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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
LA CORSARA
post pubblicato in Petrignani, Sandra, il 24 luglio 2018
 

Questo libro, a detta dell’autrice scritto non per creare una biografia della scrittrice piemontese, ma per darne un ritratto a tutto tondo, è un bellissimo esempio di quel che può essere un saggio critico.  E – a mio avviso – va al di là delle intenzioni dell’autrice, realizzando anche più di quanto intendesse. 
Nella mia gioventù ho amato molto gli scritti di Natalia Ginzburg, in particolare il suo “Lessico Famigliare”, forse il suo libro che ho letto con maggior attenzione. Ma era il periodo in cui studiavo, e la materia studiata non consentiva molte distrazioni. Così – a più di cinquant’anni da allora – non ricordo molto delle opere, neppure – proprio – di quel “Lessico famigliare” che ora ho citato. Ma quello che ricordo con lucidità era il modo di scrivere della Ginzburg, chiaro e semplice, che portava dritto al cuore di quello che l’autrice voleva dire.
Non penso che sia facile descrivere il libro della Petrignani a chi non l’ha ancora letto: debbo però convenire con l’autrice sul fatto che non viene raccontata la vita della Ginzburg, come in una biografia, piuttosto viene ampiamente descritto il tempo della Ginzburg e la vita culturale italiana di allora. Particolare attenzione per chi, come me, l’ha seguita, desta la descrizione della nascita delle edizioni Einaudi, e la figura di Giulio, fratello del presidente Luigi. Per Einaudi io avevo davvero una specie di “cotta”: in particolare, oltre alle opere della Ginzburg, ricordo molte delle opere più belle di Leonardo Sciascia. 
Non c’è parte di questo libro che non si legga volentieri. Ne emerge una figura maestra – quella, appunto, della Ginzburg corsara, protagonista indiscussa della scena letteraria del suo tempo – e i rapporti che Natalia ha avuto con Calvino, con Pavese e con Elsa Morante. Ma non solo. Appaiono a chiare tinte i pregi delle sue opere, e soprattutto l’importanza che la Ginzburg ha avuto nel panorama letterario. E' così che emergono le sue qualità di “direttrice letteraria” della Einaudi, in sostituzione di suo marito Leone, morto giovanissimo nel 1944, in carcere, appena sei anni dopo il matrimonio... E anche la sua conversione religiosa, da ebrea  – qual’era la sua famiglia (Giuseppe Levi, il padre, Lia Tanzi, la madre)  a cattolica, quando sposa (vedova di Leone Ginzburg) Gabriele Baldini.   
Il libro ripercorre per tappe la biografia della Ginzburg. Si tenga conto che la Ginzburg ha scritto, oltre che romanzi, poesie e opere teatrali. Di alcune di queste ha diretto la regia, con buon successo. Ed è proprio questa poliedricità ad emergere dal libro prezioso della Petrignani. La quale – come ho già detto all’inizio – riesce ad andare oltre quello che si era prefissa, e cioè a far emergere dal suo libro la figura a tutto tondo della Ginzburg, come donna e come letterata. 
Nel ritratto “vivente” che il libro ne dà, compaiono, oltre il suo essere letterata, anche le notevoli doti di organizzatrice: la casa editrice Einaudi, che prima della Ginzburg era affidata letterariamente a Cesare Pavese, col quale Natalia collabora a lungo, dopo la sua morte passa direttamente a lei, come direttrice editoriale. Il bellissimo rapporto con Giulio Einaudi è un altro dei caratteri della sua magnifica carriera letteraria. Agli esordi aveva lavorato per Einaudi non solo come scrittrice, ma come traduttrice di molti autori, tra cui Proust.  
E in molti altri aspetti la sua vita ha avuto a che fare con l’arte, in particolare la pittura, attraverso amicizie con pittori importanti, più o meno noti. Il libro testimonia in molte parti questi rapporti. E molti giudizi dei pittori da lei frequentati compaiono nel “Finale di Partita”, una grossa collezione di pareri sulla Ginzburg da parte di chi – come Sandra Petrignani – l’ha conosciuta. Anche il ritratto iniziale che la Petrignani ne dà nel primo capitolo è un modo brillante e originale di mettere il lettore di fronte alla personalità di Natalia. 
Ho dovuto leggere questo libro con molta fretta. E mi propongo presto di rileggerlo, per l’enorme impatto che ha avuto su quanto già conoscevo di Natalia Ginzburg, attraverso le sue opere lette in gioventù (oltre “Lessico famigliare”, ricordo di aver letto “Le piccole virtù”, e – forse – “Caro Michele”), e mi è venuta una gran voglia di avere la sua "Opera omnia" rappresentata da due “Meridiani”. Ne consiglio la lettura sia a chi conosce già la Ginzburg, sia a chi – ora giovane – forse non ne ha sentito neppure parlare: scoprirà che Natalia fa parte delle Italiane importanti, a tutti gli effetti. E grazie a Sandra Petrignani per l’opera paziente e precisa con la quale ha davvero dato un grosso contributo al riemergere della figura di Natalia.



(Lavinio Ricciardi)







Sandra Petrignani, La corsara, Neri Pozza, 2018 [ * ]
LA GUERRA E' L'UNICO PENSIERO CHE CI DOMINA TUTTI
post pubblicato in Gabrielli, Patrizia, il 20 luglio 2018
 

Questo libro è tra quelli del Premio delle Biblioteche di Roma. Nel centenario della Grande Guerra l’autrice mette al centro della narrazione i pensieri e le esperienze di chi, in quegli anni, era bambino, bambina o adolescente. Per far questo attinge al ricchissimo materiale conservato nell’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano e indaga la vasta letteratura destinata a bambini, ragazzi, e anche giovani donne. La dimensione del conflitto impone la partecipazione di tutti e tutte. Per giungere a questo è necessario connotare e dileggiare il nemico (lo sciocco Otto Kartoffen del Corriere dei Piccoli), indicare eroine che si sacrifichino per il nazionalismo (come Maria Albriani di Ala), costruire personaggi, soprattutto femminili, che sappiano declinare l’amor di patria all’interno della famiglia. 
È interessante la parte che riguarda la costruzione di un nuovo modello di donna, nata dal Risorgimento, che attraverso lo studio e l’istruzione sa realizzarsi come figura attiva e dinamica, capace di rispondere agli eventi drammatici della guerra. Come Fanny, che diviene crocerossina e riesce, in questo modo, a porsi in modo autonomo e indipendente dalla famiglia di origine. 
Molte ragazze, all’epoca, tenevano un diario. Il libro sottolinea l’importanza dello scrivere di sé, pratica di riflessione e autocoscienza che contribuisce a una più ricca consapevolezza del proprio valore.


(Rita Cavallari)








Patrizia Gabrielli, La guerra è l'unico pemsiero che ci domina tutti, Rubbettino, 2018 [ * ]
DI NIENTE E DI NESSUNO
post pubblicato in Levantino, Dario, il 20 luglio 2018
 

L'autore è nato nel 1986 ed è quindi assegnabile alla categoria "giovani" ma non giovanissimi. Si è nutrito di buoni studi ed è appassionato della sua terra d'origine, Palermo, dove ambienta la storia narrata nel libro. Più precisamente, nel quartiere Brancaccio di Palermo.
Il protagonista è un adolescente piuttosto difficile da immaginare, perchè, pur vivendo in una realtà estremamente degradata, scrive poesie, è un ottimo allievo di un liceo del centro, appassionato di epica così intensamente da trovare negli eroi e nelle storie della mitologia classica un modello da imitare e da utilizzare per interpretare la realtà che lo circonda. "Io non mi scanto di niente e di nessuno" diventa, da originario proclama dell'etica mafiosa, un suo modo di accostarsi alla grandiosità dei suoi amati antichi, tanto che se li immagina parlare in palermitano.
Ho trovato l'incipit del libro molto invitante ma, con il passare delle pagine, la zavorra troppo letteraria ha quasi soffocato la storia, che rimane comunque una magistrale descrizione di una condizione sociale legata al quartiere Brancaccio, mutata quasi in finzione, un po' come accade a quei poeti dialettali che in vernacolo esprimono concetti improbabili, tipo "la lama della mia zappa è più sottile della differenza tra il bene e il male".
Secondo me non giova alla storia l'essere narrata in prima persona perchè, se la sua descrizione e svolgimento fosse affidata ad un terzo, allora certi stilemi si giustificherebbero. Ma che il protagonista si esprima con espressioni dialettali e nello stesso tempo usi frasi tipo "Non le servono, le parole; riconosce in esse il carattere mimetico della realtà, l'inganno degli orditi che esse tramano... " mi pare incongruo, soprattutto confrontato alla prosa usata correntemente, capace di restituire in maniera molto efficace gli odori e i sapori della violenza. Per concludere, il libro è fatto di buona stoffa, da annoverarsi comunque tra le "opere prime", con tutte le ingenuità che spesso queste presentano.



(Linda Maria Figliozzzi)








Dario Levantino, Di niente e di nessuno, Fazi, 2018 [ * ]

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RESTO QUI'
post pubblicato in Balzano, Marco, il 20 luglio 2018
 

Un libro molto ricco di suggestioni e di immagini, che racconta una storia complessa, che si svolge tra gli anni Venti e Sessanta, comprendenti la seconda guerra mondiale e il fascismo mussoliniano. La scena è ambientata in due paesini della Val Venosta, Resia e Curon, che – dopo la guerra – furono interessati dai lavori di una grande diga. Oggi i vecchi paesi sono sepolti sotto le acque del lago formato dalla diga.
La guerra contro la diga e la resa sono raccontati nella terza parte del libro. La prima e la seconda parte sono invece la storia di una famiglia di Curon, raccontata dalla protagonista, Trina, voce narrante del libro e il racconto è come rivolto ad una persona, che più tardi si capisce essere sua figlia.
La prima parte - “Gli anni” -  è la storia di Trina a partire dall’adolescenza, dai trucchi per vedere l’unico uomo di cui è innamorata, Erich, mentre va a trovare suo padre. Trina racconta la sua storia, che è anche storia della sua gente (gli abitanti di Curon, che conosceva uno per uno), delle loro abitudini (lingua tedesca, difficoltà ad apprendere l’italiano) e delle imposizioni che il fascismo fece loro. Della sua conoscenza di Erich, osteggiata dalla madre ma vista di buon occhio dal padre. Delle sue uniche amiche, Maja e Barbara. 
La storia prosegue con lo studio con le amiche, la licenza magistrale presa a Bolzano, le catacombe, cioè l’insegnamento clandestino, nel frattempo anche una sera di carcere per Trina, scoperta a insegnare clandestinamente, tra l’altro lontana da Curon, a San Valentino. E l’inizio del parlare della diga, in paese... Il matrimonio con Erich, approvato dal padre. I figli: Michael, il primo, Marica, la seconda. L’arrivo a Curon della sorella di Erich, Anita, col marito. L’abitudine di lasciare Marica a casa di Anita. E l’inizio della fuga da Curon di molte famiglie, in maggior parte dirette in Germania. Tra queste la famiglia di Anita, che porta con se anche Marica, e la scoperta di questo da parte di Trina, che va al loro maso per riprendere Marica e lo trova sprangato e deserto.
Qui inizia la seconda parte, “Fuggire”. Cominciano presto tempi più duri. Erich viene spedito in Albania e Grecia, a combattere. Dalla guerra torna con una ferita alla gamba, e giura che non vuole più tornare a combattere. Inizia un nuovo problema, Michael – che aveva cominciato a lavorare nella bottega del nonno – aveva cominciato a simpatizzare per i nazisti, cosa che Erich disapprovava. Michael vuole diventare un soldato del Reich. ed ha continui contrasti col padre, violentemente antinazista; infine si arruola... Nel frattempo i tedeschi, vista la debacle del fascismo, ricominciano a prendere il controllo del territorio. Spaventati da un possibile nuovo arruolamento di Erich, Trina ed Erich fuggono in montagna, sopra Curon, percorrendo sentieri molto erti, difficili da trovare. Più di metà della seconda parte è la descrizione di questa fuga a due. Attraversano mille peripezie. A Trina, per salvare il marito, capita di uccidere due tedeschi. Poi trovano un maso, dove li aveva indirizzati padre Alfred, il parroco di Curon. Con altri fuggiaschi si rifugiano in un fienile quando sentono avvicinarsi i tedeschi. Il maso viene distrutto, e i suoi abitanti, con Trina ed Erich, vivono in questo fienile per tre mesi. E li vengono a sapere tutti che la guerra era finita.
A questo punto comincia la terza parte, “Acqua”. Il titolo riporta il pensiero alla diga. Infatti, dopo il loro rientro a Curon, per Trina ed Erich inizia una lotta ben più violenta, contro coloro che avevano deciso di costruire questa diga. Lotta che purtroppo li vede soggiacere ad un volere altrui. La ditta (Montecatini) che conduceva i lavori provvede a risarcire gli abitanti dei due paesi che saranno sommersi, Riese e Curon, con due tipi di indennizzo: soldi a chi va via e una nuova casa a chi resta. E così, con l’assistere alle barche che andavano e venivano sul lago, a visitare il campanile della chiesa che emergeva dal lago, si chiude il romanzo.
Dopo questa lunga cronaca, che – a mio avviso – dovrebbe dare l’idea di cosa sia perdere la propria identità di paesani di fronte alla protervia di chi ha deciso di far sparire i loro paesi, vorrei dire due parole sull’autore, che mi aveva molto colpito due o tre anni fa con il suo romanzo “L’ultimo arrivato”, vincitore del premio Campiello. Balzano, in chiusura racconta in una nota come tutte le vicende descritte sono state da lui riscontrate sui documenti relativi alla costruzione della diga. Il romanzo, a differenza de “L’ultimo arrivato”, risulta quindi ispirato a vicende reali. Pur se la prima e seconda parte – la storia della famiglia di Trina ed Erich – sono frutto della fantasia dell’autore, la vicenda centrale è proprio la costruzione della diga, che espropria due interi borghi della loro terra. Credo che proprio questo abbia voluto sottolineare Balzano: una vicenda che ferisce una intera popolazione. E proprio questo messaggio rende il libro molto interessante; la sua lettura, come nello stile di Balzano, è agevole e piacevole.




(Lavinio Ricciardi)









Marco Balzano, Resto quì, Einaudi, 2018 [ * ]

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L'ESTATE DEL '78
post pubblicato in Alajmo, Roberto, il 13 luglio 2018
 

A me questo libro è piaciuto molto, nonostante che il genere "autobiografia" - una passione ricorrente intorno ai sessant'anni - non sia un genere che mi appassioni molto. Faccio ovviamente le debite eccezioni, tra cui questo libro. Non ho letto Fai bei sogni ma, cinicamente, penso che certe situazioni possano indurre, attraverso il dolore che provocano, a uno stato di riflessione emotiva che, se supportato da una prosa adeguata, produce letteratura, o narrativa se preferite, sicuramente di rilievo. 
Mi stupisce che Alajmo partecipi al Premio Biblioteche di Roma: è siciliano, non è un giovane esordiente, lavora (o lavorava) a una TV o radio svizzera. Non per vantarmi, ma me lo disse lui quando andai a conoscerlo ad una conferenza al Palladium, spinta dal desiderio di incontrare l'autore di libri che avevo letto con molto e sorpreso piacere. Rispetto ai testi precedenti, nel narrare la sua storia, o indagine come la chiama lui, vedo che si è emotivamente ammorbidito. Non è più tagliente e sarcastico come lo ricordavo, anche se rimane, nel suo scrivere, molto asciutto e lineare, come a voler bandire la drammaticità a tutti i costi. Accenno brevemente alla trama: una vita più o meno normale, di cui vengono evidenziati alcuni particolari che possono appartenerci e di cui ci rendiamo conto solo grazie alla loro sottolineatura, come il momento dell'ultima volta che abbiamo preso in braccio un figlio. O il funerale di un genitore, confortato dal Lexotan, o un altro medicinale che non ricordo, che stempera e falsa tutto... Ma la devastazione di una madre che si suicida per depressione non è usuale, appartiene, fortunatamente, a pochi, che vengono scolpiti da questo punteruolo (scusate il termine brutto e impreciso). Il termine devastazione è mio, troppo tragico per Alajmo, che non si sogna nemmeno di usarlo. Ma la carica emotiva di certe pagine è così forte che scappa dai bordi, si insinua quasi di straforo, non voluta. Anche nel racconto di altri episodi, come quello che ha come protagonista suo figlio, a Parigi, non  raggiungibile in nessun modo proprio quando c'è l'attentato al Bataclan, che lui frequenta. Il passare delle ore, il cambiare delle emozioni, tra cui quella del "almeno voglio sapere cosa gli è successo". A pag. 141 utilizza questa tensione emotiva per spiegare una cosa atroce. Nel grande naufragio del 3 ottobre del 2013 molti dei naufraghi, prima di morire, invece di chiedere aiuto urlavano il loro nome, il loro indirizzo una, due, tre volte. Un dettaglio inesplicabile, ma la rasoiata di coscienza che a lui procura la tensione per il figlio in pericolo gli rivela il motivo. I naufraghi sanno di dover morire, e vogliono evitare ai propri cari l'angoscia che lui, come padre, ha provato per il figlio. Vogliono evitare loro "almeno voglio sapere cosa gli è successo". A me questa pagina mi ha colpito molto, ma ce ne sono altre di grande valore che mi sono entrate dentro. Oggi riporterò il libro, ma a malincuore. E' il primo che leggo e spero già che vinca.



(Linda Maria Figliozzi)








Roberto Alajmo, L'estate del '78, Sellerio, 2018 [ * ] 

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LA RAGAZZA CON LA LEICA
post pubblicato in Janeczek, Helena, il 10 luglio 2018
 

Un libro strano, questo. Molto originale da parte di questa scrittrice di origine ebreo-polacca. Racconta essenzialmente la vita di una ragazza, Gerda Taro, che ha scelto il lavoro di fotografare, guidata da un famoso maestro, noto al mondo come Robert Capa, ma lui, come lei, come l’autrice, ebrei.
L’originalità del libro è nella sua composizione. C’è un prologo ed un epilogo, e in mezzo tre parti, intitolate ai loro protagonisti, due amori di Gerda e una sua amica. Gerda rivive nei ricordi dei tre.
La foto che la ritrae in copertina, come la maggior parte di quelle riportate nel prologo e nell’epilogo, sono di Capa e di Gerda. E molte delle cose che le tre “voci narranti” (Willy, Ruth e Georg) raccontano, servono a ricostruire l’immagine di questa donna, morta giovanissima, travolta da un carro armato durante la guerra di Spagna. Nell’epilogo, come nel prologo, l’io narrante è l’autrice stessa, che – sulla base di testimonianze scritte (di cui ringrazia una biografa di Gerda) e di una mostra, curata sempre dalla stessa biografa – racconta in modo delicato e divertente alcuni tratti di Gerda, in particolare il suo rapporto – professionale e non solo – con Andrew Friedmann (più noto con lo pseudonimo di Robert Capa).
I tre protagonisti-voci narranti delle parti principali (Willy Chardack, un medico residente negli Stati Uniti, a Buffalo; Ruth Cerf, amica di Gerda; Georg Kuritzkes, scrittore, residente a Roma), raccontano, frugando nei loro ricordi, la loro personale “immagine” di Gerda Taro. Il ricordo dell’amica Ruth è della vita che le due amiche facevano, nel 1938, a Berlino. I ricordi di Willy e di Georg sono invece riattualizzati al tempo delle loro vite negli anni '60, ma risalgono ovviamente agli anni in cui si folleggiava a Berlino (1937-1938).
Non è facile recensire un libro come questo. Ma la sua lettura fa pensare con notevole intensità alla personalità di Gerda: a un lettore comune – quale io mi sento – questa “ragazza” appare originale ed anticonformista, nella Germania all’apice del Terzo Reich e dei suoi fasti. Va da sè che la vita di Gerda è “spericolata”, per dirla con Vasco Rossi; lo è tanto che – partita per la guerra di Spagna assieme a Robert Capa – non ritorna indietro viva e viene pianta da tutti i suoi amici, conoscenti ed amanti. 
Ritengo il libro molto valido, degno di lettura attenta: è un discreto scorcio della vita europea al termine degli anni Trenta e Quaranta. E lo raccomando a chi voglia farsi un’idea di quei tempi, che l’autrice ha descritto con mirabile chiarezza, ma senza accenni alla questione ebraica, nonostante il fatto che tutti i protagonisti siano ebrei e alla posizione germanica del tempo al riguardo.



(Lavinio Ricciardi)









Helena Janeczek, La ragazza con la Leica, Guanda, 2018 [ * ]


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TRE PIANI
post pubblicato in Nevo, Eshkol, il 3 luglio 2018
 

Un libro come pochi. Come non capita più di leggerne spesso al giorno d’oggi. Un linguaggio scorrevole, tanto da spingermi a leggere il libro due volte. Ciononostante, un libro che non si scorda affatto.
Quelle che ho appena scritto sono impressioni di un lettore che – come sono io – è avvezzo a leggere di tutto. Così, quando il circolo di lettura ha deciso per la letteratura israelo-palestinese, sono piombato nel buio: non avevo alcuna conoscenza. 
Ed eccomi – riemerso – a raccontare di questa prima esperienza. Nevo ha oggi 48 anni, e questo libro, di cui sto raccontando, è il quarto suo che esce in Italia. La cosa che colpisce subito, appena si comincia a leggerlo, è la scorrevolezza e la facilità del suo linguaggio.
La storia è quella degli abitanti di un condominio di tre piani: tre famiglie diverse tra loro, e altrettanto diverse sono le loro storie. Naturalmente il libro è diviso in tre parti, contraddistinte dai titoli "Primo piano", "Secondo piano", "Terzo piano". All’interno di ciascuna parte lo scrittore usa uno stile diverso, contraddistinto da un diverso aspetto grafico. Il "Primo piano" è un discorso continuo, senza interruzioni, gli altri due sono invece divisi in parti brevi (periodi, frasi, capoversi di varia lunghezza), a seconda delle motivazioni diverse dei protagonisti.
In tutte e tre le parti l’io narrante articola i suoi argomenti dialogando con un’altra persona. Nel primo piano, c’è una famiglia (marito, moglie e due bambine), e l’io narrante è quello del marito, che dialoga con un amico, raccontandogli la storia di Ruth e Hermann, due loro dirimpettai, che gli tengono la prima figlia, Ofri, ogni volta che loro ne hanno bisogno; nel secondo piano, l’io narrante è quello di una donna, Hani, che dialoga con l’amica Neta (Hani ha due figli, Liri e Nimrod, e un marito Assaf, quasi sempre fuori di casa); nel terzo piano l’io narrante è ancora quello di una donna, Dvora, giudice, che dialoga con il marito Michael, morto, e lo fa registrando dei messaggi su una segreteria telefonica, che ha incisa la voce del marito. Ha un figlio, Adar, che ritroverà alla fine.
Non voglio raccontare di più della trama, ma fare alcune considerazioni sul libro in sè. Nella terza parte, l’io narrante spiega cosa siano i tre piani (siamo a circa metà della terza parte): corrispondono ai tre piani dell’anima: l’Es (ove risiedono le pulsioni e gli istinti), l’Io (che concilia pulsioni e realtà) e il Super-Io (il controllore degli altri due piani). Partendo da questa spiegazione, le vicende descritte nei tre piani assumono un significato rapportabile alle vicende di qualsiasi lettore del libro.
La cosa che colpisce ancora di più, poi, sono i collegamenti tra le tre vicende (e li potremmo chiamare le scale del condominio): in apparenza casuali (Hani fin dall’inizio, parla con la figlia dei vicini del primo piano, Ofri, che le chiede perché mai lei venga chiamata "la vedova", visto che Liri e Nimrod hanno un papà; la giudice Dvora ha bisogno di raggiungere Tel Aviv per partecipare ad una manifestazione, e prova a vedere se tra i vicini ci sia qualcuno che per caso debba andarci: così prova prima a bussare al primo piano, ma è intimorita dalla discussione animata che sente dietro la porta, poi prova da Hani e si intrattiene con lei rivelandole di aver visto una persona nell’appartamento dei suoi vicini... ). E’ facile immaginare che questi collegamenti possano corrispondere ai collegamenti tra le tre entità dell’anima, di cui ho detto sopra. Forse ho detto troppo, o troppo poco, o quel che ho detto appare in modo confuso dal mio discorso. 
Forse due letture sono poche e ce ne sarebbero volute tre. Quel che voglio sottolineare comunque è che il libro ha una trama molto originale, pur partendo da vicende assolutamente comuni, che potrebbero benissimo essere quelle delle vite di ciascuno di noi e dei propri vicini. Per questi motivi credo che il libro sia da consigliare a tutti, data la facilità di lettura e la scorrevolezza delle vicende. Ciascuno poi ne potrà trarre gli insegnamenti che crede.



(Lavinio Ricciardi)









Eskol Nevo, Tre piani, Neri Pozza, 2017 [ * ]



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IL REGNO
post pubblicato in Carrere, Emmanuel, il 2 luglio 2018
 

Non lo so. Così finisce “Il Regno” di Emmanuel Carrère, Adelphi 2015, più di quattrocento pagine su San Pietro e San Paolo, sugli evangelisti Luca, Marco e Giovanni, sull’apostolo Giacomo che pregava sempre, tanto che le sue ginocchia erano callose come quelle di un cammello.
In una ricerca storica emozionante come un libro poliziesco l’autore indaga i rapporti conflittuali tra la chiesa di Gerusalemme, che è solo una setta dell’ebraismo, e il messaggio nuovo che Paolo diffonde a tutti, ebrei e non ebrei, nel vasto mondo dell’impero romano. Il laico Carrère per tre anni ha seguito i dettami della religione cattolica andando ogni giorno a messa, facendo quotidianamente la comunione e improntando la sua vita al rispetto delle norme della Chiesa: ha regolarizzato la sua unione con un matrimonio cattolico e ha battezzato il proprio figlio. Poi il periodo religioso è passato, ma non è passata l’ansia del sacro e la ricerca del senso della vita. Dopo vent’anni Carrère prende in mano il tema del cristianesimo delle origini e lo fa da romanziere. Attento alle fonti, indaga negli anni tra la morte di Cristo e la fine del primo secolo, non solo attraverso i libri del Nuovo Testamento, ma anche con le storie raccontate da Giuseppe Flavio e i riferimenti a Marziale, Svetonio, Seneca. Il percorso dei primi cristiani si intreccia con le storie degli imperatori romani e con la distruzione del tempio di Salomone. È sempre presente e centrale la vita del narratore, che con le sue vicende personali tesse una tela stretta, connessa e indistinguibile dagli eventi narrati.
Il racconto è vivo, mai pedante, ma piuttosto concepito come una delle serie televisive che siamo abituati a vedere su Netflix. Gioca sull’imprevisto e sui colpi di scena, ma pone domande presenti nel Vangelo e ancora drammaticamente attuali: l’accoglienza dello straniero, il destino degli ultimi, la scelta della carità.
Questioni sulle quali ci interroghiamo, a cui spesso rispondiamo: non lo so.



