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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
UN FOULARD GIALLO
post pubblicato in Paliani, Annarita, il 22 dicembre 2011

Un foulard giallo di Annarita Paliani è un libro che si legge volentieri dall’inizio alla fine.
Raccoglie racconti brevi dove personaggi e situazioni costruiscono un campionario di contraddizioni e di dubbi che ben definiscono l’età contemporanea.
I protagonisti vivono situazioni che sono particolari ma provano sentimenti assolutamente condivisibili: per questo il lettore sa riconoscersi dentro queste storie.
C’è la solitudine, nel racconto che dà il titolo al libro “Un foulard giallo” e in “L’ancora” dove uno psichiatra, abituato ad ascoltare per lavoro, sente all’improvviso il desiderio di un amico che lo ascolti.
“Il portapacchi”, che ha il sapore di un racconto autobiografico, rappresenta bene  l’amore per il padre,  risvegliato  prepotentemente da un particolare insignificante …
Tre racconti, "Lucia", "Lorenzo" e "Cècilie" fanno parte di un’unica storia. I narratori sono interni e sono i due protagonisti, due amanti che per caso, dopo molti anni, si incontrano a Parigi e riferiscono i ricordi, ognuno secondo il proprio punto di vista. L’inizio e la fine sono raccontati da Lorenzo nel primo e nel terzo racconto, mentre in “Lorenzo” è Lucia che parla. Il loro rapporto era durato poco ma aveva lasciato un segno. E aveva lasciato anche un figlio, che Lorenzo incontrerà a Venezia, la città dove il breve idillio si era consumato.
Leggendo le storie di questo libro si sente che l’autrice ama il cinema: mentre scrive sembra avere davanti agli occhi una scena che costruisce man mano come un bravo regista sul set cinematografico. Le descrizioni sono sempre molto belle, richiamano un’atmosfera e sono importanti per dar corpo alle parole. Come esempio riporto frasi tratte da “Lucia” (pag. 27 - 28) :
“Era un giorno piovoso di settembre, lei aveva un cappottino aderente come andavano di moda all’epoca, con le calosce, scarpe d’ordinanza veneziana. Era bionda, con i capelli lunghi, un po’ mossi. Era bellissima, almeno per me…”
“anche attraverso quel buio, che poi buio non era, vidi il suo giovane corpo fragile, ma forte al tempo stesso. Era magra da far paura, proprio per mancanza di cibo. Aveva però una grazie e una sinuosità tanto femminili e aveva un seno grande che mi faceva impazzire.”
La scrittura di Annamaria Paliani è caratterizzata dall’uso di frasi molto brevi e dall’impiego frequente di ripetizioni di parole e/o frasi. Come l’anafora e la pausa nella poesia costruiscono  oltre all’armonia il giusto peso che ogni parola deve assumere nel contesto generale, così queste particolarità stilistiche nella prosa dell’autrice danno alle sue storie una forza e una vivezza che s’imprimono facilmente nella memoria del lettore.
A dimostrazione di quanto ho appena sostenuto propongo la lettura del racconto “Il telefono” (pag. 14), e dei racconti di pag. 19, ma solo per cominciare, perché ogni storia di questo libro merita di essere letta…

 

(Luciana Raggi)

 

 

 

Annarita Paliani, Un foulard giallo, Il Filo, 2011 [ * ]


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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 22/12/2011 alle 12:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
VIRGINIA BUFFA
post pubblicato in Tonelli, Valentina, il 17 dicembre 2011

Ho avuto modo di assistere – presso la Biblioteca Comunale di Villa Leopardi – alla presentazione di questa piccola ma deliziosa opera, che l’autrice ha voluto per rendere omaggio alla sua bisnonna. L’opera che è stata presentata non soltanto ai lettori del Circolo, di cui fa parte Luciana Raggi, che ha introdotto l’autrice assieme a sua figlia Giovanna Valori, ha visto l’accoglienza di una numerosa platea di attenti ascoltatori.
La mia prima impressione, mentre la Signora Tonelli parlava del suo libro, è stata quella di un tuffo nel passato.
Dalle parole dell’autrice, che – in gran parte – è intervenuta in modo spontaneo ed estemporaneo, arricchendo le conoscenze di chi – come me – aveva letto frettolosamente il libro prima della presentazione, il quadro dell’opera è stato ancor più vivo e apprezzabile. Non si è trattato di un puro riguardo alla bisnonna, né di una chiosa alla storia raccontata nel libro. L’uditorio ha potuto prendere conoscenza di alcuni fatti che hanno coinvolto la famiglia Buffa, cioè Virginia e il fratello Gaspare, insigne letterato, con particolare evidenza per la presenza di Garibaldi.
Ho potuto ulteriormente approfondire la lettura del libro nei due giorni successivi, e ne ho davvero tratto un bellissimo ritratto del tempo di Virginia (1835-1919) e dei ricordi che l’autrice, spesso aiutata dalla nonna, sua omonima, ci ha regalati nel libro. E uno dei tratti di questa storia, così ben narrata, è il riconoscerci nella protagonista e nei suoi entusiasmi prima di bambina e poi di adulta. Molte tra le vicende che il libro – e l’autrice nella sua presentazione – narra, hanno evocato nei presenti alcuni ricordi comuni delle rispettive vite. Questo potere è proprio di narrazioni spontanee, frutto dei propri ricordi – anche se Valentina Tonelli ci ha detto, e lo ha scritto verso la fine del libro – che la storia è stata frutto di ricerche attente nei luoghi (Cairo Montenotte e dintorni) in cui la bisnonna dimorava.
Non voglio raccontare la storia per non togliere a chi legge l’emozione di farlo. Il libro è poi corredato da ricchissime illustrazioni, che – solo a sfogliarlo – aiutano un lettore a rituffarsi nel tempo di Virginia: ritratti, illustrazioni di oggetti e fotografie di documenti autentici dell’epoca, poesie (una di esse è stata fatta ascoltare all’uditorio dalla cantante lirica Annalisa Raspagliosi, accompagnata al pianoforte dal maestro Ermenegildo Corsini, con pregevole risultato scenico), citazioni da testi di G. C. Abba, compagno dei fratelli Buffa. Sempre da parte del maestro Corsini, ci è stata eseguita una polka (ballo allora molto in voga) il cui spartito è presente nelle pagine finali del libro.
Insomma, una serata veramente bella e piacevole, come non capita sovente di trascorrere durante le presentazioni di opere scritte. Merito dell’ottima autrice, e di Luciana Raggi e Giovanna Valori che la hanno introdotta all’uditorio.  Alcuni particolari del libro sono stati testimoniati anche da un amico della signora Tonelli, ex dirigente delle Ferrovie.
Spero di poter contribuire, con questa mia presentazione, alla diffusione di un opera che riporta tutti noi ai “bei tempi andati”, anche per coloro che non possono – per ragioni di età – risalire a quegli anni. Leggere questo piccolo libro è un po’ come vedere un bel film su quel periodo della nostra storia.
 

 

(Lavinio Ricciardi)

 

 

 

Valentina Tonelli, Virginia Buffa (1835-1919), Calosci, 2011 [ * ]

 

IL MANTELLO DELLA SOSANDRA
post pubblicato in Greco, Emanuele, il 17 dicembre 2011

Tanto tempo addietro passai in auto sulla strada costiera ionica dove ricordo di aver visto un cartello turistico che invitava a visitare le rovine di Sibari. Tirai diritto per mancanza di tempo, però ricordo che mi rimase il desiderio di sapere qualcosa su Sibari, chi l’aveva fondata, chi ci aveva vissuto, come era decaduta. Poi non ci pensai più.
Ora, a distanza di oltre quarant’anni da quel viaggio Emanuele Greco mi regala, con il suo romanzo, la risposta alle mie curiosità di allora e gliene sono grato. Sibari era una colonia greca fiorente e potente ma perì per colpa del suo tiranno Telys che la portò a scontrarsi con la vicina e rivale Crotone, con gravi sofferenze per i due popoli. Il romanzo ricrea l’atmosfera e le vicende del tempo descrivendo i riti, i rapporti commerciali, gli scambi culturali delle città dell’epoca, con largo impiego di termini originali (il cui significato è spiegato in un ricco glossario)  mentre  una cartina geografica del tempo  ci fa vedere dove erano collocate le città di cui si narrano le vicende.  Insomma un vero e proprio tuffo nel passato che ci fa conoscere le persone dalle quali discendiamo e la terra che ne ha consentito la vita. Lettura molto piacevole, consigliabile a tutti coloro che amano il Sud Italia. Se proprio si volesse cercare un difetto,  possiamo individuarlo nella impossibilità di discernere quanto sia  frutto di fantasia e quanto invece sia realmente accaduto e ricostruito attraverso ricerche letterarie  e ritrovamenti archeologici. A questa domanda solo l’Autore può dare risposta. 

 

(Pietro Benigni)

 

 

Emanuele Greco, Il Mantello della Sosandra, Tored, 2011 [ * ]  






vedi quìquì e quì

ROMANTICA
post pubblicato in Belgiojoso Trivulzio, Cristina, il 2 dicembre 2011

   

Romantica. Mi hanno chiamato così. Cristina Belgioioso, principessa romantica.
Non perché mi piaceva il chiaro di luna. Il romanticismo, io, l'ho vissuto. Lo conosco. E' un fuoco dentro. Una luce che brilla negli occhi. Ansia di verità, ricerca di sé, scontentezza del presente e desiderio di qualcosa di nuovo. E' un modo di sentire il mondo. In tanti sentivamo così. Volevamo verità. La cercammo negli ideali, nelle visioni, nei sogni. Nella follia.
 
Era un periodo di polemiche e controversie, battaglie ideali e lotte politiche. Il mondo in cui vivevamo non ci piaceva. Volevamo cambiarlo. Gli uomini prima di noi si erano affidati agli strumenti della ragione, ai lumi, ma non erano serviti a portare giustizia e verità.
Venne il ciclone Bonaparte, poi il principe di Metternich che cercò di cancellarne le tracce. Era il 1815 e vecchi sovrani dalle parrucche imbiancate furono rimessi sul trono.
Ma le idee non muoiono. Sembrano scomparire, ma circolano e vagano e trovano nuove strade, come fiumi sotterranei che riemergono all'improvviso.
Ci voltammo indietro. Lo studio della storia ci aiutò a cercare il senso della vita. Studiammo il progredire delle civiltà, lo scorrere delle cose, il divenire delle idee. Scoprimmo che gli avvenimenti degli uomini non seguono i criteri della ragione.
Cercammo altro.
Volevamo libertà. Dignità. Eravamo pronti a sacrificare la vita. Parlavamo di lotta, martirio, sacrificio. La libertà si tingeva del colore del sangue.
Avevamo idee diverse, ma i confini dei nostri pensieri erano fluidi. Difendevamo il libero pensiero, ma avevamo fiducia nella Provvidenza, eravamo anticlericali, ma guardavamo al cristianesimo delle origini, che vedevamo riflesso nei principi del socialismo.
Avevamo tutti un unico credo: l'Italia libera, indipendente, unita.
 
Coltivavo amicizie sovversive e ribelli. Correvano parole infuocate: rivoluzione, lotta di popolo, repubblica. Fogli clandestini stampati nelle cantine le diffondevano per l'Italia. Così la ribellione individuale e il disagio interiore si trasformarono in lotta politica.
Quando la polizia austriaca stava per arrestarmi, fuggii a Parigi. Sola, perché il mio matrimonio era già finito. Senza un soldo, perché avevano sequestrato i miei beni. Avevo ventitré anni. Riuscii a portare con me solo dei libri.
 
Vivevo in una soffitta. Non sapevo accendere il fuoco, cucinare, lavare i pavimenti, stirare, tenere in ordine la casa. Non sapevo quanto costa un bicchiere di latte, o un uovo. Prima, di tutto quello che serviva, se ne occupavano governanti e cameriere. Io non sapevo neanche vestirmi da sola e non avevo mai avuto dei soldi in mano. Però sapevo riconoscere un tallero del sacro romano impero e sapevo quanto fosse raro un fiorino toscano dei secoli passati, o un doblone spagnolo dell'epoca della riconquista. E sapevo disegnare, dipingere, suonare il clavicembalo, cantare, ricamare. E fare conversazione.
Racimolavo qualche soldo facendo ritratti a carboncino e dipingendo ventagli, per non morire di fame. La notizia di una giovane principessa italiana in esilio, privata del suo patrimonio, che viveva d'espedienti, sepolta sotto un cumulo di libri, fece il giro di Parigi. Mi si aprirono tutte le porte. Conobbi scrittori, musicisti, filosofi, poeti. E scrivevo. Le mie dita erano sempre sporche d'inchiostro. Quando entravo in un salotto vedevo sorrisi ironici, mi guardavano le mani mentre le sopracciglia si alzavano in un'espressione di sorpresa. Scrivere, una donna, che bizzarria!
E' un romanzo? chiedevano.
E' un saggio, rispondevo.
Mi guardavano con aria interrogativa.
Sulla formazione del dogma cattolico, aggiungevo.
Cambiavano argomento, ma in realtà avrebbero voluto scoppiare a ridere. Si accettava che una donna scrivesse romanzi d'amore, o saggi di pedagogia, ma la religione era un argomento da uomini. E poi c'era una questione di fondo. Ero chiacchierata. La parola che si sussurrava era immoralità.
 
Nell'ambiente che frequentavo, intellettuale e anticonformista, non erano gli amori ad essere rimproverati. Era altro. La libertà. La libertà concessa alle donne risponde alle necessità maschili. Il loro spazio è quello della casa, della famiglia, dei figli. Salotto, tavola, letto. Amore. Sesso. Ma io volevo altro. Volevo cittadinanza nel mondo degli uomini. Avere voce nei luoghi della politica. Partecipare alle scelte. Significava oltrepassare i limiti. Dimenticare le virtù che convengono al sesso femminile. Era per questo che quarant'anni prima Olympe de Gouges era stata ghigliottinata. E per la libertà delle donne la rivoluzione francese non era servita.
Il mio libro, l' Essai sur la formation du dogme catholique, fu molto criticato. La Chiesa lo mise all'Indice.
 
In quel periodo tradussi in francese La scienza nova di Giovan Battista Vico e ne feci un commento. Spiegai che la storia è opera dell'uomo, ma l'uomo è guidato dalla Provvidenza. Nella storia c'è la mano di Dio. Credevo in Dio, un Dio misericordioso ed infinitamente buono, un Dio che voleva l'Italia libera, indipendente, unita. Per me credere era una speranza, credevo in un mondo nuovo, più giusto e più felice.
Per questo ideale avevo sacrificato ricchezza e sicurezza, e vivevo in esilio, povera.
 
Ma Dio vede e provvede. Il governo austriaco mi restituì le terre che possedevo in Lombardia. Nel 1835 mi ritrovai di nuovo ricca. Potevo aprire un salotto tutto mio, che diventò luogo di ritrovo degli intellettuali italiani esiliati per motivi politici. Repubblicani che progettavano l'insurrezione delle masse popolari, monarchici liberali che speravano in un'Italia unita sotto la dinastia sabauda, riformisti che pensavano ad una confederazione di stati, sul modello della Svizzera. Vi si incontravano poeti, filosofi, musicisti, da tutta Europa. Liszt, Bellini, de Musset, Heine, Theophile Gautier, Merimee, Balzac. Il più brillante salotto di Parigi. E io ne ero il centro.
 
A Parigi circolavano le idee di Saint- Simon. Si parlava di solidarietà sociale. Di progresso. Delle condizioni di vita dei lavoratori e di riorganizzazione dei sistemi produttivi. Di riforme. Decisi di mettere in pratica questi principi, che esistevano solo sui libri. Tornai in Lombardia, nelle mie terre, e rivoluzionai tutto.
 
Conoscevo la povertà della popolazione contadina, l'analfabetismo, l'ignoranza, la miseria, la mortalità infantile. Cominciai dalle scuole, con asili, scuole elementari, scuole professionali per agronomi e agrimensori. Pensai alle famiglie e realizzai una grande sala riscaldata dove venivano serviti pasti caldi, capace di contenere 300 persone. Pensai alle donne e fondai una scuola di lavori femminili. Ne uscivano sarte, guantaie, ricamatrici, modiste. La possibilità di un lavoro dava dignità. Acquistavano la consapevolezza del loro valore. Il senso di sé. Aprii anche una scuola di canto. Il 21 marzo 1845, venerdì santo, il mio coro di contadini cantò in chiesa, a Locate, lo Stabat Mater di Rossini. Un brivido mi correva nella schiena. In quel momento seppi che tutto al mondo può succedere.
Scrissi una lettera ai proprietari terrieri proponendo un'azione comune per diffondere le riforme sociali. Solo Alessandro Manzoni rispose, criticando la mia mania di insegnare a leggere e a scrivere ai contadini. Disse: quando quelli saranno tutti dotti, a chi toccherà zappare la terra?
 
In quegli anni, dal 1840 al 1847, affilai la mia penna. La resi agile, pronta, tempestiva, una penna da giornalista.
 
La stampa è il male di questo secolo, dicevano i benpensanti, e i governi reazionari temevano i giornali più delle canne dei fucili.
Avevano ragione. Le nuove macchine da stampa erano veloci, semplici, economiche. Le idee in un lampo si materializzavano, si diffondevano, facevano discutere. I giornali non erano più destinati solo ad un ristretto circolo di ricchi intellettuali, arrivavano ad un pubblico vasto. Leggendoli, una gran quantità di uomini e donne aveva accesso a un sapere comune, nello stesso momento. I giornali varcavano frontiere. Seminavano speranze. Diventavano la base fondante dell'azione politica.
Volevo sostenere le iniziative dei patrioti nella lotta per l'Italia unita, libera e indipendente. Formando un'opinione pubblica. Con un giornale. Un giornale politico.
 
Finanziai La gazzetta italiana e ne presi la direzione, tra la disapprovazione di tutti. Anche i miei amici con le idee più liberali trovavano che la politica non è una cosa da donne. Una donna non mette il proprio nome su un giornale. Un giornale non è un libro. Passa di mano in mano. Fosse stato un giornale sulla scuola, o sull'educazione...sono argomenti che anche una donna può trattare. Ma erano articoli di storia, economia, scienze sociali, che facevano ampio uso di statistiche, tutti concetti e strumenti maschili. Non si fa.
Ma io lo feci. La gazzetta italiana, stampata a Parigi, uscì per un anno, una volta alla settimana.
 
Poi fondai un giornale mensile, L'Ausonio, stampato sempre a Parigi. Ogni numero, di ottanta pagine, conteneva un articolo di politica, uno di letteratura, uno di carattere scientifico. C'era anche un elenco delle novità editoriali italiane e la cronaca degli ultimi avvenimenti. Lo stile era semplice, di taglio narrativo, ma i dati scientifici erano documentati e precisi, ricchi di informazioni statistiche e di elementi reali raccolti sul campo. Prove e dati veri, non chiacchiere.
La mia linea politica era moderata: attraverso il dialogo volevo ottenere riforme sociali giuridiche e amministrative. Era un giornale filomonarchico, perché secondo me il popolo italiano non era ancora pronto per la repubblica, che richiede una coscienza nazionale salda e formata. L'unica speranza per l'Italia era la dinastia piemontese, i Savoia.
Sull'Ausonio scrivevano i letterati più in vista: Cesare Balbo, Ruggero Bonghi, Angelo Brofferio, Massimo d'Azeglio, Niccolò Tommaseo. Misi a segno un colpo giornalistico che fece rumore. Pubblicai una lettera di Manzoni a Massimo d'Azeglio, sul romanticismo. Manzoni scriveva che la letteratura doveva proporsi l'utile per scopo, il vero per soggetto, e l'interessante per mezzo. In ogni argomento si doveva ricercare il vero storico e il vero morale, uniche sorgenti del bello. Manzoni si irritò molto quando la vide sul giornale.
Pubblicai l'Ausonio dal 1846 al 1848.
 
Nel 1848 il mondo si rivoltò, nulla fu più come prima.
Un vento di novità scosse la penisola, sull'onda dell'elezione di papa Mastai Ferretti, Pio IX, che concesse ai suoi sudditi la Costituzione. Uno dopo l'altro i regnanti italiani, spinti dalle proteste popolari, promulgarono anche loro una carta costituzionale. Il potere assoluto sembrava tramontato per sempre. Tranne che nel lombardo-veneto.
 
Ma i milanesi erano in fermento. Per colpire le finanze statali avevano smesso di fumare. I sigari, su cui gravava una forte tassa, restavano invenduti nelle botteghe dei tabaccai. Le provocazioni contro la polizia erano all'ordine del giorno. D'improvviso, tutti insieme, i milanesi giravano la fibbia del nastro che decorava il cappello, o ne alzavano la tesa in modo insolito e bizzarro, oppure lo ornavano con una piuma colorata. La polizia sospettava segnali segreti e faceva decreti che regolavano la foggia dei cappelli. E i milanesi inventavano qualche altra stranezza.
Gli studenti trascuravano le scuole. Passavano le ore del giorno negli esercizi militari e la notte, rintanati in luoghi nascosti, preparavano cartucce da fucile. Ogni cortile, ogni giardino racchiudeva casse d'armi e di munizioni, sepolte o murate. Cento volte al giorno i ragazzi mettevano a rischio la vita, o si esponevano ad inutili pericoli. Il sangue ribolliva, le provocazioni correvano.
Ero a Napoli quando giunse la notizia che Milano, il 18 marzo 1848, si era sollevata e in cinque giorni di battaglia, combattuta sulle barricate, strada per strada, aveva messo in fuga l'esercito austriaco.
Formai un battaglione di volontari napoletani, duecento giovani, presi a nolo una nave e salpai verso Genova. Non dimenticherò mai la sera della partenza. Le armi dei volontari luccicavano sul ponte, il mare era coperto di barchette accorse a salutarci. Come il bastimento levò l'ancora si alzò un grido: vi seguiremo, verremo tutti a combattere!
Le mie mani stringevano il tricolore quando entrai a Milano. Le campane suonavano, mille bandiere si agitavano, dai balconi le donne lanciavano coccarde bianche, rosse e verdi al nostro passaggio. I milanesi affollavano le strade, per respirare a cielo aperto quello spirito di libertà che quasi li soffocava. Esclamazioni, domande, un brulichio di popolo che correva incredulo della propria indipendenza conquistata col sangue, signore di se stesso, commuoveva il cuore e accendeva il desiderio. Inseguire gli oppressori, combattere, vincere, unire in una sola patria un popolo oppresso e diviso. Quei giorni tutti erano veramente fratelli, Milano era bella, libera, forte, risoluta.
Poi giunse la notizia che l'esercito piemontese, guidato dal re Carlo Alberto, si avvicinava per portare aiuto al popolo lombardo.
Fu allora che iniziarono polemiche e divisioni. Abbiamo cacciato i Croati e arrivano questi altri, diceva la gente con insofferenza parlando dei piemontesi. Le tre anime della politica milanese, monarchici-liberali, repubblicani-mazziniani, federalisti, iniziarono a disquisire, a farsi lotta, a danneggiarsi l'un l'altro. Invece di essere uniti contro l'esercito austriaco questionavano e polemizzavano.
 
Da tutta Italia giungevano battaglioni di volontari. Erano giovanissimi, lieti e spensierati. Non sapevano nulla di arte militare, portavano scarpe da passeggio e con armi antiquate inseguivano il generale Radetsky sostenuto dai suoi reggimenti e dalla sua possente artiglieria. Addio mio bella addio, l'armata se ne va, se non partissi anch'io sarebbe una viltà, cantavano i volontari toscani. E i volontari genovesi cantavano Fratelli d'Italia l'Italia s'è desta, un inno composto da Goffredo Mameli. Anche i lombardi formarono un battaglione di volontari, i bersaglieri di Luciano Manara. Manara aveva 23 anni e aveva lasciato la moglie e tre figlioletti per combattere in nome dell'Italia unita.
Anch'io avevo lasciato Maria, che aveva dieci anni. Mia figlia, nata a Parigi.
 
