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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
MIGRANTI
post pubblicato in Diario, il 3 maggio 2012


Alla biblioteca Villa Leopardi per il Maggio dei Libri ci attende un mese tutto dedicato ai migranti. Quello che segue è il programma dettagliato. Sul tema ci proponiamo di tornare. Tutti gli incontri hanno inizio alle h 19.30.


Giovedì 3 maggio, presentazione del volume "A Lampedusa. Affari, malaffari, rivolta e sconfitta dell'isola che voleva diventare la porta d'Europa" di Fabio Sanfilippo e Alice Scialoja, Infinito, 2010 [ * ]. Sarà presente Fabio Sanfilippo.


Lunedì 7 maggio proiezione di "Benvenuti in Italia", un documentario di Aluk Amiri, Hamed Dera, Hevi Dilara, Zakaria Mohamed Alì, Dagmawi Yimer [ * ]. Sarà presente Hevi Dilara.


Giovedì 10 maggio incontro con Amnesty International sul quadro normativo, sui centri di accoglienza, sulla situazione degli immigrati in carcere. Verrà proiettato del materiale filmato. Interverrà Fernando Chironda dell'Ufficio Campagne e Ricerca della sezione italiana di Amnesty International.


Lunedì 14 maggio presentazione del libro "Il naufragio" di Alessandro Leogrande, Feltrinelli, 2011 [ * ], sullo speronamento della motovedetta Kater i Rades proveniente dall'Albania nel canale di Otranto il 28 marzo 1997. Sarà presente l'autore.


Giovedì 17 maggio proiezione del documentario "Come un uomo sulla terra" di Andrea Segre, Dagmawi Yimer, con la collaborazione di Riccardo Biadene [ * ]. Sarà presente Dagmawi Yimer. A seguire si parlerà del libro "La trappola. L'odissea dell'emigrazione, il respingimento, la rinascita" di Clariste Soh-Moubé, Infinito, 2012, di cui lo stesso  Dagmawi Yimer ha scritto l'introduzione [ * ].


Lunedì 21 maggio incontro con l'associazione Libera di don Ciotti. Interverranno il giornalista Daniele Poto e il responsabile internazionale di "Libera" Tonio Dell'Olio. A seguire proiezione del documentario "Altra Europa" di Rossella Schillaci  [ * ] * ].


Lunedì 28 maggio incontro con il Centro Astalli e presentazione del volume "Terre senza promesse. Storie di rifugiati in Italia", Avagliano, 2011 [ * ].


Mercoledì 30 maggio incontro con Gabriele Del Grande, curatore del sito Fortress Europe e autore dei volumi "Mamadou va a morire ", Infinito, 2008 [ * ] e "Il mare di mezzo. Al tempo dei respingimenti", Infinito, 2010 [ * ].


Giovedì 31 maggio incontro con l'associazione Emergency. Verrà proiettato materiale documentario sull'assistenza medica ai rifugiati in Italia. Interverrà Maura Morgigni di Emergency.


 







 


 




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STORIA DELL'AMBIENTALISMO IN ITALIA
post pubblicato in Della Valentina, Gianluigi, il 2 maggio 2012


Quale migliore occasione  per seguire in modo informato il vertice mondiale ONU sulla sostenibilità RIO+20  che si terrà il prossimo giugno a Rio de Janeiro ci viene offerta se non dalla lettura di un testo che, intrecciando dati storico-geografici, politico-economici, socio-culturali, ci accompagna attraverso un percorso di informazione, conoscenza e analisi di eventi e temi che hanno strutturato la storia del nostro paese, offrendo una lettura coesa di accadimenti noti, tutti riletti alla luce del senso di responsabilità dell’uomo, come singolo e parte della comunità, privato cittadino e membro della società civile, includendo leggi dello Stato e posizioni delle gerarchie cattoliche a fronte degli argomenti trattati.
I riferimenti agli studi scientifici sull’ecologia svolti da studiosi di diverse nazionalità confluiscono in un’esplorazione e definizione del concetto di ecologia, reso in modo chiaro e comprensibile per chi non possiede una conoscenza specifica in ambiti specialistici della fisica, chimica e biologia, rendendo esplicito il rigore di una disciplina che si costruisce attraverso  apporti ed interrelazioni multidisciplinari, in cui il nesso tra ecosistemi e sistemi  economico-sociali costituisce un punto fondamentale della stessa.
In modo altrettanto interdisciplinare si svolge la narrazione sul nascere della sensibilità ambientale in Italia espressa attraverso le diverse forme di associazionismo, le cui storie e caratteristiche sono contestualizzate nelle vicende sociali, economiche e culturali in cui hanno preso forma, fino alla comparsa di “partiti verdi”; con ampi riferimenti agli accadimenti omologhi in Europa e USA.
Questo excursus interdisciplinare include un forte aspetto umanistico dato che il rapporto uomo-natura, considerato attraverso riferimenti filosofici, letterari ed artistici,  viene letto come un percorso di ricerca di senso dell’essere e dell’agire umano, una riflessione seria che rimette in discussione i rapporti tra uomini e la relazione uomo-ambiente, ponendo al lettore la sfida di una scelta di responsabilità fattiva sul futuro di tali rapporti.



(Angela Ciusani)





Gianluigi Della Valentina, Storia dell'ambientalismo in Italia, Bruno Mondadori, 2010 [ * ]

NINA E I DIRITTI DELLE DONNE
post pubblicato in D'Elia, Cecilia, il 17 aprile 2012


Nina, la protagonista del libro di Cecilia D'Elia, è una bambina che si chiede molti perché. Tutto parte da un viaggio in nave, quando Nina osserva i biglietti e riflette sulla circostanza che il suo cognome, come quello del fratellino, è uguale al cognome del papà, mentre quello della mamma è diverso. Nasce una narrazione agile e precisa sul diritto di famiglia, come era ai tempi della nonna della bambina e come si è trasformato fino al giorno d'oggi.
In modo semplice e piano si affronta il tema della cittadinanza e si parla delle leggi fondamentali che costituiscono i diritti delle donne in Italia (la Costituzione, le leggi di tutela della maternità, la legge 1441 che ammette le donne nelle giurie popolari, la legge 66 per l'accesso alla magistratura, ecc.)
Si parla poi di divorzio, delitto d'onore, nuovo diritto di famiglia e di tutte quelle leggi che nel corso degli anni hanno cambiato la società italiana.
Il libro giunge fino a trattare i temi dei giorni d'oggi, con la legge sulle dimissioni in bianco e quella sui congedi parentali.

 

(Rita Cavallari)


 

 

Cecilia D'Elia, Nina e i diritti delle donne, Sinnos, 2011 [ * ]




vedi quì

IDENTITA' E DIFFERENZE
post pubblicato in Sapegno, Maria Serena, il 17 aprile 2012

       

Il libro della Sapegno è una sorta di bussola per orientarsi nel campo del movimento femminista, dalla Rivoluzione francese ai giorni nostri, con particolare attenzione a fatti ed esperienze del nostro paese. È in realtà un testo universitario, scritto per un corso sulle tematiche di genere, ma a mio parere è utile a chiunque voglia approfondire la cultura delle donne nel suo relazionarsi al pensiero politico dell'età moderna e allo sviluppo della democrazia nel mondo occidentale.
Il movimento delle donne è stato spesso definito "fenomeno carsico", perché è discontinuo come un corso d'acqua che improvvisamente scompare inghiottito dal suolo e sembra non lasciare tracce, ma poi riappare e scorre di nuovo. Così il femminismo procede in modo spesso ondivago e discontinuo, portando avanti richieste sempre più articolate e reclamando porzioni di spazio sempre maggiori.
Per secoli le donne non hanno avuto diritto di cittadinanza, al pari di schiavi e stranieri. In Italia solo dal 1946 le donne possono votare, mentre lunga e difficile, e ancora tutta in salita, è la strada della parità sostanziale.
Il libro racconta la storia della progressiva conquista dei diritti civili ed illustra lo svolgersi del pensiero che ne è stato alla base. Parte dalla lotta per l'uguaglianza morale ai tempi dell'Illuminismo, con la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, poi tratta dei rapporti di genere nella società borghese dell'Ottocento, e giunge fino ai giorni nostri, approfondendo concetti come emancipazione, accesso alla cittadinanza, liberazione, autocoscienza come pratica politica, teoria della differenza sessuale, studi di genere. In ogni capitolo alla trattazione teorica segue una parte antologica, in cui sono riportati brani di scrittrici e scrittori particolarmente significativi nella costruzione della teoria femminista (da Olympe de Gouges a Luce Irigaray, attraverso Anna Maria Mozzoni, Anna Kuliscioff, Virginia Wolf e Simone de Beauvoir).