(Rita Cavallari)







Emmanuel Carrere, Il Regno, Adelphi, 2015 [ * ]
MIA CUGINA CONDOLEEZZA
post pubblicato in Shukair, Mahmud, il 26 giugno 2018
 

Questo libro – a cura di Marco Ammar, che lo ha tradotto e ne ha scritto l’introduzione – contiene un glossario e undici racconti. Caratteristica dell’autore è la sua inclinazione al racconto breve. 
L’autore, nato a Gerusalemme, ha vissuto le guerre in cui la sua città è stata coinvolta, e poi è stato in esilio per venti anni, in Libano, poi in Giordania (Amman) e infine a Praga. E' rientrato in Palestina  dopo la ratifica degli accordi di Oslo.
Ha scritto anche opere teatrali, pezzi per la televisione e racconti per bambini, ma la sua specialità resta il racconto breve. E questa raccolta è tipica del suo stile. Vediamo di che tipo di racconti si tratta, e soprattutto come sono strutturati.
A differenza di altri scrittori palestinesi, Shukair non sottolinea la questione dell’occupazione dei territori palestinesi da parte israeliana, ma la rende leggera tramite la sua vena ironica e sarcastica. Ma i suoi racconti danno ugualmente la percezione di quanto assurda debba essere la vita dei palestinesi sotto l’occupazione israeliana. I racconti sono stati paragonati a quelli di uno scrittore Italiano, Alessandro Baricco (Hassan Khader al festival delle letterature di Berlino nel 2012).
Riporto qui di seguito i titoli dei racconti, perché mi servono per alcune considerazioni: Il passo di Naomi Campbell; Dopo “La foto di Shakira”; I baffi di Mordechai e i gatti di sua moglie; Il banchetto di Rumsfeld; Il professor Mohyub aspira al premio Nobel; L’ossessione del Phantom; Una lite sul sale da cucina; Mia cugina Condoleezza; La solitudine di Rambo; Wall Academy; Il posto di Pablo Abdallah.
Le celebrità che già emergono dall’indice, prese dal mondo della politica, dello sport e dello spettacolo, sono evocate dai suoi personaggi, protagonisti dei racconti, e servono allo scrittore come pretesto narrativo per conferire carattere globale a realtà locali. L’autore usa queste personalità in modo surreale, prendendo spunto da esse per movimentare la vita e le azioni dei personaggi. I racconti che ne derivano sono spesso pieni di umorismo e satira, e si prestano a scene inverosimili, ma estremamente efficaci, come Sylvester Stallone (protagonista della serie di film Rambo) che gira Gerusalemme a cavallo di un asino, suscitando le reazioni degli anziani e dei giovani del quartiere!  
Nei racconti in cui non ci sono personalità che fanno cose strane, compare maggiormente la tormentosa vicenda dei palestinesi, oppressi dall’occupazione israeliana delle loro terre. Un esempio più che evidente è nel racconto L’ossessione del Phantom, in cui il protagonista vive sotto la paura che la sua casa diventi bersaglio dei Phantom israeliani, soprattutto per effetto del vicino di casa, che il protagonista pensa sia membro di Hamas.
Non compare nei racconti di Shukair soltanto la condizione dei palestinesi oppressi da israele; c’è anche una critica all’arretratezza del suo popolo. E molti racconti, nella loro ricchezza di ironie e sarcasmi, sono sempre più assimilabili a veri e propri sogni.
Il libro è sicuramente di lettura molto agevole a chiunque ed è davvero piacevole.



(Lavinio Ricciardi)








Mahmud Shukair, Mia cugina Condoleezza e altri racconti, Edizioni Q, 2013 [ * ]
RESTO QUI'
post pubblicato in Balzano, Marco, il 11 giugno 2018
 

A Curon Venosta nell’Alto-Adige un campanile romanico sembra galleggiare “come il busto di un naufrago sull’acqua increspata” di un lago. E’ ciò che resta di due vecchi borghi, Resia e Curon, sommersi dalle acque di una diga voluta dallo Stato italiano e realizzata dalla ex Montecatini nel 1950 per produrre l’energia elettrica, “l’oro bianco”. I campi, i masi, le strade vennero espropriati e distrutti, venne risparmiata soltanto la torre che oggi si erge sull’acqua azzurra, divenuta il simbolo della violenza del potere, ma anche dell’importanza e dell’impotenza delle parole. La maggior parte dei cittadini furono costretti a emigrare, solo poche famiglie hanno potuto ricrearsi una nuova vita nelle case, in seguito, ricostruite a poca distanza dal lago.
La storia di Curon riflette la storia dell’Alto-Adige, territorio di contrasti derivanti da diversi regimi: impero austro-ungarico, fascismo e nazismo in alternanza. Dalla visione di quel paese trae spunto l’invenzione narrativa dello scrittore, che ricostruisce la storia intima e personale della protagonista, Trina, attraverso le cui parole e ricordi trapela la grande Storia. E’ una donna forte, tenace che racconta le sue vicende intime attraverso le lettere scritte alla figlia scomparsa, che non ha smesso di aspettare, nella speranza che in qualche modo le parole gliela possano restituire. L’importanza delle parole è insieme al legame d’identità con la propria terra e le proprie radici un tema affrontato nella narrazione. Trina nella primavera del ‘23 si diploma, l’anno dopo la marcia su Bolzano di Mussolini, che aveva messo la città a ferro e fuoco, stravolgendo la tranquilla vita degli abitanti delle valli. Il duce aveva messo al bando il tedesco e ribattezzato in italiano strade, ruscelli, montagne, i cognomi e cambiato perfino le scritte sulle lapidi dei morti. Era proibito insegnare tedesco, che lei insegnerà di nascosto ai ragazzi del luogo. Quando alcuni anni più tardi insegna, non proprio volentieri, italiano a uno scolaro, dietro compenso in natura, confessa di trovare una certa musicalità nella lingua, che le avevano fatto odiare. Dopo l’armistizio i tedeschi prendono il controllo totale del territorio, licenziano gli impiegati statali e vietano l’italiano negli uffici pubblici. Deve constatare che l’italiano e il tedesco sono muri che continuano ad alzarsi. Le lingue  diventano marchi di razza. I dittatori le avevano trasformate in armi e dichiarazioni di guerra. L’arrivo dal comando di Merano di ordini annuncianti l’arruolamento imminente degli uomini getta nell’angoscia Trina e il marito Erich, che era tornato ferito dalla guerra qualche anno prima. Temendo la ritorsione del comando tedesco per non aver optato nel ’39 di partire per la Germania, Erich decide di disertare. Insieme alla moglie fuggono e si rifugiano in montagna con le difficoltà di procacciamento del cibo, del freddo e il pericolo della caccia dei tedeschi. I toni della narrazione si fanno sempre più drammatici. Un giorno, al ritorno da un giro in cerca di cibo, Trina scorge nella grotta, dove avevano trovato riparo, due tedeschi che stanno interrogando il marito. Per la loro salvezza li uccide con la pistola e li seppellisce nella neve, dopo averli privati delle armi. Finalmente riescono a raggiungere il maso di un giovane prete di Malles, a cui li aveva indirizzati il parroco Alfred. Con loro sono anche la madre del prete, una coppia di mezza età, con una figlia Maria, muta dalla nascita, a cui Trina insegna a scrivere. Le rappresaglie dei tedeschi alla fine del ’44 si intensificano, masi bruciati, disertori deportati. Passeranno alcuni mesi tutti accampati in un fienile, con ginepro e bacche come cibo, smagriti, ossuti, senza un brandello di tempo a cui aggrapparsi per resistere, mentre il resto del mondo si cancellava dalla memoria. La sapienza narrativa dell’autore crea nel lettore una forte emozione, transitando dalla bellezza del contatto con la natura, foriero della futura pregustazione di un buon cibo, alla orribile realtà dei massacri operati dei tedeschi. I fuggiaschi al ritorno da una passeggiata scoprono i cadaveri dei  genitori di Maria e la madre del prete orribilmente crivellati dai colpi di pistola dei tedeschi. Finalmente nella primavera del ’45 la guerra è finita e possono ritornare a Curon. La vita riprende il ritmo di sempre anche se non saranno più quelli di prima. Stremati dalla guerra ma nello stesso tempo pieni della voglia di rinascere, seppelliscono, insieme ai morti, tutto quello che si è visto e che si è fatto, prima di diventare macerie e prima che gli spettri diventino l’ultima battaglia. Trina può insegnare, ci sono due scuole, una tedesca l’altra italiana. Lo stipendio da maestra insieme alla falegnameria, in cui sono impegnati Erich e il figlio, consente loro di vivere dignitosamente. Ma li attende un’altra lotta fatta sempre di parole, contro i lavori della diga che riprendono dopo un periodo di abbandono che li aveva illusi dell’accantonamento del progetto. Nel gennaio del ’46 arrivano decine di trattori, le gru gettano terra sui camion, davanti al paese si apre un’immensa buca. Centinaia di manovali montano capannoni che dovrebbero diventare officine, mense, magazzini, ricoveri, uffici e laboratori. I campi non ci sono più, le distese verdeggianti sono scomparse, la terra vomita solo polvere. Il silenzio delle montagne è sepolto sotto l’incessante rumore delle macchine. Trina e Erich cercano di mobilitare tutti gli abitanti del paese e coinvolgere i sindaci dei paesi vicini, nel tentativo di fermare i lavori. Ma essi non rispondono alle sollecitazioni, i giovani emigrano, le persone mature sono desiderose di tranquillità con la fede in Dio. Ai sindaci faceva comodo la deviazione del fiume, perché non avrebbe esondato. Trina scrive ai giornali italiani, ai politici di Roma con la convinzione che le parole potessero smuovere le montagne, con il foglio davanti uscivano da sole e davano corpo alla rabbia. Le industrie stavano trattando il paese come se fosse un paese senza storia. Curon invece era una terra ricca di agricoltura e allevamento, dove regnava l’armonia tra masi, bosco, prati e sentieri. Una diga si può costruire altrove, mentre un paesaggio devastato non può rinascere, né replicare. La lotta prosegue con l’aiuto delle azioni di protesta di alcuni abitanti e l’appello a vari  politici, perfino al papa, da cui ottengono vaghe promesse. Dopo vari incidenti, la morte di alcuni manovali, l’intervento dei carabinieri, devono arrendersi. La diga è dietro di loro, sono pronti anche i fabbricati delle abitazioni provvisorie, al di la del paese, che ospiterà gli abitanti in attesa delle costruzioni nuove. S’impossessa della donna la rassegnazione dei condannati a morte. La domenica, in cui si celebra l’ultima messa, Trina l’ascolta distrattamente e guardando la croce pensa che non valga la pena morire sulla croce, è meglio nascondersi, farsi tartarughe e ritirare la testa nel guscio per non guardare l’orrore che c’è fuori. Il suo desiderio più grande è di continuare a vivere a Curon, in quel paese senza possibilità, senza voler sapere niente del futuro e senza nessun’altra certezza che restare. Nel 1950 viene inaugurata la diga ma l’acqua impiega quasi un anno a ricoprire tutto, è salita lentamente fino a metà della torre.
Nel tempo la vita riprende lentamente un’apparente normalità. Trina continua a insegnare, abita in una nuova casa. Ha perso il marito, più che per malattia di cuore, forse per stanchezza della vita: non aveva più le bestie, non abitava più nella sua vecchia casa, non era più niente di quello che voleva essere. Le case nuove somigliano a quelle di qualsiasi borgo, con gerani sui balconi e le tendine alla finestre. Il lago artificiale con il campanile è diventato un’attrazione turistica. Anche le ferite che non guariscono smettono di sanguinare... Andare avanti è l’imperativo e l’insegnamento della nostra forte e tenace eroina.




(Anna Velia Violati)








Marco Balzano, Resto quì, Einaudi, 2018 [ * ]

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NEL BLU TRA IL CIELO E IL MARE
post pubblicato in Abulhawa, Susan, il 11 giugno 2018
 

Questo secondo romanzo di Susan Abulhawa ricalca in parte le tracce di “Ogni mattina a Jenin”, sua opera prima. Anche qui c’è la saga di una famiglia palestinese, in cui uno dei componenti, Khaled, bambino, muore all’età di dieci anni.
La traccia del romanzo è ancora un villaggio palestinese, Beit Daras, sulla strada che porta dalla Palestina al Cairo. L’epoca è intorno al 1948.
Da Beit Daras si muove la storia della famiglia, ed è Khaled a narrarla, prima di morire – o come dice lui, prima di passare “nel blu”, frase che caratterizza gli svenimenti o lo stato di coma di una persona, o – per dirla con i protagonisti della storia – lo spazio-tempo degli spiriti. Una premessa storica dell’autrice, seguita dall’avvio della narrazione da parte di Khaled, aprono il libro.
La narrazione di Khaled inizia da quella che lui chiama “l’epoca dei tunnel”: questi tunnel venivano scavati tra Palestina ed Egitto, al tempo della guerra del 1948, e servivano perché, avendo gli israeliani confinato i palestinesi nella striscia di Gaza, loro non potevano approvvigionarsi di ciò che volevano. Così, tramite questi tunnel, essi riuscivano ugualmente ad avere tutto quanto serviva loro dall’Egitto.
Dalla descrizione della famiglia emerge subito che la personalità di spicco della famiglia è – nelle parole di Khaled – sua nonna  Nazmiyeh, che praticamente ha atteso ben undici figli maschi prima di avere la tanto desiderata femmina, alla quale aveva dato il nome di Alwan. La figlia femmina la desiderava da quando aveva perduto sua sorella Mariam, uccisa durante uno dei soliti attacchi israeliani. Khaled, nel parlare di sua nonna, inizia con una cosa che la nonna andava dicendo spesso: lei era la ragazza più bella di tutta Beit Daras. Alwan è la madre di Khaled. La bisnonna di Khaled, Umm Mamduh, era detta “la pazza”, poiché viveva sola, con due figlie e un figlio: il marito l’aveva lasciata. 
Vorrei procedere con ordine, cosa che non ho fatto finora. Il romanzo è articolato in sette parti, ciascuna divisa in un certo numero (molto variabile) di capitoli. Questi iniziano sempre con una premessa di Khaled (che fino ad un certo momento è l'io narrante). Per distinguere queste premesse dal romanzo vero e proprio, esse sono in corsivo, e ancora in corsivo sono i capitoli dove è solo Khaled a raccontare. Le premesse sono una specie di anticipazione di quanto il capitolo contiene, ma la regola non è sempre valida. I titoli delle parti – invece – costituiscono una specie di guida alle storie che i capitoli raccontano.
La storia della famiglia Baraka (letteralmente Benedizione) è – a mio personale parere – abbastanza autobiografica dell’autrice, almeno in alcune vicende. Anche nel primo romanzo  ho avuto la stessa sensazione, ma qui le cose sono più complesse. Otre alla sorella Mariam, Nazmiyeh ha un fratello, Mamduh, che, sempre durante la guerra del 1948, comincia a lavorare e per lavoro si trasferisce in Kuwait. Mamduh sposa Yasmine, moglie acquisita che proveniva da una famiglia di apicoltori, e da essa ha due figli, un maschio – Muhammad, come il nonno materno – e una femmina, Nur. Nel bel mezzo della guerra Mamduh – che si teneva sempre in contatto con la sua famiglia (in particolare con sua sorella) – la informa che presto si trasferiranno negli Stati Uniti, nella Carolina del Nord.
Anche dagli Stati Uniti, Mamduh telefona spesso alla sorella in Palestina. Le sue vicende occupano la seconda parte, e la fuga verso gli Stati Uniti la terza. Queste vicende sono piuttosto drammatiche: il figlio Muhammad muore in un incidente d’auto.
Nur miete successi negli Stati Uniti, a scuola e nella vita. Nel frattempo sua madre muore, e il padre invecchia, avendo sempre in mente di tornare in Palestina. Quando sta per farlo, si ammala, viene ricoverato in ospedale, dove muore. Prima di morire, preoccupato della sorte di sua figlia, Mamduh aveva parlato con un’assistente sociale, che gli era stata mandata, di origini africane, il cui nome era Nzinga. Costei gli aveva promesso che si sarebbe occupata di Nur. Nur resta sola, e viene affidata ad una famiglia, con padre americano, Sam, e madre di origine ispanica. Costei accetta di occuparsi di Nur, su richiesta di Nzinga, ma soprattutto per un fondo fiduciario, che le garantiva una entrata economica. Però non avrà mai gran simpatia per Nur. Nzinga però, visto il carattere della madre adottiva, la trasferisce in un istituto per l’infanzia (Mills Home). Qui, Nur riesce a studiare, ad andare al college, prende una laurea e diventa presto una psicologa affermata.   
Intanto a Gaza, ad Alwan e marito nasce una bimba, oltre Khaled. Viene chiamata Rhet Shel, in ossequio ad un’americana molto brava e bella che si era stabilita per un certo tempo a Gaza, e che si chiamava Rachel Corrie. Le famiglie riescono a sopravvivere all’isolamento in cui Israele le tiene aiutandosi con la pesca. Khaled compie dieci anni, età importante per un bambino arabo, perché passa da un numero ad una cifra, da una a due cifre. Nel frattempo il padre di Khaled e Rhet Shel rimangono uccisi nel bombardamento di Gaza ad opera degli Israeliani. 
Ma – proprio quando Khaled avrebbe dovuto essere più contento – successe che “entrò nel blu”. Uno stato di coma particolare, in cui lui riusciva a percepire quello che gli accadeva intorno, ma non poteva comunicare con gli altri. Una prima volta riuscì a risvegliarsi quando suo padre, che lo aveva schiaffeggiato e non l’aveva visto tornare in sè, voleva portarlo in ospedale. La seconda volta, però, Khaled non si svegliò. Fu chiamato un medico, il dottor Jamal Musmar, il quale non poté che constatare come il bambino non rispondesse altro che con un battito di palpebre a quello che gli veniva chiesto. Fortuna volle che il dottor Musmar andasse in America per tenere una conferenza, e a questa assistesse Nur. Lei aveva riconosciuto in un video un bimbo (Khaled, che aveva un ciuffo di capelli bianchi) e così, parlandone con il dott. Musmar, pian piano arrivarono alla conclusione che il bimbo soffriva di un malanno che Nur conosceva (sindrome locked-in). Così tra una cosa e l’altra il dottore le propose di venire a Gaza.
Nur – come Mariam, la sorella di nonna Nazmiyeh – aveva occhi di colore diverso, ed aveva scelto di indossare lenti a contatto proprio per non apparire “uno scherzo di natura”. Arrivata a Gaza, accolta dal dottor Musmar, lei torna in famiglia, dove nonna Nazmiyeh ritrova nei suoi occhi quelli di Mairiam. Inizia a curare Khaled, ma nello stesso tempo ritrova la sua famiglia e fa amicizia con la nipotina Rhet Shel. Purtroppo – nonostante i promettenti miglioramenti, Khaled non si riprende. E – come già detto – muore. Nur, avuta notizia che Zinga era tornata in Egitto, la va a trovare. Poi torna a Gaza, ove, nel frattempo, sta accadendo un fatto nuovo. I palestinesi avevano catturato un soldato israeliano, e per il suo riscatto, chiedono la liberazione di mille prigionieri palestinesi: tra questi si trova anche l’altro figlio di Nazmiyeh, Mazen, il primogenito, che era stato catturato e imprigionato da Israele in uno dei suoi raid. Sua madre era sempre andata a trovarlo, ma solo ora che tornava a casa, prese ad essere felice. E per festeggiarlo, organizza un pranzo, che conclude il romanzo.
Le vicende di questa famiglia, che – come ho già detto – ricordano quelle della famiglia di “Ogni mattina a Jenin”, sono più complesse, ma in più passaggi ricordano quelle dell’altro libro. Ciò nonostante, questo libro ha un qualcosa di più avvincente, e – nello stesso tempo – più triste del precedente. Anche di questo romanzo bisogna dare atto alla Abulhawa della sua testimonianza sulla condizione del popolo palestinese, cacciato dalle sue terre. Chiedo scusa per non aver saputo sintetizzare queste vicende maggiormente, e consiglio a tutti la lettura di questo libro, come ulteriore testimonianza della condizione palestinese.



(Lavinio Ricciardi)






Susan Abulhawa, Nel blu tra il cielo e il mare, Feltrinelli, 2015 [ * ]


LA FAMIGLIA MOSKAT
post pubblicato in Singer, Isaac Bashewis, il 30 maggio 2018
 

Il romanzo è un affresco corale di una ricca e potente famiglia di ebrei polacchi orientali (asheknaziti) di lingua e cultura yiddish. Con notevole e avvincente abilità narrativa Isaac Singer descrive il susseguirsi degli avvenimenti dei numerosi membri (figli, figlie, nuore, generi e nipoti) della famiglia del patriarca Moshe Meshulam, dagli inizi del ‘900 fino all’invasione di Hitler, e allo scoppio della 2^guerra mondiale, con gli intrecci delle vite, degli amori, dei divorzi, con le loro gioie e dolori, ricreando la stessa atmosfera vissuta dall'autore nell’infanzia a Varsavia. Il vecchio patriarca Meshulam Moskat gestisce con capacità una grande quantità di attività che consentono a lui e a tutta la famiglia di condurre una vita agiata. E’ lui che riesce a tenere uniti tutti i componenti (nella prima parte del libro), mentre alla sua morte si assiste alla lenta disgregazione e decadenza della famiglia a causa soprattutto delle controversie sull’eredità. La decadenza non è solo materiale ma anche spirituale: alle certezze dei padri succedono i dubbi e il nuovo stile di vita dei figli e dei nipoti. Alla devozione e obbedienza agli insegnamenti del Talmud degli austeri rabbini si contrappongono il desiderio di autonomia, di libertà e di piaceri mondani dei giovani ebrei. Nei racconti delle vicende dei vari personaggi, si rileva la compresenza di bene e di male, di bestialità e di pietà così come è la vita in generale. Bellissime pagine offrono una visione della vita quotidiana dei quartieri ebraici con i loro colori, sapori e rumori. Attraverso la descrizione dei riti, dei cibi, della preparazione delle mense delle varie festività - con un'ampia documentazione - rivive la società ebraica orientale con la sua complessa e ricca cultura. La narrazione sembra avere lo scopo di rievocare l’ebraismo e lo stretto legame del suo popolo con la legge di Dio. Vi è, infatti, in tutti i personaggi una ricerca di Dio, in particolare nel protagonista principale Asa Heshel, imparentato per matrimoni con i Moskat, figura tormentata che ha dubbi su tutto e cerca risposte nell’Etica di Spinoza, che porta sempre con sé e legge nelle diverse situazioni. Nel tumulto della prima guerra mondiale si chiede come potevano conciliarsi le filosofie di Spinoza e Darwin: la statica panteistica con la dinamica eraclitea? Condivide il postulato dell’Etica che l’unico scopo dell’umanità è il godimento. In fondo il mondo a venire e la venuta del Messia sono in realtà una promessa di gioia. Anche il marxismo è tutto sommato il raggiungimento della felicità. Non trova una risposta alle domande eterne che non gli danno tregua e da cui non riesce a liberarsi, anche se è d’accordo con il filosofo che il saggio deve soffermarsi il meno possibile sulla morte e sulle altre idee che annullano o diminuiscono la gioia. Nella disgustosa vita di soldato riflette sulla guerra e pur ammettendo che sia un gioco di atteggiamenti nell’infinito oceano della Sostanza, si chiede: perché Dio non può porvi fine? Quando il lupo nazista stava ululando alle porte della Polonia, osservando cielo, stelle e pianeti pensa che le stesse leggi che governano il sole e la luna governano la vita e la morte. Hitler e ogni delinquente nazista che cantava l’Horst Wessel, impaziente di spargere sangue ebraico era secondo la filosofia di Spinoza una parte della testa di Dio, un aspetto della Sostanza Eterna. Ogni atto di Hitler era allora stato predeterminato e il suo corpo era parte della sostanza del sole, da cui in origine si era staccata la terra. Ogni infame atto d Hitler era una parte funzionale del cosmo. Di conseguenza Dio è male, o altrimenti il dolore e la morte sono un bene? Di fronte alle devastazioni della guerra sulla città di Varsavia condivide l’amara constatazione dell’amico Janovar: il Messia è arrivato, è la Morte!
La Famiglia Moskat é indubbiamente una delle più alte testimonianze di quel mondo che scomparve tra gli orrori dell’Olocausto.   



