.
Annunci online

CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
LA MEMORIA RENDE LIBERI
post pubblicato in Segre, Liliana, il 8 settembre 2018
 

Un libro-documento, scritto da Liliana Segre, neo-senatrice a vita, con la prefazione di Enrico Mentana, in veste di giornalista e storico della Shoah. Un libro che ha un sottotitolo, “La vita interrotta di una bambina nella Shoah”, che ben si adatta a descrivere la vicenda narrata da Liliana Segre in prima persona nel libro. La prefazione di Mentana attualizza la storia ai nostri tempi, mentre la vicenda narrata è quella di una bambina ebrea che – a otto anni – si vede costretta, da una realtà che non comprende, a cambiare totalmente la sua vita, ed è relativa ad anni lontani dai nostri tempi.
La prefazione di Mentana pone alcune questioni di carattere essenzialmente storico sul fascismo e sui discorsi che Mussolini fece per rassicurare i cittadini ebrei italiani. Siamo ai primi anni Trenta; nel 1938 succede qualcosa che smentisce tutto quello che il Duce aveva detto: vengono promulgate le leggi razziali, il vero motivo per cui la vita di quella bambina di otto anni (e di tanti altri, di età molto diverse) cambia. E Mentana, in chiusura della sua “parentesi storica”, ringrazia la Segre per la sua sincerità e il candore con cui ha raccontato proprio a lui la sua storia. 
Scorrendo l’indice, si comprende già lo sviluppo del racconto. È la storia di una bambina ebrea, che va – come tanti altri suoi correligionari, a causa delle leggi razziali che hanno escluso gli ebrei dalle scuole – a scuola da suore cattoliche (le Marcelline), e la cui famiglia ha una casa di campagna ad Inverigo, in Brianza, dove passa qualche vacanza, mentre abitualmente vive a Milano. Il libro è arricchito da alcune fotografie che l’autrice ha riportato dall’archivio di famiglia, e che ritraggono lei, bambina, assieme ai suoi genitori, oltre a foto dei genitori, dei nonni, del suo matrimonio e dell’incontro con Giorgio Napolitano in occasione del tributo al memoriale della Shoah. 
Liliana e il papà (la mamma, Lucia, è morta quando lei aveva pochi mesi) si sono ritirati ad Inverigo e si preparano alla fuga, come vari amici loro. In breve, mentre – assieme a due cugini dei nonni paterni, i Ravenna – hanno raggiunto la Svizzera, vengono rimandati indietro per “mancanza di spazio”, e ripresi dalle guardie italiane, e sono riconsegnati ai tedeschi. Incarcerati a San Vittore, un giorno sono caricati su di un treno merci, e – dopo un lungo viaggio di sei giorni – giungono al campo di Auschwitz.  
Il libro racconta poi in tre capitoli (7, 8 e 9) la permanenza ad Auschwitz, dove – come in tutte le situazioni precedenti – le donne venivano separate dagli uomini. A Liliana manca ogni notizia del padre; viene destinata al lavoro in una fabbrica di proiettili vicina ad Auschwitz, dove la portano ogni giorno. Deve proprio a questo, dirà lei stessa, la sua sopravvivenza. Nei tre capitoli viene dato risalto alla solitudine e all’annientamento del prigioniero – cosa raccontata da tutti i sopravvissuti alla Shoah, a cominciare da Primo Levi. 
I capitoli che seguono (10 e 11) raccontano quello che accadde ad Auschwitz non appena si seppe che stavano per arrivare i russi: i tedeschi fecero abbandonare il campo a 56.000 prigionieri, avviandoli verso il nord della Germania, Ravensbrück. Durante la lunga marcia,  Liliana viene a sapere per caso della perdita dei suoi nonni Olga e Pippo Segre, che lei immaginava in salvo, in Italia, grazie ad un documento ottenuto da suo padre. La ragazza che le riferisce queste notizie, le dice che i nonni sono stati arrestati e deportati, prima a Fossoli poi ad Auschwitz, dove sono stati uccisi. Dopo Ravensbrück, il gruppo si sposta prima in un campo minore, lo Jugendlager, poi a Malchow. In questo campo minore, Liliana fa un altro incontro, Peppino Levi, un ragazzo conosciuto nel carcere di San Vittore mentre faceva piani di fuga con suo padre; saprà dopo che Peppino è morto a Mauthausen.
