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e-gotica
post pubblicato in Mezzone, Beatrice, il 27 ottobre 2020
 

Questa è la quarta raccolta di poesie di Beatrice Mezzone, e - a giudizio della stessa autrice - appare composta da liriche più "disincantate" rispetto a quelle delle raccolte precedenti. La copertina riporta una parte di una delle liriche, forse una delle più musicali, se posso permettermi.
Prima ancora di parlarne, vorrei entrare nel merito, citando due bellissime liriche in epigrafe al testo: la prima dell'autrice e la seconda di Emily Dickinson. A parte la delicatezza di questa seconda, notevolissima, nella prima epigrafe la poetessa mette un accento ironico su quanto le liriche esprimono, paragonandosi ad una "cicala ubriaca".
L'opera si compone di 42 liriche divise in cinque sezioni, e di una postfazione dell'autrice. Ciascuna sezione ha poi come epigrafe di sottotitolo i versi di un poeta o una poetessa famosi. Ecco le varie parti (tra parentesi i poeti "citati"):

Barocca (Charles Baudelaire), con sette liriche
Lunare (Marina Cvetaeva), con dieci liriche
Arcaica (Ada Merini), con dieci liriche
Tribale (Jorge Luis Borges), con sette liriche
Ipnotica (Pink Floyd), con otto liriche

