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MILANO E' UNA SELVA OSCURA
post pubblicato in Pariani, Laura, il 6 maggio 2010



Chi entra nell'oscura città di Barbonia si smarrisce. E' come attraversare uno specchio e finire in un mondo all'incontrario, non si riesce più a tornare indietro. Così è successo a Dante, classe 1899, che all'età di settant'anni, a Milano, passa le giornate a cercare un angolino in cui nascondersi e una maniera per arrangiarsi. Lo seguiamo nel suo girovagare, da un gennaio freddo a una primavera piovosa, poi in un'estate afosa, fino all'autunno venato di inquietudine e presentimenti minacciosi. Cammina a testa alta con allegria, il Dante, lui ha studiato, si è diplomato, ha gestito una libreria antiquaria, conosce a memoria poesie e filastrocche, in cambio di un bicchiere di vino può raccontare una storie o recitare un brano della Divina Commedia.
Il problema, per il lettore che vive a sud del Rubicone, è che lui la Divina Commedia la dice in milanese, secondo la traduzione che ne fece, nel '700, Carlo Porta. E passi, perché i versi dell'Inferno mantengono una loro riconoscibilità e ci si orizzonta, il brutto viene quando il nostro eroe, nel suo vagabondare, si lancia in pensieri e riflessioni usando i vocaboli della lingua meneghina.
Tognítt, sgagnòsa, cialada, girometta, socchìn, miee, baslòtt. Per capirci qualcosa ho dovuto usare un vocabolario milanese-italiano (trovato su internet), altrimenti, dopo poche pagine, la tentazione sarebbe stata quella di chiudere il libro e lasciarlo lì. Però, come spesso succede quando ci si misura con una lingua che non è la nostra, la consultazione del vocabolario interrompe il fluire del discorso e alla fine nuoce alla piena comprensione del testo. Così, da un certo punto in poi, ho preferito perdere il senso di qualche termine e lasciarmi trascinare dal ritmo delle frasi.
Titúnf titànf, barlícch barlòcch, cicíp ciciàp, pínfeta pònfeta, ho seguito il protagonista per quella selva oscura che ha nome Milano, dai gradini della chiesa di San Simpliciano, al dormitorio di Bande Nere, al Naviglio che sembra un mortorio, al Cordusio con il fiotto d'aria calda che sale dalla grata del marciapiedi. Per finire nel dicembre del 1969. Passo dopo passo ci ho preso gusto e mi sono anche divertita. Mi resta però un dubbio. Era proprio necessario l'uso di un milanese così stretto? Credo di no. Sono convinta che le lingue regionali rappresentino una ricchezza, che il loro uso possa contribuire in modo determinante a dare spessore ad ambienti e personaggi, però penso che questo debba avvenire con leggerezza, come fa Cammilleri quando racconta le sue storie. Il fatto è che Cammilleri non usa il siciliano, bensì una lingua di sua invenzione che al lessico della Sicilia liberamente attinge per dar vita ad una creazione letteraria originale comprensibile da tutti. Invece la Pariani, a mio parere, è troppo legata ad un compiacimento filologico ed ottiene il risultato di portare il lettore in una selva inospitale che oscura lo è per davvero. Ermanno Olmi, dopo aver girato L'albero degli zoccoli in bergamasco, sapendo che la difficoltà di comprensione avrebbe allontanato gli spettatori, ne mise a punto una seconda versione in italiano. Forse per Milano è una selva oscura si dovrebbe dare la possibilità al lettore di trovare, al termine del libro, una traduzione in italiano delle riflessioni del protagonista.




(Rita Cavallari)









Laura Pariani, Milano è una selva oscura, Einaudi, 2010  [ * ]

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