alla mia gabbia, la stappai secondo i dettami della scuola sotto l’attenzione crescente degli astanti, la portai alla bocca e senza esitare, senza storcer la bocca, come un esperto bevitore, con gli occhi sbarrati, la gola traboccante, la vuotai letteralmente fino all’ultimo goccio; scagliai lontano la bottiglia non più con disperazione, ma da vero artista; certo, dimenticai di grattarmi la pancia; in compenso però, forse perché non potevo più trattenermi o perché i miei sensi erano preda dell’ebbrezza, esclamai un “Ehilà!” con timbro umano, con questo grido saltai nella comunità degli umani e percepii la loro eco: “Sentite, sta parlando!” come un bacio su tutto il mio corpo gocciolante di sudore.
Ripeto: non mi attirava imitare gli uomini; li imitavo solo perché cercavo una via d’uscita, nient’altro. Inoltre, con quella vittoria ancora avevo ottenuto poco. La voce mi sparì di nuovo subito dopo; solo dopo mesi riuscii a ritrovarla; la ripugnanza contro la bottiglia di grappa si ripresentò moltiplicata. Ma la strada era tracciata davanti a me una volta per sempre.
Quando fui consegnata ad Amburgo al primo domatore, compresi subito l’alternativa che mi si poneva: zoo o varietà. Non ebbi esitazioni. Mi dissi: cerca con tutte le tue forze di arrivare al varietà; questa è la via d’uscita; lo zoo è soltanto una nuova gabbia; se ci entri sei perduto.
E così, signori, ho imparato. Ah, si impara bene quando si è obbligati; si impara, quando si vuol trovare una via d’uscita; si impara senza riguardi per nessuno. Ci si sorveglia da soli con la frusta; e alla minima resistenza ci si strazia le carni. Come sparata fuori, la natura di scimmia uscì da me e sparì, tanto che il mio primo istruttore finì per diventare lui stesso simile a una scimmia, e presto dovette abbandonare la mia istruzione e ricoverarsi in clinica. Fortunatamente presto ne uscì.
Ma io dovevo logorare molti istruttori, spesso diversi istruttori allo stesso tempo. Quando fui più sicuro delle mie capacità, quando il pubblico cominciò a seguire i miei progressi e il futuro a farsi più luminoso, io stesso mi prendevo degli istruttori, li mettevo in cinque stanze consecutive e imparavo da tutti contemporaneamente saltando senza posa da una stanza all’altra.
Quali progressi! Come penetravano i raggi della scienza da ogni parte nel cervello che si risvegliava! Non lo nego: ciò mi rendeva felice. Ma confesso anche che allora come ora non sopravvalutavo tutto ciò. Con uno sforzo quale finora non si è ripresentato sulla terra, ho raggiunto il grado di istruzione medio di un europeo. Questo in sé sarebbe un nulla, ma è pur sempre qualcosa dato che mi ha liberato dalla gabbia e mi ha offerto questa particolare via d’uscita, questa via d’uscita umana. Nella vostra lingua esiste la bellissima espressione: “imboscarsi”; è proprio quello che ho fatto io, mi sono imboscato. Non c’erano altre vie, se si premette che non si poteva scegliere la libertà.
Se ora riconsidero la mia evoluzione e ciò che ho ottenuto finora, non posso lamentarmi né dichiararmi soddisfatto. Con le mani nei pantaloni, la bottiglia di vino sul tavolo, un po’ sto sdraiato, un po’ mi metto nella sedia a dondolo e guardo dalla finestra. Se viene una visita la ricevo come si conviene. Il mio impresario sta nell’anticamera; se suono, viene e ascolta cosa ho da dire. La sera c’è quasi sempre lo spettacolo, e ormai non potrei avere più successo di così. Se torno tardi dai banchetti, dalle società scientifiche o da una piacevole compagnia, mi aspetta a casa una piccola scimpanzé semiaddomesticata, e presso di lei me la spasso alla maniera delle scimmie. Di giorno però non la voglio vedere; ha negli occhi la follia dell’animale addestrato e confuso; solo io lo vedo e non riesco a sopportarlo.
Nel complesso, ad ogni modo, ho raggiunto quel che volevo raggiungere. Non si dica che non ne valeva la pena. Del resto non mi interessano i giudizi umani, io voglio solo diffondere la conoscenza, fare relazioni, e anche questa che ho presentato davanti a voi, eccellenti signori dell’Accademia, era soltanto una relazione.

 

 
Franz Kafka, Relazione per un'accademia [ * ]
ANIMALI
post pubblicato in Robustelli, Anna Maria, il 10 giugno 2012

                                              

Ancora noi e gli animali, noi umani così poco umani, noi che ci riteniamo superiori perchè pensiamo, parliamo e soffriamo. Ma soffrono anche gli animali. Di questo ci parla Tiziana Colusso in Agonia all'ora dell'aperitivo, in cui un piccione malridotto ma vivo viene sbrigativamente buttato in un sacchetto di spazzatura dai padroni di un caffè, preoccupati di rovinare la scena ai propri avventori. Chi parla si accorge della sofferenza del piccolo volatile perchè lei stessa è in quel momento portatrice di sofferenza e alla fine confessa che il suo stomaco è un sacco nero e chiuso, in fondo come quello in cui "il piccione che non è ancora nel regno degli oggetti" è stato scaraventato. Il tutto avviene nella "sorniona eterna indifferenza della città cristiana".

Di un'altra agonia, la vita infinitesimale dei tarli nel legno avvelenato dal petrolio, è testimone una poesia di Silvana Baroni (sarebbe ricomiciato, un incubo in Perdersi per mano, con postfazione di Ubaldo Giacomucci, Tracce, Pescara, 2012), capace di riverberare con lo scintillio di un linguaggio dovizioso "l'invisibile mattanza". Anche quì l'uomo è "felice" e festeggia "il ritrovato silenzio" e il mondo è sempre al servizio della sua tranquillità di signore dell'universo. La profusione di parole nel descrivere la vita dei tarli amplifica la tragedia di questi minuscoli animali e ce la rende tangibile.

Piera Mattei scopre con un sacro sentimento di stupore "nidi scontrosi di passeri" (s'annidano), antichi vasi che contengono "acqua benedetta" bevuta da una colomba e una pianta che fa capolino "dall' umide pietre". La scelta dei vocaboli antica / scontrosa / brivido / benedetta / d'oro veicola una meraviglia che è sentimento religioso di fronte a queste esitanti e intense forme di vita da rispettare che illuminano il cortile "dell'antica madrasa". In un'altra poesia Insetti (entrambe contenute in L'equazione e la nuvola, Manni, San Cesario in Lecce, 2009), mentre è in volo con la figlia, la poetessa sente di avere somiglianze con vari ordini di animali: come gli insetti loro due volano intorno a una realtà / umida [...] che ci costringe / a nutrirci là / dove posiamo / e riposiamo. Con i mammiferi condividono altre comunanze e degli insetti hanno la propensione verso l'alto.

Nel racconto Il gibbone (Melanconia animale, Manni, San Cesario in Lecce, 2008), tuttavia, Piera Mattei sfodera una cifra surreale capace di ribaltare il tradizionale rapporto di superiorità nei confronti della natura dell'uomo occidentale: "Devo ammetterlo. La cosa che più mi piace a questo mondo è considerata da molti superlativamente indecente. A me piace rimanere indisturbata a guardare". Il narratore confessa il piacere che prova nel guardare gli altri sfrontatamente. Nelle spiegazioni - quasi scuse - che fornisce, si riverberano echi della narrativa russa dei primissimi del Novecento, che so del Cechov di Fa male il tabacco. Per soddisfare questo piacere il narratore va ad osservare un gibbone allo zoo, poichè gli umani non sopportano la qualità perentoria di quello sguardo. Lì, seduto su una panchina di pietra, si diverte a guardare le evoluzioni di questo animale e con un registratore su cui ha precedentemenete registrato la voce dell'animale stesso lo provoca. Credendo di rispondere ad un altro gibbone questi replica con altre urla possenti ed evoluzioni acrobatiche. L'osservatore gode di fronte a tutto questo e non si sazia di quello spettacolo, ma improvvisamente accade qualcosa che lo spiazza: "Vorrei un'ulteriore evoluzione. Ma lui si è fermato e mi fissa a sua volta. Pretenderebbe, ne sono certa, gli dimostrassi a parole il mio entusiasmo. però non si incupisce se, come mi piace, rimango in silenzio. Lo guardo e mi guarda".  

