.
Annunci online

CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
RACCONTI DI VITA
post pubblicato in Ba, Mohamed, il 14 luglio 2012

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. politica africa migranti

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 14/7/2012 alle 9:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
RELAZIONE PER UN'ACCADEMIA
post pubblicato in Kafka, Franz, il 12 luglio 2012

 

Eccellenti signori dell’accademia!
Voi mi fate l’onore di chiedermi per la vostra accademia una relazione sulla mia precedente vita di scimmia.
In questo senso purtroppo non posso adempiere all’invito. Quasi cinque anni mi dividono dalla condizione di scimmia, un tempo forse breve se misurato sul calendario, ma infinitamente lungo da attraversare al galoppo come ho fatto io, a tratti accompagnato da uomini eccellenti, da consigli, consensi e musica d’orchestra, eppure fondamentalmente solo, perché tutto l’accompagnamento si manteneva, per rimanere nell’immagine, lontano dalla barriera. Questo risultato sarebbe stato impossibile se mi fossi ostinato a voler rimanere attaccato alla mia origine e ai miei ricordi di gioventù. Una piena rinuncia a ogni ostinazione è stato il primo comandamento che mi sono imposto; io, che ero una scimmia libera, mi sono adattata a questo giogo. A loro volta, però, i ricordi in questo modo mi si rifiutavano sempre di più. Se in un primo momento il ritorno, quando fosse stato consentito dagli uomini, mi era aperto attraverso un portale alto quanto il cielo sulla terra, in seguito, parallelamente alla mia evoluzione che proseguiva a colpi di frusta, esso divenne sempre più basso e più stretto; nel mondo degli uomini mi sentivo sempre più a mio agio, sempre più compreso; la tempesta che soffiava dal mio passato si calmò; oggi è solo una corrente d’aria che mi rinfresca i calcagni; e quel buco lontano da cui questa corrente viene e attraverso il quale sono passato un tempo è diventato così piccolo che, anche se avessi forza e volontà sufficienti per correre a ritroso fin laggiù, dovrei scorticarmi tutta la pelliccia per passarci attraverso. Parlando chiaramente, benché io preferisca usare delle immagini per simili discorsi, tuttavia parlando chiaramente: la vostra natura di scimmia, signori, per quanto possiate averne una dietro di voi, non può esservi più lontana di quanto la mia lo è da me stesso. Tuttavia, un prurito al calcagno lo sente chiunque cammini sulla terra: il piccolo scimpanzé come il grande Achille.
Nel senso più limitato tuttavia posso rispondere alla vostra domanda, e lo faccio persino con gioia. La prima cosa che ho imparato è stata la stretta di mano; una stretta di mano dimostra franchezza; ora che sono al vertice della mia carriera, possa anche una parola franca raggiungere quella prima stretta di mano. Una tale parola non aggiungerà novità essenziali per l’Accademia, e rimarrà molto al di sotto di ciò che mi si richiedeva, ma deve mostrare quale sia la linea di sviluppo di chi, un tempo scimmia, è riuscito a entrare e a stabilirsi saldamente nella comunità umana. Non potrei tuttavia dire io stesso quel poco che seguirà se non fossi pienamente sicuro di me stesso e se la mia posizione su tutti i palcoscenici di varietà del mondo civilizzato non fosse ormai incrollabile.
Sono nato nella Costa d’Oro. Di questo sono stato informato da estranei dopo la mia cattura. Una spedizione di caccia della ditta Hagenbeck – con la sua guida fra l’altro ho poi vuotato diverse bottiglie di buon vino rosso – si era appostata nei cespugli sulla riva, quando la sera insieme al branco mi avvicinai di corsa per bere. Spararono; io fui l’unico a essere colpito; mi raggiunsero due colpi.
Uno nella guancia; questo era lieve; mi lasciò però una grossa cicatrice rossa spelacchiata, che mi è valsa il nome di Rotpeter, un nome che odio, del tutto inappropriato, che sembra proprio inventato da una scimmia, come se solo questa macchia rossa sulla guancia mi distinguesse da quella scimmia addomesticata che chiamano Peter, crepata di recente, famosa soltanto qua e là. Ma questo, sia detto di sfuggita.
Il secondo colpo mi raggiunse sotto l’anca. Questo era grave, è colpa sua se ancor oggi zoppico un poco. Ultimamente, nel lavoro di uno dei diecimila fanfaroni che straparlano di me sui giornali, ho letto che la mia natura di scimmia non sarebbe ancora del tutto soppressa, e lo dimostrerebbe il fatto che provo piacere a togliermi i pantaloni davanti ai visitatori per mostrare il foro d’entrata di quel colpo. A questo bel tomo bisognerebbe far saltare ogni singolo ditino della mano con cui scrive. Io, io posso togliermi i pantaloni davanti a chi mi pare; là sotto non troveranno altro che una pelliccia ben curata e una cicatrice dovuta a un – scegliamo qui per uno scopo definito una parola definita, che però non vuol essere equivocata – la cicatrice dovuta a un colpo scellerato. Tutto è alla luce del sole; non c’è niente da nascondere; quando un uomo di alti principi si avvicina alla verità mette da parte i modi raffinati. Se invece fosse quel giornalista a calare i pantaloni davanti ai visitatori, la cosa avrebbe un aspetto diverso e ammetterò che sarebbe ragionevole se non lo facesse. Ma allora che non rompa le scatole a me con le sue delicatezze!
Dopo quei colpi mi risvegliai – e qui cominciano pian piano i miei ricordi personali – in una gabbia, sul ponte mediano del vaporetto Hagenbeck. Non era una gabbia a quattro pareti; piuttosto si trattava di solo tre pareti saldamente appoggiate a un baule; il baule formava così la quarta parete. Il tutto era troppo basso per stare in piedi e troppo stretto per stare seduti. Perciò mi accoccolai sulle ginocchia piegate e un po’ tremanti e, poiché probabilmente in un primo tempo non volevo vedere nessuno ma preferire rimanermene al buio, mi voltai verso il baule, mentre dietro di me le sbarre della gabbia mi entravano nella carne. Custodire nei primi tempi in questo modo gli animali selvatici è considerato vantaggioso, e dopo la mia esperienza non posso negare che, in un senso umano, è proprio così.
Ma allora non ci pensavo. Per la prima volta nella mia vita non avevo vie d’uscita; per lo meno non ne avevo davanti a me; davanti a me c’era il baule, un’asse stretta contro l’altra. Fra le assi c’era sì un’apertura che le attraversava, e quando la scoprii la prima volta la salutai con l’urlo felice di chi non comprende, ma questa apertura era di gran lunga insufficiente anche per infilarci la coda, e tutta la forza di una scimmia non era sufficiente ad allargarla.
