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PERDONARE
post pubblicato in Derrida, Jacques, il 31 luglio 2017
 

Sembra in "Perdonare" di Jacques Derrida che il perdono sia la via d'acceso privilegiata ad una dimensione oltre l'etica, ad un'etica oltre l'etica, ad un'etica iperbolica. Il perdono, come anche il dono, che sono intimamente legati. Con una differenza, che il dono riguarda sempre il presente, il perdono il passato.
Il perdono è uno dei nostri atti discorsivi più frequentati. Tutto un plesso semantico si accompagna all'atto performativo del perdono. Derrida decostruisce tutti questi significati, dimostra come essi si risolvono in aporie del perdono. E c'è un unico modo per risolverle: andare al di là del perdono. Infatti il perdono che supera se stesso che ci propone Derrida non è più quello della tradizione giudaico-cristiana, che presupponeva che si concedesse il perdono quando il colpevole riconosceva la propria colpa e in vista di una riconciliazione. E' anche il capovolgimento della tesi per cui con la Shoah nessun perdono è più possibile. Per cui è finito il perdono nella storia umana o è finita la storia del perdono che ha accompagnato l'uomo fin dall'inizio della sua storia. E' la tesi sostenuta dal filosofo ebreo francese Vladimir Jankelevitch  in "Perdonare?", che ribalta la tesi di un altro suo libro sul perdono scritto negli anni '30, raccogliendo scritti successivi al 1964, quando in Francia si sancisce per legge l'imprescrittibilità dei crimini contro l'umanità. La Shoah non è un fatto umano e il perdono può essere esercitato solo tra uomini. Nessuno ha chiesto il perdono per quei crimini. Non si può concedere il perdono a nome di altri che non ci sono più. Il perdono non è possibile perchè non correlabile ad una punizione equivalente (come dice Hannah Arendt), correlazione necessaria quando colpa, punizione e perdono hanno proporzioni umane. Questi sono di fondo gli argomenti addotti da Jankelevitch per cui lui personalmente non può perdonare. Alla lettera di un giovane tedesco che gli scrive dicendogli di non sentirsi responsabile di essere nato in Germania dopo quegli eventi, che non sente di essere ascrivibili a sè, e di cui pure si sente molto angosciato, Jankelevitch risponde con una concessione che sa di sofisma: la riconciliazione sarà affare delle future generazioni (le quali avranno in sostanza dimenticato), ma non è una via per lui percorribile. Morirà senza avere perdonato. Derrida capovolge questa impostazione, bisogna avere già sempre perdonato, se sempre si è colpevoli l'uno verso l'altro, se sempre si è spergiurato (l'essenza della colpa). Nel perdono e nella colpa siamo immersi continuamente, si potrebbe dire che il perdono è un orizzonte di possibilità per l'uomo, e che il passato, essenziale al perdono, è un'altra condizione di possibilità. In realtà chiediamo perdono continuamente. Anche il titolo del libretto, non può essere una richiesta rivolta al lettore? Si scrive sempre per chiedere perdono, si dona per chiedere perdono. Il perdono è solo quello concesso senza nessuna richiesta. Vi si avvicina Paul Celan, andato a trovare Heidegger su suo invito a Todtnauberg, nella poesia scritta subito dopo, dove la pesante atmosfera di ambiguità si trova a dover lasciare spazio al commento sul libro d'oro dei visitatori, aggiungendosi il poeta alla lunga fila dei predecessori. A questa lista si aggiungerà firmando anche Derrida successivamente. Si dirà che quest'etica iperbolica è buona per le astrazioni ma impraticabile. Tuttavia finisco con due casi storici concreti di vittime del nazismo che hanno perdonato: si tratta di Maiti Girtanner, resistente francese imprigionata e torturata, e di Eva Mozes Kor, vittima degli esperimenti di Josef Mengele. 



(Carlo Verducci)





Jacques Derrida, Perdonare, Raffaello Cortina, 2004 [ * ]

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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 31/7/2017 alle 15:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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