 


(Anna Maria Robustelli)

IL GIBBONE
post pubblicato in Mattei, Piera, il 10 giugno 2012

Devo ammetterlo. La cosa che più mi piace a questo mondo è considerata da molti superlativamente indecente.
A me piace rimanere indisturbata a guardare. Non esattamente una natura immobile. Al contrario individui viventi nella manifestazione della loro vitalità. Mi piace poggiare lo sguardo a lungo, senza intenzioni. Mi piace che mentre osservo l'oggetto non sia in grado di sottrarsi alla mia vista.
Ripeto che il mio guardare è vuoto di qualsiasi intenzionalità e incapace di profonda penetrazione. Mi fermo alla pelle, al puro involucro sensoriale, perchè le interpretazioni acute non mi tentano e persino mi disturbano. 
Eppure, nonostante questa liquida superficialità, - sarà forse la durata che quello sguardo pretende - non c'è essere umano che sia in grado di tollerarlo. La gente sembra credere - tutti senza distinzione alcuna - che uno sguardo prolungato, anche se non intenso, porti via la bellezza, ottunda l'intelligenza, strappi brandelli d'anima e di vita.
Sono priva di difese di fronte a un simile sospetto, che mi offende al punto da fare allontanare i miei sguardi dalla specie degli uomini. I miei sguardi si ritraggono umidi, come le piccole corna di una lenta lumaca.
Per sopravvivere, visto che il soddisfacimento di questo piacere mi è vitale, mi sono messa alla ricerca di individui - umani esclusi - che facciano al mio caso.
Si incontrano tempi e luoghi adatti a ogni libertà ed ogni gusto finisce per trovare la sua corrispondenza. Finalmente anch'io ho trovato.
Da quando ho fatto la mia scoperta - se soltanto potessi permettermelo, se non avessi pesanti impegni da rispettare ogni giorno - quotidianamente mi dedicherei al mio piacere che invece sono costretta a circoscrivere a particolari giornate quando, pagato il modico prezzo di un biglietto d'entrata e superata la corta barriera d'ingresso, m'introduco nello zoo. Quello spazio, nato per istituzionalizzare lo sguardo su individui viventi, legittima la ricerca di quel piacere altrimenti impossibile e insieme mi scioglie dai lacci di giudizi e congetture, che solo gli umani impongono.
Oggi, come sempre nelle giornate che scelgo, lo zoo è verosimilmente tutto per me. Pochi guardiani in tuta verde sfamano gli enormi orsi polari con misere pere Williams (mi chiedo quante ce ne vorranno) e i leoni con quarti di animali in precedenza macellati, sottraendo in tal modo ai felini il sapore di preda che maggiormente apprezzerebbero.
Osservo e vado oltre perchè non è certo per loro che vengo allo zoo. E' per il mio gibbone. In questa mattina d'inverno tiepida e asciutta - lo so - lui sarà disposto a farsi guardare. Io starò senza distogliere la vista, a lungo quanto voglio e senza pentirmi, senza arrossire.
La sua gabbia si trova un po' separata dalle altre, presso recinti stracolmi di pollame dal piumaggio rossiccio. Vicino al gibbone non c'è altro. Gli altri primati si trovano presso l'ingresso principale, nello spazio delle grandi attrazioni. E' per questo che,  con grande soddisfazione del mio esclusorio desiderio, anche questa mattina gli scarsi visitatori dello zoo dimenticheranno il gibbone.
Eccolo! Somiglia ad un piccolo uomo agilissimo. Non ha un filo di grasso, non una piega sgraziata della pelle. Il tipo che piace a me, a differenza di altri gibboni, non ha sulla testa quel ciuffo di colore differenziato che viene chiamato cappuccio. Il mio gibbone ha un'apparenza nuda e casta, come i veri atleti.
Di fronte alla gabbia, a giusta distanza, è collocata una panchina di pietra. Mi siedo lì, proprio davanti al trapezio che scorgo tra alberi alti e arbusti verdeggianti, da dove il gibbone che mi ha subito notata, mi rivolge due o tre silenziosi volteggi. Resta quindi accovacciato sul trapezio, le lunghe braccia avvolte alle corde laterali.
Nel vederlo così pronto a compiacermi decido di utilizzare l'ingenuo tranello di una piccolissima provocazione. Ho già pronto nella borsa un nastro dove - l'ultima volta che sono venuta a trovarlo - ho inciso la sua voce. Con discrezione, restando quasi immobile, a occhi semichiusi, accendo il registratore.
Lo provoco così con brevi urli cadenzati che sono i suoi stessi urli. Ma poichè provengono da me, lui è convinto che quella voce sia la mia. E quella voce, la voce mia-sua, lo esalta. E mi risponde, mi risponde!
La voce del gibbone somiglia a un canto. Affannoso in principio come un rullio acceleratissimo cresce di ritmo e di forza fino a frantumarsi in un gorgheggio vittorioso.
E' un richiamo potente. Ogni volta mi fa venire la pelle d'oca e mi stringe un nodo alla gola, oggi più che mai per quel sospetto di risposta, di corrispondenza che così leggermente ho provocato. L'urlo però non è tutto. se insieme io non tenessi gli occhi aperti su di lui che si muove, l'urlo non produrrebbe su di me il pervadente piacere che provoca. Come l'urlo esce pulito e netto, senza fatica, così il corpo del gibbone si lancia in evoluzioni acrobatiche in cui la mancanza di sforzo e di artificio mi incanta. I suoi salti al trapezio terminano in un gesto orgoglioso, il braccio destro alto sulla corda, il sinistro sul fianco.
Vorrei un'ulteriore evoluzione. Ma lui s'è fermato e mi fissa a sua volta. Pretenderebbe, ne sono certa, gli dimostrassi a parole il mio entusiasmo. Però non s'incupisce se, come mi piace, rimango in silenzio.
Lo guardo e mi guarda.



(Piera Mattei)






Il gibbone in Piera Mattei, Malinconia animale, Manni, 2008 [ * ] [ * ]
 
INSETTI
post pubblicato in Mattei, Piera, il 8 giugno 2012

                                                                                                     Alitalia volo AZ 702
                                                                                                     14 miglia lontana la Terra

D'evidenza mi colpisce che tu
- figlia mia - e io
siamo insetti che succhiando
nettare voliamo intorno a una realtà
umida - fiore verde dal cuore
succolento - che ci costringe
a nutrirci là
dove posiamo
e riposiamo.

Lo so - lo sai, siamo tuttavia
mammiferi, nel cuore affetto
di cane, eleganza di capra
disegnata sulla pelle, animali che non 
amano, detestano volare.
Appoggiamo, anche con levità ditigrada
le zampe fiduciose alla terra.

Ti guardo nel profilo disegnato
da sopracciglia serie e lo vedo
che siamo che sei uccello
sul ramo più alto a chiamare,
la testa e il collo protesi.



(Piera Mattei)





Insetti in Piera Mattei, L'equazione e la nuvola, Manni, 2009 [ * ]

S'ANNIDANO
post pubblicato in Mattei, Piera, il 8 giugno 2012
 

nel cortile dell'antica madrasa
dentro forme porose di tufo
fotografavo nidi scontrosi di passeri

antichi vasi in colmi secchi
con un brivido appena
ricevevano il battesimo
di assenti archeologi

beveva una colomba dell'acqua
benedetta che via ne ruscellava

con due fiori d'oro spuntava
dall'umide pietre una pianta.



(Piera Mattei)






s'annidano in Piera Mattei, L'equazione e la nuvola, Manni, 2009 [ * ] 







vedi quì e quì







 
SAREBBE RICOMINCIATO, UN INCUBO
post pubblicato in Baroni, Silvana, il 8 giugno 2012

 

sarebbe ricominciato, un incubo
tutto quel cigolio del legno a lungo dietro
la pendola, tutto quel picchiettare d'antennine
quel fornicare ossuto trapanante, quel ritmo
da becco infisso, fesso, affranto, seppellito
nell'antro retro delle orecchie

nella busta della stanza l'invisibile mattanza
carezzava con zampette a spremitura, a usura
unghiate dai pori del tavolo salivano fino al tetto
ghermivano le travi, scendevano in sfrigolii
giù sui pomi d'ebano del letto, recalcitravano
in crampi, arabescavano cornici, trafiggevano
schienali traforando zampe di sedie e divani

poi il culmine toccò l'abisso, e lì a terra
nella stagnola in guazza nera di petrolio
ecco in galleggio il tarlo, o meglio a dire 
quel che restava della minima bestiola

felice l'uomo festeggiò il ritrovato silenzio
con acute note di festa ipotizzando con tecnica
di scienza di brevettarne l'uso di quel corpo
in poltiglia, farne un riciclo del legname
per qualche municipio d'Africa che ha fame



(Silvana Baroni)










sarebbe ricominciato, un incubo, in Silvana Baroni, Perdersi per mano, Tracce, 2012 [ * ]






vedi quì

AGONIA ALL'ORA DELL'APERITIVO
post pubblicato in Colusso, Tiziana, il 7 giugno 2012

 

Bollicine all'ora dell'aperitivo tra il sole-ombra di una mattinata già estiva, sfaccendati di lusso guardano sfrecciare i bus di chi ha fretta, di chi ha doveri. Ottima scenografia per nascondere le ferite irritate dal sale di un ennesimo rifiuto, ovattato come sempre, come sempre irrevocabile. Nell'angolo più lontano della rerrazza caffè, in un'ansa di muro mai toccata dalla luce, anche un piccione è alle prese con le sue ferite, la testa ingigantita da una protuberanza rossa. Cerca di sparire tra i propri escrementi, tra le ali ormai cadute, con lo sguardo ostinatamente fisso all'angolo di novanta gradi tra due pareti del muro perimetrale. I padroni del caffè si accorgono dell'angolo immondo di sangue, escrementi e dolore, incongruo con le spensierate conversazioni ai tavoli, con la pause de midi di cineasti sovvenzionati, maestri ammaestrati, aspiranti disposti ad aspirare tutti quanti i calici amari ed altro ancora. Ingiungono agli inservienti debitamente terzomondisti di ripulire lo schifo, di sgomberare la scena dai detriti. Un ragazzo pakistano, guanti alle mani e sacco nero, non ha il coraggio di far notare che il piccione non è ancora nel regno degli oggetti, respira ancora, si muove ossessivo da una zampa all'altra, forse impazzito di dolore. Tutto finisce nel sacco, e catartiche secchiate d'acqua e candeggina battezzano un nuovo spazio impeccabile per l'aperitivo. Io barcollo in una nausea collosa ed impotente, il mio stomaco è un sacco nero e chiuso, nonostante il sole, nonostante il frizzante bicchiere intoccato, nonostante le olive lucide, nonostante la sorniona eterna indifferenza della città cristiana.


