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IL GANGLIO
post pubblicato in Peronaci, Fabrizio, il 31 gennaio 2017

Uno degli elementi ricorrenti dei misteri irrisolti, che costellano la storia dell'Italia repubblicana, è certamente l'opacità dei centri di potere coinvolti, ossia la capacità di proteggere i segreti che potrebbero condurre alla verità attraverso un continuo gioco di specchi, di false rivelazioni, di sottili menzogne che compromettono l'oggettiva ricostruzione dei fatti. Montagne di informazioni, indizi, talvolta prove raccolte con pazienza dal lavoro degli inquirenti: ma poi si arriva quasi sempre a un punto in cui le indagini si bloccano, i processi si ripetono, gli atti si accumulano senza una chiave di lettura unitaria, che permetta di fare il passo successivo. I protagonisti passano ma le istituzioni - e i segreti - restano, custoditi da una rete di protezione invisibile, eppure capace di stendere un velo di ostinato e prolungato silenzio. Ed è quì che entra in gioco il lavoro insostituibile del giornalismo d'inchiesta, che non si accontenta dei comunicati ma cerca i fatti che vi stanno sotto, nella convinzione che la loro conoscenza rappresenti un diritto civile fondamentale. Il ganglio di Fabrizio Peronaci si inserisce a pieno titolo in questo filone giornalistico, fornendo nuovi particolari su un caso di cronaca nera che ha coinvolto le istituzioni laiche e religiose fino ai massimi livelli. Si tratta dei rapimenti di Mirella Gregori ed Emanuela Orlandi, avvenuti a Roma rispettivamente il 7 maggio e il 22 giugno del 1983. Se in quegli anni i sequestri di persona non rappresentavano una rarità, ciò che tuttavia apparve subito strano fu il fatto che entrambe le ragazze non erano legate all'estremismo politico, nè provenivano da famiglie facoltose della capitale. Emanuela Orlandi, inoltre, era una cittadina vaticana, e il suo stato civile la collega a uno dei periodi più oscuri e drammatici della storia recente della Santa Sede: sono gli anni immediatamente successivi al fallito attentato a Giovanni Paolo II, avvenuto in piazza San Pietro il 13 maggio 1981. Lo stesso attentatore, il terrorista turco Alì Agca, ha fatto più volte riferimento alle sorti della ragazza; ma la sua collaborazione con la giustizia italiana è stata tutt'altro che lineare e credibile, quanto piuttosto piena di suggestioni millenaristiche, tirate megalomani e soprattutto di imbarazzanti reticenze. La svolta, raccontata da Peronaci, matura nel 2013 all'indomani dell'elezione di papa Francesco. Complice il clima di apertura, che il nuovo pontificato porta con sè, si fa avanti per la prima volta un personaggio fino ad allora mai coinvolto in nessuna inchiesta riguardante il caso Orlandi. E' il fotografo romano Marco Fassoni Accetti, di cui Peronaci ha non solo ricostruito la versione dei fatti, ma ha pure allargato il raggio delle ricerche, proponendo una serie di riscontri con altri episodi avvenuti in quegli anni lontani, fino ad oggi non messi in relazione tra loro. Fassoni Accetti, per sua stessa ammissione, avrebbe avuto un ruolo attivo nel sequestro di Emanuela, fungendo da telefonista. Ma la novità più interessante del libro risiede nella ricostruzione della lotta di potere all'interno del Vaticano, collocata nello scenario geopolitico della Guerra Fredda che nei primi anni Ottanta raggiunge uno dei livelli di massima tensione. Sono gli anni dei boicottaggi reciproci in occasione dei giochi olimpici di Mosca (1980) e Los Angeles (1984), ma soprattutto della corsa agli armamenti nucleari e del loro dispiegamento nel quadrante euro-mediterraneo. Gli anni di Solidarnosc in Polonia, e del papa polacco che sostiene il sindacato libero di Lech Walesa, promuovendo un deciso cambiamento di rotta nella politica estera della Chiesa cattolica in chiave anticomunista su scala mondiale. Il ganglio vaticano, a sua volta, era una rete di alti prelati, laici, alti funzionari dei servizi segreti italiani - nonchè alcuni esponenti della criminalità organizzata romana - che spingeva nella direzione opposta, riconoscendosi piuttosto nella Ostpolitik vaticana, ovverossia la politica prudente e realistica, volta a normalizzare i rapporti con il blocco dei Paesi dell'Est, promossa dall'allora Segretario di Stato, il cardinale Agostino Casaroli. E anche se la recente archiviazione, disposta dal Tribunale di Roma su richiesta della Procura capitolina, appone il sigillo definitivo al procedimento giudiziario, l'interpretazione dei fatti fornita dal Ganglio riceve piuttosto una conferma indiretta da un'altra inchiesta giornalistica, confluita nel volume Vaticano S.p.A. di Gianluigi Nuzzi. Il nucleo documentario del libro di Nuzzi è costituito dal poderoso archivio di monsignor Renato Dardozzi, deceduto nel 2003, dopo aver ricoperto incarichi di grande rilievo e nel più assoluto riserbo presso la Segreteria di Stato. Proprio dall'esame delle carte - rese pubbliche per volontà testamentaria dell'alto prelato - emerge un quadro segnato dalla lotta di due cordate per il controllo finanziario del Vaticano, allora profondamente scosso dal crollo del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Da una parte l'Opus Dei, disposto a sostenere generosamente l'impegno anticomunista di Karol Wojtyla e a coprire la voragine aperta nel bilancio dell'Istituto per le Opere di Religione, il più importante organo economico e finanziario Oltretevere; dall'altra, una fazione eterogenea ma comunque acerrima rivale della prima, i cui contorni possono essere sovrapposti a quella della rete delineata da Peronaci. Insomma, se il caso Orlandi per la magistratura romana è chiuso definitivamente, lo stesso non può dirsi per le inchieste giornalistiche o per le ricerche degli storici contemporanei, che non devono sottostare ai vincoli della prescrizione. Spetta a costoro il compito di chiarire i contorni di una vicenda che il tempo può sbiadire, ma non cancellare completamente. Qualche volta, infatti, succede proprio il contrario: che il trascorrere del tempo finisca per sollevare il velo su fatti, persone, reti di relazioni, che hanno perduto il loro potere deflagrante, ma che ancora possono aiutare a comprendere un frammento del nostro recente passato.


(Fabrizio Chiappetti)







Fabrizio Peronaci, Il ganglio, Fandango, 2014 [ * ]
                                                                                                                            



EVA MOZES KOR
post pubblicato in Mozes Kor, Eva, il 30 settembre 2016
 

"Oggi dopo la sessione pomeridiana della Corte, mi sono avvicinata a Oskar Groening. Voleva alzarsi. Ho detto: «ti prego non farlo, non vogliamo una ripetizione dell'ultima volta». Gli ho appena stretto la mano e ho detto: «ho apprezzato il fatto che sei stato disposto a venire qui ad affrontarci. Ma vorrei fare un appello ai vecchi nazisti che sono ancora vivi a farsi avanti e ad affrontare il problema dei neo-nazisti in Germania oggi. Perché questi giovani fuorviati tedeschi che vogliono far tornare Hitler e il fascismo non potranno ascoltare Eva Kor o qualsiasi altro sopravvissuto. Puoi dire loro che eri ad Auschwitz, eri coinvolto con il partito nazista, ed era una cosa terribile»
Mentre stavo parlando con lui, mi ha preso e mi ha dato un bacio sulla guancia. Beh, io probabilmente non mi sarei spinta a tanto, ma credo che sia meglio di quello che mi avrebbe fatto settanta anni fa. 
Di tutto ciò che è accusato - dico che è colpevole. Gli ho detto che il mio perdono non mi dispensava dall'accusarlo né che lui si prendesse la responsabilita' delle sue azioni. E ho detto ai media che lui era un piccolo ingranaggio in una grande macchina di assassinio, e che la macchina non poteva funzionare senza i piccoli ingranaggi. Ma ovviamente lui è un essere umano. La sua risposta è proprio ciò di cui parlavo quando dicevo che non si può prevedere cosa potrebbe succedere quando qualcuno dalla parte delle vittime e qualcuno dalla parte dei carnefici si incontrasse in uno spirito di umanità. 
So che molte persone mi criticheranno per queste immagini, ma va bene così. E' l'incontro di due esseri umani settant'anni dopo ciò che è successo. Per quanto mi sforzi non capirò mai perché la rabbia è preferibile a un gesto di buona volontà. Mai niente di buono viene dalla rabbia. Ogni gesto di buona volontà di cui si parla nel mio libro vincerà ogni volta la rabbia. L' energia creata dalla rabbia è un'energia violenta. 
Mi dispiace per Oskar Groening per una sola ragione: ha vissuto una vita infelice. Penso che se io fossi il giudice, gli farei una domanda: «hai vissuto una vita felice?». Quando si guarda indietro, lui probabilmente non può essere fiero di niente, e vede che ha sbagliato. Così giudica se stesso. 
Lo scopo di questo processo dal mio punto di vista non è di condividere con lui una parte della mia mente ma di insegnare ai giovani neo-nazisti che Auschwitz è esistito. Si può fingere e dire che non è così, e se io lo testimonio e dico che è avvenuto veramente, mi destituiscono di credibilità perche' sono ebrea e ho un interesse a raccontare questa storia. Ma un ex nazista non ha interesse nel dire che Auschwitz è esistito - in realtà lui ha interesse a negarlo. 
Il 99.9% dei colpevoli moriranno senza rendere testimonianza. Avrei preferito che ogni nazista, ogni colpevole, entro un termine ragionevole - non settant'anni ma molto, molto più in fretta - fosse uscito allo scoperto e avesse confessato quello che aveva fatto. Per questo semplice motivo devo riconoscere che Groening ha almeno fatto uno sforzo. Non penso che sia un eroe per questo, ma almeno lui è stato disposto ad ammettere la sua colpa in una pubblica corte. 
Mi domando: cosa vogliamo in futuro? Vogliamo continuare a puntare il dito e che l'accusato resti in un angolo e l'accusatore nell'altro, senza mai incontrarsi? Guarda il mondo: non funziona. Tutto ciò che abbiamo e' gente che senti arrabbiata, persone che vanno in giro a fare cose folli. 
Quando succedono cose tragiche, dobbiamo sederci e discutere, quali sono le opzioni per le vittime e per i carnefici? La maggior parte delle persone sono solo qui in tribunale per accusarlo di cose che lui ha già ammesso. Quindi ora cosa dobbiamo fare? Non credo che dovremmo alzare una statua in suo onore, ma può servire come un buon esempio per i giovani che cio' a cui ha partecipato è stato terribile, che era sbagliato, e che è dispiaciuto di averne fatto parte. E' un messaggio che ha una qualche utilità per la società. 
Se fosse dipeso da me, il dialogo tra i sopravvissuti e i carnefici sarebbe dovuto iniziare tanto tempo fa. E avrebbe aiutato i sopravvissuti e forse li avrebbe aiutati a guarire se stessi, ma ancor di più a non passare il dolore ai loro figli. 
Le mie idee sulla vita sono molto singolari, lo so che sono in minoranza - magari la minoranza di una sola persona. Lo so come la società ti vede, ma da come la vedo io, la società, non credo che stia andando molto bene. Quindi quello che sto dicendo è che forse dovremmo provare qualcos'altro. E la mia idea è che le persone dal lato delle vittime, e le persone dal lato dei carnefici si avvicinino, guardino in faccia la verità, provino a guarire, e lavorino insieme per evitare che accada di nuovo".

 

Oskar Groening era il contabile di Auschwitz. Aveva lavorato nel campo di sterminio dal 1942, quando aveva ventuno anni: si occupava della classificazione, valutazione e registrazione dei beni sequestrati ai deportati - quasi tutti ebrei ungheresi nel suo caso - avviati verso le camere a gas. Oskar entrò nel partito nazista e nelle SS allo scoppio della guerra e - visto che era un contabile - venne prima mandato a occuparsi di un ufficio paghe delle SS e ben presto, quando cominciò l'attività del campo, ad Auschwitz: l'incarico era gestire i beni sequestrati ai deportati. In particolare, doveva soprattutto occuparsi di banconote e monete, classificarle e inviarle a Berlino. Groening ha sempre dichiarato di non aver partecipato direttamente alle uccisioni dei prigionieri del campo. Non ha mai negato il suo lavoro ad Auschwitz, ed ha sempre riconosciuto l'enormità delle atrocità compiute nei campi di sterminio nazisti. In particolare, ha espresso il desiderio di contrastare con i suoi racconti e le sue ammissioni ogni tipo di negazionismo dell'Olocausto. Secondo la difesa di Groening, il suo lavoro non ha facilitato il genocidio. L'accusa invece ha sottolineato come la sua occupazione fosse funzionale alla macchina dello sterminio. Nel '44 venne assegnato a un'unità di combattimento delle SS e fu preso prigioniero dagli alleati. Nel 1948 tornò in Germania e come la maggior parte dei militari tedeschi sopravvissuti, ritornò alla vita "normale", da contabile, civile. Negli anni '80 però Groening sentì il bisogno di scrivere un memoriale, soprattutto per i figli, con quanto sapeva e aveva visto di Auschwitz e lo scrisse soprattutto per smentire chi negava l'Olocausto. Poi, a metà degli anni 2000 e ancora nel 2013, attraverso alcune interviste, il suo racconto divenne pubblico. Nel 2014, un tribunale tedesco lo ha incriminato con l'accusa di complicità nell'omicidio di trecentomila persone ad Auschwitz. [ * ] [ * ]
Eva Mozes e la sorella gemella Miriam sono nate nel piccolo villaggio di Portz, in Romania, il 30 gennaio 1934. La vita per la famiglia Mozes era stata buona per anni, ma nel marzo del 1944 le fu detto di raccogliere poche cose, perché stava per essere trasferita. Fu portata in un ghetto a Simleul Silvanei e poi deportata ad Auschwitz. Quì le due gemelle furono separate dalla madre e isolate in vista degli esperimenti del dottor Mengele. Eva ha poi dichiarato: "Durante gli esperimenti mi sono state fatte cinque iniezioni. Ho sviluppato una febbre altissima. Tremavo, le mie braccia e le mie gambe erano gonfie, di enormi dimensioni. Mengele e il dottor Konig e altri tre medici sono venuti la mattina successiva. Essi... hanno guardato la mia tabella di febbre, e il dottor Mengele ha detto: «Peccato, lei è così giovane. lei ha solo due settimane di vita ...»". Il fatto che Eva e Miriam siano sopravvissute ad Auschwitz è stato un miracolo in sé, in quanto solo pochi singoli gemelli erano ancora vivi al momento che il campo fu liberato. Dopo la liberazione del campo, Eva e Miriam sono state i primi due gemelli inquadrati nel famoso film preso dai sovietici - spesso mostrato in filmati sugli orrori della Shoah. In qualche modo l'immagine è fuorviante. I gemelli di Mengele non indossavano uniformi a strisce. Erano i soggetti preferiti di Mengele, e gli veniva concesso un trattamento speciale, come l'essere in grado di mantenere i propri capelli e vestiti, e ricevere razioni di cibo extra. Fino a quando rimanevano in buona salute e utili per Mengele erano tenuti in vita. [ * ]



Nel 1950 Eva e Miriam hanno ricevuto i visti per Israele e si sono trasferite. Sono diventate membre di un kibbutz, popolato per lo più da orfani. Nel 1952 sono state inquadrate nell'esercito israeliano. Eva ha studiato redazione editoriale e Miriam è diventata un' infermiera. Nel 1960 Eva ha sposato un turista americano, Michael Kors, anche lui un sopravvissuto del campo di concentramento, ed è venuta a vivere negli Stati Uniti, stabilendosi a Terre Haute, Indiana. Nel 1985, quaranta anni dopo la liberazione di Auschwitz, Eva Mozes Kor, Miriam, e altri sopravvissuti sono tornati ad Auschwitz e successivamente hanno condotto un finto processo a Josef Mengele in Israele, che ha ricevuto l'interesse della stampa internazionale. Eva Mozes Kor è autrice di libri sulla sua esperienza ed ha parlato in oltre quattrocento scuole, università, conferenze, sinagoghe, e gruppi civici. E' la fondatrice del Museo dell'Olocausto e Centro di formazione a Terre Haute, Indiana, e della CANDLES, un acronimo che sta per "Bambini di esperimenti di laboratorio di Auschwitz sopravvissuti". Questa organizzazione ha localizzato e riunito molti sopravvissuti degli esperimenti e si dedica a "guarire il dolore, insegnare la verità, evitare i pregiudizi". [ * ]
Da adulte Eva e Miriam hanno sofferto di gravi problemi di salute. Eva ha avuto degli aborti ed ha sofferto di tubercolosi. Suo figlio ha avuto il cancro. I reni di Miriam non si sono mai pienamente sviluppati ed è morta nel 1993 di una rara forma di cancro, probabilmente causata dagli esperimenti medici sconosciuti e dalle iniezioni cui era stata sottoposta da Josef Mengele.
Nell’estate del 2013 Eva ha incontrato ad Auschwitz un personaggio che l'ha colpìta per l’"estrema intelligenza". Si tratta di Rainer Hoss, nipote di quel Rudolf Hoss che era comandante del lager quando lei vi si trovava, impiccato dagli alleati nel 1946 [ * ] [ * ]. Rainer ha rotto ogni rapporto con la famiglia d’origine nel 1985, dedicandosi ad educare le nuove generazioni su come "riconoscere e sconfiggere il Male del nazismo". Solo nel 2014 Rainer Hoss ha parlato in oltre settanta scuole tedesche. A un anno dall’incontro la sopravvissuta Eva ha chiesto al nipote del suo aguzzino se avrebbe accettato di essere adottato da lei, che ha superato gli ottanta anni. Rainer ha accettato e la notizia ha fatto il giro del mondo. Ma Eva Mozes Kor precisa che "non sempre andiamo d’accordo", come nel caso del “perdono per i nazisti": lei infatti non condivide la rottura di Rainer nei confronti della sua famiglia, vorrebbe che si riconciliassero "perché solo così ci possiamo davvero emancipare dal Male di Hitler". [ * ] [ * ] [ * ]



Eva Mozes Kor, Mary Wright, Echoes from Auschwitz: Dr. Mengele's Twins: The story of Eva and Miriam Mozes, Paperback, 2000 [ * ]
Eva Mozes Kor, Lisa Rojany Buccieri, Surviving the Angel of Death: The True Story of a Mengele Twin in Auschwitz, Paperback, 2012 [ * ]

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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 30/9/2016 alle 8:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
MAITI GIRTANNER
post pubblicato in Girtanner, Maiti, il 29 settembre 2016
 

