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L'INVENZIONE DELLA NATURA SELVAGGIA
post pubblicato in Brevini, Franco, il 7 novembre 2013
   

L’ampio saggio di Franco Brevini, docente universitario e collaboratore del “Corriere della Sera”, offre anche più di quanto il titolo prometta: è, infatti, un’ articolata ricognizione della nascita, dell’evoluzione, dell’uso e dell’abuso, dell’applicazione ad ambiti assai vari dell’idea di wilderness, che spazia tra letteratura, filosofia, etica e concrete esperienze di esplorazione di luoghi selvaggi compiute nei secoli da arditi viaggiatori e in prima persona dall’autore stesso. È un’opera, dunque, che si presta a varie fruizioni e che propone disparati spunti di riflessione a chi è sensibile alle tematiche in senso lato ecologiche, spinto da motivazioni anche molto diverse tra loro. Due i cardini principali intorno ai quali ruotano le molteplici considerazioni dell’autore: in primo luogo, appunto, la nascita dell’idea di natura selvaggia che, ignota alla cultura classica, si affaccia nel Nord Europa, a metà del ‘700, in concomitanza con l’avvio della rivoluzione industriale in Inghilterra come reazione alla violazione della verginità della natura conseguente al “progresso”, come risposta al deterioramento del paesaggio che l’attività manifatturiera operata attraverso le macchine e lo sfruttamento delle risorse energetiche arrecavano all’ambiente. In secondo luogo la scoperta della wilderness viene da Brevini connessa alla crisi della visione antropocentrica: “dopo essersi sentito per secoli qualcosa di unico e speciale, diverso da tutto quello che lo circonda, l’uomo avverte oggi sempre più ciò che lo accomuna alla biosfera” (p. 13).  
In altri termini per scoprire la natura l’uomo ha dovuto prenderne coscienza, percepire consapevolmente il proprio abuso su di essa, imparare a conoscerla ed esplorarla, spingendosi nei luoghi più inospitali del pianeta dove quella natura fosse dominante, incontaminata, minacciosa, fonte di “an agreeable kind of horror”, per servirsi delle parole di Addison (p.165), ovvero dell’estetica del sublime naturale. A quest’ultima tematica Brevini dedica una vasta sezione del suo saggio articolandola in più capitoli, ricchi di citazioni e dati bibliografici. 
La Scozia, i laghi inglesi, le montagne svizzere, le Alpi, di cui già Rousseau e Goethe avevano esaltato l’orrida bellezza, il Monte Bianco ed in particolare La Mer des Glaces, l’Artico e l’Antartico, ma anche i deserti e la foresta pluviale diventano la nuova frontiera di esplorazione dell’ homo viator che si lancia alla scoperta di un mondo sconosciuto che attrae e ripugna contemporaneamente. Tuttavia è solo intorno alla metà del XIX secolo che “il consolidarsi della società industriale e borghese e il dilagare ormai inarrestabile dei suoi modelli disumanizzanti fanno sì che, da feconda opportunità di rinnovamento, come era potuto apparire nel secolo precedente, il mito della natura finisce per caricarsi di un intento scopertamente antagonistico.” (p.261)  
Non tarderanno di conseguenza ad affacciarsi delle dottrine, incardinate su presupposti etici, che ridisegnano i rapporti tra uomo e natura, muovendo, a metà Ottocento, da Thoreau che, con le sue stesse scelte di vita, crea nuovi modelli esemplari, passando per Aldo Leopold, il forestale americano di inizio ‘900 considerato il fondatore dell’ambientalismo, fino al primo corso universitario di environmental ethics di John Baird Callicott (1971), allo specismo di Richard Ryde (1970), alla animal liberation di Peter Singer, all’ecofemminismo, termine coniato nel 1974 da Françoise d’Eaubonne, alla deep ecology di Næss, autore insieme a Sessions nel 1984 della Eight Points Platform, riportata a pagina 51. A questi temi l’autore dedica in particolare un capitolo intitolato Etiche per l’ambiente.
Brevini non tralascia di mettere in guardia dagli eccessi cui certi approcci alla wilderness possono portare, diffondendosi sulla drammatica esperienza del grizzly man, Timothy Treadwell, divenuto incapace di riconoscere la natura ferina e molto aggressiva di questa specie di orsi, o sulla barbarie del turismo di massa o dell’alpinismo praticato su vasta scala, fenomeni propri dei nostri tempi. 
Nelle ultime pagine del suo saggio Brevini racconta di essersi dovuto spingere fino all’ inlandsis della Groenlandia per trovare finalmente la natura selvaggia e se stesso, per reperire un luogo in cui non ci fossero più né ore né distanze, ma solo l’ “andare nel cuore di una lontananza” (p. 405), senza voler sapere dove egli sarebbe arrivato.
Il lettore potrà dunque dilettarsi con la narrazione di queste esperienze dirette, grazie alla quale il saggio sconfina nel racconto, oppure con le numerose pagine dedicate all’alpinismo, specialmente pionieristico, o confrontarsi con le riflessioni di tipo filosofico, oppure ancora godere della messe di citazioni letterarie di autori di ogni tradizione e provenienza che abbiano affrontato criticamente il rapporto con la natura. Nell’ultimo inquietante capitolo, opportunamente intitolato Cuori di tenebra, Brevini ci conduce nelle zone più oscure dell’animo umano, prendendo Freud per guida, per fare affiorare le contraddizioni profonde della psiche che, mossa dalla ricerca del piacere e dalla volontà di potenza di ascendenza nietzschiana, adotta comportamenti ambigui nei confronti della natura e della propria natura animale, come appare evidente nella vicenda di Gregor Samsa, protagonista della Metamorfosi di Kafka, che prova ripugnanza per la sua nuova condizione di insetto e, al tempo stesso, la scopre riposante, rilassante rispetto alla vera ferocia belluina che si annida nella sua famiglia, che lo nasconde e lo schifa.
“La crisi dei modelli antropocentrici ha imposto di ridisegnare i rapporti tra umano e non umano, ripensando complessivamente i debiti accesi dall’uomo verso quella alterità, che la cultura umanistica per secoli aveva voluto rappresentare in termini tanto esasperatamente antinomici. L’atteggiamento oppositivo che isolava l’uomo dal resto dell’universo, la sottolineatura di quanto distingue l’umano dal non umano, l’idea che la realtà esterna non offra alla nostra specie niente di più che una serie di strumenti, tutte queste posizioni, che fanno riferimento a una visione sostanzialista dell’uomo, appaiono oggi sempre meno sostenibili. “ (p. 397). 
Visto che il cyborg, ovvero l’ibrido, il mutante (D.J. Haraway, A Cyborg Manifesto. Science,Technology and socialist-Feminism in the Late Twentieth Century, 1985) è in agguato, scandagliare le ambiguità e contraddizioni del rapporto umano-non umano appare sempre più urgente, se vogliamo pervenire ad una maggiore consapevolezza del nostro legame conflittuale con l’ambiente di cui siamo una parte e di certo non la più innocente ed innocua. Il saggio di Franco Brevini, con la sua ampia ed accurata appendice bibliografica, può certamente guidarci in questa non più rinviabile indagine.



(Adriana de Nichilo)






Franco Brevini, L'invenzione della natura selvaggia, Bollati Boringhieri, 2013 [ * ]

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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 7/11/2013 alle 11:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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