(Anna Velia Violati)








Isaac Bashewis Singer, La famiglia Moskat, TEA, 2009 [ * ]


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RITORNO A HAIFA
post pubblicato in Kanafani, Ghassan, il 29 maggio 2018
 

Un libro particolare, per più di un motivo. La presentazione di Francesco Gabrieli e la prefazione di Isabella Camera D’Afflitto – nota arabista – ne danno già un ottimo giudizio. L’autore, noto per “Uomini sotto il sole”, edito in Italia da Sellerio (non più disponibile, purtroppo), ha scritto una storia molto originale, e discretamente credibile, che racconta la visita ad Haifa di una coppia di palestinesi. Haifa, loro luogo di provenienza, è il luogo dove è la loro casa.   
Il protagonista, Said, mentre effettua il viaggio, ricorda l’episodio che li ha fatti fuggire. Si trattava dell’invasione israeliana di Haifa. La moglie, Safiya, era rimasta a casa, mentre lui era uscito per commissioni. All’inizio dell’attacco israeliano, nonostante avessero un bimbo di cinque mesi, Said non riesce a tornare al loro quartiere, e viene spinto verso il porto, dove è  costretto ad imbarcarsi. Qualcosa di analogo succede alla moglie, che – abbandonando il piccolo – esce di casa, spaventata dai bombardamenti, e anche lei si ritrova al porto.
Il loro ritorno, anche se accade venti anni dopo, è funzionale non solo a rivedere la loro casa, ma essenzialmente al ritrovamento del loro piccolo, Khaldun, che entrambi avevano abbandonato. Nel frattempo hanno avuto un altro figlio, Khaled. E – mentre quanto detto finora è il contenuto del primo capitolo – il secondo si apre con il dialogo della coppia, e su come viene presa la decisione di tornare ad Haifa: come già detto, il motivo reale, nascosto dietro una semplice visita alla loro casa, è il pensiero della sorte di Khaldun. La storia continua con il viaggio, il ritrovamento della casa, uno scoppio di pianto di Safiya al vederla, e la decisione di Said di entrare e vedere chi vi abita. Sono accolti da una signora anziana, che li accoglie con una frase inattesa: “È da molto che vi aspetto”, e dice loro che è una ebrea e che proviene dalla Polonia: stupore di Said e Safiya, ma la vecchia spiega come li ha riconosciuti, e l’inatteso si spiega. Dopo un po’, la vecchia parla del figlio, che chiama Dov, e si capisce che si tratta di Khaldun.
Qui inizia la terza parte del libro. Che racconta prima di tutto la storia di un ebreo, Efrat  Koshen, del suo arrivo ad Haifa assieme alla moglie Miriam (che si comprende essere la vecchia della parte precedente), e della conquista di Haifa da parte del primo esercito israeliano, l’haganah. La storia prosegue con l’assegnazione, da parte dell’Agenzia Ebraica (un ente assistenziale per i bisognosi), ad Efrat di una casa e di un bimbo di cinque mesi; Efrat ne è molto felice perché Miriam non ha potuto avere figli. E Said scopre che proprio il giorno in cui Khaldun fu affidato ai coniugi ebrei, era quello in cui l’avevano perduto, o meglio abbandonato. Un’ebrea, sentito un pianto insistente, aveva rotto la porta e l’aveva trovato.
Said e sua moglie, sorpresi del comportamento di Miriam, che agisce come se quella casa fosse la sua, le chiedono a questo punto quando il figlio rincaserà. Miriam dice loro che doveva già essere rientrato, ma che di solito non è mai puntuale. Poi, avendo chiamato Khaldun col nome ebraico di Dov, e avendo assistito allo stupore della coppia dei genitori veri, dice a Said che anche lei è imbarazzata, visto che – avendolo cresciuto – anche per lei è un problema separarsi da quel figlio, ma aggiunge che, appena rincasa, gli prospetterà il problema perché possa scegliere.
Di fronte alla decisione di Miriam, Said è perplesso ed esitante. Sua moglie scoppia a piangere ancora e, appena si è calmata, Said decide di raccontarle la storia di un loro amico di Giaffa. Non cito questa storia, che occupa il quarto capitolo, e passo alla conclusione, cioè al capitolo successivo.  
Dov – alias Khaldun – rientra a casa, si sorprende che la “madre” abbia visite, e viene invitato da Miriam ad entrare in salotto, dove ci sono persone che lo vogliono vedere. E – appena entrato in salotto – Miriam gli dice “Ti presento i tuoi genitori”, mentre Said e Safiya sono sorpresi di essere al cospetto di un uomo in divisa da soldato. A questo punto tra Dov e Said si svolge un dialogo, in cui Dov accusa i suoi genitori di vigliaccheria per averlo abbandonato, e Said gli parla dell’altro suo figlio (Khaled, che evita di chiamare “fratello”) e di Patria, dicendogli di ragionarci su, visto che li considera “dall’altra parte”. Non proseguo: sia Safiya che Dov restano perplessi alle parole di Said, il quale decide che è ora di andarsene e tornare a Ramallah, dove ormai vivono: questa conclusione è l’unica possibile, visto che la discussione aveva preso la piega del rapporto Israele - Palestina. 
Volutamente escludo le ultime parole di Said, che lui rivolge a sua moglie nel viaggio di ritorno. Da parte mia, voglio dire che questo libro è quello che maggiormente mette a fuoco il problema tra Israele (che ha invaso il territorio della Palestina) e i palestinesi. Proprio per questo ne consiglio la lettura a tutti coloro che vogliono sull’argomento saperne di più. La storia è certamente una buona testimonianza del punto di vista palestinese sulla questione.


(Lavinio Ricciardi)






Ghassan Kanafani, Ritorno a Haifa, Edizioni Lavoro, 2003 [ * ]
LE CENTOMILA E UNA STORIA DEL GIULIO CESARE
post pubblicato in Fulci, Ludovico, il 18 maggio 2018
 

Il titolo rimanda alla famosa raccolta di novelle orientali che risale al X° secolo e come le storie che raccontava Sharazadal, re nelle Mille e una notte, anche quelle riportate in questo libro sono utili e necessarie.
Questo libro sottrae alla dimenticanza fatti, aneddoti ed esperienze dirette vissute dall’autore e nello stesso tempo, grazie all’attenzione riservata al contesto e agli aspetti socio-culturali, politici e antropologici del periodo storico descritto, ci aiuta a conoscere e capire la Grande Storia che comunque contiene e ha condizionato le microstorie riportate.
Il libro è interessante e importante, non solo per chi è legato a questo noto e stimato liceo romano da ricordi ed esperienze personali, ma anche per tutti coloro che credono al concetto espresso chiaramente proprio all’inizio della presentazione curata da Paola Senesi: “Non c’è futuro senza memoria… una società fluida, dimentica delle sue radici, non può essere tanto vitale da perseguire il bene di chi la compone, fondata com’è sulla sabbia e a rischio di essere travolta al primo vento di tempesta”.
Il sottotitolo Cronistoria di un Liceo romano rimanda al serio lavoro di documentazione e di ricerca che l’autore ha fatto del periodo che va dal 1933, anno in cui nasce il Giulio Cesare, fino al festeggiamento del suo ottantesimo compleanno.
Narrativa e saggistica convivono e si integrano.
Un’attenzione particolare è stata data all’apparato iconografico.
L’immagine di copertina fa pensare ad un’indistinta vivace folla di studenti all’uscita da scuola. Si tratta di un’elaborazione al computer di Caterina Capalbo ed è riconoscibile l’ingresso del liceo su corso Trieste. All’interno sono inserite varie fotografie, interessanti testimonianze del passato che integrano e abbelliscono il libro, sollecitando spesso riflessioni riguardo alle somiglianze e alle differenze rispetto al nostro tempo. A pag. 37 c’è una foto di classe scattata nel 1943 dove gli studenti, in gran parte maschi, stanno ordinatamente schierati guardando l’obiettivo, tutti eleganti, in giacca e cravatta. Seri e sorridenti sembrano molto più adulti della loro età, sembrano così uguali fra loro e così diversi dai coetanei che mi è capitato di vedere la settimana scorsa, in posa sotto la stessa statua di Giulio Cesare nel cortile d’ingresso della scuola: scomposti, disordinati indisciplinati. L’immagine della stessa scultura, con ai lati due balilla moschettieri, si trova a pag. 23 ed è stata scattata il giorno della cerimonia d’inaugurazione del Liceo che avvenne il 28 ottobre del 1936 (nel quindicennale della marcia su Roma!) alla presenza di Mussolini e Bottai.  
Alla fine del libro, oltre alle note, c’è l’indice dei nomi citati e l’indice generale che rende subito evidente la scelta dell’ordine cronologico. I “quadretti di vita” presentati dall’autore non sono mai isolati e decontestualizzati e quindi, pur essendo in gran parte ricordi personali, s’intrecciano e contribuiscono ad una ricostruzione storica attenta e scrupolosa.  Sono testimonianze di un vissuto che si è protratto nel tempo. Il Giulio Cesare ha accolto l’autore prima come studente, dopo la laurea come supplente, poi come genitore e successivamente, negli ultimi sette anni della sua carriera, come docente di Storia e Filosofia. Il libro dunque è autobiografico, e credo sia questo uno dei motivi per cui la lettura risulta piacevole e coinvolgente.
Esistono altre ricostruzioni storiche riguardo al Liceo Giulio Cesare, mai pubblicate, responsabili, secondo Fulci, di aver alimentato leggende che si sono sovrapposte e hanno condizionato una oggettiva lettura della realtà dei fatti (ad esempio il luogo comune secondo cui il Giulio è di destra, a differenza del Mamiani o del Tasso che sono di sinistra… ). Si tratta del dattiloscritto del 1992 di A. Mattei “Noterelle di uno dei centomila (piccole note su un grande Istituto)”, che esprime un punto di vista prevalentemente goliardico, e di un altro precedente, del 1970, della prof. E. Cesarini “Il Liceo Statale Giulio Cesare. Una scuola che non potrò mai dimenticare”, pieno di romanticismo e di fedeltà alle aspettative della dirigenza.
Quella di Fulci è una voce critica e chiara che si avvale di fonti documentarie attendibili e sa essere convincente, grazie ad una narrazione ordinata, un lessico e uno stile coinvolgenti.
Il libro è diviso in due parti e il '68 fa da spartiacque.
Sono passati esattamente 50 anni e per l’occasione c’è tanto interesse e tanti eventi si stanno organizzando per ricordare e comprendere la portata storica del cambiamento che il pensiero divergente sviluppatosi nel '68 ha causato a livello sociale, incidendo anche sulla mentalità e sul costume degli Italiani, sul loro modo di vivere la loro vita quotidiana.
A pag. 15 l’autore chiarisce le fondamentali differenze riguardo alla funzione del preside e riguardo alle più consolidate tendenze dell’approccio didattico-educativo: “Prima del '68 il clima educativo era improntato ad una severità a volte esagerata, se non proprio inutile” (“una scuola in cui la severità gratuita viene scambiata per serietà professionale, per cui lo studio è sofferenza e non emancipazione dall’ignoranza… ”, pag. 72). 
Dopo il '68 il clima educativo è caratterizzato da tolleranza e permissivismo, a detta di molti eccessivo e antieducativo.
Riguardo alla situazione più vicina al nostro tempo, pur riconoscendo un miglioramento in relazione ai favoritismi e ai comportamenti discriminatori e classisti, l'autore mette in rilievo la contemporanea assenza di cultura (vedi pag. 98-99), la nuova necessità di “motivare” (perchè le esperienze esterne alla scuola interessano più di quelle offerte dentro le classi, perchè fuori esistono temibili competitori… ) e la mancanza di un rinnovamento adeguato (pag 16: “la cultura della scuola è spesso vecchia, sia nelle forme che nei contenuti").
Molto interessanti fra le pagine autobiografiche sono quelle del sottocapitolo “Gli insegnamenti al Giulio Cesare”, a pag. 88-89 (che contiene anche, in poche intense righe, profonde caratterizzazioni pratiche e psicologiche dei compagni di classe) e le pag. 11-12-13,  dove ci sono i ricordi positivi legati a Filippo D'Achille, professore di Storia e Filosofia che affettuosamente veniva chiamato Dach, e quelli negativi di una brutta interrogazione in seconda liceo…
Ludovico Fulci ci dice che è voluto tornare alla scuola che aveva frequentato per migliorarla, per ascoltare e comprendere più di quanto avessero fatto i suoi professori, convinto che  “una buona scuola getta qualche buon seme”, come diceva un altro ex studente del Giulio Cesare, Tullio De Mauro.
La bella scrittura rende gradevole e interessante la lettura di questo libro. L’autore sa come farsi ascoltare e come interessare il suo pubblico, esprime in modo diretto il proprio pensiero e interpreta i fatti senza la pretesa di imporre il proprio punto di vista. L’atteggiamento giusto per sfuggire al contagio della banalità. 


(Luciana Raggi)










Ludovico Fulci, Le centomila e una storia del Giulio Cesare, Edizioni Progetto Cultura, 2017 [ * ]


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OGNI MATTINA A JENIN
post pubblicato in Abulhawa, Susan, il 16 aprile 2018
 

Un libro a dir poco sconvolgente. Che racconta, con dovizia di particolari, e attraverso le vicende di una famiglia araba, la storia della Palestina e di come il suo territorio sia stato – e continui ad essere – preda degli interessi espansionistici di Israele. Le vicende descritte coinvolgono il lettore in modo molto intenso, certamente per il modo di scrivere dell’autrice. La quale – in chiusura del libro - dice che le vicende palestinesi rispondono a verità storica, mentre la storia della famiglia descritta è inventata. 
È una storia appassionante, che attraversa due guerre: quella dello Yom Kippur negli anni '70 e l’invasione israeliana del Libano, che aveva lo scopo di stanare e distruggere i militanti palestinesi dell’OLP, rifugiatisi in Libano per evitare i continui attacchi di Israele. Guerre nelle quali i palestinesi cercano di evitare che venga loro sottratta la terra natia. In tutto il libro si respira il clima di sessant’anni di guerra tra Israele e Palestina.
La cosa che mi ha preso subito è stata proprio la descrizione delle guerre: avevo sette anni quando era in corso in Italia la seconda guerra mondiale, e quel clima l’ho vissuto direttamente, sfollato con la mia famiglia sulle colline Casentinesi, proprio nell’autunno – inverno 1943-44. 
Il libro è composto da un preludio, otto capitoli, un glossario di termini arabi, una nota dell’autrice, e una serie di riferimenti bibliografici alle fonti. L’autrice è fuggita dalla Palestina e vive negli Stati Uniti.
I primi due capitoli presentano la famiglia in tutti i suoi particolari, cominciando dal patriarca Yehya Abulheja, che ha due figli, Hassan e Darwish. Hassan è il protagonista della vicenda familiare, mentre il fratello Darwish compare soltanto verso la fine del romanzo. L’inizio li trova tutti a raccogliere olive. Successivamente, Hassan sposa Dalia, una bellissima beduina, che proprio per le sue origini veniva contrastata dalla famiglia. E – prima del matrimonio – si racconta di un’amicizia tra Hassan e un profugo tedesco fuggito dai nazisti e rifugiatosi a Gerusalemme. 
Dal matrimonio tra Hassan e Dalia nascono tre figli, Youssef, Is’mail e Amal, unica femmina. E una buona parte del primo e del secondo capitolo descrivono la storia dei due fratelli e il fatto che Is’mail, poco più che neonato, segnato in viso da una cicatrice prodottasi nella culla, scompare durante un’invasione di israeliani nel villaggio ove la famiglia risiede, quasi dalle braccia della mamma, rapito da un soldato israeliano che lo nasconde subito nel suo zaino. Il soldato, Moshe, è sposato, ma la moglie non può avere figli. Anche Amal reca una ferita all’addome, che le vicende del campo di Jenin le avevano prodotto.
Le vicende della storia sono molto intricate e complesse. Il mio obiettivo è quello di sottolineare che essa cattura immediatamente il lettore, ed è molto articolata, proprio per il modo che ha l’autrice di raccontarla. Il clima in cui i Palestinesi vivono questa continua “saga” ad opera degli israeliani, che vogliono scacciarli dal loro territorio, è descritto con grande maestria dall’autrice, che certamente (anche se non viene mai detto) ha identificato una parte della sua storia con la vicenda di Amal, la terza dei figli di Hassan. Amal è molto legata a suo padre, che le racconta spesso storie prese da libri della letteratura araba, di autori come Gibran, Rumi. Dal secondo capitolo in poi è la stessa Amal a narrare la storia in prima persona. 
Di Hassan si perdono le tracce, come è successo per Is’mail, di cui però si sa ciò che è accaduto. La storia si concentra su Amal, la quale si mostra presto, crescendo, molto studiosa, e per questa ragione parte dal suo villaggio (diventato Jenin, non più ‘Ain Hod; nel frattempo la madre Dalia prima inebetisce, poi muore) per raggiungere un college a Gerusalemme, dove proseguirà gli studi: il college la vuole, per la sua fama di studiosa e la sua condizione di orfana. Nel college Amal fa nuove amicizie, che la aiutano a non soffrire troppo la mancanza della sua amica di infanzia, Huda. Viene poi scelta per andare a studiare negli Stati Uniti (vince una borsa di studio), e parte per Filadelfia, non senza salutare Huda e il marito, che – sposatisi – hanno una bimba di nome Amal. 
Ovviamente, in America, Amal si trova con qualche problema, per la sua condizione di esule. È ospitata da una famiglia di origini palestinesi (il cognome è Addad) e impara a vivere in un paese libero, completamente diverso dal suo. Dopo varie peripezie, acquisisce la green card (il permesso di lavoro rilasciato agli stranieri) e sceglie l’America come sua patria. Si autobattezza Amy, non più Amal, proprio per sottolineare di essere in una nuova patria. Fa due lavori per mantenersi. Un giorno una telefonata la sorprende: è la moglie di suo fratello Youssef, Fatima, che gli annuncia, tra l’altro, il fatto che sta per diventare zia, e che Youssef e lei sono a Beirut, in Libano; e la invita a raggiungerli.
Da quel momento, ogni sforzo di Amal è teso a tornare da suo fratello Youssef (senza lasciare definitivamente l’America). Siamo al termine del quarto capitolo. Voglio sottolineare ciò che appare, nella vita di Amal e della sua famiglia, dell’Islam, e dei rapporti che l’Islam crea in persone mediamente osservanti. 
Finalmente Amal riesce a partire per Beirut, dove viene ricevuta da un amico di suo fratello Youssef, Majid. E trova che è appena diventata zia di una nipotina, Falastin (in arabo Palestina). Suo fratello e la sua famiglia vivono in un campo profughi libanese, Shatila, vicino all’altro campo di Sabra, entrambi simili al campo di Jenin. 
Da Youssef apprende varie cose, tra le quali il fatto che Is’mail è vivo, ed è diventato un ebreo, di nome David. E, ancora, una sorpresa: Majid. E’ medico volontario, e Amal lo assiste (avendo appreso dalla madre il mestiere di ostetrica) durante un parto, che si presentava difficile. Assieme parlano delle stelle, e lui le promette che le presterà un libro, dove ha imparato a riconoscere le costellazioni. Così accade; ma nuova sorpresa: in una breve lettera, Majid le si dichiara, dicendole che si è innamorato di lei appena l’ha vista. Amal e Majid si fidanzano, e dopo un mese si sposano. Amal rammenta sua madre: si godono poco più di alcuni mesi di vita in comune, finché Amal si accorge di essere incinta. Nel frattempo, aveva insegnato in una scuola, e tutte le sue alunne si erano godute il suo amore e anche il suo matrimonio.
Ma Israele aveva cominciato a minacciare il Libano, così Majid consiglia a sua moglie di tornare a Filadelfia, dove è anche un suo protettore, che lo aveva aiutato nel suo periodo di addestramento in Inghilterra, ed ora insegnava a Filadelfia. Mohammad Maher, era il suo nome. E – nell’attesa che Majid potesse venire in America – Maher trova ad Amal un lavoro. I coniugi Maher – che consideravano Majid un loro figlio – ospitano Amal e la assistono nel suo parto. Nasce una bimba, che – come Majid voleva – si chiamerà Sara, come la madre.
Alla fine Israele attacca il Libano, nel 1982, e stermina i palestinesi di Sabra e Shatila. La famiglia di Youssef (tranne lui) viene sterminata, compresa Falastin e l’altra bimba che Fatima aspettava in contemporanea con la bimba di Amal. Amal potrà conoscere lo scempio commesso dopo un po’ di tempo, da un reportage fotografico, e poi dalle urla di suo fratello Youssef. Che in una telefonata le comunica che anche Majid è morto, seppellito dalle bombe israeliane nella casa che loro avevano presso Beirut. Proprio mentre sua figlia Sara vedeva la luce a Filadelfia.
Dopo qualche tempo, Amal è rintracciata dall'FBI, che vuole avere conto di un attentato dinamitardo compiuto contro l’ambasciata americana a Beirut, in cui pare sia stato coinvolto Youssef. Ma – accertato, non senza una sua reazione – che lei non ne sa niente, viene rilasciata.
Il suo tempo continua a trascorrere nella crescita di Sara, che diventa prima una brava e bella bambina, poi una donna. E il racconto di Amal testimonia di altre cose, che apprende dai reportage sulle atrocità israeliane in Libano, e sulla sorte del figlio maggiore di Huda e Osama, i suoi amici. E un giorno – dopo tutti i guai del soggiorno libanese – le giunge una telefonata. Da quel poco che riesce a capire, si rende conto che si tratta di suo fratello is’mail, noto in Israele come David. Così si presenterà a lei al telefono, e questo già le spiega tutto. E siccome viene negli Stati Uniti, le annuncia una sua visita. Era successo che Moshe, il padre, in punto di morte, gli aveva confessato la verità. e David comincia a cercare quel che resta della sua famiglia, finché rintraccia Amal. E le propone di incontrarlo. L’incontro è una sorta di riconciliazione per entrambi. Al termine, Amal presenta David a sua figlia, come suo fratello.
Mentre comincia a studiare, Sara un giorno annuncia a sua madre che deve visitare la Palestina. E così partono e vanno prima a Jenin. E Amal mostra a sua figlia varie cose della sua vita e della sua famiglia. Trovano Ari, l’amico israeliano di Youssef, e poi Huda e famiglia, anche loro colpiti dalla furia israeliana: Osama, il marito di Huda, è stato catturato; uno dei due gemelli di Huda, Jamil, è stato ucciso a dodici anni, e il figlio maggiore, Mansur, non parla dall’età di sei anni. Amal ritrova suo zio Darwish, e i suoi figli. E racconta a Sara, il terzo giorno che sono a Jenin, tante cose che non le aveva detto. Proprio quel giorno, gli israeliani attaccano ancora, e Amal, nel tentativo di salvare la vita di sua figlia, muore colpita da un cecchino israeliano. 
La storia si conclude con due vicende: il funerale di Amal, cui presenziano Ari e Is’mail; e il ritorno di Sara in America, dove vive con Mansur, il figlio maggiore di Huda e Osama, che nel frattempo è stato liberato, e dove li raggiunge Jacob, il figlio di suo zio Darwish, che saranno proprio Osama e Huda a far partire. 
Ho dovuto accorciare molto le vicende, ma nonostante questo la mia narrazione è stata molto lunga. Però, questo libro merita di essere letto. E assaporato come pochi altri libri dell’ambito letterario di Israele e Palestina. Soprattutto per il forte contenuto di passione e amore che dalle sue pagine trasuda. Credo di dover ringraziare Susan Abulahwa per la sua storia bellissima e il grande amore per la sua terra.



(Lavinio Ricciardi)








Susan Abulhawa, Ogni mattina a Jenin, Feltrinelli, 2013 [ * ]
STORIE DEL QUADRARO
post pubblicato in Novelli, Chiara, il 9 aprile 2018
 

Ho finito di leggere da poco questo libro, che mi ha fatto tornare all’infanzia. In realtà il libro – che copre un arco di tempo che va dall’aprile 1952 al settembre 1960, mi vede (come età) liceale – universitario. Ma non è questa la ragione del ritorno all’infanzia, si proprio ai 12 – 13 anni.
L’autrice ha scritto quello che per me è un capolavoro, e che racconta storie di un quartiere famoso a Roma, con una fama di quartiere mal abitato, nomea assolutamente immeritata. L’autrice, nella sua prefazione, dice testualmente: “… quel posto ce l’ho nell’anima”, e l’intera opera ne fa fedele testimonianza. Ma… provo ad andare con ordine.
Come ho già detto, parlandone proprio all’autrice, figlia di un mio carissimo collega ed amico, avevo una cugina che viveva con la sua famiglia al Quadraro: era una bellissima donna, cugina prima di mia madre e – proprio nella mia età pre-adolescenziale – ci siamo frequentati. Io e i miei genitori con mio fratello siamo andati a trovarli – abitavano a via dei Quintili – e ricordo perfettamente di non aver trovato grandi differenze tra il Quadraro e il quartiere di piazza Bologna, dove abitavamo all’epoca, tanto che la cosa fu materia di discussione con mia madre, proprio per le chiacchiere che venivano fatte su quel quartiere e che, dopo la visita, avevo trovato ingiuste. 
Quindi, quando ho sentito (o letto su uno dei social che frequento sul web) di questo libro, ho subito avuto voglia di leggerlo. Ed eccomi qui a parlarne, con molto più entusiasmo di quanto pensassi prima della lettura.
La scrittura dell’autrice è fluida, armoniosa, mai pesante. Il  libro – come dice il titolo, un libro di racconti – si legge in fretta e agevolmente. La prosa è fresca, giovanile, immediata, e le storie, che l’autrice dice vere, arricchite solo dalla sua fantasia, sono storie di quartiere con personaggi presi dalla vita quotidiana. Novelli le esplicita con una scrittura semplice ed efficace, si da farne tanti piccoli capolavori. 
Credo davvero che il Quadraro possa essere orgoglioso di aver ispirato le storie raccontate; come ho già detto, leggendole sono tornato ai miei dodici – tredici anni e al quartiere di Piazza Bologna, dove abitavo. E alle storie che tra amici ci raccontavamo allora, e anch’esse vertevano su persone del quartiere, fossero belle ragazze o adulti sui quali si raccontavano imprese più o meno credibili. Purtroppo la mia memoria non mi fa ritornare nessuna di quelle “imprese” alla mente (almeno a livello da poterle raccontare), ma il clima descritto nel libro e relativo al Quadraro posso dire che mi ricorda molto quello che vivevo a quell’epoca nel mio quartiere. Sia al ginnasio, al liceo e all’università sono andato sempre a piedi da casa e quindi alcune cose le vedevo e percepivo (“Basta saper osservare”, dice sempre Novelli nella sua prefazione) nelle mie camminate quotidiane. 
Molte storie hanno per protagonisti ragazzi, che pian piano crescono (il libro, come ho detto, copre un arco di otto anni, anni che Novelli ha ricostruito dai racconti di persone più grandi di lei - in quegli anni lei non era neppure nella mente dei suoi genitori, credo non ancora sposati): una fra tutti, una ragazza di nome Sabina, mi ha colpito più degli altri. E’ presente quasi in ogni storia, e tra i personaggi spicca per la serietà dei suoi pensieri e delle sue azioni, e per la generosità con la quale va incontro agli amici/amiche, aiutandoli a risolvere i loro problemi.
Le storie sono diciotto, per un totale di 207 pagine, più due di prefazione e biografia dell’autrice. Anche in questo Novelli è originale, rispetto a tanti scrittori dei nostri tempi. Dalla scrittura, alla concezione del libro e della sua struttura, fino all’edizione autonoma, Novelli mostra una creatività non comune, che rende il libro ancor più pregiato e valido,
Altro pregio da sottolineare, che mi ha richiesto – curioso come sono – una continua consultazione delle mappe per trovare i luoghi, è che le vie, in ogni storia, sono tutte vie reali del Quadraro. E così chi è pratico di Roma può agevolmente “camminare” per il quartiere leggendo le storie. Questo pregio non è così frequente anche in scrittori di racconti, sia italiani che stranieri (penso a Dickens o a McEwan).
Voglio però ancora sottolineare la freschezza che c’è in tutta l’opera: la lettura agevole e facile è sempre divertente, anche quando si parla di fatti non proprio belli da descrivere. A mio avviso il libro, estremamente consigliabile ad ogni tipo di lettori, è particolarmente indicato per i più giovani, che possono riconoscersi in qualcuno dei personaggi. 