(Rita Cavallari)


 

 

Maria Serena Sapegno (a cura di), Identità e differenze. Introduzione agli studi delle donne e di genere, Mondadori, 2011 [ * ]  




vedi quì, quì e quì

PASSAGGIO A ONNA
post pubblicato in Diario, il 22 marzo 2012

Queste fotografie sono state scattate con il telefonino lunedì 5 marzo di ritorno da Campo Felice, passando per Rocca di Cambio



 


 

 


 

 

 

 

 

 

 


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NON SPRECARE
post pubblicato in Galdo, Antonio, il 21 marzo 2012

Il cibo. La vita. La morte. Il corpo. La salute. I consumi. Le risorse naturali. I rifiuti. I soldi pubblici. Le parole e il tempo. Il talento. Le occasioni… Tutte ricchezze da non sprecare, secondo Antonio Galdo, autore di questo persuasivo saggio, di cui le voci sopra elencate sono i titoli di altrettanti vitali “capitoli”. In essi si affollano testimonianze e suggerimenti, riflessioni ed interviste che formano un coro polifonico, sul quale intonare un nuovo stile di vita. Non all’insegna di un improbabile ritorno al passato, né, tanto meno, della rassegnazione di fronte ad un futuro già prevedibile, di fatto un’assenza di futuro, ma del possibile, del praticabile, di quello che è alla portata di tutti con minimo sforzo, di una filosofia dell’uso dei beni che, senza farci ricadere in una sorta di spiacevole preistoria, ci consentirebbe di proiettarci con più ottimismo in un domani vivibile e ridente, se solo si rispettasse “l’undicesimo comandamento”: non sprecare. 
Infatti  Antonio Galdo non ci propone di rinunciare senza risarcimento, di regredire, ma di usare bene, preferibilmente di riusare, comunque di non sottovalutare ciò che si ha e che può essere la vera risorsa di un pianeta sempre più sfruttato e depauperato, di un genere umano scarsamente conscio di ciò che butta via, in ogni ambito, in tutti i settori.
Parliamo, ad esempio, del talento. In una conversazione con Claudio Abbado affiora il tema dello spreco delle capacità, delle potenzialità dei giovani: quarantamila ragazzi italiani sono iscritti ad università all’estero perché mirano a non tornare in Italia. "Sono statistiche desolanti, numeri che segnalano il declino di un Paese dove un tempo si mandava la gente al confino e adesso si costringono i giovani a lavorare all’estero. Non per scelta, ma per necessità. Abbiamo i talenti, ma ci mancano l’organizzazione e la trasparenza, così non riusciamo nemmeno a riconoscerli. Lo ripeto spesso ai più giovani: «La raccomandazione non serve. Il valore professionale di una persona, quando c’è, prima o poi viene fuori». In Italia, inoltre, non selezioniamo gli interventi pubblici, non sosteniamo le cose veramente importanti, sprechiamo risorse, e siamo soffocati da una televisione che trascura troppo la cultura. Così rischiamo di diventare un enorme museo all’aperto, ricco di tesori culturali unici al mondo e prosciugato nelle sue risorse umane", dichiara il Maestro.
Oppure lo spreco di parole. Sotto l’egida di Blaise Pascal (“Il dramma degli uomini è non trovare mezz’ora di silenzio al giorno”) si propone alla riflessione la scelta radicale di don Bernardino, monaco camaldolese che ha optato per la vita cenobitica perché “…il silenzio è la sua risposta quotidiana allo spreco di parole”, una sovraesposizione che ha spinto molti di noi a divenire over-information-aholic ovvero a consumare come ubriachi informazioni. Sì, anche di quelle si può divenire utenti consumistici compulsivi, con gravissime conseguenze specialmente per i più piccoli, come sottolinea il neuropsichiatra Giovanni Bollea.
Di tutto si dovrebbe avere cura, nulla dovrebbe essere sprecato, ogni rifiuto dovrebbe essere riciclato: con gli scarti dei supermercati si potrebbero sfamare gli indigenti, con i rifiuti si riuscirebbe ad illuminare le città, come accade a Brescia, con politiche accorte si salverebbero molte vite.
Galdo ci propone un’ecologia della mente, delle abitudini, delle scelte, che agevolmene ognuno di noi potrebbe mettere in pratica, con giovamento sicuro per ciascuno di noi, per il genere umano, per la Terra e, soprattutto, per le future generazioni.  




(Adriana de Nichilo)








Antonio Galdo, Non sprecare, Einaudi, 2012 [ * ]







vedi quì e quì

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CHIARE, FRESCHE E DOLCI ACQUE
post pubblicato in Diario, il 17 marzo 2012



laudato sì, mi Signore, per sora acqua,
la quale è multo utile er humele et pretiosa et casta[1]
 
… un rumore simile a quello dell’acqua veniva dalle cime delle montagne: era il vento della foresta. Infine, cosa ancora più sorprendente, udii il vero rumore dell’acqua scrosciante in una vasca. Vidi che avevano costruito una fontana; l’acqua vi era abbondante e, ciò che soprattutto mi commosse, vidi che vicino ad essa avevano piantato un tiglio di forse quattro anni, già rigoglioso, simbolo incontestabile di una resurrezione[2] 
 
S’i fosse acqua i’ l’annegharei... [3]  

 

La Corte Costituzionale ha ammesso due quesiti referendari proposti dai movimenti per l’acqua. A primavera gli italiani e le italiane voteranno su questo bene essenziale.               
Un’amica mi fa sapere della lotta dei Boscimani del Botswana per l’acqua. Qui non si tratta di scegliere tra acqua pubblica o privata, ma di ottenere il permesso di usare l’unico pozzo della Central Kalahari Game Reserve da cui questo popolo dipende per l’acqua negata dal proprio governo. Sembra che agli inizi degli anni ’80 siano stati scoperti i diamanti nella riserva e subito dopo il governo abbia deciso di mandare via i Boscimani a causa dei giacimenti. Tout court! Nel 1997 sono stati effettuati i primi spostamenti forzati. Le loro case sono state distrutte, le loro scuole e i loro presidi medici sono stati chiusi, il loro pozzo è stato cementato. Ora vivono in campi di re-insediamento e ricevono razioni di cibo principalmente dal governo. Non possono cacciare. Come si può immaginare l’alcolismo, la depressione e malattie come la tubercolosi e l’HIV/AIDS prosperano. Legalmente hanno ottenuto il diritto di tornare nella loro terra nel dicembre 2006, dopo una lunga vertenza, ma di fatto il governo impedisce loro di usare il pozzo. Sono ora in attesa della sentenza del ricorso in appello di un nuovo caso legale intrapreso nel giugno 2010. Negli ultimi giorni, da che ho cominciato a scrivere questo articolo, la sentenza è stata emessa dalla Corte di Appello del Botswana (gennaio 2011) che ha annullato la precedente sentenza della Corte Suprema: i Boscimani potranno continuare ad attingere acqua dal loro pozzo ancestrale. Aspettiamo di vedere se questa volta le autorità non si opporranno di fatto a questa sentenza. [ * ][ * ]

L’annientamento dei popoli tribali che hanno una cultura millenaria può avvenire tutto sommato in una situazione di ignoranza e di indifferenza. Anche in questo caso l’ONU avrà emesso la sua dichiarazione, ma le cose vanno avanti a dispetto della legalità e della giustizia.
L’acqua è una delle risorse fondamentali per il nascere e il propagarsi della vita e sempre più va delineandosi come il bene supremo da salvaguardare. Così come da anni si va dicendo che le foreste della terra e in particolare la foresta amazzonica sono il polmone del pianeta e vanno preservate come fonte di innumerevoli specie vegetali e animali, alcune ancora da scoprire. Ma in tutte e due i casi si tratta di elementi naturali che hanno interagito con la cultura umana e hanno lasciato tracce ingenti nell’immaginario collettivo. 
Capire in quali modi ci siamo relazionati con l’acqua in quella disciplina che chiamiamo letteratura e che riguarda l’ergersi e lo strutturarsi delle nostre parole di fronte alle esperienze della vita può rendere più sfaccettato e complesso il senso di preoccupazione nei confronti della perdita che ci minaccia, arricchendoci di una consapevolezza che deve diventare sempre più limpida.

Tra le elegie anglosassoni spicca The Seafarer, tradotta in inglese moderno da Ezra Pound. Si tratta di un componimento poetico che viene in generale fatto risalire al X secolo d.C. e che è stato trovato nell' Exeter Book, una delle quattro raccolte di poesia anglosassone. Gli studiosi ritengono inoltre che la seconda parte –stilisticamente e tematicamente molto diversa dalla prima – sia il frutto di un’interpolazione cristiana e infatti Pound non la tradusse.
Il narratore descrive la sofferta vita in mare del marinaio nordico in toni di grande realismo espressivo:

This tale is true, and mine. It tells
How the sea took me, swept me back
And forth in sorrow and fear and pain
Showed me suffering in a hundred ships
In a thousand ports, and in me. It tells
Of smashing surf when I sweated in the cold
Of an anxious watch, perched in the bow
As it dashed under cliffs. My feet were cast
In incy bands, bound with frost,
With frozen chains, and hardship groaned
Around my heart. Hunger tore
At my sea-weary soul. No man sheltered
On the quiet fairness of earth can feel
How wretched I was, drifting through winter
On an ice-cold sea, whirled in sorrow,
Alone in a world blown clear of love,
Hung with icicles. The hailstorms flew
The only sound was the roaring sea,
The freezing waves. The song of the swan
Might serve for pleasure, the cry of the sea-fowl
The death-noise of birds instead of laughter,
The mewing of gulls instead of mead.
Storms beat on the rocky cliffs and where echoed
By icy-feathered terns and eagle's screams;
No kinsman could offer comfort there,
to a soul left drowning in desolation.
And who could believe, knowing but
the passion of cities, swelled proud with wine
And no taste of misfortune, how often, how wearily,
I put myself back on the paths of the sea.
Night would blacken, It would snow fronm the north;
Frost bound the earth and hail would fall,
The coldest seeds....