Come poi mi hanno detto, ero insolitamente poco rumoroso, e da questo se ne concluse che o sarei crepato presto oppure, se superavo il primo periodo critico, sarei stato molto adatto a essere addomesticato. Superai questo periodo. Un sordo singhiozzo, un doloroso spulciarsi, lo stanco leccare una noce di cocco, battere con la testa la parete del baule, mostrare la lingua all’avvicinarsi di qualcuno – ecco le prime occupazioni della mia nuova vita. Ma in tutto ciò un solo sentimento: nessuna via d’uscita. Naturalmente ciò che allora sentivo come scimmia posso descriverlo oggi solo con parole umane e perciò manco il bersaglio, ma anche se non posso più raggiungere l’antica verità di scimmia questa è per lo meno sulla linea della mia descrizione, su questo non ho dubbi.
Fino ad allora avevo avuto tante via d’uscita, e ora neppure una. Ero saldamente in trappola. Se mi avessero inchiodato, la mia libertà di movimento non sarebbe stata minore. E questo perché? Puoi anche grattarti la pelle fra le dita dei piedi, ma non troverai il perché. Non avevo vie d’uscita, dovevo però procurarmele, altrimenti non avrei potuto vivere. Sempre attaccato a questa parete di baule – sarei senza dubbio crepato. Ma da Hagenbeck le scimmie devono stare contro la parete del baule – e così smisi di essere una scimmia. Una linea di pensiero chiara e bella, che devo avere in qualche modo covato in pancia, dato che le scimmie pensano con la pancia.
Temo di non essere capito quando parlo di via d’uscita. Uso questo termine nel suo senso più completo e abituale. E’ con intenzione che non dico libertà. Non alludo a questo grande sentimento della libertà in tutte le direzioni. Come scimmia forse la conoscevo, e ho incontrato uomini che ambiscono ad essa. Ma per quanto mi riguarda, non desideravo la libertà allora come non la desidero oggi. Fra parentesi: parlando di libertà gli uomini si ingannano un po’ troppo spesso. E come la libertà va annoverata fra i sentimenti più sublimi, così anche il corrispondente inganno è dei più sublimi. Spesso nei varietà, prima del mio numero, ho visto qualche coppia di artisti darsi da fare lassù sotto il tendone sul trapezio. Si lanciavano, si altalenavano, saltavano, si libravano abbracciati, uno teneva l’altro per i capelli con i denti. “Anche questa è libertà umana”, pensavo, “un movimento padrone di sé.” O derisione della sacra natura! Non c’è costruzione che resterebbe in piedi per le risate delle scimmie di fronte a un tale spettacolo.
No, non era la libertà che volevo. Solo una via d’uscita; a destra, a sinistra, era lo stesso; non avevo altre pretese; la via d’uscita poteva anche essere un inganno; la pretesa era piccola, l’inganno non poteva essere più grande. Avanti, avanti! Pur di non restare fermo a braccia sollevate, schiacciato contro la parete di un baule.
Oggi vedo con chiarezza; senza la più grande tranquillità interiore non avrei mai potuto venirne fuori. E in effetti forse devo tutto ciò che sono diventato alla tranquillità che mi invase, là nella nave, dopo i primi giorni. Ma la tranquillità a sua volta la devo all’equipaggio della nave.
Sono brave persone, nonostante tutto. Ancora oggi ricordo volentieri il suono dei loro passi pesanti, che risuonavano allora nel mio dormiveglia. Avevano l’abitudine di prendere tutto con estrema lentezza. Se qualcuno voleva stropicciarsi gli occhi, alzava la mano come sollevando un peso. I loro scherzi erano grossolani, ma cordiali. Le loro risate erano sempre miste a una tosse che suonava pericolosa, e invece era insignificante. Avevano sempre in bocca qualcosa da sputare, e dove sputassero era per loro indifferente. Si lamentavano sempre di trovarsi addosso le mie pulci; ma non ce l’avevano mai seriamente con me; sapevano bene che nella mia pelliccia le pulci prosperavano e anche che le pulci sono buone saltatrici; e perciò si mettevano l’animo in pace. Quando non erano in servizio, a volte alcuni di loro si sedevano in semicerchio intorno a me; parlavano appena, ma si limitavano a tubare l’uno in direzione dell’altro; fumavano, sdraiati sul baule, la pipa; si davano botte sulle ginocchia appena facevo il più piccolo movimento; e ogni tanto uno prendeva un bastone e mi grattava là dove preferivo. Se oggi mi invitassero a fare un viaggio su una tale nave certo declinerei l’invito, ma è altrettanto certo che quando penso a quel ponte mediano non ho soltanto brutti ricordi.
La tranquillità che mi ero guadagnata fra questa gente mi trattenne innanzitutto da ogni tentativo di fuga. Ripensandoci oggi mi sembra che avevo almeno il presentimento che avrei dovuto prima o poi trovare una via d’uscita, se volevo vivere, ma che tale via d’uscita non si raggiungeva con la fuga. Non so più se una fuga era possibile, anche se credo di sì; a una scimmia la fuga dovrebbe sempre essere possibile. Con i miei denti di oggi devo stare attento anche quando rompo una semplice noce, ma allora con il tempo mi sarebbe certo riuscito di rompere a morsi la chiusura della gabbia. Non lo feci. Che cosa ci avrei guadagnato? Appena messa fuori la testa mi avrebbero subito ripreso e rinchiuso in una gabbia ancor peggiore; oppure senza rendermene conto sarei fuggito fra altri animali, magari in mezzo ai boa, e sarei soffocato nel loro abbraccio; o magari mi sarebbe riuscito di raggiungere il ponte e saltare fuori, così mi sarei dondolato per un poco sull’oceano e poi sarei affogato. Gesti disperati. Non calcolavo come un uomo, ma sotto l’influsso di chi mi circondava mi comportavo come se avessi calcolato.
Non calcolavo, ma osservavo in tutta tranquillità. Guardavo questi uomini andare su e giù, sempre le stesse facce, gli stessi movimenti, a volte mi sembrava che fosse sempre lo stesso uomo. Quest’uomo o questi uomini camminavano dunque indisturbati. Intravidi, come per ispirazione, un superiore obiettivo. Nessuno mi prometteva che la gabbia sarebbe stata aperta se fossi diventato come loro. Non si fanno simili promesse per imprese apparentemente irrealizzabili. Ma se le imprese vengono portate a termine, allora in seguito anche le promesse compaiono proprio là dove prima le si era cercate invano. Ora, in questi uomini di per sé non c’era nulla che mi attirasse molto. Se fossi un adepto di quella libertà di cui parlavo prima, avrei certo preferito l’oceano alla via d’uscita che mi si mostrava nel torbido sguardo di costoro. In ogni caso però io li osservavo già da molto tempo prima di pensare a queste cose, furono anzi solo le osservazioni accumulate a spingermi in quella definita direzione.
Era così facile imitare la gente. A sputare, imparai fin dai primi giorni. Ci sputavamo in faccia a vicenda; l’unica differenza era che dopo io mi leccavo la faccia per pulirla, loro no. Presto fumavo la pipa come un vecchio; se premevo il suo fornello con il pollice, tutto il ponte ne rideva; solo la differenza fra una pipa vuota e una carica mi rimase a lungo oscura.