Torturata da un medico della Gestapo, la resistente cattolica e pianista Maiti Girtanner, nota per aver perdonato in nome della sua fede colui che era stato il suo carnefice durante la seconda guerra mondiale, è morta il 28 marzo 2014 all'età di 92 anni.
"Io non voglio fare della mia vita una tragedia". Eppure Maiti ha pensato al suicidio per anni. Ma l'abitava una presenza. Il Dio della sua giovinezza le ha donato di attraversare l'orrore e di poter rileggere la sua vita alla luce di un'altra passione, quella di Cristo.
La immaginiamo sulla sua bicicletta, pedalando in campagna, sotto il naso dei tedeschi, portando ad alcuni delle notizie, ad altri delle armi... Il naso in aria, fiera e altera, giovane e bella, spensierata e animata da un grande desiderio di vita. I tedeschi sono lì, sul bordo della Vienne, l'altro lato è la zona franca. Siamo nel giugno del 1940, il Vieux Logis, la vecchia casa di famiglia di Maiti è stata requisita.
Maiti ha perso il padre all'età di tre anni, è cresciuta con il nonno, musicista, compositore e docente al Conservatorio di Parigi, che scopre in lei una reale disposizione verso il pianoforte. A dodici anni ha interpretato il suo primo vero concerto; una promettente carriera si apre davanti a lei. Da quel momento ha chiesto al Signore: "Se vuole che parli con lui suonando il pianoforte... mi lascerò trasportare dalla musica". La bambina ha già un rapporto di intimità e di fiducia con il Signore.
"Ho capito che la verità è una persona, Gesù Cristo. Mi ha bruciato per trasmettere e proclamare questa verità".
Ma a diciotto anni i tedeschi sono a casa, e Maiti non solo entrerà nella Resistenza, ma fonderà un proprio gruppo: "Ho creato un gruppo di piccola resistenza, quasi tutti studenti, in modo perfettamente inimmaginabile...": si traversa la Vienne in barca per aiutare i clandestini a muoversi nella zona franca, recuperare le carte di identità della regione di Dunkerque, per Londra dove si organizza lo sbarco, chilometri in bicicletta per passare informazioni, falsificando documenti... tutti rischi e sempre con la "paura nella pancia". Ama definirsi "piccola formica della Resistenza" in mezzo a tante altre.
Infine Maiti viene obbligata a suonare il pianoforte ad una festa organizzata dal capo della Gestapo a Parigi. Al termine del concerto contratta la sua remunerazione con il rilascio di due o tre suoi compagni. Sei o sette volte Maiti ha la presunzione di fare quella richiesta e ottenere il rilascio dei suoi amici "sopra ogni sospetto, arrestati per errore".
Alla fine del 1943 è arrestata anche lei. Lo stesso capo della Gestapo lo ritiene un errore, ma il velo è strappato, e scopre chi è la piccola! "Orgoglio ferito a morte di essere stato ingannato da una ragazza, quindi una punizione esemplare: trasferimento in un luogo segreto di rappresaglia (...) dove il medico-carnefice dovrà perseguire il maggior danno possibile... Fu la scoperta a ventuno anni dell'orrore della sofferenza inflitta da medici che sapevano quello che stavano facendo".
Lasciata per morta, viene salvata dalla Croce Rossa. Rimane otto anni ricoverata in ospedale, non può suonare il pianoforte, e vive in uno stato di sofferenza giorno e notte. Ma a settantacinque anni Maiti ha testimoniato con la sua vita "che il male non è il vincitore". 
"Dal primo giorno in cui ho fatto scappare dei prigionieri e fino a quando non sono stata presa io stessa, ho vissuto giorno e notte nella paura. In una paura terribile. Ma sono sempre andata avanti. E' stato il modo per me di arrivare fino alla fine. Mi sono sempre chiesta dove fosse il mio "fino alla fine"".
Come una fiamma dentro di lei, una fiamma che brucia al centro della vita nella battaglia al fine di non lasciarsi piegare dagli eventi, è la verità che cercava fino alla fine.
"Quando ho iniziato a fare la Resistenza ero consapevole di entrare in una situazione di pericolo. Ecco perché non potevo aspettarmi che mi si facesse un regalo. (...) Ma anche la coscienza, data dalla grazia, di una missione da compiere, per quanto piccola potesse essere. Anche se questo è un compito da formica rispetto all'immensità del disastro della Francia schiacciata e occupata".
Dopo tre anni di resistenza attiva ed efficace, la "formica" viene arrestata.
Maiti è la più giovane tra i diciannove prigionieri del gruppo. Si rende conto che se rimangono prostrati in un silenzio morboso diventeranno pazzi. Così parla loro e dice di Dio, della sua fede nel "Dio che ama di un amore folle, verso il quale andiamo". Parla della vita eterna dopo la morte. Rispetta le credenze di tutti ma allo stesso tempo propone di offrire una preghiera a Maria insieme. "Dopo aver iniziato un discorso che è stato molto utile".
Da suo padre Maiti ha ricevuto una fede protestante. Molto giovane è stata introdotta alla lettura della Bibbia. Ha visto questa Parola del Dio vivente, che ha ammonito la sua memoria, una memoria spirituale che fa parte di se stessa e che può parlare.
Per quanto può non si lascia confinare in una terra di nessuno, e la parola è un modo per lei di "osare e stare ferma". Anche il giovane medico ha trovato grazia ai suoi occhi; lei non capisce come un uomo di ventisei anni può diventare il carnefice del suo fratello. L'uomo non è crudele per natura, Dio non ha voluto che l'uomo sia crudele. Ha queste meravigliose parole: "Ho sempre pensato che la sfortuna era più sul lato del carnefice che su quello della vittima".
Maiti ha sempre la stessa domanda: "fino a che punto arriva il mio andare fino in fondo?" È giunto alla fine? Non riesce sempre a parlarne. Ha poi fatto un gran silenzio, ha perso l'uso della parola. Eppure, quando Maiti esce fuori da questo inferno, ha una sola idea: "perdonare l'uomo che l'ha distrutta".
Maiti osa essere forte, osa sfidare i tedeschi sotto i loro occhi, si fa carico di rischi che la mettono in pericolo e in prigionia lei osa parlare, lei osa attraversare un muro di silenzio che è davvero una prigione. E' viva. Osa, non importa cosa, per dimostrarlo. Lei osa la vita fino alla fine, per essere libera. E il desiderio di perdono per quest'uomo è un desiderio di vita, per lui e per lei. "
Posso dire di essere viva se questo non riguarda che la mia sola persona? Qual è il diametro del "mio cerchio di vita?""
La sua lucidità dopo questi eventi è sorprendente: "Due desideri si sono imposti su di me mio malgrado. Il primo era il desiderio folle di perdonare colui che mi aveva distrutta. Ma in che modo? Era anche possibile? Il secondo è stato quello di cercare ciò che mi rimaneva come opportunità di servire. Questi due desideri non mi hanno mai lasciata".
Vive anni difficili di sofferenza fisica e morale, di rinuncia, di solitudine, momenti in cui tutto si ferma.
"Il mio deserto: tutto era violento contrasto. Mi sentivo come un luogo di tentazione, con forme di negazione: fuggire, stordirmi o ammalarmi in un universo ben chiuso in se stesso; e altrettanto intensamente mi sono resa conto che il mio sradicamento era in realtà una mancanza di radicamento... L'ho sperimentato come un luogo di privazione e di vuoto; e ho percepito confusamente che vi avrei ricevuto la mia vocazione. Lungo sarebbe l'inventario... Infine, ho avuto la possibilità di scegliere tra la disperazione dei ribelli o l'immersione in una fiducia persa e sconcertata. Le situazioni-limite ci costringono a scegliere l'essenziale".
Sempre messa davanti alle scelte, Maiti è logica, umana e intelligente, conosce le regole del gioco: è una sua scelta, nessuno sceglie per qualcun altro.
Tra il desiderio e la realtà, il perdono è un processo lungo.
"Questo non è qualcosa che è così, come un miracolo durante la notte. Dobbiamo desiderare la durata, devi avere una voglia matta, un desiderio che è una grazia".
Per quaranta anni Maiti prega ogni giorno per lui fin dall'inizio della sua preghiera. "Ma possiamo mai sapere se abbiamo perdonato?" Lei non forza la sua unica preghiera. E' consapevole del fatto che "questo è un passaggio del cuore che è molto difficile. Non sapevo se ero in grado di arrivarci. Nel caso in cui non ci fossi riuscita, ho chiesto a Dio di fare per me. Il mio desiderio era lì".
Il suo secondo desiderio "è stato quello di cercare quello che mi rimaneva come opportunità di servire".
Maiti soffriva terribilmente nel suo corpo, ma la sua "testa rimaneva libera" e andava a seguire delle lezioni alla Sorbona su una barella. Lei, che all'età di dodici anni ha capito che la verità è una persona, Gesù Cristo, diventerà una professoressa di filosofia e insegnerà l'amore della verità. Data la sua disabilità, può beneficiare solo di poche ore al giorno al di fuori del suo letto. I suoi studenti saranno giovani che si preparano ad una carriera artistica di alto livello, che avrebbe potuto essere la sua.
Per il suo cammino spirituale, è terziaria dell'ordine di San Domenico, il cui motto è "Veritas", ed è diventata uno dei perni della Fraternità domenicana dei malati.
La sua ricerca, il suo "fino alla fine" non si ritrae nonostante le avversità, la sofferenza e le prove. Il suo "fino alla fine" diventa un cammino di "Resistenza" dentro di lei.
Non lasciate che il vostro "nemico" entri nel vostro cuore e prenda il posto della vita, ha detto il salmista. Il nemico non è necessariamente una persona. Ma i pensieri nefasti, negativi, senza speranza, ai confini del dolore sono spesso i nostri nemici. La resistenza al male in tutte le sue forme è necessaria, perché "Dio non vuole il male, e questo è ciò che ci contraddistingue". Aggiunge "la sofferenza è un male e rimane un pericolo permanente da non sottovalutare. Eppure, nella sua morsa che non si dimentica facilmente, nulla è perduto ... e, infine, non è il male che vince".
"Quando ho trovato questa relazione persona a persona con Gesù, ho scoperto che Dio non aveva voluto che facessi questo cammino di sofferenza e di orrore. Ho capito che al centro di questa sofferenza è entrato dentro di me quasi fisicamente con la sua presenza, la sua vicinanza. Si è unito a me in un male che gli uomini erano perfettamente in grado di creare da se stessi. Dio non ha voluto il male che solo alla fine per farmi avvicinare a Lui. Dio mi ha raggiunto in un male terribile, perpetrato da uomini, per aiutarmi a uscire e costruire me stessa prima, per poi portare con il mio consenso qualcosa agli altri".
Spinta da un forte desiderio di perdonare Leo, il suo torturatore, Maiti rimane fedele al suo desiderio. Non può essere sicura di avere veramente perdonato quest'uomo, così lei prega per lui ogni giorno. E nel 1984, "ricevo una telefonata. Ho immediatamente riconosciuto la sua voce: «Mi puoi ricevere?». Ho avuto l'impressione che la casa mi cadesse in testa. Ero allettata, in un periodo molto doloroso. Mi sono sentita che rispondevo: «Vieni»". Ha ricevuto quest'uomo venuto a parlare della morte. Era molto malato e non gli restavano che poche settimane di vita. Ha cercato quella ragazza che nel campo parlava di dopo la morte; le parole ascoltate "erano entrate dentro di lui come l'olio". 
Maiti gli parla dell'amore di Dio per tutti gli uomini. A seguito di questo, "quest'uomo, che era molto bello, abbassò la testa e disse con grande umiltà, come un bambino: «ma cosa posso fare adesso?» - «L'amore ... dona subito amore intorno a te, parla con Dio, balbetta, Dio abita tutte le creature, anche le più ottenebrate...".
Quest'uomo ha paura, paura della morte. Questa storia è davvero incredibile! Quest'uomo che torna dopo quarant'anni è nell'ordine del miracolo, della volontà di Dio. Mi fa comprendere che l'amore, il perdono, la vita sono più forti del male.
Ascoltiamo Maiti: "Alla partenza, era in piedi alla testa del mio letto, un gesto irrefrenabile mi sollevò dal mio cuscino pur facendomi molto male, e l'ho abbracciato per lasciarlo nel cuore di Dio. E lui umilmente mi ha chiesto "Perdono". Era il bacio di pace che era venuto a cercare. Da quel momento sapevo di averlo perdonato".
Quanta profondità in questo scambio!
Un lungo viaggio quello del perdono; come un'avventura, una ricerca, quella di cercare sempre la verità. La semplice verità della realtà apparente della vita: dolce e felice o tragica realtà dell'uomo lungo tutta la sua vita.
Come nella vita di Maiti, l'alternanza del tempo della parola e del silenzio. Il silenzio come un altro tono di parola. Quando tornò alla vita, la organizzò senza che nessuno intorno a lei conoscesse la sua storia. "Solo dieci persone sapevano. Ho scelto il silenzio e il buio. E' stata una scelta personale e non l'ho mai rimpianta. Ma oggi, all'alba dei miei settantacinque anni è accaduto che la mia vita uscisse allo scoperto, senza che io lo abbia cercato".
E' giunto il suo tempo, la sua testimonianza si riflette come una stella nella notte. Una storia vera che incoraggia cammini di perdono, come cammini di vita e di verità.
Alla misura della nostra vita, nel nostro presente dove cerchiamo di parlare, di vivere, di capire abbiamo questa testimonianza di una pazienza benefica, che insegna che nella vita bisogna accettare il tempo, il silenzio, riservarsi uno spazio interiore da condividere con pochissime persone, con persone scelte.
E, naturalmente, essere animati da grandi desideri, guidati da una grande fiducia in Dio: "Se io non posso, chiedo a Dio di fare Lui per me; il mio desiderio è tutto lì". [ * ]   

 

Maïti Girtanner, Guillaume Tabard, Même les bourreaux ont une âme, Editions de la Loupe, 2008 [ * ]  [ * ]



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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 29/9/2016 alle 6:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
JULIUS FUCIK
post pubblicato in Fucik, Julius, il 15 settembre 2016
 

Julius Fucik è stato un giornalista, scrittore, antifascista comunista ceco, ucciso dai nazisti. Nacque in una famiglie operaia: suo padre era un operaio metalmeccanico. Nel 1913 la sua famiglia si trasferì da Praga a Plzen. Iniziò precocemente a interessarsi di politica e di letteratura: a 12 anni cominciò a scrivere sul giornale Slovan ("Lo Slavo"). Dopo aver conseguito il diploma di maturità, nel 1920 iniziò gli studi in Filosofia all'Università Carolina e nel 1921 si iscrisse al neonato Partito Comunista di Cecoslovacchia (KSC). Nel 1926 fu redattore della rivista letteraria Kmen ("Classe"), divenne membro del movimento artistico di avanguardia Devetsil [ * ]. Tra il 1928 e il 1938 lavorò come redattore della rivista di critica letteraria Tvorbi ("Creatività"), fondata dal critico František Xaver Šalda. Dal 1929 fu giornalista del Rudé právo, l'organo del KSC e appartenne al gruppo che respingeva ogni critica all'URSS. Fu ripetutamente arrestato dalla polizia cecoslovacca e nel 1934 ricevette una condanna ad otto mesi di reclusione con la condizionale per motivi politici. Nel 1930, visitò l'Unione Sovietica per quattro mesi e ne diede un giudizio molto positivo nel suo libro V zemi, kde zítra již znamená vcera ("Nella terra dove il domani significa ieri") del 1932. Nel luglio 1934, poco prima che Hitler liquidasse le SA, visitò la Baviera e descrisse le sue impressioni nel libro Cesta do Mnichova ("In cammino verso Monaco"). Tornò in URSS nel 1934; fu corrispondente da Mosca del Rudé právo per due anni e scrisse diverse relazioni anche per il KSC. 
Nel 1938 sposò Augusta Kodericovou, più tardi nota come Gusta Fucíkov.
Dopo la firma del patto Molotov-Ribbentrop, il trattato di non aggressione fra la Germania Nazista e l'Unione Sovietica, il KSC venne messo fuori legge e Fucík si rifugiò presso i suoi genitori a Chotimer ed entrò in clandestinità; ritornò segretamente a Praga nel 1940. Dopo l'attacco nazista all'URSS nel giugno 1941 aderì alla resistenza antinazista, dedicandosi alla pubblicazione illegale del Rudé právo e di altro materiale antinazista. Venne arrestato il 24 aprile 1942 a Praga, assieme ad altri sei membri del KSC dalla Gestapo, probabilmente per caso, durante una retata della polizia nazista. L'unico superstite fra i sei arrestati, Riva-Friedová Krieglová, rivelerà più tardi negli anni novanta, che Fucík aveva ricevuto l'ordine di suicidarsi per evitare la cattura; benché Fucík avesse una pistola con sé al momento dell'arresto, non ne fece uso. Dalla prigione scrisse note ispirate di Reportáž psaná na oprátce ("Reportage scritto sotto la forca" [ * ]), tradotto poi in molte lingue fra cui l'italiano. Condannato a morte nel 1943, la condanna venne eseguita nella prigione Plötzensee di Berlino. [ * ]
"Essere seduti in posizione di attenti, con il corpo teso, immobile, le mani incollate ai ginocchi, gli occhi fissi fino ad accecare sul muro giallo del Deposito nel palazzo Petschek a Praga - non è certo l'atteggiamento più favorevole per riflettere. È un po' difficile costringere un'idea a restare in quella posizione, seduta, sull'attenti.
Qualcuno in qualche posto - non riusciremo mai, forse, a stabilire chi e quando - ha soprannominato questo deposito del palazzo Petschek "il cinema", un soprannome davvero geniale. Una sala spaziosa, sei lunghe panche, in file serrate, occupate dai corpi immobili degli imputati, e dinanzi a loro il muro vuoto, come lo schermo di un cinema. Tutte le case produttrici del mondo non hanno potuto girare tanti film quanti ne hanno proiettati su quel muro gli occhi degli imputati in attesa di un nuovo interrogatorio, della tortura, della morte. I film della vita intera e non dei piccoli particolari della vita, quelli della madre, della moglie, dei figli, del focolare distrutto, di un'esistenza perduta, i film del compagno coraggioso e del tradimento, il film dell'"a chi ho dato quel volantino?", del sangue che scorrerà ancora, d'una forte stretta di mano, pegno di fedeltà. Film pieni di terrore e di risoluzione, di odio e di amore, d'angoscia e di speranza. Ognuno, con la schiena voltata alla vita, muore qui dinanzi ai propri occhi. Ma non ognuno rinasce. Ho visto cento volte il mio proprio film, mille volte i suoi particolari, e cercherò ora di raccontarlo. Se il nodo scorsoio mi si stringe al collo prima che finisca, resteranno ancora milioni di uomini per concludere questo film con un "lieto fine".
Fra cinque minuti l'orologio suonerà le dieci, è una bella sera fresca di primavera, esattamente il 24 aprile 1942. Affretto il passo, nei limiti della mia parte, quella d'un signore attempato che zoppica - affretto il passo per arrivare dagli Jelinek prima che il portone si chiuda. Mi aspetta là il mio secondo, Mirek. So che per questa volta non ha nulla di importante da dirmi, né io a lui, ma mancare a un appuntamento potrebbe provocare il panico e appunto bisogna evitare inutili preoccupazioni alle due anime buone che ci accolgono. Mi ricevono con una tazza di tè. Mirek già aspettava, in più ci sono i coniugi Fried. Un'altra imprudenza. Certo che mi fa piacere vedervi, compagni, ma non cosi insieme. È la strada migliore per la prigione e la morte. O rispettate le regole cospirative, o smetterete di lavorare, perché mettete in pericolo voi stessi e gli altri. Capite?" [ * ]

 

La cantata Fucik venne concepita come omaggio a uno dei principali esponenti della resistenza cecoslovacca, di cui Nono aveva conosciuto la testimonianza di prigionia in una recente traduzione italiana. Per quanto si può congetturare dagli abbozzi, nel suo complesso si sarebbe dovuto trattare di una vasta composizione per voci recitanti, probabilmente una o due voci soliste, coro e grande orchestra, articolata in tre episodi. L'unico che sia stato completato, il primo, è per due voci - una recitante - e orchestra. In Intolleranza 1960 viene letteralmente ripresa parte del testo impiegato nel frammento del 1951. Con la cantata Fucik basata, si noti, su un testo documentario, Nono mostra già di intendere la composizione come testimonianza di impegno antifascista e senz'altro comunista, come rivela la citazione di Liebknecht ("chissà se vivremo ancora, quando sarà raggiunto, ma vivrà il nostro programma per tutta l'umanità libera")  - dove si può leggere, tra l'altro, il segno di una certa eccentricità di Nono rispetto alla tradizione teorico-politica del movimento operaio italiano. (Veniero Rizzardi, Verso un nuovo stile rappresentativo. Il teatro mancato e la drammaturgia implicita, in Archivio Luigi Nono, La nuova ricerca sull'opera di Luigi Nono, Olschki, 1999 [ * ]).



Julius Fucik, Scritto sotto la forca, Red Star Press, 2015 [ * ]


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LE VACANZE DI MONSIEUR HULOT
post pubblicato in Diario, il 23 luglio 2016
  

Monsieur Hulot, a bordo del suo scoppiettante macinino (una Salmson AL3 del 1924), arriva in un villaggio balneare della costa bretone per trascorrere le sue vacanze in una pensione. Non essendoci una trama vera e propria, il film si svolge tra piccole gags in cui sono coinvolti i personaggi che popolano la spiaggia e la pensione: francesi, americani, giovani, anziani, bambini e camerieri. Hulot, con la sua mimica un po' goffa, i suoi pantaloni dall'orlo troppo corto, il suo cappelluccio e la sua pipa, borbotta in un linguaggio buffo.
Alcune gags: un frustino nella mano di Hulot diventa una spada; mentre cambia la ruota di scorta alla sua auto sgangherata, le signore sedute nell'abitacolo si alzano in corrispondenza del movimento del crick; la camera d'aria della ruota, a cui si sono attaccate delle foglie, diventa una corona da morto ad un funerale; Hulot esce in barca a pescare e la sua canoa si spezza in due, "divorandolo"; Hulot partecipa a una partita di tennis e la sua mimica nel maneggiare la racchetta porta scompiglio nel gioco; situazioni tipiche di convivenza nella pensione vengono sconvolte da Hulot, che lascia le porte aperte e gli ospiti rimangono in balìa delle correnti d'aria, ed ascolta ad alto volume il giradischi, disturbando i presenti.
Le giornate vengono scandite dalla mattina alla sera dal ciclico ripetersi di situazioni... la campana del gelataio...l'altoparlante della spiaggia.
Gli esterni del film sono stati girati nel 1951 nella stazione balneare di Saint-Marc-sur-Mer, comune di Saint-Nazaire (dipartimento francese della Loira Atlantica). Tati ha filmato diversi luoghi del paese: la spiaggia, l'"Hôtel de la plage" (il cui ingresso è stato però modificato), il cimitero e la villa "Le Château", dove si svolge la partita di tennis. Anche gli abitanti di Saint-Marc-sur-mer hanno partecipato al film. Il nome del paese compare solo nel timbro postale dell'inquadratura finale del film. Nel 1963 Tati ha realizzato una diversa versione del film con un nuovo montaggio e una nuova colonna sonora; nel 1975 ha aggiunto una nuova sequenza di quattro minuti.
È un film delicato, dai toni garbati, pieno di serenità ma anche di un pizzico di malinconia da sabato del villaggio, allorché la vacanza termina e gli ospiti si salutano. È fatto di suoni, rumori e gesti che sono gli elementi con cui la trama viene narrata. Hulot, nel rito delle ferie e della spiaggia, è figura poetica, anarchica, ribelle nei confronti di riti collettivi e cose. Sconvolge ritmi, tempi, consuetudini, facendo riscoprire luoghi ed umanità: la poesia vera di chi sa fischiettare per la via.
La mimica di Tati, basata sulla tecnica recitativa del Gramelot, trae la sua origine dai grandi del passato Buster Keaton e Charlie Chaplin ed è fonte d'ispirazione dei futuri Jerry Lewis, Peter Sellers, Mr. Bean (per quest'ultimo anche nell'idioma buffo) e anche l'italiano Dario Fo. [ * ]



ascolta quì

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L'UOMO DEI DADI
post pubblicato in Rhinehart, Luke, il 21 luglio 2016