Questo racconto è vero e mio. Racconta
di come il mare mi prese, mi sbatté
avanti e indietro nel dolore, nella paura e nella pena,
mi mostrò la sofferenza in cento navi,
in mille porti e in me. Racconta
di schiuma che si schiantava quando io sudavo al freddo
di un’ansiosa guardia, appollaiato sulla prua
che si infrangeva sotto alle scogliere. I piedi erano stretti
in morse di ghiaccio, legati con il gelo,
con catene di ghiaccio e le difficoltà gemevano
intorno al mio cuore. La fame rodeva
l’anima stanca di mare. Nessun uomo al riparo
della tranquilla bellezza della terra può capire
quanto ero infelice, trascinato attraverso l’inverno
su un mare freddo come il ghiaccio, avvolto nel dolore
solo in un mondo in cui l’amore era stato spazzato via,
e decorato di ghiaccioli. Le tempeste di grandine svettavano
L’unico suono era il mare ruggente,
le onde gelide. Il canto del cigno
poteva dar piacere, le grida degli uccelli marini,
il rumore di morte degli uccelli al posto delle risa,
il miagolio dei gabbiani al posto dell’idromele.
Tempeste battevano le scogliere rocciose ed erano echeggiate
da rondini di mare dalle ali ghiacciate e dalle grida dell’aquila;
nessun parente poteva essere lì ad offrire conforto,
a un’anima lasciata ad affogare nella  desolazione.
E chi potrebbe credere, conoscendo solo
le passioni di città inorgoglite di vino
senza gusto per le traversie, quante volte gonfio distanchezza
mi sia rimesso sui sentieri del mare.
La notte diventava sempre più nera; nevicava a cominciare dal nord;
il ghiaccio legava la terra e la grandine cadeva,
i grani più freddi... [4]



Ci colpisce la presenza di una voce narrativa che parla in prima persona, senza essere un eroe come Beowulf (peraltro in quel poema epico l’eroe è designato con la terza persona), il che ci porta quasi istantaneamente a identificarci con questo marinaio e a stupirci di fronte al piglio moderno di questo poema. La descrizione dei mari nordici, caratterizzata da condizioni inclementi, va di pari passo con quella dei sentimenti di disagio e solitudine del narratore, temperata solo dai versi degli uccelli che abitano quei lidi remoti. Ma la sua anima lasciata ad affogare nella desolazione narra come, pur gonfio di stanchezza, si sia rimesso sui sentieri del mare come un novello Odisseo e
 

...And how my heart
Would begin to beat, knowing once more
The salt waves tossing and towering sea!
The time for journeys would come and my soul
Called me eagerly out, sent me over
the horizon, seeking foreigners' homes.


… E come il mio cuore
cominciava a battere, conoscendo ancora una volta
le onde salate che si agitano e il mare torreggiante!
Veniva il tempo dei viaggi e l’anima mia
mi chiamava con insistenza, mi mandava al di là
dell’orizzonte, in cerca di case estranee.

Le espressioni metaforiche usate per descrivere lo stato di sconforto totale sono incisive e efficaci (morse di ghiaccio / catene di ghiaccio / le difficoltà gemevano intorno al mio cuore / la fame rodeva… / il miagolio dei gabbiani / l’anima lasciata ad affogare nella desolazione, dove la parola tipicamente connessa con l’acqua, “affogare”, è usata per descrivere una condizione interiore). E’sorprendente anche l’espressione trascinato attraverso l’inverno che suggerisce uno spostamento spaziale, ma al tempo stesso, nominando una stagione dell’anno, scandisce il passare del tempo.
L’inquietudine del marinaio lo spinge a ripartire. Gli ultimi versi della citazione colpiscono per il modo sintetico ma poetico con cui questa sete di viaggi viene raffigurata. Così l’alternarsi di sofferenza e desiderio si rivela la cifra portante di questo bellissimo poema dalle strane rifrangenze moderne che si chiude con questi versi
:

And yet my heart wanders away,
My soul roams with the sea, the wales
Home, wandering t the widest corners
Of the world, returning ravenous with desire,
flying solitary, screaming, exciting me
To the open ocean, breaking oaths


Eppure il mio cuore vaga lontano,
la mia anima vaga con il mare, casa
delle balene, spingendosi fino agli angoli più remoti
del mondo, ritornando avida di desiderio,
in volo solitario, gridando, incitandomi
verso l’oceano aperto, infrangendo giuramenti
sulla curva di un’onda.                                                                                      



All’inizio del capitolo intitolato Verso Pamplona de L’antropologia dell’acqua di Anne Carson [5] si
legge:

"Alcune acque ci annegano. Altre no. Il suono dell’acqua nella borraccia sulla schiena mi tiene compagnia mentre cammino. Pozze di pensieri vagano qua e là dentro di me. Socrate, dopo il bagno, tornò alla sua prigione senza fretta e bevve la cicuta. Gli altri piansero. I cigni nuotarono intorno a lui, sfiorandolo. Iniziò a parlare del viaggio a venire, in un posto sconosciuto, lontano da lacrime di cui non capiva la ragione. Le parole capiscono davvero poco l’una dell’altra". [6]

Queste annotazioni accostate quasi con effetto modernistico, hanno di fatto sottili legami associativi che le tengono insieme. Dalla lapidarietà e inconfutabilità della prima affermazione alla scelta consolatoria del rumore d’acqua nella borraccia. Una volta insediatasi all’interno della mente l’acqua produce pozze di pensieri che fluiscono lievi. Il bagno di Socrate, il fatto che bevve la cicuta attorniato dalla lieve presenza dei cigni. L’acqua delle lacrime di quelli che lo amavano e non volevano separarsi da lui. Tutta questa tirata ha il piglio morbido e fluido dell’acqua; è come se questo elemento si trasmettesse al pensiero o come se il pensiero ne fosse 
sostanziato

L’acqua è spesso metafora esistenziale nella scrittura letteraria. Basti pensare al Canto degli spiriti sulle acque di Johann Wolfgang Goethe [ * ]:

Simile all’acqua

è l’anima dell’uomo.

Viene dal cielo,

risale al cielo, di nuovo scendere
deve alla Terra,
in perpetua vicenda.
Il getto limpido
sgorga dall’arduo
precipite dirupo;
sul sasso liscio si
frange in belle nuvole
di pulviscolo;
ondeggia accolto
in dolce grembo,
tra veli e murmuri,
al basso via scorrendo.
Scogli si rizzano
contro il suo empito;
egli spumeggia iroso
di gradino in gradino
verso l’abisso.
Indi per lento letto
di prati volgesi, e fa
specchio di lago,
dove il loro viso miran
tutte le stelle.
Ma dolce amante
dell’onda è il vento;
e talvolta dal fondo
flutti spumanti suscita.
O anima dell’uomo
come all’acqua somigli!
O destino dell’uomo
come somigli al vento! [7]

Qui è l’anima ad essere assimilata all’acqua che viene dal cielo / risale al cielo, di nuovo scendere / deve alla Terra…”. Da torrente impetuoso finisce per diventare lago dove il loro viso miran / tutte le stelle. La bellezza e la scontrosità dell’acqua sono messe in evidenza e anche il vento viene coinvolto per rappresentare l’andamento dell’anima dell’uomo.
Anche Henry David Thoreau annoterà nel suo diario nel 1852:

L’acqua dorme con stelle nel suo grembo
. [8]

Qui il tono è meno aulico e più sensuale. Sembra rispecchiare un sincero stupore di fronte a uno spettacolo di bellezza naturale che procura conforto all’anima.



Il Torrente
di Giani Stuparich assomiglia all’acqua di Goethe, se non fosse che il primo sembra meno emblematico e più reale, considerato nella sua spettacolarità, nei suoi muschi e nelle sue spume. Il poeta è curioso di esplorarlo a ritroso per scoprirne il corso e l’origine. Nel risalire alla sorgente, è a volte costretto ad allontanarsi dalle sue rive, dapprima costeggiate di larici, poi di pini. Lo scrittore friulano raggiunge il punto in cui il corso d’acqua scende da un’incassatura nella roccia come un lungo filo di diamanti. Rimaniamo sorpresi dalla sua meraviglia e dal suo piacere davanti al mistero e alla bellezza che questa forza della natura rappresenta.