La fatica maggiore me la procurò la bottiglia di grappa. L’odore mi ripugnava; mi costrinsi con tutte le forze; ma ci vollero settimane perché riuscissi a vincermi. Queste lotte interiori, sorprendentemente, furono dall’equipaggio prese sul serio più di ogni altra cosa. Ora non riesco più, nemmeno nel ricordo, a distinguere le persone, ma uno di loro tornava sempre, solo o in compagnia, di giorno o di notte, alle ore più diverse; mi si metteva davanti con la bottiglia e mi dava lezioni. Non mi capiva, voleva sciogliere l’enigma del mio essere. Stappava la bottiglia lentamente e mi guardava, come per vedere se avevo capito; confesso che lo osservavo sempre con un’attenzione selvatica e precipitosa; nessun insegnante umano troverebbe in tutto il mondo un allievo umano altrettanto diligente; stappata la bottiglia, la portava alla bocca; io lo seguivo con lo sguardo fino alla gola; contento di me, mi fa un cenno e porta la bottiglia alle labbra; io, affascinato dalla progressiva conoscenza, stridendo mi gratto per lungo e per largo dove capita; lui se ne rallegra, alza la bottiglia e beve un sorso; io, impaziente e disperato per la voglia di imitarlo, mi imbratto nella mia gabbia, cosa che di nuovo lo riempie di soddisfazione; ora allontana ampiamente da sé la bottiglia e di slancio la riavvicina, e, piegato esageratamente indietro per insegnarmi, la vuota in un sorso. Io, stanco per l’eccessivo desiderio, non posso più seguirlo e pendo debolmente dalle sbarre, mentre lui conclude la sua lezione di teoria grattandosi la pancia con un ghigno.
Solo ora comincia l’esercizio pratico. Non sono già esaurito dalla teoria? Sì, del tutto esaurito. Ciò fa parte del mio destino. Ciononostante, afferro meglio che posso la bottiglia che mi viene tesa; tremando la stappo; con questo successo ecco che pian piano acquisisco nuove forze; alzo la bottiglia, e in questo gesto sono ormai quasi indistinguibile dal mio modello; la porto alla bocca e – e la scaglio lontano con orrore, con orrore, benché sia vuota e piena solo dell’odore, la scaglio con orrore per terra. Questo è uno sconforto per il mio insegnante, e ancor maggiore per me; e non posso riconciliare né lui né me per il fatto che, gettata via la bottiglia, non dimentico di grattarmi la pancia e ghignare.
Fin troppe volte la lezione andava così. E, sia detto a onore del mio insegnante: non era cattivo con me; certo, ogni tanto mi appoggiava la pipa accesa sulla pelliccia, finché questa, dove arrivavo con difficoltà, cominciava a bruciare, ma allora lui stesso me la spegneva con la sua gigantesca mano piena di bontà; non era cattivo con me, capiva che entrambi lottavamo dalla stessa parte contro la natura di scimmia, e che a me toccava il compito più difficile.
Che vittoria fu allora per lui come per me, quando una sera, davanti a un grande pubblico – forse era una festa, un grammofono suonava, un ufficiale passeggiava fra la gente – quando in quella sera, a tutti inosservato, afferrai una bottiglia di grappa dimenticata per caso davanti alla mia gabbia, la stappai secondo i dettami della scuola sotto l’attenzione crescente degli astanti, la portai alla bocca e senza esitare, senza storcer la bocca, come un esperto bevitore, con gli occhi sbarrati, la gola traboccante, la vuotai letteralmente fino all’ultimo goccio; scagliai lontano la bottiglia non più con disperazione, ma da vero artista; certo, dimenticai di grattarmi la pancia; in compenso però, forse perché non potevo più trattenermi o perché i miei sensi erano preda dell’ebbrezza, esclamai un “Ehilà!” con timbro umano, con questo grido saltai nella comunità degli umani e percepii la loro eco: “Sentite, sta parlando!” come un bacio su tutto il mio corpo gocciolante di sudore.
Ripeto: non mi attirava imitare gli uomini; li imitavo solo perché cercavo una via d’uscita, nient’altro. Inoltre, con quella vittoria ancora avevo ottenuto poco. La voce mi sparì di nuovo subito dopo; solo dopo mesi riuscii a ritrovarla; la ripugnanza contro la bottiglia di grappa si ripresentò moltiplicata. Ma la strada era tracciata davanti a me una volta per sempre.
Quando fui consegnata ad Amburgo al primo domatore, compresi subito l’alternativa che mi si poneva: zoo o varietà. Non ebbi esitazioni. Mi dissi: cerca con tutte le tue forze di arrivare al varietà; questa è la via d’uscita; lo zoo è soltanto una nuova gabbia; se ci entri sei perduto.
E così, signori, ho imparato. Ah, si impara bene quando si è obbligati; si impara, quando si vuol trovare una via d’uscita; si impara senza riguardi per nessuno. Ci si sorveglia da soli con la frusta; e alla minima resistenza ci si strazia le carni. Come sparata fuori, la natura di scimmia uscì da me e sparì, tanto che il mio primo istruttore finì per diventare lui stesso simile a una scimmia, e presto dovette abbandonare la mia istruzione e ricoverarsi in clinica. Fortunatamente presto ne uscì.
Ma io dovevo logorare molti istruttori, spesso diversi istruttori allo stesso tempo. Quando fui più sicuro delle mie capacità, quando il pubblico cominciò a seguire i miei progressi e il futuro a farsi più luminoso, io stesso mi prendevo degli istruttori, li mettevo in cinque stanze consecutive e imparavo da tutti contemporaneamente saltando senza posa da una stanza all’altra.
Quali progressi! Come penetravano i raggi della scienza da ogni parte nel cervello che si risvegliava! Non lo nego: ciò mi rendeva felice. Ma confesso anche che allora come ora non sopravvalutavo tutto ciò. Con uno sforzo quale finora non si è ripresentato sulla terra, ho raggiunto il grado di istruzione medio di un europeo. Questo in sé sarebbe un nulla, ma è pur sempre qualcosa dato che mi ha liberato dalla gabbia e mi ha offerto questa particolare via d’uscita, questa via d’uscita umana. Nella vostra lingua esiste la bellissima espressione: “imboscarsi”; è proprio quello che ho fatto io, mi sono imboscato. Non c’erano altre vie, se si premette che non si poteva scegliere la libertà.
Se ora riconsidero la mia evoluzione e ciò che ho ottenuto finora, non posso lamentarmi né dichiararmi soddisfatto. Con le mani nei pantaloni, la bottiglia di vino sul tavolo, un po’ sto sdraiato, un po’ mi metto nella sedia a dondolo e guardo dalla finestra. Se viene una visita la ricevo come si conviene. Il mio impresario sta nell’anticamera; se suono, viene e ascolta cosa ho da dire. La sera c’è quasi sempre lo spettacolo, e ormai non potrei avere più successo di così. Se torno tardi dai banchetti, dalle società scientifiche o da una piacevole compagnia, mi aspetta a casa una piccola scimpanzé semiaddomesticata, e presso di lei me la spasso alla maniera delle scimmie. Di giorno però non la voglio vedere; ha negli occhi la follia dell’animale addestrato e confuso; solo io lo vedo e non riesco a sopportarlo.
Nel complesso, ad ogni modo, ho raggiunto quel che volevo raggiungere. Non si dica che non ne valeva la pena. Del resto non mi interessano i giudizi umani, io voglio solo diffondere la conoscenza, fare relazioni, e anche questa che ho presentato davanti a voi, eccellenti signori dell’Accademia, era soltanto una relazione.