 

(Tiziana Colusso)

 

 

L'UOMO CHE DIALOGAVA CON IL COYOTE
post pubblicato in Nicoletti, Martino, il 10 marzo 2012


 
E' in corso a Perugia al Museo civico di Palazzo della Penna fino al 9 aprile la mostra "Beuys e lo sciamano: estasi, rito e arte". Sono esposte le sei lavagne su cui, aiutandosi con disegni, Beuys esplicitò il 4 aprile 1980 durante l'incontro alla Rocca Paolina "Beuys vs Burri" la sua teoria politica. Accompagnano le lavagne dei pannelli esplicativi curati da Martino Nicoletti, la cui interpretazione, affidata più compiutamente al libro di cui stiamo trattando, risulta quanto mai pertinente. Nicoletti è un antropologo, studioso dello sciamanismo, che ha approfondito nel corso di viaggi in Estremo Oriente, in particolare in Nepal. Il racconto autobiografico di come Beuys, abbattuto nei cieli della seconda guerra mondiale, venisse raccolto e curato dai tartari secondo metodi tradizionali entrando in rapporto con la loro cultura, deve essere approssimativo per difetto se, come mostra Nicoletti, già nei disegni della fine degli anni '40 e dei primi anni '50 appare del tutto chiara una conoscenza approfondita della simbologia e della modalità dei rituali sciamanici. Forse Beuys vi era giunto autonomamente, se negli anni '80 sosteneva con l'antropologo Michael Oppitz (autore del documentario "Sciamani del paese dei ciechi") di essere uno "sciamano rovesciato" e che gli sciamani "avevano preso da me tutto". Brevi affermazioni politiche, essenziali come slogan, affiancano e intersecano figure umane e animali, fragili come quelle delle grotte preistoriche, inserite in un tracciato grafico di simboli e linee che ricapitolano, come mostra persuasivamente Nicoletti, la cosmologia e il rituale sciamanico. 

Si hanno figure animali come la lepre, il cigno, il cervo, simboli cosmici come la caldaia (cfr. l'uovo cosmico in Mircea Eliade), il cubo (che rappresenta la società), il cerchio solare, la corda, il bastone pastorale, la leva, la slitta (tramite per l'aldilà). C'è il maschile e il femminile, il recto e l'inverso delle figure come in un riflesso. C'è, immancabile in Beuys, l'elemento energetico, conduttore di calore, vita, elettricità. Sono tutti simboli che richiamano il mondo degli sciamani. Lo sciamano deve poter "morire" per rinascere come tale con dei poteri accresciuti. Lo sciamano vede nell'animale l'incarnazione di uno spirito e tenta di adeguarsi a parlare con esso. La lepre, in rapporto con il tema della nascita, scava gallerie in terra, come l'artista e lo sciamano ne scavano nella mente. Il cigno è simbolo della vita immortale. Il cervo è tramite con le sue corna di metamorfosi. L'inseparabile cappello di feltro ricorda le ferite alla testa protette dal feltro ma anche l'esperienza di morte iniziatica ed è quindi simbolo di elezione. Allude ad un'umanità più evoluta che racchiude quanto di più ancestrale è nell'uomo. Il pensiero politico di Beuys (un appello alla democrazia diretta, alla solidarietà, alla protezione dei valori della vita, alla democratizzazione politico-fiscale del denaro contro il suo monopolio, alla discussione permanente), in rapporto ai primi movimenti verdi, trova quindi base e appoggio più solidi in una prospettiva ancestrale e auratica, che ricomincia dai fondamenti stessi della civilizzazione umana, in cui sempre è presente in una situazione di estrema fragilità una dimensione autoprotettiva.

  
  
(Carlo Verducci)






Martino Nicoletti, L'uomo che dialogava con il coyote, Exorma, 2011 [ * ]







vedi quì

JOSEPH BEUYS (I LIKE AMERICA AND AMERICA LIKES ME)
post pubblicato in Diario, il 28 febbraio 2012

Joseph Beuys vuole riproporci in questa azione la scena primaria di quando l’uomo stabilì una vicinanza col cane ancora selvaggio, finendo con l’addomesticarlo. L’uomo è un pastore, figura archetipica per il cane, che resta coinvolto nella sua fascinazione. Il pastore è quasi una divinità, intabarrato nel feltro, col suo lungo bastone euroasiatico. La simbiosi con l’animale è una cura per l’uomo, che infatti arriva al luogo della coabitazione coatta come un ammalato in autoambulanza. Ne emerge il ritratto dell’artista come sciamano, impegnato col coyote in un mutuo rituale di sopravvivenza. Beuys durante il viaggio per andare dal coyote fa il morto avvolto nel feltro. La valenza apotropaica di questo rituale si accompagna al coyote quale trickster, funzionale per una performance in una galleria d’arte. Il coyote è il compagno di giochi infantile, uscito dalla fantasia di una fiaba. L'azione, l'happening erano una caratteristica del movimento Fluxus, di cui Beuys faceva parte. La performance durava una settimana, il video quaranta minuti...

Finita l'azione, con la stessa autoambulanza con cui è venuto, Beuys torna in Europa. 


(Carlo Verducci)



Francesco Pelizzi, Periferie del corpo artistico: l'incontro col coyote, in Mario Perniola (a cura di ), Il pensiero neo-antico: tecniche e possessione nell'arte e nel sapere del mondo contemporaneo, Mimesis, 1995 [ * ]
Caroline Tisdall, Joseph Beuys: Coyote, Schirmer/Mosel, 2008 [ * ]
Martino Nicoletti, L'uomo che dialogava con il coyote, Exorma, 2011 [ * ]





vedi quì e quì


 


 

PIPERITO
post pubblicato in Cavallari, Rita, il 6 agosto 2011



Il nuovo romanzo di Rita Cavallari abbandona il terreno della memoria di matrice autobiografica per narrare la storia di un pappagallo, Piperito, strappato al suo habitat, la lussureggiante foresta brasiliana, e costretto ad adattarsi alla vita in una gabbia dorata nella nostra caotica capitale, Roma, dove è oggetto delle cure di una bambina che gli dà un nuovo nome: Violetto.
Lo sradicamento, la perdita di identità è già in questo apparentemente insignificante dettaglio, perché il parrocchetto continuerà a “gridare”: “ Io sono Piperito. Mi chiamo Piperito. Piperito. Piperito.”.
A questo destino il pappagallo non si rassegna e preferisce la libertà piena di insidie, la compagnia dei suoi simili, al cibo assicurato, fino a conseguire un inimmaginabile esito positivo dei suoi sforzi tenaci.
Come nelle favole di Fedro il mondo animale appare saggio e dignitoso, degno di rispetto, di quel rispetto che spesso neghiamo ai nostri più prossimi coinquilini del pianeta.
Con questo suo piacevole, scorrevole, accattivante romanzo breve Rita Cavallari conferma con creatività il suo impegno nell’ambito dell’ecocritica, ed induce con levità a riflettere sulle nostre azioni quotidiane, sul modo distratto con cui ci muoviamo nei luoghi, anche quelli più familiari, perché impariamo a guardarli con occhi nuovi e vigili, attenti a scoprire in essi una palpitante vita segreta.
Rita Cavallari ci sollecita anche a meditare sui nostri comportamenti nei riguardi dell’ambiente che ci circonda, spesso non percepiti come forme di egoismo e di prepotenza.
Al termine del racconto di certo nessuno sarà più lo stesso di prima.
 
 
(Adriana de Nichilo)

 

 

Rita Cavallari, Piperito, ilmiolibro.it, 2011 [ * ]

 

 

