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RICCARDINO
post pubblicato in Camilleri, Andrea , il 12 novembre 2020
 

Questo è l’ultimo (purtroppo) romanzo di Camilleri su Montalbano, che – per espresso volere dell’autore – esce postumo. Debbo dire che mi sono preoccupato di acquistarlo appena tornato dalle vacanze, ma non l’ho letto subito. 
Sto adesso effettuando la rilettura sulle due versioni che il volume contiene, in questo modo: leggo il libro a voce alta per una mia amica carissima che non vede, e poi rileggo quanto letto per la seconda (terza, in realtà) volta, sulla versione iniziale originaria del 2005, riportata di seguito alla versione cosiddetta “ufficiale”.
Mi aspettavo delle grosse differenze, almeno linguistiche, tra le due versioni, ma non ce ne sono; però, poiché ho amato Camilleri forse come nessun altro scrittore italiano (non solo per la comune origine siciliana: lo considero un patrimonio della nostra letteratura), debbo dire che alcune semplici sfumature dialettali – spesso italianizzate nella versione ufficiale, prima parte del volume identica alla versione “unica” – non sono tali da giustificarne il prezzo, che Sellerio ha contenuto in una volta e mezza, o poco meno, di quello della versione unica. Però ho voluto lo stesso la versione doppia, perché a me “lu vigatìsi piaci assà”!
Posso già dire qualcosa della trama. e parlare del romanzo in sé. La grossa novità  (ha al centro, fin dall’inizio, un omicidio misterioso) consiste nel “dialogo” tra Montalbano e il suo autore, “l’autore” come lo chiama lui, e “il professore”, come lo chiama Catarella. A parte come si snoda la vicenda, questo espediente – far intervenire nelle “cose montalbaniche” il Camilleri stesso che telefona al commissario – è usato soltanto in questo romanzo, a quanto ricordo. 
La trovata è di ispirazione pirandelliana, a detta di esperti di teatro; io, che di teatro sono stato solo spettatore in gioventù, non mi considero così bravo da conoscere l’origine pirandelliana del trucco (probabilmente il riferimento è a “Sei personaggi in cerca di autore”, opera che conosco nella versione spesso riprodotta in televisione); piuttosto, questo “trucco” anticipa il finale.  
Penso che le recensioni negative che ho letto – originate anche dalla natura pirandelliana dell’espediente – non tocchino minimamente “Riccardino”, un ottimo “Montalbano”. E – sempre dai recensori perplessi – riporto che è nato ben quindici anni fa, e quindi non è l’ultimo della serie di Montalbano. Su quattro recensioni lette, una sola è positiva. Concordo con l’autore di questa (*), Jacob Stephen, col quale ho gusti comuni sui dettagli caratterizzanti il romanzo. 
Anche io ho apprezzato "i riferimenti al Montalbano “picciriddu”, alla vicenda del triciclo portatogli in regalo dalla mamma morta quando lui era bambino”, e di cui non ricorda che “una nuvola di capelli del colore delle spighe di grano maturo”. Ricordo, a chi non la conoscesse, l’usanza siciliana dei doni il giorno dei morti, portati ai bambini buoni proprio dai morti stessi. Nella Sicilia attuale abbiamo ora l’usanza dei regali di Natale, che ha sostituito quella antica dei morti, appena citata. Ma fa bene il nostro grande maestro, che ci manca sempre più, a richiamare questo tratto della Sicilia di poche decine di anni fa.
E ancora, altri dettagli che mi sono piaciuti e che riporto, riguardano proprio quanto Camilleri fa dire a Montalbano: “sono stanco del lavoro che faccio … ormai è ora di smetterla …” e cose del genere, colte in vari istanti della vicenda. Della trama, come sempre ho fatto, non dirò, perché sciuperei a chi deve ancora leggerlo il gusto di ipotizzare sul delitto e sul probabile assassino.
Preferisco insistere proprio sui dettagli. Tra i quali, è stato per me divertente, nel dialogo “telefonico” tra commissario e Autore-Professore, il fatto che Montalbano, tra sé e sé, dice che l’Autore gli ruba le indagini per poi scriverci i romanzi! La cosa – appena letta – mi ha divertito assai, Pirandello a parte, come tutte le “trovate” che il Maestro si inventa per caratterizzare i suoi personaggi. 
Ma la personalità di Montalbano, in questo romanzo, è fin troppo spinta verso la sua fine, com’era nell’intenzione dell’autore. Lo si vede da una serie di particolari. Il Commissario è cambiato, non vuole più lavorare, e Fazio, suo braccio destro, glielo fa notare: e Montalbano ammette il cambiamento. Ancora, in molti punti del romanzo ha scarsa voglia di accettare le “convenienze” o consuetudini che siano. 