Ho lasciato lassù, sotto i ghiacciai delle Venoste, / un torrente che non posso dimenticare. /  Mai avevo visto l’acqua splendere, correre e cantare così, veniva giù dritta, / incassata in un letto muscoso, tutta un candore di spume: faceva luce. / A balzi, a spruzzi, a capriole l’acqua scendeva, stretta nel suo letto, / coprendolo perfettamente senza sbavature né pentimenti. / Tornai più volte al torrente. / E ogni volta scoprivo in esso o intorno ad esso una bellezza nuova. / Una mattina volli seguire in senso inverso il suo corso. /  Mi allettava scoprire il suo misterioso viaggio e il segreto delle sue origini. / M’arrampicavo tenendomi quanto più potevo vicino ad esso. / Qualche volta ero costretto a scostarmi / e allora lo vedevo occhieggiare fra i tronchi, / mandare degli spruzzi argentei quasi per incoraggiarmi nel cammino. / I larici andavano diradandosi, lasciavano il posto ai pini giganti. / A un tratto mi si scoprì, fra i costoni di roccia brulla, / una ripida incassatura nuda che s’innalzava fin sotto a una vetta. / Di là il torrente, scendeva allo scoperto, in pieno sole, / splendendo come un lungo filo di diamanti. [9]

Il desiderio di percorrere un corso d’acqua per esplorarne la bellezza e scovarne la purezza è presente anche nel Marcovaldo di Italo Calvino:

Le giornate cominciavano ad allungarsi: col suo ciclomotore, dopo il lavoro Marcovaldo si spingeva a esplorare il fiume nel suo corso a monte della città, e i fiumicelli suoi affluenti. Lo interessavano soprattutto i tratti in cui l’acqua scorreva più discosta dalla strada asfaltata. Prendeva per i sentieri, tra le macchie di salici, sul suo motociclo finché poteva, poi – lasciatolo in un cespuglio – a piedi, finché arrivava al corso d’acqua. Una volta si smarrì: girava per ripe cespugliose e scoscese, e non trovava più alcun sentiero, né sapeva più da che parte fosse il fiume: a un tratto, spostando certi rami, vide, a poche braccia sotto di sé, l’acqua silenziosa – era uno slargo del fiume, quasi un piccolo calmo bacino -, d’un colore azzurro che pareva un laghetto di montagna. [10]

Ma in realtà il fiume si rivelerà inquinato da una fabbrica di vernici. Però per pochi istanti il protagonista del libro si illude di aver trovato un territorio felice, un piccolo eden lontano dalla città in cui gli sia consentita un tipo di vita più consona alle sue aspirazioni più profonde.
A volte l’acqua scorre calma, è quasi ferma, ma induce a pensare. La sua superficie non è come quella di una strada, di un campo. Sappiamo che è più profonda, nasconde un letto, tutte le sue sedimentazioni e il lieve scorrere porta i pensieri lontano, non solo nello spazio, ma anche nel tempo.
Ricordo che quando ero bambina, andavo a Rocca di Mezzo, in Abruzzo d’estate. A circa un chilometro dal paese scorreva un ruscello che poi fluiva incanalato sotto un filare di vecchie case fin nel centro del paese. All’inizio, sotto un ponte, si vedevano sanguisughe nere che io osservavo incuriosita e impaurita. Poi l’acqua si veniva a trovare come in un canale placido sotto le finestre di queste vecchie case, riempiendosi di canne e di piante acquatiche con infiorescenze lilla. Rammento che pensavo a quelli che si erano affacciati dalle finestre di quelle antiche abitazioni, quelli che avevano passato la loro vita lì in secoli più lenti dei nostri e il peso dei loro pensieri  protesi sull’acqua, mi trasportava lontano nel tempo. Ora hanno cementato il ruscello e non so neanche se le case che stanno in quel posto siano le stesse di quando ero piccola, perché da anni il paese è preda di un fervore edilizio causato dai romani che si recano lì a sciare. Anche quei pensieri, densi di preoccupazioni e di dolore – qualche volta forse anche di gioia - , che si soffermavano sul corso d’acqua dall’alto – non ci sono più, se non forse nel ricordo di qualcuno.
Il legame tra l’acqua e il pensare è vivo in molti autori. Quel grande osservatore della natura che è stato Thoreau ci dice:

Se uno vuole riflettere, lasciate che si imbarchi in un placido corso d’acqua e che galleggi con la corrente. Non può resistere alla Musa. Man mano che risaliamo la corrente, dandoci da fare con la pagaia con tutte le nostre forze, pensieri fugaci e impetuosi scorrono nel cervello. Sogniamo di conflitti, potere e grandiosità. Ma volgete la prua verso la foce e le rocce, gli alberi, le mucche, le collinette, assumendo posizioni nuove e varie, mentre il vento e l’acqua spostano la scena, favoriscono l’abbandono liquido del pensiero, di vasta estensione e sublime, ma sempre calmo e ondulante in modo gentile. [11]

In questo brano lo scrittore trascendentalista americano distingue tra i pensieri di conflitto e forza che sorgono quando si va controcorrente e l’abbandono liquido del pensiero che avviene quando la barca va verso la foce.
Anche Shakespeare usa un’ immagine imperniata sull’acqua per parlare del tempo che erode rapidamente la vita:

Come i flutti s’affrettano verso la riva ghiaiosa,
così precipitano i nostri minuti verso la loro fine,
e sottentrando ciascuno al precedente,
in un seguito affannato si spingono tutti innanzi.[12]

 

In fondo lo stesso processo di dentificazione con l’acqua è attivo anche in Virginia Woolf in questo brano tratto da Gita al faro:

Andavano lì regolarmente ogni sera, quasi per una necessità. Pareva che l’acqua portasse al largo, facesse navigare sull’onde pensie ristagnanti in terraferma, dando così ai loro corpi una specie di fisico sollievo. Dapprima il palpito del colore inondava la baia d’azzurro, e il cuore si dilatava con esso e il corpo sembrava fluttuare, ma solo per essere, subito dopo, respinto e raggelato dall’ispido nereggiare delle onde agitate. Poi dietro la gran roccia bruna, quasi ogni sera, sprizzava bizzarramente, così che stare a spiarne l’irrompere era delizia, una fontana d’acque bianche; e allora, nell’attesa, si poteva pur contemplare sul pallido semicerchio della riva la successione delle onde che vi si stendevano via via mollemente un velo di madreperla. [13]

Il movimento dell’acqua porta al largo pensieri stagnanti, dando una sorta di fisico sollievo, perché li sposta lontano da sé. La luce conferisce un senso di dilatazione, ma poi subentra un processo inverso, provocato dall’ispido nereggiare delle onde agitate. L’acqua si muove continuamente sugli scogli ed è piacevole vedere la fontana d’acque bianche o, sulla riva, il velo di madreperla. L’irrompere delle onde sulla costa è descritto come un grande piacere, nella continua trasformazione che genera e a cui trascina l’anima.
La presenza dell’acqua nell’immaginario letterario angloamericano è ricca di esempi illustri.
La Tempesta, il canto del cigno del bardo di Avon, ci lascia dei messaggi distillati durante la lunga carriera drammaturgica shakespeariana. Certamente il grande scrittore non chiude gli occhi sulla malvagità umana, così come si incarna nel potere politico (un tema che gli era caro), ma finge di credere che tutto andrà a finire bene, attraverso l’omaggio reso all’innocenza e ingenuità di Miranda o a quella dei giovani ai quali va lasciato in eredità il mondo.
L’uomo demiurgo, Prospero, governa le forze della natura positive (Ariel) e negative (Calibano), ma alla fine rinuncia alla sua onnipotenza e lascia la sua isola, ritorna alla civiltà, da dove l’aveva scacciato il tradimento di suo fratello, riprova a vivere nella società che l’aveva barbaramente esiliato. Ma, prima di tutto questo, ci troviamo su un’isola bagnata da un mare purificatore. La tempesta congegnata dal mago salva i villain Alonso ed Antonio dalla loro malvagità. E’ ancora il naufragio che porta Ferdinando e Miranda a conoscersi e li fa innamorare. Come in Pericle la morte per acqua significa redenzione. La bellissima lirica che Ariel canta intriga Ferdinando naufragato sulle coste dell’isola e ignaro della sorte del padre: 

Full fathom f ive thy father lies;
Of his bones are coral made;
Those are pearls that were his eyes:
Nothing of him that doth fade
But doth suffer a sea-change
Into something rich and strange.
Sea-nymphs hourly ring his knell:

 
A cinque intiere tese giace tuo padre,
e le sue ossa son diventati corallo.
Quelli che erano i suoi occhi ora son perle;
non c’è di lui nessuna parte destinata a perire
che non subisca per opera del mare
una trasformazione in qualche cosa di ricco e di meraviglioso.
Le Ninfe marine ad ogni ora suonano per lui a mortorio. [14]
 
Le effe del primo verso scavano una profondità nel mare e l’acqua – a livello fonico – si apre, si allarga e si richiude nelle dilatazioni vocaliche delle varie parole. Nella loro instancabile mobilità, dopo i tonfi cadenzati di full fathom five, le vocali si allargano in thy e lies. L’inversione ci mostra prima le perle e poi gli occhi (eyes), che si riaprono nel dittongo ai. Le dentali di nothing/that/doth/fade seguite da but/doth sono intoppi che guidano alle metamorfosi sea-change/strange, bottino prezioso di bellezza che si dischiude all’occhio dello spettatore-uditore.
La musica di Ariel va incontro a Ferdinando abbagliandolo nella sua bellezza, più che nel messaggio di morte che falsamente reca.