 

 
Franz Kafka, Relazione per un'accademia [ * ]
MOHAMED BA
post pubblicato in Ba, Mohamed, il 21 giugno 2012
Lunedì 11 giugno, a sei mesi dalla strage di Piazza Dalmazia a Firenze, in cui furono uccisi Samb Modou e Diop Mor e feriti altri tre ragazzi senegalesi, l'Archivio delle memorie migranti ha presentato per la prima volta a Roma - negli spazi della Pelanda dell’ex mattatoio - il monologo Invisibili dell’attore e griot senegalese Mohamed Ba, a sua volta miracolosamente sopravvissuto a un attentato razzista il 31 maggio 2009 a Milano [ * ]. In Invisibili, Mohamed Ba ripercorre e interpreta il cammino di due cittadini africani che si mettono in viaggio sognando una vita migliore, canta le contraddizioni, i sogni, le speranze, i dolori e le gioie del continente, e porta il pubblico a chiedersi: Che ne sarebbe della nostra vita, a noi del nord del mondo, se non fossimo nati qui? Persino invecchiare non sarebbe permesso.
Ba è nato a Dakar, in Senegal. Mediatore e animatore culturale, ha aderito al movimento per la promozione della letteratura africana e al circolo dei giovani scrittori per l’alfabetizzazione nelle zone rurali. Migrato in Francia, è stato coordinatore dell’operazione Un immigré, un livre. Nel 1998 ha pubblicato Parole de nègre, sulle migrazioni nei paesi del Sahel. Nel 1999 trasferitosi in Italia ha collaborato con il centro ambrosiano di Milano per Ex cursus. E’ fondatore del gruppo Mamafrica che usa la percussioni per diffondere la cultura africana. E’ autore ed interprete di monologhi teatrali: Parole fuori luogo (2002), Musica e popoli (2003), B-Sogni (2004), Canto dello spirito (2006), Invisibili (2010), Incazzato bianco (2010). Nel 2011 ha portato in scena Relazione per un’accademia di Franz Kafka, per la regia di Heike Brunkhorst. Ha partecipato a vari progetti teatrali e a trasmissioni radiofoniche e televisive [ * ].

Avevamo conosciuto Mohamed Ba attraverso il ritratto che ne aveva fatto Dagmawi Yimer in Benvenuti in Italia. Ora si è data l'occasione di vederlo dal vivo nello spettacolo Invisibili (ripreso da Dagmawi per un nuovo film), dove Mohamed, dopo aver esordito con "siamo tutti figli del colonialismo", ripercorre non solo la propria storia ma quella collettiva dei migranti dall'Africa, ritornando indietro nelle generazioni fino alle partenze degli schiavi dalla Maison des Esclaves dell'isola di Gorèe in Senegal. Lo spettacolo si avvale di stilemi propri del teatro griot, con momenti di teatro di narrazione, andando in profondità nell'animo africano con esasperazioni, nostalgie, illusioni, comicità e abbandoni propri della vicenda del migrante sulle nostre strade. Di particolare impatto è quando Mohamed Ba canta e suona il tamburo vorticosamente, quasi cercando di raggiungere una trance atavica e di tornare alle origini. Ci sono molti sprazzi della propria storia individuale che Mohamed ci affida nello spettacolo, dall'infanzia agli scarsi successi scolastici, alla vittoria in un concorso letterario promosso dal consolato francese con in premio un soggiorno-studio di due anni a Parigi, scaduti i quali diventa clandestino. Seguono il rimpatrio forzato e il successivo arrivo a Milano dove Mohamed ha un parente. Comincia la faticosa avventura italiana con l'apprendimento della lingua e il tentativo di inserimento nella società. Alcuni anni dopo ci sarà l'episodio-chiave traumatico del tentativo di omicidio. Oggi è attore e mediatore culturale. Il tutto è raccontato con accenti non privi di leggerezza e spassosità, e inscritto in una prospettiva globale e di lungo periodo.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. africa teatro migranti

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 21/6/2012 alle 10:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
LA TRAPPOLA
post pubblicato in Soh-Moubé, Clariste, il 6 giugno 2012

Coppia in fuga dall’Africa verso l’Europa con il sogno di una vita migliore, questo spinge Clariste Soh-Moube e Dag Yimer a lasciare il continente nero e attraverso un viaggio lungo e periglioso raggiungere l’Occidente. Le loro storie raccontate rispettivamente in un libro, La Trappola pubblicato da Infinito Edizioni, e in un film, Come un uomo sulla terra, saranno presentate giovedì 17 maggio alle 18.30 alla biblioteca di Villa Leopardi nell’ambito del ciclo di incontri dedicati ai migranti forzati: i rifugiati.
Le due storie hanno avuto epiloghi diversi: Clariste, giovane calciatrice del Cameroun, dopo otto anni lungo un percorso faticoso e difficile, che avrebbe dovuto portarla a Mbeng, come i giovani africani chiamano l’Europa, attraverso diversi stati del continente africano, capisce che la sua vita deve compiersi in Africa senza miti e false illusioni su un futuro roseo in Occidente. Dag invece partito dall’Etiopia approda dopo infinite prove sulle coste italiane e raggiunge Roma dove diventa “filmmaker per caso”.
Ci sarà solo Dag a Villa Leopardi perché Clariste Soh-Moube a causa di un recente colpo di stato non è riuscita a lasciare il Mali, dove risiede e lavora al servizio dell’Africa. A Clariste Dag dedica queste parole “Cara sorella e compagna di viaggio, chiunque leggerà questo tuo libro ricordi che dietro ciascuna persona che viene pestata, ammazzata, annegata in mare o umiliata, stuprata, c’è almeno una madre che la pensa, che l’aspetta. Attraverso il tuo racconto ho intravisto le donne e le ragazze che hanno viaggiato con me. Donne con nomi e cognomi, che hanno lasciato dietro madri, padri, fratelli, figli, prima che questo viaggio le spogliasse di tutto”. 
E sull’inganno che acceca tanti giovani africani che sognano una vita migliore al di là del mare si sofferma Giulio Cederna nella prefazione del libro “La trappola”: “La testimonianza di Clariste ci interroga. Ha il merito di illuminare dall’interno la Trappola: il paradosso di un mondo che ha globalizzato i bisogni e geo-referenziato i diritti, promesso lo scambio universale dei sogni e delle merci, e costruito muri altissimi per arginare la libera circolazione degli esseri umani”.
Il desiderio di svelare l’inganno nel quale cadono tanti giovani africani con il mito dell’Europa ha spinto Dag a fare del suo viaggio un film realizzato con Andrea Segre, una produzione Asinitas in collaborazione con ZaLab. Un racconto che ha anche altri destinatari: l’Italia e l’Europa che sul destino dei migranti hanno responsabilità che vanno esplicitate.