(Lavinio Ricciardi)









Chiara Novelli, Storie del Quadraro, Youcanprint, 2017 [ * ]




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TRILOGIA DELLA CITTA' DI K.
post pubblicato in Kristof, Agota, il 6 aprile 2018
 

Nel libro, formato da tre parti (o romanzi: Il grande quaderno; La prova; La terza menzogna), l’autrice ”pronuncia l’orrore del mondo e lo fa semplicemente usando il verbo essere”, in uno stile rigoroso, che ”si spinge nel fetido del mondo” (Alessandro Baricco). Un testo certamente originale, crudele, spietato, sconvolgente che esercita un forza attrattiva sul lettore che scorre le pagine in fretta per giungere alla fine. Nessuno ama davvero l’altro in questo romanzo, perché la necessità dell’esistenza impedisce a chiunque di essere realmente quello che è. Solo la sofferenza e il dolore sono reali come nella vita di tutti. Nella prima parte (raccontata nella prima persona plurale), i piccoli gemelli, Klaus e Lucas, sono affidati dalla madre, a causa della guerra, alla nonna contadina che potrà mantenerli e nutrirli. Essi s’ìmpongono un rigido allenamento di lavoro, sia fisico che emotivo, in vari modi, per non provare sentimenti, né gioia, né dolore. Sviluppano notevoli capacità per la loro età, imparano le lingue, leggono e scrivono, annotando sul ”Grande Quaderno“ i fatti nudi e crudi, senza provare emozioni, ma facendo solo ciò che ritengono sia giusto fare (anche vendette o punizioni). Questa parte termina con la morte di una sorellina e della madre, tornata a prenderli (contro la loro volontà), per lo scoppio di una mina. Muore poi anche il padre allo stesso modo, nel tentativo di fuggire e varcare la frontiera insieme ai gemelli. Klaus riesce a fuggire, lasciando solo Lucas. 
Ne La prova, scritta in terza persona, Lucas ormai cresciuto, si prende cura di una donna, Yasmine, e di suo figlio Mathias, soprattutto quando questi viene misteriosamente abbandonato dalla madre. Intreccia una relazione con una bibliotecaria, stringe un legame di amicizia con Peter, un dirigente del partito comunista, apre anche una libreria. Ma il piccolo Mathias, per il timore di non essere abbastanza amato, si procura una orribile morte. La guerra che sembrava lontana è ormai scoppiata con le sue devastazioni e privazioni. Nell’ultima parte Klaus ritorna alla ricerca del fratello, ma non è creduto, non esistono prove della sua infanzia. Apprende che Lucas è sparito lasciando un manoscritto al suo amico Peter.
Ne La terza menzogna la storia si ribalta sorprendendo e confondendo il lettore. È il racconto della vita di Klaus. Veniamo a conoscenza (contrariamente a quanto detto nel ”Grande quaderno”) che i gemelli vivevano con i genitori, quando la madre, saputo che il marito ha un’amante, lo uccide a colpi di pistola. Ma un colpo ferisce accidentalmente Lucas che viene trasferito in un centro per paraplegici. Rimarrà zoppo e verrà accolto da una contadina che lui chiamerà nonna. Per superare il trauma il bambino s’immagina costantemente con il fratello gemello.
Klaus cresce allevato dall’amante del padre insieme alla sua sorellastra. Accudisce la madre dimessa dal manicomio, in cui era stata rinchiusa, lavora presso un giornale e scrive poesie. A 45 anni diventa capo di una tipografia di proprietà di una casa editrice, ma si ammala di saturnismo. Quando Lucas torna per incontrarlo, finge di non riconoscerlo e lo allontana, dicendo che il suo vero fratello è morto, perché non vuole che la madre lo veda. Lucas, dopo aver lasciato una lettera all’ambasciata, in cui chiede di essere sepolto accanto ai genitori, si getta sotto un treno. Klaus durante la cerimonia funebre progetta di morire allo stesso modo del fratello, dopo la morte della madre. L’opera pone diversi quesiti al lettore. Quale è la storia vera? Lucas e Klaus sono due o uno solo? In fondo i due nomi sono l’uno l'anagramma dell’altro e inizialmente intercambiabili. Perché tanto orrore umano sia pure stemperato da momenti di amicizia e solidarietà? Per bocca di Klaus la scrittrice esclama: ”la vita è di un’inutilità totale, è non senso, sofferenza infinita, invenzione di un non Dio di una malvagità che supera l’immaginazione.” Ma in quel gioco tra verità e finzione la risposta la troviamo nelle parole di Lucas: ” …cerco di scrivere delle storie vere, ma che non ci riesco, non ne ho il coraggio, mi fa troppo male. Allora abbellisco tutto e descrivo le cose non come sono accadute, ma come avrei voluto che accadessero.” In verità quell’orrore umano va visto alla luce delle vicende umane di Agota Kristof nella travagliata storia ungherese. Ha trascorso l’infanzia in un paese sconvolto dalle vicende della 2^guerra mondiale e dall’invasione delle truppe sovietiche, l’adolescenza sotto il regime comunista, in un collegio. E' un convento-orfanatrofio simile a un riformatorio dove lo stato alleva l’uomo nuovo a suon di letture imposte e disciplina ferrea. Adulta lavora in una fabbrica, si sposa sotto il pesante clima politico comunista e la crisi economica, che provoca nel ’56 la rivolta degli studenti operai a Budapest. La dura reazione sovietica induce il marito e lei (malvolentieri) con il loro bimbo alla fuga dall’Ungheria. Si rifugiano dapprima in un campo profughi a Vienna e poi approdano in Svizzera a Neuchatel, dove trova lavoro in una fabbrica di orologi. Nell’autobiografia dirà che l’altro paese è niente più che un deserto sociale e culturale, nel quale si perde ogni speranza e la nostalgia diventa una tattica, alla ricerca di una indifferenza che la protegga dal male del vivere. Allora la scrittura (già dagli anni del collegio) diventa strumento di sopravvivenza, luogo di libertà e di affermazione della propria identità. ”Ogni essere umano è nato per scrivere un libro. Un libro geniale o un libro mediocre, non importa, ma colui che non scrive niente è un essere perduto, non ha fatto altro che passare sulla terra, senza lasciare traccia" (Lucas nella ”Prova”). La sua è una visione assolutamente pessimistica dell’esistenza, in cui trovano ampio spazio temi come la disperazione, la solitudine, lo sradicamento dalle proprie origini, l’abbandono imposto della lingua madre, l’inganno delle parole, il tutto raccontato senza abbandonarsi mai alla debolezza delle forti emozioni. La scrittrice conserva tuttavia la nostalgia della propria infanzia dura e forte, unico periodo che sembra sottrarsi a quella somma di delusioni che è la vita di ogni persona. Nei suoi romanzi l’infanzia è l’unico luogo che consente una prospettiva ottimistica, per quanto perversa e violenta, in un mondo privo di scopo e di speranza.



(Anna Velia Violati)









Agota Krisztof, Trilogia della città di K., Einaudi, 2014 [ * ]

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NOSTALGIA
post pubblicato in Nevo, Eshkol, il 29 marzo 2018

Questo libro, come appare cercando sui siti delle case che commerciano libri, ha avuto finora tre editori, e – come è certo – anche tre diverse traduzioni. E’ il secondo libro di Nevo che leggo, e anche il quarto di scrittori israeliani (Abraham Jehoshua, Il signor Mani; David Grossmann, A un cerbiatto somiglia il mio amore; Eshkol Nevo, Tre piani). Ci tengo a dire che, nonostante Jehoshua scriva decisamente bene, in modo molto più scorrevole di Grossmann, la scrittura di Nevo è decisamente superiore ad entrambi. Almeno come capacità di comunicare. Spero di non fare torti a nessuno, ma questo è il mio parere. La traduzione di Elena Loewenthal, però, rispetto a quella di Ofra Bannettt ed Elena Scardi (Tre piani), risulta più pesante; forse però è solo un mio pensiero. Ma veniamo al romanzo. Come in Tre Piani, l’autore divide in parti il suo romanzo, parti che – in guisa di poesie o canzoni – chiama “strofe”: non tutte, però. Ci sono quattro strofe, ciascuna seguita dal ritornello di una canzone (quattro ritornelli diversi, presi da uno stesso disco, di una band che compare nella storia). Poi c’è una quinta parte, chiamata "L'esilio" (se ne comprenderà presto il perché) che conclude l’opera.
La storia, a parte un breve prologo, che anticipa l’azione dei protagonisti, inizia subito con un disguido. I due protagonisti, anziché trovarsi dal loro datore di alloggio, dov’erano diretti, si ritrovano… ad una veglia funebre! A parte l’inizio, tutta la prima strofa si articola nel presentare la coppia dei protagonisti, Amir e Noa, alle prese con il problema di trovare un alloggio, e nella presentazione dell’altra coppia, Moshe e Sima, che sono i proprietari dell’alloggio dato in affitto ad Amir e Noa. La località in cui si svolge la vita delle due coppie è Castel, un paesino a circa metà strada tra Gerusalemme e Tel Aviv.
L’intero libro, e non soltanto la ”prima strofa”, rappresenta la vita di Amir e Noa, dopo che entrambi avevano preso la decisione di vivere assieme. L’autore ci fa continuamente assistere a dubbi, gioie, tristezze di quando i comuni problemi incidono sui desideri di una giovane coppia, che ha avuto solo il torto di decidere questo “punto di partenza”: la loro vita in comune. Ovviamente, il ritornello alla fine di ogni strofa “commenta” – in un certo senso – l’andamento dei fatti: fatti che nelle prime due strofe sono decisamente favorevoli allo sviluppo della vita comune, mentre poi, con attriti, storie varie ed episodi non edificanti, la vita della coppia peggiora. 
Fissiamo però qualche precisazione. Noa si diletta di fotografia, mentre Amir studia all’Università, dove conta di laurearsi. Moshe Zakian, il loro locatario, guida un autobus. Lui e la moglie hanno due figli, Liron (maschio, di 5 anni) e Lilach (femmina, di pochi mesi). Tutta la seconda strofa è dedicata principalmente a Moshe e alla sua famiglia. Moshe ha un fratello rabbino, Menachem, che costituisce un pensiero per Sima, la moglie di Moshe. Sima trova che ogni volta che Moshe va a trovare suo fratello poi finisce per prenderne la cadenza del modo di parlare, e per difendere l’ultraortodossia del fratello di fronte a lei. 
Non voglio raccontare il libro per intero, ma semplicemente parlarne. Un modo molto originale di scrivere da parte di Nevo è quello di cambiare paragrafo e “attore” della narrazione. Così nelle strofe troviamo parti in cui parla Sima, parti in cui parla Noa, parti in cui parla Amir, parti in cui parla Moshe. E anche gli altri protagonisti della storia: la famiglia ove Amir e Noa sono andati per errore all’inizio, quella che vegliava il lutto di un figlio grande, Ghedi, caduto in Libano, ha un altro figlio, Yotam, ragazzo, che è attratto da Amir e dal suo modo di fare. Amir gli insegna a giocare a scacchi, e Yotam va spesso a trovare Amir, che – ovviamente – sostituisce nella sua giovane mente il fratello grande, mancante.
Il libro è ricco di colpi di scena, che non sempre sono preavvertiti, ma che si manifestano attraverso le riflessioni di chi li agisce. L’ultimo di questi, che segue una lunga riflessione di Noa, è la decisione di questa di lasciare Amir. Cosa che avviene di punto in bianco, alla fine della quarta strofa. Proprio per questa ragione, l’ultima parte del libro si chiama “L'esilio” (inteso come l’esilio di Amir da Noa e dalla vita che faceva prima con lei). Amir non sa cosa accade, cosa sia successo a Noa che lo ha lasciato così, senza neppure un numero ove telefonarle e parlarle. Noa non ha trovato un altro uomo, si concentra quasi esclusivamente sul suo lavoro, mentre Amir “vegeta”, senza saper cosa fare. I tempi non sono definiti: ad un certo punto Noa vuol saper qualcosa di come sta Amir, e gli telefona: a seguito delle cose che si dicono, lei decide di tornare. E il libro termina così, con la ricostituzione del loro menage.
Pur essendo stato premiato più volte - forse è il libro più premiato di Nevo - a me sinceramente è piaciuto meno di Tre piani, un po’ per una certa neghittosità del protagonista Amir, che spesso lascia che le cose vadano come vogliono andare (verso la fine di "L’esilio" c’è un breve flirt con Sima, la sua padrona di casa, che dopo un tentativo di bacio, scompare). Ci sono continui riferimenti a nostalgie, da parte dei protagonisti, che prendono spunto da cose abituali (cucina, abitudini alimentari e altro): ma forse il titolo sta per “nostalgia di una vita che non c’è più”, ed è comunque un sottinteso. Il merito di Nevo, in questo libro, è un tratteggio dei personaggi attraverso loro stessi, nei monologhi che ripetono cose in parte attese, in parte a sorpresa. Ecco perché, forse, il libro ha avuto molti premi: il modo in cui si articola caratterizza la vita di Israele e dei suoi abitanti. C’è un accenno agli altri “abitanti” della regione, i palestinesi, che vengono solo chiamati arabi. Come dire: nemici.
Evito di dilungarmi ancora. E penso che comunque, premi a parte, questo non sia il migliore dei libri di Nevo: la maniera di scrivere e di caratterizzare i personaggi ha avuto un grosso progresso da questo libro a Tre piani.



(Lavinio Ricciardi)









Eshkol Nevo, Nostalgia, Neri Pozza, 2014 [ * ]

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LE BRACI
post pubblicato in Marai, Sandor, il 19 marzo 2018
 

Le ”braci”, che danno significato alla vita, sono quelle prodotte dalla “passione che un giorno invade il nostro cuore, il nostro animo, il nostro corpo e che qualunque cosa accada, continua a bruciare in eterno fino alla morte.”
La prosa fluida ed elegante di Sàndor Màrai coinvolge il lettore emotivamente, in un racconto povero di avvenimenti, ma interamente svolto in un clima di crescente tensione, in un’atmosfera di attesa e di dolorosa rievocazione del passato. Lo scrittore ripercorre a ritroso la separazione di quarantuno anni tra i due protagonisti, amici dall’infanzia all’età virile. Hanno trascorso l’adolescenza in un collegio militare a Vienna, come gemelli che si completavano a vicenda. Anche se Henrik, estroverso con predisposizione alla vita militare e un profondo senso del proprio ruolo nello stato, proveniva da una ricca famiglia della nobiltà, mentre Konrad, militare per obbligo morale, di temperamento artistico e amante della musica, era figlio di un barone povero. Un oscuro episodio di caccia, il 2 luglio 1891, ha interrotto la loro amicizia, lunga 24 anni, e causato la fuga senza spiegazioni di Konrad. Il romanzo inizia con Henrik, divenuto nel tempo generale, che all’età di 75 anni, nel suo castello ai piedi dei Carpazi, attende il vecchio amico che ha trascorso quarant’anni ai Tropici, il cui arrivo al villaggio gli è stato comunicato da una lettera. Il momento delle spiegazioni, così lungamente atteso da entrambi è arrivato, essi condividono un segreto che brucia come una radiazione maligna ma al tempo stesso dà calore alla vita e la mantiene in tensione. Tra loro, nell’ombra, c’è il fantasma di una donna. Il generale ha invitato Konrad, perché deve porgli alcune domande. Ma la domanda  più importante è: ”Si può e soprattutto si deve restare fedeli alla passione che ci possiede, anche se questo significa distruggere la propria felicità e quella degli altri?” 
Il significato dell’amicizia e il suo tradimento, oltre quelli del destino e della felicità, è il tema fondamentale dell’opera di Màrai. Definisce l’amicizia il più nobile dei sentimenti, con un pizzico di eros che non ha bisogno di corpi e di sesso. E’ uno stato ideale, ma anche una legge inflessibile, la più potente delle leggi, quella su cui si fondarono i sistemi giuridici di grandi civiltà. Il significato profondo dell’amicizia consiste nell’accettazione dell’altro, nel rispetto di un’alleanza tacitamente conclusa, che non ha fine neanche con la morte.
Aleggia nel romanzo la consapevolezza della fine di un mondo, quello dell’Impero Austro–Ungarico, per cui valeva la pena di vivere e di morire, nonché la nostalgia di quel mondo, che rimane vivo, anche se non esiste nella realtà, nel generale e nello stesso Màrai.



(Anna Velia Violati)







Sandor Marai, Le braci, Adelphi, 2008 [ * ]

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S'E' SEDUTA
post pubblicato in Raggi, Luciana, il 3 febbraio 2018
 

"La mia postura segue consciamente la forma della sedia" (David Forster Wallace, Infinite Jest)


Si vorrebbe sapere di più su questa misteriosa donna seduta, di cui per l'amicizia con Luciana Raggi abbiamo notizia trattarsi di donna reale, cui la poetessa ha prestato la voce e, per così dire, la veste. Correre il rischio di oltrepassare il testo per fare entrare tuttavia questa donna che è sospesa in una zona evanescente della sua vita, dove il tempo sembra essere finito, forzatamente nel flusso di una contemporaneità pericolosa, è quello che si vorrebbe tentare. La melodrammatica eroina probabilmente non sa di incarnare una figura della filosofia attuale, quella dell'"esausto", divenuta paradigmatica di questi nostri anni. E' qualcosa di più di una reazione individuale magari inadeguata, è la rivelazione di una costellazione della contemporaneità, la risposta ad una situazione di massa, l'unica risposta veritativa a cui non si può rinunciare, pena il tradire sè stessi e il proprio tempo. Per questo è paradossalmente un'eroina della società della stanchezza (Byung-Chul Han, Nottetempo, 2012 [ * ]), preconizzatrice di tempi nuovi, se l'autore coreano ci vede alle sue soglie, quando è il tempo che "la ferita si richiuse stancamente" (Franz Kafka, Prometeo [ * ]), "stanchezza che non deriva da un riarmo sfrenato, bensì da un cordiale disarmo dell'io", reazione alla sindrome di burnout di una società della prestazione all'insegna dell'eccesso di positività.
La protagonista di S'è seduta, in bilico sul suo vortice panico di trottola, sembra non sapere le ragioni del suo male. Quando il male è immotivato, non ha ragioni, non ha una genesi in cui si ricostruisce la sua storia, è oltremodo devastante, a tutto discapito dell'io che si autoannulla. E' quello che succede a questa donna desolata e senza più risorse. 
L'autrice segue mimeticamente l'impoverimento concettuale della protagonista. Tutta la sequela di distici è un'unica variazione sul basso ostinato dell'immobilismo, dell'isterilimento di ogni azione possibile. Sono insistenze che tautologicamente ribadiscono il tema dell'assenza di divenire. Il tempo si è fermato anche se la pendola continua a battere i colpi, ma non procede più. La poetessa presta il suo verso a una donna che non ha più possibilità di parola. Questa è la cifra della teatralità del poemetto ed anche della sua trascendenza, perchè Luciana Raggi con questa donna ha stabilito un dialogo impossibile, sostituendosi ad essa, senza identificarsi.
Scrive Giorgio Agamben nella postfazione a L'esausto * ]: "Occorrerà allora immaginare una postura che esaurisce integralmente e senza riserve ogni possibilità. Scommettere, cioè, su che cosa si può ancora fare quando tutto è diventato impossibile e su che cosa c'è ancora da dire quando non è più possibile parlare. Questa postura è lo stare seduti. [...] L'esausto 'esaurisce tutto il possibile. Mette fine al possibile, al di là di ogni stanchezza, per continuare a finire'. [...] Lo stare seduti è la cifra dell'esaurimento di ogni possibile azione, la postura dell'esausto che è riuscito a sloggiare l'essere dalla sua dimora nella possibilità" [ * ]. Gilles Deleuze distingue, sulla base della sua esperienza di malato terminale, lo stanco dall'esausto. Lo stanco non ha più la forza di agire, non ha esaurito le sue possibilità vitali, saprebbe cosa fare ma non ne ha la forza. L'esausto ha invece finito le sue possibilità, è impotente perchè non ha più nulla da poter fare. "Lo stanco ha esaurito solo la messa in atto, mentre l'esausto esaurisce tutto il possibile". 
Dell'impotenza di una donna scissa nello smottamento tra culture, l'esito è la negazione di sè, i tratti definitori evanescenti, cui la poetessa offre la possibilità di un'immagine prima dell'esito del dissolvimento, perchè al di là della "nuda vita" non c'è altro. Il debito beckettiano è evidente anche oltre le intenzioni dell'autrice. 
"I would prefer not to" [ * ] rappresenta perciò una forma di opposizione, un'ostinazione senile che riguarda la vita dall'origine, è la strategia resistente dell'inoperosità, quella che si può vedere in questa donna divenuta ombra, fenomenologicamente descritta nei versi del poemetto [ * ].


(Carlo Verducci)





Luciana Raggi, S'è seduta, Edizioni Progetto Cultura, 2016 [ * ]
L'ALBERO DI NATALE
post pubblicato in Tempesta, Alexandra, il 2 gennaio 2018

Ho trovato, mentre visitavo la mostra “Più Libri più liberi”, quest’anno tenutasi nella magica cornice della “nuvola" di Fuksas, lo stand di questa nuova casa editrice, nel quale un bibliomane quale sono ha trovato di che passare il proprio tempo (ad esempio un libro su Pertini [ * ]).
Tra le opere esposte, mi ha colpito il libro di cui voglio parlare. Mi ha colpito per tante ragioni.
Comincio dall’autrice, cui mi legano ricordi dell’infanzia, essendo cresciuto assieme a suo padre e sua zia a Roma, dalle parti di piazza Bologna. In realtà, l’autrice ha scritto la storia, ma il libro non contiene solo questa: è infatti organizzato come un calendario ed ha venticinque pagine doppie, tante quanti i giorni di dicembre dal primo al giorno di Natale. In ogni pagina, sul lato sinistro c’è una frase della storia, in Italiano; a destra, la traduzione inglese e nel centro un disegno, nel quale si avverte bene il tratto delle matite colorate. Questo schema non è fisso, ma varia a seconda della lunghezza della frase e delle dimensioni del disegno. 
La storia procede a piccole dosi, pagina dopo pagina, come succede se si prova a raccontare una favola a un bimbo, ad esempio mentre lo si aiuta a prender sonno. L’arte dell’autrice è però tutta nel dosaggio delle frasi, che contengono la data del giorno, utilizzata dalla storia stessa.
Mi fermo nella descrizione, per non sciupare la sorpresa al lettore: io ho ritrovato nel leggere momenti della mia infanzia, proprio dei cinque-sei anni, dei quali ho ancora memoria. E penso che questa sia una delle doti del libro. L’edizione poi merita una lode a parte: la casa editrice dispone proprio di un laboratorio (www.officinaensemble.it) tramite il quale organizzare iniziative. La storia è originalissima e molto accattivante, tipica di quando si vuol sorprendere la fantasia di un bambino. Una storia da leggere e da raccontare, che lascia alla fine un bellissimo ricordo, un senso di attesa del Natale tipico del tempo di Avvento che il Cristianesimo ci trasmette.
Un libro da consigliare a tutti, e in particolare a chi opera nella scuola dell’infanzia, che consente realmente di intrattenere chi ascolta e riportare anche gli adulti al tempo di quando l’albero di Natale era davvero foriero dei doni che al Natale si legavano. Si chiama calendario–favola, ma secondo me è più favola–calendario. Insomma chi lo legge lo troverà magico. Leggerlo in questo periodo dell’anno è poi proprio il tempo giusto. La pagina dei ringraziamenti svela anche gli autori di disegni e traduzione.