 

Those are pearls that were his eyes riecheggia nella Terra desolata di Thomas Stearn Eliot nell’episodio riguardante Madame Sosostris:

…Temete la morte per acqua
[15]

Ma nella parte IV del poema, La morte per acqua, l’acqua è divenuta un elemento di purificazione. Phlebas è il simbolo della civiltà moderna, fatta di commerci e scambi, in cui i popoli si spostano continuamente. Questa civiltà “arriva al culmine delle sue contraddizioni con lo scoppio della I Guerra Mondiale”. [16] La soluzione mistica è la sola “via di salvezza”. La morte del marinaio fenicio è per il Trigona 1) cristiana liberazione dalle pene terrene, dimenticanza de “il guadagno e la perdita”; 2) rituale religioso di morte-rinascita secondo i riti antichi di cui Eliot ha letto in Frazer e Weston; 3) rito cristiano di liberazione dal peccato originale (il battesimo è morte dal peccato per acqua). Il brano è di una rara sensibilità poetica. La consistenza palatale del corpo di Phlebas si scioglie nei cambiamenti vocalici del secondo verso (forgot the cry of gulls). La corrente sottomarina si sostanzia nelle sibilanti di bonese whisper. Gli alti e bassi di rose e fell terminano nel turbinio onomatopoietico di whirpool. Il tono di Gentile o Giudeo / O tu che volgi la ruota e guardi nella direzione del vento è il tono del predicatore che invita a cambiare vita.



Margareth Atwood nella poesia Frogless (Senza rane), tratta da Mattino nella casa bruciata [17], descrive un paesaggio di malattia in cui l’acqua è diventata alcool e gli animali nascono deformi:

The sore trees cast their leaves
too early. Each twig pinching
shut like a jabbed clam.
Soon there will be a hot gauze of snowsearing the roots.

Booze in the spring  runoff,
pure antifreeze;
the stream worms drunk and burning.
Tadpoles wrecked in the puddles.

Here comes an eel with a dead eye
grown from its cheek.
Would you cook it?
You would if.

The people eat sick fish
because there are no others.Then they get born wrong.

This is not sport, sir.
This is not good weather.
This is not blue and green.

This is home.
Travel anywhere in the year, five years,
and you’ll end up here.

Gli alberi dolenti perdono le foglie
troppo presto. Ogni rametto si chiude
di colpo come una vongola stuzzicata.
Presto arriverà una calda garza di neve

a cauterizzare le radici. 
Alcool nel disgelo della primavera,
puro antigelo;
l’acqua serpeggia ubriaca e rovente,
I girini naufraghi nelle pozze. 

Ecco l’anguilla con l’occhio morto
spuntato su una guancia.
La cucineresti?
Caso mai…

La gente mangia pesci malati
perché non ce ne sono altri.

Poi nascono sbagliati. 
Questo non è divertente, signore.
Questo non è bel tempo.
Questo non è tutto verde e azzurro.

Questo è casa tua.
Viaggia dove vuoi in un anno, in cinque anni,
poi è qui che ti ritrovi.  

Nel suo tipico stile realistico la scrittrice canadese non lascia illusioni a chi la segue. La consapevolezza che questo territorio contaminato è il posto in cui tutti noi viviamo penetra nelle nostre ossa senza che possiamo fare niente per dimenticarcene. Forse proprio per questo ci troviamo a non avere altre scelte se non quella di combattere tutto questo deterioramento, così come combattiamo le malattie che giungono sulla soglia della nostra casa.



Altre volte gli scrittori ci offrono esempi di rapporti appaganti con l’acqua. La poetessa statunitense Maxime Kuminci ha dato un esempio efficace del suo confondersi con l’acqua nella bellissima poesia Morning Swim (Nuotata mattutina) [18], che offre la rappresentazione di un corpo femminile solitario – in una mattina nebbiosa –che si tuffa e realizza la sua fusione perfetta con l’elemento acquatico:

Into my empty head there come
a cotton beach, a dock wherefrom
 
I set out, oily and nude
through mist, in chilly solitude.
 
There was no line, no roof or floor
to tell the water from the air.
 
Night fog thick as terry cloth
closed me in  its fuzzy growth.
 
I hung my bathrobe on two pegs.
I took the lake between my legs.
 
Invader and invaded, I
went overhand on that flat sky.
 
Fish twitched beneath me, quick and tame.
In their green zone they sang my name
 
and in the rhythm of the swim
I hummed two-four-time slow hymn.
 
I hummed “Abide With Me.” The beat
rose the fine thrash of my feet,
 
rose in the bubbles I put out
slantwise, trailing through my mouth.
 
My bones drank water; water fell
through all my doors, I was the well
 
that fed the lake that met my sea
in which I sang “Abide With Me.”

 
Nella mia testa sgombra si profila
una spiaggia di cotone, una banchina
 
da cui partii, unta e denudata
tra la foschia, in solitudine gelata.
 
Linea non c’era, soffitto o fondale
a distinguere l’acqua dall’aere.
 
La nebbia della notte densa come un telo
racchiuse me nel suo spugnoso ordito.
 
A due gancetti l’accappatoio appesi,
fra le mie gambe il lago presi.
 
Invasore ed invasa, procedevo
a bracciate dentro quel piatto cielo.
 
Pesci rapidi e miti sotto di me a guizzare.
Dentro quel verde spazio il mio nome a cantare
 
e intonavo nel ritmo della bracciata
a due quarti una lenta ballata.
 
Mormoravo: “Assecondami”. La toccata
saliva dai miei piedi all’elegante falcata,
 
saliva fra le bolle che sgorgavano
di lato, dalla mia bocca spalancata.
 
Le ossa bevvero acqua, acqua cadente
da ogni porta. Io ero la sorgente
 
che nutriva il lago, che incontrava il mio mare
nel quale “Assecondami” cantavo.
 
La protagonista non solo si tuffa in un ambiente acquatico che è tutt’uno con la terra e il cielo, ma con il ritmo delle proprie bracciate stabilisce un ritmo che è in armonia con l’acqua in cui si muove. Alla fine diventerà acqua lei stessa poiché da tutte le sue “porte” si riversa acqua a nutrire l’altra acqua in cui procede. La poesia trasmette un gran senso di libertà e di armonia fra la nuotatrice e l’acqua.

Sulla stessa linea, anche se il tono diventa giocoso, si trova Sandro Penna in questi versi:

Ecco il fanciullo acquatico e felice.
Ecco il fanciullo gravido di luce,
più limpido del verso che lo dice.
Dolce stagione di silenzio e sole
e questa festa di parole in me
.[19]

E come non ricordare la limpidezza  e l’armonia de La pioggia nel pineto [20] del nostro Gabriele D’Annunzio come esempio della partecipazione panica al mondo naturale e “acqueo” del bosco?

Non la riporteremo per intero perché si tratta di una poesia ben nota, ma è opportuno ripercorrerla per interpretarne le sottili allusioni poetiche. Il poeta si rivolge a qualcuno – Ermione -, poiché la poesia comincia con l’imperativo Taci, che impone silenzio e l’apertura verso qualcosa che si sta schiudendo. Le parole successive ci pongono ai margini del bosco: Su le soglie / del bosco non odo / parole che dici / umane. L’uso sapiente dell’enjambement accresce il senso del mistero. Si scopre così che le parole sono umane perché il poeta vuole ascoltare un linguaggio diverso che si sprigiona dal cadere delle gocce sulle foglie del bosco. Dopo alcuni versi ancora un imperativo: ascolta. E’ l’invito ad ascoltare il linguaggio della pioggia che si deposita sulle varie piante del bosco, tutte nominate, e sui volti le mani, i vestimenti e i freschi pensieri delle due persone che stanno nel bosco.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitio che dura
e varia nell’aria
secondo le fronde
più rade, men rade
.

