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FRAMMENTO DI UN VIAGGIO IN CALABRIA
post pubblicato in Diario, il 31 ottobre 2019
 

A Stilo arrivai nella serata di sabato 29 aprile. Ero arrivato verso le 8 di sera dopo aver percorso in macchina la tremenda statale che da Serra san Bruno porta a Monasterace al mare nell’unica giornata di maltempo di quella settimana primaverile in Calabria. Le nuvole erano basse e lattiginose, appiccicate agli alberi e alle colline con sfilacci di nebbia che inglobavano a tratti la macchina costringendomi a rallentare. Le Serre che avevo percorso venendo da Soverato alta rivelavano un paesaggio sorprendente con una vegetazione lussureggiante e sfumature di colori particolarissime, come per pennellate giustapposte, in cui le varie specie di alberi e di piante creavano strati di colore come in un arazzo verde. Ancora più sorprendente appariva il paese di Serra san Bruno, dove la foggia delle case, la temperatura, soprattutto la sensazione di isolamento della comunità contribuivano a dare l’atmosfera tipica di un paese di montagna. Case basse, al massimo di due piani che si allungavano lungo il fiume, rifinite nei dettagli, nelle inferriate dei balconi, come spiegava anche la guida che parlava di un paese di artigiani famosi in tutta la Calabria nella lavorazione del ferro battuto e del legno. Altra anomalia era il gran numero di chiese sproporzionato rispetto alla grandezza del paese ma che, come spiegava il mio vademecum (Vito Teti “Il senso dei luoghi”), era dovuto al raddoppiamento del paese in seguito prima al terremoto del ‘700, poi all’alluvione degli anni ’50 del secolo scorso. Il nuovo paese scelto solo da una parte dei paesani si era aggiunto al paese devastato come un nuovo quartiere, senza abbandoni traumatici e questo spiegava la moltiplicazione dei luoghi carismatici. Il viale che taglia il paese si prolunga in un viale alberato che porta alla Certosa di san Bruno. La Certosa fu distrutta dal terremoto del 1783 e ricostruita successivamente. Della vecchia certosa è rimasto il portale d’ingresso coi pinnacoli bloccati asimmetricamente nella roteazione causata dal movimento tellurico. Ma i pinnacoli storti si possono più che altro intuire oltre il muro di cinta, perché la Certosa abitata dai religiosi è chiusa al pubblico. Gli alberi possenti, di alto fusto del bosco che circonda la Certosa e che contiene la vecchia chiesa di san Bruno, la sepoltura del santo e dei suoi compagni e lo stagno presso cui si recava a pregare, sono aperti a sentieri per fare passeggiate, per cui non si sbaglierebbe a immaginare una giornata di bel tempo piena di natura e cultura da passare in quel luogo suggestivo, che per l’ombrosità, la maestosità fa pensare ad un ambiente imponentemente nordico e misterioso, come un castello di Francia. Stanco ed esaurito da tanti giri a piedi e in macchina mi sono avventato sulla strada per raggiungere Nardodipace e completare per quel giorno l’itinerario del mio Baedeker sui paesi calabresi abbandonati. Ma un po’ perché faceva sera, un po’ per il tempo inclemente e proibitivo che sconsigliava di percorrere una lunga strada tortuosa tra i monti di notte, ho lasciato al bivio l’idea della svolta verso Nardodipace ed ho proseguito per Stilo dove avrebbe dovuto esserci l’albergo che mi ero prospettato per la notte. La strada tra tornanti e discese s’incuneava come un serpente tra montagne da capogiro, selvagge e orride. Baratri s’affondavano alla vista nel discendere nelle curve della sera, tra gole spaventose e pareti diritte come un incubo. Il vasto sguardo alla lontananza nell’apertura tra le montagne non addolciva lo scenario ed era una fortuna non essere in quelle gole e sopra quegli abissi, se pure da quelle strettoie nel chiuso della macchina si sarebbe usciti alla fine. Tutto è da ridefinire sui luoghi comuni del Sud e sulla Calabria, perché forse l’”arretratezza” non è altro che una natura selvaggia che ha la prevalenza ancora sugli uomini e gli uomini “arretrati” del Sud sono quelli che vivono in quest’ambiente, con la stessa altezza d’animo e intellettuale di chi vive in una evoluta città europea, null’altro.