(Lavinio Ricciardi)








Alexandra Tempesta (a cura di), L'albero di Natale, Edizioni Ensemble, 2017 [ * ]


LE CENTOMILA E UNA STORIA DEL GIULIO CESARE
post pubblicato in Fulci, Ludovico, il 20 dicembre 2017
 

Nel visitare la mostra “Più libri più liberi”, edizione 2017, tenutasi presso “La Nuvola” di Fuksas, ho trovato nello stand della Editrice Progetto Cultura questo pregevole libro, che – da ex alunno del liceo Giulio Cesare di Roma – mi sono affrettato a comprare e a leggere.
Voglio riportare qui delle brevi impressioni, destinate al circolo di lettura “Villa Leopardi” delle Biblioteche di Roma.
Debbo dire subito che la lettura del libro mi ha subito prodotto un “ritorno” all’età di quando ho frequentato il liceo: era l’anno 1952! Un tuffo e una conseguente emozione, che è rientrata, dopo poche pagine, per far posto ad una emozione più profonda, quella di leggere un libro di storia che parla – tra l’altro – del tempo della mia adolescenza. E questo aspetto è senz’altro evidente negli scopi che il libro si prefigge, come la presentazione della Preside prof.ssa Paola Senesi sottolinea. 
La struttura del libro che il Prof. Fulci (che è stato prima allievo e poi insegnante del Giulio Cesare) ha redatto si può evidenziare scorrendo l’indice, suddiviso in tre parti, rispettivamente Introduzione, Parte Prima: Dalle origini al sessantotto, e Parte seconda: Il sorpasso. Senza entrare nel merito delle suddivisioni di ciascuna parte, l’Introduzione è proprio una presentazione sintetica dell’opera e dei suoi scopi, che l’autore premette per togliere ogni dubbio a chi si accinge a leggere il libro, e nella quale – dopo una parte di carattere personale, in cui ho ritrovato una figura (il prof. Vegezzi) che ricordo dal ginnasio – l’autore distingue le quattro epoche in cui la storia del Giulio Cesare può suddividersi: dalle origini (1936) al dopoguerra, dal dopoguerra al ’68, dal sessantotto alla caduta del muro di Berlino, e da questa fino ai nostri giorni.
Evito di parlare approfonditamente del testo, come è mio costume, per non sciupare la sorpresa ai lettori. Il testo è molto arricchito da varie fotografie, che consentono all’autore di analizzare le “popolazioni” di alunni del liceo, e trarne paralleli circa la crescita dei liceali nel tempo. Ciò rende il libro ancora più interessante del semplice aspetto storico, e le considerazioni lo rendono un testo anche ricco di considerazioni sociologiche. 
La storia dell’autore alunno del liceo si presta a varie considerazioni. Mi accomuna a lui il fatto che – date le mie tendenze – avrei anche io preferito fare lo scientifico, e – come risulta proprio dalla fine della prima parte, quella legata al periodo post-bellico – altra “bestia nera” del prof. Fulci alunno era il greco (le stesse difficoltà così ben espresse le ebbi io, e furono aggravate anche dall’aver avuto due professori di latino e greco in tre anni, il temuto prof. Martella e il buon prof. Carta, non nominati nel libro in quanto non più presenti all’epoca in cui Fulci frequentò il liceo da studente). Ottime invece le descrizioni delle personalità dei presidi, tra cui spicca il prof. Dal Cerro, e la sua abitudine di venire al liceo in bicicletta. E ancora degna di nota la descrizione delle attività scolastiche “di laboratorio”, che consentivano di approfondire le discipline propriamente scientifiche.
Le attività propriamente “non scolastiche” (cineforum, teatro), accennate al momento in cui furono avviate, hanno larga parte nella seconda metà della seconda parte. Mi hanno incuriosito non poco perché ai miei tempi ancora non c’erano: soprattutto il cineforum mi avrebbe appassionato e coinvolto, cinefilo qual’ero proprio negli anni del liceo!
Non voglio dilungarmi ancora nel racconto: il libro è davvero pregevole e per apprezzarlo va letto (possibilmente anche più di una volta). Voglio solo citare una coincidenza che mi ha rallegrato non poco: la copertina è opera di Caterina Capalbo, ex alunna del Giulio e componente del nostro circolo di lettura. Buona lettura ad ex alunni e non!



(Lavinio Ricciardi)









Ludovico Fulci, Le centomila e una storia del Giulio Cesare. Cronistoria di un Liceo romano, Edizioni Progetto Cultura, 2017 [ * ]

IL MAESTRO E MARGHERITA
post pubblicato in Bulgakov, Michail, il 13 ottobre 2017
  



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PERDONARE
post pubblicato in Derrida, Jacques, il 31 luglio 2017
 

Sembra in "Perdonare" di Jacques Derrida che il perdono sia la via d'acceso privilegiata ad una dimensione oltre l'etica, ad un'etica oltre l'etica, ad un'etica iperbolica. Il perdono, come anche il dono, che sono intimamente legati. Con una differenza, che il dono riguarda sempre il presente, il perdono il passato.
Il perdono è uno dei nostri atti discorsivi più frequentati. Tutto un plesso semantico si accompagna all'atto performativo del perdono. Derrida decostruisce tutti questi significati, dimostra come essi si risolvono in aporie del perdono. E c'è un unico modo per risolverle: andare al di là del perdono. Infatti il perdono che supera se stesso che ci propone Derrida non è più quello della tradizione giudaico-cristiana, che presupponeva che si concedesse il perdono quando il colpevole riconosceva la propria colpa e in vista di una riconciliazione. E' anche il capovolgimento della tesi per cui con la Shoah nessun perdono è più possibile. Per cui è finito il perdono nella storia umana o è finita la storia del perdono che ha accompagnato l'uomo fin dall'inizio della sua storia. E' la tesi sostenuta dal filosofo ebreo francese Vladimir Jankelevitch  in "Perdonare?", che ribalta la tesi di un altro suo libro sul perdono scritto negli anni '30, raccogliendo scritti successivi al 1964, quando in Francia si sancisce per legge l'imprescrittibilità dei crimini contro l'umanità. La Shoah non è un fatto umano e il perdono può essere esercitato solo tra uomini. Nessuno ha chiesto il perdono per quei crimini. Non si può concedere il perdono a nome di altri che non ci sono più. Il perdono non è possibile perchè non correlabile ad una punizione equivalente (come dice Hannah Arendt), correlazione necessaria quando colpa, punizione e perdono hanno proporzioni umane. Questi sono di fondo gli argomenti addotti da Jankelevitch per cui lui personalmente non può perdonare. Alla lettera di un giovane tedesco che gli scrive dicendogli di non sentirsi responsabile di essere nato in Germania dopo quegli eventi, che non sente di essere ascrivibili a sè, e di cui pure si sente molto angosciato, Jankelevitch risponde con una concessione che sa di sofisma: la riconciliazione sarà affare delle future generazioni (le quali avranno in sostanza dimenticato), ma non è una via per lui percorribile. Morirà senza avere perdonato. Derrida capovolge questa impostazione, bisogna avere già sempre perdonato, se sempre si è colpevoli l'uno verso l'altro, se sempre si è spergiurato (l'essenza della colpa). Nel perdono e nella colpa siamo immersi continuamente, si potrebbe dire che il perdono è un orizzonte di possibilità per l'uomo, e che il passato, essenziale al perdono, è un'altra condizione di possibilità. In realtà chiediamo perdono continuamente. Anche il titolo del libretto, non può essere una richiesta rivolta al lettore? Si scrive sempre per chiedere perdono, si dona per chiedere perdono. Il perdono è solo quello concesso senza nessuna richiesta. Vi si avvicina Paul Celan, andato a trovare Heidegger su suo invito a Todtnauberg, nella poesia scritta subito dopo, dove la pesante atmosfera di ambiguità si trova a dover lasciare spazio al commento sul libro d'oro dei visitatori, aggiungendosi il poeta alla lunga fila dei predecessori. A questa lista si aggiungerà firmando anche Derrida successivamente. Si dirà che quest'etica iperbolica è buona per le astrazioni ma impraticabile. Tuttavia finisco con due casi storici concreti di vittime del nazismo che hanno perdonato: si tratta di Maiti Girtanner, resistente francese imprigionata e torturata, e di Eva Mozes Kor, vittima degli esperimenti di Josef Mengele. 



(Carlo Verducci)





Jacques Derrida, Perdonare, Raffaello Cortina, 2004 [ * ]

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IL GANGLIO
post pubblicato in Peronaci, Fabrizio, il 31 gennaio 2017

Uno degli elementi ricorrenti dei misteri irrisolti, che costellano la storia dell'Italia repubblicana, è certamente l'opacità dei centri di potere coinvolti, ossia la capacità di proteggere i segreti che potrebbero condurre alla verità attraverso un continuo gioco di specchi, di false rivelazioni, di sottili menzogne che compromettono l'oggettiva ricostruzione dei fatti. Montagne di informazioni, indizi, talvolta prove raccolte con pazienza dal lavoro degli inquirenti: ma poi si arriva quasi sempre a un punto in cui le indagini si bloccano, i processi si ripetono, gli atti si accumulano senza una chiave di lettura unitaria, che permetta di fare il passo successivo. I protagonisti passano ma le istituzioni - e i segreti - restano, custoditi da una rete di protezione invisibile, eppure capace di stendere un velo di ostinato e prolungato silenzio. Ed è quì che entra in gioco il lavoro insostituibile del giornalismo d'inchiesta, che non si accontenta dei comunicati ma cerca i fatti che vi stanno sotto, nella convinzione che la loro conoscenza rappresenti un diritto civile fondamentale. Il ganglio di Fabrizio Peronaci si inserisce a pieno titolo in questo filone giornalistico, fornendo nuovi particolari su un caso di cronaca nera che ha coinvolto le istituzioni laiche e religiose fino ai massimi livelli. Si tratta dei rapimenti di Mirella Gregori ed Emanuela Orlandi, avvenuti a Roma rispettivamente il 7 maggio e il 22 giugno del 1983. Se in quegli anni i sequestri di persona non rappresentavano una rarità, ciò che tuttavia apparve subito strano fu il fatto che entrambe le ragazze non erano legate all'estremismo politico, nè provenivano da famiglie facoltose della capitale. Emanuela Orlandi, inoltre, era una cittadina vaticana, e il suo stato civile la collega a uno dei periodi più oscuri e drammatici della storia recente della Santa Sede: sono gli anni immediatamente successivi al fallito attentato a Giovanni Paolo II, avvenuto in piazza San Pietro il 13 maggio 1981. Lo stesso attentatore, il terrorista turco Alì Agca, ha fatto più volte riferimento alle sorti della ragazza; ma la sua collaborazione con la giustizia italiana è stata tutt'altro che lineare e credibile, quanto piuttosto piena di suggestioni millenaristiche, tirate megalomani e soprattutto di imbarazzanti reticenze. La svolta, raccontata da Peronaci, matura nel 2013 all'indomani dell'elezione di papa Francesco. Complice il clima di apertura, che il nuovo pontificato porta con sè, si fa avanti per la prima volta un personaggio fino ad allora mai coinvolto in nessuna inchiesta riguardante il caso Orlandi. E' il fotografo romano Marco Fassoni Accetti, di cui Peronaci ha non solo ricostruito la versione dei fatti, ma ha pure allargato il raggio delle ricerche, proponendo una serie di riscontri con altri episodi avvenuti in quegli anni lontani, fino ad oggi non messi in relazione tra loro. Fassoni Accetti, per sua stessa ammissione, avrebbe avuto un ruolo attivo nel sequestro di Emanuela, fungendo da telefonista. Ma la novità più interessante del libro risiede nella ricostruzione della lotta di potere all'interno del Vaticano, collocata nello scenario geopolitico della Guerra Fredda che nei primi anni Ottanta raggiunge uno dei livelli di massima tensione. Sono gli anni dei boicottaggi reciproci in occasione dei giochi olimpici di Mosca (1980) e Los Angeles (1984), ma soprattutto della corsa agli armamenti nucleari e del loro dispiegamento nel quadrante euro-mediterraneo. Gli anni di Solidarnosc in Polonia, e del papa polacco che sostiene il sindacato libero di Lech Walesa, promuovendo un deciso cambiamento di rotta nella politica estera della Chiesa cattolica in chiave anticomunista su scala mondiale. Il ganglio vaticano, a sua volta, era una rete di alti prelati, laici, alti funzionari dei servizi segreti italiani - nonchè alcuni esponenti della criminalità organizzata romana - che spingeva nella direzione opposta, riconoscendosi piuttosto nella Ostpolitik vaticana, ovverossia la politica prudente e realistica, volta a normalizzare i rapporti con il blocco dei Paesi dell'Est, promossa dall'allora Segretario di Stato, il cardinale Agostino Casaroli. E anche se la recente archiviazione, disposta dal Tribunale di Roma su richiesta della Procura capitolina, appone il sigillo definitivo al procedimento giudiziario, l'interpretazione dei fatti fornita dal Ganglio riceve piuttosto una conferma indiretta da un'altra inchiesta giornalistica, confluita nel volume Vaticano S.p.A. di Gianluigi Nuzzi. Il nucleo documentario del libro di Nuzzi è costituito dal poderoso archivio di monsignor Renato Dardozzi, deceduto nel 2003, dopo aver ricoperto incarichi di grande rilievo e nel più assoluto riserbo presso la Segreteria di Stato. Proprio dall'esame delle carte - rese pubbliche per volontà testamentaria dell'alto prelato - emerge un quadro segnato dalla lotta di due cordate per il controllo finanziario del Vaticano, allora profondamente scosso dal crollo del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Da una parte l'Opus Dei, disposto a sostenere generosamente l'impegno anticomunista di Karol Wojtyla e a coprire la voragine aperta nel bilancio dell'Istituto per le Opere di Religione, il più importante organo economico e finanziario Oltretevere; dall'altra, una fazione eterogenea ma comunque acerrima rivale della prima, i cui contorni possono essere sovrapposti a quella della rete delineata da Peronaci. Insomma, se il caso Orlandi per la magistratura romana è chiuso definitivamente, lo stesso non può dirsi per le inchieste giornalistiche o per le ricerche degli storici contemporanei, che non devono sottostare ai vincoli della prescrizione. Spetta a costoro il compito di chiarire i contorni di una vicenda che il tempo può sbiadire, ma non cancellare completamente. Qualche volta, infatti, succede proprio il contrario: che il trascorrere del tempo finisca per sollevare il velo su fatti, persone, reti di relazioni, che hanno perduto il loro potere deflagrante, ma che ancora possono aiutare a comprendere un frammento del nostro recente passato.


(Fabrizio Chiappetti)







Fabrizio Peronaci, Il ganglio, Fandango, 2014 [ * ]
                                                                                                                            



EVA MOZES KOR
post pubblicato in Mozes Kor, Eva, il 30 settembre 2016
 

"Oggi dopo la sessione pomeridiana della Corte, mi sono avvicinata a Oskar Groening. Voleva alzarsi. Ho detto: «ti prego non farlo, non vogliamo una ripetizione dell'ultima volta». Gli ho appena stretto la mano e ho detto: «ho apprezzato il fatto che sei stato disposto a venire qui ad affrontarci. Ma vorrei fare un appello ai vecchi nazisti che sono ancora vivi a farsi avanti e ad affrontare il problema dei neo-nazisti in Germania oggi. Perché questi giovani fuorviati tedeschi che vogliono far tornare Hitler e il fascismo non potranno ascoltare Eva Kor o qualsiasi altro sopravvissuto. Puoi dire loro che eri ad Auschwitz, eri coinvolto con il partito nazista, ed era una cosa terribile»
Mentre stavo parlando con lui, mi ha preso e mi ha dato un bacio sulla guancia. Beh, io probabilmente non mi sarei spinta a tanto, ma credo che sia meglio di quello che mi avrebbe fatto settanta anni fa. 
Di tutto ciò che è accusato - dico che è colpevole. Gli ho detto che il mio perdono non mi dispensava dall'accusarlo né che lui si prendesse la responsabilita' delle sue azioni. E ho detto ai media che lui era un piccolo ingranaggio in una grande macchina di assassinio, e che la macchina non poteva funzionare senza i piccoli ingranaggi. Ma ovviamente lui è un essere umano. La sua risposta è proprio ciò di cui parlavo quando dicevo che non si può prevedere cosa potrebbe succedere quando qualcuno dalla parte delle vittime e qualcuno dalla parte dei carnefici si incontrasse in uno spirito di umanità. 
So che molte persone mi criticheranno per queste immagini, ma va bene così. E' l'incontro di due esseri umani settant'anni dopo ciò che è successo. Per quanto mi sforzi non capirò mai perché la rabbia è preferibile a un gesto di buona volontà. Mai niente di buono viene dalla rabbia. Ogni gesto di buona volontà di cui si parla nel mio libro vincerà ogni volta la rabbia. L' energia creata dalla rabbia è un'energia violenta. 
Mi dispiace per Oskar Groening per una sola ragione: ha vissuto una vita infelice. Penso che se io fossi il giudice, gli farei una domanda: «hai vissuto una vita felice?». Quando si guarda indietro, lui probabilmente non può essere fiero di niente, e vede che ha sbagliato. Così giudica se stesso. 
Lo scopo di questo processo dal mio punto di vista non è di condividere con lui una parte della mia mente ma di insegnare ai giovani neo-nazisti che Auschwitz è esistito. Si può fingere e dire che non è così, e se io lo testimonio e dico che è avvenuto veramente, mi destituiscono di credibilità perche' sono ebrea e ho un interesse a raccontare questa storia. Ma un ex nazista non ha interesse nel dire che Auschwitz è esistito - in realtà lui ha interesse a negarlo. 
Il 99.9% dei colpevoli moriranno senza rendere testimonianza. Avrei preferito che ogni nazista, ogni colpevole, entro un termine ragionevole - non settant'anni ma molto, molto più in fretta - fosse uscito allo scoperto e avesse confessato quello che aveva fatto. Per questo semplice motivo devo riconoscere che Groening ha almeno fatto uno sforzo. Non penso che sia un eroe per questo, ma almeno lui è stato disposto ad ammettere la sua colpa in una pubblica corte. 
Mi domando: cosa vogliamo in futuro? Vogliamo continuare a puntare il dito e che l'accusato resti in un angolo e l'accusatore nell'altro, senza mai incontrarsi? Guarda il mondo: non funziona. Tutto ciò che abbiamo e' gente che senti arrabbiata, persone che vanno in giro a fare cose folli. 
Quando succedono cose tragiche, dobbiamo sederci e discutere, quali sono le opzioni per le vittime e per i carnefici? La maggior parte delle persone sono solo qui in tribunale per accusarlo di cose che lui ha già ammesso. Quindi ora cosa dobbiamo fare? Non credo che dovremmo alzare una statua in suo onore, ma può servire come un buon esempio per i giovani che cio' a cui ha partecipato è stato terribile, che era sbagliato, e che è dispiaciuto di averne fatto parte. E' un messaggio che ha una qualche utilità per la società. 
Se fosse dipeso da me, il dialogo tra i sopravvissuti e i carnefici sarebbe dovuto iniziare tanto tempo fa. E avrebbe aiutato i sopravvissuti e forse li avrebbe aiutati a guarire se stessi, ma ancor di più a non passare il dolore ai loro figli. 
Le mie idee sulla vita sono molto singolari, lo so che sono in minoranza - magari la minoranza di una sola persona. Lo so come la società ti vede, ma da come la vedo io, la società, non credo che stia andando molto bene. Quindi quello che sto dicendo è che forse dovremmo provare qualcos'altro. E la mia idea è che le persone dal lato delle vittime, e le persone dal lato dei carnefici si avvicinino, guardino in faccia la verità, provino a guarire, e lavorino insieme per evitare che accada di nuovo".

 

Oskar Groening era il contabile di Auschwitz. Aveva lavorato nel campo di sterminio dal 1942, quando aveva ventuno anni: si occupava della classificazione, valutazione e registrazione dei beni sequestrati ai deportati - quasi tutti ebrei ungheresi nel suo caso - avviati verso le camere a gas. Oskar entrò nel partito nazista e nelle SS allo scoppio della guerra e - visto che era un contabile - venne prima mandato a occuparsi di un ufficio paghe delle SS e ben presto, quando cominciò l'attività del campo, ad Auschwitz: l'incarico era di gestire i beni sequestrati ai deportati. In particolare, doveva soprattutto occuparsi di banconote e monete, classificarle e inviarle a Berlino. Groening ha sempre dichiarato di non aver partecipato direttamente alle uccisioni dei prigionieri del campo. Non ha mai negato il suo lavoro ad Auschwitz, ed ha sempre riconosciuto l'enormità delle atrocità compiute nei campi di sterminio nazisti. In particolare, ha espresso il desiderio di contrastare con i suoi racconti e le sue ammissioni ogni tipo di negazionismo dell'Olocausto. Secondo la difesa di Groening, il suo lavoro non ha facilitato il genocidio. L'accusa invece ha sottolineato come la sua occupazione fosse funzionale alla macchina dello sterminio. Nel '44 venne assegnato a un'unità di combattimento delle SS e fu preso prigioniero dagli alleati. Nel 1948 tornò in Germania e come la maggior parte dei militari tedeschi sopravvissuti, ritornò alla vita "normale", da contabile, civile. Negli anni '80 però Groening sentì il bisogno di scrivere un memoriale, soprattutto per i figli, con quanto sapeva e aveva visto di Auschwitz e lo scrisse soprattutto per smentire chi negava l'Olocausto. Poi, a metà degli anni 2000 e ancora nel 2013, attraverso alcune interviste, il suo racconto divenne pubblico. Nel 2014, un tribunale tedesco lo ha incriminato con l'accusa di complicità nell'omicidio di trecentomila persone ad Auschwitz. [ * ] [ * ]
Eva Mozes e la sorella gemella Miriam sono nate nel piccolo villaggio di Portz, in Romania, il 30 gennaio 1934. La vita per la famiglia Mozes era stata buona per anni, ma nel marzo del 1944 le fu detto di raccogliere poche cose, perché stava per essere trasferita. Fu portata in un ghetto a Simleul Silvanei e poi deportata ad Auschwitz. Quì le due gemelle furono separate dalla madre e isolate in vista degli esperimenti del dottor Mengele. Eva ha poi dichiarato: "Durante gli esperimenti mi sono state fatte cinque iniezioni. Ho sviluppato una febbre altissima. Tremavo, le mie braccia e le mie gambe erano gonfie, di enormi dimensioni. Mengele e il dottor Konig e altri tre medici sono venuti la mattina successiva. Essi... hanno guardato la mia tabella di febbre, e il dottor Mengele ha detto: «Peccato, lei è così giovane. lei ha solo due settimane di vita ...»". Il fatto che Eva e Miriam siano sopravvissute ad Auschwitz è stato un miracolo in sé, in quanto solo pochi singoli gemelli erano ancora vivi al momento che il campo fu liberato. Dopo la liberazione del campo, Eva e Miriam sono state i primi due gemelli inquadrati nel famoso film preso dai sovietici - spesso mostrato in filmati sugli orrori della Shoah. In qualche modo l'immagine è fuorviante. I gemelli di Mengele non indossavano uniformi a strisce. Erano i soggetti preferiti di Mengele, e gli veniva concesso un trattamento speciale, come l'essere in grado di mantenere i propri capelli e vestiti, e ricevere razioni di cibo extra. Fino a quando rimanevano in buona salute e utili per Mengele erano tenuti in vita. [ * ]



Nel 1950 Eva e Miriam hanno ricevuto i visti per Israele e si sono trasferite. Sono diventate membre di un kibbutz, popolato per lo più da orfani. Nel 1952 sono state inquadrate nell'esercito israeliano. Eva ha studiato redazione editoriale e Miriam è diventata un' infermiera. Nel 1960 Eva ha sposato un turista americano, Michael Kors, anche lui un sopravvissuto del campo di concentramento, ed è venuta a vivere negli Stati Uniti, stabilendosi a Terre Haute, Indiana. Nel 1985, quaranta anni dopo la liberazione di Auschwitz, Eva Mozes Kor, Miriam, e altri sopravvissuti sono tornati ad Auschwitz e successivamente hanno condotto un finto processo a Josef Mengele in Israele, che ha ricevuto l'interesse della stampa internazionale. Eva Mozes Kor è autrice di libri sulla sua esperienza ed ha parlato in oltre quattrocento scuole, università, conferenze, sinagoghe, e gruppi civici. E' la fondatrice del Museo dell'Olocausto e Centro di formazione a Terre Haute, Indiana, e della CANDLES, un acronimo che sta per "Bambini di esperimenti di laboratorio di Auschwitz sopravvissuti". Questa organizzazione ha localizzato e riunito molti sopravvissuti degli esperimenti e si dedica a "guarire il dolore, insegnare la verità, evitare i pregiudizi". [ * ]
Da adulte Eva e Miriam hanno sofferto di gravi problemi di salute. Eva ha avuto degli aborti ed ha sofferto di tubercolosi. Suo figlio ha avuto il cancro. I reni di Miriam non si sono mai pienamente sviluppati ed è morta nel 1993 di una rara forma di cancro, probabilmente causata dagli esperimenti medici sconosciuti e dalle iniezioni cui era stata sottoposta da Josef Mengele.
Nell’estate del 2013 Eva ha incontrato ad Auschwitz un personaggio che l'ha colpìta per l’"estrema intelligenza". Si tratta di Rainer Hoss, nipote di quel Rudolf Hoss che era comandante del lager quando lei vi si trovava, impiccato dagli alleati nel 1946 [ * ] [ * ]. Rainer ha rotto ogni rapporto con la famiglia d’origine nel 1985, dedicandosi ad educare le nuove generazioni su come "riconoscere e sconfiggere il Male del nazismo". Solo nel 2014 Rainer Hoss ha parlato in oltre settanta scuole tedesche. A un anno dall’incontro la sopravvissuta Eva ha chiesto al nipote del suo aguzzino se avrebbe accettato di essere adottato da lei, che ha superato gli ottanta anni. Rainer ha accettato e la notizia ha fatto il giro del mondo. Ma Eva Mozes Kor precisa che "non sempre andiamo d’accordo", come nel caso del “perdono per i nazisti": lei infatti non condivide la rottura di Rainer nei confronti della sua famiglia, vorrebbe che si riconciliassero "perché solo così ci possiamo davvero emancipare dal Male di Hitler". [ * ] [ * ] [ * ]



Eva Mozes Kor, Mary Wright, Echoes from Auschwitz: Dr. Mengele's Twins: The story of Eva and Miriam Mozes, Paperback, 2000 [ * ]
Eva Mozes Kor, Lisa Rojany Buccieri, Surviving the Angel of Death: The True Story of a Mengele Twin in Auschwitz, Paperback, 2012 [ * ]

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MAITI GIRTANNER
post pubblicato in Girtanner, Maiti, il 29 settembre 2016
 