vedi quì 

"Vivo in una foresta, tra alberi altissimi, fiori variopinti, liane, muschi e rami intrecciati. Mi chiamo Piperito. Mi sveglio quando il cielo incomincia a schiarire e tra le sagome scure delle foglie si fanno largo i raggi di luce. Veramente mi sveglio un po' prima che faccia giorno, perché è ancora notte quando la foresta si riempie di squittii, pigolii, brontolii, grida. Anche se è buio tutti all'improvviso hanno qualcosa da dire, o devono chiamare qualcuno, o battibeccano tra loro. I fringuelli gialli e blu cinguettano zampettando tra i rami, gli uccellini pigliamosche fischiettano andando a caccia di moscerini, le rane gracidano tra le felci, le scimmie urlano rincorrendosi da un albero all'altro. Io non ho ancora capito se apro gli occhi per la confusione o se nel silenzio mi sveglierei lo stesso. Forse il sonno è amico della notte e vogliono stare insieme, così quando la notte sta per volar via dà una sgrullata al sonno, lo prende e lo porta con sé. Anche il mio amico Cocorimbo mi dà una sgrullata e mi butta fuori dal nido. È bellissimo il nostro nido, da fuori sembra un enorme groviglio di sterpi e rami secchi, ma dentro è rivestito di foglie e muschio, e c'è spazio per tutti, perché noi siamo una grande famiglia e ci piace vivere in una grande casa. L'abbiamo costruita noi, è il nostro nido. Insieme, io e Cocorimbo andiamo a beccare qualche seme e ci guardiamo in giro. Saltiamo qua e là, svolazzando, e nel frattempo arrivano i raggi del sole.
Anche gli altri si affacciano dal nido. Siamo tanti, tutti verdi, ma sul petto e sulla gola abbiamo le piume grigie. Anche sulla fronte le piume sono grigie, ma quando apriamo le ali si vedono le nostre bellissime penne blu, blu come quelle della coda. Io però sono diverso dagli altri. Ho una cosa in più. Una macchia viola sulla sulla schiena. Solo io ho la macchia viola, gli altri no.
 Ho fame. La foresta è piena di cose buone. Arboscelli germogliati da poco, frutta, bacche, semi. Arriva il mio amico Chirichillo svolazzando come fa quando deve dire qualcosa d'importante e vuole che tutti lo stiano a sentire.
 - I frutti dell'albero vicino al fiume sono maturi! Griok! Griok! Ci alziamo in volo tutti insieme, come una nuvola colorata, e ci precipitiamo verso il fiume. Quell'albero è già un po' che lo teniamo d'occhio, sta vicino alla distesa di felci, dove l'acqua entra in mezzo alla vegetazione e forma i laghetti dove gli uccelli dal becco lungo si fermano a riposare. Bisogna stare attenti con gli alberi, non si sa mai quando fioriscono - anche i fiori sono buoni da mangiare - e i frutti maturano all'improvviso. Dobbiamo far presto, perché se le scimmie arrivano prima di noi mangiano tutto. L'albero è carico di frutti dalla scorza verde che nasconde una polpa morbida e bianca, piena di piccoli semi. Che scorpacciata!
Andiamo a guardare il fiume, dice Chirichillo, e prende il volo. Lo seguiamo, di ramo in ramo, fino alla riva, e ci poggiamo su un albero che affonda le sue radici nel fango. L'acqua è coperta di nebbia e si mescola col cielo. Non sono mai stato dall'altra parte del fiume, ma è come da noi, uguale. L'ho sentito dire dagli uccelli col becco lungo che al tramonto, in mezzo alle erbe acquatiche, vanno a caccia di rane. Passano di qua ogni tanto, si posano sulla riva del fiume, poi ripartono. Vengono da lontano, quando nel loro paese arriva il freddo, così dicevano, questa parola, freddo. Io non so cosa vuol dire. Noi siamo uccelli migratori, dicevano. Uccelli migratori sono quelli che fanno lunghi voli, giorni e giorni, fermandosi solo per riposare e mangiare qualche rana. A noi invece non ci va di volare lontano, stiamo bene a casa nostra.
Chirichillo si ferma su un ramo che sporge sull'acqua, e noi tutti dietro, perché lui è il nostro capo. Dal fiume si avvicina una barca. Sopra ci sono degli animali che assomigliano alle scimmie. Sono uomini. Si chiamano così, uomini, e le femmine si chiamano donne. Da lontano sembrano piccoli come formiche. La barca viene verso riva, portata dalla corrente, senza far rumore, scivolando sul pelo dell'acqua. Stiamo tutti fermi, tratteniamo il respiro, siamo curiosi di vederli da vicino. La barca si accosta a riva e gli uomini scendono.
 - Sono feroci - sussurra Chirichillo. Incomincio a tremare, le mie piume si arruffano, le ali vibrano, sollevo una zampa dal ramo, sto per prendere il volo.
[...]"





Per la lettura integrale del testo di Piperito vedi quì
 
 
 
SERPENTI E ALTRI ANIMALI
post pubblicato in Robustelli, Anna Maria, il 1 agosto 2011

Ci portiamo dietro idee a volte giustificate ma altre volte strane sugli esseri viventi: niente mosche perché la loro presenza non è igienica; niente zanzare perché pizzicano e portano malattie, niente scarafaggi perché anche loro non sono tanto igienici e poi sono obiettivamente schifosi, niente formiche perché vanno in cerca di cibo… ma poi se un geco ci entra inaspettatamente (anche per lui)  in casa, perché ucciderlo? Si può cercare di mandarlo via o convivere con lui per un po’. Una volta nella mia vecchia scuola ho visto una mia collega uccidere un millepiedi:  mi ha fatto impressione. Poteva semplicemente attirarlo su un pezzo di carta e ributtarlo nel giardino da cui proveniva.  A volte, sulle pareti, si può bloccare un insetto o un piccolo animale come un geco con un bicchiere o un piatto di carta e poi far scivolare un foglio di carta a mo’ di coperchio finché,  arrivati sul luogo dove è possibile liberarlo, lo si lascia libero. Questo metodo mi è stato insegnato da Lea, la mia carissima cugina che amava molto gli animali. Certo con i serpenti è un po’ diverso, non è così facile prenderli e rimandarli nel loro habitat. Scontiamo con loro un problema di conoscenza. Non distinguiamo quelli velenosi da quelli che non lo sono e poi grava su di loro una lunga tradizione negativa che collega il serpente alla perdita del Paradiso Terrestre. Ho notato che anche persone che vivono in ambienti frequentati da questi rettili hanno a volte delle idee sbagliate, forse perché le leggende si mischiano alle conoscenze scientifiche. E’ pur vero che è difficile che un brasiliano abbia la stessa paura panica di questi rettili che abbiamo noi. Sono abituati a convivere con una più vasta gamma di questi animali che noi e ho notato che li conoscono meglio di noi. E’ un po’ come la nostra conoscenza dei gatti, sappiamo che ogni tanto se ne trova uno forastico, ma in generale coabitiamo con loro molto bene.  Comunque, possiamo anche noi modificare le nostre idee sui serpenti, facendoci aiutare da testimonianze su di loro che ci vengono dalla letteratura.

La prima ci viene da Stephen Crane ed è un classico del nostro rapporto con questi animali. L’incontro con il serpente è uno scontro, una battaglia condotta fino all’ultimo respiro. Si intuisce che è un serpente a sonagli, quindi velenoso, e che l’unica alternativa è di ucciderlo, anche se, onestamente, chi scrive riconosce negli occhi dell’uomo c’erano odio e paura.  E poi negli occhi del serpente c’erano odio e paura.
Si evince una notevole empatia nei confronti del serpente: non conosceva i sentieri; non ebbe la prontezza di sgattaiolare senza far rumore tra i cespugli. Il testo inoltre è consapevole del fatto che l’antica inimicizia tra uomo e serpente è nata nel corso di una lunga tradizione e nel mito. Pure,  chi scrive non può fare a meno di descrivere una lotta, un’inimicizia inevitabile, scontata, combattuta con coraggio e destrezza da tutte e due le parti. L’implicito onore attribuito al serpente è quello che si deve a un combattente che ci è pari.

Parla di onore anche lo scrittore David Herbert Lawrence nella poesia The Snake  ma qui la contraddizione tra la tendenza ad uccidere il serpente e la riverenza del poeta alla vista di questo spettacolo della natura è più marcata e dichiarata: Fu umiltà il sentirmi tanto onorato?
Fin dall’inizio il poeta accetta di dover aspettare il suo turno per bere alla vasca, mentre guarda affascinato il serpente che beve: E dovetti aspettare, dovetti sostare e aspettare, perché egli era lì alla vasca prima di me(...)Qualcuno era giunto prima di me alla mia vasca, / E io, da secondo arrivato, attendevo. Ma lentamente si insinua nella sua testa la voce della sua civiltà che gli intima di ucciderlo: Se tu fossi un uomo / Prenderesti un bastone e gli spezzeresti la schiena, ora, e lo spacceresti. In realtà al poeta piace il serpente ed è felice che sia venuto come un ospite in tutta pace  a bere alla sua vasca e ribadisce:
Fu codardia ch’io non osassi ucciderlo?
Fu perversione ch’io desiderassi di parlargli?
Fu umiltà il sentirmi tanto onorato?
Mi sentivo tanto onorato
.
Tuttavia, quando il serpente accenna a rientrare nella sua tana, il poeta afferra un ceppo e lo scaglia contro la vasca. Può darsi che alla fine abbia ascoltato le voci della sua civiltà, ma indubbiamente l’atto ha radici più complesse perché il foro in cui il serpente sta rientrando è descritto come orrido e Lawrence sottolinea come lui venga preso da  Una sorta d’orrore, una sorta di protesta contro quel suo ritrarsi entro l’orrido foro nero, / Quel suo deliberato ritorno nella tenebra, e quel  lento trainarsi dietro tutto il suo corpo. Quindi il vero motivo per cui lo scrittore desidera fermare il serpente potrebbe essere il suo desiderio di continuare a vederlo, di continuare a condividere con questo re in esilio un’esperienza irripetibile. D’altra parte, si possono ventilare anche interpretazioni più articolate. L’orrido foro in cui il serpente si ritira potrebbe essere assimilato a un utero, luogo che spesso risveglia nell’immaginario sentimenti di repulsa, perché oscuro e di non facile accesso, per non parlare del fatto che è la fornace che produce la vita. Il serpente è animale collegato con i miti della Grande Madre sia per il suo ritornare periodicamente nella terra, sia per la perdita annuale della pelle, quindi animale di vita, di morte e di rinascita.  Ad ogni modo Lawrence sottolinea che si pentii per il suo gesto meschino e pensò all’albatro. Ci sono precedenti di questa infelice risoluzione di  rapporto tra uomo e  animale e il poeta va a pensare a The Rhyme of the Ancient Mariner di S.T.Coleridge.  La conclusione è mesta:
E così perdetti la mia ora con uno dei signori
Della vita.
E ho qualcosa da espiare:
Una piccineria.