Stilo mi accolse felicemente inaspettata ad una svolta. La ricerca del mio albergo “La città del sole” non fu lunga. Nel paese era in corso una festa, una di quelle in onore del santo di cui parla Vito Teti. Ero al mio albergo, comodo e moderno stranamente rispetto al paese e alla roccia antica. A cenare nell’unico ristorante del paese ero con alcuni stranieri, una coppia francese in cui la donna parlava alla bene e meglio italiano e pubblicizzava un suo appartamento in affitto a Parigi e un’altra coppia tedesca. 
La mattina dopo, nell’incertezza su come organizzare la giornata, preso atto del seguito domenicale della festa col concerto della banda, mi dirigevo infine sulla strada consigliatami dal portiere dell’albergo che conduceva alla “Cattolica”, a dispetto del nome una chiesetta di monaci ortodossi, testimonianza della presenza bizantina sulla costa orientale calabrese. Tuttavia all’inizio della strada al bivio seguivo l’indicazione opposta verso il castello normanno, pur sapendo da un deplian che il percorso non sarebbe stato breve né facile. Chiedevo la durata del percorso all’uomo grasso e anziano che aspettava al parcheggio a fianco del cimitero. Mi preveniva che lui non sapeva niente, aspettava soltanto i “suoi” che erano saliti. Lui al secondo tornante si era fermato perché non ce la faceva. L’ho consolato ridendo che mi sarei fermato anch’io al secondo tornante. Nascondevo salendo la tristezza per il fatto di non avere “miei” da lasciar salire o da accompagnarmi ovunque andassi, in vacanza a Stilo magari. Li incontravo che stavano tornando indietro. E subito da me interpellati mi dicevano che la salita era lunga, almeno un’ora e mezzo-due ore, ma non l’avevano completata mi diceva l’uomo “perché c’erano loro” e mi accennava alle donne del gruppo e poi perché avevano un parente che li aspettava in basso, come ben sapevo. Dopo poco mi fermavo subito stanco al lato della strada e mi mettevo a leggere il mio Vito Teti. Scendeva intanto la coppia tedesca senza vedermi. Chissà la loro vacanza calabrese come era vissuta, perché erano capitati lì, da dove venivano, da quale stress fuggivano. La donna la sera prima quasi non aveva salutato il ristoratore, forse solo perché non conosceva la lingua.
Dunque la salita per i tornanti della strada sterrata appariva lunga ma non impossibile, finchè quello che temevo non si realizzava: la vista da capogiro, l’affaccio apocalittico sullo scenario vuoto fino al mare da quel menir di roccia nuda nel salire scalette scavate nella roccia verso la sommità, protette da una staccionata di legno. Il cuore mi si bloccava, ansimavo, sudavo freddo, le gambe tremavano, cercavo di non guardare l’abisso sottostante perché c’era il rischio che non avrei retto psicologicamente. Il rischio oggettivo era forse comunque limitato, anche in caso di malore sarei caduto sui cespugli sottostanti ma perché mettere così a dura prova la mia psiche? Sarei salito ipoteticamente solo se costretto, perché magari in gruppo, e forse sarebbe stata l’occasione per buttarmi di sotto. Bloccato mi mettevo a sedere e scendevo carponi. Così in questa ingloriosa battuta in ritirata potevo falsamente consolarmi di essere ancora in grado di fare due ore di cammino in montagna. Mentre intanto pensavo che agli attacchi di panico che sembravano essere uno scenario costante della vita a vari livelli di gradazione e di intensità non si poteva comandare. Forse avrei avuto le idee più chiare se di fronte a qualunque questione della mia vita mi fossi chiesto come si configurava in termini di panico.