E’ tutta un’orchestrazione che si dispiega nel bosco e a cui partecipa il canto delle cicale. Ogni pianta ha il suo suono (pino, mirto, ginepro, altro ancora) e anche i due attori umani di questo scenario sono imbevuti della pioggia che cosparge il bosco:

Ascolta, ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
 


Il canto della rana si mesce a quello delle cicale, proveniente dall’umida ombra remota, dall’ombra più fonda. Accanto al sentimento di fusione con il tutto vegetale e animale, sorge e si accresce una sottile sensualità in questo contatto intimo con il bosco indotto dalla onnipresenza della pioggia:

E piove su le tue ciglia,
Ermione 
Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pèsca
intatta,

Qui si palesa anche un senso di purificazione che  viene attribuito all’acqua. Si parla de l’argentea pioggia che monda e più in giù si osserva che la vita è in noi fresca / aulente, / il cuor nel petto è come pèsca / intatta.
Negli ultimi versi che ripetono quasi alla lettera alcuni versi già pronunciati, la cadenza della reiterazione si salda e si illanguidisce nella partecipazione cosmica alla rinascita del bosco, alla sua metamorfosi in atto.
L’acqua spesso ha una qualità catartica, perché ha la possibilità di lavare e quindi di determinare un cambiamento sostanziale in chi vi si immerga, basti pensare al significato del battesimo. Nel recente film La donna che canta il figlio e la figlia della donna nuotano in una piscina, dopo aver appreso che hanno un altro fratello che – a suo tempo – ha stuprato in una prigione la loro madre. Evidente è il desiderio di togliersi di dosso questo peso ingombrante.
Identica appare la funzione di un bagno in una piscina napoletana in un film meno recente, L’amore molesto, in cui la protagonista, che per tutta la durata del film è alla ricerca di verità scomode su sua madre, si concede insieme a un suo vecchio amico d’infanzia.



Ritroviamo nella modernità di una giovane poetessa italiana, Laura Fusco, la presenza inquietante dell’acqua che circola fluida in tutta la narrazione poetica:

E’ trascorsa un’altra strana giornata.
Hai messo l’acqua a bollire.
Hai preparato la tisana.
Hai detto a te stessa: devo cercare di dormire.
Oppure non è andata così.
Magari non hai messo l’acqua a bollire ma ci hai solopensato.
Magari hai detto, anche se non ha nessun senso:
devo cercare di non dormire e aspettarlo
oppure: no,
lascio il pensiero passare oltre il muro come un rumoredell’anima, una febbre,
inondare la casa da una stanza all’altra o accendere le luciin cima alle colline,
attraversare una soglia e partire,
fare ordine in cucina prima che arrivi.
Fuori
la notte dell’acqua.
Dentro una lampadina fioca
che sta per fulminarsi
e una tazza di caffè per stare sveglia
[21]

L’acqua è una presenza materiale, serve a preparare una tisana ma, complice di una sua congenita fluidità, genera incertezze che contaminano il pensiero il quale poi percorre la casa o insegue le colline. L’acqua è anche un paesaggio che incombe sulla notte e sulla vita di tutti. Altrove diventa l’elemento scatenante di un incontro e la presenza attiva che si snoda durante tutto il racconto dell’esperienza:

Su un ponte da Nouvelle Vague,
su una bici che ti lascia a piedi  in mezzo al temporale,
con il sacco rotto della spesa che semina girasoli in mezzoal traffico,
tu.
E invece lui,
nell’appartamento gelato e messo a soqquadro
per cercare la fuga di Annie e
il giorno dopo del gas.
O del gas
e il giorno dopo
di Annie.
Ti sei rifugiata nelle scale buie per strizzarti l’acqua daivestiti senza sospettare
che poi saresti salita da lui,
a portargli tutta quell’acqua sulle losanghe azzurre e neredel pavimento,
tutto quel tuo respiro rappreso di freddo.
Lui invece
ti aspettava,
attratto dai girasoli,
attratto dalla pioggia,
attratto dall’idea di non pensare più a Annie.
Hai sgocciolato sui suoi libri,
sparsi come guadi sul pavimento,
camminando fino a dove
ti ha passato una vestaglia,
ti ha passato un asciugamano,
ti ha passato il contatto della sua mano.
Quello delle tue labbra sul bordo del bicchiere
l’avete fatto tintinnare facendovi spazio a fatica
tra i quadri e le tende di velluto.
Anche lui aveva una bici.
Ti sei appoggiata al cerchione.
Lo hai sentito entrarti tra le scapole e le vertebre.
Spostandoti hai messo una mano in una felce come se fossi inun prato
e non al Marais.
Ti ha chiesto
se volevi che scendesse a raccogliere i tuoi girasoli,
se volevi che ti desse una sua camicia per scendere araccoglierli insieme,
incuranti del traffico in tilt
e dei mulinelli d’acqua e di foglie.
Ti sei messa la sua camicia
ma non vi siete mossi,
finché i gesti e le voci hanno cominciato a asciugarsi e ascaldarsi.
L’ascensore si è fermato e ha rovesciato una luce improvvisa
sui tuoi capelli.

[…] [22]

Anche qui l’acqua tende ad identificarsi col pensiero, a generare e liquidare forme nel tempo della narrazione. Informa il racconto, scompaginando propositi e riassemblando immagini. Si muove nelle pieghe del narrare, da lei condizionato, narrare di piccoli accadimenti esterni e di tutte le sensazioni del corpo che fanno parte dell’evento e vengono accuratamente registrate. E’ interessante notare come il narratore colga una miriade di impressioni secondarie che fanno parte tutte di uno stesso scenario, ponendosi, per così dire, nella posizione di un osservatore esterno. In questo contesto l’acqua apre anse e slarghi inaspettati, è un’incursione e un dischiudersi di mondi nuovi e finisce la sua funzione quando la voce narrante informa che i gesti e le voci hanno cominciato a asciugarsi e scaldarsi. Impone anche una presenza naturale a una vicenda cittadina perché è capace come nessun altro elemento di mantenere una sua verginità anche in paesaggi modificati dalla convivenza sociale.
Elemento affine alla cultura sommersa delle donne, l’acqua emerge epifanicamente anche in una poesia di Annamaria Ferramosca, tradotta in inglese da Anamarìa Crowe Serrano:

Sorveglio l’acqua
Sorveglio l’acqua. Imparo
come si evapora,
come si abbandona l’esuvie.
In un angolo il mucchio:
il sale della vita (l’acqua è ironica)
 
Il dio dell’acqua saggio
ondulava in serpente
allevando le spighe
e insieme i pesci
E ignaro,  in petto, anche l’uomo.
Tecnica, che solo un dio padroneggia,
ma che esclude
perversioni di plastica.
 
La sapienza dell’acqua
quando imperla
la fronte per timore,
prima di commettere,
prima di parlare.
 
 
I watch water
I watch water. I learn
how to evaporate
how exuviae are abandoned.
The pile lies in a corner:
the salt of the earth (water is ironic)
 
The wise god of water
was undulating like a snake
nurturing the reeds
together with the fish
And man too, unawares, was leeching off him.
It’s a technique that only a god can master,
but which leaves no room
for plastic perversions.
 
How knowledgeable water is
when it covers the forehead
in beads of fear,
before we commit,
before we speak. 
[23]


E’ una poesia intrisa di leggerezza e, come dice la poetessa stessa, di ironia. Poche molecole esistenziali del nostro rapporto denso e speciale con l’acqua che ci stupisce sempre. 




Ed è sul motivo della leggerezza che vorrei finire questa breve disamina sui 
modi che alcuni scrittori e alcune scrittrici hanno di raffrontarsi con l’acqua, facendola entrare nella loro vita, proponendo un famoso frammento da Saffo e un esempio di filastrocca nonsense di Edward Lear [ * ]. Nel primo l’oscurità dell’Oltretomba si stempera in uno squarcio di freschezza naturalistica dalla levità orientale:                                               

Io voglio morire:
voglio vedere la riva d’Acheronte
fiorita di loto fresca di rugiada. [24]

Nel secondo, come al solito, la rima nonsensical impone un senso di incongruità al breve componimento poetico. L’acqua può essere anche questo. 

There was an old person of Sheen,
Whose expression was calm and serene;
He sate in the water, and drank bottled porter,
That placid old person of Sheen
[25]

C'era un vecchio di Sheen
Il cui modo di epsrimersi era calmo e sereno;
stava seduto nell'acqua, e beveva birra scura imbottigliata
Quel placido vecchio di Sheen.




 