Torturata da un medico della Gestapo, la resistente cattolica e pianista Maiti Girtanner, nota per aver perdonato in nome della sua fede colui che era stato il suo carnefice durante la seconda guerra mondiale, è morta il 28 marzo 2014 all'età di 92 anni.
"Io non voglio fare della mia vita una tragedia". Eppure Maiti ha pensato al suicidio per anni. Ma l'abitava una presenza. Il Dio della sua giovinezza le ha donato di attraversare l'orrore e di poter rileggere la sua vita alla luce di un'altra passione, quella di Cristo.
La immaginiamo sulla sua bicicletta, pedalando in campagna, sotto il naso dei tedeschi, portando ad alcuni delle notizie, ad altri delle armi... Il naso in aria, fiera e altera, giovane e bella, spensierata e animata da un grande desiderio di vita. I tedeschi sono lì, sul bordo della Vienne, l'altro lato è la zona franca. Siamo nel giugno del 1940, il Vieux Logis, la vecchia casa di famiglia di Maiti è stata requisita.
Maiti ha perso il padre all'età di tre anni, è cresciuta con il nonno, musicista, compositore e docente al Conservatorio di Parigi, che scopre in lei una reale disposizione verso il pianoforte. A dodici anni ha interpretato il suo primo vero concerto; una promettente carriera si apre davanti a lei. Da quel momento ha chiesto al Signore: "Se vuole che parli con lui suonando il pianoforte... mi lascerò trasportare dalla musica". La bambina ha già un rapporto di intimità e di fiducia con il Signore.
"Ho capito che la verità è una persona, Gesù Cristo. Mi ha bruciato per trasmettere e proclamare questa verità".
Ma a diciotto anni i tedeschi sono a casa, e Maiti non solo entrerà nella Resistenza, ma fonderà un proprio gruppo: "Ho creato un gruppo di piccola resistenza, quasi tutti studenti, in modo perfettamente inimmaginabile...": si traversa la Vienne in barca per aiutare i clandestini a muoversi nella zona franca, recuperare le carte di identità della regione di Dunkerque, per Londra dove si organizza lo sbarco, chilometri in bicicletta per passare informazioni, falsificando documenti... tutti rischi e sempre con la "paura nella pancia". Ama definirsi "piccola formica della Resistenza" in mezzo a tante altre.
Infine Maiti viene obbligata a suonare il pianoforte ad una festa organizzata dal capo della Gestapo a Parigi. Al termine del concerto contratta la sua remunerazione con il rilascio di due o tre suoi compagni. Sei o sette volte Maiti ha la presunzione di fare quella richiesta e ottenere il rilascio dei suoi amici "sopra ogni sospetto, arrestati per errore".
Alla fine del 1943 è arrestata anche lei. Lo stesso capo della Gestapo lo ritiene un errore, ma il velo è strappato, e scopre chi è la piccola! "Orgoglio ferito a morte di essere stato ingannato da una ragazza, quindi una punizione esemplare: trasferimento in un luogo segreto di rappresaglia (...) dove il medico-carnefice dovrà perseguire il maggior danno possibile... Fu la scoperta a ventuno anni dell'orrore della sofferenza inflitta da medici che sapevano quello che stavano facendo".
Lasciata per morta, viene salvata dalla Croce Rossa. Rimane otto anni ricoverata in ospedale, non può suonare il pianoforte, e vive in uno stato di sofferenza giorno e notte. Ma a settantacinque anni Maiti ha testimoniato con la sua vita "che il male non è il vincitore". 
"Dal primo giorno in cui ho fatto scappare dei prigionieri e fino a quando non sono stata presa io stessa, ho vissuto giorno e notte nella paura. In una paura terribile. Ma sono sempre andata avanti. E' stato il modo per me di arrivare fino alla fine. Mi sono sempre chiesta dove fosse il mio "fino alla fine"".
Come una fiamma dentro di lei, una fiamma che brucia al centro della vita nella battaglia al fine di non lasciarsi piegare dagli eventi, è la verità che cercava fino alla fine.
"Quando ho iniziato a fare la Resistenza ero consapevole di entrare in una situazione di pericolo. Ecco perché non potevo aspettarmi che mi si facesse un regalo. (...) Ma anche la coscienza, data dalla grazia, di una missione da compiere, per quanto piccola potesse essere. Anche se questo è un compito da formica rispetto all'immensità del disastro della Francia schiacciata e occupata".
Dopo tre anni di resistenza attiva ed efficace, la "formica" viene arrestata.
Maiti è la più giovane tra i diciannove prigionieri del gruppo. Si rende conto che se rimangono prostrati in un silenzio morboso diventeranno pazzi. Così parla loro e dice di Dio, della sua fede nel "Dio che ama di un amore folle, verso il quale andiamo". Parla della vita eterna dopo la morte. Rispetta le credenze di tutti ma allo stesso tempo propone di offrire una preghiera a Maria insieme. "Dopo aver iniziato un discorso che è stato molto utile".
Da suo padre Maiti ha ricevuto una fede protestante. Molto giovane è stata introdotta alla lettura della Bibbia. Ha visto questa Parola del Dio vivente, che ha ammonito la sua memoria, una memoria spirituale che fa parte di se stessa e che può parlare.
Per quanto può non si lascia confinare in una terra di nessuno, e la parola è un modo per lei di "osare e stare ferma". Anche il giovane medico ha trovato grazia ai suoi occhi; lei non capisce come un uomo di ventisei anni può diventare il carnefice del suo fratello. L'uomo non è crudele per natura, Dio non ha voluto che l'uomo sia crudele. Ha queste meravigliose parole: "Ho sempre pensato che la sfortuna era più sul lato del carnefice che su quello della vittima".
Maiti ha sempre la stessa domanda: "fino a che punto arriva il mio andare fino in fondo?" È giunto alla fine? Non riesce sempre a parlarne. Ha poi fatto un gran silenzio, ha perso l'uso della parola. Eppure, quando Maiti esce fuori da questo inferno, ha una sola idea: "perdonare l'uomo che l'ha distrutta".
Maiti osa essere forte, osa sfidare i tedeschi sotto i loro occhi, si fa carico di rischi che la mettono in pericolo e in prigionia lei osa parlare, lei osa attraversare un muro di silenzio che è davvero una prigione. E' viva. Osa, non importa cosa, per dimostrarlo. Lei osa la vita fino alla fine, per essere libera. E il desiderio di perdono per quest'uomo è un desiderio di vita, per lui e per lei. "
Posso dire di essere viva se questo non riguarda che la mia sola persona? Qual è il diametro del "mio cerchio di vita?""
La sua lucidità dopo questi eventi è sorprendente: "Due desideri si sono imposti su di me mio malgrado. Il primo era il desiderio folle di perdonare colui che mi aveva distrutta. Ma in che modo? Era anche possibile? Il secondo è stato quello di cercare ciò che mi rimaneva come opportunità di servire. Questi due desideri non mi hanno mai lasciata".
Vive anni difficili di sofferenza fisica e morale, di rinuncia, di solitudine, momenti in cui tutto si ferma.
"Il mio deserto: tutto era violento contrasto. Mi sentivo come un luogo di tentazione, con forme di negazione: fuggire, stordirmi o ammalarmi in un universo ben chiuso in se stesso; e altrettanto intensamente mi sono resa conto che il mio sradicamento era in realtà una mancanza di radicamento... L'ho sperimentato come un luogo di privazione e di vuoto; e ho percepito confusamente che vi avrei ricevuto la mia vocazione. Lungo sarebbe l'inventario... Infine, ho avuto la possibilità di scegliere tra la disperazione dei ribelli o l'immersione in una fiducia persa e sconcertata. Le situazioni-limite ci costringono a scegliere l'essenziale".
Sempre messa davanti alle scelte, Maiti è logica, umana e intelligente, conosce le regole del gioco: è una sua scelta, nessuno sceglie per qualcun altro.
Tra il desiderio e la realtà, il perdono è un processo lungo.
"Questo non è qualcosa che è così, come un miracolo durante la notte. Dobbiamo desiderare la durata, devi avere una voglia matta, un desiderio che è una grazia".
Per quaranta anni Maiti prega ogni giorno per lui fin dall'inizio della sua preghiera. "Ma possiamo mai sapere se abbiamo perdonato?" Lei non forza la sua unica preghiera. E' consapevole del fatto che "questo è un passaggio del cuore che è molto difficile. Non sapevo se ero in grado di arrivarci. Nel caso in cui non ci fossi riuscita, ho chiesto a Dio di fare per me. Il mio desiderio era lì".
Il suo secondo desiderio "è stato quello di cercare quello che mi rimaneva come opportunità di servire".
Maiti soffriva terribilmente nel suo corpo, ma la sua "testa rimaneva libera" e andava a seguire delle lezioni alla Sorbona su una barella. Lei, che all'età di dodici anni ha capito che la verità è una persona, Gesù Cristo, diventerà una professoressa di filosofia e insegnerà l'amore della verità. Data la sua disabilità, può beneficiare solo di poche ore al giorno al di fuori del suo letto. I suoi studenti saranno giovani che si preparano ad una carriera artistica di alto livello, che avrebbe potuto essere la sua.
Per il suo cammino spirituale, è terziaria dell'ordine di San Domenico, il cui motto è "Veritas", ed è diventata uno dei perni della Fraternità domenicana dei malati.
La sua ricerca, il suo "fino alla fine" non si ritrae nonostante le avversità, la sofferenza e le prove. Il suo "fino alla fine" diventa un cammino di "Resistenza" dentro di lei.
Non lasciate che il vostro "nemico" entri nel vostro cuore e prenda il posto della vita, ha detto il salmista. Il nemico non è necessariamente una persona. Ma i pensieri nefasti, negativi, senza speranza, ai confini del dolore sono spesso i nostri nemici. La resistenza al male in tutte le sue forme è necessaria, perché "Dio non vuole il male, e questo è ciò che ci contraddistingue". Aggiunge "la sofferenza è un male e rimane un pericolo permanente da non sottovalutare. Eppure, nella sua morsa che non si dimentica facilmente, nulla è perduto ... e, infine, non è il male che vince".
"Quando ho trovato questa relazione persona a persona con Gesù, ho scoperto che Dio non aveva voluto che facessi questo cammino di sofferenza e di orrore. Ho capito che al centro di questa sofferenza è entrato dentro di me quasi fisicamente con la sua presenza, la sua vicinanza. Si è unito a me in un male che gli uomini erano perfettamente in grado di creare da se stessi. Dio non ha voluto il male che solo alla fine per farmi avvicinare a Lui. Dio mi ha raggiunto in un male terribile, perpetrato da uomini, per aiutarmi a uscire e costruire me stessa prima, per poi portare con il mio consenso qualcosa agli altri".
Spinta da un forte desiderio di perdonare Leo, il suo torturatore, Maiti rimane fedele al suo desiderio. Non può essere sicura di avere veramente perdonato quest'uomo, così lei prega per lui ogni giorno. E nel 1984, "ricevo una telefonata. Ho immediatamente riconosciuto la sua voce: «Mi puoi ricevere?». Ho avuto l'impressione che la casa mi cadesse in testa. Ero allettata, in un periodo molto doloroso. Mi sono sentita che rispondevo: «Vieni»". Ha ricevuto quest'uomo venuto a parlare della morte. Era molto malato e non gli restavano che poche settimane di vita. Ha cercato quella ragazza che nel campo parlava di dopo la morte; le parole ascoltate "erano entrate dentro di lui come l'olio". 
Maiti gli parla dell'amore di Dio per tutti gli uomini. A seguito di questo, "quest'uomo, che era molto bello, abbassò la testa e disse con grande umiltà, come un bambino: «ma cosa posso fare adesso?» - «L'amore ... dona subito amore intorno a te, parla con Dio, balbetta, Dio abita tutte le creature, anche le più ottenebrate...".
Quest'uomo ha paura, paura della morte. Questa storia è davvero incredibile! Quest'uomo che torna dopo quarant'anni è nell'ordine del miracolo, della volontà di Dio. Mi fa comprendere che l'amore, il perdono, la vita sono più forti del male.
Ascoltiamo Maiti: "Alla partenza, era in piedi alla testa del mio letto, un gesto irrefrenabile mi sollevò dal mio cuscino pur facendomi molto male, e l'ho abbracciato per lasciarlo nel cuore di Dio. E lui umilmente mi ha chiesto "Perdono". Era il bacio di pace che era venuto a cercare. Da quel momento sapevo di averlo perdonato".
Quanta profondità in questo scambio!
Un lungo viaggio quello del perdono; come un'avventura, una ricerca, quella di cercare sempre la verità. La semplice verità della realtà apparente della vita: dolce e felice o tragica realtà dell'uomo lungo tutta la sua vita.
Come nella vita di Maiti, l'alternanza del tempo della parola e del silenzio. Il silenzio come un altro tono di parola. Quando tornò alla vita, la organizzò senza che nessuno intorno a lei conoscesse la sua storia. "Solo dieci persone sapevano. Ho scelto il silenzio e il buio. E' stata una scelta personale e non l'ho mai rimpianta. Ma oggi, all'alba dei miei settantacinque anni è accaduto che la mia vita uscisse allo scoperto, senza che io lo abbia cercato".
E' giunto il suo tempo, la sua testimonianza si riflette come una stella nella notte. Una storia vera che incoraggia cammini di perdono, come cammini di vita e di verità.
Alla misura della nostra vita, nel nostro presente dove cerchiamo di parlare, di vivere, di capire abbiamo questa testimonianza di una pazienza benefica, che insegna che nella vita bisogna accettare il tempo, il silenzio, riservarsi uno spazio interiore da condividere con pochissime persone, con persone scelte.
E, naturalmente, essere animati da grandi desideri, guidati da una grande fiducia in Dio: "Se io non posso, chiedo a Dio di fare Lui per me; il mio desiderio è tutto lì". [ * ]   

 

Maïti Girtanner, Guillaume Tabard, Même les bourreaux ont une âme, Editions de la Loupe, 2008 [ * ]  [ * ]



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JULIUS FUCIK
post pubblicato in Fucik, Julius, il 15 settembre 2016
 

Julius Fucik è stato un giornalista, scrittore, antifascista comunista ceco, ucciso dai nazisti. Nacque in una famiglie operaia: suo padre era un operaio metalmeccanico. Nel 1913 la sua famiglia si trasferì da Praga a Plzen. Iniziò precocemente a interessarsi di politica e di letteratura: a 12 anni cominciò a scrivere sul giornale Slovan ("Lo Slavo"). Dopo aver conseguito il diploma di maturità, nel 1920 iniziò gli studi in Filosofia all'Università Carolina e nel 1921 si iscrisse al neonato Partito Comunista di Cecoslovacchia (KSC). Nel 1926 fu redattore della rivista letteraria Kmen ("Classe"), divenne membro del movimento artistico di avanguardia Devetsil [ * ]. Tra il 1928 e il 1938 lavorò come redattore della rivista di critica letteraria Tvorbi ("Creatività"), fondata dal critico František Xaver Šalda. Dal 1929 fu giornalista del Rudé právo, l'organo del KSC e appartenne al gruppo che respingeva ogni critica all'URSS. Fu ripetutamente arrestato dalla polizia cecoslovacca e nel 1934 ricevette una condanna ad otto mesi di reclusione con la condizionale per motivi politici. Nel 1930, visitò l'Unione Sovietica per quattro mesi e ne diede un giudizio molto positivo nel suo libro V zemi, kde zítra již znamená vcera ("Nella terra dove il domani significa ieri") del 1932. Nel luglio 1934, poco prima che Hitler liquidasse le SA, visitò la Baviera e descrisse le sue impressioni nel libro Cesta do Mnichova ("In cammino verso Monaco"). Tornò in URSS nel 1934; fu corrispondente da Mosca del Rudé právo per due anni e scrisse diverse relazioni anche per il KSC. 
Nel 1938 sposò Augusta Kodericovou, più tardi nota come Gusta Fucíkov.
Dopo la firma del patto Molotov-Ribbentrop, il trattato di non aggressione fra la Germania Nazista e l'Unione Sovietica, il KSC venne messo fuori legge e Fucík si rifugiò presso i suoi genitori a Chotimer ed entrò in clandestinità; ritornò segretamente a Praga nel 1940. Dopo l'attacco nazista all'URSS nel giugno 1941 aderì alla resistenza antinazista, dedicandosi alla pubblicazione illegale del Rudé právo e di altro materiale antinazista. Venne arrestato il 24 aprile 1942 a Praga, assieme ad altri sei membri del KSC dalla Gestapo, probabilmente per caso, durante una retata della polizia nazista. L'unico superstite fra i sei arrestati, Riva-Friedová Krieglová, rivelerà più tardi negli anni novanta, che Fucík aveva ricevuto l'ordine di suicidarsi per evitare la cattura; benché Fucík avesse una pistola con sé al momento dell'arresto, non ne fece uso. Dalla prigione scrisse note ispirate di Reportáž psaná na oprátce ("Reportage scritto sotto la forca" [ * ]), tradotto poi in molte lingue fra cui l'italiano. Condannato a morte nel 1943, la condanna venne eseguita nella prigione Plötzensee di Berlino. [ * ]
"Essere seduti in posizione di attenti, con il corpo teso, immobile, le mani incollate ai ginocchi, gli occhi fissi fino ad accecare sul muro giallo del Deposito nel palazzo Petschek a Praga - non è certo l'atteggiamento più favorevole per riflettere. È un po' difficile costringere un'idea a restare in quella posizione, seduta, sull'attenti.
Qualcuno in qualche posto - non riusciremo mai, forse, a stabilire chi e quando - ha soprannominato questo deposito del palazzo Petschek "il cinema", un soprannome davvero geniale. Una sala spaziosa, sei lunghe panche, in file serrate, occupate dai corpi immobili degli imputati, e dinanzi a loro il muro vuoto, come lo schermo di un cinema. Tutte le case produttrici del mondo non hanno potuto girare tanti film quanti ne hanno proiettati su quel muro gli occhi degli imputati in attesa di un nuovo interrogatorio, della tortura, della morte. I film della vita intera e non dei piccoli particolari della vita, quelli della madre, della moglie, dei figli, del focolare distrutto, di un'esistenza perduta, i film del compagno coraggioso e del tradimento, il film dell'"a chi ho dato quel volantino?", del sangue che scorrerà ancora, d'una forte stretta di mano, pegno di fedeltà. Film pieni di terrore e di risoluzione, di odio e di amore, d'angoscia e di speranza. Ognuno, con la schiena voltata alla vita, muore qui dinanzi ai propri occhi. Ma non ognuno rinasce. Ho visto cento volte il mio proprio film, mille volte i suoi particolari, e cercherò ora di raccontarlo. Se il nodo scorsoio mi si stringe al collo prima che finisca, resteranno ancora milioni di uomini per concludere questo film con un "lieto fine".
Fra cinque minuti l'orologio suonerà le dieci, è una bella sera fresca di primavera, esattamente il 24 aprile 1942. Affretto il passo, nei limiti della mia parte, quella d'un signore attempato che zoppica - affretto il passo per arrivare dagli Jelinek prima che il portone si chiuda. Mi aspetta là il mio secondo, Mirek. So che per questa volta non ha nulla di importante da dirmi, né io a lui, ma mancare a un appuntamento potrebbe provocare il panico e appunto bisogna evitare inutili preoccupazioni alle due anime buone che ci accolgono. Mi ricevono con una tazza di tè. Mirek già aspettava, in più ci sono i coniugi Fried. Un'altra imprudenza. Certo che mi fa piacere vedervi, compagni, ma non cosi insieme. È la strada migliore per la prigione e la morte. O rispettate le regole cospirative, o smetterete di lavorare, perché mettete in pericolo voi stessi e gli altri. Capite?" [ * ]

 

La cantata Fucik venne concepita come omaggio a uno dei principali esponenti della resistenza cecoslovacca, di cui Nono aveva conosciuto la testimonianza di prigionia in una recente traduzione italiana. Per quanto si può congetturare dagli abbozzi, nel suo complesso si sarebbe dovuto trattare di una vasta composizione per voci recitanti, probabilmente una o due voci soliste, coro e grande orchestra, articolata in tre episodi. L'unico che sia stato completato, il primo, è per due voci - una recitante - e orchestra. In Intolleranza 1960 viene letteralmente ripresa parte del testo impiegato nel frammento del 1951. Con la cantata Fucik basata, si noti, su un testo documentario, Nono mostra già di intendere la composizione come testimonianza di impegno antifascista e senz'altro comunista, come rivela la citazione di Liebknecht ("chissà se vivremo ancora, quando sarà raggiunto, ma vivrà il nostro programma per tutta l'umanità libera")  - dove si può leggere, tra l'altro, il segno di una certa eccentricità di Nono rispetto alla tradizione teorico-politica del movimento operaio italiano. (Veniero Rizzardi, Verso un nuovo stile rappresentativo. Il teatro mancato e la drammaturgia implicita, in Archivio Luigi Nono, La nuova ricerca sull'opera di Luigi Nono, Olschki, 1999 [ * ]).



Julius Fucik, Scritto sotto la forca, Red Star Press, 2015 [ * ]


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LE VACANZE DI MONSIEUR HULOT
post pubblicato in Diario, il 23 luglio 2016
  

Monsieur Hulot, a bordo del suo scoppiettante macinino (una Salmson AL3 del 1924), arriva in un villaggio balneare della costa bretone per trascorrere le sue vacanze in una pensione. Non essendoci una trama vera e propria, il film si svolge tra piccole gags in cui sono coinvolti i personaggi che popolano la spiaggia e la pensione: francesi, americani, giovani, anziani, bambini e camerieri. Hulot, con la sua mimica un po' goffa, i suoi pantaloni dall'orlo troppo corto, il suo cappelluccio e la sua pipa, borbotta in un linguaggio buffo.
Alcune gags: un frustino nella mano di Hulot diventa una spada; mentre cambia la ruota di scorta alla sua auto sgangherata, le signore sedute nell'abitacolo si alzano in corrispondenza del movimento del crick; la camera d'aria della ruota, a cui si sono attaccate delle foglie, diventa una corona da morto ad un funerale; Hulot esce in barca a pescare e la sua canoa si spezza in due, "divorandolo"; Hulot partecipa a una partita di tennis e la sua mimica nel maneggiare la racchetta porta scompiglio nel gioco; situazioni tipiche di convivenza nella pensione vengono sconvolte da Hulot, che lascia le porte aperte e gli ospiti rimangono in balìa delle correnti d'aria, ed ascolta ad alto volume il giradischi, disturbando i presenti.
Le giornate vengono scandite dalla mattina alla sera dal ciclico ripetersi di situazioni... la campana del gelataio...l'altoparlante della spiaggia.
Gli esterni del film sono stati girati nel 1951 nella stazione balneare di Saint-Marc-sur-Mer, comune di Saint-Nazaire (dipartimento francese della Loira Atlantica). Tati ha filmato diversi luoghi del paese: la spiaggia, l'"Hôtel de la plage" (il cui ingresso è stato però modificato), il cimitero e la villa "Le Château", dove si svolge la partita di tennis. Anche gli abitanti di Saint-Marc-sur-mer hanno partecipato al film. Il nome del paese compare solo nel timbro postale dell'inquadratura finale del film. Nel 1963 Tati ha realizzato una diversa versione del film con un nuovo montaggio e una nuova colonna sonora; nel 1975 ha aggiunto una nuova sequenza di quattro minuti.
È un film delicato, dai toni garbati, pieno di serenità ma anche di un pizzico di malinconia da sabato del villaggio, allorché la vacanza termina e gli ospiti si salutano. È fatto di suoni, rumori e gesti che sono gli elementi con cui la trama viene narrata. Hulot, nel rito delle ferie e della spiaggia, è figura poetica, anarchica, ribelle nei confronti di riti collettivi e cose. Sconvolge ritmi, tempi, consuetudini, facendo riscoprire luoghi ed umanità: la poesia vera di chi sa fischiettare per la via.
La mimica di Tati, basata sulla tecnica recitativa del Gramelot, trae la sua origine dai grandi del passato Buster Keaton e Charlie Chaplin ed è fonte d'ispirazione dei futuri Jerry Lewis, Peter Sellers, Mr. Bean (per quest'ultimo anche nell'idioma buffo) e anche l'italiano Dario Fo. [ * ]



ascolta quì

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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 23/7/2016 alle 10:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
L'UOMO DEI DADI
post pubblicato in Rhinehart, Luke, il 21 luglio 2016