Verso la fine degli anni sessanta Luke Rhinehart faceva lo psicoanalista a New York e si annoiava. Abitava in un bell’appartamento con una splendida vista sulle finestre dei vicini, che a loro volta avevano una splendida vista sulle sue finestre. Faceva yoga, leggeva libri sullo zen, sognava vagamente di entrare in una comunità hippy ma non ne aveva il coraggio. Aveva quindi ripiegato sui pantaloni a zampa d’elefante e su una barba che gli dava un’aria un po’ meno da borghese depresso e un po’ più da attore disoccupato. Nel suo lavoro di terapeuta, stava attento a non influenzare i pazienti. Se un obeso, vergine e divorato da pulsioni sadiche diceva sul suo divano che gli sarebbe piaciuto stuprare e ammazzare un’adolescente, la sua etica professionale gli imponeva di ripetere con voce posata: “Le piacerebbe ammazzare e uccidere un’adolescente...?”. Punto interrogativo evasivo, che si perdeva tra i punti di sospensione. Lungo silenzio. Assenza di giudizio. In realtà quello che avrebbe voluto rispondere era: “Dai, vecchio mio! Se ti va di stuprare e ammazzare un’adolescente, piantala di spaccarmi i coglioni con questa ossessione e fallo!”.
Ovviamente si tratteneva dal dire mostruosità del genere, ma ne era sempre più ossessionato. Come tutti, si proibiva di realizzare le sue fantasie, che pure non erano particolarmente trasgressive: nulla che potesse mandarlo in prigione, a differenza di quanto sarebbe successo al suo paziente sadico se si fosse lasciato andare. Per esempio gli sarebbe piaciuto andare a letto con Arlene, la moglie dal seno grandioso del suo collega e dirimpettaio Jake Epstein. Qualcosa gli diceva anche che lei non sarebbe stata contraria, ma Luke, da bravo uomo sposato, adulto, leale, responsabile, lasciava l’idea sobbollire nella palude dei suoi sogni a occhi aperti.
Così va la vita di Luke, tranquilla e monotona, fino al giorno in cui, dopo una serata un po’ troppo alcolica, trova sulla moquette un dado, un banale dado da gioco, e gli viene l’idea di lanciarlo e di agire in base al risultato. “Se esce una cifra tra due e sei faccio quello che farei comunque: riportare i bicchieri sporchi in cucina, lavarmi i denti, prendere due aspirine per non avere troppo mal di testa al risveglio, infilarmi a letto accanto a mia moglie che dorme e forse masturbarmi di nascosto pensando ad Arlene. Se invece esce l’uno, faccio quello che ho veramente voglia di fare: attraverso il pianerottolo, busso alla porta di Arlene, che stasera so che è sola a casa, e ci vado a letto”.
Esce l’uno.
Luke esita, ha la vaga impressione di essere davanti a una soglia: se la oltrepassa la sua vita rischia di cambiare. Ma la decisione non è sua, è del dado, e così obbedisce. Arlene, che gli apre la porta in babydoll trasparente, è sorpresa ma non dispiaciuta. 
Quando Luke torna a casa, dopo due ore estremamente piacevoli, è consapevole di essere cambiato. Forse non è un cambiamento enorme, ma è più di quanto uno possa aspettarsi da una psicoterapia, e lui queste cose è pagato per saperle. Ha fatto qualcosa che il solito Luke non farebbe. Un Luke più coraggioso, più aperto, meno limitato si fa strada sotto il Luke prudente e conformista, e forse altri Luke, di cui non sospetta neppure l’esistenza, aspettano dietro la porta che il dado li faccia uscire.
Ormai in tutte le circostanze della vita Luke consulta il dado e, poiché ha sei facce, gli sottopone sei opzioni. La prima è fare come ha sempre fatto. Le altre cinque si distinguono più o meno chiaramente da questa routine. Mettiamo per esempio che Luke e sua moglie abbiano deciso di andare al cinema. Il nuovo film di Antonioni, Blowup, è appena uscito, ed è esattamente quello che una coppia di intellettuali newyorchesi come loro deve andare a vedere. Ma potrebbero anche andare a vedere un film ancora più intellettuale, una roba ungherese o cecoslovacca ancora più pallosa, o invece una grossa produzione commerciale americana, di quelle che loro disprezzano a priori, o un film porno in un cinema per barboni di Bowery, dove le persone come loro non hanno mai messo piede né mai lo metteranno. Una volta sottoposta al dado, la scelta più insignificante – un film, un ristorante, un piatto al ristorante – può aprire, se uno ci fa caso, un ventaglio molto ampio di possibilità e di occasioni di uscire dalla routine. Luke, all’inizio, ci va piano. Sceglie opzioni prudenti, non troppo lontane dalle sue basi. Piccole divagazioni che mettono un pizzico di pepe nella sua vita senza sconvolgerla, come cambiare posto a letto o posizione durante il sesso coniugale. Ma ben presto le sue opzioni diventano più audaci. Comincia a considerare tutto ciò che non ha mai fatto una sfida da accettare.
Andare nel tipo di posto dove non andrebbe mai, frequentare persone che non frequenterebbe mai. Provare a sedurre una donna di cui ha preso il nome a caso sull’elenco del telefono. Chiedere in prestito dieci dollari a uno sconosciuto. Dare dieci dollari a uno sconosciuto. Entrare in un bar di omosessuali, lasciarsi rimorchiare, rimorchiare a sua volta e perché no, lui, l’eterosessuale dichiarato, andare a letto con un uomo. Con i suoi pazienti, mostrarsi impositivo, impaziente, dispotico. A quello che si considera una nullità, sparare all’improvviso: “E se la verità fosse che lei è una nullità?”. Allo scrittore con il blocco creativo: “Invece di impuntarsi sul suo stupido romanzo, perché non se ne va in Congo e non entra in un movimento rivoluzionario? Perché non cerca la fuga in avanti? Il sesso, la fame, il pericolo?”. E al grande inibito: “Perché non si scopa la mia segretaria? E' brutta ma non aspetta altro. Uscendo dallo studio ci provi, le infili la lingua in bocca, male che va le molla uno schiaffo, cos’ha da perdere?”. Spinge i suoi pazienti a lasciare la famiglia o il lavoro, a cambiare orientamento politico o sessuale. I risultati sono disastrosi e la sua reputazione ne risente, ma lui se ne frega. Quello che lo eccita, adesso, è agire in modo esattamente contrario al suo comportamento abituale: mettere il sale nel caffè, fare jogging in smoking, andare in studio in pantaloncini, pisciare nei vasi di fiori, camminare all’indietro, dormire sotto il letto. La moglie ovviamente lo trova strano, ma lui le dice che sta facendo un esperimento psicologico e lei si lascia convincere. Fino al giorno in cui gli viene l’idea di coinvolgere nell’esperimento anche i figli. Oh, sa bene che la cosa è pericolosa, molto pericolosa, ma ormai è una regola di esperienza: ogni opzione immaginata, anche con terrore, finisce per essere sottoposta al dado e, prima o poi, esce. Così, un fine settimana in cui la moglie è via, Luke propone al figlio e alla figlia un gioco in apparenza innocente: scrivere su un pezzo di carta sei cose che hanno voglia di fare e lasciar decidere il dado. 
All’inizio tutto si svolge in modo tranquillo (l’inizio è sempre tranquillo), mangiano un gelato, vanno allo zoo, poi il bambino prende coraggio e dice che c’è una cosa che vorrebbe tanto fare: picchiare un compagno di scuola che gli ha dato fastidio. “Bene”, dice Luke, “scrivilo”, ed è l’opzione che esce. Il bambino si aspetta che, vedendolo con le spalle al muro, il padre lo dispensi dall’andare fino in fondo, invece no, il padre gli dice: “Vai”. Così il bambino va dal compagno di scuola, gli molla una sberla e torna a casa con gli occhi che brillano chiedendo: “Dov’è il dado?”.
Tutto ciò fa riflettere Luke: se suo figlio adotta così naturalmente questo modo di essere, significa che non è ancora del tutto alienato dall’assurdo postulato dei genitori e della società in generale, secondo cui è un bene che i bambini sviluppino una personalità coerente. E se, per cambiare, li educassimo in modo diverso? Valorizzando la molteplicità, il cambiamento continuo? Mentite, care testoline bionde, disobbedite, siate incoerenti, perdete la nefasta abitudine di lavarvi i denti prima di andare a letto. Ci viene detto che i bambini hanno bisogno di ordine e di punti di riferimento: e se invece fosse vero il contrario? Luke pensa seriamente di fare di suo figlio il primo uomo interamente sottomesso al caso, quindi affrancato dalla lugubre tirannia dell’ego: un figlio alla Lao Tze.
A quel punto la moglie torna a casa, scopre quello che è successo in sua assenza e, dato che non lo trova più divertente, lascia Luke portandosi via i bambini.
Ecco il nostro eroe sollevato dalla sua famiglia. La cosa lo rende triste, perché ama la sua famiglia, ma il dado è un padrone esigente quanto Gesù Cristo: come lui, vuole che abbandoniamo tutto per seguirlo.
Dopo la famiglia Luke abbandona il lavoro, in seguito a una serata che riunisce il gotha della psicoanalisi newyorchese. Secondo la tabella di marcia fornita dal dado (è giusto precisare che era parecchio fatto mentre compilava l’elenco delle opzioni), durante l’incontro dovrà cambiare personalità ogni dieci minuti, interpretando i sei ruoli seguenti: uno psicologo beneducato (lui prima del dado), un ritardato mentale, un maniaco sessuale disinibito, un fricchettone fanatico di Gesù, un militante di estrema sinistra, un militante di estrema destra che fa discorsi pesantemente antisemiti. 
Dà scandalo, poi viene ricoverato e chiamato a comparire davanti alla commissione disciplinare dell’ordine. Luke approfitta di questa tribuna inaspettata per far conoscere al mondo quella che presenta come una terapia rivoluzionaria. 
I suoi colleghi sono inorriditi: la sua terapia rivoluzionaria significa la distruzione programmata dell’identità delle persone. È esattamente questo, riconosce Luke, ma non è forse la cosa migliore che possa accadere? Quella che chiamiamo identità personale è solo un giogo di noia, frustrazione, disperazione.
Tutte le terapie cercano di rafforzare questo giogo, mentre la libertà è mandarlo in pezzi, è non essere più prigionieri di se stessi, ma poter essere secondo l’umore e il capriccio un altro, decine di altri...“What do you really want? Everything, I guess. To be everybody and to do everything”. Dopo questa professione di fede, il visionario è cacciato dalla sua comunità professionale, com’è successo da poco a un altro visionario, Timothy Leary, l’apostolo dell’lsd.
Senza famiglia, lavoro né legami, Luke è libero, in balia di una libertà vertiginosa. Ha scoperto e sperimenta su se stesso qualcosa che all’inizio rende più eccitante la vita quotidiana, ma che ha una logica talmente radicale da rimetterla continuamente in discussione. All’inizio era come la marijuana, una roba piacevole e divertente, adesso è come l’acido, una roba enorme ed esaltante ma che devasta tutto. Per dare libero sfogo alle tendenze represse della personalità, si passa da una trasgressione all’altra. La trasgressione stessa diventa un’ascesi, che non ha più nulla di edonista né di divertente. L’ultima barriera che salta è il principio del piacere, perché chi si lancia sulla via del dado all’inizio fa cose che non avrebbe mai osato fare ma che sognava di fare, più o meno segretamente. Poi arriva un giorno in cui il dado lo spinge a fare cose che non solo non osava fare, ma che non aveva voglia di fare, perché contrarie ai suoi gusti, ai suoi desideri, alla sua personalità. Ma è proprio la personalità, la nostra piccola e miserabile personalità, il nemico numero uno da abbattere, il condizionamento da cui bisogna liberarsi. Per non essere più prigionieri di noi stessi, dobbiamo accettare di seguire dei desideri che non sapevamo di avere e 
che addirittura non avevamo. 
Prendiamo per esempio il sesso: si comincia variando la routine coniugale, con soddisfazione di entrambi, poi si cambia donna, poi la si lascia (o si è lasciati, come nel caso di Luke), poi si va a letto con tutte le donne che troviamo attraenti, poi per allargare il campo ed essere un po’ meno schiavi delle proprie meschine preferenze si passa alle donne che non ci attirano – vecchie, grasse, quelle che un tempo non avremmo neanche guardato – e da lì agli uomini e poi ai bambini e poi allo stupro e poi all’omicidio sadico, all’American psycho, perché no? 
Nessun praticante serio del dado può evitare, prima o poi, di inserire un omicidio nella propria lista di scelte. È il tabù supremo, e sarebbe da vigliacchi non trasgredirlo. Luke, quando il dado glielo ordina, immagina due sotto-opzioni: uccidere una persona che conosce, ucciderne una che non conosce. Preferirebbe ovviamente la seconda ipotesi, ma no, è la prima che esce, ed eccolo costretto a stabilire una lista di sei vittime potenziali, nella quale include coraggiosamente i due figli. Per fortuna questa prova gli viene risparmiata, come l’omicidio di Isacco è risparmiato ad Abramo: il dado esige solo che uccida uno dei suoi ex-pazienti. 
Se dobbiamo dar credito alla sua autobiografia, Luke non si tirò indietro. Lo fece davvero. Alcuni commentatori sono scettici e, quasi cinquant’anni dopo, il fatto sembra impossibile da verificare. Quello che invece sembra certo è che, dopo aver mandato in fumo carriera, famiglia e reputazione, Luke era ormai pronto per diventare una sorta di profeta, e così è stato. In quei lontani anni in cui, da una costa all’altra degli Stati Uniti, fiorivano le terapie più paradossali, un guru del dado aveva tutte le possibilità di trovare degli adepti. 
Così è nato in un tranquillo villaggio del New England il celebre e scandaloso Center for experiments in totally random environments, dove ci s’iscrive di propria volontà ma dal quale ci s’impegna a uscire solo una volta portato a termine il proprio esperimento. I principianti cominciano praticando la roulette emotiva: scelgono sei emozioni forti, che devono poi esprimere nel modo più drammatico possibile per dieci minuti. I più esperti passano al gioco di ruolo a durata variabile, che consiste nell’elencare sei personalità – per esempio filantropo o cinico, lavoratore o fannullone, normopatico o psicotico, che potenzialmente esistono in ognuno di noi – e nel seguire la scelta dal dado per (sempre secondo il verdetto del dado) dieci minuti, un’ora, un giorno, una settimana, un mese, un anno. Vivere un anno nei panni di uno psicotico quando non si è psicotici è piuttosto impegnativo come esperimento. Alla fine della formazione i più coraggiosi provano la sottomissione totale, per una durata variabile, alla volontà di qualcun altro, che non solo lancerà il dado ma selezionerà le opzioni. È così che Luke è diventato schiavo di una ragazza completamente nevrotica e abbastanza fantasiosa da fargli vivere un mese di delirio sadomasochista, nel corso del quale Luke sostiene di aver imparato su se stesso e sulla vita più di quanto abbia imparato nei quarant’anni precedenti.
Tra gli adepti della terapia del dado alcuni sono impazziti. Altri sono morti o sono f
initi in prigione. A quanto pare c’è chi ha raggiunto uno stato di risveglio e di gioia stabile, simile al nirvana dei buddisti. In un anno o due di esistenza il centro creato da Luke è in ogni caso diventato scandaloso quanto le comunità di Timothy Leary: una scuola del caos, secondo la stampa conservatrice, e una minaccia per la civiltà seria quanto il comunismo o il satanismo di Charles Manson. La fine dell’avventura è avvolta dall’oscurità. Si dice che Luke sia stato arrestato dall’Fbi, che abbia passato vent’anni in un ospedale psichiatrico. O che sia morto. O che non sia mai esistito.
Tutto quello che ho appena raccontato si trova in un libro, The dice man (L’uomo dei dadi), pubblicato nel 1971 e tradotto in francese l’anno seguente.
L’ho scoperto a sedici anni, insieme ai capolavori folli e paranoici di Philip K. Dick, e mi ha segnato quasi altrettanto. Ero un adolescente con i capelli lunghi, la giacca afgana e gli occhialetti rotondi, spaventosamente timido, e per un po’ sono andato in giro con un dado in tasca, facendovi affidamento per trovare la sicurezza che mi mancava con le ragazze. A volte funzionava, di solito no, ma L’uomo dei dadi era comunque il genere di libro in cui trovare non solo piacere ma anche delle regole di vita, il manuale di sovversione che chiunque sogna di mettere in atto nella vita reale. Era difficile dire se fosse un’opera di fantasia o un racconto autobiografico, ma l’autore, Luke Rhinehart, si chiamava come il protagonista ed era come lui psichiatra. Viveva a Maiorca, precisava l’editore, e all’epoca Maiorca e Formentera erano i posti dov’era ambientato More, il film di Barbet Schroeder sulla droga, con la meravigliosa Mimsy Farmer e l’affascinante musica dei Pink Floyd: il rifugio ideale per un profeta allo stremo, scampato per un soffio al naufragio della sua comunità di matti.
Gli anni sono passati, L’uomo dei dadi è rimasto una parola d’ordine, l’oggetto di un culto minore ma persistente, e ogni volta che incontravo qualcuno che lo aveva letto (quasi sempre un fumatore di spinelli, e spesso un adepto dell’I Ching), tornavano le stesse domande: cosa c’era di vero in questa storia? Chi era Luke Rhinehart? Che fine aveva fatto? In seguito mi sono messo a scrivere libri che spesso ruotano intorno alla tentazione delle vite molteplici. Noi tutti siamo prigionieri della nostra personcina, limitati nei nostri modi di pensare e di agire. Vorremmo sapere cosa signiica essere qualcun altro, io almeno vorrei saperlo, e se sono diventato scrittore è in gran parte per immaginarlo. È questo che mi ha spinto a raccontare la vita di Jean-Claude Romand, che ha passato vent’anni a fingere di essere qualcun altro, o di Eduard Limonov, che di vite ne ha vissute dieci.
Qualche mese fa ne parlavo con un amico, che a questa tentazione della molteplicità contrapponeva la tradizione stoica secondo la quale la realizzazione personale è al contrario frutto della coerenza, della fedeltà a se stessi, della paziente scultura di una personalità il più stabile possibile. Visto che non potremo mai prendere tutte le strade della vita, la cosa più saggia è seguire la propria, e più è stretta e lineare, più avremo la possibilità di andare lontano. Ero d’accordo: con l’età, ho cominciato a pensarla così anch’io. Ma poi mi è tornato in mente
 Rhinehart, l’apostolo della dispersione, il profeta della vita caleidoscopica, l’uomo che dice che bisogna seguire tutte le strade, e poco importa se sono vicoli ciechi. Un fantasma dei fiduciosi e pericolosi anni sessanta, quando le persone credevano di poter vivere tutto, provare tutto, e mi sono di nuovo chiesto dov’era finito questo fantasma, se ancora esisteva da qualche parte.
In passato, su questo tipo di argomenti, dovevamo accontentarci della nostra immaginazione, oggi invece c’è internet e in un’ora su internet ho scoperto più cose su Luke Rhinehart che in trent’anni di pigre congetture.
Il suo vero nome è George Cockcroft, non è più un ragazzino, ovviamente, ma è ancora vivo. Ha scritto altri libri ma nessuno ha conosciuto il successo dell’Uomo dei dadi, che a quarant’anni dalla sua uscita è più che mai un libro di culto. Gli sono stati dedicati decine di siti e altrettante leggende circolano sul suo conto. Si è più volte parlato di un adattamento cinematografico, le star più famose di Hollywood, da Jack Nicholson a Nicolas Cage, si sono contese il ruolo di Luke, ma stranamente il progetto non si è mai concretizzato. Un po’ ovunque nel mondo esistono comunità di adepti del dado. Il mitico autore conduce una vita monastica in una fattoria isolata nel nord dello stato di New York. Sono trent’anni che nessuno lo vede e di lui circola una sola foto: ritrae, sotto un cappello
da cowboy, un volto emaciato e sarcastico, e sono colpito dalla somiglianza con un altro magnifico fantasma, Dennis Hopper nell’Amico americano di Wim Wenders.
Mi dico che potrebbe essere un argomento interessante per un articolo e ne parlo a Patrick de Saint-Exupéry, il direttore di XXI, come se Luke Rhinehart fosse un misto tra Carlos Castaneda, William Burroughs e Thomas Pynchon: un’icona della sovversione più radicale trasformata in uomo invisibile. Proposta accettata, naturalmente.
Un dettaglio avrebbe dovuto farmi riflettere: il mio uomo invisibile ha un sito, grazie al quale l’ho contattato, e mi ha risposto neanche un’ora dopo con una cordialità sorprendente per qualcuno che vive da recluso. Volevo venire dalla Francia per intervistarlo? Ottima idea! E quando si sono precisate le modalità della mia visita, mi ha detto gentilmente che sperava di non deludermi troppo: ero alla ricerca di Luke Rhinehart ma avrei incontrato George Cockcroft, e George Cockcroft era, per sua stessa ammissione, an old fart, un vecchio rimbecillito. Ho preso questo avvertimento come una forma di civetteria.
Passando per New York, decido di invitare a cena uno di questi adepti del dado, che ho contattato qualche settimana prima via internet. Ron, 30 anni, si presenta come artista concettuale e pirata urbano. Anima una comunità di dice people, adepti del lancio del dado che si riuniscono tutti i mesi per quelle che, dietro il gergo new age, ricordano molto le buone vecchie orge, in cui il dado decide chi sta sopra, chi sta sotto e quale orifizi bisogna usare. Con mio grande disappunto il pirata urbano non ha previsto nulla del genere durante il mio soggiorno, ma è molto impressionato dal mio coraggio: presentarsi alla porta di Luke Rhinehart! Andare a tirare i baffi alla vecchia tigre! Vuol dire proprio spingersi dal lato oscuro della Forza. Rispondo che, dal nostro scambio di email, mi è sembrato un anziano molto affabile. Ron mi guarda, pensieroso, un po’ impietosito: “Un anziano molto affabile...Può darsi, certo. Può darsi che il dado gli abbia ordinato di calarsi in questo ruolo con lei. Ma non dimentichi che il dado ha sei facce. Gliene ha presentata una, ma non sa quali sono le altre cinque, né quando sceglierà di mostrargliele”.
Da Pennsylvania station a Hudson, nel nord dello stato di New York, ci vogliono due ore di treno, attraverso un incantevole paesaggio di campagna. L’uomo che mi aspetta alla stazione porta lo stesso cappello da cowboy che ho visto sulla sua unica foto, ha lo stesso volto emaciato, gli stessi occhi di un blu slavato, lo stesso sorriso leggermente sardonico. È molto alto, curvo, con un po’ d’immaginazione lo si potrebbe trovare inquietante, se non fosse che, quando gli porgo la mano, mi stringe tra le braccia, mi bacia sulle guance come fossi suo figlio e mi presenta a sua moglie Ann, che si rivela affabile e cordiale quanto lui. Saliamo tutti e tre sulla loro vecchia station wagon e attraversiamo il tranquillo paesino.
Case di legno bianche, verande, prati: non è l’America suburbana di Desperate housewives ma un’America molto più antica, più remota, più rurale, e non bisogna lasciarsi ingannare dalle apparenze, mi dice Ann, in primavera è piacevole ma per quattro mesi all’anno è tutto ricoperto di neve, le strade sono spesso bloccate, per vivere qui tutto l’anno servono delle notevoli risorse interiori. Proseguendo tra boschi e frutteti, mi rendo conto che questo paesaggio, nella sua versione invernale, è quello di uno dei miei romanzi preferiti, Ethan Frome di Edith Wharton, e quando lo dico ai miei ospiti il mio commento li entusiasma. È anche uno dei loro romanzi preferiti, George lo ha fatto spesso studiare ai suoi studenti. Ai suoi studenti? Ma non era psichiatra o psicoanalista? “Psichiatra? Psicoanalista?”, ripete George, sorpreso come se avessi detto cosmonauta. No, non è mai stato psichiatra, ha insegnato tutta la vita inglese al college. Davvero? Eppure sulla quarta di copertina del suo libro…George alza le spalle, come a dire: sa come sono gli editori, i giornalisti, dicono tutto e il contrario di tutto.
Abbiamo lasciato Hudson da più di un’ora, George ha una guida nervosa che contrasta con la bonarietà dei suoi modi e che fa ridere sua moglie, di quel riso affettuoso con cui prendiamo in giro i piccoli difetti dei nostri cari. È commovente vedere come si amano: non uno sguardo, non un gesto tra loro che non sia tenero, attento, patinato dalla lunghissima consuetudine che ognuno ha dell’altro. Sembrano veramente Filemone e Bauci, e quando Ann mi dice che sono sposati da cinquantasei anni, non sono sorpreso. Ma al tempo stesso c’è qualcosa che non quadra, tutto questo non corrisponde affatto al Luke Rhinehart che avevo immaginato attraverso il suo libro.
La casa è una vecchia fattoria, attrezzata per affrontare gli inverni rigidi e costruita su un lieve pendio che porta a uno stagno dove nuotano delle anatre. Oggi varrebbe parecchio, ma loro hanno avuto la fortuna di comprarla quarant’anni fa, quando avevano i mezzi, e da allora non l’hanno lasciata. I loro tre figli sono cresciuti qui, due abitano da queste parti – uno fa il carpentiere e l’altro l’imbianchino – e il terzo vive ancora con loro. È schizofrenico, mi dice Ann senza particolare imbarazzo, e in questo momento sta bene, non ha crisi, però non devo preoccuparmi se lo sento parlare ad alta voce nella sua camera, che si trova proprio accanto alla camera degli ospiti che mi hanno preparato per il weekend (mi sono invitato per il fine settimana, ma qualcosa mi dice che se volessi rimanere per una settimana o per un mese non ci sarebbero problemi).
Ann serve il tè e, con i nostri mugs in mano, George e io ci sediamo in terrazza per l’intervista. Ha sostituito il cappello da cowboy con un berretto da baseball e, poiché gli chiedo di raccontarmi la sua vita, comincia dall’inizio.