(Irene Ricciardelli)







Clariste Soh-Moubè, La trappola, Infinto, 2012 [ * ]




(apparso su Più Culture del 15 maggio)




vedi quì

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. politica africa migranti

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 6/6/2012 alle 16:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
WANGARI MAATHAI
post pubblicato in Maathai, Wangari , il 10 giugno 2011



Wangari Muta Maathai è nata a Nyeri in Kenya nel 1940 [ * ]. E' stata la prima donna dell'Africa centrale ed orientale ad ottenere un dottorato di ricerca universitario. Wangari Maathai si è laureata in scienze biologiche presso il Mount St. Scholastica College in Atchison, Kansas nel 1964 [ * ] [ * ]. Ha successivamente conseguito un Master of Science presso l'Università di Pittsburgh nel 1966 [ * ]. Ha continuato gli studi di dottorato in Germania e presso l'Università di Nairobi [ * ] [ * ], dove ha ottenuto un dottorato di ricerca nel 1971 e dove ha anche insegnato anatomia veterinaria. Divenne preside del Dipartimento di anatomia veterinaria e professore associato nel 1976 e 1977. In entrambi i casi, è stata la prima donna a raggiungere quelle posizioni nella regione. Wangari Maathai è stata attiva in seno al Consiglio Nazionale delle Donne del Kenya nel 1976-1987 e ne è stata presidente nel 1981-1987. E' stato mentre lavorava nel Consiglio nazionale delle donne che ha introdotto nel 1976 l'idea di un movimento di base per piantare alberi. Negli anni seguenti ha continuato a sviluppare largamente quest'organizzazione di gruppi di donne il cui principale obiettivo è la messa a dimora di alberi al fine di conservare l'ambiente e migliorare la qualità della vita. Tuttavia, è con il Green Belt Movement [ * ] che ha aiutato le donne a piantare oltre 20 milioni di alberi nelle loro aziende, nelle loro scuole e chiese [ * ].
Nel 1986, il Movimento ha istituito Pan African Green Belt, una rete che ha coinvolto più di quaranta persone provenienti da altri paesi africani. Alcuni di loro hanno istituito simili iniziative di piantagione di alberi nei loro paesi, utilizzando alcuni dei metodi del Green Belt Movement per migliorare i loro sforzi. Finora alcuni paesi hanno avviato con successo tali iniziative in Africa (Tanzania, Uganda, Malawi, Lesotho, Etiopia, Zimbabwe, ecc.). Nel settembre 1998, ha lanciato una campagna nell'ambito della Coalizione del Giubileo del 2000. Ha intrapreso nuove sfide, giocando un ruolo di leader a livello mondiale come co-presidente del Giubileo del 2000-Campagna Africa, mirando alla cancellazione del debito arretrato non pagabile dei paesi poveri in Africa entro il 2000 [ * ] [ * ]. La sua campagna contro la deforestazione e l'assegnazione arbitraria di terreni forestali è stata al centro dell'attenzione pubblica nel recente passato.
Wangari Maathai è riconosciuta internazionalmente per la sua persistente lotta per la democrazia, i diritti umani e la conservazione ambientale. E' stata alle Nazioni Unite in diverse occasioni e ha parlato a nome delle donne in sessioni speciali dell'Assemblea Generale per la revisione quinquennale del Vertice sulla Terra [
* ] [ * ]. Ha fatto parte della Commissione per la governance globale e della Commissione sul futuro. Lei e il Green Belt Movement hanno ricevuto numerosi premi [ * ], in particolare il Premio Nobel per la Pace 2004.  Nel giugno 1997, Wangari è stata eletta da Earth Times come una delle cento persone nel mondo che hanno fatto la differenza in campo ambientale.  ll Green Belt Movement e la professoressa Wangari Maathai sono presenti in diverse pubblicazioni  tra cui "The Green Belt Movement: Sharing the Approach and the Experience" (Wangari Maathai, 2002 [ * ]), "Speak Truth to Power: Human Rights Defenders Who are Changing Our World" (Kerry Kennedy Cuomo, 2000 [  * ]), "Women Pioneers For The Environment" (Mary Joy Breton, 1998 [  * ]), "Hope's Edge: The Next Diet for a Small Planet " (Frances Moore Lappé e Anna Lappé, 2002 [  * ]), "Una Sola terra: Despres de la Cimera de Rio. Dona i desenvolupament sostenible" (Brice Lalonde et al, 1998 [ * ]), "Land ist Leben: Bedrohte Volker im Kampf gegen die Zerstorung der Umwelt" (Volker Bedrohte, 1993 [ * ]).
La professoressa Maathai è stata  membro dell’Advisory Board del Segretario Generale delle Nazioni Unite per gli Affari del Disarmo,
fa parte del consigli di amministrazione di diverse organizzazioni tra cui  The Jane Goodall Institute [ * ] [ * ], l'Organizzazione delle donne per l'ambiente e lo sviluppo (WEDO) [ * ], il World Learning for International Development [ * ], il Green Cross International [ * ] [ * ], l'Environment Liaison Center International [ * ], la WorldWIDE Network of Women in Environmental Work and National Council of Women of Kenya.
Nel dicembre 2002, la professoressa Maathai è stata eletta al parlamento con uno schiacciante 98% dei voti. E' stata in seguito nominata dal presidente come Assistente del Ministro per l'Ambiente, risorse naturali e della fauna selvatica nel nono parlamento del Kenya [ 
* ].
"Negli oltre trent'anni che ho dedicato all'ambientalismo e alle campagne per uno spazio democratico mi è stato spesso chiesto se la spiritualità, le diverse tradizioni religiose e la Bibbia in particolare siano state per me fonte di ispirazione e abbiano influenzato il mio attivismo e il lavoro svolto dal Green Belt Movement (GBM). Quante volte mi sono sentita domandare se ho concepito la tutela dell'ambiente e l'autopotenziamento delle persone comuni come una sorta di esperienza o di vocazione religiosa; e se ci sono delle lezioni spirituali da imparare e da applicare all'impegno per la salvaguardia dell'ambiente o alla vita in generale.
Nel 1977, quando cominciai questo lavoro, non ero spinta dalla fede o dalla religione, pensavo solo a come risolvere concretamente i problemi. Desideravo aiutare la popolazione rurale del mio Paese, il Kenya, e soprattutto le donne, a soddisfare quei bisogni primari che mi descrivevano durante i seminari e gli incontri, quando mi raccontavano di non avere acqua potabile, cibo a sufficienza, le energie necessarie per cucinare e scaldarsi, e nemmeno un reddito.
Così, a quei tempi, alle domande sulle motivazioni rispondevo che scavare buche e mobilitare le comunità per proteggere o rigenerare gli alberi, le foreste, i bacini idrici, il suolo o gli habitat degli animali selvatici non è un lavoro spirituale o quantomeno attinente alla religione.
Personalmente, tuttavia, non ho mai fatto alcuna differenza tra le attività che potrebbero essere definite "spirituali" e quelle che invece potrebbero essere chiamate "secolari". Dopo alcuni anni mi sono resa conto che i nostri sforzi non consistevano solo nel piantare alberi, ma erano volti anche a spargere semi di un altro tipo: quelli necessari a curare le ferite inflitte alle comunità, depredate della loro autostima e della consapevolezza di sé.
Era chiaro che gli individui che ne facevano parte dovevano riscoprire la loro vera voce e parlare schiettamente in nome dei propri diritti (umani, ambientali, civili e politici). Il nostro compito divenne quindi anche quello di allargare lo spazio democratico in cui cittadini comuni potevano prendere decisioni autonomamente, per giovare a se stessi, alla loro comunità, al loro Paese e all'ambiente che li sosteneva.
In questo contesto cominciai a capire che, nel corso degli anni, c'era stato qualcosa che aveva ispirato e sostenuto il GBM e i suoi attivisti, molti dei quali ne volevano condividere l'approccio e l'esperienza pur giungendo da comunità e regioni diverse. Con il tempo mi sono quindi resa conto che il lavoro del GBM non era guidato solo dalla passione e dalla lungimiranza, ma anche da qualche intangibile principio fondamentale. In particolare, ne ho individuati quattro.
I quattro principi fondamentali del Green Belt Movement sono: 1) Amore per l'ambiente; 2) Gratitudine e rispetto per le risorse della Terra; 3) Autopotenziamento e automiglioramento. E' il desiderio di migliorare la propria esistenza e le proprie condizioni di vita attraverso la forza della fiducia in sé, senza aspettare che sia qualcun altro a farlo per noi; 4) Spirito di servizio e volontariato.
Lo spirito profondo, i valori più autentici del GBM, sono racchiusi in questi principi, senza i quali sono convinta che l'organizzazione non sarebbe sopravvissuta né avrebbe prosperato, perché nessuna iniziativa è mai stata intrapresa per denaro, fama o ambizioni di carriera né di certo con l'aspettativa di ricevere un giorno il premio Nobel per la Pace! Si tratta in realtà di valori universali, inestimabili. Definiscono la nostra stessa umanità e come tali non fanno parte solo di certe tradizioni religiose, non riguardano unicamente chi professa una fede, ma appartengono alla nostra natura, costituiscono una ricchezza del genere umano. Dove tali valori sono ignorati, subentrano vizi come l'egoismo, la corruzione, l'avidità e lo sfruttamento, che possono persino portare alla morte.
L'esperienza e l'osservazione mi hanno fatto capire che la distruzione fisica della Terra si estende anche all'umanità: se viviamo in un ambiente ferito, nel quale l'acqua è inquinata, l'aria è satura di smog ed esalazioni, il cibo è contaminato da metalli pesanti e residui di plastica o il suolo è ridotto a polvere, subiamo ferite fisiche, psicologiche e spirituali.
Degradare l'ambiente significa degradare noi stessi e tutto il genere umano. Possiamo amare noi stessi, amando la Terra; essere grati per ciò che siamo, proprio come siamo grati per la generosità della Terra; migliorare noi stessi proprio come ci autopotenziamo per migliorare la Terra; rendere un servizio a noi stessi, proprio come facciamo volontariato per la Terra" [
* ].