Tommaso Campanella nelle sue elucubrazioni utopistiche stava forse sulla stessa roccia di Stilo a gridare al vento. Davanti alla casa del filosofo sarei arrivato dopo, ripresa la strada per la “Cattolica”, in uno scenario più “normale” purtroppo, una casa di contadini qualsiasi afflitta dalla miseria anche oggi, distinta solo da una targa esplicativa sul davanti. Scenario tranquillizzante che avrebbe segnato anche il successivo pomeriggio con la breve visita al paese di Bivongi e al monastero ortodosso di San Giovanni Theristis su una collina con una splendida vista. Panico destinato per un attimo a riaprirsi se la terra mi fosse sprofondata sotto i piedi o se mi fossi dimenticato gli occhiali sul prato nella vallata sottostante, accorgendomene solo in macchina una volta risalito, come avvenne, ma intanto ero già fondamentalmente tranquillo col mio pretino ortodosso rumeno del monastero dal sorriso mite e infantile e il libro di taglio spiritualistico sulla storia del popolo calabrese acquisito con un’offerta. 
Seguiva il ritorno nella splendida campagna fino al mare, la breve sosta sulla spiaggia deserta tra gli uccelli marini e poi la visita inattesa di Badolato vecchia, sempre sulla scorta de “Il senso dei luoghi”.  
Una riflessione sulle rovine è quella che inocula Badolato, impossibilmente aggrappato alla roccia della collina, che sembra quasi dover scivolare giù con un po’ di pioggia. Solo la parte alta ha un paio di negozi e qualche casa abitata, il resto del paese, quello che scivola sulla roccia, con le chiese, qualche palazzo nobiliare, le case su viuzze con una pendenza da via ferrata è abbandonato. Imposte squassate rivelano oscuri interni vuoti, repellenti come cavità di un organismo, anditi polverosi e sciancati si affacciano sul piano stradale attraverso portoni semiabbattuti, tetti sfondati affacciano il cielo su corti dove è cresciuta una vegetazione e qualche albero. E non ci si stupisce che la popolazione se ne sia andata, preferendo sacrificare la bellezza impervia e polverosa di secoli con la sua vita ormai irreale, all’anonima periferia su strada della Badolato marina o di nuove città del nord o del Canadà. Come leggevo nel libro di Teti tutti i tentativi di rianimare il paese, a cominciare dal ripopolarlo con gli emigranti del sud del Mediterraneo, sono andati delusi. Viene da chiedersi che fine farà Badolato: tra due secoli resteranno dei ruderi indecifrabili come ad Acherentia? Nel frattempo sulla scorta di Walter Benjamin andandosene sulla discesa tutta curve viene da pensare alle proprie di rovine, materiali e morali, al tempo che non torna più, al passato incomprensibile che a volte riaffiora indesiderato come un’infiorescenza maligna.  
Al fondo del paese, come sulla punta estrema della prua di una nave, in vista della chiesetta dell’Immacolata e del mare, ho sentito parlare francese. L’ultima casa del paese era stata ristrutturata da una famiglia probabilmente francese, vedevo passando degli interni moderni curati, un’amaca nel giardino, con delle galline, due bambini, una donna, un uomo che lavorava ad un muretto. Non salutavo per discrezione camminando alle spalle dell’uomo sul viottolo che sembrava far corpo con la traccia del giardino, anche se a queste solitudini sarebbe normale. La colonia di gatti della piazzetta soprastante mi guardava diffidente. Pensavo che la spesa sostenuta per rimettere a nuovo quella casa abbandonata non doveva essere stata piccola. Cosa poteva aver spinto una famiglia a imbarcarsi in quell’opera? Indubbiamente la pace assoluta del luogo, non lontano dal mare, la vista selvaggia e incomparabile, una sorta di marchio di bellezza che la natura gli aveva conferito, confermatami dal volo cinematografico di uccelli neri nel cielo di lacca sopra la chiesetta, quindi la fascinazione un po’ snobistica e acritica di chi aveva potuto permetterselo. E per la spesa, ogni volta un viaggio tra le montagne fino al centro commerciale? 