Verso la fine degli anni sessanta Luke Rhinehart faceva lo psicoanalista a New York e si annoiava. Abitava in un bell’appartamento con una splendida vista sulle finestre dei vicini, che a loro volta avevano una splendida vista sulle sue finestre. Faceva yoga, leggeva libri sullo zen, sognava vagamente di entrare in una comunità hippy ma non ne aveva il coraggio. Aveva quindi ripiegato sui pantaloni a zampa d’elefante e su una barba che gli dava un’aria un po’ meno da borghese depresso e un po’ più da attore disoccupato. Nel suo lavoro di terapeuta, stava attento a non influenzare i pazienti. Se un obeso, vergine e divorato da pulsioni sadiche diceva sul suo divano che gli sarebbe piaciuto stuprare e ammazzare un’adolescente, la sua etica professionale gli imponeva di ripetere con voce posata: “Le piacerebbe ammazzare e uccidere un’adolescente...?”. Punto interrogativo evasivo, che si perdeva tra i punti di sospensione. Lungo silenzio. Assenza di giudizio. In realtà quello che avrebbe voluto rispondere era: “Dai, vecchio mio! Se ti va di stuprare e ammazzare un’adolescente, piantala di spaccarmi i coglioni con questa ossessione e fallo!”.
Ovviamente si tratteneva dal dire mostruosità del genere, ma ne era sempre più ossessionato. Come tutti, si proibiva di realizzare le sue fantasie, che pure non erano particolarmente trasgressive: nulla che potesse mandarlo in prigione, a differenza di quanto sarebbe successo al suo paziente sadico se si fosse lasciato andare. Per esempio gli sarebbe piaciuto andare a letto con Arlene, la moglie dal seno grandioso del suo collega e dirimpettaio Jake Epstein. Qualcosa gli diceva anche che lei non sarebbe stata contraria, ma Luke, da bravo uomo sposato, adulto, leale, responsabile, lasciava l’idea sobbollire nella palude dei suoi sogni a occhi aperti.
Così va la vita di Luke, tranquilla e monotona, fino al giorno in cui, dopo una serata un po’ troppo alcolica, trova sulla moquette un dado, un banale dado da gioco, e gli viene l’idea di lanciarlo e di agire in base al risultato. “Se esce una cifra tra due e sei faccio quello che farei comunque: riportare i bicchieri sporchi in cucina, lavarmi i denti, prendere due aspirine per non avere troppo mal di testa al risveglio, infilarmi a letto accanto a mia moglie che dorme e forse masturbarmi di nascosto pensando ad Arlene. Se invece esce l’uno, faccio quello che ho veramente voglia di fare: attraverso il pianerottolo, busso alla porta di Arlene, che stasera so che è sola a casa, e ci vado a letto”.
Esce l’uno.
Luke esita, ha la vaga impressione di essere davanti a una soglia: se la oltrepassa la sua vita rischia di cambiare. Ma la decisione non è sua, è del dado, e così obbedisce. Arlene, che gli apre la porta in babydoll trasparente, è sorpresa ma non dispiaciuta. 
Quando Luke torna a casa, dopo due ore estremamente piacevoli, è consapevole di essere cambiato. Forse non è un cambiamento enorme, ma è più di quanto uno possa aspettarsi da una psicoterapia, e lui queste cose è pagato per saperle. Ha fatto qualcosa che il solito Luke non farebbe. Un Luke più coraggioso, più aperto, meno limitato si fa strada sotto il Luke prudente e conformista, e forse altri Luke, di cui non sospetta neppure l’esistenza, aspettano dietro la porta che il dado li faccia uscire.
Ormai in tutte le circostanze della vita Luke consulta il dado e, poiché ha sei facce, gli sottopone sei opzioni. La prima è fare come ha sempre fatto. Le altre cinque si distinguono più o meno chiaramente da questa routine. Mettiamo per esempio che Luke e sua moglie abbiano deciso di andare al cinema. Il nuovo film di Antonioni, Blowup, è appena uscito, ed è esattamente quello che una coppia di intellettuali newyorchesi come loro deve andare a vedere. Ma potrebbero anche andare a vedere un film ancora più intellettuale, una roba ungherese o cecoslovacca ancora più pallosa, o invece una grossa produzione commerciale americana, di quelle che loro disprezzano a priori, o un film porno in un cinema per barboni di Bowery, dove le persone come loro non hanno mai messo piede né mai lo metteranno. Una volta sottoposta al dado, la scelta più insignificante – un film, un ristorante, un piatto al ristorante – può aprire, se uno ci fa caso, un ventaglio molto ampio di possibilità e di occasioni di uscire dalla routine. Luke, all’inizio, ci va piano. Sceglie opzioni prudenti, non troppo lontane dalle sue basi. Piccole divagazioni che mettono un pizzico di pepe nella sua vita senza sconvolgerla, come cambiare posto a letto o posizione durante il sesso coniugale. Ma ben presto le sue opzioni diventano più audaci. Comincia a considerare tutto ciò che non ha mai fatto una sfida da accettare.
Andare nel tipo di posto dove non andrebbe mai, frequentare persone che non frequenterebbe mai. Provare a sedurre una donna di cui ha preso il nome a caso sull’elenco del telefono. Chiedere in prestito dieci dollari a uno sconosciuto. Dare dieci dollari a uno sconosciuto. Entrare in un bar di omosessuali, lasciarsi rimorchiare, rimorchiare a sua volta e perché no, lui, l’eterosessuale dichiarato, andare a letto con un uomo. Con i suoi pazienti, mostrarsi impositivo, impaziente, dispotico. A quello che si considera una nullità, sparare all’improvviso: “E se la verità fosse che lei è una nullità?”. Allo scrittore con il blocco creativo: “Invece di impuntarsi sul suo stupido romanzo, perché non se ne va in Congo e non entra in un movimento rivoluzionario? Perché non cerca la fuga in avanti? Il sesso, la fame, il pericolo?”. E al grande inibito: “Perché non si scopa la mia segretaria? E' brutta ma non aspetta altro. Uscendo dallo studio ci provi, le infili la lingua in bocca, male che va le molla uno schiaffo, cos’ha da perdere?”. Spinge i suoi pazienti a lasciare la famiglia o il lavoro, a cambiare orientamento politico o sessuale. I risultati sono disastrosi e la sua reputazione ne risente, ma lui se ne frega. Quello che lo eccita, adesso, è agire in modo esattamente contrario al suo comportamento abituale: mettere il sale nel caffè, fare jogging in smoking, andare in studio in pantaloncini, pisciare nei vasi di fiori, camminare all’indietro, dormire sotto il letto. La moglie ovviamente lo trova strano, ma lui le dice che sta facendo un esperimento psicologico e lei si lascia convincere. Fino al giorno in cui gli viene l’idea di coinvolgere nell’esperimento anche i figli. Oh, sa bene che la cosa è pericolosa, molto pericolosa, ma ormai è una regola di esperienza: ogni opzione immaginata, anche con terrore, finisce per essere sottoposta al dado e, prima o poi, esce. Così, un fine settimana in cui la moglie è via, Luke propone al figlio e alla figlia un gioco in apparenza innocente: scrivere su un pezzo di carta sei cose che hanno voglia di fare e lasciar decidere il dado. 
All’inizio tutto si svolge in modo tranquillo (l’inizio è sempre tranquillo), mangiano un gelato, vanno allo zoo, poi il bambino prende coraggio e dice che c’è una cosa che vorrebbe tanto fare: picchiare un compagno di scuola che gli ha dato fastidio. “Bene”, dice Luke, “scrivilo”, ed è l’opzione che esce. Il bambino si aspetta che, vedendolo con le spalle al muro, il padre lo dispensi dall’andare fino in fondo, invece no, il padre gli dice: “Vai”. Così il bambino va dal compagno di scuola, gli molla una sberla e torna a casa con gli occhi che brillano chiedendo: “Dov’è il dado?”.
Tutto ciò fa riflettere Luke: se suo figlio adotta così naturalmente questo modo di essere, significa che non è ancora del tutto alienato dall’assurdo postulato dei genitori e della società in generale, secondo cui è un bene che i bambini sviluppino una personalità coerente. E se, per cambiare, li educassimo in modo diverso? Valorizzando la molteplicità, il cambiamento continuo? Mentite, care testoline bionde, disobbedite, siate incoerenti, perdete la nefasta abitudine di lavarvi i denti prima di andare a letto. Ci viene detto che i bambini hanno bisogno di ordine e di punti di riferimento: e se invece fosse vero il contrario? Luke pensa seriamente di fare di suo figlio il primo uomo interamente sottomesso al caso, quindi affrancato dalla lugubre tirannia dell’ego: un figlio alla Lao Tze.
A quel punto la moglie torna a casa, scopre quello che è successo in sua assenza e, dato che non lo trova più divertente, lascia Luke portandosi via i bambini.
Ecco il nostro eroe sollevato dalla sua famiglia. La cosa lo rende triste, perché ama la sua famiglia, ma il dado è un padrone esigente quanto Gesù Cristo: come lui, vuole che abbandoniamo tutto per seguirlo.
Dopo la famiglia Luke abbandona il lavoro, in seguito a una serata che riunisce il gotha della psicoanalisi newyorchese. Secondo la tabella di marcia fornita dal dado (è giusto precisare che era parecchio fatto mentre compilava l’elenco delle opzioni), durante l’incontro dovrà cambiare personalità ogni dieci minuti, interpretando i sei ruoli seguenti: uno psicologo beneducato (lui prima del dado), un ritardato mentale, un maniaco sessuale disinibito, un fricchettone fanatico di Gesù, un militante di estrema sinistra, un militante di estrema destra che fa discorsi pesantemente antisemiti. 
Dà scandalo, poi viene ricoverato e chiamato a comparire davanti alla commissione disciplinare dell’ordine. Luke approfitta di questa tribuna inaspettata per far conoscere al mondo quella che presenta come una terapia rivoluzionaria. 
I suoi colleghi sono inorriditi: la sua terapia rivoluzionaria significa la distruzione programmata dell’identità delle persone. È esattamente questo, riconosce Luke, ma non è forse la cosa migliore che possa accadere? Quella che chiamiamo identità personale è solo un giogo di noia, frustrazione, disperazione.
Tutte le terapie cercano di rafforzare questo giogo, mentre la libertà è mandarlo in pezzi, è non essere più prigionieri di se stessi, ma poter essere secondo l’umore e il capriccio un altro, decine di altri...“What do you really want? Everything, I guess. To be everybody and to do everything”. Dopo questa professione di fede, il visionario è cacciato dalla sua comunità professionale, com’è successo da poco a un altro visionario, Timothy Leary, l’apostolo dell’lsd.
Senza famiglia, lavoro né legami, Luke è libero, in balia di una libertà vertiginosa. Ha scoperto e sperimenta su se stesso qualcosa che all’inizio rende più eccitante la vita quotidiana, ma che ha una logica talmente radicale da rimetterla continuamente in discussione. All’inizio era come la marijuana, una roba piacevole e divertente, adesso è come l’acido, una roba enorme ed esaltante ma che devasta tutto. Per dare libero sfogo alle tendenze represse della personalità, si passa da una trasgressione all’altra. La trasgressione stessa diventa un’ascesi, che non ha più nulla di edonista né di divertente. L’ultima barriera che salta è il principio del piacere, perché chi si lancia sulla via del dado all’inizio fa cose che non avrebbe mai osato fare ma che sognava di fare, più o meno segretamente. Poi arriva un giorno in cui il dado lo spinge a fare cose che non solo non osava fare, ma che non aveva voglia di fare, perché contrarie ai suoi gusti, ai suoi desideri, alla sua personalità. Ma è proprio la personalità, la nostra piccola e miserabile personalità, il nemico numero uno da abbattere, il condizionamento da cui bisogna liberarsi. Per non essere più prigionieri di noi stessi, dobbiamo accettare di seguire dei desideri che non sapevamo di avere e 
che addirittura non avevamo. 
Prendiamo per esempio il sesso: si comincia variando la routine coniugale, con soddisfazione di entrambi, poi si cambia donna, poi la si lascia (o si è lasciati, come nel caso di Luke), poi si va a letto con tutte le donne che troviamo attraenti, poi per allargare il campo ed essere un po’ meno schiavi delle proprie meschine preferenze si passa alle donne che non ci attirano – vecchie, grasse, quelle che un tempo non avremmo neanche guardato – e da lì agli uomini e poi ai bambini e poi allo stupro e poi all’omicidio sadico, all’American psycho, perché no? 
Nessun praticante serio del dado può evitare, prima o poi, di inserire un omicidio nella propria lista di scelte. È il tabù supremo, e sarebbe da vigliacchi non trasgredirlo. Luke, quando il dado glielo ordina, immagina due sotto-opzioni: uccidere una persona che conosce, ucciderne una che non conosce. Preferirebbe ovviamente la seconda ipotesi, ma no, è la prima che esce, ed eccolo costretto a stabilire una lista di sei vittime potenziali, nella quale include coraggiosamente i due figli. Per fortuna questa prova gli viene risparmiata, come l’omicidio di Isacco è risparmiato ad Abramo: il dado esige solo che uccida uno dei suoi ex-pazienti. 
Se dobbiamo dar credito alla sua autobiografia, Luke non si tirò indietro. Lo fece davvero. Alcuni commentatori sono scettici e, quasi cinquant’anni dopo, il fatto sembra impossibile da verificare. Quello che invece sembra certo è che, dopo aver mandato in fumo carriera, famiglia e reputazione, Luke era ormai pronto per diventare una sorta di profeta, e così è stato. In quei lontani anni in cui, da una costa all’altra degli Stati Uniti, fiorivano le terapie più paradossali, un guru del dado aveva tutte le possibilità di trovare degli adepti. 
Così è nato in un tranquillo villaggio del New England il celebre e scandaloso Center for experiments in totally random environments, dove ci s’iscrive di propria volontà ma dal quale ci s’impegna a uscire solo una volta portato a termine il proprio esperimento. I principianti cominciano praticando la roulette emotiva: scelgono sei emozioni forti, che devono poi esprimere nel modo più drammatico possibile per dieci minuti. I più esperti passano al gioco di ruolo a durata variabile, che consiste nell’elencare sei personalità – per esempio filantropo o cinico, lavoratore o fannullone, normopatico o psicotico, che potenzialmente esistono in ognuno di noi – e nel seguire la scelta dal dado per (sempre secondo il verdetto del dado) dieci minuti, un’ora, un giorno, una settimana, un mese, un anno. Vivere un anno nei panni di uno psicotico quando non si è psicotici è piuttosto impegnativo come esperimento. Alla fine della formazione i più coraggiosi provano la sottomissione totale, per una durata variabile, alla volontà di qualcun altro, che non solo lancerà il dado ma selezionerà le opzioni. È così che Luke è diventato schiavo di una ragazza completamente nevrotica e abbastanza fantasiosa da fargli vivere un mese di delirio sadomasochista, nel corso del quale Luke sostiene di aver imparato su se stesso e sulla vita più di quanto abbia imparato nei quarant’anni precedenti.
Tra gli adepti della terapia del dado alcuni sono impazziti. Altri sono morti o sono f
initi in prigione. A quanto pare c’è chi ha raggiunto uno stato di risveglio e di gioia stabile, simile al nirvana dei buddisti. In un anno o due di esistenza il centro creato da Luke è in ogni caso diventato scandaloso quanto le comunità di Timothy Leary: una scuola del caos, secondo la stampa conservatrice, e una minaccia per la civiltà seria quanto il comunismo o il satanismo di Charles Manson. La fine dell’avventura è avvolta dall’oscurità. Si dice che Luke sia stato arrestato dall’Fbi, che abbia passato vent’anni in un ospedale psichiatrico. O che sia morto. O che non sia mai esistito.
Tutto quello che ho appena raccontato si trova in un libro, The dice man (L’uomo dei dadi), pubblicato nel 1971 e tradotto in francese l’anno seguente.
L’ho scoperto a sedici anni, insieme ai capolavori folli e paranoici di Philip K. Dick, e mi ha segnato quasi altrettanto. Ero un adolescente con i capelli lunghi, la giacca afgana e gli occhialetti rotondi, spaventosamente timido, e per un po’ sono andato in giro con un dado in tasca, facendovi affidamento per trovare la sicurezza che mi mancava con le ragazze. A volte funzionava, di solito no, ma L’uomo dei dadi era comunque il genere di libro in cui trovare non solo piacere ma anche delle regole di vita, il manuale di sovversione che chiunque sogna di mettere in atto nella vita reale. Era difficile dire se fosse un’opera di fantasia o un racconto autobiografico, ma l’autore, Luke Rhinehart, si chiamava come il protagonista ed era come lui psichiatra. Viveva a Maiorca, precisava l’editore, e all’epoca Maiorca e Formentera erano i posti dov’era ambientato More, il film di Barbet Schroeder sulla droga, con la meravigliosa Mimsy Farmer e l’affascinante musica dei Pink Floyd: il rifugio ideale per un profeta allo stremo, scampato per un soffio al naufragio della sua comunità di matti.
Gli anni sono passati, L’uomo dei dadi è rimasto una parola d’ordine, l’oggetto di un culto minore ma persistente, e ogni volta che incontravo qualcuno che lo aveva letto (quasi sempre un fumatore di spinelli, e spesso un adepto dell’I Ching), tornavano le stesse domande: cosa c’era di vero in questa storia? Chi era Luke Rhinehart? Che fine aveva fatto? In seguito mi sono messo a scrivere libri che spesso ruotano intorno alla tentazione delle vite molteplici. Noi tutti siamo prigionieri della nostra personcina, limitati nei nostri modi di pensare e di agire. Vorremmo sapere cosa signiica essere qualcun altro, io almeno vorrei saperlo, e se sono diventato scrittore è in gran parte per immaginarlo. È questo che mi ha spinto a raccontare la vita di Jean-Claude Romand, che ha passato vent’anni a fingere di essere qualcun altro, o di Eduard Limonov, che di vite ne ha vissute dieci.
Qualche mese fa ne parlavo con un amico, che a questa tentazione della molteplicità contrapponeva la tradizione stoica secondo la quale la realizzazione personale è al contrario frutto della coerenza, della fedeltà a se stessi, della paziente scultura di una personalità il più stabile possibile. Visto che non potremo mai prendere tutte le strade della vita, la cosa più saggia è seguire la propria, e più è stretta e lineare, più avremo la possibilità di andare lontano. Ero d’accordo: con l’età, ho cominciato a pensarla così anch’io. Ma poi mi è tornato in mente
 Rhinehart, l’apostolo della dispersione, il profeta della vita caleidoscopica, l’uomo che dice che bisogna seguire tutte le strade, e poco importa se sono vicoli ciechi. Un fantasma dei fiduciosi e pericolosi anni sessanta, quando le persone credevano di poter vivere tutto, provare tutto, e mi sono di nuovo chiesto dov’era finito questo fantasma, se ancora esisteva da qualche parte.
In passato, su questo tipo di argomenti, dovevamo accontentarci della nostra immaginazione, oggi invece c’è internet e in un’ora su internet ho scoperto più cose su Luke Rhinehart che in trent’anni di pigre congetture.
Il suo vero nome è George Cockcroft, non è più un ragazzino, ovviamente, ma è ancora vivo. Ha scritto altri libri ma nessuno ha conosciuto il successo dell’Uomo dei dadi, che a quarant’anni dalla sua uscita è più che mai un libro di culto. Gli sono stati dedicati decine di siti e altrettante leggende circolano sul suo conto. Si è più volte parlato di un adattamento cinematografico, le star più famose di Hollywood, da Jack Nicholson a Nicolas Cage, si sono contese il ruolo di Luke, ma stranamente il progetto non si è mai concretizzato. Un po’ ovunque nel mondo esistono comunità di adepti del dado. Il mitico autore conduce una vita monastica in una fattoria isolata nel nord dello stato di New York. Sono trent’anni che nessuno lo vede e di lui circola una sola foto: ritrae, sotto un cappello
da cowboy, un volto emaciato e sarcastico, e sono colpito dalla somiglianza con un altro magnifico fantasma, Dennis Hopper nell’Amico americano di Wim Wenders.
Mi dico che potrebbe essere un argomento interessante per un articolo e ne parlo a Patrick de Saint-Exupéry, il direttore di XXI, come se Luke Rhinehart fosse un misto tra Carlos Castaneda, William Burroughs e Thomas Pynchon: un’icona della sovversione più radicale trasformata in uomo invisibile. Proposta accettata, naturalmente.
Un dettaglio avrebbe dovuto farmi riflettere: il mio uomo invisibile ha un sito, grazie al quale l’ho contattato, e mi ha risposto neanche un’ora dopo con una cordialità sorprendente per qualcuno che vive da recluso. Volevo venire dalla Francia per intervistarlo? Ottima idea! E quando si sono precisate le modalità della mia visita, mi ha detto gentilmente che sperava di non deludermi troppo: ero alla ricerca di Luke Rhinehart ma avrei incontrato George Cockcroft, e George Cockcroft era, per sua stessa ammissione, an old fart, un vecchio rimbecillito. Ho preso questo avvertimento come una forma di civetteria.
Passando per New York, decido di invitare a cena uno di questi adepti del dado, che ho contattato qualche settimana prima via internet. Ron, 30 anni, si presenta come artista concettuale e pirata urbano. Anima una comunità di dice people, adepti del lancio del dado che si riuniscono tutti i mesi per quelle che, dietro il gergo new age, ricordano molto le buone vecchie orge, in cui il dado decide chi sta sopra, chi sta sotto e quale orifizi bisogna usare. Con mio grande disappunto il pirata urbano non ha previsto nulla del genere durante il mio soggiorno, ma è molto impressionato dal mio coraggio: presentarsi alla porta di Luke Rhinehart! Andare a tirare i baffi alla vecchia tigre! Vuol dire proprio spingersi dal lato oscuro della Forza. Rispondo che, dal nostro scambio di email, mi è sembrato un anziano molto affabile. Ron mi guarda, pensieroso, un po’ impietosito: “Un anziano molto affabile...Può darsi, certo. Può darsi che il dado gli abbia ordinato di calarsi in questo ruolo con lei. Ma non dimentichi che il dado ha sei facce. Gliene ha presentata una, ma non sa quali sono le altre cinque, né quando sceglierà di mostrargliele”.
Da Pennsylvania station a Hudson, nel nord dello stato di New York, ci vogliono due ore di treno, attraverso un incantevole paesaggio di campagna. L’uomo che mi aspetta alla stazione porta lo stesso cappello da cowboy che ho visto sulla sua unica foto, ha lo stesso volto emaciato, gli stessi occhi di un blu slavato, lo stesso sorriso leggermente sardonico. È molto alto, curvo, con un po’ d’immaginazione lo si potrebbe trovare inquietante, se non fosse che, quando gli porgo la mano, mi stringe tra le braccia, mi bacia sulle guance come fossi suo figlio e mi presenta a sua moglie Ann, che si rivela affabile e cordiale quanto lui. Saliamo tutti e tre sulla loro vecchia station wagon e attraversiamo il tranquillo paesino.
Case di legno bianche, verande, prati: non è l’America suburbana di Desperate housewives ma un’America molto più antica, più remota, più rurale, e non bisogna lasciarsi ingannare dalle apparenze, mi dice Ann, in primavera è piacevole ma per quattro mesi all’anno è tutto ricoperto di neve, le strade sono spesso bloccate, per vivere qui tutto l’anno servono delle notevoli risorse interiori. Proseguendo tra boschi e frutteti, mi rendo conto che questo paesaggio, nella sua versione invernale, è quello di uno dei miei romanzi preferiti, Ethan Frome di Edith Wharton, e quando lo dico ai miei ospiti il mio commento li entusiasma. È anche uno dei loro romanzi preferiti, George lo ha fatto spesso studiare ai suoi studenti. Ai suoi studenti? Ma non era psichiatra o psicoanalista? “Psichiatra? Psicoanalista?”, ripete George, sorpreso come se avessi detto cosmonauta. No, non è mai stato psichiatra, ha insegnato tutta la vita inglese al college. Davvero? Eppure sulla quarta di copertina del suo libro…George alza le spalle, come a dire: sa come sono gli editori, i giornalisti, dicono tutto e il contrario di tutto.
Abbiamo lasciato Hudson da più di un’ora, George ha una guida nervosa che contrasta con la bonarietà dei suoi modi e che fa ridere sua moglie, di quel riso affettuoso con cui prendiamo in giro i piccoli difetti dei nostri cari. È commovente vedere come si amano: non uno sguardo, non un gesto tra loro che non sia tenero, attento, patinato dalla lunghissima consuetudine che ognuno ha dell’altro. Sembrano veramente Filemone e Bauci, e quando Ann mi dice che sono sposati da cinquantasei anni, non sono sorpreso. Ma al tempo stesso c’è qualcosa che non quadra, tutto questo non corrisponde affatto al Luke Rhinehart che avevo immaginato attraverso il suo libro.
La casa è una vecchia fattoria, attrezzata per affrontare gli inverni rigidi e costruita su un lieve pendio che porta a uno stagno dove nuotano delle anatre. Oggi varrebbe parecchio, ma loro hanno avuto la fortuna di comprarla quarant’anni fa, quando avevano i mezzi, e da allora non l’hanno lasciata. I loro tre figli sono cresciuti qui, due abitano da queste parti – uno fa il carpentiere e l’altro l’imbianchino – e il terzo vive ancora con loro. È schizofrenico, mi dice Ann senza particolare imbarazzo, e in questo momento sta bene, non ha crisi, però non devo preoccuparmi se lo sento parlare ad alta voce nella sua camera, che si trova proprio accanto alla camera degli ospiti che mi hanno preparato per il weekend (mi sono invitato per il fine settimana, ma qualcosa mi dice che se volessi rimanere per una settimana o per un mese non ci sarebbero problemi).
Ann serve il tè e, con i nostri mugs in mano, George e io ci sediamo in terrazza per l’intervista. Ha sostituito il cappello da cowboy con un berretto da baseball e, poiché gli chiedo di raccontarmi la sua vita, comincia dall’inizio.
È nato nel 1930, in un villaggio a pochi chilometri da quello in cui vive oggi, e dove molto probabilmente morirà. Middle class semirurale, provata dalla grande depressione, eppure ricorda un’infanzia e un’adolescenza piuttosto felici. Bravo in matematica, studente modello, per nulla avventuroso, dice di aver raggiunto i vent’anni senza avvertire nessuna velleità creativa. Ma gli studi che ha intrapreso (per diventare ingegnere civile come suo padre) lo annoiano, così si orienta verso la psicologia. Siamo agli inizi degli anni cinquanta: la psicologia com’è insegnata all’università non è Freud, non è Jung, non è Erich Fromm, sono dei fastidiosi esperimenti sui topi, e George si dice che è meglio leggere dei romanzi, cosa che fino ad allora non aveva mai pensato di fare. È così che, facendo le guardie di notte durante il suo tirocinio in un ospedale di Long Island, divora Mark Twain, Melville e i grandi autori russi dell’ottocento. È così che comincia a scrivere un romanzo ambientato in un ospedale psichiatrico (ah, ecco). Il protagonista è un ragazzo ricoverato perché si crede Gesù, e nel personale medico c’è un dottore chiamato Luke Rhinehart, che pratica la terapia del dado (ah, ecco). Il nome Luke è stato scelto in omaggio all’evangelista, cosa che mi fa molto piacere, e fa piacere anche a George quando gli spiego che ho da poco scritto un grosso libro su di lui. Il dado, invece, è una mania che George ha sviluppato ai tempi della scuola media insieme a un gruppo di