Il governo provvisorio diffidava dei combattenti improvvisati. Quando andai a riferire che migliaia di napoletani volevano correre in aiuto della Lombardia mi risposero: Dio ci scampi da tale esercito!
 
Mazzini, giunto a Milano, lanciava proclami sulla guerra del popolo, che ormai era vinta, e non c'era che dar piglio alle scope per ricacciare gli invasori al di là delle Alpi. Il governo provvisorio, riposando sugli allori dei cinque giorni, assisteva sogghignando agli sforzi dei piemontesi, che non riuscivano a liberare la Lombardia. I cinq giurnat divennero manifestazione di gloria municipale, da gettare in faccia ai piemontesi che lottavano sul campo di battaglia mentre i capi-popolo, seduti al caffè, aspettavano vittoria e libertà.
Io soffrivo le discordie e le divisioni. Non volevo stare né da una parte né dall'altra e volevo costituire un partito che, prendendo il meglio della parte repubblicana, rimanesse nell'alveo monarchico e volesse fare l'Italia. Usai di nuovo le pagine stampate e fondai un nuovo giornale, Il Crociato. Sul primo numero, il 18 aprile 1848, scrissi: “La nostra rivoluzione deve avere lo scopo di restaurare la dignità del popolo.”
Era un unico foglio di quattro facciate. Usciva due o tre volte alla settimana ed il suo motto era Italia Una! L'editoriale del primo numero si chiudeva con queste parole: Indipendenza, Libertà, unità, democrazia. Sul numero del 16 maggio scrivevo: L'Unità d'Italia come scopo; La monarchia come mezzo per ottenerla prima e conservarla dopo (...)la casa Savoia come strumento della Provvidenza (...) E' questa la professione di fede del Crociato.
 
Scrissi una lettera a Carlo Alberto, proponendomi come mediatrice tra le varie posizioni. Cadde nel vuoto. Il 4 agosto del 1848 Carlo Alberto, tra polemiche e sommosse di popolo, abbandonò Milano e la Lombardia. Gli austriaci ritornarono. Centomila lombardi fuggirono in Canton Ticino. Io ritornai in Francia.
 
La guerra di liberazione continuava a Venezia, i disordini serpeggiavano in Toscana e negli stati pontifici.
Pio IX, il 4 novembre 1848, fuggì a Gaeta, di notte, travestito da frate. I romani formarono un governo provvisorio ed elessero a suffragio universale l'assemblea costituente. L'assemblea mise in discussione il potere temporale dei papi, un principio che aveva più di mille anni, sancito da Carlo Magno. E non c'erano solo i mazziniani (anticlericali per definizione) a volerlo distruggere, ma anche i cattolici. Il più ascoltato paladino della fine del potere temporale fu Savino Savini, bolognese, che si appellò ai principi del cristianesimo: “Non esiste in politica e in religione fatto più mostruoso, colpevole e anticristiano di questo; come rappresentanti di un popolo cristiano, alzando il Vangelo, sentenziamo una volta per sempre che i papi non debbono sedere in sedia di re, che il loro regno non è di questa terra.”
Il 9 febbraio 1849, all'una di mattina, l'assemblea decretò la decadenza del papato e votò la repubblica come forma di governo dello stato romano. Come bandiera fu scelto il tricolore italiano.
Goffredo Mameli era a Roma. Quel giorno stesso mandò un telegramma a Mazzini, che si trovava a Firenze: Roma, Repubblica: venite! Mazzini venne il 5 di marzo. Entrò a piedi, al tramonto, da Porta del Popolo, deciso a fare di Roma la capitale d'Italia.
 
Tutto il mondo aveva gli occhi puntati sulla Repubblica Romana, giovane di forze e di entusiasmi, che sentiva contro di sé l'anatema e la scomunica papale, la minaccia della reazione, il pericolo di un intervento armato da parte di qualche potenza straniera. L'assemblea costituente lavorava giorno e notte, con l'assillo di chi sente il nemico alle porte, ma sa di lavorare per l'eternità.
I provvedimenti legislativi si susseguivano in modo frenetico. Fu abolito il tribunale del Sant'Uffizio, la tristemente famosa Inquisizione, e furono liberati i prigionieri. Tra questi c'erano due monache, colpevoli solo di essersi innamorate. Il popolo romano, che odiava lo strapotere ecclesiastico, voleva distruggere l'edificio, come i francesi, che nel 1789 avevano raso al suolo la Bastiglia. Li trattennero a stento.
Furono requisiti i beni ecclesiastici, fu modernizzato il sistema fiscale, riformato il codice civile. Fu abolita la pena di morte.
La cittadinanza era tranquilla. Non esisteva opposizione. I romani erano talmente stanchi di abusi e vessazioni del governo papale che si erano affidati serenamente al governo repubblicano. La consapevolezza di stare vivendo una straordinaria avventura, la sensazione del pericolo, il desiderio di dare al mondo un'immagine di coraggio e forza, riunì tutti i pensieri in uno solo ed assopì odi e discordie. Roma, sotto la repubblica, divenne una città ordinata, concorde in uno scopo generoso.
Vi erano gli esagitati che volevano devastare i conventi e saccheggiare le chiese. Furono tenuti a freno. Si disse loro che in caso di invasione gli arredi, i banchi e i confessionali potevano essere utili per costruire barricate, come quelle che a Milano avevano messo sotto scacco gli austriaci. Tanto bastò. Qualcuno cercava di creare allarmismo, dicendo che le statue dei santi, nelle loro nicchie, avevano alzato il capo verso il cielo con i volti rigati di lacrime. Nessuno prestava ascolto. Le funzioni religiose si svolgevano come sempre e i riti di Pasqua furono celebrati regolarmente. Anche Mazzini vi partecipò. Commentò che la gran bellezza delle funzioni religiose è il fondamento su cui si regge la religione cattolica.
 
Nel marzo 1849, nei giorni della sconfitta di Novara e dell'abdicazione di Carlo Alberto, Mazzini mi invitò a raggiungerlo a Roma. Le nostre idee politiche erano diverse, ma in quel momento difficile era necessario essere uniti. Andai.
La giovane repubblica si preparava a combattere. Pio IX aveva chiesto aiuto alle potenze europee e fu la Francia di Luigi Napoleone, allora non ancora imperatore, a raccogliere il suo grido di dolore.
La flotta francese occupò il porto di Civitavecchia e l'esercito scese su Roma. Si accamparono lungo la via Aurelia, fuori porta San Pancrazio, e misero sotto assedio la città.
 
Ero attonita, incredula. Mi sembrava impossibile che il popolo francese facesse guerra a uno stato retto da un governo democraticamente eletto, lo diceva la loro stessa Costituzione, che proibiva guerre di conquista e azioni contro la libertà dei popoli. Il papa se n'era andato di sua volontà, nessuno l'aveva minacciato, Roma era rimasta abbandonata a se stessa e attraverso elezioni democratiche si era data la repubblica come sistema di governo. La pratica religiosa era garantita, la vita scorreva senza traumi, il popolo romano viveva in pace, pago della libertà che era giunta come un dono di Dio. L'esercito francese, perché?
Dal mondo intero giunsero a difendere la Repubblica. Uomini e donne. La giornalista americana Margaret Fuller spediva articoli al di là dell'oceano e gridava a tutto il mondo che la Francia si stava ricoprendo di vergogna.
Roma sembrava Milano nei mesi della sua libertà. Moltitudine di bandiere, coccarde, sciarpe. Moltitudine di lingue e di parlate. Tante divise di soldati. La guardia nazionale. I battaglioni di carabinieri. Reggimenti di cavalleria. I volontari di Garibaldi. I bersaglieri lombardi di Luciano Manara.
Conoscevo Manara, aveva combattuto a Milano durante le cinque giornate. Sulla fibbia della sua cintura era incisa una croce sabauda. Manara e i suoi amici, Enrico Morosini e i fratelli Dandolo, erano monarchici e non lo nascondevano. Erano venuti a difendere l'Italia dagli stranieri, non a sostenere una fazione politica. I mazziniani dicevano che i bersaglieri lombardi erano un corpo militare aristocratico, loro rispondevano che consideravano questo appellativo un elogio, in bocca a rivoluzionari da caffè.
 
Il governo provvisorio organizzò la difesa. A me fu chiesto di mettere in piedi le ambulanze militari e gli ospedali della sanità pubblica. Dovevo dirigere il comitato di soccorso, insieme a Enrichetta Pisacane, Giulia Paolucci, e Margaret Fuller. Spesi in questo compito le mie energie e la mia capacità di azione. Misi alla porta monache e preti. Negli ospedali romani i malati furono affidati a medici e infermiere. Lanciai un appello alle donne romane perché mi aiutassero ad assistere i feriti e offrissero i materiali necessari per fasciature e medicazioni. Si presentarono centinaia di donne, di tutte le classi sociali, nobili e popolane. Anche qualche prostituta. Feci una drastica selezione. Ne scelsi trecento e insegnai loro le nozioni basilari.
Sapevo molto di medicina. Perché dovevo curarmi, con polveri, pasticche e sciroppi. A vent'anni avevo avuto la sifilide. Presa da mio marito. Per questo ci eravamo separati. La conoscenza che avevo dei farmaci fu utile, in ospedale, per curare febbri e infezioni.
Era la prima volta che veniva messa in piedi una struttura organizzata per l'assistenza ai feriti in combattimento, con ambulanze militari, medici, infermiere, puntando l'attenzione sull'assistenza e la cura. Florence Nightingale l'avrebbe fatto diversi anni dopo, nella guerra in Crimea, ma la prima sono stata io, a Roma.
 
Il 30 aprile del '49 le campane di Montecitorio e del Campidoglio incominciarono a suonare a stormo. Era l'allarme. I cannoni francesi tuonavano contro le mura e i bastioni, alle spalle del Gianicolo. Il generale Oudinot contava su un'insurrezione all'interno della città. Si aspettava che Roma si sollevasse contro i faziosi che la opprimevano, aprendo le braccia ai francesi liberatori. I romani invece resistettero. I giovani combatterono come leoni, la popolazione amava i soldati e li sosteneva in ogni modo, le donne curavano i feriti negli ospedali. Qualcuna, vestita da uomo, combatteva sui bastioni.
L'assalto francese fu respinto e 520 soldati furono fatti prigionieri. Molti erano feriti e furono ricoverati negli ospedali romani.
Anche le truppe borboniche combattevano contro di noi e soldati napoletani feriti giungevano nei nostri ospedali. Quando da un letto si udiva il lamento mannaggia Pio IX! era un soldato dell'esercito borbonico che imprecava contro il papa.
I feriti raccontavano le storie dei campi di battaglia. Di Garibardi e delle sue truppe che sembravano una tribù indiana. Nella loro camicia rossa, privi di ornamenti e distintivi, col capo coperto da strani berretti, a cavallo di selle americane, correvano, sbandavano, si raccoglievano, attivi, avventati, infaticabili. Ognuno si occupava personalmente del suo cavallo e, utilizzando la sella, piantava la tenda. Se non avevano viveri saltavano a nudo sul cavallo e prendevano al lazo il bestiame brado, arrostendolo lì per lì. Garibaldi, che soffriva di dolori alle ossa al punto tale che era necessario portarlo a spalle su per le scale della Cancelleria, quando era in sella diventava una furia. Raccontavano anche che a volte si vestiva da contadino e andava in perlustrazione per borghi e campagne, a piedi.
 
Le infermiere lavoravano senza risparmiarsi. Erano oggetto di maldicenze e di critiche feroci. Si diceva che girassero tra i malati in abiti scollacciati. Che la loro presenza facesse salire la temperatura e provocasse complicazioni. Che a causa loro si morisse nel peccato, privi dei conforti religiosi. Un gesuita, padre Bresciani, definì le mie infermiere “svergognate, che tenean luogo del demonio tentatore al capezzale di quegli infelici”, e di me disse che ero “sfacciata ed impudente”.
Si scomodò anche Pio IX. Con un'enciclica, la Noscitis et Nobiscum. Lamentava, testualmente, che “più d'una volta gli stessi miseri infermi già presso a morire, sprovveduti di ogni conforto della religione, furono astretti ad esalare lo spirito fra le lusinghe di sfacciata meretrice”.
La sfacciata meretrice ero io.
Risposi per le rime. Difesi a spada tratta le mie infermiere. Quando le avevo scelte non avevo i mezzi per indagare la loro condotta passata, ma avevo visto nei loro cuori. Tutte, le più morigerate come quelle dalla vita più difficile, erano state giorno e notte al capezzale dei feriti, senza ritrarsi davanti alle fatiche più estenuanti né agli spettacoli più ripugnanti, né dinnanzi al pericolo, dato che gli ospedali erano bersaglio delle truppe francesi.
 
A Parigi infuriavano le polemiche contro l'intervento militare a Roma, ma Napoleone, da poco presidente della repubblica francese, tenne duro. Davanti ai bastioni del Gianicolo iniziò una lenta guerra di posizione, con il generale Oudinot che giorno dopo giorno scavava trincee, posizionava cannoni, conquistava avamposti. I nostri si asserragliavano a Villa Savorelli, combattevano tra le vigne e gli orti, nelle strade di campagna. Quando suonava l'assalto si lanciavano in un impeto di coraggio e il nemico arretrava stupefatto di fronte agli sforzi disperati di un esercito i cui soldati morivano da eroi. Luciano Manara, a Villa Spada, cercava di resistere, tra i colpi di fucile che rimbalzavano sulle pareti, le mura che crollavano sotto le cannonate, l'aria impregnata di fumo e di polvere, i gemiti dei feriti, il pavimento insanguinato che scivolava sotto i piedi.
 
Nessuno può immaginare la realtà dolorosa di Roma durante i bombardamenti francesi. Ogni sera stringevo mani di soldati feriti, sapendo che era l'ultima volta. Le mie notti erano popolate da incubi: l'indomani, al mio risveglio, non avrei trovato vivi tanti che con voce flebile mi avevano augurato un sonno tranquillo. Al mattino, le lenzuola rovesciate sul guanciale davano il conto dei morti.
Morirono combattendo Enrico Dandolo, Luciano Manara ed Emilio Morosini e con loro tanti giovani venuti a difendere la libertà.
Goffredo Mameli fu colpito ad una gamba. Una cosa da nulla, disse il chirurgo, ed estrasse la pallottola dalla ferita, ma dimenticò di tirar fuori lo stoppaccino, che fece infezione e provocò la cancrena. Gli fu amputata la gamba. Era all'ospedale della Trinità dei pellegrini. Quando di notte la febbre non gli dava tregua gli stavo vicino e gli leggevo qualche pagina dei romanzi di Dickens.
 
Resistere ancora era solo un suicidio. Un'occupazione in armi avrebbe causato enormi danni alla popolazione civile. La città si arrese. Garibaldi radunò i soldati a piazza San Pietro e invitò chi non voleva deporre le armi a seguirlo. Prometteva fame, sete, pericoli, combattimenti. Lo seguirono in quattromila.
Il 4 luglio i francesi entrarono a Roma. La città li accolse con strade deserte e botteghe chiuse, in un silenzio spettrale. Nello stesso giorno l'assemblea costituente, riunita sul Campidoglio, promulgava la Costituzione.
Mameli agonizzava divorato dalla febbre. Morì il 6 luglio, con i francesi padroni della città.
Mazzini lasciò Roma il 13 luglio. Si imbarcò a Civitavecchia per Marsiglia, con un passaporto degli Stati Uniti d'America intestato a Roger Moore.
 
Io non volevo lasciare i miei feriti. Mi tolsero la direzione degli ospedali e costruirono nei miei confronti un vero e proprio castello accusatorio. Mi si addebitava un comportamento scandaloso; si diceva che avevo affidato i malati a donne che praticavano la prostituzione, e anche che mi ero appropriata dei fondi destinati alle ambulanze militari e alla cura dei feriti. Furto. Un'accusa infamante. Mi preparavo a difendermi quando mi giunse una notizia confidenziale. Sul tavolo di un cardinale c'era un fascicolo col mio nome. Oggetto del fascicolo era: sentimenti irreligiosi. Un sacerdote a cui, nei giorni della repubblica, avevo salvato la vita, mi consigliò di lasciare Roma. Subito.
 
Non sapevo dove andare. Era impossibile tornare a Milano, dove gli austriaci avevano spazzato via ogni fermento di libertà. In passato Parigi era stato il mio rifugio, ma dopo i bombardamenti su Roma, dopo i morti, sentivo orrore all'idea all'idea stessa di metterci piede.
Pensai di fuggire in Inghilterra, poi il pensiero di trovarmi in mezzo a tanti esuli italiani, a fare i soliti discorsi di sempre, monarchia o repubblica, stato unitario oppure confederazione, no, non potevo. Non ora. Non dopo la strage romana. E Mazzini che parlava di martiri. Londra no.
Avevo creduto nell'Italia, una, libera, indipendente. Tutta la mia passione era stata spesa per la costruzione della nazione. Le mie ragioni giravano l'Europa stampate sulla carta dei giornali. Credevo nel dialogo e nelle riforme. Ma a Roma le mie mani erano diventate rosse di sangue. Goffredo Mameli era morto tra le mie braccia, il suo ultimo sguardo smarrito si era posato su di me. Aveva vent'anni. Le mie passioni, le mie ragioni, crollavano, ed io mi sentivo persa, senza patria, senza amici, in un mondo che avevo cercato di cambiare senza riuscirci.
Pensai a Maria, mia figlia, che cresceva tra governanti e istitutrici. Era venuto il momento di occuparmi di lei e insieme di me stessa. Ricucire i brandelli della mia vita e tessere la trama della sua.
 
All'ospedale della Trinità dei Pellegrini c'era un soldato ungherese, venuto come tanti a difendere la repubblica, ferito ad una spalla da un proiettile francese. Aveva viaggiato a lungo per l'impero ottomano e raccontava di vallate coperte di boschi, pianure sterminate percorse da greggi, pastori che parlano con la luna e conoscono il linguaggio delle stelle. Tutto il nostro sapere negli occhi di un pastore che segue il corso di Orione e osserva le Pleiadi. Coltivare la terra. Raccogliere i frutti. Piantare radici. Vivere delle proprie capacità, col proprio lavoro, in una comunità in cui ciascuno coopera con gli altri. Ripensai agli anni di Lonate, le scuole, l'asilo, le lezioni di canto alle ragazze del paese. Ma non potevo tornare a Lonate.
Partii per la Turchia.
 
Acquistai una tenuta agricola. La località si chiamava Cakmakoglu, a metà strada tra Costantinopoli ed Ankara. Era una valle attraversata da un fiume, tra montagne boscose, pascoli sterminati, gole rocciose e torrenti che rimbombavano tra i massi. Ogni tanto un villaggio di pastori, case e stalle costruite intorno ad una fontana. Si raccontava di tesori nascosti nelle caverne, di gallerie scavate nella roccia, di città sotterranee dove si riunivano tribù di predoni.
Riorganizzai la fattoria, acquistai greggi, costruii nuove case per i contadini. Comprai per Maria un cavallino di Mitilene, con una sella di velluto e borchie dorate, ed una briglia di seta amaranto e fermagli d'argento. Cavalcava vestita come una bambina turca, con i pantaloni di cotone stampato fermati alla caviglia da un cordoncino, una camicia bianca lunga sui fianchi come una gonnella, un corsetto a righe gialle e rosse, stretto in vita da una fascia uguale. Sui capelli intrecciati portava un fez e un fazzoletto di mussola che sventolava come una vela. Solo un gallone dorato sul corpetto distingueva l'abito di Maria da quello della pastorella Emina.
 
Nei boschi intorno alla fattoria raccoglievo erbe medicinali. Radici. Bacche. Ne facevo polveri per abbassare la febbre, tisane e decotti per donare serenità e allontanare incubi notturni. La mie mani erano macchiate di verde e violaceo, graffiate di spine. Le donne turche venivano da me per farsi curare. Imbacuccate sotto veli e mantelli, si toglievano le cappe scure in cui erano avvolte e mostravano eczemi e irritazioni della pelle. Oppure chiedevano consigli per rimanere incinte. Alcune si liberavano degli abiti tremando. Altre rifiutavano anche di togliere il velo che le copriva sul viso.
A Parigi avevo letto racconti che descrivevano le donne turche come odalische, bajadere e danzatrici del ventre. Le avevo viste rappresentate nei dipinti come creature opulente e sensuali, pronte a rispondere ai desideri maschili. Trovavo invece persone ricche di vita e di interessi con cui confrontarmi. Io ero la donna-medico, le mie mani entravano in contatto col loro corpo, era questo il tramite reale e simbolico su cui costruire un dialogo.
Entrai negli harem. Harem di uomini ricchi, di poveri, di turchi religiosi legati alle tradizioni e di turchi progressisti occidentalizzati.
Ho conosciuto donne che mi guardavano dritte negli occhi, da pari a pari, parlando dei loro problemi. Donne che difendevano i loro ambiti di libertà con ogni mezzo. Donne di campagna che vanno ai bagni infagottate in panni e mantelli e donne di Costantinopoli che hanno smesso di coprirsi il viso. Donne povere costrette a servire e donne che disponevano liberamente di beni e denari di loro proprietà, usandoli senza chiedere il permesso al marito. Negli harem vivono delle persone, le odalische vivono nei sogni degli uomini europei.
I turchi trattano le donne con grande gentilezza, come oggetti delicati, da maneggiare dolcemente, per paura di sciuparle e per conservarne la bellezza, ma senza concedere loro né stima né fiducia. Le donne si difendono nascondendo la loro forza e mostrandosi deboli. Usano con gli uomini lusinghe e blandizie, ma non temono di ricorrere ad inganni ed intrighi.
Girando per gli harem ho conosciuto tante storie. Ne ho tratto lo spunto per scrivere, in francese, racconti di ambiente turco. Ebbero un grande successo a Parigi.
 
Poi l'incidente. Una lite in casa tra la governante inglese e un esule italiano che avevo accolto nella fattoria, finisce in tragedia. L'uomo mi sferra una coltellata sul collo. Salvo la vita ma qualche nervo resta leso. Non riuscirò più a tenere alta la testa. Il mio collo si piega in giù, devo guardare verso la terra. Mi curo da me. Controllo la ferita con uno specchio, do istruzioni su come medicarla, mi faccio praticare un salasso.
Decido di rientrare in Lombardia. I miei avvocati hanno concluso un accordo che cancella le accuse di sovversione che pendono contro di me. E' il 1855.
 
Quello che avevo sognato, l'Italia una, libera e indipendente, sembra per miracolo realizzarsi. Con i Savoia. Con l'aiuto di Napoleone III. Senza Mazzini. Con Garibaldi che sconfigge i Borboni al grido “Italia e Vittorio Emanuele!” Alla fine ha capito anche lui che per unire l'Italia serviva la monarchia! Ora vive a Caprera. mentre Mazzini continua a viaggiare per l'Europa sotto falso nome.
Nasce il Regno d'Italia, a cui si aggiunge Venezia e, il 20 settembre 1870, Roma.
 
Voglio andare a Roma. Devo vederla, adesso.
La città che ho conosciuto un tempo pigra e disincantata, abbandonata in un tramonto millenario, e poi eroica nella lotta per la libertà, la città che sotto i bombardamenti ha scritto la Costituzione Repubblicana, la Roma che ho amato e sognato, ora è capitale d'Italia.
A Milano prendo il treno. Percorro regioni un tempo divise, ora unite in un'unica nazione, e giungo fino a Roma. Fervono i lavori al Quirinale in attesa dell'arrivo di Vittorio Emanuele. Pio IX è chiuso in Vaticano.
 