Wangari Maathai, La religione della terra. Amare la natura per salvare noi stessi, Sperling & Kupfer, 2011 [
* ]
Wangari Maathai, La sfida per l'Africa, Nuovi Mondi, 2010 [ * ]
Wangari Maathai, Solo il vento mi piegherà, Sperling & Kupfer, 2007 [ * ]







vedi quì









 


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. politica africa ecocriticadue

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 10/6/2011 alle 12:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
L'OCCHIO DELLA TERRA
post pubblicato in Osundare, Niyi, il 22 giugno 2010



Come fare della poesia contemporanea un'arte che vive nella società, svolgendovi una sua specifica funzione di visione critica del presente, di espansione dell'immaginario della comunità? Una delle grandi domande che si è posta la poesia del Novecento in ogni parte del mondo, in Africa si coniuga con l'urgenza di nazioni che hanno dovuto ricostruire un proprio percorso autonomo dopo il colonialismo, e che della contemporaneità hanno subito le contraddizioni e le crisi nelle forme più aspre. Paesi, inoltre, dove rimane vitale una tradizione che assegna all'arte della parola un ruolo appunto di coscienza critica e visionaria della comunità.
La ricerca di una funzione civile e politica, nel senso più alto, per la poesia, è la cifra costante del percorso di Niyi Osundare, uno dei poeti nigeriani più ampiamente riconosciuti, di cui si pubblica in edizione con testo a fronte L'occhio della terra (uscito in Nigeria nel 1986). La sua è "poesia della rivoluzione", come la definisce il critico Biodun Jeyifo [
* ] [ * ], che allarga il suo sguardo dalla questione sociale - già nelle precedenti raccolte costruita sul topos della contarapposizione fra i valori comunitari rurali e la corruzione della città - a quella ecologica. L'introduzione e il glossario yoruba di Pietro Deandrea, che ne è anche traduttore, forniscono informazioni preziose per la fruizione di questa poesia nuova per il pubblico italiano.
L'occhio della terra (che si può leggere anche con Terra maiuscolo, intendendo il pianeta) è inserito in discorsi che sono diventati il contesto globale di questa epoca di crisi planetarie interdipendenti: parla di rischio nucleare (pochi mesi prima del disastro di Cernobyl), di deforestazione, di sfruttamento neocoloniale e anche della bellezza irripetibile del prorpio ambiente e della propria cultura, e del rapporto tra comunità e territorio, anticipando anche quì quella coincidenza di coscienza globale e locale , che nel nuovo secolo qualcuno ha iniziato a indicare con una crasi pestifera ma efficace: glocal. Giuseppe G. Castorina parla di Osundare come di un "griot moderno), che narra le sue storie in un villaggio che è allo stesso tempo il villaggio globale.
Dal suo esordio all'inizio degli anni Ottanta , quella di Osundare è arte programmaticamente popolare, nel solco della tradizione orale yoruba e della tendenza diffusa nella poesia di area africana e caraibica che vive nella performance : diverse poesie de L'occhio della terra recano indicazioni precise sul tipo di esecuzione e di accompagnamento musicale richiesto. Altra parte della sua militanza poetica si svolge nei mass media, in particolare sulle colonne dei quotidiani, una attitudine , questa all'incontro fra comunicazione creativa di massa e contestazione politica, che avvicina Osundane a figure di artisti nigeriani differenti come wolw Soyinka, Ken Saro Wiwa, o il rimpianto musicista Fela Kuti.
Proprio alla poesia di Soyinka, e ad altri esponenti della prima generazione di poeti nigeriani, reagiscono Osundare e altri giovani intellettuali, che contrappongono l'accessibilità delle forme di derivazione popolare alla ricercatezza formale e contenutistica dei testi di Soyinka, ricchi di riferimenti letterari, visti come troppo dipendenti dai modelli delle avanguardie del Novecento euro-americano. La poesia, proclamava Osundare in una delle sue prime composizioni, non è "un dotto indovinello / sepolto nei miti greco-romani", ma piuttosto "l'eloquenza del gong / la lirica della piazza del mercato" ("Poetry is", in Songs of the Marketplace, 1983).
Più di recente, Osundare ha reso omaggio al collega più anziano in un bel saggio che ne legge l'opera poetica in base ad un paradigma yoruba piuttosto che europeo, quello dell'eroe Atunda, archetipo del ribelle, e riconosce il successo popolare di alcuni suoi lavori recenti ("Wole Soyinka and the Atunda Ideal", 1994). D'altra parte, se la strada imboccata da Soyinka nelle sue prime raccolte aveva prodotto liriche considerate ancora oggi oscure, anche da gran parte degli studiosi, Osundare non è inconsapevole della necessità di produrre un'arte che non sia "semplicistica", ma "accessibile, pertinente e bella" (intervista citata da J.O.J. Nwachukwu-Agbada, 1992).
La chiave per apprezzare molte delle sue composizioni è proprio la loro esecuzione dal vivo, in forma di lettura o di canto vero e proprio: in questo modo offre la sua resa migliore questo verso basato su ripetizioni e assonanze sintattiche e sonore, su metafore e schemi logici spesso semplici. Da forme tradizioneli come l'oriki, la poesia celebrativa yoruba, derivano però anche versi elaborati ed inventivi, come in "Earth", che apre L'occhio della terra con un'immagine, costruita per opposizioni, dell'onnicomprensività della natura.      
 