È nato nel 1930, in un villaggio a pochi chilometri da quello in cui vive oggi, e dove molto probabilmente morirà. Middle class semirurale, provata dalla grande depressione, eppure ricorda un’infanzia e un’adolescenza piuttosto felici. Bravo in matematica, studente modello, per nulla avventuroso, dice di aver raggiunto i vent’anni senza avvertire nessuna velleità creativa. Ma gli studi che ha intrapreso (per diventare ingegnere civile come suo padre) lo annoiano, così si orienta verso la psicologia. Siamo agli inizi degli anni cinquanta: la psicologia com’è insegnata all’università non è Freud, non è Jung, non è Erich Fromm, sono dei fastidiosi esperimenti sui topi, e George si dice che è meglio leggere dei romanzi, cosa che fino ad allora non aveva mai pensato di fare. È così che, facendo le guardie di notte durante il suo tirocinio in un ospedale di Long Island, divora Mark Twain, Melville e i grandi autori russi dell’ottocento. È così che comincia a scrivere un romanzo ambientato in un ospedale psichiatrico (ah, ecco). Il protagonista è un ragazzo ricoverato perché si crede Gesù, e nel personale medico c’è un dottore chiamato Luke Rhinehart, che pratica la terapia del dado (ah, ecco). Il nome Luke è stato scelto in omaggio all’evangelista, cosa che mi fa molto piacere, e fa piacere anche a George quando gli spiego che ho da poco scritto un grosso libro su di lui. Il dado, invece, è una mania che George ha sviluppato ai tempi della scuola media insieme a un gruppo di
amici. Serviva per decidere il programma del sabato sera (la scelta era comunque piuttosto limitata: hamburger, drive-in...). A volte sceglievano delle penitenze: fare il giro dell’isolato saltando su una gamba sola, andare a suonare il campanello del vicino, niente di serio, e quando, pieno di speranza, chiedo a George se da adulto ha spinto oltre queste esperienze, scrolla le spalle e sorride con una cortese aria di scusa, perché è perfettamente consapevole che preferirei dei racconti più piccanti.
“No”, ammette, “al dado chiedevo cose come: se mi sono stufato di lavorare, rimango seduto alla scrivania ancora un’ora? Due? O vado subito a fare una passeggiata?”.
“Ma che dici?”, esclama Ann, uscita sulla terrazza per proporci un crumble ai mirtilli che ha appena sfornato. “Non ricordi almeno una decisione importante che il dado ti ha fatto prendere?”. George ride, anche lei ride, sono sempre molto commoventi, e lui mi racconta che in ospedale aveva notato un’infermiera molto attraente, ma essendo timido non osava rivolgerle la parola. È stato il dado a costringerlo: George l’ha accompagnata a casa in macchina, l’ha portata in chiesa ma la chiesa era chiusa e allora l’ha invitata a giocare a tennis. La vispa infermiera era Ann, ovviamente.
Dieci anni dopo hanno tre maschietti e George, che è diventato professore di inglese, chiede di essere trasferito nel liceo americano di Deià, a Maiorca. Questo sog
giorno all’estero è la grande avventura della loro vita. Maiorca nel 1965 è un incanto, ma la coppia non ha vissuto nulla di quello che mi affascinava in More: George non si droga, è fedele alla moglie, frequenta un’associazione di professori come lui, ma non sfugge del tutto allo spirito dei tempi perché si mette a leggere libri sulla psicoanalisi, sull’antipsichiatria, sulle mistiche orientali, sullo zen, tutta la controcultura degli anni sessanta la cui grande idea, per dirla in poche parole, è che siamo tutti condizionati e che dobbiamo liberarci dai nostri condizionamenti. Inluenzato da queste letture, George si rende improvvisamente conto del potenziale rivoluzionario di quello che credeva essere un semplice gioco regressivo, più o meno abbandonato dopo l’adolescenza, e lui che, una volta sposato, aveva abbandonato anche l’idea di scrivere dei libri, si lancia febbrilmente nella stesura di quello che diventerà L’uomo dei dadi.
Ci metterà quattro anni a scriverlo, con il fedele sostegno della moglie, e anche questo mi stupisce perché sono due persone aperte e tolleranti ma in in dei conti molto virtuose, molto legate ai valori della famiglia, e il libro è mostruosamente trasgressivo, tanto che ancora oggi risulta indecente. Chiedo ad Ann: “Non la disturbava leggere queste cose? Scoprire che suo marito, il padre dei suoi figli, aveva tutti quegli orrori in testa?”. Lei sorride con tenerezza: “No, non mi disturbava affatto. Ho Fiducia in George. E il fatto che scrivesse mi sembrava una cosa bella: ero orgogliosa di lui”.
Nel suo candore, Ann aveva ragione: ragione di essere orgogliosa di lui, ragione ad avere fiducia in lui. Con loro grande sorpresa il libro è stato comprato a caro prezzo da un editore statunitense e i diritti venduti alla Paramount. Poi ha cominciato a vivere di vita propria, una vita errabonda e imprevedibile: successo in Europa (ma non negli Stati Uniti, secondo una maledizione che sembra colpire i grandi eccentrici, da Edgar Allan Poe a Philip K. Dick), ristampe regolari, fama di libro di culto rilanciata negli ultimi dieci anni da internet. Ci sono state delle delusioni: il film, per oscuri motivi, non è mai stato girato e la Paramount ha ancora i diritti, mentre decine di registi indipendenti sognerebbero di girarlo; nessun altro dei libri scritti da George ha avuto successo, e lui è rimasto l’autore di un capolavoro inclassiicabile. Ma è già tanto, e la vita con lui – con loro – non è stata troppo crudele. I diritti dell’Uomo dei dadi gli hanno permesso di comprare una bella casa, nel loro paese di origine, e di invecchiarci in santa pace, lui scrivendo, lei dipingendo, occupandosi entrambi del figlio malato e preoccupati solo di morire prima di lui.
Il caso ha voluto che quel giorno fosse la festa della mamma, e gli altri due figli sono venuti a celebrarla con i loro genitori. Sono due bravi americani con la camicia a scacchi, bevitori di Budweiser, pescatori di trota, con i piedi per terra. Il fratello schizofrenico è uscito brevemente dalla sua stanza e, nonostante un certo torpore, non aveva un brutto aspetto. Tutti e tre hanno detto ad Ann che era stata a terrific mom, una mamma eccezionale, e sono sicuro che è vero. Dopo cena abbiamo finito la serata da uno dei igli, che abita lì vicino, anche lui in piena campagna, e che ha una jacuzzi all’aperto dove George e io abbiamo continuato a bere guardando le stelle, tanto che non mi ricordo bene come sono tornato nella mia camera.
Mi sono svegliato di soprassalto verso le tre del mattino. Avevo la gola secca, dalla finestra vedevo solo la massa scura, opprimente, della foresta che circonda la casa, e una voce monocorde, grumosa, salmodiava a pochi metri da me delle frasi che non capivo. Un raggio di luce passava sotto la porta che separava la mia camera da quella del figlio schizofrenico. Ero sconvolto, ci ho messo un po’ a calmarmi e, come spesso accade, è stata la cultura a salvarmi. Ripensavo a tutte quelle storie di visite a un vecchio scrittore recluso nella sua casa di legno tra le colline (il classico dei classici è Lo scrittore fantasma di Philip Roth, in cui il giovane Nathan Zuckerman scopre che l’enigmatica segretaria altri non è che Anna Frank sopravvissuta). Mi dicevo: è strano quello che uno può proiettare su una foto. Quella di Luke Rhinehart mi aveva fatto immaginare tutta una storia: una vita pericolosa, diabolica, una vita fatta di eccessi, di trasgressioni, di sperimentazioni di ogni genere. Di donne innumerevoli, fatali, drogate, almeno una o due suicide. Di bordelli in Messico, di comunità di pazzi nel deserto del Nevada, di folli esperimenti di espansione della coscienza. E quel volto, lo stesso volto dai lineamenti forti e dagli occhi d’acciaio, è in realtà il volto di un adorabile vecchietto che si avvicina con l’adorabile moglie alla dolce fine di una vita placida e tranquilla, il cui unico incidente di percorso è stato aver scritto un libro sconvolgente, e che arrivato alla sua veneranda età deve gentilmente spiegare a chi viene a trovarlo per questo motivo che non bisogna confonderlo con il suo personaggio e che lui è semplicemente un romanziere.
In realtà? Ma che ne sapevo io della realtà? Mi è tornato in mente l’avvertimento di Ron, il pirata urbano. Quello che vedo, l’adorabile vecchietto, è solo una faccia del dado. È il volto che il dado gli ha ordinato di mostrarmi, ma ne ha almeno altri cinque di riserva e forse questa notte è previsto che lo cambi. Quella fissata per questa notte potrebbe essere l’opzione Stephen King. La bella fattoria di legno bianco, la dolce compagna di una vita che sforna torte di mirtilli, la festa della mamma, le chiacchiere nella jacuzzi, tutto questo potrebbe rivelare il suo lato oscuro. Quella figura alta e curva, che a pensarci bene ricorda quella di un orco, si sta già dirigendo verso il fienile per prendere la motosega.
A colazione ho capito subito che George temeva di avermi deluso. E in quel momento non aveva torto: mi chiedevo davvero che cos’avrei potuto scrivere. Allora mi ha portato a fare un giro sul lago, e mentre i nostri kayak scivolavano lentamente sull’acqua calma, mi ha parlato di alcuni dei suoi discepoli. Perché quello che lui si è limitato a immaginare, altri lo hanno fatto sul serio.
Per esempio lo stravagante magnate Richard Branson, il fondatore della Virgin, finito sui giornali per aver fatto il giro del mondo in pallone aerostatico o perché, in seguito a una scommessa, ha recitato la parte di una hostess su un aereo della sua compagnia. Branson racconta spesso che tutte le sue scelte nella vita e negli affari le ha fatte grazie al dado e sotto l’influenza di Luke Rhinehart. Lo cita come altri citano Lao Tze, Nietzsche o Thoreau: un grande emancipatore, un maestro di libertà. I lettori di un giornale londinese alla moda, Loaded, sono dello stesso parere: hanno eletto L’uomo dei dadi il romanzo più influente del novecento. Il direttore a quel punto ha avuto l’idea per un reportage, che ha affidato al giornalista più gonzo della redazione: seguire per tre mesi l’esempio di Luke Rhinehart, affidando ogni decisione al dado e raccontando cosa succede. I mezzi a sua disposizione erano, se non illimitati, sufficienti per realizzare quasi ogni capriccio: prendere un aereo per la destinazione più remota, andare a vivere nella baracca di un pescatore o affittare l’ultimo piano di un albergo di lusso, ingaggiare un sicario, pagare una grossa cauzione per uscire di prigione. A quanto pare il giornalista, un certo Ben Marshall, ha preso l’esperienza abbastanza sul serio da distruggere la sua vita affettiva e professionale e scomparire per diversi mesi senza dare più notizie.
“Un tipo strano, quel Ben”, mi dice George. “Può vederlo in Dice world, un documentario prodotto da un’emittente britannica nel 1999”. Non sapendo nulla di quel documentario, gli chiedo se ha il dvd e se possiamo vederlo insieme, ed ecco che, all’improvviso, George sembra imbarazzato. Dice che il documentario non è niente di che, e comunque non è nemmeno sicuro di averlo, ma io insisto talmente che ci ritroviamo seduti sul divano davanti al grande televisore del salotto, con il telecomando in mano, e il film comincia: in effetti non è niente di che, montato troppo in fretta, con faticosi effetti da videoclip, ma si vede questo Ben Marshall, che si è offerto volontario per giocare la sua vita ai dadi, ed è un giovane con la testa rasata, gli occhi fissi, i gesti nervosi, che spiega in modo molto convincente come si è fermato prima di diventare pazzo, perché rende pazzi, questa roba, è la cosa più eccitante del mondo ma rende pazzi, è importante saperlo.
Sembra uno tornato da molto lontano, un po’ dal paradiso, molto dall’inferno. E subito dopo chi si vede? Il suo ispiratore, il nostro amico George, o piuttosto il nostro amico Luke com’era quindici anni fa: il cappello da cowboy, il volto emaciato, lo sguardo laser, molto bello ma nulla a che vedere con il dolce nonnino che ho conosciuto. Con voce bassa, insinuante, ipnotizzante, dice fissando lo spettatore dritto negli occhi: “Conduci una vita insignificante, una vita da schiavo, una vita che non ti soddisfa, ma c’è una via per uscirne. Questa via è il dado. Lascialo fare, sottomettiti a lui e vedrai, la tua vita cambierà, diventerai qualcuno che non immagini. Sottometterti al dado ti renderà finalmente libero. Non sarai più nessuno, sarai tutti. Non sarai più te, sarai finalmente te”.
Sembra un carismatico telepredicatore evangelico, un predicatore pazzo in un romanzo di Flannery O’Connor, il capo di una setta ripreso subito prima del suicidio di massa dei suoi adepti. Fa paura. Mi giro verso il mio vicino di divano, l’affabile pensionato in pantofole con la sua tazza di tisana in mano, e lui mi guarda con il suo sorrisetto imbarazzato, il suo sorrisetto di scusa, la sua aria da stinco di santo, e mi dice che il Luke che abbiamo visto sullo schermo non è lui, ovviamente: è un ruolo che il regista gli ha chiesto di interpretare. Lui, George, non ci teneva molto, ma quello ha insistito, e allora visto che George non ama dare dispiaceri alle persone…Ann, che ci ascolta dalla cucina, scoppia a ridere: “Gli hai fatto vedere il dvd in cui fai lo spaventapasseri?”. E lui ride a sua volta, a un metro da me. Sarà, ma sullo schermo lo trovo spaventosamente convincente.
Su internet ho incontrato altri adepti del dado: uno a Salt Lake City, uno a Monaco e uno a Madrid. Tutti uomini: non ho una spiegazione, ma il dado è una roba da uomini, come il western e la fantascienza. Il tedesco mi ha detto: “Per scrivere un buon articolo sulla dice life l’unica soluzione è diventare dice man”. Stranamente la cosa mi ha spaventato, al punto che non ho osato affidare al dado neppure una scelta innocente come quella della mia destinazione. Così, dopo aver scartato Salt Lake City, sono andato a Madrid anziché a Monaco per la penosa ragione che preferisco Madrid a Monaco. Oscar Cuadrado, che è venuto a prendermi all’aeroporto, è un giovane grassottello, gioviale, molto simpatico. Sulla via di casa, guidando il suo fuoristrada, ha tirato fuori la battuta che cominciavo a conoscere: “Sembro gentile, ora, ma non sai cos’ha previsto il dado per questa sera, magari sarò un serial killer e tu finirai incatenato in cantina”.
Oscar abita con la moglie e la loro bambina in un’accogliente casa di periferia, sul cui prato abbiamo immediatamente consultato il dado: beviamo subito un bicchiere o aspettiamo la fine dell’intervista? Tre scelte contro tre, avremmo potuto anche giocarcela a testa o croce. La risposta è stata: subito. E ora cosa beviamo: una birra, del vino qualsiasi o la bottiglia che conservo per i diciott’anni della bambina? Due possibilità per la birra, tre per il vino qualsiasi e una sola per la bottiglia speciale, perché la aprirebbe comunque con piacere, non si protesta contro il dado, però ecco…
Alla fine è bevendo del vino qualsiasi – comunque molto buono – che Oscar mi ha iniziato alla sua pratica del dado. Non è un amante delle vertigini filosofiche o perverse. Come tutti, ha sentito parlare di persone che hanno mandato in fumo la propria vita dandosi ordini estremi come lasciare all’improvviso la famiglia, andare a vivere dall’altra parte del mondo e non tornare più, avere relazioni sessuali con animali o uccidere un passante a caso nella folla di una stazione indiana. Storie del genere circolano su tutti i siti dedicati al dado, a cominciare da quello che Oscar ha gestito per dieci anni, ma non lo interessano.
Lacan diceva che la psicoanalisi non è fatta né per gli imbecilli né per i mascalzoni, Oscar direbbe volentieri che il dado non è fatto né per gli aspiranti suicidi né per i pazzi. L’uso che ne raccomanda è un uso edonista, che permette di rendere la vita più divertente e insolita. Per fare questo, dice, bisogna rispettare tre regole. La prima è che bisogna sempre obbedire, sempre applicare la decisione del dado. Ma obbedire al dado significa in fin dei conti obbedire a se stessi, perché siamo noi a stabilire le opzioni del dado. Da ciò deriva la seconda regola, che riguarda il momento decisivo in cui si elencano le sei opzioni. Perché cercare sei modi di reagire a ogni sollecitazione della vita quotidiana ci obbliga a far lavorare la nostra immaginazione, ad analizzarci in profondità, a cercare di scoprire quello che desideriamo veramente. È una sorta di esercizio spirituale, che permette al tempo stesso di conoscersi meglio e di diventare più consapevoli delle possibilità quasi infinite della realtà. Secondo Oscar, bisogna considerare solo delle opzioni gradevoli, ma – e questa è la terza regola – bisogna che almeno una di queste opzioni sia un po’ difficile, che obblighi a superare una reticenza, a rompere la routine. Deve spingerci a fare qualcosa che normalmente non faremmo. Bisogna sorprendersi e perfino maltrattarsi, ma gentilmente, con tatto, è una questione di misura e di conoscenza di se stessi. Ogni volta che si lancia il dado, il desiderio deve tingersi di apprensione. 
Da quando, a diciassette anni, Oscar è capitato sulla traduzione spagnola dell’Uomo dei dadi, queste piccole sfide sono diventate per lui una seconda natura. Di professione è avvocato fiscalista, come suo padre, ma fare l’avvocato fiscalista non è esattamente uno spasso, e così grazie al dado è diventato anche importatore di vini, animatore di un sito internet, professore di go, grande conoscitore dell’Islanda ed editore del poeta mauriziano Malcolm de Chazal.
In che modo? Be’, in un primo momento si è detto che sarebbe stato interessante avere una relazione con un paese straniero, possibilmente lontano. Sei continenti, sei opzioni, ed è uscita l’Europa, poi restringendo il campo, l’Islanda. Benissimo. E ora con quale mezzo di trasporto avrebbe visitato l’Islanda? A piedi, in macchina, in autostop, in barca, in bicicletta, in skateboard. Temeva di scoraggiarsi se fosse uscito lo skateboard, ma per fortuna è uscita la bicicletta e non si è scoraggiato. Eppure non era mai andato in bicicletta. Ha imparato, ha fatto il giro dell’Islanda in bicicletta, si è perfino portato dietro la ragazza che sarebbe diventata sua moglie. È durante quell’avventura che il dado lo ha spinto a fare la proposta di matrimonio, che è stata accettata. In viaggio di nozze la giovane coppia è partita per l’isola di Mauritius, ma quello, riconosce Oscar, è stato un regalo dei suoceri, non del dado.
Sul posto però si è ripreso. Ha cercato qualcosa da leggere, un autore che avesse un rapporto con quel paese, o perché originario del posto o perché gli aveva dedicato un libro. La lista comprendeva Bernardin de Saint-Pierre, J.M.G.Le Clézio, Baudelaire, Conrad e il poeta Malcolm de Chazal. Bingo! Oscar ha perso la testa per De Chazal, una sorta di surrealista creolo che ha appassionato gente come Michaux, Paulhan e Dubufet. Oscar ha scoperto che non era stato tradotto in spagnolo, così al suo ritorno ha creato una casa editrice per rimediare. Non sapeva nulla di editoria, così come non era mai salito su una bicicletta, ma quando prende i libri dalla sua biblioteca per mostrarmeli capisco perché ne va fiero: sono magnifici. Riassume: “È attraverso Luke che ho conosciuto Malcolm e che adesso conosco te. È buffo no?”.
Arrivati a questo punto, con l’aiuto di una bottiglia decisamente migliore della precedente, siamo diventati molto amici, e sono pronto a confessargli il disagio in cui mi ha gettato la frase del suo omologo bavarese: per scrivere sulla dice life, bisogna essere un dice man. Io, però, non sono un dice man. Perché la mia vita mi va bene così? Per convinzione filosofica? O semplicemente perché non ho le palle? Poco importa, il fatto è che giro intorno a questa storia da due mesi e non mi sono ancora lanciato una sola volta.
“Prova”, dice Oscar, tirando fuori dalla tasca un dado che posa sul tavolo, in mezzo a noi. Scatta il panico, come se tra cinque minuti, senza capire come, dovessi ritrovarmi costretto a massacrare la mia famiglia colpi di machete o – versione più clemente – a scalare l’Everest in infradito. Ma no, quello che Oscar mi propone è solo di lasciar decidere al dado dove andremo a cena. La mia idea era di invitarlo in un buon ristorante del centro. “Molto bene, sarà la prima opzione”. Un’altra è che sia lui a invitarmi. La terza, andare nel ristorante più caro di Madrid e rilanciare il dado al momento del conto. La quarta, rimanere a casa. Prendo coraggio: la quinta, rimanere a casa ma preparo io la cena. Oscar sorride vedendo che mi lascio prendere dal gioco. Mi arrovello alla ricerca di un’ultima opzione più radicale. Dico: “La sesta sarà prendere la macchina e andare a cena, che so, a Siviglia”. Oscar annuisce: “Bueno, adesso lanciamo il dado”. All’improvviso ho molta paura che esca il sei, perché se esce sono sicuro che ci alzeremo, saliremo in macchina e andremo fino a Siviglia, che è pur sempre a quattrocento chilometri di distanza, e sono quasi le dieci di sera e ci siamo già scolati due bottiglie di vino rosso a 14 gradi. Lancio il dado e, fiuu, esce il cinque.
Ora, non cercherò di dipingervi le ore successive come un momento di grande trasgressione o di stravolgimento ragionato di tutti i sensi, ma la verità è che ritrovarsi a vacillare nella cucina di uno sconosciuto con un bicchiere in mano, aprendo sportelli e mescolando in una pentola più o meno tutto quello che capita sotto mano, è un’esperienza piuttosto divertente. Quando sono uscito dalla cucina con il mio brasato di manzo fumante ed esageratamente speziato, tutta la famiglia mi aspettava seduta a tavola. Mi hanno fatto i complimenti per il mio talento da cuoco e abbiamo tutti concordato sul fatto che giochi di ruolo come quello, in contesti un po’ tesi, sono un ottimo modo per rompere il ghiaccio. Bisognerebbe ispirarcisi per risolvere i conflitti internazionali, sarebbe interessante vedere l’effetto in Ucraina. Peraltro ho notato ancora una volta quanto le mogli dei praticanti del dado accettino con filosofia la mania dei loro mariti. In ogni caso Susana Cuadrado, come Ann Cockcroft, sembra non temere che la dipendenza dal caso possa trascinare la sua famiglia in una vertiginosa corsa verso sfide sempre più azzardate. Senz’altro hanno entrambe ragione di essere così fiduciose. Per quanto mi riguarda, continuo a pensare di avere ragione a essere diffidente.
“Caro amico, abbiamo il piacere di comunicarle la morte di Luke Rhinehart. Voleva che lei lo sapesse al più presto, per evitare che potesse preoccuparsi non ricevendo risposta alle sue email. Da qualche anno le amicizie su internet contavano molto per lui. Avrebbe voluto non morire per portarle avanti: la sorte ha deciso altrimenti. 
Luke non aveva paura della morte, anche se l’idea lo rendeva un po’ nervoso. La vedeva come un’esperienza inedita, simile al viaggio in un paese sconosciuto, all’inizio di un nuovo libro o di una nuova relazione. Gli piaceva riderne, ma gli piaceva ridere di tutto. Pensava che la prendiamo troppo sul serio, ma pensava che prendiamo tutto troppo sul serio. Aveva intenzione di inviarci un resoconto dettagliato di quello che avrebbe trovato una volta passato dall’altra parte. Sperava che questo resoconto ci avrebbe rassicurato e che ci avrebbe fatto ridere. Finora, purtroppo, non abbiamo ricevuto nulla.
Gli ultimi giorni di Luke non sono stati molto diversi dalle sue ultime settimane, dai suoi ultimi mesi, né in generale dagli ultimi trent’anni della sua vita. Per qualcuno che faceva l’elogio del caso e del cambiamento perpetuo, Luke era fedele a se stesso in un modo che potremmo trovare scoraggiante. Le persone che venivano a trovarlo per via dei suoi libri a volte erano deluse nello scoprire che era così attaccato alle sue abitudini. Anche quando tirava il dado, era sempre per fare più o meno le stesse cose.
‘Non c’è nulla di male nel fare sempre più o meno le stesse cose’, diceva. ‘Il punto è capire se vi piace. La maggior parte delle persone, purtroppo, non amano quello che fanno né quello che sono. È pensando a loro che ho scritto tutte quelle cose sul dado. Ma io sto bene così’.
Sua moglie Ann è rimasta al suo fianco fino alla fine. All’inizio dell’ultima settimana Luke le ha detto: ‘Sto morendo’.
‘Ah’, ha risposto Ann, sprimacciando i cuscini per farlo stare comodo.
‘Mi sembra una cosa interessante. In fondo non mi è mai successo finora’.
‘Ma è successo a un sacco di gente’.
‘Lo so. È un pensiero rassicurante. Tutte quelle persone che mi aspettano dall’altra parte e che potrò conoscere’.
‘Sempre che ne abbiano voglia’.
Luke ha guardato il soffitto con aria pensierosa: ‘Sarebbe una bella scocciatura’.
‘Sei il solito: hai sempre paura di scocciarti’.
‘Ti mancherò quando sarò morto?’.
‘Senti, ho passato quasi sessant’anni a brontolare perché ti avevo sempre tra i piedi, adesso brontolerò perché non ti avrò più tra i piedi. Tutto qua’.
‘Anche questo è un pensiero rassicurante’.
‘Certo che mi mancherai’”.
Quando ho ricevuto quest’email mi sono sentito, nell’ordine, stupito, triste e infine commosso. Avevo passato solo due giorni da George e sua moglie, ma mi ero affezionato a loro, davvero. E visto che avevo il loro numero di telefono, ho chiamato Ann per farle le mie condoglianze. Quando ha risposto era cordiale come al solito, contenta di sentirmi ma andava di fretta e mi ha detto che mi avrebbe passato George. Mi sono chiesto se fosse impazzita, o se fossi impazzito io, ho borbottato qualcosa a proposito dell’email che avevo ricevuto e lei mi ha risposto, come chi è abituato a questi piccoli malintesi: “Ah, l’email! Certo… Ma non si preoccupi: non è George che è morto, è Luke”.
George, quando ha preso il telefono, ha confermato: “Eh già, mi ero un po’ stufato di Luke. Sto invecchiando, sa. Amo ancora la vita: guardare che tempo fa dalla finestra quando mi sveglio, dedicarmi al giardinaggio, fare l’amore, andare in kayak, ma mi interesso sempre di meno alla mia carriera e la mia carriera è stata soprattutto Luke. Avevo scritto questa lettera perché Ann la mandasse ai miei corrispondenti dopo la mia morte. Conservavo il documento da due anni e un giorno mi sono detto che era arrivato il momento di mandarlo”.
Ah. Va bene. Gli ho fatto altre due domande. Prima di inviare quest’email, che era comunque piuttosto insolita, ha lanciato il dado? In ultima istanza, è stato il dado a decidere la morte di Luke? Sembra sinceramente sorpreso: “No, no. Non ci ho nemmeno pensato. Il dado può servire quando uno non sa quello che vuole. Ma se lo sa, a
che serve?”.
E ora la seconda domanda: come hanno preso la notizia gli altri destinatari dell’email? Dall’altra parte del filo sento la sua risata soffocata, maliziosa, da ragazzino burlone. “Be’, c’è chi ha trovato la cosa di cattivo gusto. Altri hanno pensato: tipico di George. Altri ancora: tipico di Luke. E lei, cos’ha pensato?”. [ * ]