La città è ridente sotto il sole. Carretti di frutta e verdura, spinti da uomini che corrono al mercato, qualche carrozza per le strade principali, un piccolo gregge di pecore che si abbevera a una fontana, le donne che riempiono le conche di rame. Incrocio un uomo ben vestito, dalla barba curata e il cappello a tuba. Sì, è lui, il chirurgo che operava all'ospedale della Trinità dei Pellegrini. Mi passa vicino senza un cenno di saluto. Forse sono troppo cambiata, non mi ha riconosciuto. Oppure si ricorda ancora le mie sfuriate, quando i medici entravano in corsia con le zimarre impolverate e operavano i malati senza nemmeno lavarsi le mani. Loro si andavano a lamentare con Mazzini del mio carattere impossibile. Mazzini parlando di me mi definiva un vero tormento. Ma io non posso dimenticare che Mameli è morto a vent'anni per la dabbenaggine di un chirurgo.
Mi incammino verso il Campidoglio. Dei bambini lanciano sassolini contro un muro, delle bambine giocano con brandelli di panno cercando di vestire una bambola di pezza. Due uomini maturi, dall'aria posata, vengono dal lato opposto della strada, discutendo tra loro. Mi guardano, mi hanno riconosciuto, alzano un sopracciglio, riprendono a parlare. Sono due avvocati, facevano parte dell'Assemblea Costituente, nelle sale della Cancelleria si inchinavano di fronte a me.
Cammino per le strade come un fantasma, senza forma e senza peso. Un'ombra venuta dal passato, un'alzata di spalle la dissolve.
Giro per Piazza Montanara. Le case sono poco più che catapecchie, ammassate tra vecchi ruderi e marmi smozzicati.
“Principessa!”
Una donna si alza dall'uscio di un'osteria e mi viene incontro tendendomi le braccia, il viso aperto in un sorriso.
“Principessa, cosa fa qui?”
Santina, infermiera a Santa Maria della Scala. Più di vent'anni fa. Giovanissima, allora. Ancora bella, oggi. Mi abbraccia e scoppia a piangere.
Le mie infermiere. Tutti criticavano, allora. Adesso in tutto il mondo civile negli ospedali il lavoro di cura del malato è compito di infermieri e infermiere.
Mi vengono incontro le immagini della mia vita.
Il salotto di Parigi.
Le scuole a Locate.
I volontari napoletani che combattono per la libertà di Milano.
I libri che ho scritto.
I giornali.
Mi accusavano di essere monarchica e amica dei Savoia. Ma per Vittorio Emanuele, re d'Italia, io non esisto.
Non esisto per nessuno.
Nello spazio della polis le donne non esistono. Lì si fa politica. Si sceglie. Ho creduto che anche le donne dovessero esserci. Parlare ed essere ascoltate. Decidere, insieme agli uomini. Ho creduto che nell'Italia libera questo sarebbe successo. Non è stato così. Per questo su di me è sceso il silenzio.
Santina mi stringe le mani, mentre le lacrime le rigano il viso.
Per lei esisto.
 
Il mio credo è una speranza: le donne avranno diritto di cittadinanza nel luogo della politica, un giorno.
Allora qualcuno volgerà uno sguardo al passato, a chi ha lottato per la libertà e la dignità, e io sarò ricordata.
 
 
 
(Rita Cavallari)
TI SPIEGO
post pubblicato in Petri, Romana, il 2 dicembre 2011

E’ il secondo libro di Romana Petri che leggo. Nel risvolto della terza di copertina è scritto che ne ha pubblicati dieci. Bene, vi assicuro che ho voglia di leggere gli altri otto.
Ho letto il libro in meno di quattro giorni, e di questo va dato merito allo stile della Petri. La sua scrittura scorre come l’acqua, forse perché si tratta di un romanzo in forma epistolare, non so. Credo piuttosto che sia proprio il  modo di scrivere che ha di suo il fatto di essere scorrevole e fluido.
Non sono molti gli scrittori che “si fanno leggere”: la Petri è senz’altro la migliore, di quelli che ho letto di recente, ed è bravissima: la sua capacità di apparire come se i sentimenti che descrive fossero i nostri è letteralmente incredibile.
Questo romanzo ha una struttura piana, con capitoli molto brevi (cinque – sei pagine in pochi casi, di norma tre) e senza titolo; i capitoli sono lettere che la protagonista scrive al suo ex marito, dal quale è divisa, e che è andato a lavorare in America; rispondono a lettere che lei riceve dal marito. Tutto il libro è un racconto della loro vita, da fidanzati, sposati e divorziati, che copre un arco di quaranta anni. Eppure, la Petri la racconta come se coprisse lo spazio di qualche settimana.  E al lettore – almeno ai lettori che, come me, leggono solo scorrendo il testo con gli occhi, e “ascoltando la voce” (si fa per dire) che le parole lette evocano nel proprio intimo – questo libro fa l’effetto di qualche telefonata: dopo che chiudi il telefono rimane appena il senso di quanto detto, mentre le parole usate svaniscono. Ma il senso di quanto dice la Petri – la crisi di un rapporto di coppia e la conseguente rottura – è fin troppo palese nell’opera.
Come al solito, come ho già potuto constatare nell’altro romanzo della stessa autrice (Ovunque io sia), i sentimenti (meglio, il sentimento) la fanno da padrone. E il libro, di circa duecento pagine, scorre via che non ci si accorge della velocità con cui si fa leggere. A mio avviso, proprio in questo la scrittura della Petri è eccelsa: credo che la sensazione che ha dato a me sia di tutti i lettori che provano a leggere questo libro. Romana Petri è stata definita dalla critica una delle migliori scrittrici italiane contemporanee: credo che la definizione sia molto pertinente.
Non voglio andare troppo oltre. Non sono né un critico, né uno scrittore, ma soltanto un umile e appassionato lettore.

 

(Lavinio Ricciardi)

 

 

Romana Petri, Ti spiego, Cavallo di Ferro, 2010 [ * ]


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DAL SOMMO POETA AD OGGI
post pubblicato in Diario, il 25 novembre 2011

 

L’Unità dell’Italia porta sulle spalle non solo 150 anni, non nacque nel 1861. L’Unità d’Italia per me e per altri stranieri deriva dal giorno in cui, un uomo che riposa a Ravenna scrisse: “…l’amor che move il sole e l’altre stelle.” Attraverso queste parole universali e con la lingua della Commedia, della Divina Commedia affiorò un giorno l’unità di questo paese. Sorse con la stessa forza  universale come un piccolo gioiello nel 1764, nella Toscana del Granducato. La futura unità dell’Italia divisa vide la luce nella città aperta di Livorno con il trattato Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria. Si evince in questo trattato dal valore inestimabile un’umanità sorprendente per la società del tempo, in cui l’essenza della giustizia, la repulsione e lo sdegno per la pena di morte illumina ancora il mondo giuridico, l’intangibile senso del diritto. Quasi un secolo dopo le idee di Giuseppe Mazzini e la determinazione di un uomo che amava le battaglie civili, l’eroe dei due mondi Giuseppe Garibaldi portarono all’unificazione. Un’unità portata avanti da altri uomini e donne, letterati, scienziati, giuristi ed artisti. Ma anche e soprattutto uomini semplici, contadini ed artigiani. Quegli uomini che organizzarono i primi scioperi per difendere i diritti dei lavoratori. L’Unità d’Italia continuò con uomini che apertamente ebbero il coraggio di non appoggiare le leggi razziali. E proseguì con il giurista Piero Calamandrei, che il 26 gennaio del 1955 pronunciò quello che viene ricordato come il Discorso sulla Costituzione. Parole rivolte anche alle generazioni future di questo paese. L’Unità d’Italia è stata costruita e continua, anche attraverso la letteratura e i suoi artisti. Dalle pagine uniche di Giuseppe Ungaretti, Eduardo De Filippo, Primo Levi, Pier Paolo Pasolini, Italo  Calvino, Alberto Moravia, Leonardo Sciascia, Umberto Eco, Antonio Tabucchi ecc.. Pagine dalle quali nascono sorgenti che confluiscono nel fiume della memoria che corre disteso verso l’oceano del divenire. Dalla voce meravigliosa di Enrico Caruso nell’aria Una furtiva lagrima di Donizetti all’indimenticabile Luciano Pavarotti, ricordando solo due nomi del bel canto. Da Arturo Toscanini ad Ennio Morricone. L’Italia, il braccio disarmante del Mediterraneo lo sento ogni volta che ascolto l’incanto del pianoforte di Nicola Piovani. Questo paese all’estero è ancora amato per i fotogrammi delle pellicole dei grandi maestri del neorealismo. Fotogrammi che continuano a raccontare i pregi e i difetti, la fantasia unica e la furbizia acuta degli italiani, gli eroi della quotidianità attraverso l’epica magica di De Sica, Fellini e Rossellini. E’ amato per le voci e il pathos poetico cantato da Modugno, Battisti e De André. Ed è valutato positivamente quando si nota il tocco creativo di un architetto d’eccellenza come Renzo Piano. La storia di questo paese è stata scritta e si scrive tutt’ora da donne straordinarie, donne vere come Maria Montessori, Grazia Deledda, Elsa Morante, Ilaria Alpi, Maria Grazia Cutuli e Rita Levi Montalcini. Donne degne di rispetto e di esempio non solo per le giovani italiane, ma anche per le giovani donne di altre terre.L’Unità di questo paese viene costruita ogni giorno da uomini e donne che non scelgono l’indifferenza. Da quelli che riescono a cogliere nel volto d’altrove un elemento di crescita reciproca. E non si lasciano dominare dalla paura verso il diverso, verso chi ha un altro colore di pelle o un’altra religione. L’Italia unita non deve scordare, deve capire il sogno dell’europeista Altiero Spinelli. L’Italia odierna deve avere il volto di quei magistrati che proseguono il lavoro di Falcone e Borsellino. Il volto di giornalisti passionali e rigorosi come erano Indro Montanelli ed Enzo Biagi. L’empatia del giovane scrittore Roberto Saviano che rinuncia alla spensieratezza per onestà intellettuale. Per l’amore verso quelle parole che si chiamano Speranza, Verità e Bellezza. E’ questo il volto della vera grazia ed eleganza che fa ancora apprezzare l’Italia nel mondo. E che l’Italia, a volte dimentica di ringraziare, dimentica di ricordare, dimentica di saper guardare, dimentica di saper ascoltare.      

 

 

(Rezarta Cuko)                              

 


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EROI E CIALTRONI: 150 ANNI DI CONTROSTORIA
post pubblicato in Grandi, Augusto, il 24 novembre 2011

Il saggio, per un verso interessante per le sue analisi sociali,  economiche e politiche, ricco di osservazioni ed accurate descrizioni di fatti ed eventi, per l’altro è di lenta lettura per la sovrabbondanza di  cifre e dati che lo rendono, a tratti, piuttosto noioso.

 

(Renata Pozzi)

 

 

 

 

Augusto Grandi, Teresa Alquati, Eroi e cialtroni: 150 anni di controstoria, Politeia, 2010 [ * ]

 

 


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IL BARATTO
post pubblicato in Querci Favini, Giovanna, il 24 novembre 2011

Il libro, pur di chiara e scorrevole lettura, risulta tuttavia di poco pregio per l’assurdità della trama e per i salti logici legati al tentativo, fortemente venato di derive psicologistiche, di incastro tra fantasia e realtà.
Il discorso incentrato sulla distinzione tra il bene ed il male, chiamato in causa da una sorta di patto con il diavolo che mal ricalca il Faust di Goethe risulta aleatorio e venato di tentativi di indottrinamento.

 

(Renata Pozzi)

 

 

 

Giovanna Querci Favini, Il baratto, Marsilio, 2010 [ * ]

 


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LA LUNGA NOTTE DEI MILLE
post pubblicato in Brogi, Paolo, il 15 novembre 2011

Il libro di Brogi ci racconta le storie e il destino di alcuni dei Mille dopo la spedizione del '60. Lo fa in maniera agile e giornalistica che si presta ad una facile ed agevole lettura per chi si avvicina a questo tema e ciò costituisce di certo un pregio del libro ma ne rappresenta, allo stesso tempo, anche un notevole limite. Il racconto è infatti spesso aneddotico, poco contestualizzato e carente di respiro storico. Non si capisce come e perché sono stati scelti circa duecento di più di mille che erano. Si stenta ad intravedere un filo conduttore che leghi un racconto che si dipana un po' a pezzi e bocconi, saltando da uno all'altro dei garibaldini senza che il lettore riesca a percepire, in questo dipanarsi a volte accennato e a volte più approfondito, un qualsivoglia criterio unificante. Tenendo a mente questi limiti, a Brogi è riuscito però di ridare luce, dignità e dimensione umana ad almeno una parte di chi, avendo compiuto una grande impresa di cui tutti noi siamo in qualche maniera eredi, era caduto nel colpevole dimenticatoio della storia patria. Questa è di per se una piccola impresa che rende utile e dilettevole la lettura del suo libro.

 

(Edoardo Sermasi)

 

 

 

Paolo Brogi, La lunga notte dei Mille, Aliberti, 2011 [ * ]

VIVERE NON BASTA
post pubblicato in Veneziani, Marcello, il 13 novembre 2011



Il libro è di lettura non facile. È essenzialmente libro di pensiero, e proprio in questo risiede la sua bellezza, se così si può dire. Consiglio, modestamente, a chi si accinga a leggerlo, di leggere un capitolo al giorno. Così facendo, la lettura si esaurisce in venti giorni, se proprio si ha fretta. Ma – sempre a mio avviso – la lettura va diluita di più, proprio per apprezzare ciò che del libro è l’essenza propria.
E questa essenza è nell’ultimo capitolo, decisamente bello e suggestivo: la dedica “del tutto” al lettore. Conviene, però, andare con ordine.
Come ho detto, la lettura non è facile. Ciononostante, Veneziani ha uno stile suo, che, dopo un inizio non immediato e certo non scorrevole, si mostra dal quarto o quinto capitolo, più semplice. Alla base del libro è una trovata dell’autore non nuova: altri – come Dan Brown e non ricordo ora chi, ma più di un autore – l’hanno già utilizzata: l’espediente di dire che il contenuto del libro è autentico, oggetto di un ritrovamento casuale. Durante i recenti fatti di rovine a Pompei (crollo di un muro della Casa del Moralista, avvenuto nel 2010), l’autore ipotizza il ritrovamento delle lettere di Lucilio, un poeta romano nato e residente a Pompei, in risposta alle Lettere sulla Felicità che Seneca gli aveva rivolte.
Questo ritrovamento, nonostante la premessa – che l’autore, saggiamente, chiama Fabula –  asserisca trattarsi di ritrovamento reale, si svela presto fittizio, così come lo stile della narrazione, che quasi dai primi capitoli si può attribuire come stile e contenuti ai nostri tempi, piuttosto che all’epoca romana. È interessante notare che Veneziani non scrive in modo che sembri di essere ai tempi dei romani, ma piuttosto ambienta quel che racconta in quel tempo, mentre il suo stile – nonostante le buone intenzioni accennate in Fabula – è decisamente dei nostri tempi.
Ma il libro è un libro sul pensiero. Su quello che le persone pensano e aspettano dall’esistente. E proprio in questo – dopo un inizio poco agevole, in cui si parla un po’ di felicità, proprio per rispondere a Seneca (che ne ha fatto il tema delle sue Lettere) – il finto “poeta” romano che si dice suo allievo, e lo chiama maestro, si produce in riflessioni che originano dal libro di Seneca. Certo, il giudizio sul libro di Veneziani sarebbe molto più agevole se avessi letto prima il libro di Seneca, ma così non è.
Un libro sul pensiero: quasi un libro di filosofia, travestito da romanzo. Cosa ne ricava un lettore odierno, che – magari – di filosofia non si occupa né se ne vuole occupare e che cerca nel libro magari qualcosa che si riferisce alla felicità e che, dopo il secondo capitolo, sparisce quasi dal testo? È difficile a dirsi. Ma certo se ne ricava un po’ di riflessione sul proprio di pensiero. Sul perché si pensa e si scrive (o si legge) in certi modi. E di certi argomenti. Filosofici, appunto, e poco trattati.
Proprio quando Veneziani comincia ad affrontare il pensiero del quotidiano, (capitoli 5 Viaggiare e tornare, 8 Potere e ritirarsi, 9 Vecchiaia e dignità, 11 Sirene e Chimere), il libro comincia a colpire anche il lettore meno aduso a sentir parlare di filosofia – chi scrive non se ne è occupato quasi più, dopo gli studi superiori, se si eccettuano le letture di autori come Fromm, Eco e qualche altro – e lo colpisce soprattutto per i riferimenti al quotidiano, a quello che ci tocca tutti i giorni di pensare per le vicende che la vita ci fa considerare.
A mio avviso, i capitoli più belli, intensi e avvincenti, sono quello sulla leggerezza (12), quello sui padri e figli (14) e quello sulla morte di Seneca (17, penultimo). In questi capitoli ci si dimentica della falsa “romanità” dell’autore, che invece si mostra autore del nostro tempo, attento a problemi tipici dei nostri anni e non di quelli dell’antica Roma, cui si riferisce qua e là. Pare che l’autore sottolinei il fatto che i problemi dell’uomo non hanno epoca o data, sono sempre uguali, e come al nostro tempo, così dovevano essere anche nell’antica Roma.
Menzione speciale merita poi il capitolo sul Morire prima di morire (15) e quello sul Cristianesimo (16). Il penultimo capitolo, sulla morte di Seneca, oltre che un congedo dell’autore dal finto Lucilio che ha impersonato, è la conclusione dell’opera. Ma è proprio nell’ultimo capitolo che l’intero progetto si esprime: Congedarsi in bellezza è un saluto al lettore attento, che è arrivato al termine dell’opera e scopre che l’autore lo ha pensato per l’intero libro. E ne trae piacere e considerazione verso l’autore, nonostante la lettura sia stata faticosa.
A conclusione, una piccola chiosa, Veritas in extremis, ci racconta di come il libro (che Veneziani dedica a suo padre) sia originato dalla lettura del testo originale di Seneca, che suo padre aveva in edizione pregiata, e che conteneva appunto molte chiose aggiunte a margine. Una conclusione che spiega, forse meglio di altri pensieri, il perché del libro.
Ho già detto che la lettura non è piana, né facile. E non per lo stile dell’autore, che anzi risulta piano e scorrevole, ma soprattutto per l’argomento, il pensiero. Debbo dire che più di una volta sono stato tentato di leggere il libro a tratti. E invece l’ho letto dalla prima all’ultima riga, e ne sono rimasto affascinato, al punto da considerare l’eventualità di leggere le lettere di Seneca. Ma non adesso!



(Lavinio Ricciardi)







Marcello Veneziani, Vivere non basta, Mondadori, 2011 [ * ]



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EROI E CIALTRONI: 150 ANNI DI CONTROSTORIA
post pubblicato in Grandi, Augusto, il 9 novembre 2011

 

Quando leggiamo il giornale, guardiamo il telegiornale o assistiamo ai dibattiti politici, abbiamo una visione dei fatti limitata nel tempo e nello spazio; accentriamo l’attenzione sul singolo fatto e perdiamo la visione d’insieme: l’ interdipendenza fra nord e sud, quella fra piccole e grandi imprese, fra agricoltura, industria e terziario, l’importanza delle infrastrutture, la concorrenza internazionale, la ricerca e lo sviluppo, l’andamento dell’occupazione, della disoccupazione, del lavoro nero, dell’ istruzione, e cosa stanno facendo gli altri paesi; non riusciamo a percepire le connessioni di causa – effetto, o ci limitiamo a considerare solo gli effetti di breve periodo.
Occorre invece ogni tanto salire in alto, come su una mongolfiera o sul seggiolone di un arbitro di tennis, e vedere le cose in una sintesi spazio-temporale, perché solo così riusciamo a capire gli errori fatti nel lungo periodo e a non commetterne altri.
Il testo di Augusto Grandi e Teresa Alquati è prezioso proprio per questo. In meno di 200 pagine ripercorre il cammino economico e sociale dell’Italia dalla sua riunificazione ad oggi, evidenziando luci ed ombre della storia recente italiana fino a far comprendere al lettore la via da seguire per uscire dal tunnel. Una lettura che può sembrare all’inizio un po’ noiosa perché ricca di dati e cifre, ma che poi, una volta capita l’importanza della politica economica per la sua concreta incidenza sulla nostra vita di ogni giorno e su quella futura di figli e nipoti, diventa appassionante al punto che si desidererebbe, alla fine, che periodicamente uscisse una edizione aggiornata, per avere un commento disincantato e non di parte degli anni più recenti.
Libro da consigliare, a mio avviso, anche come testo scolastico, da comprare, tenere, prestare ad amici e parenti.



(Pietro Benigni)







Augusto Grandi, Teresa Alquati, Eroi e cialtroni: 150 anni di controstoria, Politeia, 2010 [ * ]

LO SHOW DELLA FARFALLA
post pubblicato in Matteucci, Franco, il 26 ottobre 2011

In un anonimo paesino d’Italia denominato Buriland (paese di burini) una giovane donna intelligente e bella  sconta da dieci anni il suo grave errore di avere sposato per  convenienza  un uomo volgare e prepotente che le infligge continue  umiliazioni fisiche e morali. Il contorno non è da meno: ci troviamo di tutto, dalle prostitute africane a quello che tradisce la moglie con un transessuale, dalle ragazze che si spogliano davanti alle telecamere  in diretta  telefonica con tariffa a tempo  con i guardoni a distanza,  a quelle che invece lo fanno nei club privé, dal playboy a pagamento  al terrorista. Ma troviamo anche figure delicate e belle come quella del padre della protagonista o della anziana vicina di casa, o positive e concrete come quella del fornaio che spasima per  la  nostra eroina  e vorrebbe sposarla.
Insomma uno spaccato di vita di paese un po’ duro ma vivo e  tutt’altro che inverosimile.  Il racconto un po’  hard e lo stile rapido mi hanno fatto ricordare il romanzo di Niccolò  Ammaniti  “Come Dio comanda” dal quale questo differisce, in meglio per fortuna, per l’inserimento di alcuni personaggi positivi e per il lieto fine. Lettura  avvincente,  porta  ad un epilogo rapido e liberatorio. Consigliabile, ma solo per adulti.

