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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
OLTREMISURA
post pubblicato in Raggi, Luciana, il 24 giugno 2015
 

E’ la seconda opera poetica pubblicata da Luciana Raggi. E’ stata presentata a Villa Leopardi in un “Incontro con i poeti” tenutosi nello scorso marzo. Ed io l’ho avuta in quella occasione. 
Recensire per me un’opera di poesia risulta oltremodo difficile, per il fatto che normalmente leggo una gran quantità di opere di narrativa. Le poesie sono gli amici a darmene: le leggo molto volentieri, ma preferisco che a parlarne siano gli altri. Ma Luciana è persona speciale, per me; basti – a chi mi sta leggendo – citare il fatto che, alla rassegna “I poeti si raccontano”, promossa qualche anno fa dalla Biblioteca “Galline Bianche”, Luciana – con due battute – riuscì a farmi leggere due poesie mie (tra le pochissime che avevo salvato) e a farmi commuovere mentre ne leggevo una dedicata a mio padre.
L’opera di Luciana è divisa in tre parti, che hanno i titoli Forse, Illusioni, Incontri. Forse è la più breve (10 liriche) ed è quella che mi ha colpito di più; Illusioni è poco più lunga (12 liriche) e contiene la lirica che dà il nome alla raccolta; Incontri è la raccolta più lunga (19 liriche, tra le più lunghe) ed anche – a mio vedere – la più impegnata: le poesie in essa contenute sono, per ricchezza e differenza di contenuti, le più significative dell’intera raccolta. 
Perché mi ha colpito la prima parte? Forse perché sono un neofita di questa stupenda cosa che è la poesia. Devo dire che ho trovato, in tutte le poesie della prima parte, tantissime immagini, che mi hanno subito catturato: il titolo stesso delle liriche è già una immagine. E – da buon cinéfilo qual sono – proprio questa caratteristica mi ha fatto soffermare sulla prima parte. Ma c’è una ragione più spicciola, che origina dalla prima poesia del volume: Bianco. Questa poesia è – per me – nella sua brevità e concisione, particolarmente significativa, e cercherò di dire in breve perché. 
Si parla subito, nella poesia, di uno spazio: “Sto qui – fra riga e riga – senza distanze…“. 
Uno spazio che non viene nominato, non occorre che lo sia: è nei versi stessi, scarni, concisi, efficacissimi in quello che evocano. Ecco, proprio in questo è la forza della poesia di Luciana. Forza che si ritrova in tutte le altre liriche, sia concise, sia più estese, sia essenziali e stringate, quindi elegantissime, sia più ricche di vocaboli e magari proprio per questo meno efficaci.

Sto quì
fra riga e riga
senza distanze.
Sto quì
quì a guardare il bianco:
nomade
tra le parole dette
e quella che mi tace dentro.
 
Altra lirica che mi ha colpito, sempre nella prima parte, è Il telefono tace: qui ci sono almeno tre immagini significative, il silenzio, l’utilizzo per smacchiare il passato, l’ammobiliare una solitudine; tre immagini bellissime, anch’esse espresse da poche parole. Il silenzio è nel titolo, che è anche il primo verso. 

Buco spaventoso di silenzio.

Silenzio tortura.

Il telefono tace.

Forse
non vuoi più abitarmi

forse
credi di bastarti

forse
non ti servo più
per smacchiare 
il tuo passato

forse
non vuoi ammobiliare
la tua solitudine
con cose consumate

forse
son solo congetture.

Il telefono tace.

Nella seconda parte, Illusioni, la prima poesia è Non compro più sogni. Il linguaggio di questa lirica è meno stringato, più vicino al nostro linguaggio quotidiano. Ma le immagini sono altrettanto efficaci di quelle citate nelle altre liriche: comprare sogni, concimare i figli, amore perfetto, verità agrodolci, vuoto di una felice assenza nell’immobile presente. La bellezza di queste fa la bellezza della lirica, che scorre sotto gli occhi di chi legge portando le immagini subito in superficie. 

Ho contribuito efficacemente
al disordine del mondo
comprando sogni
vendendo speranze.

Ho imboccato sentieri contraddittori
alla ricerca di verità.

Ho innaffiato le aspettative
ho concimato i miei figli
con stupore
li ho visti sbocciare.

Ho creduto davvero
a quella mal calcolata felicità
all'amore perfetto
la più cara delle mie illusioni.

Ora non compro più sogni.

Prendi in prestito il tempo
vivo l'attimo livido
bevo verità agrodolci
senza filtri affettivi.

Cerco
nell'immobile presente
il vuoto
di una felice assenza.
 
La lirica "Oltremisura" chiude la seconda parte: il linguaggio di questa lirica è – a mio avviso volutamente – rappresentativo del titolo: vengono usate parole poco comuni e molto lunghe, che sottolineano concetti esagerati o delineati con molta enfasi. La poesia è autoesplicativa del titolo e degna di nota proprio per questo. 

Velocità di rotazione incontrollata
Conflitto di attribuzione
Nessuno sa frenare
smanie di potere.

Eccedenza di egoemozione
anestetizzazante
Conflitto di attribuzione
nega sentimenti.