Nell’ultimo brano sui serpenti, tratto dal meraviglioso libro del naturalista inglese W. H. Hudson (naturalista, che bella parola! Perché non la usiamo più?) Un mondo lontano, che lui pubblicò nel 1918, a testimonianza della sua vita nelle pampas argentine, il rapporto con questi animali è vissuto nella pienezza dei desideri che, pur deformati da pregiudizi umani, si liberano poi nel fervore dell’esperienza a contatto con la natura. Attraverso la descrizione dei suoi incontri ravvicinati con questi rettili impariamo che non è necessario uccidere i serpenti ad ogni costo. La donna inglese che ne salva uno capitato in una compagnia di umani, come al solito poco benevoli, è uno di quei personaggi umili, ma importanti che forse discendono dalla famosa Elegy Written in a Country Churchyard di Thomas Gray. Come sottolinea Hudson:
… la sua immagine nella mia memoria è tutt’altro che sgradevole, e la sua voce nel coro invisibile ha un suono assai dolce.
Per il resto assistiamo all’infittirsi nell’immaginario di un ragazzo di esperienze connesse con i serpenti:
D’inverno […] io rimanevo sveglio e li ascoltavo per ore. Perché anche se la cosa può essere nuova per qualche ofiologo da tavolino, i serpenti non sono affatto muti come li crediamo noi.
Finché un giorno:
…dimenticai la mia delusione, dimenticai il serpente, ed ero così assorto a contemplare il pipistrello che pur avvertendo una sensazione strana sul collo del piede – come un dolore sordo, un qualcosa che premeva – non ci badai. Poi quella pressione si fece più forte ed era molto strana, come se avessi sul piede un oggetto pesante, qualcosa come una leva, tanto che alla fine mi decisi ad abbassare lo sguardo e rimasi stupefatto e pieno di terrore nel vedere il grande serpente nero che con estrema lentezza trascinava il suo lungo corpo sul mio piede! Non osando muovermi, rimasi a fissarlo, affascinato da quel nero  e lustro corpo tubolare che mi strisciava così lentamente sul piede.

E’ sempre il contatto diretto, mediato proprio dal tatto, l’esperienza più conturbante, come ci racconta anche Jane van Lavick-Goodall ne L’ombra dell’uomo , quando finalmente riesce a stabilire un contatto con lo scimpanzé David:
In quei giorni passavo molto tempo sola con David. Lo seguivo per ore attraverso la foresta, sedendomi e osservandolo quando mangiava o si fermava, cercando di tenergli dietro se si perdeva in un intrico di liane. Talvolta, sono certa, rimase ad aspettarmi – come avrebbe aspettato Goliath o William. Tanto è vero che quando comparivo, ansimante e punta dalle spine del sottobosco, lo trovavo spesso seduto a guardare nella direzione da cui arrivavo. Una volta raggiuntolo si alzava e continuava il cammino.
Un giorno, mentre stavo seduta accanto a lui ai bordi di una minuscola pozza di acqua cristallina, vidi una matura e rossa noce di palma per terra. La raccolsi e la porsi a lui sul palmo della mano. Egli volse altrove il capo ma quando portai la mano un po’ più vicino a lui la guardò poi guardò me e infine prese il frutto tenendo la mia mano saldamente ma delicatamente con la sua. Io rimasi seduta, immobile, ed  egli lasciò la mia mano, guardò la noce e la fece cadere per terra. In quel momento non vi era certo bisogno di una conoscenza scientifica per capire il suo gesto comunicativo di rassicurazione. La soffice pressione delle sue dita mi parlarono non attraverso l’intelletto ma attraverso un canale emotivo più primitivo: la barriera di innumeri secoli che era andata crescendo nell’evoluzione divergente dell’uomo e dello scimpanzé fu, per quei pochi secondi, abbattuta.
Dobbiamo stare attenti, perché il nostro agire dissennato, questa smania di uccidere, come se in questo modo ripulissimo il mondo dal male, ci potrebbe privare di queste esperienze sublimi, irripetibili.

(Anna Maria Robustelli)

 

 The Snake    di Stephen Crane (1896)

 L'uomo e il serpente

Dove il sentiero proseguiva oltre la cresta, i cespugli di mirtillo e le dolci felci si raggruppavano in due onde arricciate fino a dove diventavano una semplice linea sinuosa tracciata attraverso i grovigli. Non c'era traccia di nubi, e siccome i raggi del sole cadevano proprio sulla cresta, richiamavano a gran voce innumerevoli insetti che salmodiavano la calura della giornata estiva in cori regolari, pulsanti, interminabili.
Un uomo e un cane venivano dai boschetti di lauri della valle dove il bianco ruscello si azzuffava con le rocce. seguivano la linea profonda del sentuiero lungo la crsta. Il cane - un grande setter bianco - camminava, quietamente pensieroso, vicino ai talloni del suo padrone.
Improvvisamente da un qualche luogo sconosciuto ma vicino giunse un secco, penetrante sonaglio fischiante che provocò un movimento istantaneo alle membra dell'uomo e del cane. Come ledita di una morte improvvisa, questo suono sembrò toccare l'uomo alla nuca, in cima alla spina dorsale, e lo mutò, veloce come il pensiero in una statua, tesa nell'ascolto, di terrore, sorpresa, rabbia. Anche il cane provò quella sensazione - la stessa mano ghiacciata era posta sopra di lui, e lui stava accovaciato e tremante , la mascella cadente, una bava di terrore sulle labbra, la luce dell'odio nei suoi occhi.
lentamente l'uomo mosse le mani verso i cespugli, ma il suo sguardo non si ditolse dal posto reso sinistro dal sonaglio minaccioso. Le sue dita, alla cieca, cerarono un bastone pesante e resistente. Subito si chiusero su uno che sembrava adatto, e tenendo quest'arma sollevata di fronte a sè l'uomo si mosse leggermente in avanti, con uno sguardo minaccioso. Il cane con le sue narici nervose che vibravano leggermente, si mosse cautamente, un passo alla volta, dietro il padrone.
Ma quando l'uomo si avvicinò al serpente, il suo corpo subì uno shock come per una rivelazione, come se gli fosse stato teso un agguato. Con una faccia pallidissima, spiccò un salto in avanti e il suo respiro divenne affannoso, con il toraceche ansimava come se fosse sottoposto ad una prova di incredibile sforzo muscolare. Il braccio con il bastone fece uno spasmodico gesto di difesa.
Il serpente stava apparentemente attraversando il sentiero in qualche viaggio mistico quando ai suoi sensi pervenne la percezione dell'arrivo dei suoi nemici. Lo informò forse la leggera vibrazione e lui scagliò il suo corpo per fronteggiare il pericolo. non conosceva i sentieri; non ebbe la prontezza di sgattaiolare senza far rumore tra i cespugli. sapeva che i suoi implacabili nemici si stvano avvicinando; senza dubbio lo stavano cercando, lo stavano cacciando. E così pianse il suo pianto, uno stridere incredibilmente veloce di piccole campane, pieno di pathos come il martellare su antichi cimbali di una cinese in guerra - perchjè, infatti, di solito era la sua musica di morte.
"Attenzione! Attenzione! Attenzione!"
L'uomo e il serpente si affrontarono l'un l'altro. Negli occhi dell'uomo c'erano odio e paura. Quei nemicci si mossero, ognuno preparandosi ad uccidere. doveva essere una battaglia senza pietà. Nessuno dei due conosceva la pietà in una tale situazione. Nell'uomo c'era tutta la forza selvaggia del terrore dei suoi predecessori, della sua razza, della sua specie. una repulsione mortale era passata di uomo in uomo attraverso lunghi secoli oscuri. Questo era un altro dettaglio dio una guerra che era sicuramente cominciata quando all'inizio c'erano uomini e serpenti. Coloro che non partecipano a questi scontri attirano le indagini degli scienziati. un tempo c'erano un uomo e un serpente che erano amici, e alla fine, l'uomo giacque mortocon i segnio della carezza del serpente proprio sopra il suo cuore d'orientale. Nella costruzione di congegni, odiosi e orribili, la Natura ha raggiunto il suo punto supremo nel fare il serpente, così che i sacerdoti che dipingono l'inferno veramente bene lo riempionoi sdi serpenti invece che di fiamme. Le forme curve, quelle colorazioni scintillanti suscitano subito, a prima vista, un'animosityà spietata maggioredi quanto ne suscitano le tribù barbariche. Nacere aserpente vuol dire essere lanciato in un luogo brulicante di nemici spaventosi. Per farvene un'idea, guardate l'inferno come lo dipingono i sacerdoti che sono veramente esperti.
per quanto riguarda questo serpente sul sentiero, c'era una doppia curva qualche pollice dietro la sua testa, che, solamente per la persona delle sue linee, fece sentire all'uomo con una eloquenza decupla il tocco delle dita della morte alla nuca. La testa del rettile ondeggiava lentamente da un lato all'altro e i suoi occhi roventi balenavano come piccole luci assassine. Nell'aria c'era sempre il secco, penetrante fischio dei rettili.
"Attenzione! Attenzione! Attenzione!"
L'uomo fece una finta preliminare con il suo bastone. Immediatamente la pesante testa e il collo del serpente si curvarono indietro sulla doppia curva e immediatamente il corpo del serpente si gettò in avanti con un basso, stretto, deciso slancio. L'uomo saltò con un fremito convulso e roteò il bastone. Il suo veloce colpo alla cieca cadde sopra la testra del serpente e lo scagliò in alto così che le placche del colore dell'acciaio per un momento furono sopra di lui. Ma lui si riprese velocemente, agilmente, e ancora la testa e il collo si piegarono indietro sulla doppia curva e la sua bocca fum,ante e spalancata fece lo sforzo disperato di raggiungere il nemico. Questo attacco, era evidente, era disperato, ma era tuttavia impetuoso, coraggioso, feroce, simile all'attacco del capo solitario quando un muro di facce bianche si chiudeva davanti a lui sulle montagne. Il bastone vibrò ancora con precisione, e il serpente, mutilato, squarciato, si rigirò in un'ultima spirale.
Ed ora l'uomo divenne come una furia per le emozioni dei suoi antenati e le sue. Si avvicinò. impyugnò il bastone a due mani e lo abbattè velocemente. Il serpente, rotolando nell'angoscia della disperazione finale, combattè, morse, si slanciò contro il bastone che stava prendendo la sua vita.
Alla fine, l'uomo afferrò il bastone e stette a guardare in silenzio. Ilò cane venne piano e con interminabili precauzioni allungò il naso in avanti, annusando. il pelo sul collo e sulla schiena si mosse e si arruffò come se stesse soffiando un vento tagliente, gli ultimi spasimi muscolari del serpente stavano ancora facendo suonare al rettile il suo acuto canto, il penetrante, risonante canto di guerra e inno della tomba di chi frionteggia in una sola volta nemici innumerevoli, implacabili e superiori.
"Bene, Rover", dissem l'uomo, girandosi verso il cane con una smorfia di vittoria, "porteremo il Signor Serpente a casa per mostrarlo alle ragazze".
Le sue mani tremavano ancora per la tensione dello scontro, ma lui mise il bastoner sotto il corpo del serpente e vi issò la cosa floscia.- riprese la sua marcia lungo il sentiero, e il cane camminò quietamnte pensiweroso, vicino ai talloni del suo padrone.