 

(Pietro Benigni)

 

 

 

Franco Matteucci, Lo show della farfalla, Newton Compton, 2011 [ * ]


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APNEA
post pubblicato in Tinchitella, Paola, il 25 ottobre 2011

Il libro di questa giovane autrice è molto bello. Oserei dire che – come protagonista del romanzo – non ho visto la giovane Isabel, scrittrice che abita un paese vicino Siviglia, ma la sua anima, guidata dalle sapienti mani di Paola, l’autrice.
Andiamo  con  ordine.
Il titolo, “Apnea”, credo abbia a che vedere col fatto che l’anima della protagonista, appunto, respira e poi interrompe, come in una apnea, il suo respiro, trattenuta da qualcosa che riaffiora, o dal presente, nella maggior parte dei capitoli, o dal passato.  Nei titoli stessi dei capitoli questa cosa si adombra e dà adito ad essere pensata.
Forse, quella che ho appena espressa sarà soltanto una mia opinione; forse è quello che penso succeda a tutti i lettori di un’opera, e ancor più di un’ “opera prima”, come Apnea. Paola è una donna estremamente brillante, saggia nel presentare le sue scritture (sia prosa che poesia), e – soprattutto – scrive “da donna”. Ho recentemente recensito un romanzo scritto da un uomo, Franco Matteucci,  e che ha per protagonista una donna, le sue emozioni e il suo approccio alla vita, succube di un marito un po’ “dittatore”. E mi è venuto anche troppo ovvio fare un confronto tra il romanzo di Paola e quello di Matteucci.  La differenza salta subito all’occhio, a chi legge i due romanzi di seguito, più o meno come  ho fatto io.
E’ proprio della natura femminile essere inclini ad un certo grado di fantasia, o – come dicono alcuni – “ragionare”  con l’emisfero destro, quello degli istinti. E’ appunto qui l’impossibilità, per un autore maschio, di descrivere i pensieri e le reazioni di una donna facendolo in prima persona.  E il romanzo di Matteucci (“Lo show della farfalla”, edito da Newton Compton, Roma, 2010) – che fa questo lavoro, di immedesimarsi nella natura della protagonista – segna secondo me il limite di quello che ho appena detto.  Secondo me, anche se il romanzo ha una sua dinamica non priva di originalità, lo stile della storia denota l’universo maschile preponderante. Forse l’autore voleva proprio far questo?
Il discorso di Apnea – fin dal primo capitolo – è un discorso originale (ad esempio, nella titolazione dei capitoli stessi, che si ispirano alle varie fasi di una apnea, ma rapportano ciascuna fase ad un momento temporale della protagonista, ambientato in mare – emersione, approdo sono alcuni dei titoli).  Ho già detto che – a parlare – è piuttosto l’anima di Isabel, anziché la stessa Isabel. E’ un modo di intendere questo bellissimo dialogo interiore che è Apnea, in cui proprio la presenza dell’anima giustifica – a mio avviso – il titolo: l’anima va in apnea, nei suoi soliloqui, quando la vita insiste, preme.
Sul libro, dopo alcuni capitoli di introspezione su fatti della vita appartenenti a tempi diversi della protagonista (presente, passato prossimo o remoto), compare all’improvviso un amore. E la vita prende un nuovo ritmo, per Isabel, che – forse – continua a fare apnee  lasciandosi andare ad una realtà attesa (magari non immaginata così vicina, dal contesto dei capitoli precedenti). E la storia, da storia di vita, da fatto esistenziale puro, diventa una vera storia d’amore, amore descritto come immediato, sofferto – soprattutto per il comportamento del partner – e poco gratificante nel complesso, ma profondamente vissuto e sempre più desiderato. Isabel si immedesima nella sua parte, e accetta dal partner di essere trattata come forse non vorrebbe, ma si abbandona completamente al ritmo di questo amore, un po’ caotico, ma descritto dall’autrice in modo molto sapiente.
Non voglio che mi si accusi di partigianeria, proprio dopo aver accostato il libro di Paola a quello di Matteucci, ma decisamente, Apnea mi è piaciuto molto di più, e mi spiace non averlo trovato tra le opere prime del premio, dove non avrebbe affatto sfigurato. E’ inoltre abbellito da una deliziosa copertina di sapore marino, tratta da un dipinto di Lorenza Anna Pagliacci. Recentemente la casa editrice ha elaborato una ristampa in cui la copertina è stata modificata: qui è riportata la precedente, per me molto più efficace.

 

(Lavinio Ricciardi)

 

 

 

Paola Tinchitella, Apnea, Il Filo, 2008 [ * ]









vedi quì e quì

 


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AGENTE SACRIFICABILE
post pubblicato in Colizza, Filippo, il 22 ottobre 2011



Questo libro è opera di esordio di uno scrittore che certo rimane molto caro a chi, come me, è appassionato di spy-stories. E’ infatti (a parte Carlo Lucarelli, il cui genere però, mi pare più da accostare al giallo – poliziesco) l’unico scrittore italiano che mi è capitato di leggere, e l’unico – in assoluto anche tra gli altri scrittori italiani – che accosto volentieri a Ian Fleming, il famoso autore di James Bond.
Sono rimasto molto colpito, e ottimamente coinvolto, dalla lettura del romanzo. Lo trovo molto ben impiantato sul terreno – appunto – dello spionaggio, e quel che più mi ha influenzato e inorgoglito è che il protagonista è un agente del servizio segreto della nostra Marina Militare (da cui proviene anche l’autore, come appare dal risvolto posteriore della sovra-coperta).
Il libro è scritto in uno stile piano, e senza molto concedere agli “effetti speciali” tipici degli scrittori di storie di spionaggio. Proprio questo stile, adatto a tutti i lettori, può rendere il libro piacevole anche per chi appassionato di spie non è, ma ha certo un debole per i romanzi di azione. Tale infatti appare questo romanzo, come lascia intendere l’immagine di copertina e la sua elaborazione da fotografia.
Il procedere del libro è tale che le sue 403 pagine vanno via come l’olio. Io le ho lette in tre giorni e mezzo, quattro, e – anche se il finale è (non lo dovrei dire) buono – mi ha lasciato male perché la storia era già finita. Non leggevo storie di spionaggio dal penultimo libro di Forsyth (Il veterano), dopo il quale non ne ho letti altri.
L’autore ha – secondo me – due pregi: uno gli viene dalla sua esperienza di militare, ed è la conoscenza degli scenari sui quali i servizi di solito operano. In questo caso si ha un panorama aggiornatissimo delle attuali situazioni di tensione internazionale (lo scenario è il Nord Africa); l’altro pregio è – probabilmente – la sua giovane età, che gli permette di riversare molta della sua energia nella scrittura, e calarsi nel personaggio del protagonista, anche lui molto giovane. Lo ho accostato a Forsyth, proprio perché l’autore inglese ha un’esperienza consimile.
Il romanzo si articola tra le missioni del protagonista, Alessandro Trevi, e le avventure che egli corre, in particolare tra le grinfie di un trafficante di armi con cui se la dovrà vedere e molti altri personaggi che fanno da ottimo contorno. Ma la caratterizzazione del romanzo è la semplicità delle avventure stesse, semplicità che non scade mai nel banale. E’ un po’ come dire che è un thriller “fatto in casa”, ove le situazioni sono davvero quasi sempre degne di fiducia, perché si mostrano credibili: pericoli e situazioni di tensione somigliano terribilmente a quelli reali della nostra epoca.
Direi che il mio giudizio su quest’autore è senz’altro molto positivo. Proprio a proposito della parte finale, in cui si profila un amore molto ben descritto e senza le caratteristiche delle vamp di James Bond, ma con un’aria di normalità anch’essa credibilissima, tra il protagonista e una giovane segretaria francese del trafficante di armi alla quale Alessandro salva la vita. La storia d’amore è portata nel libro in forma delicata e semplice, senza né eccessi, né fanfaronate. E’ secondo me, un tocco di classe in più che Colizza aggiunge al suo stile così pulito.



(Lavinio Ricciardi)






Filippo Colizza, Agente sacrificabile, Mondadori, 2011 [ * ]










vedi quì e quì, quì il blog dello scrittore


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LO SGUARDO EMPATICO NELLA POESIA DI HIKMET
post pubblicato in Hikmet, Nazim, il 29 settembre 2011



La poesia, il cui materiale è il linguaggio, è forse la più umana e la meno mondana delle arti, la sola in cui il prodotto finale rimane prossimo al pensiero che lo ispirò.

(Hannah Arendt, The Human Condition)


Aprendo le pagine poetiche di Nazim Hikmet (Salonicco 1902 - Mosca 1963) riesce impossibile non amare i suoi versi. I suoi affezionati lettori conoscono a memoria questi versi splenditi: “Ti amo come se mangiassi il pane spruzzandolo di sale [...] ti amo come se dicessi Dio sia lodato son vivo” (1959). Hikmet in questi versi portò alla luce una dolcezza che oserei chiamare globale, anche se appare legata al pensiero, al sentire, balcanico ed orientale. Attraverso l’essenzialità del sale che dà sapore al cibo e alla vita nella stessa maniera in qualunque parte del mondo, il poeta dice ti amo alla sua amata. E rende il sale dolce più del miele.
Questa dolcezza intensa che sprigiona la sua opera poetica è il prezioso ricamo delle sue sillabe magiche. Sillabe che ti aprono gli occhi…versi liberi, espressivi che sanno essere altro…metafore che diventano tele dipinte di orizzonti vivi…orizzonti poetici che aggrediscono per coinvolgerti con la realtà. A volte dolcemente, a volte tortuosamente per raccontarti quel che spesso sfugge al pensiero, al ricordo e alla memoria. Proprio come la Arendt scrisse sulla poesia: “il suo carattere “memorabile” determinerà inevitabilmente la sua durata, cioè la sua probabilità di rimanere perennemente fissata nella memoria dell’umanità”. Così la poesia di Hikmet fondata sul tangibile ha acquisito l’atemporalità.
Egli nacque a Salonicco che in quegli anni era la rappresentazione del caleidoscopio balcanico. Visse ad Aleppo una parte della sua infanzia come lui stesso ricordò nella poesia Autobiografia (1962) [ * ], e proseguì gli studi liceali ad Istanbul. Luoghi di colori, profumi, identità e religioni diverse. Anche l’ambiente famigliare offrì ad Hikmet due visioni differenti di vivere e di pensare: l’Oriente e l’Occidente. E’ forse proprio questa diversità culturale la base in cui si forgiò la futura grandezza di Hikmet.
Entrò dentro varie realtà e verità del mondo in cui visse, raccontando in versi gli accadimenti. I suoi versi di struggente semplicità smuovono sentimenti profondi. E naturalmente condivido il pensiero della scrittrice turca, Elif Shafak che: “credere nella poesia equivale a credere nell’amore.” (Latte nero, 2007 [
* ]).
Era un uomo che con la sua lirica partecipava agli eventi, osservava il proprio tempo senza connotare la sua poesia alle ideologie (nazionalistiche o politiche). Seppe prendere ferme posizioni (genocidio degli armeni), anche quando quelle prese di posizione significavano privarsi della libertà e rinunciare agli affetti più cari per l’amore verso l’umanità. La fisionomia della sua lirica.
Nel 1956 scrisse, a mio avviso, una delle sue più belle poesie esprimendo un altro valore della lirica ed una diversa “missione del poeta”. Questa poesia s’intitola Japon balikçisi / Il pescatore giapponese.
Trovo nei suoi versi tutta la forza poetica di Hikmet, la sua grandezza di pensiero, la sua denuncia poetica che gli ha permesso di entrare così di diritto tra i grandi poeti del Novecento. Poesie come Japon balikçisi lo hanno elevato come il poeta che sopravvive alla sua generazione. Diventa il poeta di tutte le generazioni. E nonostante la palese connotazione geografica del titolo, è comunque una poesia che non ha un'unica appartenenza nazionale, supera i confini territoriali. E quel termine chiamato “nazionalità” è inappropriato per essa. La sua lirica delicata e sublime affronta un tema universale con echi che risuonano attuali a decenni di distanza. Usò elementi semplici ricorrenti spesso nella sua poesia come il mare, il sale e il vocativo “mia rosa” con intensità empatica per far riflettere il lettore. Il poeta scrisse questa poesia prendendo spunto dai test nucleari perpetuati negli anni cinquanta del Novecento nell’Oceano Pacifico e dagli effetti imposti dall’uomo alla natura e alla vita di altri uomini. Hikmet descrisse in modo incredibile il dramma esistenziale di un pescatore ammalato dall’esposizione alle radiazioni atomiche di un esperimento militare del 1952:

Il pescatore giapponese 
(traduzione dall’inglese in italiano di Thony Sorano)

Il pescatore giapponese ucciso da una nuvola
Non era che un giovane mentre navigava nella sua rada.
Ho sentito questa canzone cantata a bassa voce dai suoi amici,
Mentre la luce gialla andava verso l’Oceano Pacifico


Pescammo un pesce, colui che lo mangia muore,
Chi tocca la mia mano, di quello muore.
Questa, la nostra barca, è una fredda bara
Chi sale a bordo, imbarcandosi muore.

I versi che aprono la poesia raccontano di un giovane pescatore ucciso da una “nuvola”, mentre navigava nell’Oceano Pacifico. Una nuvola avvolge la sua barca e la trasforma in una fredda bara. Hikmet non lo dice esplicitamente, ma si comprende che quella nuvola non fu un evento meteorologico, anche se a volte in quella parte del mondo la natura sa essere veramente distruttiva. Mentre i versi di Hikmet continuano a diventare sillabe penetranti:

Pescammo il pesce che uccide chi lo mangia,
Non tutto in una volta, ma poco a poco,
La sua carne diventa nera, apre piaghe e imputridisce
Pescammo un pesce, colui che lo mangia muore.

Chi tocca la mia mano, di quello muore.
Questa mano che una volta così bene lavorava per me,
Bagnata nel sale e sana nel sole.

Chi tocca la mia mano, di quello muore,
Non tutto in una volta, ma poco a poco,
La sua carne diventa nera, apre piaghe e imputridisce…
Chi tocca la mia mano, di quello muore.

Gli effetti di quella nuvola non uccidono immediatamente: “Non tutto in una volta, ma poco a poco / La sua carne diventa nera, apre piaghe e imputridisce…”. Questi versi sono immagini vivide, immagini crude e dolorose. Il pescatore è un morto vivo e chi tocca la sua mano muore. Quella stessa mano che bagnata dal sale, un elemento di vita e d’amore per Hikmet, una volta era sana nel mare inondato dal sole. Una mano che lavorava, pescava e dava vita, oramai solo con un gesto, un tocco contagia la morte nera. Il pescatore è giovane. E’ un uomo innamorato e ricambiato dagli occhi a mandorla. Un innamorato che prega la sua amata non di amarlo come tutti gli innamorati, ma di dimenticarlo. Sceglie l’oblio in nome dell’amore con la dignità unica della cultura nipponica.
Ed Hikmet con la delicatezza che lo contraddistingue nei versi seguenti descrive una vita alla quale sono tagliate per sempre le ali del futuro, diventando il canto amaro di un amore tenero distrutto da forze oscure:

Dimenticami, amore con gli occhi a mandorla
Questa, la nostra barca, è una fredda bara.
Chi sale a bordo, imbarcandosi muore…
La nuvola è passata e ha portato la nostra rovina.

Dimenticami, amore con gli occhi a mandorla,
Mia rosa, non devi baciare le mie labbra,
La morte, si sposterebbe da me a te,
Dimenticami, amore con gli occhi a mandorla,

Questa, la nostra barca, è una fredda bara,
Dimenticami, amore con gli occhi a mandorla,
Il bambino che potresti avere da me,
Marcirebbe dentro, un uovo marcio.


Il giovane continua a supplicare con la morte nel cuore la sua amata di non baciare le sue labbra e la chiama “Mia rosa” mentre le chiede questo sacrifico d’amore. Sceglie la solitudine, non vuole che la morte che porta dentro sé si sposti da lui alla sua rosa, al suo amore. Questi sono i versi più struggenti che ho mai letto. La sua barca da mezzo per la sopravvivenza si trasforma in fredda bara. Diventa morte. Sentiero senza luce. E i versi diventano ancor più struggenti, diventano un coltello nel cuore. Suscitano lo sguardo dell’empatia mentre il giovane pescatore chiede al suo amore ancora una volta di dimenticarlo. Il loro sentimento non potrà mai essere vissuto pienamente, perché da quell’atto d’amore non potrebbe nascere un bambino sano: “Il bambino che potresti avere da me / Marcirebbe dentro, un uovo marcio”. Sono versi in cui tragicamente alla vita viene chiuso il sipario della vera bellezza, quell’armonioso e magnifico concerto in pentagrammi che è la rinascita attraverso un'altra vita.
Come sono lontani questi versi da un'altra sua poesia che mentre scrivo mi viene in mente: “Il più bello dei mari / è quello che non navigammo. / Il più bello dei nostri figli / non è ancora cresciuto. / Il più bello dei nostri giorni / non lo abbiamo ancora vissuto. / E quello / che vorrei dirti di più bello / non te l’ho ancora detto.” (1942) (trad. di Joyce Lussu, Mondadori [
* ]).*
E’ un’eco di versi meravigliosi scritti durante la prigionia di Hikmet, che evocano nell’orizzonte un futuro, la visione di un amore, una vita senza fine… Radicalmente in contrasto con i versi della poesia dedicata al pescatore giapponese nella quale si può toccare con mano la fine. La profezia compiuta delle tenebre. Vedi con gli occhi dell’anima la tragedia umana causata da una nuvola radioattiva. Nella chiusura della poesia la natura che magicamente è parte integrante dei suoi versi rappresentata dal mare è morta. Il mare blu si veste di nero (è morto ecologicamente) e nelle sue acque non naviga una barca inondata dal sole, ma la fredda bara delle tenebre. E negli ultimi versi il pescatore (l’etica dell’uomo poeta) rivolge un’eco di dolore e una domanda che ancora oggi aspetta una risposta:

Questa, la nostra barca, è una fredda bara,
Il mare che navighiamo è un mare morto.
Oh umanità, dove sei,
Dove sei?



(Rezarta Cuko)




 

 

LO SHOW DELLA FARFALLA
post pubblicato in Matteucci, Franco, il 27 settembre 2011



Questo libro, di autore per me sconosciuto, non è stato una lettura molto divertente. Qualcosa di positivo, comunque, ci si può trovare.
L’inizio presenta subito l’io narrante, una donna. Debbo dire che – personalmente – non mi sembra una cosa molto sensata che un autore dell’altro sesso cerchi di raccontare una storia per bocca di una donna: non so come possa immedesimarsi in certi meccanismi psicologici che, sempre a mio parere, caratterizzano ciascuno dei due sessi. Per questo ho trovato un po’ particolare la scelta dell’autore.
La storia parte in un certo modo: la protagonista – Floriana – si presenta con un soprannome (“vermetta solitaria”), che si è autoassegnato, e prosegue presentando la sua vita. E’ una donna giovane, il cui marito, Sergio (soprannominato il Trippone), fa l’ortolano. Floriana parla delle sue amiche, con le quali ha un buon dialogo e si vede abbastanza spesso, almeno nel “tempo” del libro. La vicenda è sviluppata in modo specifico; Floriana cita le voglie sessuali del marito, che le chiede prestazioni in cambio di ognuna delle sue richieste.
Non entro in particolari, peraltro abbastanza poco allegri e comunque sempre in chiave femminista (il marito è visto in senso decisamente negativo). Il libro però, come dicevo all’inizio, ha un lato positivo: Floriana – confessandosi alle pagine che scorrono – descrive con molta attenzione le sensazioni che le varie vicende della sua vita le fanno provare. E in questo, debbo dire, l’autore è stato bravo e descrive bene i vari stati d’animo di Floriana. Tra i personaggi c’è un figlio, Massimo, che non è figlio suo ma solo del marito, e la suocera Jolanda, che non è molto tenera con la nuora acquisita.
Come al solito, la trama del libro (peraltro non descrivibile: occorre leggerlo) non è il mio obbiettivo preferito. Il lato positivo è questo emergere pian piano della psicologia della protagonista, che diventa personaggio più interessante man mano che la storia progredisce. È quindi uno studio di situazioni e caratteri tutto fatto dalla protagonista, come già detto l’io narrante della storia. In effetti, verso le ultime pagine, la vita di Floriana passa proprio per uno stato che si ispira al titolo: il mostrarsi farfalla, quando per tutta la prima parte (14 capitoli su 27) si è comportata come una “larva”, lasciando covare entro di lei quelle cose che verso la fine riesce a manifestare -.a se e agli altri che ha intorno.
Rimane comunque, a mio avviso, soltanto quello che ho detto il solo lato positivo del romanzo: uno studio del carattere di Floriana attraverso i pensieri della stessa protagonista. E i vari personaggi ulteriori (il Brusca, padrone del forno, Gilberto, che scorrazza su un motocarro Ape, Erasmo, il gatto di Floriana), molto ben descritti, saltano sempre fuori dal suo racconto. Questo giustifica a pieno il titolo che l’autore ha dato.
A parte quanto detto, il libro non mi è sembrato una grande opera.


(Lavinio Ricciardi)






Franco Matteucci, Lo show della farfalla, Newton Compton, 2010 [ * ]







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SORELLE D'ITALIA
post pubblicato in Cepeda Fuentes, Marina, il 27 settembre 2011

Questo splendido libro di storia, la cui bellezza inizia già dall’immagine che ne impreziosisce la copertina, ci riporta, con un tuffo all’indietro di più di un secolo, al nostro Risorgimento. L’autrice – spagnola di nascita, ma italiana da anni, studiosa di storia dell’arte, e collaboratrice RAI - si è cimentata con le biografie delle donne che hanno fatto il nostro Risorgimento.
Debbo dire, io che non amo leggere di storia fin dall’infanzia, che questo libro mi ha sorpreso e decisamente conquistato, per il fascino che avvolge le protagoniste. Le donne del Risorgimento emergono da questo libro caratterizzate non soltanto dall’eroismo che ha contraddistinto le loro azioni, ma dal carattere femminile che l’autrice ha voluto tratteggiare nelle loro figure, senza mai eccedere in retorica o senso della storia. Il libro appare molto ben strutturato e sempre equilibrato nei giudizi che esprime.
È suddiviso in sei parti: la prima è dedicata alla Repubblica Napoletana, la seconda alle donne delle società segrete e dei salotti letterari, la terza a Mazzini e alle sue seguaci, la quarta a Cavour e al suo tempo (tra le eroine di quell’epoca è Nina Schiaffino, ossia “la pazza per amore”), la quinta alla Repubblica Romana e l’ultima alle Garibaldine e brigantesse.
La serie di donne descritte in questo libro annovera nomi notissimi e nomi meno conosciuti, ma non per questo di donne meno valorose. La cosa che salta agli occhi di chi legge “Sorelle d’Italia” è che i nomi di molte di queste vere eroine della nostra storia non sono per nulla nominate nei libri di storia, almeno degli anni ’50. Molti di questi nomi si conoscono perché in molti comuni sono state loro intitolate delle strade cittadine. Queste parti, suddivise a loro volta in capitoli, ognuno relativo ad una delle “sorelle”, sono leggibilissime e consentono di sospendere la lettura per riprenderla in un secondo tempo.
Sulle donne della Repubblica Napoletana (Eleonora Fonseca e Luisa Sanfelice) sicuramente mi sento di dire che il mio libro di storia non ne parlava in dettaglio (magari le avrà anche nominate). Mi pare di ricordare che a Napoli c’è una piazza Sanfelice, appunto. Viene citato, a proposito della Fonseca, un episodio caratteristico che ne tratteggia l’indole.
Non intendo, come per le altre mie recensioni, fare il riassunto del libro. Voglio invece parlare delle donne che mi sono rimaste più impresse, per come l’autrice le ha tratteggiate nella sua opera. Starei quasi per dire tutte: ma non è così. Certo, la Belgioioso e la Contessa di Castiglione, per essere le più conosciute, hanno lasciato una maggior impronta nella mia mente. Ma questo è accaduto anche per Giuditta Sidoli, per Nina Schiaffino (detta “la pazza per amore”), per Giuditta Arquati, per Laura Solera Mantegazza, per Michelina De Cesare.
Tutte le donne citate da me, e anche le altre, però, hanno davvero dato l’impressione (e credo la diano a qualsiasi lettore istruito e non) di essere donne in un certo senso accostabili alle nostre contemporanee. In questo sta l’abilità dell’autrice: averci “restituito” le donne del Risorgimento come forse nessun altro scrittore ha mai fatto. Soprattutto con la capacità di comprensione che soltanto una donna può avere delle altre donne. E nonostante le difficoltà che avrà incontrato nel reperire le fonti.
Ad ulteriore merito del libro è una corposa bibliografia (mi pare sia intorno alle tredici pagini o più), che da sola rende l'idea – e ne dà la dimensione – della ricerca che certo la Fuentes deve aver fatto.


(Lavinio Ricciardi)







Marina Cepedes Fuentes, Sorelle d'Italia, Blu Edizioni, 2011 [ * ]








che bolle in pentola?