San Giovanni in Fiore si apre alla vallata verde tra le montagne, affacciandovisi quasi, in una discesa scivolosa dalle colline da cui si protende come un rampicante che dalla roccia si alza smanioso. Dalla piazza in cui parcheggiai la macchina si risaliva verso l’attrattiva del paese, il monastero di Gioacchino. La bambina mi salutava confidenzialmente con un “ciao”, il padre mi dava l’indicazione giusta e ribadiva il “ciao“ di saluto. Risalita la strada, voltavo a destra e raggiungevo la chiesa e il monastero di Gioacchino. Ma chi era Gioacchino? Qualche traccia del suo pensiero escatologico delle tre età è rinvenibile secondo i libri nei tre rosoni dell’abside di una lunga e spoglia chiesa, molto affascinante nella sua solitudine e povertà. In una saletta attigua giacciono le spoglie di Gioacchino. Nel museo accorpato sono esposte le fotografie di Saverio Marra. Il Museo era chiuso ma bastava citofonare ed una voce di donna rispondeva, forse colta nel momento del pranzo, diceva “aspetti che scendiamo”. Si pensava che scendesse tutta la famiglia alzandosi da tavola, ed infatti marito e moglie erano giù ad aprirmi, cogliendo l’opportunità per rimettere a posto cose fuori ordine, sedie, tavoli, suppellettili, con qualche fretta, come se si cogliesse l’occasione di quel tempo che gli avevo sottratto per un lavoro supplementare. Il marito mi indicava da quale sala cominciare con gesto professionale. Le fotografie di Marra erano effettivamente impressionanti. Scattate per la maggior parte negli anni ‘20 e ‘30 restituivano nell’umile connotazione sociologica dei mestieri i nuclei familiari del paese, con un’essenza astorica delle persone, che infatti hanno tutte uno spirito serafico. I bambini sono tutti imbronciati ma tutti hanno aspirato un elisir di eternità. 

Cerenzia, la città nuova, visitata prima delle rovine del suo archetipo in abbandono, mi accolse con il vociare di una cerimonia religiosa. Era un funerale, che si svolgeva nella piazza del paese, con le parole del sacerdote che si riverberavano amplificate dall’oscurità della chiesa sulla comunità riunita. Il funerale coinvolgeva tutto il paese, stemperandosi solo nelle ultime case, dove la voce arrivava attutita e chi era indifferente continuava a stare seduto al bar. Sulla piazza qualche bambino trottava ignaro e alcune donne e vecchi seduti sulle panchine ascoltavano attoniti. Aspettavo che la bara uscisse dalla chiesa per capire quanta gente fosse stata stipata nel buio ma l’omelia non finiva mai ed anche quando cessò non si risolvevano i convenevoli e i preparativi fuori. Alla fine decisi di andarmene, non mi sembrava rispettoso, però rischiavo di non avere il tempo per visitare Acherentia. Prima nel mio spazientito passeggio fuori dalla piazza di qualche centinaio di metri verso la periferia del paese, ero stato interpellato da un uomo in un furgone, un forestiero di un altro paese, su cosa stesse succedendo e gli avevo risposto dettagliatamente, avendo letto sui manifesti nome ed età della defunta, e gli precisavo che non ero di lì. Un cane e un gatto di passaggio e i piccioni della colombaia nulla sapevano di quella morte. Crudele indifferenza animale e pietas di un estraneo si accompagnavano nella rovinosa sofferenza del pomeriggio.  



(Carlo Verducci) 



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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 31/10/2019 alle 9:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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