[1] San Francesco D’Assisi, Cantico di frate Sole [ * ]
[2] Jean Giono,  L’uomo che piantava gli alberi, Milano, Salani, 1996 [ * ] (ed. or.1980, L’homme qui plantait des arbres, Gallimard, Paris)
[3] Cecco Angiolieri, Sonetto LXXXVI [ * ] [ * ]
[4] Il testo in inglese, qui tradotto da Anna Maria Robustelli, è stato tratto da "Only Connect A History and Anthology of English Literature 1", a cura di Marina Spiazzi e Marina Tavella, Second Edition, Zanichelli, 2004
[5] Anne Carson, Antropologia dell’acqua. Riflessioni sulla natura liquida del linguaggio a cura di Antonella Anedda, Elisa Biagini, Emmanuela Tandello, Roma, Donzelli, 2010 [ * ]
[6] Il corsivo di alcune parole che hanno a che fare con l’acqua è mio
[7] traduzione di Diego Valeri
[8] Henry David Thoreau, The Journal of Henry D. Thoreau, edited by Bradford Torrey and Francis H. Allen, New York, Dover Publications, Inc.,1962.
[9] In http://leonardodavinci.csa.fi.it/osservatorio/infea/html/poesie/poesia-9.htm
[10] Italo Calvino, Marcovaldo,Torino, Einaudi, 1963
[11] Henry David Thoreau, op.cit.
[12] William Shakespeare, Sonnet LX, in Sonetti, edizione integrale a cura di Gabriele Baldini e traduzione di Lucifero Darchini [ * ], Milano, Feltrinelli, 1965. (Prima edizione della traduzione di L. Darchini nella Biblioteca Universale Sonzogno: 1909)
[13] Virginia Woolf, Gita al faro,Garzanti, 1974 [ * ]
[14] William Shakespeare, La Tempesta, traduzione di G. S. Gargano introduzione e note di Guido Ferrando. Firenze, G. C. Sansoni Editore,  1952
[15] T. S. Eliot, La terra desolata, traduzione di Mario Praz, Torino, Giulio Einaudi, 1965, per gentile concessione dell’editore Valentino Bompiani
[16] Prospero Trigona, Saggio su The Waste Land,  Napoli, Guida Editori,  1973
[17] Acura di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti, Firenze, Le Lettere,  2007.
[18] In Corporea, il corpo nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese, a cura di Loredana Magazzeni, Fiorenza Mormile, Brenda Porster, Anna Maria Robustelli, Sasso Marconi, Le Voci della Luna,  2009, pp.20-21 [ * ]. La poesia in questione è stata tradotta da Loredana Magazzeni.
[19] Sandro Penna, Tutte le poesie, Milano, Garzanti, 1979 [ * ]
[20] Enzo Palmieri, Crestomazia dellaLetteratura Italiana Tomo III Ottocento e Novecento, Palermo, Palumbo,1957.
[21] Laura Fusco, Sangue & rossetto a cura di Camilla Torre, Le Voci della Luna. Numero 47 – Luglio 2010 [ * ] [ * ]
[22] Ibidem.
[23] A Selection of Poems 1990-2009 Annamaria Ferramosca Translations and Introduction Anamarìa Crowe Serrano, NewYork, Chelsea Editions, 2009.
[24] Lirici greci tradotti da Salvatore Quasimodo con un saggio di Luciano Anceschi. Arnoldo Mondadori Editore, 1951 [ * ]         [25] The Complete Nonsense of Edward Lear collectedand introduced by Holbrook Jackson, New York, Dover Publications, Inc., 1951 [Ho fornito la traduzione a semplice titolo esplicativo, dato che è molto difficile tradurre questo tipo di poesia, basata sull’inconsistenza della rima]





(Anna Maria Robustelli - gennaio 2011) 










(apparso nei Quaderni del Liceo Orazio N.1 Anno Scolastico 2010/2011 Roma, a cura di Mario Carini)







 


 


 

 

LA SETTA DEGLI ANGELI
post pubblicato in Camilleri, Andrea , il 13 marzo 2012

  

Questo splendido affresco di una Sicilia primo Novecento è l’ennesimo romanzo storico scritto da Andrea Camilleri, che sta diventando una vera gloria della nostra letteratura contemporanea.
Unica pecca, per chi non conosce il dialetto, è l’uso potente ed efficacissimo del dialetto siciliano, che lo rende di lettura davvero piacevole, oltre che dare colore alle trovate che accompagnano il racconto delle vicende.
Si svolge in un paese dell’entroterra siciliano, Palizzolo (luogo di fantasia) ed inizia dal locale circolo dei nobili, presente  –  a quel tempo – quasi in ogni borgo dell’isola, ove è in corso una votazione per l’ammissione di un nuovo socio
La vicenda si ispira ad un fatto realmente accaduto ed ha – come elemento fondante – il rifiuto della conoscenza della verità da parte delle persone. Almeno questo recita la recensione presente nel sito dell’editore. Io non ho visto solo questo, nel romanzo: sicuramente questo sarà il fine che l’autore si è proposto ma nel libro c’è molto altro...
La cosa più divertente, a mio avviso, è la dinamica della vita di paese. Sicuramente di questa vita fa parte anche la storia dell’avvocato Teresi, che si vede rifiutare – anche dopo aver rivelato la storia delle chiese (sette su otto) in cui i parroci abusavano delle fedeli – l’iscrizione al circolo proprio per le mene che nello stesso avvenivano, protagonisti alcuni notabili che sono, di fatto, i protagonisti del romanzo stesso.
Camilleri avvince il lettore, con la sua affabulazione fatta sì di spunti e vicende letterarie, ma soprattutto di carattere “locale”, “paesano”, per dirla con vocaboli attuali. Carattere che la scrittura dialettale evidenzia in modo superlativo. Abbiamo tantissimi romanzi di Camilleri scritti in Italiano e non in dialetto: ma in questo, come in molti altri, non soltanto in quelli che riguardano il personaggio del “commissario Montalbano”, è proprio la presenza del dialetto a dare carattere al libro e all’intera vicenda, anche nell’accezione presente sul sito dell’editore. Intorno al dialetto camilleriano e – in particolare – a quello di un romanzo storico tra i più famosi, “Il birraio di Preston”, è stata fatta una tesi di laurea in dialettologia (*). In altri romanzi il dialetto sottolinea le espressioni più felici e le trovate più tipiche della vita di paese di cui sto dicendo.
Come sempre, non scrivo una recensione per parlare delle vicende narrate dal libro. A me interessano altri pareri sull’opera stessa, e credo di aver detto la mia, qui, su quello che è il pregio dell’opera stessa: buon divertimento a chi vuole leggerla.


(*) – Per coloro che fossero interessati, ecco il titolo della tesi: Margherita Di Rienzo, La lingua del "Birraio di Preston" di Andrea Camilleri, Università La Sapienza, Facoltà di Lettere, Roma, Anno accademico 2006-2007 [ * ]

 


 

(Lavinio Ricciardi)




 

 

Andrea Camilleri, La setta degli angeli, Sellerio, 2011 [ * ]

 

 

 


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L'UOMO CHE DIALOGAVA CON IL COYOTE
post pubblicato in Nicoletti, Martino, il 10 marzo 2012


 
E' in corso a Perugia al Museo civico di Palazzo della Penna fino al 9 aprile la mostra "Beuys e lo sciamano: estasi, rito e arte". Sono esposte le sei lavagne su cui, aiutandosi con disegni, Beuys esplicitò il 4 aprile 1980 durante l'incontro alla Rocca Paolina "Beuys vs Burri" la sua teoria politica. Accompagnano le lavagne dei pannelli esplicativi curati da Martino Nicoletti, la cui interpretazione, affidata più compiutamente al libro di cui stiamo trattando, risulta quanto mai pertinente. Nicoletti è un antropologo, studioso dello sciamanismo, che ha approfondito nel corso di viaggi in Estremo Oriente, in particolare in Nepal. Il racconto autobiografico di come Beuys, abbattuto nei cieli della seconda guerra mondiale, venisse raccolto e curato dai tartari secondo metodi tradizionali entrando in rapporto con la loro cultura, deve essere approssimativo per difetto se, come mostra Nicoletti, già nei disegni della fine degli anni '40 e dei primi anni '50 appare del tutto chiara una conoscenza approfondita della simbologia e della modalità dei rituali sciamanici. Forse Beuys vi era giunto autonomamente, se negli anni '80 sosteneva con l'antropologo Michael Oppitz (autore del documentario "Sciamani nel paese dei ciechi") di essere uno "sciamano rovesciato" e che gli sciamani "avevano preso da me tutto". Brevi affermazioni politiche, essenziali come slogan, affiancano e intersecano figure umane e animali, fragili come quelle delle grotte preistoriche, inserite in un tracciato grafico di simboli e linee che ricapitolano, come mostra persuasivamente Nicoletti, la cosmologia e il rituale sciamanico. 

Si hanno figure animali come la lepre, il cigno, il cervo, simboli cosmici come la caldaia (cfr. l'uovo cosmico in Mircea Eliade), il cubo (che rappresenta la società), il cerchio solare, la corda, il bastone pastorale, la leva, la slitta (tramite per l'aldilà). C'è il maschile e il femminile, il recto e l'inverso delle figure come in un riflesso. C'è, immancabile in Beuys, l'elemento energetico, conduttore di calore, vita, elettricità. Sono tutti simboli che richiamano il mondo degli sciamani. Lo sciamano deve poter "morire" per rinascere come tale con dei poteri accresciuti. Lo sciamano vede nell'animale l'incarnazione di uno spirito e tenta di adeguarsi a parlare con esso. La lepre, in rapporto con il tema della nascita, scava gallerie in terra, come l'artista e lo sciamano ne scavano nella mente. Il cigno è simbolo della vita immortale. Il cervo è tramite con le sue corna di metamorfosi. L'inseparabile cappello di feltro ricorda le ferite alla testa protette dal feltro ma anche l'esperienza di morte iniziatica ed è quindi simbolo di elezione. Allude ad un'umanità più evoluta che racchiude quanto di più ancestrale è nell'uomo. Il pensiero politico di Beuys (un appello alla democrazia diretta, alla solidarietà, alla protezione dei valori della vita, alla democratizzazione politico-fiscale del denaro contro il suo monopolio, alla discussione permanente), in rapporto ai primi movimenti verdi, trova quindi base e appoggio più solidi in una prospettiva ancestrale e auratica, che ricomincia dai fondamenti stessi della civilizzazione umana, in cui sempre è presente in una situazione di estrema fragilità una dimensione autoprotettiva.