LA LUNGA NOTTE DEI MILLE
post pubblicato in Brogi, Paolo, il 24 settembre 2011



Non è facile seguire le vicende di un gruppo, estremamente eterogeneo e tanto numeroso, come quello dei Mille di Garibaldi, nelle loro vicende successive alla famosa spedizione, anche perchè i Mille, anche se erano uniti dalla venerazione per il Generale e dal desiderio di combattere per la libertà, avevano interessi, abitudini, aspirazioni, caratteri quanto mai diversi tra loro.
Paolo Brogi si impegna a seguirli e raccontarci le loro sorti, intrecciando le vicende di circa un quinto di loro, cioè circa duecento persone, con quelle della storia d’Italia; dalla morte di Ippolito Nievo in un naufragio nel 1861, fino alla morte dell’ultimo garibaldino, Luigi Bay, nel 1934.
Alcuni personaggi emergono più di altri: per esempio Edoardo Herter, emigrato in Argentina, dove esercita la professione di medico in un piccolo ed isolato paese; egli funge un po’ da filo conduttore quando ricorda gli eventi passati, riflette sulle notizie che gli giungono sugli avvenimenti italiani che hanno per protagonisti i garibaldini, e si sente in tal modo ancora partecipe del grande sogno della spedizione dei Mille. Un altro è l’ingegnere ungherese Turr che progetta grandi tagli di canali navigabili in varie parti del mondo; e poi Crispi e la sua separazione dalla moglie; Bixio che morì a Sumatra di colera; Baratieri, governatore dell’Eritrea, che fu impegnato nella conquista dell’Etiopia e subì la rovinosa sconfitta di Adua; e soprattutto Luigi Pianciani, che fu illuminato sindaco di Roma, di cui aveva individuato alcune carenze e alcuni problemi che cercò di risolvere con determinazione. Altri personaggi non si ritrovano nella grande storia, come quel Marchelli che, prestigiatore e giocoliere, intrattiene le piazze d’Italia sulle imprese e sulla figura del Generale; o come quell’altro, Buzzacchi, che, diventato direttore dell’ospedale civile di Mantova, raccomanda criteri di igiene e di sterilizzazione nella pratica medica.
Il libro si legge abbastanza piacevolmente, perché Brogi è sempre pronto a cogliere il lato umano delle persone di cui tratta.
Ho trovato poi interessante la parte finale del volume, prima con la storia sintetica di tutti i garibaldini di cui si raccontano le vicende nel libro, e poi con l’elenco degli altri, di cui si ricordano solo i nomi e la data di morte.
Quello di cui ho sentito la mancanza è stato un indice dei nomi con il riferimento alle pagine in cui vengono raccontate le vicende.



(Giuliana Piperno Beer)







Paolo Brogi, La lunga notte dei Mille, Aliberti, 2011 [ * ]









vedi quì, quì, quì e tutte le altre risorse critiche sulla pagina Facebook relativa al libro, anche su youtube, su Radio Tre e su Radio Radicale

TI ASCOLTO
post pubblicato in De Paolis, Federica, il 24 settembre 2011



Diego ascolta le conversazioni telefoniche di quattro inquilini del suo palazzo. La sua voglia di intromettersi non è finalizzata né al desiderio di essere d’aiuto ai suoi vicini né al desiderio di ottenere qualcosa ma è solo un passatempo che rende la curiosità sulla vita degli altri qualcosa di morboso e allo stesso tempo superficiale e inutile. Si tratta della stessa curiosità che ha decretato il successo di programmi televisivi come Il grande fratello, o L’isola dei famosi. Noi sentiamo quel che dicono questi inquilini quando Diego solleva la cornetta del telefono e, grazie alle accurate descrizioni, ne immaginiamo anche le caratteristiche fisiche. L’idea iniziale dell’autrice fa leva su questa curiosità di sapere quello che gli altri forse vorrebbero far rimanere fra le mura di casa propria, che è diffusa e contemporanea, così come sono contemporanei e purtroppo diffusi i problemi che vengono svelati dalle conversazioni telefoniche rubate: l’anoressia di una giovane ragazza, la sterilità, il tumore al seno, tradimenti, gelosie, solitudini celate e irrisolvibili. Lo sguardo che invade le vite private che si nascondono negli appartamenti del palazzo del protagonista, a volte è ironico e coinvolgente, altre volte è melodrammatico e scontato.
Marco Lodoli ha scritto su Repubblica: “Federica De Paolis sa come raccontare le solitudini, i tradimenti, le passioni che nascono e declinano.”
Concordo.


(Luciana Raggi)






Federica De Paolis, Ti ascolto, Bompiani, 2011 [ * ]








vedi quì e quì


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QUANDO CI BATTEVA FORTE IL CUORE
post pubblicato in Zecchi, Stefano, il 22 settembre 2011

Sergio, Flavio e Nives, tre persone legate da forti affetti e da grandi incomprensioni. Il romanzo “ Quando ci batteva forte il cuore” di Stefano Zecchi racconta i rapporti fra i tre protagonisti e le loro vicende s’inseriscono in una pagina di storia che è un tassello importante da ricordare in quest’anno in cui si celebra il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia: siamo nel 1945 e gli abitanti dell’Istria, della Dalmazia e di Fiume vengono deprivati della loro appartenenza all’Italia, tutti coloro che si spostano affrontano le difficoltà degli esuli e, sia che scappino sia che restino, rischiano di essere “infoibati” o trucidati in modo orrendo. La microstoria dunque serve ad una ricostruzione storica. La scelta politica internazionale aveva deciso l’annessione alla Jugoslavia di quella parte dell’Italia orientale, ma tale scelta non era stata affatto condivisa né accettata, anzi era stata vissuta in modo drammatico. È stato un periodo in cui tutti vivevano nel sospetto e nella paura, perché quotidianamente assistevano a catture e massacri. Nella famiglia descritta nel romanzo di Zecchi, con un’inversione di tendenza e uno scambio di ruoli rispetto a quello che nella maggior parte dei casi avveniva veramente, è la donna che è più impegnata politicamente e che è più colta dell’uomo ed è la donna che abbandonerà la famiglia per i suoi ideali (e anche per aver salva la vita). Per questo motivo, Nives, per essere uscita dagli schemi che prevedono che per una donna, per di più  madre, la famiglia debba essere messa sempre e comunque al primo posto, non sarà mai perdonata dal figlio. Ecco riportato il dialogo fra Sergio e don Egidio (pag.212): 
-Ti pare poco combattere per la libertà? Non si è sacrificata per questo tua madre?
-Macché! Ha sacrificato la sua famiglia per un’idea.
-La patria e la libertà non sono solo un’idea.
-La sua famiglia doveva venire prima di quell’idea. Mio padre ha salvato la mia libertà!  
Dunque viene infine recuperata con la ragione oltre che col cuore la figura del padre che all’inizio sembrava essere piuttosto assente ed invece dimostra con le azioni di amare fortemente il figlio e di saperlo proteggere durante una tormentata fuga, ricca fin troppo di pericoli, e di eventi che s’accaniscono su di loro (come la forte pioggia e la febbre alta, le visioni macabre…).
La madre, che all’inizio era molto amata dal figlio per quel rapporto idilliaco e simbiotico che segue sempre la nascita, poi verrà criticata e sarà dimenticato il grande amore che lei gli aveva dimostrato. Come nelle favole i buoni e i cattivi sono riconoscibili e, dopo varie prove che vengono superate, c’è il lieto fine: Sergio ha avuto un buon padre e anche lui a sua volta sarà un buon padre per il figlio che si chiama Umberto (come il re!); cercherà di passargli il suo mondo di valori e, perché no, cercherà anche di insegnargli a fischiare…Non cambia nulla. Il sacrificio fatto in nome della famiglia ha pagato bene.
Sergio bambino parla spesso in prima persona e forse da questa scelta dipende la prosa di facile lettura, anche se spesso sono utilizzate strutture linguistiche fin troppo semplificate. Il protagonista tuttavia, pur esprimendosi in modo semplice, in alcune occasioni si pone domande assai improbabili per un bambino della sua età, anche se possiamo supporre una maturità superiore alla norma dovuta alle vicende dolorose che ha dovuto affrontare e alle scene terribili che ha dovuto vedere:
“…di che cosa sono colpevole?...e non volevo darmi una risposta, non volevo accettare una soluzione.”
Ecco un brano dove il bambino parla dell’affetto della madre e del rapporto con lei all’inizio, prima che il padre, con il suo comportamento, lo conquistasse (pag. 93):
“… con la mamma era tutto diverso. Mi sentivo un pezzetto di lei: uno sguardo e ci capivamo al volo, il suo affetto era come quel fieno del mio letto nella capanna, che mi si era appiccicato dappertutto senza bisogno della colla. E poi con la mamma discutevo, sapevo dirle “no”: lei mi sgridava, ma io non mollavo perché sapevo che qualunque cosa avessi fatto, alla fine, anche dopo il castigo, mi avrebbe abbracciato e coperto di baci. Era questo amore a mancarmi tantissimo, ed ero convinto che mio padre, anche se lo vedevo attento e premuroso, non sarebbe mai stato in grado di sostituirlo.”
A pag 39 viene chiarita la differenza di richieste del padre e della madre:
“tu papà vuoi che non veda e non senta niente, la mamma che ricordi sempre tutto!
-…forse i bambini, proprio perché sanno giocare, sono anche capaci d’inventarsi un’altra realtà in armonia con i propri desideri. Ma il mondo di fuori non riuscivo a cancellarlo, e quello, arrogante e senza rispetto, irrompeva nella mia casa durante le riunioni della mamma.” 
Il finale non mi convince e non mi piace che il padre incolto, disimpegnato e poco affidabile, alla fine di rocambolesche avventure, diventi quasi un mito da emulare mentre la sorte della povera mamma è di essere criticata per le scelte fatte e dimenticata.

 
 
(Luciana Raggi)

 
 
 
 
Stefano Zecchi, Quando ci batteva forte il cuore, Mondadori, 2010 [ * ]

 


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PIPERITO
post pubblicato in Cavallari, Rita, il 6 agosto 2011



Il nuovo romanzo di Rita Cavallari abbandona il terreno della memoria di matrice autobiografica per narrare la storia di un pappagallo, Piperito, strappato al suo habitat, la lussureggiante foresta brasiliana, e costretto ad adattarsi alla vita in una gabbia dorata nella nostra caotica capitale, Roma, dove è oggetto delle cure di una bambina che gli dà un nuovo nome: Violetto.
Lo sradicamento, la perdita di identità è già in questo apparentemente insignificante dettaglio, perché il parrocchetto continuerà a “gridare”: “ Io sono Piperito. Mi chiamo Piperito. Piperito. Piperito.”.
A questo destino il pappagallo non si rassegna e preferisce la libertà piena di insidie, la compagnia dei suoi simili, al cibo assicurato, fino a conseguire un inimmaginabile esito positivo dei suoi sforzi tenaci.
Come nelle favole di Fedro il mondo animale appare saggio e dignitoso, degno di rispetto, di quel rispetto che spesso neghiamo ai nostri più prossimi coinquilini del pianeta.
Con questo suo piacevole, scorrevole, accattivante romanzo breve Rita Cavallari conferma con creatività il suo impegno nell’ambito dell’ecocritica, ed induce con levità a riflettere sulle nostre azioni quotidiane, sul modo distratto con cui ci muoviamo nei luoghi, anche quelli più familiari, perché impariamo a guardarli con occhi nuovi e vigili, attenti a scoprire in essi una palpitante vita segreta.
Rita Cavallari ci sollecita anche a meditare sui nostri comportamenti nei riguardi dell’ambiente che ci circonda, spesso non percepiti come forme di egoismo e di prepotenza.
Al termine del racconto di certo nessuno sarà più lo stesso di prima.
 
 
(Adriana de Nichilo)

 

 

Rita Cavallari, Piperito, ilmiolibro.it, 2011 [ * ]

 

 

vedi quì 

"Vivo in una foresta, tra alberi altissimi, fiori variopinti, liane, muschi e rami intrecciati. Mi chiamo Piperito. Mi sveglio quando il cielo incomincia a schiarire e tra le sagome scure delle foglie si fanno largo i raggi di luce. Veramente mi sveglio un po' prima che faccia giorno, perché è ancora notte quando la foresta si riempie di squittii, pigolii, brontolii, grida. Anche se è buio tutti all'improvviso hanno qualcosa da dire, o devono chiamare qualcuno, o battibeccano tra loro. I fringuelli gialli e blu cinguettano zampettando tra i rami, gli uccellini pigliamosche fischiettano andando a caccia di moscerini, le rane gracidano tra le felci, le scimmie urlano rincorrendosi da un albero all'altro. Io non ho ancora capito se apro gli occhi per la confusione o se nel silenzio mi sveglierei lo stesso. Forse il sonno è amico della notte e vogliono stare insieme, così quando la notte sta per volar via dà una sgrullata al sonno, lo prende e lo porta con sé. Anche il mio amico Cocorimbo mi dà una sgrullata e mi butta fuori dal nido. È bellissimo il nostro nido, da fuori sembra un enorme groviglio di sterpi e rami secchi, ma dentro è rivestito di foglie e muschio, e c'è spazio per tutti, perché noi siamo una grande famiglia e ci piace vivere in una grande casa. L'abbiamo costruita noi, è il nostro nido. Insieme, io e Cocorimbo andiamo a beccare qualche seme e ci guardiamo in giro. Saltiamo qua e là, svolazzando, e nel frattempo arrivano i raggi del sole.
Anche gli altri si affacciano dal nido. Siamo tanti, tutti verdi, ma sul petto e sulla gola abbiamo le piume grigie. Anche sulla fronte le piume sono grigie, ma quando apriamo le ali si vedono le nostre bellissime penne blu, blu come quelle della coda. Io però sono diverso dagli altri. Ho una cosa in più. Una macchia viola sulla sulla schiena. Solo io ho la macchia viola, gli altri no.
 Ho fame. La foresta è piena di cose buone. Arboscelli germogliati da poco, frutta, bacche, semi. Arriva il mio amico Chirichillo svolazzando come fa quando deve dire qualcosa d'importante e vuole che tutti lo stiano a sentire.
 - I frutti dell'albero vicino al fiume sono maturi! Griok! Griok! Ci alziamo in volo tutti insieme, come una nuvola colorata, e ci precipitiamo verso il fiume. Quell'albero è già un po' che lo teniamo d'occhio, sta vicino alla distesa di felci, dove l'acqua entra in mezzo alla vegetazione e forma i laghetti dove gli uccelli dal becco lungo si fermano a riposare. Bisogna stare attenti con gli alberi, non si sa mai quando fioriscono - anche i fiori sono buoni da mangiare - e i frutti maturano all'improvviso. Dobbiamo far presto, perché se le scimmie arrivano prima di noi mangiano tutto. L'albero è carico di frutti dalla scorza verde che nasconde una polpa morbida e bianca, piena di piccoli semi. Che scorpacciata!
Andiamo a guardare il fiume, dice Chirichillo, e prende il volo. Lo seguiamo, di ramo in ramo, fino alla riva, e ci poggiamo su un albero che affonda le sue radici nel fango. L'acqua è coperta di nebbia e si mescola col cielo. Non sono mai stato dall'altra parte del fiume, ma è come da noi, uguale. L'ho sentito dire dagli uccelli col becco lungo che al tramonto, in mezzo alle erbe acquatiche, vanno a caccia di rane. Passano di qua ogni tanto, si posano sulla riva del fiume, poi ripartono. Vengono da lontano, quando nel loro paese arriva il freddo, così dicevano, questa parola, freddo. Io non so cosa vuol dire. Noi siamo uccelli migratori, dicevano. Uccelli migratori sono quelli che fanno lunghi voli, giorni e giorni, fermandosi solo per riposare e mangiare qualche rana. A noi invece non ci va di volare lontano, stiamo bene a casa nostra.
Chirichillo si ferma su un ramo che sporge sull'acqua, e noi tutti dietro, perché lui è il nostro capo. Dal fiume si avvicina una barca. Sopra ci sono degli animali che assomigliano alle scimmie. Sono uomini. Si chiamano così, uomini, e le femmine si chiamano donne. Da lontano sembrano piccoli come formiche. La barca viene verso riva, portata dalla corrente, senza far rumore, scivolando sul pelo dell'acqua. Stiamo tutti fermi, tratteniamo il respiro, siamo curiosi di vederli da vicino. La barca si accosta a riva e gli uomini scendono.
 - Sono feroci - sussurra Chirichillo. Incomincio a tremare, le mie piume si arruffano, le ali vibrano, sollevo una zampa dal ramo, sto per prendere il volo.
[...]"





Per la lettura integrale del testo di Piperito vedi quì
 
 
 
SERPENTI E ALTRI ANIMALI
post pubblicato in Diario, il 1 agosto 2011

Ci portiamo dietro idee a volte giustificate ma altre volte strane sugli esseri viventi: niente mosche perché la loro presenza non è igienica; niente zanzare perché pizzicano e portano malattie, niente scarafaggi perché anche loro non sono tanto igienici e poi sono obiettivamente schifosi, niente formiche perché vanno in cerca di cibo… ma poi se un geco ci entra inaspettatamente (anche per lui)  in casa, perché ucciderlo? Si può cercare di mandarlo via o convivere con lui per un po’. Una volta nella mia vecchia scuola ho visto una mia collega uccidere un millepiedi:  mi ha fatto impressione. Poteva semplicemente attirarlo su un pezzo di carta e ributtarlo nel giardino da cui proveniva.  A volte, sulle pareti, si può bloccare un insetto o un piccolo animale come un geco con un bicchiere o un piatto di carta e poi far scivolare un foglio di carta a mo’ di coperchio finché,  arrivati sul luogo dove è possibile liberarlo, lo si lascia libero. Questo metodo mi è stato insegnato da Lea, la mia carissima cugina che amava molto gli animali. Certo con i serpenti è un po’ diverso, non è così facile prenderli e rimandarli nel loro habitat. Scontiamo con loro un problema di conoscenza. Non distinguiamo quelli velenosi da quelli che non lo sono e poi grava su di loro una lunga tradizione negativa che collega il serpente alla perdita del Paradiso Terrestre. Ho notato che anche persone che vivono in ambienti frequentati da questi rettili hanno a volte delle idee sbagliate, forse perché le leggende si mischiano alle conoscenze scientifiche. E’ pur vero che è difficile che un brasiliano abbia la stessa paura panica di questi rettili che abbiamo noi. Sono abituati a convivere con una più vasta gamma di questi animali che noi e ho notato che li conoscono meglio di noi. E’ un po’ come la nostra conoscenza dei gatti, sappiamo che ogni tanto se ne trova uno forastico, ma in generale coabitiamo con loro molto bene.  Comunque, possiamo anche noi modificare le nostre idee sui serpenti, facendoci aiutare da testimonianze su di loro che ci vengono dalla letteratura.

La prima ci viene da Stephen Crane ed è un classico del nostro rapporto con questi animali. L’incontro con il serpente è uno scontro, una battaglia condotta fino all’ultimo respiro. Si intuisce che è un serpente a sonagli, quindi velenoso, e che l’unica alternativa è di ucciderlo, anche se, onestamente, chi scrive riconosce negli occhi dell’uomo c’erano odio e paura.  E poi negli occhi del serpente c’erano odio e paura.
Si evince una notevole empatia nei confronti del serpente: non conosceva i sentieri; non ebbe la prontezza di sgattaiolare senza far rumore tra i cespugli. Il testo inoltre è consapevole del fatto che l’antica inimicizia tra uomo e serpente è nata nel corso di una lunga tradizione e nel mito. Pure,  chi scrive non può fare a meno di descrivere una lotta, un’inimicizia inevitabile, scontata, combattuta con coraggio e destrezza da tutte e due le parti. L’implicito onore attribuito al serpente è quello che si deve a un combattente che ci è pari.

Parla di onore anche lo scrittore David Herbert Lawrence nella poesia The Snake  ma qui la contraddizione tra la tendenza ad uccidere il serpente e la riverenza del poeta alla vista di questo spettacolo della natura è più marcata e dichiarata: Fu umiltà il sentirmi tanto onorato?
Fin dall’inizio il poeta accetta di dover aspettare il suo turno per bere alla vasca, mentre guarda affascinato il serpente che beve: E dovetti aspettare, dovetti sostare e aspettare, perché egli era lì alla vasca prima di me(...)Qualcuno era giunto prima di me alla mia vasca, / E io, da secondo arrivato, attendevo. Ma lentamente si insinua nella sua testa la voce della sua civiltà che gli intima di ucciderlo: Se tu fossi un uomo / Prenderesti un bastone e gli spezzeresti la schiena, ora, e lo spacceresti. In realtà al poeta piace il serpente ed è felice che sia venuto come un ospite in tutta pace  a bere alla sua vasca e ribadisce:
Fu codardia ch’io non osassi ucciderlo?
Fu perversione ch’io desiderassi di parlargli?
Fu umiltà il sentirmi tanto onorato?
Mi sentivo tanto onorato
.
Tuttavia, quando il serpente accenna a rientrare nella sua tana, il poeta afferra un ceppo e lo scaglia contro la vasca. Può darsi che alla fine abbia ascoltato le voci della sua civiltà, ma indubbiamente l’atto ha radici più complesse perché il foro in cui il serpente sta rientrando è descritto come orrido e Lawrence sottolinea come lui venga preso da  Una sorta d’orrore, una sorta di protesta contro quel suo ritrarsi entro l’orrido foro nero, / Quel suo deliberato ritorno nella tenebra, e quel  lento trainarsi dietro tutto il suo corpo. Quindi il vero motivo per cui lo scrittore desidera fermare il serpente potrebbe essere il suo desiderio di continuare a vederlo, di continuare a condividere con questo re in esilio un’esperienza irripetibile. D’altra parte, si possono ventilare anche interpretazioni più articolate. L’orrido foro in cui il serpente si ritira potrebbe essere assimilato a un utero, luogo che spesso risveglia nell’immaginario sentimenti di repulsa, perché oscuro e di non facile accesso, per non parlare del fatto che è la fornace che produce la vita. Il serpente è animale collegato con i miti della Grande Madre sia per il suo ritornare periodicamente nella terra, sia per la perdita annuale della pelle, quindi animale di vita, di morte e di rinascita.  Ad ogni modo Lawrence sottolinea che si pentii per il suo gesto meschino e pensò all’albatro. Ci sono precedenti di questa infelice risoluzione di  rapporto tra uomo e  animale e il poeta va a pensare a The Rhyme of the Ancient Mariner di S.T.Coleridge.  La conclusione è mesta:
E così perdetti la mia ora con uno dei signori
Della vita.
E ho qualcosa da espiare:
Una piccineria.

Nell’ultimo brano sui serpenti, tratto dal meraviglioso libro del naturalista inglese W. H. Hudson (naturalista, che bella parola! Perché non la usiamo più?) Un mondo lontano, che lui pubblicò nel 1918, a testimonianza della sua vita nelle pampas argentine, il rapporto con questi animali è vissuto nella pienezza dei desideri che, pur deformati da pregiudizi umani, si liberano poi nel fervore dell’esperienza a contatto con la natura. Attraverso la descrizione dei suoi incontri ravvicinati con questi rettili impariamo che non è necessario uccidere i serpenti ad ogni costo. La donna inglese che ne salva uno capitato in una compagnia di umani, come al solito poco benevoli, è uno di quei personaggi umili, ma importanti che forse discendono dalla famosa Elegy Written in a Country Churchyard di Thomas Gray. Come sottolinea Hudson:
… la sua immagine nella mia memoria è tutt’altro che sgradevole, e la sua voce nel coro invisibile ha un suono assai dolce.
Per il resto assistiamo all’infittirsi nell’immaginario di un ragazzo di esperienze connesse con i serpenti:
D’inverno […] io rimanevo sveglio e li ascoltavo per ore. Perché anche se la cosa può essere nuova per qualche ofiologo da tavolino, i serpenti non sono affatto muti come li crediamo noi.
Finché un giorno:
…dimenticai la mia delusione, dimenticai il serpente, ed ero così assorto a contemplare il pipistrello che pur avvertendo una sensazione strana sul collo del piede – come un dolore sordo, un qualcosa che premeva – non ci badai. Poi quella pressione si fece più forte ed era molto strana, come se avessi sul piede un oggetto pesante, qualcosa come una leva, tanto che alla fine mi decisi ad abbassare lo sguardo e rimasi stupefatto e pieno di terrore nel vedere il grande serpente nero che con estrema lentezza trascinava il suo lungo corpo sul mio piede! Non osando muovermi, rimasi a fissarlo, affascinato da quel nero  e lustro corpo tubolare che mi strisciava così lentamente sul piede.