(Emmanuel Carrere)



Luke Rhinehart, L'uomo dei dadi, Marcos y Marcos, 2015 [ * ]
LA FEROCIA
post pubblicato in Lagioia, Nicola, il 12 luglio 2016

Ho letto questo libro per conoscerne l’autore, e debbo dire che sono contento che abbia vinto il Premio Strega. Questo libro, oltre ad avermi intrigato, mi ha profondamente colpito. Inoltre, mentre lo stavo leggendo, ho scoperto che è uscito anche nella mia collana preferita, Italia Noir di Repubblica. E l’intrigo è cresciuto.
Il libro è diviso in tre parti, con capitoli i cui titoli sono profondamente significativi. Sono, rispettivamente: Chi tace sa; Chi parla non sa; Divenni pazzo; Con lunghi intervalli di orribile sanità mentale; Tutte le città puzzano d’estate. Il libro è poi chiuso da un Epilogo e da una nota dell’autore; l’epilogo non è citato nell’indice, ma – a mio avviso – rappresenta proprio la conclusione logica della storia, soprattutto rispetto al titolo.
Vado con ordine, voglio rispettare un filo di logica anche io. Il libro è certamente un vero e proprio noir. L’autore lo dichiara subito, con il primo capitolo della prima parte, dove compare un “fattaccio”, raccontato con molti dettagli. Un incidente, provocato da una ragazza che si aggira nuda sulla provinciale Bari–Taranto: il guidatore sbanda, finisce fuori strada, viene portato in ospedale e perde una gamba che gli viene amputata. 
Da qui l’autore passa a descrivere una famiglia bene di Bari, la sua città. La famiglia di un imprenditore edile, Vittorio Salvemini, che ha tre figli con la sua compagna Annamaria, rispettivamente Ruggero, Clara e Gioia, e un quarto figlio, Michele, avuto da un’altra donna e preso in casa alla morte della madre. 
La prima parte del romanzo è la storia della famiglia, con un forte riferimento a Clara, la figlia maggiore. Clara ha una strana condotta in casa. È una donna senza remore, e soprattutto senza limiti morali, cosa che la spinge a darsi un po’ a tutti, a persone importanti e anche a sconosciuti. A differenza degli altri figli, lei – particolarmente amante della cocaina, cosa che la rende molto ricattabile – cerca di avere una vita molto indipendente dal resto della famiglia. La cosa procede fin quando Clara (la ragazza dell'incidente) viene trovata morta ai piedi di un autosilo a più piani.
Il comportamento di Vittorio nell’informare i componenti della famiglia della morte di Clara fa pensare abbastanza al titolo del romanzo (non si parla di dolore o sofferenza ma solo che Clara si è uccisa e basta). E – in questa lunga prima parte del romanzo – soltanto Clara appare la figura dominante, e comincia anche a comparire il rapporto tra Clara e Michele, il fratello (acquisito) per il quale Clara aveva una spiccata predilezione.
La seconda parte è dedicata a Michele, che ha una serie di peripezie, nelle quali però il rapporto con Clara è la parte normalizzante del suo inserimento nella famiglia Salvemini. Michele si allontana da Bari per stare a Roma, e l’inizio della seconda parte del romanzo lo vede tornare a Bari e a casa Salvemini in compagnia di una gatta. Non viene accolto bene, perché il padre gli fa quasi una colpa per la non partecipazione al funerale di Clara (della cui morte non era stato affatto informato). La sola persona che lo accoglie con un certo affetto è la sorella Gioia. Vengono poi descritte in flash back le vicissitudini di Michele a casa, molte delle quali non lo avevano lasciato di buonumore: le uniche volte che si trovava a suo agio erano quelle in cui si incontrava con Clara o si scambiava con lei messaggi sul cellulare. Tutta la seconda parte è – sostanzialmente – la storia di Michele, che lui racconta in prima persona, a partire dal suo ritorno a Bari.
La terza parte, con un titolo abbastanza evocativo, racconta dell’indagine che porta Michele a scoprire cosa ci sia dietro il “suicidio” (che si rivelerà solo apparente) di Clara. In questa parte i personaggi sono tanti, e fanno tutti parte della vita cittadina: molti sono già apparsi nella prima e nella seconda parte, e quindi sono noti nella trama del romanzo. Non mi dilungo a raccontare le vicende di questa parte; aggiungo solo che – nell’Epilogo, brevissimo – tutti i personaggi scompaiono e sopravvivono solo i luoghi in cui la storia si è svolta.
Finora ho parlato – se pur abbastanza vagamente – della storia: ora voglio parlare del libro e soprattutto dell’autore. Ovviamente mi era giunta all’orecchio la vittoria al Premio Strega dell’anno scorso, ma ero curioso di vedere lo stile dell'autore. E ne sono rimasto affascinato. La scrittura di Lagioia è piana, scorrevole; anche le parti più complesse da descrivere sono piacevoli da leggere e non presentano difficoltà, se non quelle comportate dalla vicenda. Ma l’autore ha anche una sua modalità particolare di narrazione: la storia infatti traspare dai ricordi di tutti i personaggi, per cui – spesso – farli comparire e scomparire è un artificio che serve a raccontare la storia stessa. Non sono riuscito a trovare un altro scrittore che gli somigli: neppure fra gli scrittori di noir che meglio conosco (e sono tanti!).
Insomma, il libro mi è piaciuto e più ancora mi è piaciuto l’autore e la sua scrittura. Si tratta di un noir molto ben architettato e sicuramente ispirato a vicende della cronaca barese, anche se l’autore non ce lo dice, neppure nella nota in calce al libro. Degna di nota la premessa, presa da una frase di un celebre fisico, Niels Bohr, lo scopritore del modello classico dell’atomo, che recita: “La predizione è molto ardua, soprattutto se riguarda il futuro”. Il libro è sicuramente per tutti, anche se i contenuti ne sconsigliano la lettura ai più giovani.



(Lavinio Ricciardi)









Nicola Lagioia, La ferocia, Einaudi, 2016 [ * ]



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KORCZAK
post pubblicato in Korczak, Janus, il 1 giugno 2016
 

Janusz Korczak (Varsavia, luglio 1878 - ucciso in una camera a gas del campo di sterminio di  Treblinka, probabilmente il 6 agosto 1942) è lo pseudonimo di Henryk Goldszmit, pedagogo, pubblicista, scrittore, medico, militante sociale polacco di origine ebraica, noto anche come Il vecchio Dottore o Il signor Dottore. Fu un precursore delle lotta a favore di una totale uguaglianza dei diritti del bambino. Nelle istituzioni da lui fondate introdusse l’autogestione, dando agli educandi il diritto di deferire i propri educatori a un tribunale unicamente composto da ragazzi. Fondatore della prima rivista al mondo redatta da soli bambini, fu un pioniere nel campo della risocializzazione dei minori, della diagnosi in età pediatrica e della tutela del bambino difficile.
Nacque a Varsavia, da Cecylia Gebickae e Józef Goldszmidt (1844-1896), in una famiglia ebraica assimilata. Il padre era un avvocato, il nonno, Hersz Goldszmit, era stato medico a Hrubieszów, il bisnonno un vetraio. Non venne registrato all’anagrafe alla nascita: per questo è difficile stabilire con precisione l’anno della sua nascita. La famiglia Goldszmit cambiò ripetutamente di indirizzo a Varsavia; abitarono prima in via Bielanska 18 (suo probabile luogo di nascita), poi in Krakowskie Przedmiescie 77, in via Miodowa 19, in piazza Krasinskich 3 e in via Nowosenatorska 6 (oggi via Moliera). Tra il 1886 e il 1897 Henryk frequentò la scuola primaria di Augustyn Szmura in via Freta, e successivamente le otto classi del ginnasio del quartiere di Praga (oggi il VIII Liceo Ogólnoksztalcace Wladyslaw IV). A 15 anni annotava nel diario: «caddi allora un uno stato di follia: il furore della lettura. Ai miei occhi il mondo era scomparso, esistevano solo i libri». Dopo la tragica morte del padre nel 1896, la sua adolescenza e la prima giovinezza trascorsero in difficili condizioni materiali, e fu costretto a dare ripetizioni per aiutare la famiglia a mantenersi.
Nel 1898 iniziò gli studi universitari presso la facoltà di Medicina dell’Università Imperiale di Varsavia. Nell’estate del 1899 si recò in Svizzera per poter conoscere più da vicino l’opera e l’attività pedagogica di Pestalozzi. Durante quel soggiorno si interessò in particolare alle scuole, agli ospedali pediatrici e ai gabinetti di lettura gratuita dei periodici per bambini e giovani. Il 17 marzo 1905, dopo cinque anni di studi universitari e l’esame di Stato, ottenne il titolo di Dottore in Medicina. Come medico militare prese parte alla guerra russo-giapponese del 1905, avanzando fino al grado di maggiore. Tra il 1903 e il 1912 lavorò come pediatra presso l’Ospedale pediatrico ebraico Berson e Bauman in via Sliska 51 e in via Sienna 60 (nella Casa d’accoglienza transitoria). Come medico aveva diritto a risiedere in un appartamento interno all’ospedale e riceveva uno stipendio annuo di 200 rubli ripartito in quattro rate. Eseguiva i suoi compiti in maniera esemplare, lavorando anche nei quartieri proletari della città. Curava gratis i pazienti poveri, ma non esitava a richiedere ai ricchi onorari elevati. Collaborò con il neurologo e filantropo Samuel Goldflam, con cui intraprese una ramificata attività a carattere sociale.
Nel 1907, grazie a un periodo di studio a Berlino (autofinanziato), completò la sua formazione e qualificazione, seguendo corsi e tirocini presso varie cliniche pediatriche e studiando i principii degli istituti pedagogici specialistici. Al 1911 risale la sua rinuncia a formarsi una famiglia: sempre più propenso all’idea di non possedere quelli che chiamava i bambini privati, considerava suo ogni bambino che curava o educava. L’attività successiva lo avrebbe confermato in questo atteggiamento: analoghe convinzioni altruistiche lo spinsero anche a non privilegiare alcun gruppo di ragazzi a lui affidati. Non riteneva la famiglia tradizionale il principale anello della catena sociale, anzi rifiutava il ruolo a essa attribuito sia dai settori conservatori cristiani, sia da quelli tradizionalisti ebraici. Del resto poteva ben essere considerato, da se stesso come dagli altri, come il padre dei circa duecento orfani della Casa che dirigeva e di altre varie centinaia, che nei decenni di sua attività pedagogica e sociale sarebbero passati per i suoi orfanotrofi.
Riteneva che il bambino dovesse stare in compagnia dei coetanei e non ritirato in casa. Desiderava che i bambini “scontrassero” tra loro pareri e idee al loro primo germogliare. Si sarebbero così sottoposti a un processo di socializzazione che attraverso un’ accettazione reciproca li avrebbe preparati alla vita adulta, ben lontana dall’idillio o dal “quieto cantuccio domestico”. Cercò al tempo stesso di garantire ai bambini un’infanzia spensierata, ma non priva di obblighi, che li conducesse per una strada diritta, senza imporre loro limiti soverchi. Malgrado la grande differenza di età, prendeva molto sul serio i ragazzi, con cui conduceva un dibattito aperto. Credeva che il bambino dovesse arrivare da solo a comprendere e sperimentare emotivamente le varie situazioni, traendone conclusioni e eventualmente trovandovi rimedio, invece di venir semplicemente informato dall’educatore sui fatti e le loro conseguenze.
Si servì invece dello pseudonimo Hen-Ryk quando, nel febbraio del 1900, iniziò a collaborare con il settimanale satirico “Kolce”, come coautore di un romanzo giallo, Il servitore. Si avverava così il vaticinio di un suo insegnante di ginnasio che, dopo averlo scoperto a leggere durante una lezione, aveva profetizzato che sarebbe presto finito a collaborare a testate di poco valore, a 3 grosze la riga. Il vaticinio però si avverò solo a metà, visto che la tariffa per uno scrittore ai suoi inizi poteva essere ancora più bassa. Dal 1901 Korczak iniziò a scrivere editoriali, nello stesso anno comparve il romanzo I figli della strada, prima a puntate, in “Czytelnia dla wszystkich” (nn. 1-18), e poi in volume. Tra il 1903 e il 1905 fu editorialista del settimanale “Glos” con una sua rubrica, All’orizzonte. Proprio su “Glos”, nel gennaio 1904, comparve a puntate il romanzo Il bambino da salotto, pubblicato poi in volume nel 1906, che gli avrebbe procurato fama internazionale. Nel 1939 apparvero Una pedagogia scherzosa, Le mie vacanze e Le chiacchierate alla radio del Vecchio Dottore
Nel 1926 fondò “Maly Przeglad” (1926-1939), supplemento settimanale del quotidiano ebraico-polacco “Nasz Przeglad”, che avrebbe redatto per quattro anni (1926-1930). Era un giornale senza precedenti, scritto esclusivamente da bambini e giovani. Dopo il 1930 la redazione passò al suo assistente Igor Newerly, socialista, e futuro apprezzato scrittore. La rivista conobbe una serie di ostacoli nella Polonia degli anni Trenta, guidata dalle formazioni antisemite della Sanacja, a causa dell’origine ebraica del suo direttore e della crescente tendenza alla discriminazione razziale.
Korczak condusse una vasta attività di divulgazione radiofonica a difesa dei diritti del bambino. Nonostante il loro successo in vasti segmenti della società polacca, le trasmissioni radiofoniche del Vecchio Dottore vennero interrotte per le proteste di alcuni radioascoltatori, irritati dall’identità etnica del loro autore. Korczak tornò a parlare alla Radio Polacca nel settembre 1939, all’alba dell’inizio della guerra.
A partire dal 1896 Korczak aveva iniziato a collaborare a molti periodici con testi umoristici, articoli a sfondo sociale, civile e pedagogico. Scrisse anche una quindicina di romanzi per bambini e sui bambini, tradotti in molte lingue e popolari anche all’estero. Il suo Diario dal ghetto è ritenuta una delle più importanti testimonianze del periodo dell'occupazione nazista della Polonia.
Nel 1937 fu insignito dell’onorificenza dell'"Alloro d’Oro" dall’Accademia Polacca della Letteratura.
Il 23 dicembre 1899, insieme a decine di altre persone appartenenti all’intelligenzia progressista, venne arrestato dalla polizia zarista. L’accusa era probabilmente partita dalle autorità cattoliche e dal principe Michal Radziwill, presidente della Società Filantropica di Varsavia. Loro intento era contrastare il progetto, sostenuto anche da Korczak, di introdurre nuovi testi letterari (tra cui Hugo, Balzac, Dumas e Sienkiewicz) e opuscoli di ispirazione socialista, nelle sale di lettura gratuite aperte alla popolazione, nelle quali i partiti cattolici avrebbero voluto l’esclusiva presenza di testi liturgici o morali.
Korczak entrò a far parte della massoneria prima della fine del 1925. Era affiliato alla loggia "La stella del mare", creata dalla Federazione Internazionale Le Droit Humain, il cui scopo era “conciliare tutti gli uomini divisi da barriere religiose, ricercare la verità nel rispetto per gli altri uomini”.
A metà degli anni Trenta visitò la Palestina. Fu seriamente tentato di lasciare la Polonia: tra i vari motivi che lo spingevano c’erano il nazionalismo e la segregazione razziale in alcuni ambiti della vita sociale polacca (ad esempio nelle Università), sull’esempio della Germania nazista. Per un vero socialista come Korczak la situazione era difficilmente sopportabile, sia dal punto di vista personale che da quello del suo lavoro sociale e pedagogico.
Durante tutta la guerra Korczak indossò la divisa da ufficiale polacco. Se ne era fatta cucire una sperando di poter partecipare alla difesa di Varsavia nel settembre 1939. Non venne accettato nell’esercito perché aveva superato i limiti di età. Portò però con orgoglio, forse unico ebreo, quella divisa anche nel ghetto. Fino all’ultimo si rifiutò di indossare la fascia con la stella azzurra, imposta dai nazisti agli ebrei di Varsavia, che considerava non solo un segno di umiliazione ma anche la profanazione di un simbolo.
Korczak trascorse gli ultimi tre mesi di vita all’interno del ghetto di Varsavia. È qui che redasse il suo Diario, pubblicato per la prima volta in Polonia nel 1958. Aveva iniziato a scriverlo nel 1939, ma aveva poi interrotto le annotazioni per circa due anni e mezzo, quando tutta la sua energia veniva impiegata dalla tutela sui bambini della "Casa degli Orfani". Nel ghetto Korczak rifletté più volte sul suicidio e sulla possibilità di una morte più umana per i bambini piccoli e gli anziani che morivano di fame nelle strade del ghetto, su una morte meno infamante di quella nelle camere a gas. Forse l’eutanasia dei neonati ne avrebbe abbreviato la lenta agonia per fame.
Igor Newerly che, non ebreo, si trovava “dalla parte ariana”, tentò più volte di procurargli falsi documenti ariani, ma Korczak non volle abbandonare i suoi protetti, anche se la sua fama internazionale gli avrebbe probabilmente consentito di trovare riparo in uno qualsiasi dei paesi neutrali.
La sua ultima annotazione nel Diario è probabilmente del 5 o 6 agosto 1942.
Korczak morì insieme ai suoi bambini. Fu portato via dal getto in un carro bestiame i primi giorni dell’agosto 1942. La mattina del 5 o del 6 agosto l’area del cosiddetto Piccolo Ghetto venne attorniata da reparti delle SS e dagli ascari, soldati ucraini e lituani. Il Diario di Abraham Lewin [ * ] situa gli avvenimenti il 7 di agosto. "Venerdì 7 agosto, il diciassettesimo giorno del massacro. Ieri è stata una giornata orribile con un gran numero di morti. Dal ghetto piccolo la gente è stata prelevata in massa. Il numero delle vittime è valutato intorno alle 15.000. Hanno svuotato l’orfanotrofio del dottor Korczak a cominciare dal dottore stesso. Duecento orfani".
Korczak era alla testa del corteo. Senza cappello, con gli stivali militari, si racconta portasse in braccio due bambini. Alla marcia presero parte 192 bambini e dieci educatori, fra cui la pedagoga braccio destro di Korczak, Stefania Wilczynska.
Il giorno stesso 4000 bambini con i loro educatori vennero presi dagli orfanotrofi e deportati a Treblinka.
L’ultima marcia di Korczak è raccontata con toni diversi in numerose testimonianze. Qui citiamo quella di Marek Rudnicki, noto grafico e pittore, bambino nel ghetto, e la poesia Un foglio dal diario di una Aktion di Wladyslaw Szlengel (1914-1943), il cantore del ghetto di Varsavia. "Non voglio passare per iconoclasta, per sovversivo, ma oggi devo raccontare quello che ho visto allora. L’atmosfera era intrisa di una sorta di enorme scompiglio, automatismo, apatia. Non ci fu alcuna emozione al passaggio di Korczak. Nessuno fece il saluto militare, descritto da alcuni, di sicuro non ci fu nessun intervento da parte dello Judenrat, nessuno si avvicinò a Korczak. Non ci furoro grandi gesti, canti, teste orgogliosamente erette, non ricordo che qualcuno portasse la bandiera della "Casa degli Orfani", eppure dicono che ci fosse. C’era un silenzio terribile, sfiancato. Korczak trascinava un piede dietro l’altro, camminava come ingobbito, bofonchiava qualcosa fra sé e sé […]. Gli adulti della "Casa degli Orfani", come Stefania Wilczynska, gli camminavano accanto, e così facevo io stesso. Nelle prime file i bambini andavano a righe di quattro, poi così come capitava, in ordine sparso, in fila indiana. Qualche bambino teneva Korczak per la giacca, o forse gli stringeva la mano. Camminavano come in trance".

Janusz Korczak oggi ho veduto,
Nell’ultima marcia andare coi bambini,
E i bambini avevano vestiti puliti,
Come andassero di domenica al giardino.

Avevano grembiulini puliti, da festa,
Che ora potranno sporcare,
A file di cinque va l’Orfanotrofio,
Per la città-giungla di gente braccata.

La città aveva il viso atterrito,
Un gigante bizzarro, nudo e stracciato,
Finestre vuote guardavano la strada,
Come orbite di sguardo private.

A volte un urlo, come un uccello smarrito,
Suonava a martello per la morte insensata,
Trainati sui risciò giravano apatici
Del nostro ghetto i signori e padroni.

Scalpiccio a volte, calpestio, poi silenzio,
Qualcuno parlava camminando di fretta,
Atterrita e silenziosa, in preghiera
In via Leszno si innalzava la chiesa.

In fila per cinque marciavano calmi i bambini,
Erano orfani: nessuno accorreva per riportarli a casa,
Nessuno infilava una mancia
in mano ai colleghi dalle divise blu scuro.

Sulla Umschlagplatz nessuno interveniva,
Nell’orecchio di Szmerling nessuno alitava,
Nessuno gli orologi di famiglia raccoglieva
Come compenso al lèttone ubriaco.

Janusz Korczak guidava la marcia
A testa nuda, gli occhi senza paura,
A una sua tasca si aggrappava un bambino,
In braccio portava lui due piccolini.

Giunse un tale di corsa, con un foglio in mano,
Parlava e gridava nervoso:
-- Venga via! -- Ho una lettera da Brandt!
Korczak scuoteva la testa, silenzioso.

Cosa doveva stare ancora a spiegare
A chi arrivava con la grazia tedesca,
come far capire a teste senz’anima
cosa significa lasciar solo un bambino.

Tutti quegli anni… una vita ostinata,
Per dare in mano a un bimbo un piccolo sole.
Potrebbe forse lasciarli ora, soli, spaventati?
Andrà con loro… avanti… senza timore.

Al re Matteuccio anche pensava
Cui la sorte risparmiò quel destino,
Re Matteuccio nell’isola selvaggia
Avrebbe scelto lo stesso cammino.

E i bambini andavano ai vagoni
come partissero in gita a Lag Ba’Omer,
Quel piccolino dal viso spavaldo
Si sentiva come un piccolo Shomer.

E io pensai in quel momento banale
Per l’Europa privo d’ogni valore
Che lui per noi, in quel momento,
Scriveva della storia la pagina migliore.

Che in quella guerra ebraica, vergognosa,
nell’onta illimitata, nel fragore insensato,
nella lotta ad ogni costo per la vita,
nell’abisso del tradimento, del degrado,

Sul fronte, dove la morte non da’ onore
In quella danza notturna, infernale,
C’era un solo soldato valoroso:
Janusz Korczak, dei bambini il protettore.

Vicini al di là del muro, che dal reticolato
Ci osservate ogni giorno morire per niente,
ascoltate: Janusz Korczak quel giorno ha mostrato
la Westerplatte della nostra gente.