Earth  

Temporary basement
and lasting roof

first clayed coyness
and last alluvial joy

breadbasket
and compost bed

rocks and rivers
muds and mountains

silence of the twilight sea
echoes of the noonsome tide

milk of the mellowing moon
fire of tropical hearth

spouse of the roving sky
virgin of a thousand offsprings

Ogeere amokoyeri
(= the one that shaves his head
with the hoe)


(Terra     Basamento provvisorio / ed eterno riparo / prima ritrosia argillosa / ed ultima alluvione di gioia / cesta di pane / e letto di concime / frutti e macigni / fango e montagne / silenzio del mare al tramonto / echi di mare a mezogiorno / latte di morbida luna / fiamma di focolare tropicale / sposa del cielo randagio / vergine dai mille figli /  Ogeere amokoyeri / (= colui che si rasa la testa con la zappa)

traduzione di Pietro Deandrea







(Marco De Bernardo)






Niyi Osundare, L'occhio della terra, Le Lettere, 2006 [ * ]







vedi quì

IL PIANETA SOYINKA
post pubblicato in Soyinka, Wole, il 14 giugno 2010

Per alcuni, Wole Soyinka è una biblioteca, una materia di studio a sè stante: i testi teatrali, narrativi, poetici, saggistici a suo nome si contano a decine, hanno conquistato un pubblico diffuso nei cinque continenti, e gli studi critici, le guide introduttive, le biografie e i dizionari bibliografici si contano ormai a centinaia; sono già nati festival, riviste e società di studi dedicati specificamente alla sua opera. 
Ma anche quando ci si limiti a leggere uno solo dei suoi libri, o delle interviste e articoli che spesso appaiono anche sulla nostra stampa, o ad ascoltare una delle letture o conferenze da lui spesso tenute anche a Roma, Kongi, o Il Professore, come più familiarmente viene chiamato lo scrittore, regista, intellettuale, attivista politico nigeriano, appare già come un mondo.
Un mondo complesso di idee e riferimenti interni, radicato nel suo contesto culturale, storico, biografico, che al lettore sarà utile conoscere per apprezzare e comprendere meglio la sua scrittura, e allo stesso tempo una voce universale, un pezzo importante della cultura globale contemporanea. Capire Soyinka significa capire meglio il mondo in cui viviamo. Nel momento in cui una nuova ondata di uscite editoriali rende più complessa la già vasta, ma ancora parziale bibliografia soyinkiana in traduzione italiana (la lacuna più evidente rimane nell'ambito della poesia e delle opere teatrali recenti; resta ancora intradotto, fra i testi autobiografici, anche un gioiello come Ibadan, relativo agli anni 1946-1965), speriamo che questa guida, delle cui voci offriamo una prima selezione, possa essere utile a nuovi e vecchi lettori, a insegnanti e studenti.  

Atlantico
Solcato dalle navi dei conquistatori e dei trafficanti di schiavi, oggi l'oceano unisce una vasta comunità culturale accomunata dall'incontro/scontro fra le radici africane e di altri continenti. Dalla religione alla musica, dalla politica alla letteratura, il sincretismo e l'intertestualità formano un fertile terreno di scambio che caratterizza l'opera di scrittori come Soyinka, Derek Walcott (Santa Lucia), o Wilson Harris (Guyana). Fra i riferimenti intertestuali comuni a questi autori vi è Omero (per Soyinka,. in parte attraverso la riscrittura di Joyce), come se lo spazio di quell'epica si fosse oggi trasferito dal Mediterraneo al Black Atlantic. 

Cambiamento
Parola centrale nell'intero percorso letterario e umano di Soyinka, è un tratto che lo lega alle espressioni più attuali della cultura postcoloniale (in opposizione prima di tutto a una concezione statica e uniforme dell'identità africana), ed è allo stesso tempo radicato nella tradizione yoruba, caratterizzata dalla capacità di trasformarsi, in relazione vitale con i mutamenti del contesto storico e con le altre culture con cui la storia la mette in contatto (si pensi alle culture popolari del Brasile e del Caraibi). Dalla cultura yoruba è attinta una visione del mondo fondata proprio sui principi del mutamento e della molteplicità.
Il cambiamento appare come tema già nei suoi primi testi teatrali e nella sua narrazione degli anni dell'infanzia, Akè, coniugandosi in una serie di concetti e metafore correlati: trasformazione, metamorfosi, transizione, rinnovamento, rigenerazione, e in immagini e figure archetipiche, come l'acqua, il petrolio, Ogun (il dio yoruba della creatività, del ferro e della strada), Proteo (il "Vecchio del mare" della mitologia mediterranea).
L'origine è probabilmente nell'esperienza della trasformazione politica e culturale, vissuta in modo complesso e tragico dalla società nigeriana e africana in generale, negli anni della lotta anticoloniale e del costituirsi dei nuovi stati. La trasformazione desiderata, la rottura di un sistema di dominio in cui l'imperialismo europeo si salda a più antiche forme di oppressione africana, appare incompleta sin da prima dell'indipendenza: in Danza della Foresta, l'immagine che "celebra" la nascita della nuova Nigeria è quella di un bambino nato a metà.
Se i suoi eroi e le sue storie - in particolare negli anni della guerra e del carcere - rappresentano la ricerca della strategia di trasformazione di una società disumana, la scrittura di Soyinka è in sè un atto comunicativo che trasforma la tradizione, dando nuove forme e significati al patrimonio di immagini e storie ereditato dalla cultura yoruba e da quella euro-mediterranea.