amici. Serviva per decidere il programma del sabato sera (la scelta era comunque piuttosto limitata: hamburger, drive-in...). A volte sceglievano delle penitenze: fare il giro dell’isolato saltando su una gamba sola, andare a suonare il campanello del vicino, niente di serio, e quando, pieno di speranza, chiedo a George se da adulto ha spinto oltre queste esperienze, scrolla le spalle e sorride con una cortese aria di scusa, perché è perfettamente consapevole che preferirei dei racconti più piccanti.
“No”, ammette, “al dado chiedevo cose come: se mi sono stufato di lavorare, rimango seduto alla scrivania ancora un’ora? Due? O vado subito a fare una passeggiata?”.
“Ma che dici?”, esclama Ann, uscita sulla terrazza per proporci un crumble ai mirtilli che ha appena sfornato. “Non ricordi almeno una decisione importante che il dado ti ha fatto prendere?”. George ride, anche lei ride, sono sempre molto commoventi, e lui mi racconta che in ospedale aveva notato un’infermiera molto attraente, ma essendo timido non osava rivolgerle la parola. È stato il dado a costringerlo: George l’ha accompagnata a casa in macchina, l’ha portata in chiesa ma la chiesa era chiusa e allora l’ha invitata a giocare a tennis. La vispa infermiera era Ann, ovviamente.
Dieci anni dopo hanno tre maschietti e George, che è diventato professore di inglese, chiede di essere trasferito nel liceo americano di Deià, a Maiorca. Questo sog
giorno all’estero è la grande avventura della loro vita. Maiorca nel 1965 è un incanto, ma la coppia non ha vissuto nulla di quello che mi affascinava in More: George non si droga, è fedele alla moglie, frequenta un’associazione di professori come lui, ma non sfugge del tutto allo spirito dei tempi perché si mette a leggere libri sulla psicoanalisi, sull’antipsichiatria, sulle mistiche orientali, sullo zen, tutta la controcultura degli anni sessanta la cui grande idea, per dirla in poche parole, è che siamo tutti condizionati e che dobbiamo liberarci dai nostri condizionamenti. Inluenzato da queste letture, George si rende improvvisamente conto del potenziale rivoluzionario di quello che credeva essere un semplice gioco regressivo, più o meno abbandonato dopo l’adolescenza, e lui che, una volta sposato, aveva abbandonato anche l’idea di scrivere dei libri, si lancia febbrilmente nella stesura di quello che diventerà L’uomo dei dadi.
Ci metterà quattro anni a scriverlo, con il fedele sostegno della moglie, e anche questo mi stupisce perché sono due persone aperte e tolleranti ma in in dei conti molto virtuose, molto legate ai valori della famiglia, e il libro è mostruosamente trasgressivo, tanto che ancora oggi risulta indecente. Chiedo ad Ann: “Non la disturbava leggere queste cose? Scoprire che suo marito, il padre dei suoi figli, aveva tutti quegli orrori in testa?”. Lei sorride con tenerezza: “No, non mi disturbava affatto. Ho Fiducia in George. E il fatto che scrivesse mi sembrava una cosa bella: ero orgogliosa di lui”.
Nel suo candore, Ann aveva ragione: ragione di essere orgogliosa di lui, ragione ad avere fiducia in lui. Con loro grande sorpresa il libro è stato comprato a caro prezzo da un editore statunitense e i diritti venduti alla Paramount. Poi ha cominciato a vivere di vita propria, una vita errabonda e imprevedibile: successo in Europa (ma non negli Stati Uniti, secondo una maledizione che sembra colpire i grandi eccentrici, da Edgar Allan Poe a Philip K. Dick), ristampe regolari, fama di libro di culto rilanciata negli ultimi dieci anni da internet. Ci sono state delle delusioni: il film, per oscuri motivi, non è mai stato girato e la Paramount ha ancora i diritti, mentre decine di registi indipendenti sognerebbero di girarlo; nessun altro dei libri scritti da George ha avuto successo, e lui è rimasto l’autore di un capolavoro inclassiicabile. Ma è già tanto, e la vita con lui – con loro – non è stata troppo crudele. I diritti dell’Uomo dei dadi gli hanno permesso di comprare una bella casa, nel loro paese di origine, e di invecchiarci in santa pace, lui scrivendo, lei dipingendo, occupandosi entrambi del figlio malato e preoccupati solo di morire prima di lui.
Il caso ha voluto che quel giorno fosse la festa della mamma, e gli altri due figli sono venuti a celebrarla con i loro genitori. Sono due bravi americani con la camicia a scacchi, bevitori di Budweiser, pescatori di trota, con i piedi per terra. Il fratello schizofrenico è uscito brevemente dalla sua stanza e, nonostante un certo torpore, non aveva un brutto aspetto. Tutti e tre hanno detto ad Ann che era stata a terrific mom, una mamma eccezionale, e sono sicuro che è vero. Dopo cena abbiamo finito la serata da uno dei igli, che abita lì vicino, anche lui in piena campagna, e che ha una jacuzzi all’aperto dove George e io abbiamo continuato a bere guardando le stelle, tanto che non mi ricordo bene come sono tornato nella mia camera.
Mi sono svegliato di soprassalto verso le tre del mattino. Avevo la gola secca, dalla finestra vedevo solo la massa scura, opprimente, della foresta che circonda la casa, e una voce monocorde, grumosa, salmodiava a pochi metri da me delle frasi che non capivo. Un raggio di luce passava sotto la porta che separava la mia camera da quella del figlio schizofrenico. Ero sconvolto, ci ho messo un po’ a calmarmi e, come spesso accade, è stata la cultura a salvarmi. Ripensavo a tutte quelle storie di visite a un vecchio scrittore recluso nella sua casa di legno tra le colline (il classico dei classici è Lo scrittore fantasma di Philip Roth, in cui il giovane Nathan Zuckerman scopre che l’enigmatica segretaria altri non è che Anna Frank sopravvissuta). Mi dicevo: è strano quello che uno può proiettare su una foto. Quella di Luke Rhinehart mi aveva fatto immaginare tutta una storia: una vita pericolosa, diabolica, una vita fatta di eccessi, di trasgressioni, di sperimentazioni di ogni genere. Di donne innumerevoli, fatali, drogate, almeno una o due suicide. Di bordelli in Messico, di comunità di pazzi nel deserto del Nevada, di folli esperimenti di espansione della coscienza. E quel volto, lo stesso volto dai lineamenti forti e dagli occhi d’acciaio, è in realtà il volto di un adorabile vecchietto che si avvicina con l’adorabile moglie alla dolce fine di una vita placida e tranquilla, il cui unico incidente di percorso è stato aver scritto un libro sconvolgente, e che arrivato alla sua veneranda età deve gentilmente spiegare a chi viene a trovarlo per questo motivo che non bisogna confonderlo con il suo personaggio e che lui è semplicemente un romanziere.
In realtà? Ma che ne sapevo io della realtà? Mi è tornato in mente l’avvertimento di Ron, il pirata urbano. Quello che vedo, l’adorabile vecchietto, è solo una faccia del dado. È il volto che il dado gli ha ordinato di mostrarmi, ma ne ha almeno altri cinque di riserva e forse questa notte è previsto che lo cambi. Quella fissata per questa notte potrebbe essere l’opzione Stephen King. La bella fattoria di legno bianco, la dolce compagna di una vita che sforna torte di mirtilli, la festa della mamma, le chiacchiere nella jacuzzi, tutto questo potrebbe rivelare il suo lato oscuro. Quella figura alta e curva, che a pensarci bene ricorda quella di un orco, si sta già dirigendo verso il fienile per prendere la motosega.
A colazione ho capito subito che George temeva di avermi deluso. E in quel momento non aveva torto: mi chiedevo davvero che cos’avrei potuto scrivere. Allora mi ha portato a fare un giro sul lago, e mentre i nostri kayak scivolavano lentamente sull’acqua calma, mi ha parlato di alcuni dei suoi discepoli. Perché quello che lui si è limitato a immaginare, altri lo hanno fatto sul serio.
Per esempio lo stravagante magnate Richard Branson, il fondatore della Virgin, finito sui giornali per aver fatto il giro del mondo in pallone aerostatico o perché, in seguito a una scommessa, ha recitato la parte di una hostess su un aereo della sua compagnia. Branson racconta spesso che tutte le sue scelte nella vita e negli affari le ha fatte grazie al dado e sotto l’influenza di Luke Rhinehart. Lo cita come altri citano Lao Tze, Nietzsche o Thoreau: un grande emancipatore, un maestro di libertà. I lettori di un giornale londinese alla moda, Loaded, sono dello stesso parere: hanno eletto L’uomo dei dadi il romanzo più influente del novecento. Il direttore a quel punto ha avuto l’idea per un reportage, che ha affidato al giornalista più gonzo della redazione: seguire per tre mesi l’esempio di Luke Rhinehart, affidando ogni decisione al dado e raccontando cosa succede. I mezzi a sua disposizione erano, se non illimitati, sufficienti per realizzare quasi ogni capriccio: prendere un aereo per la destinazione più remota, andare a vivere nella baracca di un pescatore o affittare l’ultimo piano di un albergo di lusso, ingaggiare un sicario, pagare una grossa cauzione per uscire di prigione. A quanto pare il giornalista, un certo Ben Marshall, ha preso l’esperienza abbastanza sul serio da distruggere la sua vita affettiva e professionale e scomparire per diversi mesi senza dare più notizie.
“Un tipo strano, quel Ben”, mi dice George. “Può vederlo in Dice world, un documentario prodotto da un’emittente britannica nel 1999”. Non sapendo nulla di quel documentario, gli chiedo se ha il dvd e se possiamo vederlo insieme, ed ecco che, all’improvviso, George sembra imbarazzato. Dice che il documentario non è niente di che, e comunque non è nemmeno sicuro di averlo, ma io insisto talmente che ci ritroviamo seduti sul divano davanti al grande televisore del salotto, con il telecomando in mano, e il film comincia: in effetti non è niente di che, montato troppo in fretta, con faticosi effetti da videoclip, ma si vede questo Ben Marshall, che si è offerto volontario per giocare la sua vita ai dadi, ed è un giovane con la testa rasata, gli occhi fissi, i gesti nervosi, che spiega in modo molto convincente come si è fermato prima di diventare pazzo, perché rende pazzi, questa roba, è la cosa più eccitante del mondo ma rende pazzi, è importante saperlo.
Sembra uno tornato da molto lontano, un po’ dal paradiso, molto dall’inferno. E subito dopo chi si vede? Il suo ispiratore, il nostro amico George, o piuttosto il nostro amico Luke com’era quindici anni fa: il cappello da cowboy, il volto emaciato, lo sguardo laser, molto bello ma nulla a che vedere con il dolce nonnino che ho conosciuto. Con voce bassa, insinuante, ipnotizzante, dice fissando lo spettatore dritto negli occhi: “Conduci una vita insignificante, una vita da schiavo, una vita che non ti soddisfa, ma c’è una via per uscirne. Questa via è il dado. Lascialo fare, sottomettiti a lui e vedrai, la tua vita cambierà, diventerai qualcuno che non immagini. Sottometterti al dado ti renderà finalmente libero. Non sarai più nessuno, sarai tutti. Non sarai più te, sarai finalmente te”.
Sembra un carismatico telepredicatore evangelico, un predicatore pazzo in un romanzo di Flannery O’Connor, il capo di una setta ripreso subito prima del suicidio di massa dei suoi adepti. Fa paura. Mi giro verso il mio vicino di divano, l’affabile pensionato in pantofole con la sua tazza di tisana in mano, e lui mi guarda con il suo sorrisetto imbarazzato, il suo sorrisetto di scusa, la sua aria da stinco di santo, e mi dice che il Luke che abbiamo visto sullo schermo non è lui, ovviamente: è un ruolo che il regista gli ha chiesto di interpretare. Lui, George, non ci teneva molto, ma quello ha insistito, e allora visto che George non ama dare dispiaceri alle persone…Ann, che ci ascolta dalla cucina, scoppia a ridere: “Gli hai fatto vedere il dvd in cui fai lo spaventapasseri?”. E lui ride a sua volta, a un metro da me. Sarà, ma sullo schermo lo trovo spaventosamente convincente.
Su internet ho incontrato altri adepti del dado: uno a Salt Lake City, uno a Monaco e uno a Madrid. Tutti uomini: non ho una spiegazione, ma il dado è una roba da uomini, come il western e la fantascienza. Il tedesco mi ha detto: “Per scrivere un buon articolo sulla dice life l’unica soluzione è diventare dice man”. Stranamente la cosa mi ha spaventato, al punto che non ho osato affidare al dado neppure una scelta innocente come quella della mia destinazione. Così, dopo aver scartato Salt Lake City, sono andato a Madrid anziché a Monaco per la penosa ragione che preferisco Madrid a Monaco. Oscar Cuadrado, che è venuto a prendermi all’aeroporto, è un giovane grassottello, gioviale, molto simpatico. Sulla via di casa, guidando il suo fuoristrada, ha tirato fuori la battuta che cominciavo a conoscere: “Sembro gentile, ora, ma non sai cos’ha previsto il dado per questa sera, magari sarò un serial killer e tu finirai incatenato in cantina”.
Oscar abita con la moglie e la loro bambina in un’accogliente casa di periferia, sul cui prato abbiamo immediatamente consultato il dado: beviamo subito un bicchiere o aspettiamo la fine dell’intervista? Tre scelte contro tre, avremmo potuto anche giocarcela a testa o croce. La risposta è stata: subito. E ora cosa beviamo: una birra, del vino qualsiasi o la bottiglia che conservo per i diciott’anni della bambina? Due possibilità per la birra, tre per il vino qualsiasi e una sola per la bottiglia speciale, perché la aprirebbe comunque con piacere, non si protesta contro il dado, però ecco…
Alla fine è bevendo del vino qualsiasi – comunque molto buono – che Oscar mi ha iniziato alla sua pratica del dado. Non è un amante delle vertigini filosofiche o perverse. Come tutti, ha sentito parlare di persone che hanno mandato in fumo la propria vita dandosi ordini estremi come lasciare all’improvviso la famiglia, andare a vivere dall’altra parte del mondo e non tornare più, avere relazioni sessuali con animali o uccidere un passante a caso nella folla di una stazione indiana. Storie del genere circolano su tutti i siti dedicati al dado, a cominciare da quello che Oscar ha gestito per dieci anni, ma non lo interessano.
Lacan diceva che la psicoanalisi non è fatta né per gli imbecilli né per i mascalzoni, Oscar direbbe volentieri che il dado non è fatto né per gli aspiranti suicidi né per i pazzi. L’uso che ne raccomanda è un uso edonista, che permette di rendere la vita più divertente e insolita. Per fare questo, dice, bisogna rispettare tre regole. La prima è che bisogna sempre obbedire, sempre applicare la decisione del dado. Ma obbedire al dado significa in fin dei conti obbedire a se stessi, perché siamo noi a stabilire le opzioni del dado. Da ciò deriva la seconda regola, che riguarda il momento decisivo in cui si elencano le sei opzioni. Perché cercare sei modi di reagire a ogni sollecitazione della vita quotidiana ci obbliga a far lavorare la nostra immaginazione, ad analizzarci in profondità, a cercare di scoprire quello che desideriamo veramente. È una sorta di esercizio spirituale, che permette al tempo stesso di conoscersi meglio e di diventare più consapevoli delle possibilità quasi infinite della realtà. Secondo Oscar, bisogna considerare solo delle opzioni gradevoli, ma – e questa è la terza regola – bisogna che almeno una di queste opzioni sia un po’ difficile, che obblighi a superare una reticenza, a rompere la routine. Deve spingerci a fare qualcosa che normalmente non faremmo. Bisogna sorprendersi e perfino maltrattarsi, ma gentilmente, con tatto, è una questione di misura e di conoscenza di se stessi. Ogni volta che si lancia il dado, il desiderio deve tingersi di apprensione. 
Da quando, a diciassette anni, Oscar è capitato sulla traduzione spagnola dell’Uomo dei dadi, queste piccole sfide sono diventate per lui una seconda natura. Di professione è avvocato fiscalista, come suo padre, ma fare l’avvocato fiscalista non è esattamente uno spasso, e così grazie al dado è diventato anche importatore di vini, animatore di un sito internet, professore di go, grande conoscitore dell’Islanda ed editore del poeta mauriziano Malcolm de Chazal.
In che modo? Be’, in un primo momento si è detto che sarebbe stato interessante avere una relazione con un paese straniero, possibilmente lontano. Sei continenti, sei opzioni, ed è uscita l’Europa, poi restringendo il campo, l’Islanda. Benissimo. E ora con quale mezzo di trasporto avrebbe visitato l’Islanda? A piedi, in macchina, in autostop, in barca, in bicicletta, in skateboard. Temeva di scoraggiarsi se fosse uscito lo skateboard, ma per fortuna è uscita la bicicletta e non si è scoraggiato. Eppure non era mai andato in bicicletta. Ha imparato, ha fatto il giro dell’Islanda in bicicletta, si è perfino portato dietro la ragazza che sarebbe diventata sua moglie. È durante quell’avventura che il dado lo ha spinto a fare la proposta di matrimonio, che è stata accettata. In viaggio di nozze la giovane coppia è partita per l’isola di Mauritius, ma quello, riconosce Oscar, è stato un regalo dei suoceri, non del dado.
Sul posto però si è ripreso. Ha cercato qualcosa da leggere, un autore che avesse un rapporto con quel paese, o perché originario del posto o perché gli aveva dedicato un libro. La lista comprendeva Bernardin de Saint-Pierre, J.M.G.Le Clézio, Baudelaire, Conrad e il poeta Malcolm de Chazal. Bingo! Oscar ha perso la testa per De Chazal, una sorta di surrealista creolo che ha appassionato gente come Michaux, Paulhan e Dubufet. Oscar ha scoperto che non era stato tradotto in spagnolo, così al suo ritorno ha creato una casa editrice per rimediare. Non sapeva nulla di editoria, così come non era mai salito su una bicicletta, ma quando prende i libri dalla sua biblioteca per mostrarmeli capisco perché ne va fiero: sono magnifici. Riassume: “È attraverso Luke che ho conosciuto Malcolm e che adesso conosco te. È buffo no?”.
Arrivati a questo punto, con l’aiuto di una bottiglia decisamente migliore della precedente, siamo diventati molto amici, e sono pronto a confessargli il disagio in cui mi ha gettato la frase del suo omologo bavarese: per scrivere sulla dice life, bisogna essere un dice man. Io, però, non sono un dice man. Perché la mia vita mi va bene così? Per convinzione filosofica? O semplicemente perché non ho le palle? Poco importa, il fatto è che giro intorno a questa storia da due mesi e non mi sono ancora lanciato una sola volta.
“Prova”, dice Oscar, tirando fuori dalla tasca un dado che posa sul tavolo, in mezzo a noi. Scatta il panico, come se tra cinque minuti, senza capire come, dovessi ritrovarmi costretto a massacrare la mia famiglia colpi di machete o – versione più clemente – a scalare l’Everest in infradito. Ma no, quello che Oscar mi propone è solo di lasciar decidere al dado dove andremo a cena. La mia idea era di invitarlo in un buon ristorante del centro. “Molto bene, sarà la prima opzione”. Un’altra è che sia lui a invitarmi. La terza, andare nel ristorante più caro di Madrid e rilanciare il dado al momento del conto. La quarta, rimanere a casa. Prendo coraggio: la quinta, rimanere a casa ma preparo io la cena. Oscar sorride vedendo che mi lascio prendere dal gioco. Mi arrovello alla ricerca di un’ultima opzione più radicale. Dico: “La sesta sarà prendere la macchina e andare a cena, che so, a Siviglia”. Oscar annuisce: “Bueno, adesso lanciamo il dado”. All’improvviso ho molta paura che esca il sei, perché se esce sono sicuro che ci alzeremo, saliremo in macchina e andremo fino a Siviglia, che è pur sempre a quattrocento chilometri di distanza, e sono quasi le dieci di sera e ci siamo già scolati due bottiglie di vino rosso a 14 gradi. Lancio il dado e, fiuu, esce il cinque.
Ora, non cercherò di dipingervi le ore successive come un momento di grande trasgressione o di stravolgimento ragionato di tutti i sensi, ma la verità è che ritrovarsi a vacillare nella cucina di uno sconosciuto con un bicchiere in mano, aprendo sportelli e mescolando in una pentola più o meno tutto quello che capita sotto mano, è un’esperienza piuttosto divertente. Quando sono uscito dalla cucina con il mio brasato di manzo fumante ed esageratamente speziato, tutta la famiglia mi aspettava seduta a tavola. Mi hanno fatto i complimenti per il mio talento da cuoco e abbiamo tutti concordato sul fatto che giochi di ruolo come quello, in contesti un po’ tesi, sono un ottimo modo per rompere il ghiaccio. Bisognerebbe ispirarcisi per risolvere i conflitti internazionali, sarebbe interessante vedere l’effetto in Ucraina. Peraltro ho notato ancora una volta quanto le mogli dei praticanti del dado accettino con filosofia la mania dei loro mariti. In ogni caso Susana Cuadrado, come Ann Cockcroft, sembra non temere che la dipendenza dal caso possa trascinare la sua famiglia in una vertiginosa corsa verso sfide sempre più azzardate. Senz’altro hanno entrambe ragione di essere così fiduciose. Per quanto mi riguarda, continuo a pensare di avere ragione a essere diffidente.
“Caro amico, abbiamo il piacere di comunicarle la morte di Luke Rhinehart. Voleva che lei lo sapesse al più presto, per evitare che potesse preoccuparsi non ricevendo risposta alle sue email. Da qualche anno le amicizie su internet contavano molto per lui. Avrebbe voluto non morire per portarle avanti: la sorte ha deciso altrimenti. 
Luke non aveva paura della morte, anche se l’idea lo rendeva un po’ nervoso. La vedeva come un’esperienza inedita, simile al viaggio in un paese sconosciuto, all’inizio di un nuovo libro o di una nuova relazione. Gli piaceva riderne, ma gli piaceva ridere di tutto. Pensava che la prendiamo troppo sul serio, ma pensava che prendiamo tutto troppo sul serio. Aveva intenzione di inviarci un resoconto dettagliato di quello che avrebbe trovato una volta passato dall’altra parte. Sperava che questo resoconto ci avrebbe rassicurato e che ci avrebbe fatto ridere. Finora, purtroppo, non abbiamo ricevuto nulla.
Gli ultimi giorni di Luke non sono stati molto diversi dalle sue ultime settimane, dai suoi ultimi mesi, né in generale dagli ultimi trent’anni della sua vita. Per qualcuno che faceva l’elogio del caso e del cambiamento perpetuo, Luke era fedele a se stesso in un modo che potremmo trovare scoraggiante. Le persone che venivano a trovarlo per via dei suoi libri a volte erano deluse nello scoprire che era così attaccato alle sue abitudini. Anche quando tirava il dado, era sempre per fare più o meno le stesse cose.
‘Non c’è nulla di male nel fare sempre più o meno le stesse cose’, diceva. ‘Il punto è capire se vi piace. La maggior parte delle persone, purtroppo, non amano quello che fanno né quello che sono. È pensando a loro che ho scritto tutte quelle cose sul dado. Ma io sto bene così’.
Sua moglie Ann è rimasta al suo fianco fino alla fine. All’inizio dell’ultima settimana Luke le ha detto: ‘Sto morendo’.
‘Ah’, ha risposto Ann, sprimacciando i cuscini per farlo stare comodo.
‘Mi sembra una cosa interessante. In fondo non mi è mai successo finora’.
‘Ma è successo a un sacco di gente’.
‘Lo so. È un pensiero rassicurante. Tutte quelle persone che mi aspettano dall’altra parte e che potrò conoscere’.
‘Sempre che ne abbiano voglia’.
Luke ha guardato il soffitto con aria pensierosa: ‘Sarebbe una bella scocciatura’.
‘Sei il solito: hai sempre paura di scocciarti’.
‘Ti mancherò quando sarò morto?’.
‘Senti, ho passato quasi sessant’anni a brontolare perché ti avevo sempre tra i piedi, adesso brontolerò perché non ti avrò più tra i piedi. Tutto qua’.
‘Anche questo è un pensiero rassicurante’.
‘Certo che mi mancherai’”.
Quando ho ricevuto quest’email mi sono sentito, nell’ordine, stupito, triste e infine commosso. Avevo passato solo due giorni da George e sua moglie, ma mi ero affezionato a loro, davvero. E visto che avevo il loro numero di telefono, ho chiamato Ann per farle le mie condoglianze. Quando ha risposto era cordiale come al solito, contenta di sentirmi ma andava di fretta e mi ha detto che mi avrebbe passato George. Mi sono chiesto se fosse impazzita, o se fossi impazzito io, ho borbottato qualcosa a proposito dell’email che avevo ricevuto e lei mi ha risposto, come chi è abituato a questi piccoli malintesi: “Ah, l’email! Certo… Ma non si preoccupi: non è George che è morto, è Luke”.
George, quando ha preso il telefono, ha confermato: “Eh già, mi ero un po’ stufato di Luke. Sto invecchiando, sa. Amo ancora la vita: guardare che tempo fa dalla finestra quando mi sveglio, dedicarmi al giardinaggio, fare l’amore, andare in kayak, ma mi interesso sempre di meno alla mia carriera e la mia carriera è stata soprattutto Luke. Avevo scritto questa lettera perché Ann la mandasse ai miei corrispondenti dopo la mia morte. Conservavo il documento da due anni e un giorno mi sono detto che era arrivato il momento di mandarlo”.
Ah. Va bene. Gli ho fatto altre due domande. Prima di inviare quest’email, che era comunque piuttosto insolita, ha lanciato il dado? In ultima istanza, è stato il dado a decidere la morte di Luke? Sembra sinceramente sorpreso: “No, no. Non ci ho nemmeno pensato. Il dado può servire quando uno non sa quello che vuole. Ma se lo sa, a
che serve?”.
E ora la seconda domanda: come hanno preso la notizia gli altri destinatari dell’email? Dall’altra parte del filo sento la sua risata soffocata, maliziosa, da ragazzino burlone. “Be’, c’è chi ha trovato la cosa di cattivo gusto. Altri hanno pensato: tipico di George. Altri ancora: tipico di Luke. E lei, cos’ha pensato?”. [ * ]



(Emmanuel Carrere)



Luke Rhinehart, L'uomo dei dadi, Marcos y Marcos, 2015 [ * ]
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