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LA CARTELLA DEL PROFESSORE
post pubblicato in Kawakami, Hiromi, il 13 marzo 2019
 

E’ una delicata e tenera storia d’amore tra un professore di letteratura giapponese e una sua ex-allieva. La vicenda si svolge in un quartiere anonimo nella Tokio contemporanea, quasi a sottolineare la società giapponese organizzata soltanto per creare lavoratori/consumatori privi di qualsiasi altra funzione, in cui vive la protagonista Tsukiko oberata di lavoro anche nel fine settimana. Il professore e la ragazza, entrambi soli, si incontrano casualmente in un nomi-ya, piccola locanda tradizionale in cui la solitaria e disincantata trentanovenne lavoratrice Omachi Tsukiko è solita trascorrere la maggior parte delle sue serate mangiando e bevendo (soprattutto sakè). Si frequentano in incontri consueti non concertati da Satoru (il proprietario della locanda, che cucina prelibati piatti giapponesi, soprattutto lo yudofu, cibo da loro preferito). Ogni volta che si vedono mangiano e bevono assieme, spesso alzano il gomito e piano piano entrano sempre più in confidenza. Il professore, settantenne, è un uomo di un’altra generazione, con l’immancabile cartella che, quasi un piccolo zaino, accoglie diversi oggetti o indumenti e un dizionario, secondo le necessità. Il suo nome è Matsumoto Hatsuma, ma compare di rado nel “romanzo” poiché Tsukiko, alla cui voce è affidata la narrazione, preferisce chiamarlo Prof. Uomo legato alla tradizione, spesso redarguisce l’allieva sul linguaggio e il comportamento da tenere. La compostezza e l’eleganza del professore, vedovo, che non da mai del tu a Tsukiko, crea un piacevolissimo contrasto col carattere sarcastico e disincantato di quest’ultima. Se per lui è inconcepibile che una donna versi da bere a un uomo o entri nella sua camera, per lei è altrettanto inimmaginabile che lui riesca a vivere senza un telefono cellulare. Trascorrono le serate in colloqui ridotti al minimo, a monosillabi, soprattutto durante il ritorno alle loro case, perché il silenzio è più eloquente delle cose dette. Ciò non imbarazza la donna, che si sente ”a posto” con lui e può contare le stelle, quindici fino alla casa del professore, ventidue fino a casa sua. Lentamente e negandolo a se stessa, finirà per provare molto di più che semplice ammirazione, e rivelerà il suo sentimento d’amore al professore, che con molta eleganza farà finta di non sentirla. Ma alle sue ripetute dichiarazioni d’amore le ribatterà che le sue parole sono una stranezza e un’assurdità. Egli non si sente pronto a corrispondere al sentimento della ex-allieva sia per la distanza d’età sia per pudore e timidezza. Tsukiko sulle prime cerca di tenersi lontana dalla locanda, memore dei suggerimenti datele in passato da una prozia. Se era un grande amore era indispensabile prendersene cura come si fa con una pianta. Se invece era un amore da poco prima o poi sarebbe morto. Quindi non frequentandolo sarebbe riuscita ad inaridire il suo sentimento. Tuttavia non mantiene il suo proposito e ritornano a frequentarsi con alcuni incontri programmati, alla ricerca di funghi insieme a Satoru e suo fratello, alla festa dei ciliegi del 7 aprile, nei locali dell’ex-scuola, con ex-professori e ex-allievi. Qui incontra un suo ex-compagno di scuola, che la corteggia ma che lei non incoraggia. Anzi stizzita dal comportamento del prof. che la trascura, mentre dialoga con una sua bella collega, torna a casa da sola in taxi. Ma il sentimento della gelosia serpeggia e si manifesta ancora in occasione di una gita, con soggiorno di due giorni presso un ryokan (albergo), in un’isola dove è sepolta la moglie del professore, morta quindici anni prima investita da un’automobile. Egli, nel raccontarle strani episodi della sua vita trascorsa con la moglie, esprime il dubbio: “mi chiedo se ancora adesso io non continui ad amarla”, che fa infuriare Tsukiko