Creazione
Le cosmogonie yoruba, ebraiche e di altre tradizioni si sovrappongono, spesso accomunate dal motivo dell'acqua e della pioggia, e diventano un unico tessuto ideale di riferimento: si vedano ad esempio Mito e letteratura, Gli interpreti, L'uomo è morto. La creazione della vita è il principio ultimo che ispira l'eroe; come creazione umana o biologica, concreta o intellettuale, sociale o artistica, è l'ultimo, incomprimibile terreno di resistenza all'azione repressiva.

Libertà
La libertà è condizione della piena espressione delle potenzialità umane, e la dialettica fra libertà e potere (come riassunto da Kongi anche in un suo discorso lo scorso dicembre al Palazzo dei Congressi di Roma) è alla base della storia e della vita sociale.
La propensione al conflitto e alla ribellione è un tratto originale della sua personalità fin dagli anni formativi (vedi Akè e Ibadan). La cosa gli ha attirato addosso guai seri, in anni terribili per l'intera società nigeriana; ancora adesso Soyinka è impegnato nella battaglia per una società più giusta e più libera. In realtà, come alcuni dei suoi personaggi, Soyinka è diviso fra le opposte esigenze dell'aspirazione a una pace privata e delle responsabilità verso la propria comunità. 

Parola
Nella tradizione africana la parola conferisce un potere che confina con la magia, e chi ne è portatore svolge un ruolo importante per la comunità, spesso di critica sociale e di contestazione dell'ordine costituito; quello della parola è un potere tendenzialmente liberatorio, opposto a quello coercitivo della forza. I geniali giochi verbali e di immagini, nelle satire come nelle tragedie, nella poesia come nella prosa, sono una parte della magia della parola di uno dei grandi autori transculturali contemporanei. Come l'arte di un mago, a molti il linguaggio letterario di Soyinka è apparso ermetico, soprattutto nelle sue prime opere.
Parola e realtà, parola e storia interagiscono a più livelli. Come per Eliot, Joyce o Primo Levi, la poesia e il mito aiutano a resistere al caos e all'orrore contemporanei, ma non si tratta solo di una funzione difensiva: i protagonisti del Racconto di Kongi sovvertono la simbologia della cerimonia propagandistica voluta dal dittatore Kongi, Ofey in Stagione di anomia produce spettacoli che contengono "una dose nascosta di anarchia", mentre il Professore de La strada, cui non basta parodizzare la liturgia cristiana, si dedica a letali esperimenti con il linguaggio dei segnali stradali.
Più in generale, è lo stesso Soyinka ad attuare un processo metamorfico su un immaginario riconoscibile da un pubblico ampio: trasforma i simboli tradizionali per costruire un discorso nuovo e critico sul presente. Di uso sovversivo e iconoclasta dei linguaggi e dei media del potere Soyinka fu accusato per esempio in un processo per una trasmissione pirata dalla radio nigeriana, e nel caso del dramma Danza della Foresta, messo in scena durante le celebrazioni per l'indipendenza della Nigeria, in cui il partrimonio della mitologia yoruba e della tradizone occidentale sono interpretati liberamente, allo scopo di produrre un'arte catalizzatrice della volontà di cambiamento.

Storia
Spezzare il ciclo del male, il ciclo di violenza e oppressione che si riproduce senza apparente via d'uscita è l'obiettivo della ricerca di Soyinka. Se una visone scettica e disincantata della storia si avvicina al modernismo europeo, lo differenzia il coinvolgimento che, malgrado tutto, gli impedisce di sottrarsi all'impegno attivo per il cambiamento. L'esperienza storica, con le sue speranze deluse, induce al pessimismo verso le possibilità di una trasformazione in senso liberatorio; eppure Soyinka non smette di schierarsi in prima persona, e di fare della sua arte uno strumento di critica del potere e di ispirazione alla rivolta.

Viaggio
Altro tema archetipico centrale dell'opera di Soyinka, collegato a quello del cambiamento. Il viaggio, reale o metaforico, con le sue prove da superare, è un fattore di conoscenza e di trasformazione, ed è condizione permanenete dell'eroe soyinkiano: "Non sento mai di essere arrivato, anche se giungo / alla fine del viaggio" (A Shuttle in the crypt). Dalla sua quest, il viaggio di ricerca attraversa gli orrori della violenza etnica, Ofey in Stagione di anomia si attende una "nuova comprensione della stooria".

Vita
Alla radice della motivazione politica di Soyinka troviamo l'affermazione della vita in tutte le sue manifestazioni. Lottare contro l'oppressione politica o contro la guerra significa lottare contro forze che negano la vita umana. La vita coincide con il movimento, la trasformazione, la creatività, la libertà. La sua forza insopprimibile, alla lunga, resiste e rinasce malgrado ogni repressione e distruzione da parte del potere. Il suo contrario non è tanto la morte, quanto piuttosto la stasi, l'artificialità.



(Marco De Bernardo)

                                                                                                                       

 

 

THOMAS SANKARA
post pubblicato in Sankara, Thomas, il 13 ottobre 2007

 

Per ricordare la figura e l'opera di Thomas Sankara si terrà mercoledì 17 ottobre h 19 a Villa Leopardi un incontro con la partecipazione di Marinella Correggia, massima studiosa italiana del presidente del Burkina Faso dal 1983 al 15 ottobre 1987, data del suo assassinio durante il colpo di stato che lo ha rovesciato.



Thomas Sankara, Il presidente ribelle, manifestolibri, 1997
Thomas Sankara, I discorsi e le idee,  Edizioni Sankara, 2003
Carlo Batà, L'Africa di Thomas Sankara, Achab Editrice, 2007
Alessandro Aruffo, Sankara. Un rivoluzionario africano, Massari, 2003
Alessandro Aruffo, Le vie del socialismo africano, Lalli, 1981
Aluisi Tosolini, Thomas Sankara: una speranza recisa, EMI, 1988
Aluisi Tosolini, Thomas Sankara, Edizioni Missionarie, 1988
Valentina Biletta, Una foglia, una storia. Vita di Thomas Sankara, Edizioni dell'Arco, 2005
 




Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. politica africa

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 13/10/2007 alle 9:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Sfoglia giugno        settembre