 

 Snake       di David Herbert Lawrence

A snake came to my water-trough
On a hot, hot day, and I in pyjamas for the heat,
To drink there.

In a deep, strange-scented shade of the great dark carob-tree
I came down the steps with my pitcher
And must wait, must stand and wait, for there he was at the trough before me.

He reached down from a fissure in the earth-wall in the gloom
And trailed his yellow-brown slackness soft-bellied down, over the edge of the stone trough
And rested his throat upon the stone bottom,
And where the water had dripped from the tap, in a small clearness,
He sipped with his straight mouth,
Softly drank through his straight gums, into his slack long body,
Silently.

Someone was before me at my water-trough,
And I, like a second comer, waiting.

He lifted his head from his drinking, as cattle do,
And looked at me vaguely, as drinking cattle do,
And flickered his two-forked tongue from his lips, and mused a moment,
And stopped and drank a little more,
Being earth-brown, earth-golden from the burning bowels of the earth
On the day of Sicilian July, with Etna smoking.

The voice of my education said to me
He must be killed,
For in Sicily the black, black snakes are innocent, the gold are venomous.
And voices in me said, If you were a man
You would take a stick and break him now, and finish him off.

But must I confess how I liked him,
How glad I was he had come like a guest in quiet, to drink at my water-trough
And depart peaceful, pacified, and thankless,
Into the burning bowels of this earth?

Was it cowardice, that I dared not kill him?
Was it perversity, that I longed to talk to him?
Was it humility, to feel so honoured?
I felt so honoured.

And yet those voices:
If you were not afraid, you would kill him!
And truly I was afraid, I was most afraid,
But even so, honoured still more
That he should seek my hospitality
From out dark door of the secret earth.

He drank enough
And lifted his head, dreamily, as one who has drunken,
And flickered his tongue like a forked night on the air, so black,
Seeming to lick his lips,
And looked around like a god, unseeing, into the air,
And slowly turned his head,
And slowly, vey slowly, as if thrice adream,

Proceeded to draw his slow lenght curving round
And climb again the broken bank of my wall-face.
And as he put his head into that dreadful hole,
And as he slowly drew up, snake-easing his shoulders, and entered farther,
A sort of horror, a sort of protest against his withdrawing into that horrid black hole,
Deliberately going into the blackness, and slowly drawing himself after,
Overcame me now his back was turned.
I looked round, I put down my pitcher,
I picked up a chumsy log
And threw it at the water-through with a clatter.

I think it did not hit him,
But suddenly that part of him that was left behind convulsed in undignified haste,
Writhed like lightning, and was gone
Into the black hole, the earth-lipped fissure in the wall-front,
At which, in the intense still noon, I stared with fascination.

And immediately I regretted it.
I thought how paltry, how vulgar, what a men act!
I despised myself and the voices of my accursed human education.

And I thought of the albatross,
And I wished he would come back, my snake.

For he seemed to me again like a king,
Like a king in exile, uncrowned in the underworld,
Now due to be crowned again.

Ando so, I missed my chanche with one of the lords
Of life.
And I have something to explate;
A pettiness.

 

Un serpente venne alla mia vasca di pietra
Un giorno di canicola, e io in pigiama nell'afa,
Per bere.

Dove l'ombra stranamente profumata del grande carrubo scuro era più fonda
Scesi i gradini con la mia brocca
E dovetti aspettare, dovetti sostare e aspettare, perchè egli era lì alla vasca prima di me.

Si spenzolò giù da una crepa nel muro di terra nell'ombra
E scivolò giù portando la giallo-bruna mollezza dal soffice ventre sopra l'orlo della vasca di pietra,
E posò la gola sul fondo di pietra,
E dove l'acqua era gocciolata dal rubinetto, in una piccola pozza chiara,
Prese a sorseggiare con la bocca diritta,
Pian piano a bere attraverso le gengive diritte colando l'acqua entro il lento corpo molle,
Silenziosamente.

Qualcuno era giunto prima di me alla mia vasca,
E io, da secondo arrivato, attendevo.

Egli levò il capo dal beveraggio, come fanno gli armenti,
E mi guardò vago, come fanno gli armenti che s'abbeverano.
E fece vibrare di tra le labbra la lingua bifida, e riflettè un momento,
E si chinò e bevve un altro poco,
Bruno come la zolla, dorato come la zolla, uscito dalle viscere infocate della terra
Nel giorno del luglio siciliano, con l'Etna che fumava.

La voce della mia civiltà mi disse
Che doveva essere ucciso,
Perchè in Sicilia i serpenti tutti tutti neri sono innocui, i dorati, i velenosi.
E voci dicevano in me: Se tu fossi un uomo
Prenderesti un bastone e gli spezzeresti la schiena, ora, e lo spacceresti.

Ma devo confessare quanto mi piacesse,
Quant'ero felice ch'egli fosse venuto come un ospite in tutta pace a bere nella mia vasca
E ritornarsene tranquillo, appagato e ingrato,
Entro le viscere infocate di quella terra?

Fu codardia ch'io non osassi ucciderlo?
Fu perversione ch'io desiderassi di parlargli?
Fu umiltà il sentirmi tanto onorato?
Mi sentivo tanto onorato.

E quelle voci, ancora:
Se non avessi paura, l'uccideresti!
E in verità avevo paura, tanta paura,
Ma onorato ancor più, tuttavia,
Ch'egli avesse cercato la mia ospitalità
Dalla porta oscura della terra segreta.

Bevve a sua posta
E levò il capo, trasognato, come colui che ha bevuto,
E fece vibrare la lingua come una bifida notte nell'aria, così nera,
E parve si leccasse le labbra,
E si guardò intorno come un dio, senza vedere, nell'aria,
E lentamente volse il capo,
E lentamente, molto lentamente, come tre volte trasognato
Si mise a strisciare in tutta la sua lenta lunghezza ad arco di cerchio
E a risalire la parete screpolata del mio muro. 

E mentre infilava il capo in quell'orrido foro,
E mentre lentamente saliva, insinuava le spalle serpigne e penetrava più addentro,
Una sorta d'orrore, una sorta di protesta contro quel suo ritirarsi entro l'orrido foro nero,
Quel suo deliberato ritorno nella tenebra, e quel lento trainarsi dietro tutto il suo corpo,
Mi sopraffece, ora che mi voltava il dorso.
Mi guardai intorno, posai la mia brocca,
Raccolsi un grosso ceppo informe
E lo scagliai contro la vasca fragoroso.

Credo che non lo colpisse,
Ma subitamente quella parte di lui che ancora rimaneva fuori fu presa da un convulso d'indecorosa precipitazione,
Guizzò come un baleno, e sparì
Nel foro nero, nella crepa dalle labbra di terra,
E nell'intenso meriggio immoto, io rimasi a fissare il muro, affascinato.

E immediatamente mi pentii.
Pensai quanto miserabile, volgare, meschino il mio gesto!
Disprezzai me stesso e le voci della mia dannata civiltà umana.

E pensai all'albatro,
E desiderai che ritornasse, il mio serpente.

Perchè egli mi parve nuovamente simile a un re,
A un re in esilio, senza corona nel mondo sotterraneo,
Nè speranza di cingerla mai più.


E così perdetti la mia ora con uno dei signori
Della Vita.
E ho qualche cosa da espiare:
Una piccineria.