inducendola a ritornare da sola in albergo. Ma è in pena per lui che non vede tornare. Quando infine si decide ad entrare nella camera di lui, finalmente rientrato, trova che mentre lei si struggeva per lui, il prof. si struggeva per un polpo. Stava componendo un haiku ”ecco il polpo appena arrossato”, di cui non riusciva a trovare la rima. Lei nonostante la rabbia suggerisce: “l’eco del mare”, mentre il professore fa finta di non vedere la sua faccia esasperata. Quindi non le resta che, dietro suo invito, rannicchiata accanto a lui, comporre insieme dodici haiku, addormentandosi alla fine spossata, nella stessa camera. La misura del tempo dei loro incontri è spesso scandita dal tempo atmosferico, dal succedersi delle stagioni e da elementi naturali e animali: il sussurrare della pianta del canforo, la caduta dei petali del ciliegio, il cri cri del grillo, il cra cra del corvo, i canti e i voli dei gabbiani, degli storni. Essi caricano di significato i sentimenti che animano i protagonisti nel momento determinato. Nel tempo il prof. prende l’iniziativa di invitare la donna ad uscire con lui dietro appuntamento: ad un’esposizione di reperti calligrafici, all’acquario, visite che la rendono felice, paga di stare insieme. Non si chiede quali siano le intenzioni di lui, la loro relazione è delicata, durevole, priva di particolari aspettative. Egli non le permette di avvicinarsi, "come se tra loro ci fosse un muro d’aria, barriera morbida ma che se si prova a comprimerla, rimanda indietro ogni cosa". Finché un giorno, vincendo ritegno e pudore, il prof la sorprende con la richiesta di "accettare di frequentarlo con la prospettiva di stringere una relazione amorosa".Tale richiesta suscita in lei dell’ironia, non comprende cosa voglia dire la "prospettiva". In fondo a lei sembra che da tempo facciano gli innamorati. Accetta comunque di frequentarlo con la ”prospettiva”, con la voglia di ridere e di piangere, semplicemente si ”crogiola nel suo abbraccio” in silenzio. Gli appuntamenti si susseguono: lui che l’accarezza e le dice che è una brava ragazza, lei che gli risponde che l’ama, continuando, entrambi, a darsi del lei. A Tsukiko non importa che non abbiano rapporti fisici, che il professore non si sente pronto ad affrontare, le basta quello che fanno sempre, baciarsi e stringersi l’uno all’altro. Ma una notte vincendo il suo timore, chiamandola dal suo telefono cellulare, l’unica volta, il professore la invita a raggiungerlo nella sua camera e per la prima volta la “prende con foga e vigore”. Al risveglio al mattino uno accanto all’altra, ammirando le bacche dell’alloro splendenti sotto la luce, che frotte di tordi vengono a beccare, lui di nuovo le dice che è una brava ragazza, lei risponde che lo ama, mentre sentono fischiare i tordi. Dal loro primo incontro sono ormai trascorsi due anni: ”giorni che sono scivolati leggeri ma intensi”. Il destino consentirà loro di condividere altri tre anni fino alla morte del professore, che le lascerà in eredità la sua inseparabile cartella, ormai vuota di lui, ma una testimonianza significativa di un intenso rapporto sentimentale che si protrarrà oltre la vita stessa. Il linguaggio ”minimalista”, con una funzione profonda dei significati dei dettagli, la personalissima narrazione di una mentalità femminile, la dilatazione dei tempi, il succedersi delle stagioni - misura del tempo della crescita affettiva dei protagonisti - la realtà spesso trasfigurata in un’atmosfera poetica e onirica, rendono avvincente, a tratti sorprendente e indimenticabile il romanzo di Kawakami Hiromi.


(Anna Velia Violati)







Kawakami Hiromi, La cartella del professore, Einaudi, 2011 [ * ]

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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 13/3/2019 alle 15:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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