Retorica dell'eccesso
per contrasto all'inazione
Nessun aiuto spontaneo
agli sconfitti senza speranza.

Narcotico rumore
assordante compulsivo
Conflitto d'interessi
annienta verità.

Iperstimolazione retinica
overdose di forme
Conflitto di realtà
esclude il sogno.

Il buio dell'anima
ammutolisce
corpi ammalianti.

Nessuno apre porte
chiuse oltremisura.

La terza parte, Incontri, dà immediatamente, con le prime due liriche, l’idea di cosa, già nel titolo, essa voglia essere: una serie di incontri della poetessa con le cose più disparate. La seconda lirica, Accanto, traduce molto bene questo concetto, e così la terza, Segni: e più che le immagini, le liriche sottolineano, nel lettore, l’azione di incontrare problemi, segni. In entrambe le liriche, il lettore ha la netta sensazione di accompagnare l’autrice nell’intraprendere questi due incontri, con i problemi del mondo, e con i segni interiori. Sensazione che lascia un’idea di bello, che viene dai versi e – soprattutto – dalla costruzione che li racchiude. Sono decisamente bagni nelle parole, immersioni piacevolissime in entrambe le liriche. 

Ai problemi del mondo chiedo
di sedermi accanto.

Lì accanto
in ascolto.

Vederli
faccia a faccia
ad uno ad uno.

Raccogliere silenzi
densi
amari

parole calpestate
pesanti.

Ai problemi del mondo
che chiamo per nome

chiedo

di mostrarsi
con suoni vibranti

che lascino segni
che non si possono dimenticare.




Scivolo
con morbide attese
nei ricordi

in attesa di visioni.

Segni rimasti

cicatrici
supporto al presente

tagli profondi
che fanno ancora rumore

acidi nocivi
che graffiano male

o balsami che leniscono
dentro.

Leggo quei segni.

Toccano
una profondità
non ancora indagata.

Che attira.

Prima di concludere voglio segnalare le poesie dedicate a due poeti (Giacomo Leopardi ed Emily Dickinson) e Si sedes non is – Si non sedes is. Una lirica con un titolo palindromo che presenta contemporaneamente un concetto e anche la sua antitesi, così come sono antitetici i comportamenti dell’io narrante descritti nella prima strofa e del tu che è in ascolto descritto nella seconda strofa. 

Sono su “questo” colle:
non lo immaginavo
privo di centro
con i soliti rumori
odori colori.

Ma ora
qui
l’eco di una voce lontana
sento vicina.

Umano e casuale
il limite all’orizzonte
come il tuo smarrimento allora
dove mi riconosco ora.

Respiro la tua malinconia
e un dubbio avvolgente
su questo cammino
che non brama il naufragio dell’anima
né la deriva dei sensi

non un rifiuto
né un rifugio.

Sono sul tuo cammino
sul sentiero
della poesia.

Serpeggiando
può condurre a valle

avvicinare all’orizzonte
gli occhi all’infinito.




Tue sole ali sono le parole
figlie di una tormentata
malinconia.

Hai amato non riamata
sei all’ombra
ma hai visto il sole.

Chiusa
nella tua stanza
spazi

raccogli i frutti
maturi

cuci echi
domestici a parole

animi dettagli

nella via stretta
apri ampi orizzonti.

Il tuo sguardo penetra
la superficie
ne comprende i segreti.

Nel silenzio ascolti
al buio vedi
e accogli visioni

del prevedibile quotidiano
riveli l’inatteso

della semplicità fai grandezza.

Fermi l’attimo perfetto
arricchito lo offri
nella viva metafora

illuminante
obliqua
verità. 




Nel rumore del dissenso
cammino fra aspre parole:
braci sul grigio posate
sul marcio palpitante
irradiano luci e colori

E camminando vado.

Nel tempo fluido
dell’attesa rassegnata
appoggiato al tavolo
delle tue abitudini
tra sguardi opachi ti siedi

E nel sederti stai.


Nella poesia finale, bellissima, la poetessa paragona il suo delizioso nipotino appena nato, cui la lirica è dedicata, al sale della sua terra, capace di dare sapore e nutrimento alla sua vita, garantendo in qualche modo la continuazione di qualcosa di sé. 

Al seno di tua madre
senza distanze
hai quanto basta

senza spazio
senza tempo
senza memoria
non dissipi calore.

Viaggio nei tuoi occhi
soddisfatti

entro nel tuo mondo
dai piccoli confini

trovo la grandezza
della vita.

Dolce perdersi
nella sorpresa
di una luce nuova

al sole caldo
di questo mite inverno

Dove sono ora
ho quanto basta:

un battito di vita
uno sguardo che colora il mondo
e i miei anni
diventano leggeri.

Ho te
sale della mia terra.


Il libro è un piacere per chi lo legga con un po’ di attenzione: per la poesia, a differenza 
della prosa, serve sempre un ascolto attento: bisogna sedersi e, nel silenzio, fare spazio alle emozioni.




(Lavinio Ricciardi)








Luciana Raggi, Oltremisura, Vitale Edizioni, 2015

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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 24/6/2015 alle 3:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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