Episodio di spicco in questo romanzo è l’incontro con il vescovo di Montelusa (il pispico, in vigatese), richiesto da Sua Eminenza Partanna, per il tramite del segretario. Montalbano, pur nella dovuta osservanza al volere di un’autorità a lui non vicina, e all’oscuro dei motivi per i quali il vescovo lo vuole vedere, si mostra a disagio per questo incontro: è ancora una volta insofferente dell’autorità che incombe sul suo operare. Lontanissimo dal motivo per cui il vescovo lo fa chiamare, chiede a Fazio se, di recente, ci sia stato qualche “uomo (o donna) di chiesa” coinvolto in qualche indagine del commissariato.
E’ ancora Camilleri a farla da padrone in questo romanzo. E fa apparire Montalbano ancor più timoroso di fari malifiùri in ogni occasione in cui c’era la possibilità che accadesse. Questa evidenziazione, peraltro spesso appariscente anche in altri romanzi, qui sottolinea maggiormente il personaggio che Camilleri ha deciso di far “scomparire” dalla sua produzione. Molti hanno visto una stranezza in questo “Ultimo” Montalbano, dato che Camilleri, dopo la prima stesura, ne ha scritti almeno altri cinque di romanzi con il commissario protagonista. A mio avviso, hanno mal interpretato la conclusione del ciclo che il Maestro aveva da tempo intravisto e preannunciato, con vari messaggi tutt’altro che sibillini, e che il romanzo in questione chiarisce.
Anche la successiva visita al questore, che lo ha fatto chiamare, è un piccolo capolavoro del nostro AUTORE: Montalbano non si capacita del tono freddo che il questore ha con lui, se non al termine dell’incontro, quando questi lo accusa di aver ricorso al vescovo per “farsi raccomandare”! La visita presenta un episodio divertente col Dottor Lattes, segretario del questore, episodio che non rivelo: chi ha apprezzato gli altri romanzi capirà!
La recensione che ho citato poco prima sottolinea che l’Autore mostra – in questo romanzo – una palese insofferenza per Montalbano. Forse è così: a me piace pensare che questa insofferenza, a chi ha scritto più di cento libri, è giustificata da quanto lo stesso Camilleri ci ha più volte raccontato nelle numerose interviste, e cioè che la spinta a scrivere tanti romanzi sul commissario, piuttosto che i capolavori dei suoi romanzi storici e di quelli di costume, è venuta dal suo editore principale (Sellerio, di Palermo), con il quale ha pubblicato ben 29 romanzi sul commissario Montalbano (30, se si contano le due versioni di "Riccardino"). Camilleri ha scritto inoltre quattro antologie di racconti su Montalbano (due sono state ripubblicate in una unica), queste con un editore diverso (Mondadori).  
Ho voluto prolungare un po’ questa recensione, omettendo di parlare della indagine vera e propria, come al solito per non sciupare il gusto dei lettori di scoprire “il colpevole” o la trama del delitto. E sono profondamente addolorato di non poter proseguire a scrivere, sia sui libri di Camilleri (di cui ho quasi tutto), sia sulle indagini. Ma in questo romanzo, il commissario viene …. messo a riposo, come personaggio e come figura sociale, in un modo che, anch’esso – ometto di descrivere, ma che, non ricordo né dove né quando, l’AUTORE aveva anticipato. Mi piacerebbe anche trovare critiche a quanto ho qui scritto, e pertanto manderò questa recensione anche al sito ove ho trovato le altre.
Questo romanzo da parte dell’editore ha originato una serie di “serate con Riccardino” che ne hanno costituito la presentazione su scala nazionale. Ma a me, amante della letteratura Camilleriana, e di quella “gialla”, piace pensare che l’intera produzione del Commissario Montalbano, penso molto più vasta di quella di tanti altri scrittori, sia un caposaldo letterario importante: infatti, le indagini, tutt’altro che “rubate”, originano quasi tutte da fatti di cronaca, e il modo di indagare che l’autore ha profuso in questi romanzi origina quasi sempre dal comune “Buon Senso”: in questo sta – a mio intendere – il grosso successo della produzione camilleriana sul commissario.

(*) Jacob Stephen – Grazie Mammì, grazie Maestro – Amazon, recensioni di “Riccardino seguito dalla prima stesura del 2005”


(Lavinio Ricciardi)







Andrea Camilleri, Riccardino, Sellerio, 2020 [ * ]





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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 12/11/2020 alle 13:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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