* ]



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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 1/6/2016 alle 7:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
L'ULTIMO RIGORE DI FARUK
post pubblicato in Riva, Gigi, il 31 maggio 2016
 

Nella tragica e violentissima dissoluzione della Jugoslavia un calcio di rigore sembrò contrassegnare il destino di un popolo. Un penalty divenne nei Balcani il simbolo dell’implosione di un intero Paese, e dei conflitti che sarebbero seguiti di lì a poco. Intuendo la complessità di un evento che sembrava soltanto sportivo, Gigi Riva racconta con attenzione da storico e sensibilità da narratore un tiro fatale, sbagliato il 30 giugno del 1990 a Firenze da Faruk Hadžibegic, giocatore bosniaco, capitano dell’ultima nazionale del Paese unito. La partita contro l’Argentina di Maradona nei quarti di finale del Mondiale italiano portò all’eliminazione di una squadra dotata di enorme talento ma dilaniata dai rinascenti odi etnici. Leggenda popolare vuole che una eventuale vittoria nella competizione avrebbe contribuito al ritorno di un nazionalismo jugoslavista e scongiurato il crollo che si sarebbe prodotto.
Proprio per la sua popolarità il calcio è sempre servito al potere come strumento di propaganda. Basti pensare all’uso che Mussolini fece dei trionfi del 1934 e 1938, o a come i generali argentini sfruttarono il Mondiale in casa del 1978, durante la dittatura. Oppure, ai giorni nostri, a come lo Stato Islamico abbia deciso di colpire lo Stadio di Francia durante una partita per amplificare il suo messaggio di terrore. Ma si potrebbe sostenere che in nessun luogo come nella ex Jugoslavia il legame tra politica e sport sia stato così stretto e perverso. Attraverso la vita del protagonista e dei suoi compagni (molti dei quali diventati poi famosi in Italia, da Boban a Mihajlovic, da Savicevic a Bokšic, da Jozic a Katanec), si scopre il travaglio di quella rappresentativa nazionale e del suo allenatore Ivica Osim, detto «il Professore», o «l’Orso». Nelle loro gesta si specchia la disgregazione della Jugoslavia e la spregiudicatezza dei suoi leader politici, che vollero utilizzare lo sport e i suoi eroi per costruire il consenso attorno alle idee separatiste. In questo senso il calcio è stato il prologo della guerra con altri mezzi, il rettangolo verde la prova generale di una battaglia. Non a caso si attribuisce agli scontri tra i tifosi della Dinamo Zagabria e della Stella Rossa di Belgrado il primato di aver messo in scena, in uno stadio, il primo vero episodio del conflitto. Ed è nelle curve che sono stati reclutati i miliziani poi diventati tristemente famosi per la ferocia della pulizia etnica a Vukovar come a Sarajevo.
Per il loro valore emblematico le vicende narrate, risalenti a un quarto di secolo fa, sono ancora tremendamente attuali. E non è così paradossale scoprire in esergo a queste pagine le parole beffarde che Diego Armando Maradona rivolse all’autore: «Occupati di politica internazionale, il calcio è una cosa troppo seria». [ * ]


vedi quìquì e quì








Gigi Riva, L'ultimo rigore di Faruk, Sellerio, 2016 [ * ]

I GRANDI CIMITERI SOTTO LA LUNA
post pubblicato in Bernanos, Georges, il 28 maggio 2016

L'autore del celebre "I grandi cimiteri sotto la luna" (1938) scritto in piena guerra civile spagnola aveva sostenuto, sia pur da lontano, la resistenza francese e la France Libre. Malgrado ciò, De Gaulle dovette insistere a lungo - in un suo telegramma del 1945 si legge: «il suo posto è in mezzo a noi» - prima che Bernanos si decidesse, il 29 giugno di quell'anno, a rimettere piede in patria. Il rientro dello scrittore fu un avvenimento per il mondo politico e culturale dell'epoca.
Il suo famoso pamphlet, sanguigno e indignato, aveva sollevato il velo sugli orrori della guerra civile, era diventato una vera e propria icona della letteratura politica militante e aveva accreditato l'immagine di un Bernanos antifascista. Molti giornali e riviste, soprattutto della sinistra, gli chiesero di collaborare. De Gaulle vide più volte lo scrittore e giunse ad offrirgli - sembra - il ministero della pubblica istruzione o un posto di ambasciatore. Nel corso di uno di questi incontri gli chiese che cosa pensasse della situazione politica del momento. La sua risposta fu lapidaria: «Sarò brevissimo. La Francia è nella merda, ma siccome lei è alto ne resta al disopra!». Per De Gaulle egli aveva stima e simpatia perché in lui, probabilmente, rivedeva il vecchio nazionalista, ma la situazione francese del dopoguerra lo angustiava profondamente e lo faceva soffrire.
Il rientro nel Paese da lui tanto amato fu, per questo e in un certo senso, soltanto episodico. Bernanos, infatti, che sarebbe morto pochi anni dopo, cominciò, pur svolgendo una intensa attività giornalistica, a viaggiare, in Europa e in Africa Settentrionale, e si stabilì in Tunisia sino al momento in cui, a fine maggio 1948, venne trasportato in aereo a Parigi per tentare un intervento chirurgico ormai inutile. All'inizio dell'anno precedente una sua conferenza alla Sorbona sul tema "Démocratie et Rèvolution" aveva suscitato un vespaio. In quella occasione, egli, col corpo già minato dal male ma con la sua caratteristica e ben nota foga oratoria, si volse al pubblico dicendo: «La parola democrazia non significa assolutamente niente per me. Mi chiedo se non sia la più sputtanata di tutte le lingue». Sembrò una provocazione, ma non lo era, perché il suo itinerario intellettuale e politico era stato sempre coerente. Malgrado le apparenze e le strumentalizzazioni politiche, che iniziarono proprio dopo la pubblicazione di "I grandi cimiteri sotto la luna". Il saggio si presentava come una dura condanna dei massacri di massa della popolazione di Maiorca ad opera dei falangisti, ma non era affatto un passo indietro rispetto alle sue posizioni monarchiche e antidemocratiche. Vi si ritrovano dichiarazioni più che eloquenti. Come, per esempio, questa: «Il democratico, in particolare l'intellettuale, mi sembra il tipo di borghese più odioso». O, ancora, le invettive contro la «democrazia sociale» accusata di avere «sfruttato l'idea di giustizia», contro la «democrazia parlamentare» imputata di avere «sfruttato l'idea del diritto», contro la «democrazia guerriera» che aveva «prostituito l'eroismo e l'onore». E, infine, la fosca previsione secondo la quale le «democrazie autoritarie» avrebbero finito per distruggere «il ricordo di ciò che fu la libera Monarchia cristiana». Sono parole che ben chiariscono il senso della polemica di Bernanos contro il fascismo e il nazionalsocialismo visti, da lui, come manifestazioni di totalitarismo o «democrazia totalitaria». Non è privo di significato il fatto che, all'inizio, egli avesse guardato con simpatia la rivolta contro la repubblica spagnola radical-socialista e avesse approvato la scelta del figlio di unirsi ai falangisti. Poi erano venuti i massacri e, quindi, la sua indignazione morale di cattolico tradizionalista. Non è un caso che l'ultima opera di Bernanos, "I dialoghi delle carmelitane", tratti un episodio della persecuzione religiosa durante la fase del Terrore all'epoca della rivoluzione francese: vi è espressa, forse, sotto metafora la condanna della persecuzione della Chiesa spagnola ad opera degli antifranchisti. Fascisti, nazionalsocialisti e comunisti erano, per Bernanos, accomunati da una stessa sostanza totalitaria che avrebbe finito per sacrificare l'uomo e distruggerne la libertà. Di qui, le sue invettive, anche degli ultimi anni, contro la «democrazia di massa», contro la «società tecnocratica», contro il «mito del progresso» e contro la «logica degli imbecilli», in particolare, degli «intellettuali-imbecilli». 
Allo scrittore francese è stata ora dedicata una nuova biografia dal titolo "Bernanos" (Perrin, pagg. 270) scritta da Philippe Dufay, già cimentatosi con altri lavori biografici su intellettuali contemporanei come Jean Giradoux e Jean d'Ormesson. Accolto con qualche riserva critica per la troppa indulgenza all'aneddotica, per le troppe sviste e anche per alcuni discutibili passaggi (come quello che affianca le posizioni antisemite di Cèline alle pagine dedicate da Bernanos a Èduard Drumont in "La grande paura dei benpensanti"), il volume non aggiunge nulla agli studi su Bernanos. Soprattutto, però, esso appare fuorviante e incapace di comprendere la complessità di un personaggio che non può essere liquidato con una risibile definizione («uno scrittore, un cristiano, un monarchico e un antisemita») o con una battuta («un ibernato congelato all'epoca delle Crociate e scongelato sotto la III Repubblica degli Affari Dreyfus, Panama e Stavinsky»). La verità è che Bernanos - oltre ad essere un gigante della letteratura francese, autore di opere indimenticabili come "Sotto il sole di Satana" o "Diario di un parroco di campagna" o, ancora, "Nuova storia di Mouchette" - è stato un pensatore politico di grande spessore e coerenza, anche quando si trovò a polemizzare con i suoi vecchi amici dell'Action Française. Di lui, Albert Camus, nel 1939 scrisse che era «stato tradito due volte»: dagli uomini di destra che lo avevano ripudiato perché aveva scritto che «gli assassinii di Franco lo avevano fatto fremere» e dai partiti di sinistra che lo acclamavano «malgrado la profonda antipatia» da lui nutrita nei loro confronti. E aggiunse, ritenendo necessario scriverlo «proprio in un giornale di sinistra», che «questo scrittore di razza» meritava «il rispetto e la gratitudine di ogni uomo libero» e che, come atto di deferenza, non lo si doveva annettere alla propria fazione.


(Francesco Perfetti)







Georges Bernanos, I grandi cimiteri sotto la luna, il Saggiatore, [ * ]



(apparso su "Il Giornale" del 16 aprile 2014 [ * ])


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LE AVVENTURE DELLA LIBERTA'
post pubblicato in Izzo, Francesca, il 27 maggio 2016
 

Il nuovo libro di Francesca Izzo (Le avventure della libertà, Carocci, 2016) ha un sottotitolo “Dall’antica Grecia al secolo delle donne”. E’ il Novecento. Il secolo di un nuovo protagonismo femminile che come sempre è il portato di condizioni storiche, di movimenti politici, di culture. L’autrice colloca il pensiero femminista dentro la grande cultura europea, verso la quale questo ha pur compiuto una rottura necessaria ma storicizzabile e con questo libro incrocia quesiti cruciali del nostro tempo. In un epoca in cui le nuove tecnologie sembrano poter soddisfare ogni desiderio di un individuo “frammentato” messo al centro della scena solo con i suoi diritti, quale sarà la misura che ci permetta di conservare la cifra della nostra umanità? Come gli uomini hanno creduto che la libertà fosse un dominio senza fine della natura, le donne ora possono, vogliono, desiderare un mondo senza generi e generazione, libere dall’”impaccio” della maternità? Che cosa diciamo quando parliamo di libertà femminile? 
La libertà ha una storia e Francesca Izzo ce la racconta con un linguaggio nitido, accessibile, privo di stilemi professorali o di formule per iniziate/i. Essa nasce, dunque, ad Atene come libertà politica, come possibilità di prendere parola in un luogo pubblico (l’agorà) per tutti i cittadini ateniesi liberi. Questo stabilisce subito una scissione tra questo mondo e quello chiuso della casa dove schiavi e donne lavorano per le necessità della vita. Il disprezzo per questo tipo di attività diciamo “domestiche” proseguirà per tutto il mondo antico, anche con la crisi della democrazia della polis e l’affermazione del grande pensiero filosofico, che assegnerà al logos, la conoscenza, il sapere, la virtù, il primato della vera libertà. Sino al cristianesimo gli addetti ai lavori “umili” saranno considerati non liberi. Sarà Paolo di Tarso a dire “non vi sarà né giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo né donna, perché siete un solo uomo in Gesù Cristo”. Ma nel corso del tempo e nei rapporti reali, le vecchie gerarchie torneranno. 
Bisognerà aspettare l’avvento della modernità perché le cose comincino veramente a cambiare. L’umanità che è stata catapultata fuori del centro dell’Universo dove credeva di essere, dimostra una nuova inquietudine, ma anche la capacità di cambiare idee vecchie di secoli. Izzo sposa la modernità ma ne mostra subito le insidie. Locke nella sua difesa delle prerogative dei singoli contro l’invasività dello Stato autoritario fa entrare il lavoro umano che produce ricchezza e proprietà privata nel regno della libertà. Qui Izzo fa notare, con grande finezza, che nello stesso tempo il Soggetto diviene padrone assoluto del proprio corpo, un concetto che avrà una lunga storia.
In seguito mentre il femminismo (Carla Lonzi) aveva emblematicamente “sputato su Hegel”, in un tempo in cui è stato anche necessario farlo, Izzo oggi fa notare che il grande filosofo tedesco dà valore alla figura femminile all’interno della famiglia (che era diventata la famiglia borghese), ne valorizza la funzione etica, che però riduce alla cura del singolo, dell’uomo che così sarà pronto ad incarnare l’ulteriore cammino dello Spirito. 
Proseguendo nel racconto del percorso della libertà, Izzo dà rilievo al pensiero di Marx che valorizza ulteriormente la funzione del lavoro umano. Se nella società capitalistica questo viene in qualche modo sottratto al lavoratore, lo scopo è rendere libero il lavoro non liberarsi di esso. Il lavoro come processo attivo di trasformazione della natura coincide con l’innovativo concetto di prassi (che Gramsci riprenderà), per cui natura e storia assumono un andamento dialettico ma non oppositivo. La libertà è quindi delimitata dalla natura ma continuamente la trasforma. Tutto questo nel Novecento sarà duramente contestato ma è proprio quì che Francesca Izzo trova le radici perché la libertà prosegua il suo cammino. Questo le dà il ”coraggio” di “non apprezzare” le idee di personalità come Nietzsche ed Arendt, con il loro diverso ritornare alla Grecia e di Foucault che indica la sessualità come una costruzione discorsiva tesa al disciplinamento, per cui è possibile arrivare a pensare che non vi sia nulla di radicato nel corpo, non esistono uomini e donne, ma solo l’ individuo.
Nel Novecento però e soprattutto nella sua seconda metà, si afferma un nuovo soggetto, la Donna e subito dopo le donne, il lavoro di procreazione e di cura diventano una scelta di libertà. Izzo ci mostra quì che siamo ad un bivio, rende così evidente che la sua narrazione del cammino della libertà non è solo ricostruzione della evoluzione delle culture ma pone una questione politica
Le avventure della libertà non sono in preda al caso, sono frutto di scelte e quì si tratta di scegliere ancora. Si può scegliere di agire la padronanza assoluta sul proprio corpo, che con l’aiuto della tecnica può produrre l’avveramento dell’utopia antica di liberarsi di questo e della sua matrice sessuata, perché siamo quel singolo individuo che da solo si fa. La conseguenza è che le prerogative ed i diritti del singolo sono i soli che devono essere riconosciuti. Oppure, ed Izzo compie con nettezza questa scelta, rifiutare l’evaporazione del Soggetto della storia in un Ego autopoietico. Ma si tratta di un soggetto duale, consegnatoci dal pensiero della differenza che, scrive Izzo “rende necessario il pensiero dell’altro” e quindi del limite. Come è noto questa elaborazione ha già una sua storia non breve e si sviluppa prevalentemente in Italia ed in Francia. La differenza opera sul livello simbolico, cioè sul modo in cui si elabora il dato naturale del sesso, liberandolo dagli stereotipi del maschile e del femminile, ma conservando l’irriducibilità all’Uno da sempre postulata dal pensiero occidentale, che rende inessenziali i corpi e la loro storia. Di questo anche si parla quando si discute di maternità scelta o rifiutata, di gestazione surrogata, di difesa dell’integrità dei corpi femminili. 
Quello che infatti costituisce la vera forza di questo libro ed è il discorso che tutto lo percorre, é che il protagonismo di un nuovo soggetto della Storia, come è stato in passato, ne cambia il corso, incide sulle culture egemoni. Le donne non possono più dire con Virginia Woolf “questa guerra non mi riguarda”. Francesca Izzo ci dà però un’indicazione. La libertà femminile può conservare il suo carattere dirompente se gioca la differenza come peculiarità dell’umano, con quello che significa di misura e di relazione. Non a caso il libro si chiude con queste parole “...in un mondo in cui le donne scompaiono, non scompaiono…i destini segnati dalla biologia o le ultime vestigia dell’essenzialismo metafisico: scompare la memoria stessa dell’umanità”.



(Anna Maria Riviello)









Francesca Izzo, Le avventure della libertà, Carocci, 2016 [ * ]


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ATTUALITA' POLITICA DI BENEDETTO CROCE
post pubblicato in Croce, Benedetto, il 20 maggio 2016

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SAPERE ED ESSERE NELLA ROMA RAZZISTA
post pubblicato in Beer Piperno, Giuliana, il 19 maggio 2016

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OLTREMISURA
post pubblicato in Raggi, Luciana, il 17 maggio 2016
 

Il titolo di questa silloge poetica "Oltremisura" è tratto dal distico finale della omonima poesia: Nessuno apre porte / chiuse oltremisura. Se è vero che nella realtà l’impresa dell’aprire si presenta difficile nondimeno l’immaginazione consente al poeta di potersi muovere in spazi liberi, di percorrere nuovi sentieri, di fare rivivere miti depositati nell’inconscio. Oltremisura inoltre nella sua accezione indica l’individuo che va oltre e non riesce oppure non vuole trovare il modus cioè la misura delle cose nella sfera privata o pubblica. La poetessa nel suo viaggio poetico coglie pienamente la difficoltà dell’essere umano di sciogliere i lacci che lo tengono serrato alla quotidianità e gli impediscono una vita serena. La poesia ha il grande privilegio di far conoscere il nostro tempo, di esprimere il nostro vissuto o il non vissuto, come la nostra vita si sia intrecciata all’eros, alle pulsioni, ai bisogni intimi e fondamentali di ciascuno. Luciana Raggi con l’acribia dell’entomologo scava nel suo spazio esistenziale e tende a dare attraverso una rete fitta di figure, di temi, di situazioni l’immagine della molteplicità e della varietà del mondo. La poetessa esplora una realtà non sempre condivisa e in questa sua esplorazione cadono le illusioni e l’animo cede allo sconforto di fronte all’introspezione e all’analisi di sé: Esploratore del buio / fruga frammenti senza futuro / scompone la sintassi del mondo. / Nel silenzio / ai margini della memoria / riposano / voci e sussurri / sensori del tempo. Scuotono certezze (Esploratore). Emerge uno spirito leopardiano e la poetessa può dire: Ma ora / qui / l’eco di una voce lontana / sento vicina. Si avverte una liaison del sentimento con il poeta di Recanati con cui può intrecciare un dialogo e riceverne conforto e nel contempo prendere consapevolezza di non avere mai incontrato cammini rettilinei ma Solo frammenti d’infinito / davanti al forse d’ogni bivio / dove lunghe attese / per eccessivi dubbi / hanno accresciuto la febbre / raffreddato le speranze. La poetessa rovista in se stessa, ripesca frammenti di ricordi e con lucida tensione dimostra di avere molti registri di rappresentazione delle idee che animano la poesia. Si evidenzia un io poetico sofferente ma estremamente teso verso il logos nel porsi interrogativi e nel dare una risposta ai dubbi che si affacciano impetuosi nella mente. E’ una poesia dai tratti rocciosi che si espande in mille rivoli con un livello di scelta lessicale elaborato per selezione e accostamento delle parole perché Azioni parole / si consumano / si mischiano / allo scoperto / muovendosi / s’intrecciano / prendono nuova vita / Inquiete / incidono la scorza / marcano il territorio / non sanno dove andranno a riposare / seguono / misteriose geografie dell’anima / senza meta (Poesia). E’ una felice dichiarazione di come il poeta è un essere particolare che si serve del linguaggio per esplorare mondi fantastici ma è pure ancorato al reale, da qui azioni-parole. Il dettato poetico di Luciana Raggi presenta una struttura chiara ed elegante e un linguaggio moderno che si fa carico delle problematiche del vivere e le mostra attraverso una scrittura che mira all’interiorità e al quotidiano. Il verso breve o brevissimo, il gioco di simmetrie e dislivelli non creano alcuna oscurità ma danno cadenze di ritmo brillante. In ultima analisi si può dire che in questa silloge la ricerca poetica della Nostra denota una ulteriore e nuova tappa del suo originale percorso.




(Francesco Dell'Apa)











Luciana Raggi, Oltremisura, Progetto Cultura, 2015 [ * ]

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SAPERE ED ESSERE NELLA ROMA RAZZISTA
post pubblicato in Beer Piperno, Giuliana, il 13 maggio 2016
 

Questo libro non è soltanto un saggio: è un vero gioiello, sia per chi ama i libri, come me, sia per coloro che nei libri cercano chiarezza e verità. E oltretutto è scritto in modo molto semplice, pur essendo ricchissimo di riferimenti storici, sia al periodo citato (dal 1938 al 1943), sia ai problemi inerenti le persecuzioni razziali originate dalle leggi emesse dal regime fascista.
Prima di entrare nel merito del testo, debbo fare una doppia premessa. All’epoca di cui parliamo io avevo un anno di età (sono del 1937) e solo nel 1944, al ritorno a Roma da un lungo periodo passato nel Casentino (mio padre era dovuto fuggire l’8 settembre da Roma, e ci aveva fatti partire prima di lui), quando avevo sette anni, ho cominciato a sentir parlare di tedeschi e fascisti. Ricordo che nel giugno del 1944, appena tornati a Roma, mio padre ripuliva un cassetto, strappando molte cose. Tra queste, la tessera di “Figlio della lupa” intestata a me. Chiesi a mio padre il motivo delle distruzioni di quelle carte e lui mi rispose: “…capirai quando sarai più grande”. Anche a scuola (elementare e media, e poi al liceo) non trovai molti riferimenti storici sul periodo fascista e sui fatti che lo caratterizzarono. Solo molto più tardi, diciamo negli anni ’80, attratto da alcuni fatti che necessitavano di chiarimenti storici, appresi la verità storica sul fascismo, sui suoi misfatti, e sulle persecuzioni degli ebrei.
La seconda premessa riguarda il mio pensiero sugli ebrei. Credo che – nel modo di pensare comune - la maggior parte di noi considera la parola “ebreo” come attinente alle credenze religiose (e non a fatti ”razziali” o etnici, come si dice ora). Per me – educato in maniera cattolica, ma con notevole libertà, dai miei genitori – il termine ebreo è solo un connotato religioso. Ho conosciuto molti ebrei nella mia vita: il relatore della mia tesi di laurea era Sergio Segre, figlio di un famoso matematico, Beniamino; un collega di lavoro del mio periodo romano (ho iniziato a lavorare a Milano) si chiamava Fabio Piperno e mi invitò spontaneamente al suo matrimonio nella sinagoga di Roma; infine, uno dei miei maestri di informatica era Roberto Vacca, anche lui figlio di un grande matematico. E queste tre citazioni sono soltanto quelle che ricordo con maggiore stima e ammirazione. Ho però chiaro, anche se non condivido minimamente questo aspetto, il fatto che la maggior parte delle persone comuni hanno ancora pregiudizi circa gli ebrei, simili a quelli che c'erano nell’”apartheid” sudafricana o nella questione delle persone di colore negli Stati Uniti e – immagino – del tipo ascrivibile ai fondamentalismi religiosi. Nel mio profondo non esiste alcun pensiero o atteggiamento simile a questi che ho citato: per me, nel novero delle libertà cui l’essere umano ha diritto, c’è la libertà di religione. Non esiste una questione razziale: l’unica razza cui l’uomo appartiene è quella umana.
Forse queste premesse sono un po’ lunghe e non del tutto chiare. Ma ho ritenuto importante farle.
Veniamo al libro. E’ un saggio storico, ed è corredato da quattro interventi di altri studiosi oltre le autrici, rispettivamente due presentazioni (di Giorgia Calò, assessore alla cultura della Comunità ebraica, e di Claudio Procaccia, direttore del dipartimento Beni ed Attività Culturali della stessa Comunità), una prefazione di Giacomo Saban, professore di geometria alla Sapienza, e l’introduzione di Mario Toscano, professore di storia contemporanea alla Sapienza. In tutte queste premesse si parla di aspetti delle Comunità ebraiche e dell’ebraismo, proprio – penso – con un occhio rivolto a chi non è ebreo.
Il saggio vero e proprio è diviso in due parti: la prima, “L’istruzione nella Roma ebraica (1938 – 1943)” è di Giuliana Piperno Beer; la seconda, “La conquista del sapere: gli ebrei all’università. Testimonianze” è di Silvia Haia Antonucci. L’ho letto in due tempi, prendendomi una pausa tra la prima e la seconda parte. Inoltre, alla fine ci sono una cronologia essenziale divisa in due tabelle, una consistente bibliografia e l’indice dei nomi.
Debbo dire subito che la prima parte è la più corposa e contemporaneamente la più bella. Il lettore si immerge progressivamente in questo bellissimo mondo, quello delle scuole ebraiche. Giuliana Piperno ci racconta come hanno fatto i cittadini ebrei romani a superare i divieti delle leggi razziali, costruendo scuole di tutti i livelli (elementari, medie inferiori e superiori, università – per quest’ultima, un istituto svizzero, a Friburgo, autorizzava corsi per corrispondenza, che in realtà furono tenuti a Roma dal prof. Guido Castelnuovo). Dopo l’introduzione sulle leggi razziali, di cui se ne traccia l’iter con il succedersi delle azioni che hanno seguito la loro promulgazione, nei capitoli e paragrafi che seguono vengono descritte le maniere in cui la comunità ebraica seppe far fronte al divieto di istruzione (quest'ultima cosa fondamentale per un ebreo), logica conseguenza dell’entrata in vigore di tali leggi. Una delle cose più toccanti che mi sono venute in mente mentre leggevo è stata immaginare un cittadino ebreo che – dalla sera alla mattina – non può più andare a scuola, lì dove andava sino al giorno prima.
Eppure, la tenacia di questo notevole gruppo di nostri concittadini si è data ragione di quello che accadeva, ed ha reagito nel modo che la Piperno ci descrive nei suoi tre capitoli (La scuola elementare, Le Scuole Medie Israelitiche, Gli studi universitari). Proprio in questa accurata descrizione sta il valore del libro, ricchissimo di fotografie (nella prima di quelle a pagina 42, nel capitolo Le scuole elementari, ho trovato come maestra di una prima la stessa maestra elementare di mio padre, che – ricordo bene – in quel periodo si era trasferita dalla Sicilia a Roma, proprio per lavoro, e ci venne a trovare a casa. Ricordo che abitava in un collegio sulla via Nomentana  “Stella Viae” , sito tra via XXI Aprile e viale Gorizia, dove anche noi andammo più volte a trovarla).
Questa parte è ricchissima di notizie sui modi in cui le difficoltà di quel periodo, che andarono crescendo fino alle deportazioni del 1943-44, sono state affrontate e risolte, almeno in parte: Giuliana Piperno ha fatto ricerche approfondite, ricavandone notizie e fotografie che rendono la trattazione dell’argomento molto piana e scorrevole. Le fotografie consentono ai lettori di immedesimarsi nelle situazioni di quel tempo. Va detto, inoltre, che la Piperno ha insegnato Italiano nelle scuole statali, ed è quindi consapevole dei problemi che l’organizzazione di una scuola porta con sé: possono immaginare bene, quelli che – come me – hanno passato alcuni anni nel mondo della scuola, cosa avrà significato in quel periodo per gli ebrei dover supplire al divieto di istruirsi. Molto interessante risulta la parte sulle università, che riporta un bellissimo ricordo di una Università clandestina, organizzata principalmente dal prof. Guido Castelnuovo, insigne matematico, cui è intitolato l’Istituto Matematico della Sapienza di Roma, in collaborazione con il Politecnico di Friburgo, e nascosta sotto l’appellativo di “Corsi Integrativi di Cultura Matematica”. Ci furono anche altre due scelte, favorite dall’assenza di restrizioni per gli ebrei da parte vaticana: la Pontificia Università Lateranense e il Pontificio Istituto Biblico. 
La seconda parte, di Silvia Haia Antonucci, ha una premessa abbastanza breve, che si riallaccia alla prima parte della Piperno. La Antonucci, oltre a premettere che solo il ricorso alle fonti orali consente di ricostruire l’iter curriculare di alcuni studenti universitari, ci racconta come in generale la tradizione orale – e di conseguenza la storia orale – sia stata un'ottima fonte per testimoniare come molti ebrei del periodo in esame siano riusciti nell’intento di conseguire una laurea, al pari dei loro colleghi non ebrei. Sviluppato tale tema, e approfondito il tentativo ben riuscito del prof. Guido Castelnuovo, coadiuvato dal collega Federigo Enriques, che organizzarono i Corsi Integrativi di Cultura Matematica, già citati dalla Piperno nel terzo capitolo della sua trattazione, la Antonucci ci consente di attingere direttamente alle fonti orali ancora in vita, riportando otto interviste, di cui cinque con studenti dell’Università clandestina e della Pontificia Università Lateranense, e tre con le figlie di personaggi già nominati nel testo, testimoni di queste scuole organizzate direttamente dalla comunità ebraica. Prima di riportare le interviste, la Antonucci fa una premessa metodologica per Emma Castelnuovo, prima delle intervistate, figlia di Guido Castelnuovo, insegnante nella scuola ebraica di via Celimontana, scuola ampiamente descritta dalla Piperno nella prima parte, per la quale si parla non di una intervista ma solo di ricordi, riportati alla Antonucci in un colloquio, sintetizzati poi nel testo.
Sono andato fuori dai miei limiti abituali, dato l’entusiasmo e l’ammirazione che ho provato leggendo questo libro. Per completezza riporto i nomi degli intervistati: le interviste sono ampie testimonianze ricche di particolari. Gli intervistati sono:
Gino Fiorentino: la sua è l’intervista più corposa, e vi si descrivono corsi e docenti dei Corsi Integrativi di Cultura Matematica, oltre a ricordi della scuola di via Celimontana e dell’Università clandestina;
Ferruccio Sonnino (anche per lui si tratta del corso di Matematica), che dà un’idea di cosa venisse offerto a un ebreo che usciva delle Scuole Medie Superiori;
Fabio Padovani (corso di Matematica), con un ricordo molto ricco di spunti diversi dai precedenti;
Alessandra Cimmino (figlia del preside delle Scuole Medie Israelitiche di Roma dal ’39 al ’43, Nicola Cimmino), con una testimonianza originale e ricca di spunti esistenziali femminili sulla scuola diretta dal padre; 
Fabio Della Seta (studente della Pontificia Università Lateranense), anche questa testimonianza ricca di spunti esistenziali sul periodo;
Mario Padovani (anche lui studente della Pontificia Università Lateranense), che racconta come l’Università lo aiutò a salvarsi durante le persecuzioni razziali dell’epoca;
Anna Padovani (figlia di Paolo e nipote di Massimo Padovani, tutti studenti della Pontificia Università Lateranense), testimonianza anch’essa ricca di spunti esistenziali.
Molti degli intervistati non hanno vissuto solo a Roma, ma provenivano da città diverse.
La vera bellezza di questo libro sta nell’unicità delle esperienze raccontate. È – a mio vedere – il più bel saggio che ho mai letto sulle difficoltà che gli ebrei romani ebbero durante il periodo indicato; è molto interessante per tutti, in particolare per coloro che non conoscono le vicende degli ebrei romani, ma anche per chi – come me – le ha approfondite attraverso fonti diverse e sceneggiati trasmessi dalla Rai (non molto tempo fa ce ne fu uno, “Sotto il sole di Roma”, particolarmente efficace nel descrivere una storia svoltasi proprio nello stesso periodo).
È un libro che tutti dovrebbero leggere, e che permette di rispettare ed ammirare chi, a differenza di molti di noi, non ha avuto la vita facile ed è riuscito lo stesso a superare grosse difficoltà e ad affermarsi nel campo del “sapere”.