E’ sempre il contatto diretto, mediato proprio dal tatto, l’esperienza più conturbante, come ci racconta anche Jane van Lavick-Goodall ne L’ombra dell’uomo , quando finalmente riesce a stabilire un contatto con lo scimpanzé David:
In quei giorni passavo molto tempo sola con David. Lo seguivo per ore attraverso la foresta, sedendomi e osservandolo quando mangiava o si fermava, cercando di tenergli dietro se si perdeva in un intrico di liane. Talvolta, sono certa, rimase ad aspettarmi – come avrebbe aspettato Goliath o William. Tanto è vero che quando comparivo, ansimante e punta dalle spine del sottobosco, lo trovavo spesso seduto a guardare nella direzione da cui arrivavo. Una volta raggiuntolo si alzava e continuava il cammino.
Un giorno, mentre stavo seduta accanto a lui ai bordi di una minuscola pozza di acqua cristallina, vidi una matura e rossa noce di palma per terra. La raccolsi e la porsi a lui sul palmo della mano. Egli volse altrove il capo ma quando portai la mano un po’ più vicino a lui la guardò poi guardò me e infine prese il frutto tenendo la mia mano saldamente ma delicatamente con la sua. Io rimasi seduta, immobile, ed  egli lasciò la mia mano, guardò la noce e la fece cadere per terra. In quel momento non vi era certo bisogno di una conoscenza scientifica per capire il suo gesto comunicativo di rassicurazione. La soffice pressione delle sue dita mi parlarono non attraverso l’intelletto ma attraverso un canale emotivo più primitivo: la barriera di innumeri secoli che era andata crescendo nell’evoluzione divergente dell’uomo e dello scimpanzé fu, per quei pochi secondi, abbattuta.
Dobbiamo stare attenti, perché il nostro agire dissennato, questa smania di uccidere, come se in questo modo ripulissimo il mondo dal male, ci potrebbe privare di queste esperienze sublimi, irripetibili.

(Anna Maria Robustelli)

 

 The Snake    di Stephen Crane (1896)

 L'uomo e il serpente

Dove il sentiero proseguiva oltre la cresta, i cespugli di mirtillo e le dolci felci si raggruppavano in due onde arricciate fino a dove diventavano una semplice linea sinuosa tracciata attraverso i grovigli. Non c'era traccia di nubi, e siccome i raggi del sole cadevano proprio sulla cresta, richiamavano a gran voce innumerevoli insetti che salmodiavano la calura della giornata estiva in cori regolari, pulsanti, interminabili.
Un uomo e un cane venivano dai boschetti di lauri della valle dove il bianco ruscello si azzuffava con le rocce. seguivano la linea profonda del sentuiero lungo la crsta. Il cane - un grande setter bianco - camminava, quietamente pensieroso, vicino ai talloni del suo padrone.
Improvvisamente da un qualche luogo sconosciuto ma vicino giunse un secco, penetrante sonaglio fischiante che provocò un movimento istantaneo alle membra dell'uomo e del cane. Come ledita di una morte improvvisa, questo suono sembrò toccare l'uomo alla nuca, in cima alla spina dorsale, e lo mutò, veloce come il pensiero in una statua, tesa nell'ascolto, di terrore, sorpresa, rabbia. Anche il cane provò quella sensazione - la stessa mano ghiacciata era posta sopra di lui, e lui stava accovaciato e tremante , la mascella cadente, una bava di terrore sulle labbra, la luce dell'odio nei suoi occhi.
lentamente l'uomo mosse le mani verso i cespugli, ma il suo sguardo non si ditolse dal posto reso sinistro dal sonaglio minaccioso. Le sue dita, alla cieca, cerarono un bastone pesante e resistente. Subito si chiusero su uno che sembrava adatto, e tenendo quest'arma sollevata di fronte a sè l'uomo si mosse leggermente in avanti, con uno sguardo minaccioso. Il cane con le sue narici nervose che vibravano leggermente, si mosse cautamente, un passo alla volta, dietro il padrone.
Ma quando l'uomo si avvicinò al serpente, il suo corpo subì uno shock come per una rivelazione, come se gli fosse stato teso un agguato. Con una faccia pallidissima, spiccò un salto in avanti e il suo respiro divenne affannoso, con il toraceche ansimava come se fosse sottoposto ad una prova di incredibile sforzo muscolare. Il braccio con il bastone fece uno spasmodico gesto di difesa.
Il serpente stava apparentemente attraversando il sentiero in qualche viaggio mistico quando ai suoi sensi pervenne la percezione dell'arrivo dei suoi nemici. Lo informò forse la leggera vibrazione e lui scagliò il suo corpo per fronteggiare il pericolo. non conosceva i sentieri; non ebbe la prontezza di sgattaiolare senza far rumore tra i cespugli. sapeva che i suoi implacabili nemici si stvano avvicinando; senza dubbio lo stavano cercando, lo stavano cacciando. E così pianse il suo pianto, uno stridere incredibilmente veloce di piccole campane, pieno di pathos come il martellare su antichi cimbali di una cinese in guerra - perchjè, infatti, di solito era la sua musica di morte.
"Attenzione! Attenzione! Attenzione!"
L'uomo e il serpente si affrontarono l'un l'altro. Negli occhi dell'uomo c'erano odio e paura. Quei nemicci si mossero, ognuno preparandosi ad uccidere. doveva essere una battaglia senza pietà. Nessuno dei due conosceva la pietà in una tale situazione. Nell'uomo c'era tutta la forza selvaggia del terrore dei suoi predecessori, della sua razza, della sua specie. una repulsione mortale era passata di uomo in uomo attraverso lunghi secoli oscuri. Questo era un altro dettaglio dio una guerra che era sicuramente cominciata quando all'inizio c'erano uomini e serpenti. Coloro che non partecipano a questi scontri attirano le indagini degli scienziati. un tempo c'erano un uomo e un serpente che erano amici, e alla fine, l'uomo giacque mortocon i segnio della carezza del serpente proprio sopra il suo cuore d'orientale. Nella costruzione di congegni, odiosi e orribili, la Natura ha raggiunto il suo punto supremo nel fare il serpente, così che i sacerdoti che dipingono l'inferno veramente bene lo riempionoi sdi serpenti invece che di fiamme. Le forme curve, quelle colorazioni scintillanti suscitano subito, a prima vista, un'animosityà spietata maggioredi quanto ne suscitano le tribù barbariche. Nacere aserpente vuol dire essere lanciato in un luogo brulicante di nemici spaventosi. Per farvene un'idea, guardate l'inferno come lo dipingono i sacerdoti che sono veramente esperti.
per quanto riguarda questo serpente sul sentiero, c'era una doppia curva qualche pollice dietro la sua testa, che, solamente per la persona delle sue linee, fece sentire all'uomo con una eloquenza decupla il tocco delle dita della morte alla nuca. La testa del rettile ondeggiava lentamente da un lato all'altro e i suoi occhi roventi balenavano come piccole luci assassine. Nell'aria c'era sempre il secco, penetrante fischio dei rettili.
"Attenzione! Attenzione! Attenzione!"
L'uomo fece una finta preliminare con il suo bastone. Immediatamente la pesante testa e il collo del serpente si curvarono indietro sulla doppia curva e immediatamente il corpo del serpente si gettò in avanti con un basso, stretto, deciso slancio. L'uomo saltò con un fremito convulso e roteò il bastone. Il suo veloce colpo alla cieca cadde sopra la testra del serpente e lo scagliò in alto così che le placche del colore dell'acciaio per un momento furono sopra di lui. Ma lui si riprese velocemente, agilmente, e ancora la testa e il collo si piegarono indietro sulla doppia curva e la sua bocca fum,ante e spalancata fece lo sforzo disperato di raggiungere il nemico. Questo attacco, era evidente, era disperato, ma era tuttavia impetuoso, coraggioso, feroce, simile all'attacco del capo solitario quando un muro di facce bianche si chiudeva davanti a lui sulle montagne. Il bastone vibrò ancora con precisione, e il serpente, mutilato, squarciato, si rigirò in un'ultima spirale.
Ed ora l'uomo divenne come una furia per le emozioni dei suoi antenati e le sue. Si avvicinò. impyugnò il bastone a due mani e lo abbattè velocemente. Il serpente, rotolando nell'angoscia della disperazione finale, combattè, morse, si slanciò contro il bastone che stava prendendo la sua vita.
Alla fine, l'uomo afferrò il bastone e stette a guardare in silenzio. Ilò cane venne piano e con interminabili precauzioni allungò il naso in avanti, annusando. il pelo sul collo e sulla schiena si mosse e si arruffò come se stesse soffiando un vento tagliente, gli ultimi spasimi muscolari del serpente stavano ancora facendo suonare al rettile il suo acuto canto, il penetrante, risonante canto di guerra e inno della tomba di chi frionteggia in una sola volta nemici innumerevoli, implacabili e superiori.
"Bene, Rover", dissem l'uomo, girandosi verso il cane con una smorfia di vittoria, "porteremo il Signor Serpente a casa per mostrarlo alle ragazze".
Le sue mani tremavano ancora per la tensione dello scontro, ma lui mise il bastoner sotto il corpo del serpente e vi issò la cosa floscia.- riprese la sua marcia lungo il sentiero, e il cane camminò quietamnte pensiweroso, vicino ai talloni del suo padrone.

 

 Snake       di David Herbert Lawrence

A snake came to my water-trough
On a hot, hot day, and I in pyjamas for the heat,
To drink there.

In a deep, strange-scented shade of the great dark carob-tree
I came down the steps with my pitcher
And must wait, must stand and wait, for there he was at the trough before me.

He reached down from a fissure in the earth-wall in the gloom
And trailed his yellow-brown slackness soft-bellied down, over the edge of the stone trough
And rested his throat upon the stone bottom,
And where the water had dripped from the tap, in a small clearness,
He sipped with his straight mouth,
Softly drank through his straight gums, into his slack long body,
Silently.

Someone was before me at my water-trough,
And I, like a second comer, waiting.

He lifted his head from his drinking, as cattle do,
And looked at me vaguely, as drinking cattle do,
And flickered his two-forked tongue from his lips, and mused a moment,
And stopped and drank a little more,
Being earth-brown, earth-golden from the burning bowels of the earth
On the day of Sicilian July, with Etna smoking.

The voice of my education said to me
He must be killed,
For in Sicily the black, black snakes are innocent, the gold are venomous.
And voices in me said, If you were a man
You would take a stick and break him now, and finish him off.

But must I confess how I liked him,
How glad I was he had come like a guest in quiet, to drink at my water-trough
And depart peaceful, pacified, and thankless,
Into the burning bowels of this earth?

Was it cowardice, that I dared not kill him?
Was it perversity, that I longed to talk to him?
Was it humility, to feel so honoured?
I felt so honoured.

And yet those voices:
If you were not afraid, you would kill him!
And truly I was afraid, I was most afraid,
But even so, honoured still more
That he should seek my hospitality
From out dark door of the secret earth.

He drank enough
And lifted his head, dreamily, as one who has drunken,
And flickered his tongue like a forked night on the air, so black,
Seeming to lick his lips,
And looked around like a god, unseeing, into the air,
And slowly turned his head,
And slowly, vey slowly, as if thrice adream,

Proceeded to draw his slow lenght curving round
And climb again the broken bank of my wall-face.
And as he put his head into that dreadful hole,
And as he slowly drew up, snake-easing his shoulders, and entered farther,
A sort of horror, a sort of protest against his withdrawing into that horrid black hole,
Deliberately going into the blackness, and slowly drawing himself after,
Overcame me now his back was turned.
I looked round, I put down my pitcher,
I picked up a chumsy log
And threw it at the water-through with a clatter.

I think it did not hit him,
But suddenly that part of him that was left behind convulsed in undignified haste,
Writhed like lightning, and was gone
Into the black hole, the earth-lipped fissure in the wall-front,
At which, in the intense still noon, I stared with fascination.

And immediately I regretted it.
I thought how paltry, how vulgar, what a men act!
I despised myself and the voices of my accursed human education.

And I thought of the albatross,
And I wished he would come back, my snake.

For he seemed to me again like a king,
Like a king in exile, uncrowned in the underworld,
Now due to be crowned again.

Ando so, I missed my chanche with one of the lords
Of life.
And I have something to explate;
A pettiness.

 

Un serpente venne alla mia vasca di pietra
Un giorno di canicola, e io in pigiama nell'afa,
Per bere.

Dove l'ombra stranamente profumata del grande carrubo scuro era più fonda
Scesi i gradini con la mia brocca
E dovetti aspettare, dovetti sostare e aspettare, perchè egli era lì alla vasca prima di me.

Si spenzolò giù da una crepa nel muro di terra nell'ombra
E scivolò giù portando la giallo-bruna mollezza dal soffice ventre sopra l'orlo della vasca di pietra,
E posò la gola sul fondo di pietra,
E dove l'acqua era gocciolata dal rubinetto, in una piccola pozza chiara,
Prese a sorseggiare con la bocca diritta,
Pian piano a bere attraverso le gengive diritte colando l'acqua entro il lento corpo molle,
Silenziosamente.

Qualcuno era giunto prima di me alla mia vasca,
E io, da secondo arrivato, attendevo.

Egli levò il capo dal beveraggio, come fanno gli armenti,
E mi guardò vago, come fanno gli armenti che s'abbeverano.
E fece vibrare di tra le labbra la lingua bifida, e riflettè un momento,
E si chinò e bevve un altro poco,
Bruno come la zolla, dorato come la zolla, uscito dalle viscere infocate della terra
Nel giorno del luglio siciliano, con l'Etna che fumava.

La voce della mia civiltà mi disse
Che doveva essere ucciso,
Perchè in Sicilia i serpenti tutti tutti neri sono innocui, i dorati, i velenosi.
E voci dicevano in me: Se tu fossi un uomo
Prenderesti un bastone e gli spezzeresti la schiena, ora, e lo spacceresti.

Ma devo confessare quanto mi piacesse,
Quant'ero felice ch'egli fosse venuto come un ospite in tutta pace a bere nella mia vasca
E ritornarsene tranquillo, appagato e ingrato,
Entro le viscere infocate di quella terra?

Fu codardia ch'io non osassi ucciderlo?
Fu perversione ch'io desiderassi di parlargli?
Fu umiltà il sentirmi tanto onorato?
Mi sentivo tanto onorato.

E quelle voci, ancora:
Se non avessi paura, l'uccideresti!
E in verità avevo paura, tanta paura,
Ma onorato ancor più, tuttavia,
Ch'egli avesse cercato la mia ospitalità
Dalla porta oscura della terra segreta.

Bevve a sua posta
E levò il capo, trasognato, come colui che ha bevuto,
E fece vibrare la lingua come una bifida notte nell'aria, così nera,
E parve si leccasse le labbra,
E si guardò intorno come un dio, senza vedere, nell'aria,
E lentamente volse il capo,
E lentamente, molto lentamente, come tre volte trasognato
Si mise a strisciare in tutta la sua lenta lunghezza ad arco di cerchio
E a risalire la parete screpolata del mio muro. 

E mentre infilava il capo in quell'orrido foro,
E mentre lentamente saliva, insinuava le spalle serpigne e penetrava più addentro,
Una sorta d'orrore, una sorta di protesta contro quel suo ritirarsi entro l'orrido foro nero,
Quel suo deliberato ritorno nella tenebra, e quel lento trainarsi dietro tutto il suo corpo,
Mi sopraffece, ora che mi voltava il dorso.
Mi guardai intorno, posai la mia brocca,
Raccolsi un grosso ceppo informe
E lo scagliai contro la vasca fragoroso.

Credo che non lo colpisse,
Ma subitamente quella parte di lui che ancora rimaneva fuori fu presa da un convulso d'indecorosa precipitazione,
Guizzò come un baleno, e sparì
Nel foro nero, nella crepa dalle labbra di terra,
E nell'intenso meriggio immoto, io rimasi a fissare il muro, affascinato.

E immediatamente mi pentii.
Pensai quanto miserabile, volgare, meschino il mio gesto!
Disprezzai me stesso e le voci della mia dannata civiltà umana.

E pensai all'albatro,
E desiderai che ritornasse, il mio serpente.

Perchè egli mi parve nuovamente simile a un re,
A un re in esilio, senza corona nel mondo sotterraneo,
Nè speranza di cingerla mai più.


E così perdetti la mia ora con uno dei signori
Della Vita.
E ho qualche cosa da espiare:
Una piccineria.

 

Serpenti e bambini           di William H. Hudson (da "Un mondo lontano", Adelphi, 1974)

Non è insolito, credo, che un bambino o un ragazzo rimanga impressionato e colpito da un serpente più che da qualsiasi altro animale.[…]
Ma nel rettile c’era qualcosa che colpiva la mente in modo molto diverso e più forte di quanto riuscisse a colpirla un uccello o un mammifero o qualunque altro animale. Vederne uno era sempre sgomentante, e anche se li si vedeva spesso si provava sempre un senso di stupore e di paura insieme. Questa sensazione l’avevamo senza dubbio acquisita dai grandi. Per loro i serpenti erano creature letali, e da bambino io non sapevo che erano quasi tutti innocui, e che ucciderli era insensato proprio come uccidere i meravigliosi e innocui uccellini. Mi avevano detto che quando vedevo un serpente dovevo cercare scampo nella fuga, almeno finché ero tanto piccolo; quando fossi stato più grande, avrei dovuto armarmi di un lungo bastone e ucciderlo; e per giunta mi inculcarono l’idea che uccidere un serpente è difficilissimo, al punto che molte persone sono convinte che un serpente non muoia mai del tutto prima del tramonto, e che perciò, quando ne uccidevo uno, per metterlo nell’impossibilità di far del male da quel momento sino al calar del sole, dovevo ridurlo in poltiglia a furia di bastonate.
Con queste prediche, non è poi tanto strano che fin da piccolo perseguitassi i serpenti.
Questi erano piuttosto diffusi dalle nostre parti; serpenti di sette o otto specie diverse, verdi nell’erba verde, gialli e maculati di scuro nei luoghi asciutti e sterili e tra la vegetazione secca, tanto che era difficile scorgerli. Qualche volta si infilavano nelle stanze, e in tutte le stagioni c’era un nido o una colonia di serpenti nelle spesse fondamenta della casa e sotto il pavimento. D’inverno ibernavano là, senza dubbio tutti avviluppati tra loro; e nelle notti d’estate, quando se ne stavano tranquilli nella loro dimora tutti ravvolti su se stessi  o scivolavano come spettri per i loro appartamenti sotterranei, io rimanevo sveglio e li ascoltavo per ore. Perché anche se la cosa può essere nuova per qualche ofiologo da tavolino, i serpenti non sono affatto muti come li crediamo noi. In ogni caso questa specie, il Philodryas aestivus – un bel serpente del tutto innocuo, lungo poco meno di un metro, col corpo color verde brillante tutto chiazzato di macchie d’un nero inchiostro – quando se ne stava indisturbato nella sua tana non soltanto emetteva un suono, ma se era in compagnia la conversazione diventava generale e pareva interminabile, perché di solito io mi addormentavo prima che fosse finita. Una conversazione sibilante, questo è vero, ma non priva di modulazioni e notevolmente varia; dopo un lungo sibilo si udivano distintamente dei suoni ticchettanti, come il ticchettio velato di un orologio, e dopo dieci, venti o trenta ticchettii un altro sibilo che sembrava un lungo sospiro,talvolta con una vibrazione come quando si sente tremare al vento una foglia secca. Non appena taceva l’uno, cominciava l’altro; e così di seguito, domanda e risposta, strofa e antistrofa; e a intervalli parecchie voci si univano in una specie di basso coro misterioso, fatto di ticchettii, battiti e sibili; mentre io, sveglio nel mio letto, ascoltavo e tremavo. La stanza era al buio, e per la mia immaginazione incontrollata i serpenti non stavano più sotto il pavimento ma sopra, e strisciavano di qua e di là, con le teste ritte, in una sorta di mistica danza; e spesso rabbrividivo al solo pensiero di quello che i miei piedi nudi avrebbero potuto toccare se appena appena avessi lasciato penzolare una gamba fuori dal letto. […]
Quando ebbi forza e coraggio sufficienti, va da sé che cominciai anch’io a partecipare alla persecuzione dei serpenti; e difatti, non appartenevo io pure alla stirpe di Eva? Né saprei dire quando cominciarono a cambiare i miei sentimenti verso il nostro torturato nemico. Ma un episodio al quale assistetti a quel tempo, quando avevo circa otto anni, credo che abbia avuto su di me una notevole influenza. In tutti i casi mi fece riflettere su un argomento che sino allora non mi era sembrato degno di riflessione. Ero nel frutteto, e seguivo a poca distanza un gruppo di persone adulte, per lo più amici che erano venuti a trovarci; a un tratto, fra quelli che camminavano più avanti, ci furono delle grida, gesti di paura e una fuga precipitosa: sul sentiero c’era un serpente e loro per poco non lo avevano calpestato. Uno degli uomini, il primo che trovò un bastone o forse il più coraggioso, accorse sul posto, e proprio quando stava per assestare un colpo mortale una delle signore gli afferrò il braccio e lo fermò. Poi si chinò rapidamente, prese il rettile con le mani, e dopo essersi allontanata un poco dagli altri, lo lasciò libero nell’alta erba verde, verde come la pelle lustra del serpente e altrettanto fredda al tocco. Per quanto sia passato tanto tempo, quest’episodio è vivido nella mia mente come se fosse accaduto ieri. Mi pare ancora di vedere quella donna che tornava verso di noi attraverso gli alberi del frutteto, col viso raggiante di gioia perché aveva salvato il rettile dalla morte imminente, e che alle esclamazioni di orrore e di meraviglia con cui gli altri la accoglievano si limitava a rispondere con una piccola risata e la domanda: “Perché dovreste ucciderlo?”.  Ma perché era contenta, candidamente contenta, mi sembrava, come se avesse fatto un’azione meritoria e non una cosa cattiva? La mia giovane mente rimase turbata da questa domanda, e non trovò alcuna risposta. Credo però che questo episodio abbia dato i suoi frutti più tardi, insegnandomi a riflettere se non fosse meglio salvare la vita anziché distruggerla; meglio, non soltanto per l’animale risparmiato, ma per l’anima.