La postfazione, che io trovo "per addetti ai lavori", illustra alcuni punti di vista dell'autrice sulla sua opera. Proprio per la conoscenza che ho delle altre raccolte dell'autrice, cercherò di essere - da semplice lettore - il più imparziale ed equo possibile. Devo ripetere, anche quì, che non sono un gran lettore di poesia: riporterò quindi, per quanto possibile, solo le mie impressioni personali.
La divisione in parti, a detta dell'autrice, è dettata dal fatto che "... i testi afferiscono cinque sezioni... [cui sono] collegati per assonanza, rimandi o scelte concettuali... ". A me, ignorante del suo linguaggio, i titoli delle cinque parti mi sono piaciuti assai, e così le epigrafi dei cinque poeti, molto belle. E dei suoi versi voglio parlare, non della sua postfazione. Purtroppo, scrivo semplicemente, non da esperto di versi, perchè esperto non sono.
Sempre per narrare in modo semplice, debbo dire che le poesie che più mi hanno colpito ad una prima lettura sono "vivo" (in Tribale) e "sola" (in Arcaica), ma le mie difficoltà di comprensione mi chiedono di rileggere ancora le liriche prima di poter esprimere questi pensieri.
Nella rilettura, ho notato subito che le sezioni erano ben più ricche, e le liriche in prima lettura ostiche, rilette attentamente erano comprensibilissime, e molto belle. Analizzerò ora, sezione per sezione, tutte le poesie.
La prima sezione, Barocca, dedicata a Baudelaire, comprende sette liriche, "e-gotica", che dà il nome alla silloge, poi "Ero il fiero violino", "Pinna nobilis", dedicata a Chiara Vigo, "Le viole barbare e barocche"dedicata a Pier Paolo Pasolini, "Dal silenzio assordante", "Senti anche tu il canto delle libellule", "Let’s save the Queen", dedicata a Freddie Mercury. I versi di Baudelaire, in epigrafe alla sezione, sono di rara bellezza. La prima lirica, "e-gotica", è un’alternanza di parole e concetti, magistralmente articolata in un “terremoto” di versi. La seconda, "Ero il fiero violino", è – in parte – riportata in copertina: in essa è un dialogo tra realtà (“Ero …”), ricordo (“Eri …”), e musica (un violino: a sottolineare, forse, una storia amorosa?), che torna a suonare. Non posso entrare nel merito di tutte; posso dire di preferirne due, in questa sezione: "Pinna nobilis" (ove Pinna è il mare, seta è un arazzo, e bisso è il Mediterraneo) e "Senti tu il canto delle libellule", lirica bellissima per la sua musicalità.   
La seconda sezione, Lunare, dedicata alla Cvetaeva, ha dieci liriche. Riporterò soltanto i titoli di quelle che hanno un elemento caratteristico. Anche in questa sezione, due dediche: la terza lirica, "E nelle tasche mettesti", è a Virginia Woolf, ed è quasi un epitaffio alla vita della scrittrice inglese; la settima lirica "Diritto a sussurrare", dedicata alla poetessa Wislawa Szymborska, è bellissima, a mio avviso la più bella dell’intera sezione: la terza strofa, da sola, è … un paradiso! Forse altrettanto bella è "La bellezza è un tuo bacio" (la quinta): è piena di magia, incantesimo, ed erotismo che sfuma in leggerezza. Un discorso a parte va fatto per la prima lirica della sezione, "La disciplina dell’apnea", ove l’apnea è intesa come cantina, la cui riserva d’aria fa la parte dei vini che in cantina si tengono: da buon ex sub, conosco molto bene l’apnea, che – ai tempi della mia gioventù – costituiva il solo modo di fare il sub; le bombole sono venute molto tempo dopo. Degne di nota – infine – la ottava e la nona lirica,  rispettivamente "Non potrai più chiamarla notte" e "Andiamo sulla spiaggia delle stelle"; chiude la sezione "Languore d’infinito".
La terza sezione, Arcaica, dedicata alla Merini, si compone di dieci liriche; nella prima, "Navigli di carta", tra le migliori, l’autrice inizia allontanando le paure, ma si chiede se il partner si interesserà ancora a lei: restano muti, e solo i gesti saranno le loro espressioni. Nella seconda, "Al cielo di gennaio", l’autrice prende il coraggio di vivere dai favori della natura. Segue "L’ombra tramata di luce": questa nasconde una storia, che l’autrice vuole rivivere lontano dal mare, dove può farlo. Al mare no: lì l’anima è cieca e sorda. "Combaciami nei vuoti" è una lirica fatta di musica: “se rimetti a posto” – dice l’autrice – “ciò che (di me) non lo è più (vuoti incompiuti, pensieri aggrovigliati), alla fine io divento musica, che tu suoni”. Anche questa – tra le migliori – ben rappresenta l’immagine felice di un momento di vita. 
Seguono quattro liriche, forse un po’ meno incisive: "Mentre i cani digrignano i denti", dove si mettono a confronto le fatiche di un operaio e del poeta: sudore e fatica (operaio), e cercare il senso delle parole (il poeta è fabbro di parole). Poi "Cuore di sangue siriano", un po’ ariostesca, e "Gorgo (parole verso il mare)", dedicata al padre, suo re; ultima, "Assaltami la sera", dedicata all’oceano. Chiudono la terza sezione: "sola", molto bella e breve, lamenta la solitudine che affligge tutti (anche se non lo è, sembra dedicata al Covid-19). La si confronti con quella di tema analogo, della sezione precedente ("Sola, nel riverbero di luce", dedicata al padre). Poi – bellissima – "Non dirlo al cuore": parole che lasciano trasparire il dolore di cui dicono, ma con un finale ottimistico. 
La quarta sezione, Tribale, dedicata a Jorge Luis Borges, ha sette liriche. La lirica iniziale è tra le più belle dell’opera: "Il cielo adamantino dell’aquila". Subito si affronta il tema: smuovere ciò che in noi è fermo; solo così apparirà tra “sponde di antichi rovelli” che lo nascondevano, il cielo dell’aquila, limpido e terso, come un diamante. Poi "Solstizio di te", bellissima per scelta di parole. Solstizio è perielio, vicinanza al sole che illumina e riscalda. Seguono tre liriche d’amore, "Deserto e oasi, tenda e tempesta", "Di te amo con ferocia", e "Ho voglia di te", piene di amore e desiderio. Ancora "Oscurità", dove un gatto alla conquista del territorio è paragonato ad uno squalo: efficace e calzante, nel suo contesto. Infine la più bella, sia nella sezione che nel volume: "vivo". Qui ogni verso è una sola parola: nomi e poi verbi.  
La quinta sezione, Ipnotica, è dedicata ai Pink Floyd (l’epigrafe è tratta da una canzone). Otto liriche: "Fossili di luce", dove ad ipnotizzare il lettore sono le parole-espressioni ("fossili di luce", "scorci nel non-agito", "assediamo giorni"). "Medioevo-2": immagine di medioevo nel presente reale, "L’opale dello Zenit": altra immagine molto efficace. "La simmetria raggiata degli spicchi" (riferita a un agrume) evoca le dee dei miti greci Selene ed Ecate, e con esse la notte e i suoi misteri. "Sono condannata a pensarti", fin dal titolo bella immagine amorosa, molto originale "Un tempo fu casa" e "Pronuncio te", che sono anche’esse ricche di immagini, molto ricercate nella seconda lirica. L’ultima, "Poiesis", è un elogio del Fare, inteso – penso io – come far Poesia. Bellissime le immagini che alcune parole sottendono: “minerale boschivo … estasi d’opale …”
Per concludere, alcune considerazioni. Innanzitutto un ottimo indice, che di solito, nei libri recenti, manca del tutto, e qui invece è presente ed è estremamente comodo e maneggevole, Poi la scelta dei titoli, che a volte lascia perplesso chi legge: c’è stata una scelta ragionata, o no? In quest’opera, forse non nelle altre, si avverte per i titoli una creazione istintiva, non ragionata. Spesso è titolo solo il primo verso della lirica, e questo è confermato dall’indice. 
Ciononostante, nell’ambito di ciascuna sezione c’è più di una lirica bellissima, meritoria di molti elogi. Ne ho parlato nelle righe precedenti; qui vorrei motivare qualcosa riguardo le mie due liriche preferite: "sola" (quarta della terza sezione, Arcaica) e "vivo" (settima della quarta sezione, Tribale). Per entrambe una notevole qualità è la brevità, soprattutto nel numero di parole, volutamente – ed efficacemente – scarso. 
Poi, in "sola", echeggia quello che tutti stiamo vivendo con la pandemia, che ci tormenta rendendoci più soli nelle nostre vicissitudini quotidiane: questo emerge prepotentemente dalla lirica. In "vivo" è la musica di questa cascata di versi monoverbo (basta provare a leggerla ad alta voce), cascata che è come se aumentasse di forza man mano che scende, idealmente alimentata da altri “affluenti”, fino a irrompere prepotente col suono dell’ultimo verbo: VIVO !
Detto questo mi sento di concordare con quanto detto sia nella quarta di copertina, sia nella postfazione. E sono perfettamente convinto che quest’opera possa assurgere a vette molto alte, e concorrere anche a premi importanti. Ne consiglio la lettura a tutti.

(Lavinio Ricciardi)







Beatrice Mezzone, e-gotica, Eretica edizioni, 2020 [ * ]



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