(Lavinio Ricciardi)








Silvia Haia Antonucci, Giuliana Piperno Beer, Sapere ed essere nella Roma razzista. Gli ebrei nelle scuole e nelle università (1938-1943), Gangemi, 2015 [ * ]


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UNA FOGLIA DI INSALATA E UN CHICCO DI RISO
post pubblicato in Cavara, Pietro, il 12 maggio 2016
  

Ho chiuso il libro "Una foglia di insalata ed un chicco di riso" di Pietro Cavara ed è calato un silenzio...pieno. Non ricordo, ne' voglio, le parole contenute nel romanzo; sento tuttavia la fragorosa cascata di struggenti sentimenti che non si è spenta, ma che ancora circonda ed abbraccia indicando un grande sentire espresso di volta in volta con semplicità ed intenzionalità carica di significati profondi e vivi. Questo libro è per me un inno alla vita: vita trascorsa con l'Essere che è riuscito a suscitare tanto amore e tenerezza infinita. 


(Italia Guerrisi)







Pietro Cavara, Una foglia di insalata e un chicco di riso, Aracne, 2016 [ * ]

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KEQROPS
post pubblicato in Diario, il 9 maggio 2016
 

Cecrope, che aveva un corpo dalla doppia natura di uomo e serpente, fu il primo re dell’Attica: quella terra, che prima si chiamava Acte, prese da lui il nome di Cecropia. Fu allora, dicono, che gli dei decisero di insediarsi nelle città, dove ognuno di loro avrebbe avuto il suo culto personale. Poseidone per primo si recò in Attica, vibrò un colpo di tridente in mezzo all’Acropoli e fece apparire un mare che oggi chiamano Eretteide. Dopo di lui venne Atena, che prese Cecrope come testimone del suo insediamento e piantò un ulivo. Scoppiò una contesa fra Atena e Poseidone per il possesso del territorio e Zeus volle comporla dando loro come giudici non già Cecrope e Cranao, come hanno detto alcuni, bensì i dodici dei. Essi decisero che il territorio fosse assegnato ad Atena, perché Cecrope testimoniò che la dea per prima aveva piantato l’ulivo. Atena diede quindi il suo nome alla città e Poseidone, furibondo, inondò la pianura di Tria e sommerse l’Attica intera.

(Apollodoro, Biblioteca, III, 14.1, trad. M.G. Ciani, Mondadori, Milano, 1996) 


In questa acropoli c’è un tempio di Eretteo, che si dice figlio della terra, nel quale si conservano una pianta di ulivo e una fonte di acqua salata, che, secondo la leggenda, avrebbero lasciato, a testimonianza del loro potere, Atena e Poseidone, quando erano venuti a gara per il predominio sul paese. Orbene, era successo che questo ulivo fosse incendiato dai barbari, insieme con il resto del santuario; ma il giorno dopo, quando gli Ateniesi salirono nel sacro recinto, videro che dal tronco era spuntato un germoglio, cresciuto ormai all’altezza di un cubito.

(Erodoto, Storie VIII, 55, trad. Piva, Gentili, La Nuova Italia, Firenze)


Il mito che quì soccorre è quello dell'autoctonia di Atene. Le sue molteplici versioni sono tutte incentrate sul racconto di come Pallade Atena sia divenuta la dea poliade della città e della nascita dalla terra dei re ateniesi, a cominciare da Cecrope ed Eretteo. Si tratta di un mito a cui attinge l'ideologia politica della democrazia ateniese per sostenere l'immagine della compattezza ed omogeneità della città, la sua purezza greca, i criteri fondanti le inclusioni e le esclusioni della cittadinanza democratica che rendono la polis un "club di uomini". La genealogia mitica risale ad un primitivo atto di fondazione da parte di Cecrope, eroe tellurico nato direttamente dalla terra, il cui corpo, dalle fattezze umane, termina con una coda di serpente. Ma perchè nasca realmente la polis devono fare la loro comparsa anche gli dei, con la successiva sacralizzazione di uno spazio a loro riservato. Questa divina occupazione del suolo prende, nel mito di Atene, la forma di una contesa fra Atena e Poseidone. Secondo la versione di Apollodoro, nel tempo in cui gli dei decisero di spartirsi tra loro le città per ottenerne il privilegio di un culto particolare, per primo arrivò in Attica Poseidone che con un colpo di tridente fece apparire nel mezzo dell'acropoli un mare. Dopo di lui giunse Atena, che vi piantò un olivo, chiamando Cecrope a testimone. Le due divinità iniziarono a contendersi il possesso dell'Attica. Intervenne Zeus che chiamò i dodici dei a giudicare a chi dei due spettasse la vittoria. Il loro giudizio fu favorevole ad Atena, grazie alla testimonianza di Cecrope, così Atena diede il suo nome alla città mentre Poseidone, irato, fece somergere dal mare tutta l'Attica. Con la vittoria di Atena e il suo installarsi sull'Acropoli si determina un nuovo inizio: nasce una stirpe regale generata dalla terra e dalla dea, ma senza che si violi il doppio tabù della verginità della dea e della discendenza "autoctona" secondo una linea esclusivamente maschile. Sempre secondo il racconto di Apollodoro, un giorno Atena fu concupita e inseguita da Efesto, che quando la raggiunse, nel tentativo di possederla, le eiaculò sulla coscia. Nauseata, Atena si ripulì con un bioccolo di lana che gettò a terra. Dal seme caduto a terra nacque Erittonio che, allevato nel recinto sacro di Atena, diede principio ad una nuova discendenza. Come si sa, un mito si presta ad una molteplicità di letture e di interpretazioni che si dispiegano su diversi livelli di realtà; per l'aspetto che quì ci interessa, il mito di Erittonio costruisce un'origine che, fondata sulla comune appartenenza alla terra, è in grado di garantire l'uguaglianza di tutti gli Ateniesi. Tutti figli della terra, gli Ateniesi sono tra di loro eguali: nessuno può vantare sull'altro una più antica ascendenza: sono omogenei: provengono tutti da una linea genealogica esclusivamente maschile confermata dal legame privilegiato con la dea Atena che, vergine, guerriera, artigiana - è la suprema tessitrice: il telaio e la spola erano suoi simboli quanto l'elmo e la spada - riassume in sè le funzioni di padre, madre e nutrice.

(Francesca Izzo, Le avventure della libertà, Carocci, 2016)


vedi quì e quì




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COME IL CIELO
post pubblicato in Lauramonte, Chiara, il 6 maggio 2016
 

Ho avuto il piacere di leggere, per espresso desiderio dell’autrice, valente pianista, quest’opera prima, che a mio parere è un grosso concentrato di emozioni. A cominciare dalla bellissima immagine di copertina, opera di un valente pittore palermitano, immagine che fa da corona al titolo, titolo che origina…ma facciamo ordine.
Cominciamo dalla storia, molto originale e insolita: il libro si snoda – di emozione in emozione – nel susseguirsi di vicende che caratterizzano la protagonista, una giovane ragazza inglese che abita in un piccolo borgo vicino Londra, Warton, alle prese con lezioni di pianoforte che le consentono di vivere.
Debbo dire subito che – al di là dell’originalità della storia – la vera protagonista del romanzo è la musica. La musica è il sottofondo di tutto quanto viene raccontato e descritto: storia, immagini, pensieri della protagonista…E non si parla solo della musica per eccellenza, quella classica, che serve di solito a formare la cultura base di chi suona il pianoforte; no, c’è anche spazio per la musica jazz e per i suoi cultori in questa storia.
Anticipato questo motivo di fondo, accenno solo appena alla storia. La protagonista – che appare sotto il falso nome di signora Smith – si chiama in realtà Roxanne Elgar. L’autrice ce la descrive attraverso dei flashback che riportano gli episodi passati della vita di Roxanne, e che si distinguono dalla vita reale di Roxanne perché scritti in corsivo. Da un’infanzia non proprio felice, si passa – per necessità esistenziale – ad un servizio presso una baronessa inglese…Ma, prima di entrare nella storia, c’è un prologo nel quale si fa cenno ad un’opera shakespeariana, “Il mercante di Venezia”, e da questo libro l’autrice trae spunto per raccontare la storia di Roxanne e di Alyssia. Già, perché le protagoniste sono due, in realtà; solo che la seconda compare dopo un po’ di tempo nella storia di Roxanne.
Questo parallelo tra vita reale adulta e infanzia–adolescenza di Roxanne è un po’ il supporto per tutta la storia. L’autrice può scoprire pian piano tutta la vita di Roxanne, e – più in la – l’apporto della vita di Alyssia, e il loro rapporto reciproco. Solo al termine del romanzo si comprenderà quale è stato il loro legame.
Le due pianiste cominciano assieme a suonare in pubblico, con pezzi sempre più impegnativi, e sono invitate a tenere concerti: il primo recital pubblico avviene ad Amburgo, dove avviene anche un episodio poco felice che turba il loro rapporto. Un doppio incidente: una storia amorosa che Roxanne dovrebbe avere con un altro pianista della Scuola di Musica di Londra, dove entrambe le amiche studiano, conosce una svolta perché Andrew, il protagonista maschile, si innamora invece di Alyssia. E – seconda cosa – il concerto che Roxanne e Alyssia portano ad Amburgo è lo stesso, quindi Roxanne suonerà un altro concerto…
Tutta la storia appare nel libro come raccontata da Roxanne ad una paesana, Dora Flanders, che le si presenta con un disco di Alyssia. Ma – come sempre faccio recensendo un libro (e a maggior ragione per un’opera prima) – non è mia intenzione raccontare l’intera storia e tantomeno commentarla. La storia è di per sé bella ed originale e parla da sola. Quanto dico quì è soltanto una certa somma di impressioni – e soprattutto di emozioni – che la lettura del libro di Laura mi ha prodotto. Ed anche un po’ di immedesimazione nelle vicende narrate, dati i miei studi pianistici nell’infanzia e adolescenza.
Ci sono nel libro vari passaggi che mi hanno colpito. A cominciare dal titolo, originato da una frase con la quale Alyssia spiega a Roxanne perché le vuole tanto bene, e paragona il suo sentimento al cielo. E anche la rappacificazione delle due amiche dopo l’incidente di Amburgo, incidente del tutto inessenziale e che viene subito dimenticato, dato il successo delle rispettive audizioni.
Non parlo della seconda parte e del finale della storia: dirò solo che è molto avvincente e inatteso. Il tutto, svolto all’ombra delle lezioni di piano che Roxanne dà a Lucy, la sua giovane allieva.
Appena sarà edito, mi piacerà consigliarne la lettura sia ad amanti della musica, sia a lettori comuni, magari stanchi delle solite storie piatte e senza originalità. 


(Lavinio Ricciardi)








Laura Chiaramonte, Come il cielo, ebook, 2016 [ * ]

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CITIZENFOUR
post pubblicato in Diario, il 2 maggio 2016

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CAMPO DEI FIORI
post pubblicato in Bucciantini, Massimo, il 29 aprile 2016
 

Il libro è un saggio storico, che racconta, con dovizia di particolari, come nacque e si sviluppò l’idea di erigere un monumento al filosofo di Nola, proprio nel luogo ove egli fu messo al rogo come eretico dal Sant’Uffizio.
Un saggio molto ben documentato (consta di 46 pagine di note, più che altro citazioni di documenti, e 15 pagine di riferimenti bibliografici), in cui la storia è riportata in forma di cronaca, da un autore estremamente attento a tutti gli sviluppi che la vicenda ha avuto negli anni. Si parte dal 1865, a Napoli, per arrivare ai nostri giorni. Per chi volesse studiare le vicende di fine Ottocento, il libro è – a mio avviso – un ottimo punto di partenza.
La storia di questo monumento si lega a filo triplo con la storia del movimento anticlericale, preesistente ai fatti che portarono alla costruzione del monumento, in riconoscimento del valore di filosofo attribuito al frate di Nola. Movimento fortemente contrastato dalla curia romana e dal papato dell’epoca, ma che nulla poté opporre al fatto che – nella seconda e decisiva fase – il movimento pro-Bruno potesse avere un potente sostenitore in Crispi, all’epoca capo del governo.
Chi scrive non è un grande amante della storia, ma – un po’ per la novità della vicenda, che dubito sia presente in molti libri di storia per i licei, un po’ per la semplicità e la chiarezza con cui l’autore racconta queste vicende – ha trovato interessante e per nulla faticosa la lettura di questo saggio. Al netto delle premesse (ventiquattro pagine), il testo è di 313 pagine, piuttosto fitte: alcuni capitoli sono alleggeriti dalle illustrazioni (35 in totale).
Il tentativo di erigere questo monumento ebbe una prima tornata con una raccolta di fondi promossa da un gruppo di studenti della Università La Sapienza: questo primo tentativo, pur con il successo della raccolta, non andò a buon fine. Questo primo movimento fu quello dei cosiddetti “ragazzi del ‘76”, ed era capeggiato da due studenti, Adriano Colocci e Alfredo Comandini. Entrambi erano ferventi ammiratori del loro professore, Antonio Labriola. Durante questa fase furono eretti al Pincio 30 busti di italiani illustri, tra i quali figurò anche Giordano Bruno. Dopo questa iniziativa, Labriola e altri, tra i quali Pietro Cossa, Luigi Castellazzo e Raffaello Giovagnoli, scrittori abbastanza noti a quei tempi, portarono avanti il tentativo. Ad essi dette man forte un ebreo francese, Armand Levy. E l’iniziativa cominciò ad essere appoggiata dalla loggia massonica.
Purtroppo per i “Bruniani”, l’iniziativa ventilata del monumento ebbe tra gli oppositori proprio il Comune di Roma. Per ragioni di brevità, non entro nel merito di come l’iniziativa, che aveva prodotto una sottoscrizione internazionale pro-monumento, la si dovette abbandonare. Così, dopo questa prima vicenda che occupò circa quindici anni, si giunse alla costituzione di un secondo comitato, che – con alterne vicende – cominciò ad operare nel 1884. La ripresa delle iniziative fu promossa da uno studente bolognese, Giuseppe Vernazzi, che promosse assemblee studentesche e riaprì la sottoscrizione per il monumento. Ci vollero quattro anni di intensa attività e raccolta di nuovi fondi per raggiungere l’obbiettivo di affidare la costruzione della statua bronzea allo scultore Ettore Ferrari.
Considero il saggio di interesse non solo storico, ma anche etico e politico a un tempo: gli studenti, poi il comitato promotore, videro nel monumento a Giordano Bruno un incentivo alla libertà di pensiero e di espressione. E – una volta che Francesco Crispi fu eletto a capo del governo, e che “sponsorizzò” (come si direbbe oggi) l’iniziativa, sia la sottoscrizione che le adesioni formali fecero in modo che il 9 giugno 1889 la statua fosse inaugurata, al posto in cui figura oggi, in Campo dei Fiori. Decisiva fu – contro le opposizioni – la vittoria alle elezioni politiche del partito di Crispi.
Mi fermo qui: se quanto ho accennato interessa chi legge, lo invito a leggere il saggio. Sicuramente concorderà con me circa l’interesse che queste vicende suscitano in chi – non immedesimato nella vita dell’epoca – difficilmente potrà trovare traccia di questa vicenda nei documenti ufficiali. Il rispetto delle autorità politiche – comunali e nazionali – per l’istituzione ecclesiastica non poteva incoraggiare una iniziativa che comunque era diretta contro il clero e il clericalismo allora imperante.
Considero il saggio di interesse non solo storico, ma anche etico e politico a un tempo: gli studenti, poi il comitato promotore, videro nel monumento a Giordano Bruno un incentivo alla libertà di pensiero e di espressione. E – una volta che Francesco Crispi fu eletto a capo del governo, e che “sponsorizzò” (come si direbbe oggi) l’iniziativa – sia la sottoscrizione che le adesioni formali permisero che il 9 giugno 1889 la statua fosse inaugurata, al posto in cui figura oggi in Campo dei Fiori. Decisiva fu – contro le opposizioni – la vittoria alle elezioni politiche del partito di Crispi.
La storia della costruzione del monumento è ricca di particolari: nel basamento figurano otto medaglioni, con personaggi di spicco come Galilei, Campanella e altri “eretici”, tra cui Huss, altro filosofo che finì sul rogo. Anche qui, smetto di sottolineare particolari, perché solo la lettura del libro consente di avere una visione di assieme delle vicende.
Vicende che l’autore continua a descrivere anche dopo l’erezione del monumento. La curia e il Papato non restarono indifferenti al monumento e cercarono in ogni modo di farlo abbattere. Per fortuna senza riuscirvi. L’autore arriva così a raccontare tutte le storie, fino al papato di Karol Wojtyla, primo papa che ammise la possibilità che la Chiesa avesse sbagliato nei confronti di Galileo e non solo.
L’opera di Bacciantini – che insegna storia della scienza all’Università di Siena – costituisce a mio parere un ottimo esempio di come narrare la storia di un episodio consenta di immaginare e addirittura osservare i costumi esistenziali di un’epoca.