Un serpente misterioso

Cominciai ad apprezzare la bellezza unica del serpente e la sua singolarità soltanto dopo l’episodio che ho narrato nell’ultimo capitolo e la scoperta che un rettile non era necessariamente una creature pericolosa per gli esseri umani, al punto di doverla distruggere a vista e ridurla in poltiglia per tema che sopravvivesse e fuggisse prima del tramonto. Poi, un poco più tardi, mi capitò un’avventura che fece nascere in me un sentimento nuovo, quella sensazione che nel serpente ci sia qualcosa di soprannaturale che, a quanto sembra, tutti i popoli a uno stadio primitivo di cultura hanno condiviso e che ancora sopravvive in alcuni paesi barbari o semi barbari, e anche in altri, come l’Indostan, che hanno ereditato un’antica civiltà.[…]
Un caldo giorno di dicembre, mentre me ne stavo da qualche minuto perfettamente immobile tra le erbe aride, tutt’a un tratto sentii un lieve fruscio che veniva dal suolo accanto ai miei piedi, e abbassato lo sguardo vidi la testa e il collo di un grosso serpente nero che mi passava lentamente vicino. […]
Avevo visto la mia meravigliosa creatura, il mio serpente nero diverso da tutti gli altri serpenti della terra, e l’emozione che mi aveva travolto dopo il primo brivido di terrore non mi aveva ancora abbandonato, ma sentivo che era un’emozione tutta percorsa da un senso di piacere, e ormai non avrei più potuto decidere di star lontano da quel posto.[…]
Guardando quel pipistrello sospeso sotto una grossa foglia verde, avvolto nelle sue ali nere e marroni come in un manto, dimenticai la mia delusione, dimenticai il serpente, ed ero così assorto a contemplare il pipistrello che pur avvertendo una sensazione strana sul collo del piede – come un dolore sordo, un qualcosa che premeva – non ci badai. Poi quella pressione si fece più forte ed era molto strana, come se avessi sul piede un oggetto pesante, qualcosa come una leva, tanto che alla fine mi decisi ad abbassare lo sguardo e rimasi stupefatto e pieno di terrore nel vedere il grande serpente nero che con estrema lentezza trascinava il suo lungo corpo sul mio piede! Non osando muovermi, rimasi a fissarlo, affascinato da quel nero e lustro corpo tubolare che mi strisciava così lentamente sul piede. Era uscito dal fossato, che lungo gli argini era fitto di covi, e con ogni probabilità stava andando a caccia di ratti quando il mio girovagare là intorno lo aveva disturbato, spingendolo a tornare nella sua tana; e mentre vi tornava, procedendo in linea retta com’era sua abitudine, si era imbattuto nel mio piede, e invece di scansarlo vi era passato sopra. Dopo il primo brivido di terrore capii che non correvo alcun pericolo, che se fossi rimasto immobile lui non mi avrebbe aggredito, e ben presto sarebbe scomparso. E quella fu l’ultima volta che lo vidi; per molti giorni di seguito, continuai inutilmente a sorvegliare quel luogo in attesa che lui ricomparisse; ma quell’ultimo incontro mi aveva lasciato l’impressione che fosse un essere misterioso, talvolta pericoloso se veniva aggredito o insultato, e in certi casi anche capace di uccidere con un colpo subitaneo, ma innocuo e perfino amico e benevolo con chi lo trattava con gentilezza anziché con odio. Questo è in parte lo stesso sentimento che l’indù prova verso il cobra che abita in casa con lui e un giorno può casualmente provocare la sua morte, ma non deve essere perseguitato.

 

 

I PALAZZI FEDERICI
post pubblicato in Diario, il 27 luglio 2011

"Il Municipio Roma III invita alla proiezione del film: “Una giornata particolare. Il cinema nell’architettura”. ll film sarà proiettato nel suo stesso set, domenica 26 giugno alle ore 20,30, ingresso libero, via E. Stevenson, 24. Il capolavoro di Ettore Scola, del 1977, viene riproposto nel cortile del palazzo dove fu interamente girato: le case convenzionate di Viale XXI Aprile, note come “Palazzi Federici” di Mario De Renzi, che nel film stesso assumono un ruolo da protagoniste. Gli abitanti dei Palazzi Federici sono pregati di portarsi le sedie da casa."

Per gli abitanti dei Palazzi Federici, che hanno organizzato l'evento (con qualche sostegno dal Municipio), sarà una festa. Hanno affittato le sedie, e altre ne porteremo da casa per dare posto a tutti; sgombreremo il cortile dalle auto (magari fosse per sempre...). Alcuni stanno preparando pacchi di popcorn, torte e opuscoli sulla storia e l'architettura di questo complesso. Alcuni ricordano ancora i giorni delle riprese, gli attori famosi visti da vicino...Venite?                                                                                                                                                                                    Marco De Bernardo

 

Caro Marco, io ho abitato lì per più di cinquanta anni e ci ero naturalmente molto affezionata. Sono stata mandata via da una persona che ha comprato l'appartamento in cui vivevo per cui mi sono vissuta molto male questa fase della mia vita. Ritornare lì mi farebbe un po' male. Comunque, anche se gli attori sono bravi e anche la storia del film è interessante, mio fratello, che ha quattordici anni più di me, mi ha detto che quelle scene in cui folle escono dalle scale del palazzo per andare ai raduni fascisti non sono veritiere, non c'era tanta gente proveniente dal palazzo Federici che andava ai raduni. Temo che lì Scola abbia decisamente esagerato. Nè erano gli abitanti del palazzo tutti fascisti. Noi infatti non lo eravamo. L'appartamento in cui ho vissuto era bello. Mi ha fatto impressione che il calabrese che lo ha comprato voleva abbattere una parete per fare un salone stile anni '60, sconvolgendo la planimetria di un appartamento nato con altri criteri, così come voleva rifare i pavimenti togliendo delle belle mattonelle!... Non ho niente contro i calabresi. Una mia bravissima bisnonna era calabrese. Ad ogni modo, buon weekend!                                                                                                                                                      Anna Maria Robustelli

 

Per chi vive qui, si è visto molto più di un bel film: è stata per molti motivi una vera nuova "giornata particolare", e una nuova  puntata del gioco di rifrazioni fra cinema, architettura e suoi abitanti, fra realtà e rappresentazione, storia e futuro, cortile e mondo, che caratterizza questi palazzi fin dalla loro nascita. Questa volta, l'iniziativa è partita dagli abitanti. Fra l'altro, ci ricorderemo l'effetto che faceva vedere la  folla  che si reca e poi rientra dal cupo evento storico rappresentato nel film, duplicata dalla folla che affluiva e defluiva per il nuovo evento, nello stesso scenario architettonico riprodotto sullo schermo, ma in un contesto speculare e opposto...
In questa proiezione comunitaria del grande film di Scola, il cinema  ha assunto un poco della funzione di ri/generazione comunitaria  che  svolgevano le rappresentazioni tragiche, sin dal teatro antico.  
E non si dica che esagero... :-)  
Molto altro da dire ci sarebbe sui protagonisti del gioco, il  luogo, il film, gli abitanti.
Mi piacerebbe se raccogliessimo insieme qualche riflessione in  merito. 
A presto,
Marco De Bernardo




E' stata creata una
pagina Facebook, il blog Visioni ne ha parlato. Tutto un groviglio di questioni si addensa intorno al complesso dei Palazzi Federici, utilizzato da Ettore Scola come quinta del suo "Una giornata particolare", su suggerimento di Maurizio Costanzo, cosceneggiatore del film. I Palazzi Federici furono progettati nel 1931 per essere portati a termine nel 1937 dall'architetto razionalista Mario De Renzi. Lo stile architettonico risentiva del futurismo e di una riscoperta dei valori del Cinquecento romano (vedi quì per un parallelo con l'architetto Giulio Gra, e quì per un quadro dell'architettura a Roma dal 1929 al 1939). Su De Renzi il testo di riferimento è Mario De Renzi. L'architettura come mestiere di Maria Luisa Neri [ * ]. I Palazzi Federici erano "case convenzionate". Gli appartamenti erano affittati per la durata di un quinquennio "a persone oneste e incensurate, di condizioni economiche non agiate, che, avendo stabile residenza a Roma da almeno cinque anni, e anche da più breve tempo quando si tratti di sfrattati per demolizione e per opere di Piano Regolatore, o di trasferimento per ragioni di pubblico ufficio e di pubblico servizio, ne faranno domanda" (cfr. Eva Masini, "Piazza Bologna", Franco Angeli [ * ], quì per una bibliografia sull'edilizia pubblica residenziale a Roma nel Novecento).  La trama del film è nota: nel giorno della visita di Hitler a Roma, 6 maggio 1938, i Palazzi Federici, svuotati dagli abitanti andati alla parata militare, rimangono deserti. Gli unici a rimanere sono la portinaia del palazzo, la casalinga Antonietta e l'annunciatore radiofonico licenziato perchè omosessuale Gabriele. Tra Antonietta e Gabriele si instaura un tenero rapporto che durerà lo spazio di una giornata. A sera tornerà dalla parata il marito di Antonietta con i figli e Gabriele verrà prelevato da due poliziotti per essere successivamente portato al confino. Un buon vademecum alla visione del film è la lettura di "Una giornata particolare : un film di Ettore Scola : incontrarsi e dirsi addio nella Roma del '38", a cura di Tullio Kezich, Alessandra Levantesi, Lindau, 2003 (contenente la sceneggiatura del film) [ * ].

In rete sI può trovare il documentario realizzato dall'Istituto Luce che copriva integralmente le varie fasi della visita (vedi quì, quì e quì per riprese UFA, per rare immagini a colori quì). I due dittatori vi appaiono tronfi, a loro si contrappongono i due protagonisti del film che si apre con sequenze tratte dal documentario, gli unici rimasti umani. Erano gli anni del terrorismo e il film di Scola preconizzava un ritorno al privato connotato di un'implicita virtù politica. Di quelle giornate del '38 è rimasto il ricordo, affidato al suo diario, dello storico dell'arte Ranuccio Bianchi Bandinelli, il quale fece da Cicerone alla delegazione tedesca in visita ai musei e ai monumenti romani [ * ]. Sulla condizione della donna durante il fascismo, relegata al ruolo di angelo del focolare in linea con la politica demografica del regime esiste una vasta bibliografia (si possono ricordare: Piero Meldini, "Sposa e madre esemplare : ideologia e politica della donna e della famiglia durante il fascismo", Guaraldi, 1975;  Maria Antonietta Macciocchi, "La donna nera", Feltrinelli, 1976; Miriam Mafai, "Pane nero", Mondadori, 1987; Victoria De Grazia, "Le donne nel regime fascista", Marsilio, 1993; Cecilia Dau Novelli, "Famiglia e modernizzazione in Italia fra le due guerre", Studium, 1994; Maria Rosa Cutrufelli, Elena Doni, Elena Gianini Belotti, Laura Lilli, Dacia Maraini, Cristiana di San Marzano, Mirella Serri, Chiara Valentini, "Piccole italiane", Anabasi, 1994; vedi quì, quì e quì). Per quanto riguarda il tema degli omosessuali sotto il fascismo c'è il bel libro di Gianfranco Goretti e Tommaso Giartosio, "La città e l'isola", Donzelli [ * ] che si concentra sul caso catanese, mentre un quadro completo anche dal punto di vista ideologico è quello offerto da "Il nemico dell'uomo nuovo" di Lorenzo Benadusi, Feltrinelli [ * ]. Nel codice Rocco non esisteva il reato di omosessualità, ma ciò non impediva che questa potesse cadere sotto sanzione amministrativa, come erano appunto il confino o l'ammonizione (vedi quì). Più in generale sul tema del confino è da vedere di Silverio Corvisieri, "La villeggiatura di Mussolini", Dalai [ * ]. La regista Gabriella Romano ha realizzato due documentari, sul tema delle donne e su quello degli omosessuali durante il fascismo [ * ].

 

"Una casa particolare”: la casa convenzionata di viale XXI Aprile, 21-29 a Roma 1931-1937)

Le “case convenzionate” nascono a Roma dopo lo sblocco degli affitti del giugno 1928, data l’improvvisa pressante grande richiesta di alloggi. Nei primi anni '30 si costruiscono ben 2000 alloggi in molta parte della città...Flaminio, Prenestino e la “nostra” zona di Piazza Bologna. Una urbanizzazione serrata di molti quartieri con importanti Imprese sul campo (INA, Immobiliare...etc). E, in particolare, l’Impresa Federici e questa casa convenzionata nel quadrilatero formato dalle attuali viale XXI Aprile, via Nardini, via Corvisieri, via Stevenson. Forse l’intervento più consistente di tutta la città: 15.400 mq, 5.800 mq coperti...circa il 38%...una percentuale significativa, 442 alloggi, 70 negozi, un garage, un cinema poi diventato supermercato. Un “grand ensemble”, una “cittadella” polifunzionale di residenze e servizi.
All’esterno: un’architettura con una linea di ricerca di sapore futurista (cfr. i disegni di Antonio Sant’Elia), un sapiente “fuori scala”, i balconi (parecchi) “avvolgenti”, i nodi scala “trasparenti”; all’interno: le piante degli alloggi che riecheggiano le “case romane” (le storiche cosiddette “insulae”)...uno spazio centrale su cui si affacciano tutte le stanze con l’eliminazione del “corridoio” di distribuzione interna. E questo spazio centrale non è di solo passaggio da-a...ma diventa spesso (dipende dai fruitori cioè dai residenti) di soggiorno e quindi di sosta ad esaltare l’ambito interno: insomma una sorta di living, soggiorno passante, soggiorno “all’americana”, senza alcun filtro. Quindi uno schema interno che direi limpido e razionale versus un aspetto esterno “esagerato” ma comunque perfettamente integrato sui quattro lati impegnati dalla costruzione (i nodi scala, vetrati nel loro intero sviluppo, sono collegati per la maggior parte tra di loro a livello del calpestìo di base).
Questo “impianto” è tuttora integro e, direi, seducente. Bensì si dovrebbe (e potrebbe, facilmente) eliminarne un difetto: la sosta e il transito delle automobili dei residenti e dei fornitori. E rendere il livello stradale del tutto pedonale con camminamenti di liaison, spazi attrezzati di sosta e giardini (ne varrebbe la pena anche per ridare lustro ad una fontana particolare ancora esistente).
Una ultima suggestione romantica (?): apprezzabile l’aspetto “notturno” del complesso all’interno del grande cortile...con i corpi scala perennemente illuminati e la miriade di finestre affacciate e accese ora sì ora no a dare un flash di colorazioni sempre in mutazione.

Il progettista della nostra “casa particolare” è MARIO DE RENZI, architetto, una personalità appassionata e attenta. Attenta ai tempi che cominciano (cominciavano allora) ad andare di corsa. Egli abbandona, nella sua ricerca personale, il cosiddetto “barocchetto” di rievocazione (direi...di un po’ bruta semplificazione)...seppure intrigante...e matura rapidamente e con intelligenza un suo linguaggio nel quale ci sono sì temi di derivazione classica (torno a ricordare le insulae romane ed ostiensi) ma che “annusa” il futurismo e di più esprime rispetto e interesse per le nuove tecnologie: verso il cemento armato in una ricerca atta ad ottenere risultati in cui le “ossature” abbiano, anche loro, una valenza figurativa.
Insomma: Mario De Renzi è curioso e confidente nelle nuove tecnologie come elemento di ordine ma altresì di decoro (cfr. anche l’importante complesso edilizio di via Andrea Doria 1-27 a Roma e la palazzina Furmanik - edilizia privata - sul lungotevere Flaminio).



(Niccolò De Sanctis, architetto, niccodes.ar@libero.it)



Bibliografia essenziale:

Gianni Accasto, Vanna Fraticelli, Renato Nicolini, L’architettura di Roma Capitale 1870-1970, Golem, 1971 [ * ]
Leonardo Benevolo, Roma oggi, Laterza, 1977
Ludovico Quaroni, Immagine di Roma, Laterza,1975
Piero Ostilio Rossi, Roma, Guida all’architettura moderna,1909-1984, Laterza, 1984

 

 Io e la casa

Di notte
io e la casa
viviamo quei chiarori
che vengono
da fuori.
Io abbracciata al piumino,
ma lei più verginale,
contenuta e un po’ astrale.
Le sue porte imbiancate
recingono lo scuro,
si staccano dal muro.
Arrivano da fuori rumori
di motori
di macchine insistenti
che  molestano i sensi.
La sveglia ticche tacca,
il comò si stiracchia.
Per un po’ il pensiero
si allunga sul viale,
insegue il viavai.
La casa resta uguale,
contiene le sue cose,
ritocca le sue pose,
sfodera i suoi colori
cremosi, delicati,
sempre disincantati.
Di notte
io e la casa
fissiamo quei chiarori
e il mondo scorre fuori.

(Anna Maria Robustelli)

 

Io e la casa in "Pensieri", a cura di Maria Teresa Carrozzo,  Edizione Pagine, 2003


 



 


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I TRADITORI
post pubblicato in De Cataldo, Giancarlo, il 23 luglio 2011



E’ un libro bellissimo, sicuramente il più bello di quelli che ho letto quest’anno.
Come mostra la copertina, è ricco di colori e sensazioni. E’ un De Cataldo nuovo, molto bello, che scrive un romanzo in parte storico (per alcuni personaggi, come Mazzini, Cavour, Crispi) e in parte estremamente narrativo. C’è di tutto, e a recensirlo non si sa da dove cominciare.
La vicenda si svolge negli anni dal 1848 al 1870 (o giù di lì) e la suddivisione in parti porta proprio come titolo il periodo di svolgimento (singolo anno o gruppo di anni).
Già la suddivisione fa capire l’intenzione dell’autore: un romanzo storico proprio sui fatti che caratterizzarono il nostro Risorgimento: nel romanzo ci sono i Mille di Garibaldi, e i rivoltosi di Carlo Pisacane. Il romanzo ha anche una connotazione in luoghi diversi (Italia e Inghilterra), che ricalca i movimenti di Mazzini, protagonista indiretto della vicenda stessa. Il protagonista vero, un nobile di discendenza veneziana, lo troviamo subito con gli insorti in Calabria, dove è catturato e assoldato come spia degli Austriaci, in cambio della sua vita. I compagni del suo gruppo vengono trucidati.
Nell’anno in cui si celebra il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, il libro ci fa rivivere come le persone dell’epoca hanno vissuto questa vicenda. E lo fa attraverso movimenti e idee di Mazzini, e gli entusiasmi degli Inglesi che ne furono consapevoli. Due donne, appartenenti alla borghesia alta di Londra, sono protagoniste assieme a Lorenzo: una diventa presto la sua fiamma, l’altra è una sua amica irlandese. Ma la vera protagonista femminile è una donna che Lorenzo salva dal rogo all’inizio, e che viene catturata assieme a lui. e’ nota con il soprannome (“la Striga”), ed è indubbiamente la figura più fascinosa del libro. La Striga diventerà la compagna di un patriota che – per una serie di vicende – si trova a seguire Lorenzo a Londra: patriota che aveva assunto in gioventù il soprannome di “Terra di Nessuno”. Altro personaggio degno di nota è un ufficiale dell’esercito piemontese, Paolo Vittorelli, che porta Lorenzo a diventare spia dei piemontesi. La missione di spionaggio di Lorenzo riguardava le attività di Mazzini.
Mi pare di aver detto abbastanza per caratterizzare il racconto, per cui preferisco parlare invece del bellissimo stile in cui De Cataldo racconta la vicenda, e del modo in cui, attraverso i pensieri dei personaggi, la vicenda stessa è raccontata. E’ davvero splendido immergersi in questo libro e rivivere – come l’autore ci aiuta a fare, col suo linguaggio – il nostro Risorgimento. E inoltre non so se il linguaggio, o più probabilmente il modo di descrivere le azioni attraverso i pensieri dei protagonisti, produce certamente quello che ho definito il colore della vicenda. E’ un De Cataldo profondamente diverso da “Romanzo Criminale” e “Onora il padre”, un De Cataldo ormai decisamente scrittore affermatissimo della nostra letteratura contemporanea. Mi fermo qui. Il libro è tra quelli che vanno assolutamente letti.



(Lavinio Ricciardi)






Giancarlo De Cataldo, I traditori, Einaudi, 2010 [ * ]


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IL FUTURO DEL LIBRO
post pubblicato in Darnton, Robert, il 16 giugno 2011

 

"Il futuro del libro" [ * ] è il titolo di un libro di Robert Darnton [ * ]. Vi si affronta il tema del libro digitale. Nella puntata di domenica 12 giugno della trasmissione "Media e dintorni" si è parlato di questo argomento e del modo di affrontare la divulgazione culturale in televisione, facendo riferimento alla trasmissione di Rai Tre Cult Book.
Anche
Gino Roncaglia nel suo "La quarta rivoluzione" [ * ] si è occupato del libro digitale [ * ] (quì il blog del libro con molti materiali, quì la recensione).
Vedi anche di Francesco Cataluccio "
Che fine faranno i libri?" [ * ].



vedi
quì, quì e quì


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WANGARI MAATHAI
post pubblicato in Maathai, Wangari , il 10 giugno 2011