 

Serpenti e bambini           di William H. Hudson (da "Un mondo lontano", Adelphi, 1974)

Non è insolito, credo, che un bambino o un ragazzo rimanga impressionato e colpito da un serpente più che da qualsiasi altro animale.[…]
Ma nel rettile c’era qualcosa che colpiva la mente in modo molto diverso e più forte di quanto riuscisse a colpirla un uccello o un mammifero o qualunque altro animale. Vederne uno era sempre sgomentante, e anche se li si vedeva spesso si provava sempre un senso di stupore e di paura insieme. Questa sensazione l’avevamo senza dubbio acquisita dai grandi. Per loro i serpenti erano creature letali, e da bambino io non sapevo che erano quasi tutti innocui, e che ucciderli era insensato proprio come uccidere i meravigliosi e innocui uccellini. Mi avevano detto che quando vedevo un serpente dovevo cercare scampo nella fuga, almeno finché ero tanto piccolo; quando fossi stato più grande, avrei dovuto armarmi di un lungo bastone e ucciderlo; e per giunta mi inculcarono l’idea che uccidere un serpente è difficilissimo, al punto che molte persone sono convinte che un serpente non muoia mai del tutto prima del tramonto, e che perciò, quando ne uccidevo uno, per metterlo nell’impossibilità di far del male da quel momento sino al calar del sole, dovevo ridurlo in poltiglia a furia di bastonate.
Con queste prediche, non è poi tanto strano che fin da piccolo perseguitassi i serpenti.
Questi erano piuttosto diffusi dalle nostre parti; serpenti di sette o otto specie diverse, verdi nell’erba verde, gialli e maculati di scuro nei luoghi asciutti e sterili e tra la vegetazione secca, tanto che era difficile scorgerli. Qualche volta si infilavano nelle stanze, e in tutte le stagioni c’era un nido o una colonia di serpenti nelle spesse fondamenta della casa e sotto il pavimento. D’inverno ibernavano là, senza dubbio tutti avviluppati tra loro; e nelle notti d’estate, quando se ne stavano tranquilli nella loro dimora tutti ravvolti su se stessi  o scivolavano come spettri per i loro appartamenti sotterranei, io rimanevo sveglio e li ascoltavo per ore. Perché anche se la cosa può essere nuova per qualche ofiologo da tavolino, i serpenti non sono affatto muti come li crediamo noi. In ogni caso questa specie, il Philodryas aestivus – un bel serpente del tutto innocuo, lungo poco meno di un metro, col corpo color verde brillante tutto chiazzato di macchie d’un nero inchiostro – quando se ne stava indisturbato nella sua tana non soltanto emetteva un suono, ma se era in compagnia la conversazione diventava generale e pareva interminabile, perché di solito io mi addormentavo prima che fosse finita. Una conversazione sibilante, questo è vero, ma non priva di modulazioni e notevolmente varia; dopo un lungo sibilo si udivano distintamente dei suoni ticchettanti, come il ticchettio velato di un orologio, e dopo dieci, venti o trenta ticchettii un altro sibilo che sembrava un lungo sospiro,talvolta con una vibrazione come quando si sente tremare al vento una foglia secca. Non appena taceva l’uno, cominciava l’altro; e così di seguito, domanda e risposta, strofa e antistrofa; e a intervalli parecchie voci si univano in una specie di basso coro misterioso, fatto di ticchettii, battiti e sibili; mentre io, sveglio nel mio letto, ascoltavo e tremavo. La stanza era al buio, e per la mia immaginazione incontrollata i serpenti non stavano più sotto il pavimento ma sopra, e strisciavano di qua e di là, con le teste ritte, in una sorta di mistica danza; e spesso rabbrividivo al solo pensiero di quello che i miei piedi nudi avrebbero potuto toccare se appena appena avessi lasciato penzolare una gamba fuori dal letto. […]
Quando ebbi forza e coraggio sufficienti, va da sé che cominciai anch’io a partecipare alla persecuzione dei serpenti; e difatti, non appartenevo io pure alla stirpe di Eva? Né saprei dire quando cominciarono a cambiare i miei sentimenti verso il nostro torturato nemico. Ma un episodio al quale assistetti a quel tempo, quando avevo circa otto anni, credo che abbia avuto su di me una notevole influenza. In tutti i casi mi fece riflettere su un argomento che sino allora non mi era sembrato degno di riflessione. Ero nel frutteto, e seguivo a poca distanza un gruppo di persone adulte, per lo più amici che erano venuti a trovarci; a un tratto, fra quelli che camminavano più avanti, ci furono delle grida, gesti di paura e una fuga precipitosa: sul sentiero c’era un serpente e loro per poco non lo avevano calpestato. Uno degli uomini, il primo che trovò un bastone o forse il più coraggioso, accorse sul posto, e proprio quando stava per assestare un colpo mortale una delle signore gli afferrò il braccio e lo fermò. Poi si chinò rapidamente, prese il rettile con le mani, e dopo essersi allontanata un poco dagli altri, lo lasciò libero nell’alta erba verde, verde come la pelle lustra del serpente e altrettanto fredda al tocco. Per quanto sia passato tanto tempo, quest’episodio è vivido nella mia mente come se fosse accaduto ieri. Mi pare ancora di vedere quella donna che tornava verso di noi attraverso gli alberi del frutteto, col viso raggiante di gioia perché aveva salvato il rettile dalla morte imminente, e che alle esclamazioni di orrore e di meraviglia con cui gli altri la accoglievano si limitava a rispondere con una piccola risata e la domanda: “Perché dovreste ucciderlo?”.  Ma perché era contenta, candidamente contenta, mi sembrava, come se avesse fatto un’azione meritoria e non una cosa cattiva? La mia giovane mente rimase turbata da questa domanda, e non trovò alcuna risposta. Credo però che questo episodio abbia dato i suoi frutti più tardi, insegnandomi a riflettere se non fosse meglio salvare la vita anziché distruggerla; meglio, non soltanto per l’animale risparmiato, ma per l’anima.

Un serpente misterioso

Cominciai ad apprezzare la bellezza unica del serpente e la sua singolarità soltanto dopo l’episodio che ho narrato nell’ultimo capitolo e la scoperta che un rettile non era necessariamente una creature pericolosa per gli esseri umani, al punto di doverla distruggere a vista e ridurla in poltiglia per tema che sopravvivesse e fuggisse prima del tramonto. Poi, un poco più tardi, mi capitò un’avventura che fece nascere in me un sentimento nuovo, quella sensazione che nel serpente ci sia qualcosa di soprannaturale che, a quanto sembra, tutti i popoli a uno stadio primitivo di cultura hanno condiviso e che ancora sopravvive in alcuni paesi barbari o semi barbari, e anche in altri, come l’Indostan, che hanno ereditato un’antica civiltà.[…]
Un caldo giorno di dicembre, mentre me ne stavo da qualche minuto perfettamente immobile tra le erbe aride, tutt’a un tratto sentii un lieve fruscio che veniva dal suolo accanto ai miei piedi, e abbassato lo sguardo vidi la testa e il collo di un grosso serpente nero che mi passava lentamente vicino. […]
Avevo visto la mia meravigliosa creatura, il mio serpente nero diverso da tutti gli altri serpenti della terra, e l’emozione che mi aveva travolto dopo il primo brivido di terrore non mi aveva ancora abbandonato, ma sentivo che era un’emozione tutta percorsa da un senso di piacere, e ormai non avrei più potuto decidere di star lontano da quel posto.[…]
Guardando quel pipistrello sospeso sotto una grossa foglia verde, avvolto nelle sue ali nere e marroni come in un manto, dimenticai la mia delusione, dimenticai il serpente, ed ero così assorto a contemplare il pipistrello che pur avvertendo una sensazione strana sul collo del piede – come un dolore sordo, un qualcosa che premeva – non ci badai. Poi quella pressione si fece più forte ed era molto strana, come se avessi sul piede un oggetto pesante, qualcosa come una leva, tanto che alla fine mi decisi ad abbassare lo sguardo e rimasi stupefatto e pieno di terrore nel vedere il grande serpente nero che con estrema lentezza trascinava il suo lungo corpo sul mio piede! Non osando muovermi, rimasi a fissarlo, affascinato da quel nero e lustro corpo tubolare che mi strisciava così lentamente sul piede. Era uscito dal fossato, che lungo gli argini era fitto di covi, e con ogni probabilità stava andando a caccia di ratti quando il mio girovagare là intorno lo aveva disturbato, spingendolo a tornare nella sua tana; e mentre vi tornava, procedendo in linea retta com’era sua abitudine, si era imbattuto nel mio piede, e invece di scansarlo vi era passato sopra. Dopo il primo brivido di terrore capii che non correvo alcun pericolo, che se fossi rimasto immobile lui non mi avrebbe aggredito, e ben presto sarebbe scomparso. E quella fu l’ultima volta che lo vidi; per molti giorni di seguito, continuai inutilmente a sorvegliare quel luogo in attesa che lui ricomparisse; ma quell’ultimo incontro mi aveva lasciato l’impressione che fosse un essere misterioso, talvolta pericoloso se veniva aggredito o insultato, e in certi casi anche capace di uccidere con un colpo subitaneo, ma innocuo e perfino amico e benevolo con chi lo trattava con gentilezza anziché con odio. Questo è in parte lo stesso sentimento che l’indù prova verso il cobra che abita in casa con lui e un giorno può casualmente provocare la sua morte, ma non deve essere perseguitato.