Liliana, a contatto con soldati francesi, e in compagnia di un’altra ragazza italiana, Graziella Coen, al termine della sua personale marcia della morte, si rifugia presso i soldati americani. Qui viene curata, lasciata libera di nutrirsi al punto da ritornare grassa (all’arrivo pesa trentacinque chili), e passa il tempo nell’attesa, assieme alla sua amica Graziella, e dormendo. Gli altri prigionieri la considerano una letterata e le chiedono continuamente di scrivere lettere a casa. E dopo quattro mesi, finalmente le dicono che dovranno partire. Al rientro, dopo un impensabile (se confrontato col passato) viaggio di ritorno, Graziella dice che vuole proseguire per Roma, ma rimane con l’amica mentre Liliana torna a Milano. Il ritorno produce incertezza: Liliana si chiede chi troverà. Sbarcata a Milano, va al suo indirizzo in corso Magenta: strada facendo, dato lo stato miserevole dei loro abbigliamenti, ricevono l’elemosina. Giunti a casa, il portiere le scaccia, ma – appena Liliana dice chi è – la accoglie con urla di gioia e – dal cortile – annuncia il suo ritorno a tutto il condominio. Tutti fanno a gara a riceverle ed ospitarle. Liliana alla fine si trasferisce dai suoi zii (Amedeo è il fratello di suo padre), ma non si sente a suo agio: i suoi zii piangono il fatto che solo lei sia riuscita a tornare, non suo padre e non i nonni Segre.
Liliana rimane dai suoi zii, ma vorrebbe vivere da sola. È spesso preda di crisi di sconforto; ha anche, spesso, la tentazione di suicidarsi, ma poi le passa. La sua amica Graziella decide – dato che presso gli zii di Liliana era ancor meno a suo agio di lei – di tornare a Roma. Qui incontra un ferroviere, con cui si fidanza e si sposa, mettendo al mondo due figli. Poi emigrano in Sudafrica, e Graziella – analfabeta - continua a scriverle, per il tramite di uno dei suoi figli. Liliana, dopo due anni, accetta l’invito dei suoi nonni materni, che avevano cambiato casa, di andare a vivere con loro, e lascia gli zii. Decide anche di continuare i suoi studi, interrotti così presto, e torna dalle suore Marcelline, che – al tempo delle sue elementari – l’avevano fatta battezzare. Le suore le offrono di frequentare un corso di lingue; terminato questo con successo, le propongono di studiare privatamente e prepararsi all’esame di licenza ginnasiale. Così fa, preparandosi con due sorelle indicate dalle stesse suore, una che insegna lettere e l’altra materie scientifiche. In un anno Liliana studia il programma di cinque anni (scuole medie e ginnasio) e supera l’esame brillantemente, iscrivendosi poi al liceo, sempre presso le Marcelline. Nel frattempo, in prossimità degli anni ’50, durante una vacanza al mare, Liliana incontra Alfredo, e se ne innamora. È un colpo di fulmine per entrambi: gli zii osteggiano – come si faceva allora – la frequentazione; Alfredo che viveva a Bologna, veniva a Milano di sabato per vederla, ed andavano al cinema. Si sposano nel 1951, e lo zio avverte lo sposo che – probabilmente – a causa dei trattamenti subiti ad Auschwitz, Liliana non potrà aver figli. Ma la vita smentisce queste previsioni, e di figli, dal matrimonio, ne sono nati tre; due maschi e una femmina (Alberto, Luciano e Federica). La vita in coppia fu un’esperienza bella e nuova per Liliana, che vide nel marito non solo il suo compagno, con cui poter parlare di tutto, ma anche un protettore.
Mi sono accorto di aver ecceduto nel racconto, ma la storia che Liliana racconta nel suo libro è davvero coinvolgente. Ora, però, lascio ai lettori la scoperta degli ultimi capitoli. Voglio solo sottolineare una frase, in chiusura del libro, che dà l’idea del valore di questa testimonianza. Eccola: «… Quella bambina ebrea che quasi non sapeva di esserlo è divenuta una donna ebrea che ha scelto di assumersi il peso e la responsabilità della memoria …» E aggiungere anche una considerazione in merito al titolo, che appare come una parafrasi del motto che c’è sul cancello di Auschwitz: che dice “Il lavoro rende liberi”, per cercare di mascherare da “campo di lavoro” il campo “di sterminio”; il titolo di questo libro è “la memoria rende liberi”, come dire che è il ricordo di quanto accaduto che libera la mente e la psiche dal fatto stesso. Consiglio di leggere questo libro a tutti: l’autrice non rende mai la sua narrazione pesante o dolorosa, ed è questo il suo principale merito.


(Lavinio Ricciardi)








Enrico Mentana, Liliana Segre, La memoria rende liberi, Rizzoli, 2015 [ * ]


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. politica storia contemporanea

permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 8/9/2018 alle 10:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Sfoglia luglio