Wangari Muta Maathai è nata a Nyeri in Kenya nel 1940 [ * ]. E' stata la prima donna dell'Africa centrale ed orientale ad ottenere un dottorato di ricerca universitario. Wangari Maathai si è laureata in scienze biologiche presso il Mount St. Scholastica College in Atchison, Kansas nel 1964 [ * ] [ * ]. Ha successivamente conseguito un Master of Science presso l'Università di Pittsburgh nel 1966 [ * ]. Ha continuato gli studi di dottorato in Germania e presso l'Università di Nairobi [ * ] [ * ], dove ha ottenuto un dottorato di ricerca nel 1971 e dove ha anche insegnato anatomia veterinaria. Divenne preside del Dipartimento di anatomia veterinaria e professore associato nel 1976 e 1977. In entrambi i casi, è stata la prima donna a raggiungere quelle posizioni nella regione. Wangari Maathai è stata attiva in seno al Consiglio Nazionale delle Donne del Kenya nel 1976-1987 e ne è stata presidente nel 1981-1987. E' stato mentre lavorava nel Consiglio nazionale delle donne che ha introdotto nel 1976 l'idea di un movimento di base per piantare alberi. Negli anni seguenti ha continuato a sviluppare largamente quest'organizzazione di gruppi di donne il cui principale obiettivo è la messa a dimora di alberi al fine di conservare l'ambiente e migliorare la qualità della vita. Tuttavia, è con il Green Belt Movement [ * ] che ha aiutato le donne a piantare oltre 20 milioni di alberi nelle loro aziende, nelle loro scuole e chiese [ * ].
Nel 1986, il Movimento ha istituito Pan African Green Belt, una rete che ha coinvolto più di quaranta persone provenienti da altri paesi africani. Alcuni di loro hanno istituito simili iniziative di piantagione di alberi nei loro paesi, utilizzando alcuni dei metodi del Green Belt Movement per migliorare i loro sforzi. Finora alcuni paesi hanno avviato con successo tali iniziative in Africa (Tanzania, Uganda, Malawi, Lesotho, Etiopia, Zimbabwe, ecc.). Nel settembre 1998, ha lanciato una campagna nell'ambito della Coalizione del Giubileo del 2000. Ha intrapreso nuove sfide, giocando un ruolo di leader a livello mondiale come co-presidente del Giubileo del 2000-Campagna Africa, mirando alla cancellazione del debito arretrato non pagabile dei paesi poveri in Africa entro il 2000 [ * ] [ * ]. La sua campagna contro la deforestazione e l'assegnazione arbitraria di terreni forestali è stata al centro dell'attenzione pubblica nel recente passato.
Wangari Maathai è riconosciuta internazionalmente per la sua persistente lotta per la democrazia, i diritti umani e la conservazione ambientale. E' stata alle Nazioni Unite in diverse occasioni e ha parlato a nome delle donne in sessioni speciali dell'Assemblea Generale per la revisione quinquennale del Vertice sulla Terra [
* ] [ * ]. Ha fatto parte della Commissione per la governance globale e della Commissione sul futuro. Lei e il Green Belt Movement hanno ricevuto numerosi premi [ * ], in particolare il Premio Nobel per la Pace 2004.  Nel giugno 1997, Wangari è stata eletta da Earth Times come una delle cento persone nel mondo che hanno fatto la differenza in campo ambientale.  ll Green Belt Movement e la professoressa Wangari Maathai sono presenti in diverse pubblicazioni  tra cui "The Green Belt Movement: Sharing the Approach and the Experience" (Wangari Maathai, 2002 [ * ]), "Speak Truth to Power: Human Rights Defenders Who are Changing Our World" (Kerry Kennedy Cuomo, 2000 [  * ]), "Women Pioneers For The Environment" (Mary Joy Breton, 1998 [  * ]), "Hope's Edge: The Next Diet for a Small Planet " (Frances Moore Lappé e Anna Lappé, 2002 [  * ]), "Una Sola terra: Despres de la Cimera de Rio. Dona i desenvolupament sostenible" (Brice Lalonde et al, 1998 [ * ]), "Land ist Leben: Bedrohte Volker im Kampf gegen die Zerstorung der Umwelt" (Volker Bedrohte, 1993 [ * ]).
La professoressa Maathai è stata  membro dell’Advisory Board del Segretario Generale delle Nazioni Unite per gli Affari del Disarmo,
fa parte del consigli di amministrazione di diverse organizzazioni tra cui  The Jane Goodall Institute [ * ] [ * ], l'Organizzazione delle donne per l'ambiente e lo sviluppo (WEDO) [ * ], il World Learning for International Development [ * ], il Green Cross International [ * ] [ * ], l'Environment Liaison Center International [ * ], la WorldWIDE Network of Women in Environmental Work and National Council of Women of Kenya.
Nel dicembre 2002, la professoressa Maathai è stata eletta al parlamento con uno schiacciante 98% dei voti. E' stata in seguito nominata dal presidente come Assistente del Ministro per l'Ambiente, risorse naturali e della fauna selvatica nel nono parlamento del Kenya [ 
* ].
"Negli oltre trent'anni che ho dedicato all'ambientalismo e alle campagne per uno spazio democratico mi è stato spesso chiesto se la spiritualità, le diverse tradizioni religiose e la Bibbia in particolare siano state per me fonte di ispirazione e abbiano influenzato il mio attivismo e il lavoro svolto dal Green Belt Movement (GBM). Quante volte mi sono sentita domandare se ho concepito la tutela dell'ambiente e l'autopotenziamento delle persone comuni come una sorta di esperienza o di vocazione religiosa; e se ci sono delle lezioni spirituali da imparare e da applicare all'impegno per la salvaguardia dell'ambiente o alla vita in generale.
Nel 1977, quando cominciai questo lavoro, non ero spinta dalla fede o dalla religione, pensavo solo a come risolvere concretamente i problemi. Desideravo aiutare la popolazione rurale del mio Paese, il Kenya, e soprattutto le donne, a soddisfare quei bisogni primari che mi descrivevano durante i seminari e gli incontri, quando mi raccontavano di non avere acqua potabile, cibo a sufficienza, le energie necessarie per cucinare e scaldarsi, e nemmeno un reddito.
Così, a quei tempi, alle domande sulle motivazioni rispondevo che scavare buche e mobilitare le comunità per proteggere o rigenerare gli alberi, le foreste, i bacini idrici, il suolo o gli habitat degli animali selvatici non è un lavoro spirituale o quantomeno attinente alla religione.
Personalmente, tuttavia, non ho mai fatto alcuna differenza tra le attività che potrebbero essere definite "spirituali" e quelle che invece potrebbero essere chiamate "secolari". Dopo alcuni anni mi sono resa conto che i nostri sforzi non consistevano solo nel piantare alberi, ma erano volti anche a spargere semi di un altro tipo: quelli necessari a curare le ferite inflitte alle comunità, depredate della loro autostima e della consapevolezza di sé.
Era chiaro che gli individui che ne facevano parte dovevano riscoprire la loro vera voce e parlare schiettamente in nome dei propri diritti (umani, ambientali, civili e politici). Il nostro compito divenne quindi anche quello di allargare lo spazio democratico in cui cittadini comuni potevano prendere decisioni autonomamente, per giovare a se stessi, alla loro comunità, al loro Paese e all'ambiente che li sosteneva.
In questo contesto cominciai a capire che, nel corso degli anni, c'era stato qualcosa che aveva ispirato e sostenuto il GBM e i suoi attivisti, molti dei quali ne volevano condividere l'approccio e l'esperienza pur giungendo da comunità e regioni diverse. Con il tempo mi sono quindi resa conto che il lavoro del GBM non era guidato solo dalla passione e dalla lungimiranza, ma anche da qualche intangibile principio fondamentale. In particolare, ne ho individuati quattro.
I quattro principi fondamentali del Green Belt Movement sono: 1) Amore per l'ambiente; 2) Gratitudine e rispetto per le risorse della Terra; 3) Autopotenziamento e automiglioramento. E' il desiderio di migliorare la propria esistenza e le proprie condizioni di vita attraverso la forza della fiducia in sé, senza aspettare che sia qualcun altro a farlo per noi; 4) Spirito di servizio e volontariato.
Lo spirito profondo, i valori più autentici del GBM, sono racchiusi in questi principi, senza i quali sono convinta che l'organizzazione non sarebbe sopravvissuta né avrebbe prosperato, perché nessuna iniziativa è mai stata intrapresa per denaro, fama o ambizioni di carriera né di certo con l'aspettativa di ricevere un giorno il premio Nobel per la Pace! Si tratta in realtà di valori universali, inestimabili. Definiscono la nostra stessa umanità e come tali non fanno parte solo di certe tradizioni religiose, non riguardano unicamente chi professa una fede, ma appartengono alla nostra natura, costituiscono una ricchezza del genere umano. Dove tali valori sono ignorati, subentrano vizi come l'egoismo, la corruzione, l'avidità e lo sfruttamento, che possono persino portare alla morte.
L'esperienza e l'osservazione mi hanno fatto capire che la distruzione fisica della Terra si estende anche all'umanità: se viviamo in un ambiente ferito, nel quale l'acqua è inquinata, l'aria è satura di smog ed esalazioni, il cibo è contaminato da metalli pesanti e residui di plastica o il suolo è ridotto a polvere, subiamo ferite fisiche, psicologiche e spirituali.
Degradare l'ambiente significa degradare noi stessi e tutto il genere umano. Possiamo amare noi stessi, amando la Terra; essere grati per ciò che siamo, proprio come siamo grati per la generosità della Terra; migliorare noi stessi proprio come ci autopotenziamo per migliorare la Terra; rendere un servizio a noi stessi, proprio come facciamo volontariato per la Terra" [
* ].











Wangari Maathai, La religione della terra. Amare la natura per salvare noi stessi, Sperling & Kupfer, 2011 [
* ]
Wangari Maathai, La sfida per l'Africa, Nuovi Mondi, 2010 [ * ]
Wangari Maathai, Solo il vento mi piegherà, Sperling & Kupfer, 2007 [ * ]







vedi quì









 


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LA FERITA DI VISCHINSKIJ
post pubblicato in Savatteri, Gaetano, il 9 giugno 2011


Questo libro, uno dei primi romanzi (il secondo) scritti da Gaetano Savatteri, scrittore siciliano, milanese di nascita, rivela il grosso istinto noir dell’autore, che davvero sorprende positivamente.
Lo stile dell’autore è sobrio, e anche un po’ schivo. denotando un carattere molto riservato e poco propenso all’esteriorizzazione. Ma gli intenti dell’autore sono chiari fin dall’inizio: far luce su una scomparsa, quella di una giovane donna, Maddalena, avvenuta in circostanze misteriose, come si comprenderà  dettagliatamente più avanti. L’annuncio viene dato riportando notizie apparse su giornali. La scomparsa somiglia molto (anche se questo non viene detto) a quella del fisico Ettore Majorana, di cui Leonardo Sciascia scrisse una storia [ * ] [ * ]. Un fisico noto a tutti i cultori della materia perché scriveva le dimostrazioni dei suoi teoremi sulle scatole di fiammiferi.
Il romanzo, dopo un breve ambientamento con lo stile di Savatteri, cattura subito e intriga non poco, anche se – come ho detto – l’autore non lo da a vedere. Il romanzo è ambientato a Palermo, anzi tra Palermo e Giallonardo, piccolo paese della provincia, di dove sono originari i familiari di Maddalena. Il protagonista, che è anche l’investigatore,  suo malgrado, è un professore che lavora in un istituto palermitano, in particolare presso la biblioteca (non so se i miei ricordi sono precisi, ma tant’è).
Il romanzo racconta di tante vicende connesse più o meno con i fatti, e in particolare con la scomparsa di Maddalena. Tra queste vicende è quella che da il titolo al romanzo stesso: il ministro russo Vishinskij, credo ministro degli esteri del governo Kruscev, in visita a Palermo, viene ferito casualmente mentre esce dal suo albergo. La cosa, ovviamente, data la posizione del ferito, viene messa a tacere dagli agenti del KGB al seguito.
La vicenda si snoda tra il racconto di fatti e le elucubrazioni del neo indagatore, il prof. Lo Nardo, in costante dialogo con il bibliotecario Pellegrino. E questo alternarsi, che ricorda un po’ alcuni romanzi non “Montalbanesi” di Camilleri, come i bellissimi “La concessione del telefono”, “Il birraio di Preston”, e il più recente “Il nipote del Negus”, è comune a molti scrittori di genere noir. Il romanzo, non soltanto per la sua capacità di intrigare il lettore, è bello anche per i dialoghi, alcuni dei quali in dialetto, e piacevolissimo da leggere.
Dell’autore, che ho avuto la fortuna di conoscere a Roma, durante un convegno all’Auditorium, debbo dire che ho ritrovato nello stile di scrittura molto del suo carattere: tanto la riservatezza, quasi ritrosia a volte, quanto l’allegria e la spensieratezza che il suo volto tramanda abbondantemente. Una completa bibliografia di Savatteri è nel suo profilo riportato dal sito del Camilleri Fan Club, www.vigata.org.



(Lavinio Ricciardi)







Gaetano Savatteri, La ferita di Vishinskij, Sellerio, 2003 [ * ]






vedi  quì e quì






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MAMMUT
post pubblicato in Pennacchi, Antonio, il 9 giugno 2011


Questo libro, a differenza di Canale Mussolini, che lo ha reso famoso, è  una riedizione di un libro che riporta Pennacchi alle sue esperienze di fabbrica.
E questo rende l’autore molto sincero, immediato, di comprensione molto rapida e – perché no – molto divertente.
Il libro racconta le vicissitudini di un gruppo di operai di una fabbrica di cavi elettrici, la Supercavi di Latina, in particolare un gruppo che lavora in un ben preciso settore della fabbricazione dei cavi.
La narrazione di Pennacchi, che – oltretutto – agisce in veste di io narrante, ma non è l’effettivo protagonista delle azioni del romanzo, è agile e divertente. Questo aspetto, a mio avviso, caratterizza il libro in maniera decisamente positiva. La storia si svolge, a quanto ricordo, negli anni tra i ’60 e i nostri. Pennacchi non si limita a descrivere la vita di fabbrica, con tutte le azioni che ciascun gruppo rivendicava sotto l’aspetto sindacale, ma ricorda come – nei periodi d’oro, in cui anche la loro azienda forniva cavi a tutto il mondo – gli operai seguivano anche le vicissitudini dell’azienda sul mercato, considerandole di loro pertinenza.
La descrizione delle attività aziendali, e dei movimenti sindacali del gruppo è fatta dall’autore attraverso le gesta del protagonista, il Benassa, capo del consiglio di fabbrica dell’azienda, cioè della Rappresentanza sindacale interna. E questo narrare da parte dell’autore – come ho già detto, io narrante in prima persona – produce uno strano effetto nel lettore, che ha come l’idea di una trasmissione radio o televisiva delle vicende stesse.
Non voglio narrare la trama, come di solito evito di fare, per non sciupare l’effetto e la sorpresa in chi si accinge a leggerlo. Ci sono una serie di vicende divertenti, tra le quali le gesta di Benassa, vincente o perdente che sia nelle sue lotte interne, hanno sicuramente la parte preponderante. Il clou è raggiunto – durante gli anni di crisi dell’azienda – con l’occupazione della centrale nucleare di Latina, descritta con precisione e attenzione dal narratore.
In sostanza, oltre al linguaggio tipico degli operai sindacalizzati, il libro rivela una freschezza che è da far risalire (come Pennacchi stesso dice nell’introduzione) al fatto che le gesta raccontate sono effettivamente state vissute dall’autore, e quindi particolarmente autobiografiche.
Ma sicuramente, chi ha letto Canale Mussolini, se legge Mammut è destinato a ricredersi sul tipo di scrittore che è Pennacchi. Infine una considerazione – anch’essa divertente – riportata anche sul retro della copertina: il titolo proviene dal fatto che, ad avviso di Pennacchi, oggi la vita di fabbrica è ben diversa da quella descritta, e loro, se oggi si comportassero in quel modo, sarebbero considerati dai loro colleghi di oggi a guisa di Mammut.





(Lavinio Ricciardi)






Antonio Pennacchi, Mammut, Mondadori, 2011 [ * ]






vedi quì e quì











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L'ALLEGRA APOCALISSE
post pubblicato in Paasilinna, Arto, il 26 maggio 2011



Scoppia una centrale nucleare a San Pietroburgo, Manhattan scompare sotto montagne di spazzatura, un terribile tsunami sommerge Parigi. È la fine del mondo, l'apocalisse.
Chi legge questo libro non può non pensare ai terribili avvenimenti del Giappone, ai rifiuti che sommergono le grandi città del mondo industrializzato e stravolgono intere zone dei paesi meno avanzati, agli equilibri spezzati che mettono a rischio la civiltà costruita nei secoli, da quando l'uomo di Neandertal costruì un cerchio di pietre intorno a un fuoco e l'uomo di Cro-Magnon stampò l'impronta della sua mano su una parete rocciosa.
Ma occhi curiosi ammiccano dal folto dei boschi finlandesi. Orsi? Cutrettole? Bambini? Un popolo di creature diverse vive in armonia con la natura, intreccia legami, inventa forme di sussistenza, crea i suoi riti e costruisce i suoi luoghi di culto.
Ho seguito col sorriso sulle labbra le vicissitudini di questa bizzarra congrega che nei boschi di Kainuu erige una cattedrale con tecniche tramandate dal medio evo, consacra un cimitero, coltiva erbe aromatiche, si ubriaca e si diverte, dandosi sue proprie regole di vita.
Il mondo intorno a loro cerca, ovviamente, di rimetterli nei ranghi, e per far questo usa gli strumenti di cui dispone, in primis quello fiscale, con cui cerca di strangolare la piccola comunità appena nata. Ma gli allegri abitanti dei boschi riescono a sfuggire alle pastoie burocratiche, ed anche all'attacco di loschi figuri che credono di potersi far gioco della loro apparente "semplicità".
L'interesse del libro, a mio parere, sta nell'ottica in cui si pone per rappresentare le vicissitudini della popolazione boschiva che si sviluppa intorno a un cimitero e a una cattedrale fatta di tronchi d'albero. Si tratta di un punto di vista che mette al centro della narrazione la relazione tra le cose, in una molteplicità di angolature che riesce a dar vita ad un mondo composito e inusuale.
Si tratta qui di un approccio di tipo ecologico alla realtà in cui viviamo.
Nata nella seconda metà dell'Ottocento, l'ecologia si è oggi letteralmente evoluta, fino a diventare la metafora di un modo di vedere, un vero e proprio paradigma culturale. Se infatti la definizione di Ernst Heinrich Haeckel nel 1866 la voleva come la «scienza comprensiva delle relazioni tra l'organismo e il suo ambiente», per la cultura contemporanea «ecologia» è, in generale, il pensiero dell'interconnessione dei fenomeni sullo sfondo di un ambiente. Questi fenomeni possono essere organismi viventi, ma anche contesti sociali, idee, forme dell'immaginario. Lo «sguardo ecologico» non isola questi elementi, ma li vede nel loro continuo rapporto reciproco, con una interazione ininterrotta.
Credo che "L'allegra apocalisse" ben rappresenti questo modo di vedere.



(Rita Cavallari)







Arto Paasilinna, L'allegra apocalisse, Iperborea, 2010 [ * ]

LENZ
post pubblicato in Buchner, Georg, il 11 maggio 2011


 

Lenz è la storia dell'esplosione di uno stato di follia. Il racconto rispecchia una storia vera: l'aggravarsi definitivo delle condizioni psichiche dello scrittore Reinhold Lenz durante un soggiorno nello Steinthal, una valle alsaziana nei monti Vosgi. Lenz aveva già dato segni più che altro di disagio sociale, ma non era una cosa insolita per dei giovani intellettuali negli anni poco prima della Rivoluzione francese, che non si riconoscevano più nelle regole e nei valori del mondo borghese. Gli amici stessi gli avevano consigliato di prendersi un periodo di riposo da Strasburgo, dove abitava, presso la comunità rurale affidata al pastore protestante Oberlin, noto per la sua rettitudine morale. Il racconto comincia dunque con la camminata che Lenz intraprende nei monti Vosgi per arrivare allo Steinthal, e che dura una giornata, arrivando in vista delle case a sera. La descrizione dell'ambiente montano si accompagna all'espandersi della patologia di Lenz. Lo scrittore perde il senso delle proporzioni, i punti di riferimento: "Cime e alti pianori innevati, pietraglia grigia lungo i pendii, distese verdi, massi e abeti. Era freddo e umido, l'acqua grondava giù per le rupi e rimbalzava oltre il sentiero. I rami degli abeti pendevano grevi nell'aria umida. Nel cielo scorrevano nuvole grigie, così dense e impermeabili, poi dal basso sopraggiungeva la nebbia, che si spandeva con vapori umidi e grevi fino agli arbusti, così pigra, così goffa. [...] Da principio avvertiva come una stretta al petto quando al suo passaggio il pietrisco schizzava via in quel modo, quando il bosco grigio s'agitava sotto di lui e la nebbia a tratti ingoiava ogni forma, a tratti svelava a metà le membra possenti; qualcosa urgeva in lui, egli inseguiva qualcosa, come dei sogni perduti, ma non trovava niente. Tutto era per lui talmente piccino, talmente prossimo, talmente bagnato; avrebbe voluto mettere il mondo intero ad asciugare dietro la stufa, non capiva come mai gli occorrese tutto quel tempo per discendere un pendio, per raggiungere un punto remoto; era convinto di poter misurare ogni cosa facendo soltanto qualche passo. Solo a volte, quando la bufera rovesciava le nubi giù nelle valli e dal bosco salivano vapori, e le voci delle rocce si destavano, ora simili a remoti echi di tuoni e poi avvicinandosi con violento fragore, come volessero cantare con letizia sfrenata le lodi della terra, e le nuvole galoppavano come cavalli selvaggi nitrenti, e la luce del sole le trapassava, fendendo la sua spada scintillante lungo le zone innevate, così che un chiaro bagliore accecante fendeva obliquamente vette e valli; oppure quando la tempesta spingeva le nubi verso il basso e le squarciava formandovi un lago d'un azzurro lucente, e poi il vento si affievoliva e giù in fondo, dalle gole e dalle cime degli abeti, salivano come sussurrando una ninna nanna e un tintinnio di campane, e nell'azzurro cupo si diffondeva una tenue tinta rossastra, e piccole nubi passavano su ali d'argento e le cime dei monti, nitide e salde, si stagliavano con bagliori scintillanti sull'intero paesaggio - allora sentiva come uno strappo nel petto, restava immobile, ansante, il corpo proteso in avanti, occhi e bocca spalancati, gli pareva di dover attirare la tempesta dentro di sè, accogliere tutto in sè, si stendeva e restava disteso sopra la terra, si sprofondava nel Tutto, ed era un godimento che gli faceva male; oppure se ne stava silenzioso e appoggiava il capo sul muschio socchiudendo gli occhi, e allora tutto s'allontanava da lui, la terra cedeva sotto di lui, diventava piccola come una stella errabonda e si immergeva in un torrente fragoroso che scorreva con le sue onde chiare sotto di lui".
Le sue manifestazioni di follia trovano in lui sempre una giustificazione e un apparentamento naturali: "Raccontò in tutta calma a Oberlin che sua madre gli era apparsa durante la notte: era emersa in una candida veste dal muro scuro del cimitero e aveva al petto una rosa bianca e una rossa; poi era sprofondata in un angolo, e poi le rose erano germogliate a poco a poco sopra di lei, sicuramente era morta; ne era intimamente convinto".
In tutto c'è un'eziologia naturale: "La natura più semplice e pura è intimamente connessa con quella degli elementi [...] pensava che dovesse essere un sentimento infinito di beatitudine il venir toccati così dalla vita particolare di ogni forma, avere un'anima per le pietre, i metalli, l'acqua e le piante, accogliere in sè come in sogno ogni essere della natura allo stesso modo in cui i fiori accolgono l'aria al crescere e al calare della luna". 
Non ha bisogno di ragioni: "Ieri, risalendo per la valle, ho visto due ragazze sedute su un masso, una si annodava i capelli, l'altra l'aiutava; la sua chioma d'oro fluente, un pallido viso grave eppur così giovane, e il costume nero e l'altra così premurosa [...] poi si allontanarono, il bel gruppo non c'era più; ma come discesero, fra le rocce s'era nuovamente composto un altro quadro. Le immagini più belle, i suoni più intensi si raggruppano e si dissolvono. Resta un'unica cosa: una bellezza infinita, che da una forma si trasferisce in un'altra, in un perenne dischiudersi e tramutarsi".
Oberlin si reca in Svizzera, Lenz lo accompagna per un tratto, poi torna indietro da solo e si smarrisce di nuovo: "Errò per la montagna in varie direzioni, ampi pianori scendevano giù nelle vallate, scarsi erano gli alberi, nient'altro che profili maestosi e, più remota, la vasta pianura fumosa, nell'aria un aleggiare impetuoso, nessuna traccia di esseri umani se non, qua e là, una capanna abbandonata in cui i pastori trascorrevano l'estate, a ridosso dei pendii. Lui divenne calmo, quasi come sognasse, tutto si fondeva per lui in un'unica linea, simile a un'onda che saliva e scendeva, fra cielo e terra, gli pareva d'essere disteso in riva a un mare infinito che ondeggiasse dolcemente. A volte si fermava e si sedeva, poi riprendeva il cammino, ma lentamente, come in sogno. Non cercava un sentiero preciso".
La quiete estatica è a volte interrotta da momenti di panico: "Qualcosa lo spinse a rialzarsi e a fuggire, come braccato su per la montagna. A gran velocità le nuvole scorrevano dinanzi alla luna; a momenti, tutto era immerso nell'oscurità, a momenti invece esse lasciavano intravedere al chiarore lunare il paesaggio che svaniva nella nebbia. Lui correva in su e in giù".
Le stranezze di Lenz si susseguono: fa il bagno nella fontana della piazza in piena notte, viene sentito gemere come un bambino nella sua stanza, si autoaccusa con Oberlin della morte della madre e della fidanzata chiedendogli di percuoterlo per questo con un bastone, alla notizia della morte di una ragazza in un paese vicino si affretta ad andarvi convinto di poterla resuscitare.
La situazione precipita, Lenz tenta il suicidio gettandosi dalla finestra della sua stanza. Rimane ferito. Oberlin decide di farlo riportare a Strasburgo in carrozza sorvegliato da due uomini: "Si allontanavano gradatamente dai monti, che s'ergevano ora, nel tramonto, come un'onda turchina di cristallo sulla cui calda cresta giocavano i raggi purpurei della sera; sopra la pianura, ai piedi della montagna, si stendeva una trama scintillante e turchina [...] Lenz guardava fuori fisso, calmo, non un presentimento, non un impulso". 



(Carlo Verducci)







Georg Buchner, Lenz, Marsilio, 2008  [
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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 11/5/2011 alle 15:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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