 

 

IL CIOCCO
post pubblicato in Pascoli, Giovanni, il 27 novembre 2010



Sullo schermo del mio computer è aperto Google Earth. La terra, la nostra casa. Con un colpo di mouse posso avvicinarmi, il mondo mi viene incontro e si rivela. Mi tuffo in un territorio che conosco bene, la città in cui vivo, una strada, casa mia. Giro gli occhi e guardo fuori dalla finestra il grande cedro che fa ombra sul terrazzo: è lo stesso albero che compare sul computer, proprio lui, il mio. Mi allontano, il cedro scompare in un reticolo di strade, poi in una distesa verde. Tutto si raggruma, in un attimo mi ritrovo nella stratosfera. Sono su un'astronave e guardo la terra che rimpicciolisce. Navigo nell'universo, compaiono altri mondi, soli stelle. Gli astri si uniscono in immagini fantastiche, animali, mostri, figure umane. Compaiono dei nomi: orsa, leone, ariete, corona, lira.
Quattro stelle a forma di trapezio formano la costellazione del corvo. Anche sul ramo di cedro fuori dalla finestra c'è un un uccello dalle piume nere, simile a un corvo. In realtà è una taccola, perché le piume della nuca sono grigie e le ali hanno riflessi blu. A volte la sorprendo a raspare nei vasi dei gerani in cerca di vermi, ma quando si sente osservata vola via gracchiando. Si posa su un ramo secco e riprende la caccia tra il legno e la corteccia. Col becco robusto fruga nelle giunture spezzate, dove la fibra legnosa si disfa e incomincia a marcire. In quei punti l'albero è abitato da un brulicare di piccole creature. Sono coleotteri, formiche, termiti, e anche microscopici insetti ciechi, primitive forme di vita nascoste nell'umida oscurità.
E' quello che Pascoli, nella poesia Il ciocco, chiama il “popolo infinito”.
Una vecchia quercia viene scalzata e divelta, e resta abbandonata al sole e alla pioggia, morta.
“.............. Ma la secca scorza
all'acqua e al sole rifiorì di muschi;
e un'altra vita brulicò nel legno
che intarmoliva: un popolo infinito
che ben sapeva l'ordine e la legge,
v'impresse i solchi di città ben fatte
.
........”
Il popolo infinito vive in armonia con il divenire delle cose e segue i ritmi della natura: costruisce nuove case, accumula scorte alimentari, alleva i piccoli, porta via gli individui che sono morti.
Poi arriva l'uomo con accetta, sega e cunei d'acciaio. Riduce in pezzi il grande tronco e accatasta i pezzi di legno. Il popolo infinito viene decimato. Il suo territorio è distrutto, ma una tribù sopravvive in un ciocco riposto in legnaia.
La vita della comunità operosa continua sempre uguale, il tempo scorre volgendo i lor mille anni in un anno, nulla è cambiato per il popolo infinito. Non sanno di aver vissuto un tempo congiunti al tutto della gran quercia sotto un cielo azzurro. Il loro ambiente, che odora di muffa e di umido, sopravvive nella legnaia, tra il grave gracilar delle galline e il sottile stridìo dei pipistrelli.
Così passava la lor cauta vita
nell'odoroso tarmolo del ciocco:
e chi faceva nuove case ai nuovi,
e chi per tempo rimettea la roba,
e chi dentro allevava i dolci figli,
e chi portava i cari morti fuori
.
Ma arriva il giorno della catastrofe: il ciocco viene portato nel camino e brucia, circondato da uomini che bevono vino, donne che filano, bambini.
Il popolo infinito muore tra le fiamme. Qualcuno, inutilmente, cerca di fuggire. Gli uomini osservano il brulichio convulso e commentano.
“Gli insetti” dice il fabbro “hanno ferri e attrezzi: saracchi, succhielli, raspe e tenaglie. Come chi ripara botti, o aggiusta ombrelli, o sistema serrature rotte.”
“Sono capaci di trasportare grossi carichi” dice il carriolante “girano intorno ai pesi, studiano come spostarli, se hanno bisogno chiamano aiuto.”
“Coltivano i campi” dice il vangatore “arano, seminano, tolgono l'erba cattiva, trebbiano, conservano il raccolto.”
“Allevano bestie” dice il pastore “ animali piccoli e verdi, che danno latte.”
“Hanno contadini come da noi” dice il il capo, un uomo ricco che ha girato il mondo “ma i loro contadini non vivono comodi come i mezzadri. Sono schiavi e devono solo ubbidire. E chi comanda non lavora.”
“I loro figli sono fasciati in un bozzolino” dice la donna che annoda il filo a una cocca del fuso “li curano e li nutrono portandoli in collo, fino a quando vanno da soli.”
Così parlando, essi bevean l'arzillo
vino, dell'anno. E mille madri in fuga
correan pei muschi della scorza arsita,
coi figli, e c'era d'ogni intorno il fuoco
;
I mostri che bevono e le gigantesse che filano assistono impassibili allo sterminio del popolo infinito.
In ultimo parla lo zio Meo.
“Le formiche hanno portato via dal mio campo tutti i chicchi dell'erba lupina. Non hanno lasciato neanche un seme.”
Sono solo ladri, dice zio Meo, e vivono sfruttando il lavoro degli altri.
Quando il ciocco è consumato e il vino è stato bevuto, il poeta si allontana nella notte. Lo zio Meo è con lui.
Non c'era un lume. Ma brillava il cielo
d'un infinito riscintillamento
.
Il poeta guarda il cielo. Stelle, astri, mondi lontani. La terra che gira e rotola spinta dalle forze gravitazionali. Squame di draghi, fruste di aurighi, gemme di corone e corde di lire dorate. Ad ogni passo del viandante la terra percorre trenta miglia sulla sua orbita. I corpi celesti vanno intorno al sole, che si muove verso l'ignoto e incrocia mondi infranti, stelle accese solo per un attimo, astri divelti, nuvole di fuoco. I pianeti sono come falene, zanzare e moscerini che si addensano intorno a una lanterna che oscilla nella mano di un bimbo, e il bimbo, invisibile nel buio, vaga in cerca di una moneta perduta.
Verrà un giorno in cui i mondi serreranno in sé ogni atomo di vita e il Tutto si confonderà nel Nulla, come il bronzo nel cavo della forma.
Forse la Terra sarà colpita da una vagabonda mole e divamperà come una meteora rossa, scomparirà la vita e, insieme alla vita, scomparirà la morte, come arde e scompare la carta scritta con le sue parole. Stelle spente, mondi fossili, Soli fermi per sempre ed in eterno soli. La descrizione della catastrofe cosmica ricorda l'Apocalisse. La terra è distrutta. E' la morte?
Allo stesso modo in cui la quercia divelta non muore, ma diventa la casa di un popolo infinito, la Terra colpita e riarsa vedrà nascere nuove forme di vita. Qualcuno, forse una creatura proveniente da altri mondi, si aggirerà alla ricerca dei misteri del passato e troverà la traccia ignita dell'uman pensiero. E' questa la speranza del poeta, potrà chiudere gli occhi in pace se dopo di lui non sarà il silenzio, se nella sua casa, nel suo dolce mondo, qualcuno vivrà ancora. Come un bambino che riesce ad addormentarsi solo se gli giunge all'orecchio il rumore attutito della casa e se una flebile luce filtra sotto la sua porta.

Questa poesia di Pascoli è complessa e suggestiva.
La quercia divelta è la casa di una comunità articolata, il popolo infinito che ben sapeva l'ordine e la legge. E' una vita plurale, densa di attività, legata al contesto da leggi biologiche che ne ordinano tempi e modi.
Anche la comunità degli uomini è strettamente connessa al territorio in cui vive, da cui trae gli elementi per la sua sopravvivenza. C'è Biondo, che fa il fabbro e utilizza l'acqua del fiume Corsonna per muovere il maglio; Topo, che trasporta carbone in montagna su muli sellati con robuste bardelle; Menno, che con la vanga dissoda i terreni, scassa, pareggia, poi semina, toglie loglio e gramigna, miete, lega, scuote, ventola, spula; Bosco, il pastore che mena le greggi sull'Alpe; e poi la China, madre di otto figli, abile al fuso.
Fabbro, pastore, contadino, carbonaio, filatrice: mestieri antichi che sono il segno di un rapporto armonico e fruttuoso con l'ambiente. Per descriverli Pascoli usa parole che spesso risultano incomprensibili. Capparone, vinciglio, metato, tiglia, guaime, vizzati, strino, schiampa, pensiere: parole in disuso che indicano oggetti, attività, valori che non siamo più in grado di decifrare.
Il contesto di riferimento è la località di Barga, nella campagna pistoiese, abitata da un mondo contadino che fa del radicamento sul territorio la sua ragione di vita. Il territorio costituisce uno spazio ben conosciuto, misurato in termini di giorni di aratura, colture, legna da raccogliere, acque che scorrono. E' uno spazio che diventa luogo, dominato da una reciproca permeabilità tra attività umana e processi naturali. Biondo, Topo, Menno, la China, abitano un luogo di cui conoscono le regole. Ne assecondano le leggi perché è il loro ambiente. La presenza umana si costituisce come parte integrante della natura.
Eppure c'è la vicenda del piccolo popolo infinito che carica d'inquietudine questo mirabile equilibrio tra le persone e la loro casa. Biondo, Topo, Menno, la China, non riconoscono gli abitanti del ciocco come parte del loro ambiente. Il loro destino non ha rilievo, la loro morte non ha storia. Rappresentano un popolo diverso, per molti versi ostile, pur se le loro leggi rispecchiano quelle degli umani.
L' attività del piccolo popolo è solo una curiosità, una bizzarria. Sono parassiti.
Ma il poeta sa che sotto il cielo stellato la comunità degli uomini che la sera si riuniscono intorno al fuoco e quella del popolo infinito che vive nella buia umidità del ciocco muschioso hanno lo stesso valore, perché la Terra è per tutte le specie viventi una casa comune. Un disastro ambientale potrebbe renderla per tutti inospitale, ostile, nemica.

Anche lo zio Meo guarda il cielo.
Stellato fisso: domattina piove, dice, pensando al campo appena arato, al bel tempo nei giorni di San Martino, a quanto la pioggia gioverà al grano. E aspettando il temporale che verrà, va a riposare sereno sui sacconi di foglie di granturco.



(Rita Cavallari)






Giovanni Pascoli, Canti di Castelvecchio (Il ciocco), Rusconi, 2004 [ * ] [ * ] [ * ]

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