(Lavinio Ricciardi)








Massimo Bucciantini, Campo dei Fiori, Einaudi, 2015 [ * ]
UNA FOGLIA DI INSALATA E UN CHICCO DI RISO
post pubblicato in Cavara, Pietro, il 26 aprile 2016
 

Se, contrariamente alle idee fatte, gli uomini non avessero mai se non la vita che meritano?
(Jean-Paul Sartre)

Richiesto dall'amico Pietro Cavara di recensire questa sua commossa rimemorazione della madre, scritta a caldo con un tono un po' affannato dopo la morte, mi rendo conto, non potendo arrivare a nessuna conclusione, di dovermi accontentare di riunire sensazioni e spunti, inadeguati rispetto all'argomento trattato, col rischio di sovrapporre mie impressioni, non lontane da quelle rIportate nel libro, derivate da un'analoga esperienza personale alcuni anni fa. 
Il novero delle possibilità è chiuso con la morte. Tuttavia l'autore si concede un retorico scampolo di allocuzione: "Perdonami se talvolta ti ho fatto del male". Il colloquio con il defunto si finge la possibilità di una risposta: "Ti supplico: dimmi che ci sei ancora!". E' un'allucinazione che fa da introibo al testo, nell'impossibilità di accettare l'inaccettabile, nella confusione di una ridefinizione dalle fondamenta della propria vita. Ma l'insufficenza delle forze è aggirata dal senso di colpa, nell'illusione di un'espiazione che riporti l'equilibrio. "In fondo sono stato pessimo tante volte, per stupidità, incomprensione, meschinità. Mi hai perdonato, lo so, me lo hai detto. Ma io non ho perdonato me stesso". [ * ]
In realtà appare che nonostante l'accettata simbiosi tra madre e figlio, esistesse tra loro un rapporto codificato, basato su convenzioni non esplicite, che salvaguardava da vicendevoli sopraffazioni e con ruolo arbitrale da parte del padre. Il genitore assente riverberava sul figlio la dimensione autoriale, ma la cura dell'eredità paterna non veniva ad adombrare l'autonoma creatività dello scrittore, che sapeva sdoppiarsi nelle due funzioni. E questo sembra essere stato uno dei contrasti ab aeterno tra madre e figlio, rimproverato di aver preso le parti del padre.
Si ha l'impressione di un grande movimento retorico, con cui viene depotenziato il dramma per venire a capo di un'improvvisa ed inaudita assenza. E' questa l'ultima complicità postuma con la madre, se in Cavara è fortissimo l'elemento autoriale: il rispecchiamento reciproco di essere lei la madre di uno scrittore e di essere lui scrittore per la madre.  [ * ] 
Uno degli assunti impliciti del libro è che ci sia un'unica donna che compendia tutte le altre ed è la madre. "Senza te sono perduto, come un bambino terrorizzato. Nessuno può compensare la tua presenza, nulla può riempire il calore della tua anima generosa. Nulla, senza te, può aver vita". Forse si potrebbe dire che esiste un unico rapporto mimetico con un corpo di donna. Le descrizioni che fa Pietro di una matrice esclusiva sono notevoli ed inequivocabili. "Avrei voluto massaggiarti ogni volta che me lo avessi chiesto mentre stavi a casa, assaporando quella sensazione meravigliosa del tuo corpo quando insieme avevamo ritrovato la serenità". * ] [ * ]
Ho l'impressione che i momenti migliori del libro siano quando il suo andamento diventa più oggettivo, l'autore mette tra parentesi l'onda delle proprie emozioni, e descrive momenti biografici della vita della madre, soprattutto da giovane, o guarda a sè stesso con gli occhi di lei. "Ma non ero probabilmente come avresti voluto. Ero ridicolo, di più: impresentabile ai tuoi occhi".
Ma dietro alla propria immagine dimessa l'autore punta diritto al milieu borghese degli anni '50 del padre e della madre, introvabile o geneticamente modificato. E' a questo universo fuori tempo che Cavara si mantiene fedele, quasi a volerne strenuamente supportare l'esistenza postuma. Questo atteggiamento spiega le tirate contro l'attualità, che sono a mio parere da prendere molto sul serio, nonostante l'indulgenza con cui Pietro alle volte vi si adagia. "Ma era il mondo attorno a noi a mostrarsi minaccioso. Quel mondo che non abbiamo più voluto comprendere e non abbiamo più potuto apprezzare", "E' quel mondo odioso e necessario fuori di noi che si intrometteva nei nostri rapporti, che attraverso me faceva di te un capro espiatorio": sono frasi forti, che non si spiegano soltanto con il rancore per il mondo esterno verso cui madre e figlio non riuscivano più ad aprirsi. C'è un giudizio di valore su questo mondo a cui se ne contrappone un altro delle origini. E' una scelta ideologica che dà ragione della regressione verso la madre. Perchè - è quasi inutile ribadirlo - tutto ciò che allontana dalla madre è un disvalore.  
E si potrebbe anche datare la fine delle origini, coincide con la morte del padre all'inizio degli anni '80. Da quì comincia la mutazione genetica ma anche l'arroccamento di Cavara sulla figura del padre, che un po' protegge e un po' minaccia (la madre forse era anche spaventata da questa protervia del figlio). Ma, in verità, quale altra scelta si offriva a Pietro? 
Pietro Cavara non è una natura drammatica. Il libro, pur nella contraddittorietà di una situazione di crisi, ha un andamento musicale, leggero, senza alti e bassi vertiginosi. Anche l'immagine che ogni tanto l'autore dà di se come personaggio scontroso, irascibile, trascurato, sempre in qualche modo arrancante rispetto alla vita, appare autogiustificatoria e divertita. E non c'è la cattiveria di imputare al rapporto con la madre l'evoluzione della sua personalità. Dà per scontato il proprio malessere, che se accresce d'intensità spirituale non permette poi di godersi la vita con facilità. E' una delle contraddizioni dell'autore: il proprio fatuo male di vivere. 
Il libro ha come qualcosa di non ancora sufficientemente sbozzato, riflesso dell'immediatezza con cui è stato scritto, ma questo è un problema stilistico, sebbene questa recensione abbia voluto affrontarne gli aspetti contenutistici. La bellezza del libro sta nel prendere respiro dopo un lungo affanno, nell'assoluta sincerità che lo pervade, come un refolo d'aria che entri da una finestra aperta dopo molto tempo in una casa vuota, percorrendo tutti gli interstizi. 
Si può prevenire la facile accusa che il rapporto di Pietro con la madre sia stato tremendamente possessivo e riflessivo, come è testimoniato da tutto il racconto del libro. Una schiavitù addossatasi fatalisticamente dal figlio e in realtà senza recriminazioni. C'è da chiedersi cosa avrebbe potuto infrangere lo specchio se non una separazione traumatica, ma allora sarebbe stato troppo tardi. Il fatto è che l'esperienza è solo un fatto ex post ed è cosa diversa da immaginazioni e possibilità.
Non me la sento di entrare nel merito del risvolto teologico, perchè nel libro c'è anche questo. Lasciandosi andare al flusso rabdomantico delle riflessioni e delle emozioni, guidato dalla ricerca della verità, l'autore ha come eretto un tronco con tanti rami che si protendono in varie direzioni e a diverse altezze, approdando nel vago come gesti interrotti. Quindi gli spunti nel libro sono moltissimi. Anche in campo religioso con la riflessione stupefatta sui cimeli della madre o le considerazioni nebulose sul bisogno di una dimensione ulteriore che potrebbe permettere un reincontro o sul silenzio della divinità. Sembra adombrato che è la struttura intellettuale dell'uomo che porta in questa direzione, con un procedere nel vuoto per livelli e innalzamenti ulteriori.
Hannah Arendt, tornata per un viaggio in Germania dall'esilio negli Stati Uniti negli anni '60, fu intervistata dalla televisione tedesca. Alla domanda su cosa fosse rimasto per l'umanità dopo Auschwitz, rispose un po' sibillinamente che era rimasta la lingua materna. Cioè era rimasta la nascita e una linea matrilineare. E quindi un futuro. * ] Ciò che non piace e inquieta in tematiche di cui oggi si parla molto come quella della maternità surrogata, su cui ci si è soffermati in un altro post di questo stesso sito, è proprio la rottura della linea matrilineare. Però leggendo il libro di Pietro Cavara mi viene da fare un'altra domanda: "cosa rimane dopo la madre?". Temo che non ci sia nessuna risposta, dopo la madre non c'è nulla. Per un figlio maschio, poi, se la perdita del padre significa sostituirsi alla sua figura, pure con tutti i distinguo possibili e quindi realizzarla in sè, con la madre si tratta soltanto di una perdita senza sostituzione.
Per quanto queste pagine siano scritte a caldo, s'intuisce che la tenerezza della madre va illanguidendosi mentre ad emergere appare invece proprio il cattivo umore, la scontrosità, l'incomunicabilità con la madre di cui Pietro tanto si affligge. E' inconfessato il fatto che quei comportamenti inappropriati fossero terribilmente profetici, anticipavano anzi rivendicavano una vita dopo la madre. Forse si faceva una colpa alla madre di questa vita postuma senza di lei. E il senso di colpa di essere sopravvissuti lo si sconta ampiamente vivendo. Da quì il carattere aporetico del libro che non cerca soluzioni. "La 'normalità' che mi appresto a raggiungere è come una condanna. Mi convinco che nulla sarà più come prima, che potrei ancora non farcela e mi immagino il tuo sorriso che invita alla ragionevolezza, a quella 'normalità', appunto, che è il prezzo per seguitare a vivere nella lontana speranza. Ogni volta che la sento mi rigetta però nell'angoscia, nel suo contrario 'apparente', nella paura del nulla".  
A lettura ultimata rimane ancora il pesante senso di rammarico di non essere stati in vita all'altezza della madre, di averla cannibalizzata, di non averla valorizzata come meritava. Si potrebbe rispondere che non poteva che essere così, il rapporto era bilaterale, che anche la madre operava in modo complementare, che era un destino di sacrificio da entrambi i lati. Tuttavia legami così forti e strutturali sciolti così rapidamente lasciano molte domande. Sul senso del tempo costretto ad una conversione all'indietro, sul corpo femminile che dà la vita in un'illusione di eternità ma poi recede anch'esso. Tutti quesiti senza risposta che questo libro tocca quasi involontariamente a partire da una sconvolgente esperienza autobiografica, senza negarsi a nessuno di essi, mettendo l'anima dell'autore a nudo nella tradizione della migliore letteratura.



(Carlo Verducci)








Pietro Cavara, Una foglia di insalata e un chicco di riso, Aracne, 2016 [ * ]

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MAGGIO DEI LIBRI
post pubblicato in Diario, il 22 aprile 2016

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FARE MEGLIO CON MENO
post pubblicato in Casu, Andrea, il 15 aprile 2016


Consiglio la lettura di questo interessante libro che tocca importanti problemi relativi a politica, psicologia cognitiva e sociale, economia comportamentale, sociologia. Non è un saggio “pesante”, tutt’altro. La lettura è gradevole e scorrevole sia per la buona scrittura, chiara e precisa allo stesso tempo, sia per l’uso frequente di similitudini e di esempi esplicativi riguardanti situazioni reali. Un libro utile a combattere stereotipi e luoghi comuni riguardo la politica, le nuove tecnologie e i cambiamenti possibili. Partendo da un’amara realistica considerazione: “...le macchine burocratiche continuano a essere costose, poco funzionali, non semplificate, non trasparenti, con servizi al cittadino di basso livello…” e…“...le riforme si arenano in un groviglio di formalismi giuridici e amministrativi…”.
L’autore espone la teoria dei nudges e ci fa sperare in un futuro dove la burocrazia sarà semplificata e digitalizzata, dove i fenomeni di corruzione verranno “curati” alla nascita e dove la politica non sarà asservita ad interessi di pochi.
Un nudge – spinta gentile - è uno strumento di intervento dolce, che non impone o vieta nulla e garantisce l’autonomia di scelta individuale per stimolare comportamenti virtuosi, allargare le buone pratiche, educare. Le parole-chiave di questo libro sono: organizzazione, partecipazione pubblica, integrazione, innovazione. A queste, più volte citate, ne aggiungo una sottintesa: educazione. In realtà, la pratica educativa di favorire comportamenti positivi favorevoli a se stessi e al gruppo attraverso “spinte gentili” nella scuola è utilizzata quotidianamente da molti insegnanti. Se l’alunno impara a comportarsi correttamente non solo in risposta a imposizioni e divieti ma perché ha capito le motivazioni che ne sono alla base, sarà un’autonoma scelta individuale e sarà per sempre.
Il primo capitolo del libro parla soprattutto di riorganizzazione strutturale e gestionale delle pubbliche amministrazioni ma il filo rosso che collega tutti i capitoli è il giusto rilievo dato alle tecnologie e soprattutto a quelle dell’informazione. Esse condizionano pesantemente “le nostre azioni, percezioni, intenzioni, la nostra moralità, anche la corporalità…” e possono nascondere pericoli (come l’infobesità…) ma possono portare numerosi benefici nella gestione della pubblica amministrazione e di conseguenza nella vita di ciascuno di noi. Fra i nuovi diritti di cittadinanza c’è il diritto all’uso delle tecnologie telematiche per semplificare attività come i pagamenti on line, il voto elettorale elettronico e per espletare adempimenti amministrativi di vario tipo…per una maggiore informazione e trasparenza, per migliorare la comunicazione e la partecipazione attiva, per migliorare la qualità della vita, per risparmiare. 
Per “fare meglio con meno”.


(Luciana Raggi)








Andrea Casu, Fare meglio con meno, Franco Angeli, 2015 [ * ]


vedi quì


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UNA FOGLIA DI INSALATA E UN CHICCO DI RISO
post pubblicato in Cavara, Pietro, il 13 aprile 2016
 

Questo è un sincero racconto autobiografico. Un libro interessante che l’autore ha scritto subito dopo la morte della madre, per beneficiare del potere che la scrittura ha di comprendersi, di chiarire e di fermare per sempre ciò che sul momento appare importante e fondamentale. Scritto con una fatica che s’intravede ma viene in parte nascosta da parole che ci avvincono e ci rendono partecipi dei sentimenti e delle emozioni dell’autore in un flusso che s’avvale anche di ripetizioni e di immagini ricorrenti suddivise in brevi capitoli. Una scrittura frammentata come i pensieri e i ricordi che si avvicendano in dialogo fra loro. 
A pagina 90 l’autore ci svela uno dei motivi per cui ha scelto di scrivere “a caldo” senza lasciare decantare il dispiacere per la perdita della madre: “se mi distraessi troppo, rischierei di dimenticare di soffrire per te e questo non lo voglio”. Scrivendo, dunque, non rischia di dimenticare. Sono convinta, dato che madre e figlio erano legati da profondi affetti reciproci, che ciò non sarebbe avvenuto anche in assenza di questo libro, tuttavia mi piace che Pietro Cavara sottolinei anche questa importante funzione della letteratura autobiografica. A pagina 155 dice: “quando scrivo di te sento una parvenza di benessere: dev’essere l’idea di fissare i ricordi, di farti rivivere per me e per gli altri fronteggiando l’oblio, come un esorcismo volto ad infondermi un po’ di coraggio”.
La funzione salvifica della letteratura è proprio questa e, una volta che si ferma sulla carta, come dice l’autore “Il pensiero di ciò che è stato non può morire”.
L’autore è molto severo nel giudicarsi, dice di sé che è troppo cupo…poco tollerante, a volte incazzato come un indemoniato…pone l’accento soprattutto sull’eccesso d’insofferenza e sull’eccesso d’amore. Mi sembra troppo severo con se stesso e, riguardo a queste caratteristiche, come giudicare se non c’è misura oggettiva?…Io tenderei a giudicare positivamente sia l’uno che l’altra, essendo l’eccessiva tolleranza sintomo d’indifferenza e di mancanza di spirito critico, socialmente deprecabile, così come un difetto in capacità d’amare mi pare più grave di un eccessivo amore. In questo rapporto fra il figlio e la madre, che in certi momenti è stato conflittuale come è naturale che sia ogni rapporto fra chi condivide la quotidianità, mi sembra importante e significativa la capacita di Pietro di valorizzare e di assorbire la dolcezza della madre. 
Mi ha colpito la concretezza di certi aspetti collegati al dolore. Ad esempio la domanda: “Come riconoscerò il tuo corpo spirituale?”.
Il tema della morte si collega spesso a riflessioni sul tempo: 
“Ho sottovalutato il tempo in tutti questi anni che abbiamo vissuto insieme, dimenticando la nostra naturale decadenza, il nostro lento morire”. Utile riflessione sul passato per elaborare il lutto, per affrontare il futuro esorcizzando paure che sento di condividere con l’autore: la paura del nulla e la paura di una normalità che a volte sembra una condanna.



(Luciana Raggi)







Pietro Cavara, Una foglia di insalata e un chicco di riso, Aracne, 2016 [ * ]

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L'ANIMA DEL CORPO
post pubblicato in Muraro, Luisa, il 13 aprile 2016


In un agile libretto da poco pubblicato - meno di cento pagine - la filosofa Luisa Muraro affronta un tema che è al centro del dibattito di questi giorni: l'utero in affitto. Ne parla in un modo non polemico, senza pretendere di proibire, ma invitando alla riflessione. Pensiamo bene, dice, prima di incamminarci su strade che si allontanano dal sentire profondo su cui si basa la nostra civiltà. Non si può fare di una persona un mezzo, quindi una donna non può essere considerata un semplice contenitore; non si compra e non si vende la materia vivente, quindi non si può far nascere una nuova creatura tramite un contratto di natura commerciale. Ci guida la consapevolezza che più volte, in un recente passato, sono stati possibili lapsus, scivolamenti, errori. L'autrice cita a questo proposito l'eugenetica, coltivata in ambienti scientifici del Nord Europa e degli Stati Uniti e sfociata infine in un genocidio, e la fabbricazione delle armi atomiche, che ha portato a un passo da una guerra nucleare. "Ci sono strade che non bisogna prendere, ci sono ponti che che non bisogna attraversare, ci sono possibilità che non bisogna cogliere" dice Luisa Muraro citando un antico detto cinese.
Il libro ci invita a pensare ad una particolarissima relazione: quella tra la donna che diventa madre e la piccola creatura che dovrà nascere. È uno scambio potente che traccia una strada da percorrere insieme: dal portare-venire alla luce, ad insegnare-imparare a parlare, senza soluzioni di continuità. A volte per qualche motivo questo processo si interrompe. Ma non possiamo accettare che il taglio possa essere deciso in modo programmato, solo per rispondere al desiderio di gentorialità di eventuali committenti. 
"Il desiderio è una grande potenza, come i soldi, ma più misteriosa e meno razionale (...) Il punto di vista di chi ha un vivo desiderio non può essere ignorato. (...) Con la surrogazione la creatura arriva in forza del desiderio degli aspiranti genitori, per mezzo dei loro soldi."
La tecnica e il mercato, alleandosi col desiderio dei committenti, assumono in questo processo un ruolo essenziale. Gli esiti, però, potrebbero essere incontrollabili. Sarà messa a rischio la relazione materna ed anche la ricerca di un nuovo e più ricco senso della paternità.
Si sente dire spesso che la maternità surrogata sarebbe per le donne che si prestano a tale pratica una libera scelta. Per l'autrice, invece, la surrogazione non è altro che una nuova forma di subordinazione alla legge del patriarcato e del mercato e una artificiosa interruzione della relazione della creatura piccola con la madre. Una strada che non si deve intraprendere. 
La maternità surrogata, detta anche MPA oppure utero in affitto, è proibita dalla legislazione italiana.



(Rita Cavallari)







Luisa Muraro, L'anima del corpo, La Scuola, 2016 [ * ]

UNA FOGLIA DI INSALATA E UN CHICCO DI RISO
post pubblicato in Cavara, Pietro, il 7 aprile 2016
 

Recensire un libro come questo di Pietro Cavara è cosa non facile. Non mi era mai capitato di leggere un libro come questo, in cui le emozioni la fanno da padrone. Il tema rammentato nel sottotitolo è adatto a far pensare ad un diario, un libro di ricordi: ma nel libro di Cavara c’è molto, molto di più!
All’inizio non immaginavo che il libro fosse quello che ho scoperto dalla sua lettura: ma già la dedica dell’autore (Alla memoria di mio padre – Al sentimento materno – Alle Madri) lasciava pensare che non si trattasse solo di un libro di ricordi.
Comincio a descriverlo: il libro è composto da capitoli brevi, ed è abbellito da una decina di immagini della madre dell’autore. L’immagine di copertina è un dettaglio di una di quelle inserite nel libro, e queste immagini (con un titolo che le richiama nel testo) sono state inserite dall’autore in punti “strategici” della narrazione, quasi sempre citate nel contesto vicino al quale si trovano. C’è una prefazione, scritta da Luca Petricone. Ma quel che mi preme sottolineare è la premessa dell’autore, che segue la prefazione e che spiega alcune delle ragioni del libro, facendone risalire l’origine all’eccezionalità della madre. Il loro rapporto, ci dice Cavara, era improntato a “un candore e un’intesa fanciullesca che ho sentito il bisogno di raccontare”. È la storia di una donna “dall’animo grande e dal sorriso gentile…una madre indimenticabile che lascia nel mio animo sperduto tanto rimpianto”.
In realtà, leggendo il libro, quello che è eccezionale non è solo la visione che Cavara ha della mamma, ma proprio il loro rapporto. Un rapporto che una brusca malattia, con necessità di operazione chirurgica, interrompe. Un rapporto, però, molto complesso e articolato, che costituisce – a mio avviso – il vero nocciolo del testo di Cavara, come lui stesso afferma nella premessa. L’operazione, come in molti casi accade, non riesce a mantenere in vita la madre. E il libro di Cavara origina proprio dal momento in cui lascia l’ospedale, dopo la dipartita della madre.
Il linguaggio usato e i momenti descritti caratterizzano questo rapporto madre-figlio come un rapporto privilegiato, che Cavara attribuisce all’eccezionalità della madre ma che – a mio avviso – è merito di entrambi. E le scelte tipiche fatte dall’autore dopo la scomparsa del padre, come la rinuncia ad andare all’estero per evitare che la madre rimanesse da sola, mi hanno rammentato un’analoga scelta fatta da me a diciotto anni: rinunciai allora ad una borsa di studio negli USA proprio per non lasciare soli i miei genitori.
Il libro è ricchissimo di passaggi e pensieri decisamente ottimi. Come (pag. 175): “…la tua presenza-assenza, la tua esile e generosa persona mi ricordano che il pensiero di ciò che è stato non può morire”.  O come il fatto che l’autore chiama sua madre in molti punti con le stesse parole con cui lei lo chiamava: “…piccolo mio…”. Ma non voglio citare altro di un libro che – a mio avviso – va letto lentamente e con attenzione: solo così si possono cogliere appieno sfumature di questo dialogo madre-figlio che mettono a nudo i sentimenti che lo animano. Un libro che mi sento di consigliare a tutti.



(Lavinio Ricciardi)








Pietro Cavara, Una foglia di insalata e un chicco di riso, Aracne, 2016 [ * ]

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ARNA'S CHILDREN
post pubblicato in Diario, il 5 aprile 2016

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GLI ANNI AL CONTRARIO
post pubblicato in Terranova, Nadia, il 31 marzo 2016

Un libro strano per i lettori anziani (come me). Una storia tipica dei nostri tempi, allo stesso tempo attuale e piena di incognite, soprattutto da parte del protagonista, Giovanni.
La Terranova è al suo primo romanzo, e – a giudicare dalla buona impostazione della storia – è molto attenta a soddisfare le aspettative dei lettori di ogni età.
Il romanzo racconta la storia di un ragazzo e una ragazza, che inizialmente non si conoscono, partendo dalla loro infanzia, e via via proseguendo fino agli studi universitari, che li fanno incontrare e li portano a decidere di sposarsi.
Tutto parrebbe progredire a dovere, quando il protagonista, Giovanni, comincia a far uso di droghe. La cosa avviene casualmente, ma – purtroppo per lui – prosegue al punto che, d’accordo con i genitori, decide di entrare in comunità per disintossicarsi.
Qui mi fermo nella narrazione. Aggiungo soltanto che – nel frattempo – Giovanni e Aurora hanno messo al mondo una bambina, Mara.
La vicenda raccontata è un po’ l’immagine della vita che permeava il nostro paese negli anni ’70: anni “al contrario” per come erano vissuti dai loro protagonisti. Un’immagine abbastanza veritiera nel modo in cui la Terranova ci porta con se nel procedere della storia di Giovanni e Aurora. Ci sono tutti gli elementi che caratterizzavano quegli anni: la precarietà delle scelte, spesso “di maniera” e senza solidità alle spalle, la vita di tutti i giorni, strana e spesso contraddittoria e via dicendo.
La vita di Giovanni, che neppure la comunità riesce ad allontanare completamente dalla droga, subisce grosse modifiche. Dal suo affetto per Mara, molto ricambiato, perché il papà non è visto tanto spesso come la mamma, si passa alla vita da divorziato, visto che Aurora decide di non volerlo più accanto.
Ed è Mara a far sopravvivere il rapporto familiare col padre. Questo è il fatto importante che caratterizza la vita di Giovanni da separato. Il linguaggio che l’autrice adopera è efficace e allo stesso tempo semplice e scarno. Come opera prima non c’è male davvero. La lettura del libro è piacevole e mai alcuna vicenda viene presentata con l’intenzione di turbare il lettore. La Terranova è un’ottima cronista della sua storia.
C’è una sorpresa finale che riguarda l’io narrante. Non dico altro, ma certo questo piccolo artificio rende ancor più fruibile il libro rispetto al semplice racconto dei fatti. Pur non considerandolo eccezionale, lo consiglio nella lettura a tutti.




(Lavinio Ricciardi)








Nadia Terranova, Gli anni al contrario, Einaudi, 2015 [ * ]

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UNA COSA COSI' LA DEVO AVERE ANCH'IO
post pubblicato in Diario, il 19 marzo 2016
 

Albert Mertz, Una cosa così la devo avere anch'io (So ein Ding muss ich auch haben), 1961 [ * ]

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NEVER SORRY
post pubblicato in Ai, Weiwei, il 13 marzo 2016

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