  
  
(Carlo Verducci)






Martino Nicoletti, L'uomo che dialogava con il coyote, Exorma, 2011 [ * ]







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UN'EREDITA' DI AVORIO E AMBRA
post pubblicato in De Waal, Edmund, il 7 marzo 2012

                                                                                                            

The Hare with Amber Eyes. A Hidden Inheritance. E' il titolo originale di questo libro. Una lepre con gli occhi di ambra. Un'eredità nascosta.
Al centro del racconto che c'è una collezione di netsuke, sculture giapponesi così piccole da poterle tenere in mano, con due fori per il passaggio di un cordoncino, usate per fermare astucci o portaoggetti alla cintura del kimono, che è privo di tasche.
Bottoni, dunque, ma bottoni scolpiti da artisti e artigiani in materiali preziosi, bottoni intarsiati, lisciati e rifiniti con la cura che i giapponesi dedicano agli oggetti d'uso d'ogni giorno. Sono 264, collezionati a Parigi da un lontano prozio dell'autore negli anni tra il 1870 e la fine del XIX secolo. Era l'epoca delle giapponeserie, dei paraventi a disegni orientali, dei vasi cinesi a ornamento delle ricche case borghesi. Le piccole sculture destano curiosità e meraviglia. Alcune rappresentano scene di vita quotidiana: l'uomo che intaglia una zucca, la fanciulla che fa il bagno nella vasca, il bottaio che realizza un barile, il monaco con il viso nella ciotola. Poi ci sono gli animali: topi dalla coda sinuosa, la lepre con gli occhi di ambra, la cicala, il polipo, i mitili. Oppure elementi del mondo vegetale: fiori, foglie, frutti. Il netsuke preferito dell'autore è una nespola matura, scolpita in legno di castagno alla fine del '700. La patinatura dà una sensazione di morbidezza, fa piacere stringerla in mano e scorrerla tra le dita, l'autore la porta in tasca con sé come un amuleto nella ricerca di luoghi, carte, ricordi che daranno vita al libro.
Dalla casa del prozio amante dell'arte e amico di Renoir e Degas, la collezione si sposta a Vienna, come dono di nozze, in una vetrinetta di lacca nera. Sarà sistemata nello spogliatoio di Emmy, la trisnonna dell'autore, al piano nobile del palazzo di famiglia, sul Ring, al centro della città.
Siamo agli inizi del Novecento, gli anni della Belle Epoque, nel cuore dell'impero austro- ungarico, sotto lo sguardo paterno dell'imperatore Francesco Giuseppe. Poi l'attentato di Sarajevo, la guerra, il crollo di un mondo, la crisi economica, l'arrivo del nazismo. Il palazzo sul Ring è requisito, gli oggetti preziosi che contiene sono confiscati. I proprietari riescono a fuggire, si disperdono in varie parti del mondo, ed è una fortuna. Altri finirono ad Auschwitz e Mauthausen.
La collezione di netsuke sfugge alla razzia, una cameriera riesce a nasconderla nella sua stanza da letto, all'interno del materasso. La restituirà, al termine della guerra, alla figlia di Emmy. Sono gli unici oggetti rimasti del palazzo sul Ring.
Per un caso del destino le piccole sculture tornano in Giappone, e finiscono poi in Inghilterra, a casa del bisnipote di Emmy.
Al centro del racconto c'è la ricca famiglia Ephrussi, banchieri ebrei originari di Odessa, che hanno costruito la loro ricchezza sul commercio del grano e l'hanno poi radicata nelle grandi metropoli europee, allo stesso modo dei Rothschild, a cui li legano vincoli di parentela.
Al centro del racconto c'è la storia europea dall'Ottocento ai giorni nostri, vista dagli occhi di un ebreo che vive a Odessa, a Parigi, a Vienna. Scorrono sulle pagine del libro i pogrom della Russia zarista, l'affare Dreyfus, la politica di assimilazione portata avanti dagli Absburgo, la tragedia del nazismo.
Al centro dei racconto ci sono i bambini, che guardano con occhi sgranati le figurine dalla patina antica che si possono prendere dalla vetrina di lacca nera, stringere in mano, e disporre sul tappeto, quando si va a salutare la mamma che si prepara per uscire, ma ha sempre il tempo per raccontare una storia ispirata ai netsuke.
I piani della storia si intersecano e si ribaltano, come in un gioco di specchi. I racconti fioriscono e si moltiplicano intorno alla lepre con gli occhi di ambra e alla nespola tenuta in tasca come un amuleto.

 
 
(Rita Cavallari)

 
 
 
 
 
 
Edmund De Waal, Un'eredità di amore e ambra, Bollati Boringhieri, 2011 [ * ]








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IL MIO INVERNO A ZEROLANDIA
post pubblicato in Predicatori, Paola, il 29 febbraio 2012


Ho terminato in pochi giorni la lettura di questo splendido romanzo, che la presentazione di copertina (e anche un’intervista con l’autrice, che me la ha fatta conoscere) non descrive completamente. Sono del parere che un libro – per conoscerlo – occorra leggerlo. E non una sola volta.
Il libro è magico, affascinante. Trasporta subito nel mondo di Alessandra, la protagonista, di cui racconta circa un anno di vita.
Il racconto origina dalla madre di Alessandra e dalla malattia che – in pochissimo tempo – la porta via. E a come Alessandra vive quel momento: il primo capitolo si intitola appunto Mia madre: già da questo si intuisce che il libro è raccontato in prima persona. E questo consente una miglior comprensione della psicologia di Alessandra. La vita, dal giorno in cui la madre le manca, cambia del tutto, e Alessandra lo mostra subito a scuola, quando ritorna in classe, dopo il lutto. Non sopporta le compagne, la loro carità pelosa – come direbbe un adagio toscano – e quindi non va ad occupare il suo solito posto, ma va a sedersi in un banco in fondo, ove risiede un compagno di classe noto per essere del tutto avulso dal resto della classe, tanto che (non solo per questo) tutti lo chiamano Zero, anziché Gabriele (il suo vero nome).
Nella ricerca di cambiamento che Alessandra sente di dover praticare, l’osservazione di Zero e delle sue abitudini occupa subito molto del suo tempo di classe (del suo tempo interno vorrei dire, perché Ale è sempre vigile, nonostante il suo stato di dolore originato dalla perdita) e così, osservando le abitudini di Zero, cerca di studiare il mondo in cui lui vive. A questo mondo, per riferirlo nei suoi pensieri, dà subito il nome di Zerolandia.
Il libro inizia subito a scandire con le date (la prima, 27 settembre, è il titolo del secondo capitolo, e così via) la vita di Alessandra, e – proprio da quel giorno – di Zero. E così prosegue, raccontando, in un crescendo di avvenimenti, le sue esperienze di classe e fuori (al fuori si arriva dopo un po’ di giorni...): il mondo di Ale è sempre più – e man mano che si prosegue, lo diventa – il mondo della classe e del suo ultimo banco, ove siedono lei e Zero.
Non voglio raccontare l’intera storia, né anticiparne la logica evoluzione. Voglio ancora notare, da parte dell’autrice – che in una intervista è stata definita una diciassettenne, mentre la sua età è ben più alta – varie splendide trovate letterarie. La più evidente a chi legge è quella dei nomi dei capitoli: la data del giorno, se il capitolo parla del "quotidiano” di Ale, un pensiero, se il capitolo racconta dei pensieri che Ale rivolge a sua madre o al suo ricordo. Inoltre, nel corso della narrazione, ci sono immagini davvero meravigliose che pochissime, semplici parole hanno il potere di evocare. Ce ne sono quasi ad ogni capitolo.
Un esempio: ...io rimango sepolta sotto il cumulo di macerie della mia stupida leggerezza (pag.181). Ma questo non è che uno dei tantissimi modi dell’autrice di descrivere gli stati d’animo di Ale. Del suo vivere da una parte la perdita di sua madre, fatto che le cambia realmente la vita, e dall’altra l’origine e lo sviluppo della storia d’amore con Gabriele (non più Zero, ora), che invade pian piano la sua vita, togliendole buona parte del dolore che i ricordi della madre portano con se.
Il bello di questo stupendo romanzo, un affresco sull’adolescenza di oggi, è la descrizione di questi stati d’animo, descrizione che avviene con parole semplici, e immagini delicate e fresche, piene di buono e bello, che appaiono così inserite nel contesto della storia da non farci granché caso, per il lettore. E su tutto, l’immagine che viene dal titolo: la realtà del tempo di Ale va da settembre al successivo agosto, ma per lei, fino alle ultime battute, si tratta di il mio inverno:  un inverno nel territorio del suo Gabriele. Un altro piccolo particolare, che non guasta: la premessa all’intera storia si concretizza nel capitolo finale... un tocco d’artista di Paola...
Proprio in questo essere allo stesso tempo un romanzo di giovani, per i giovani e anche di osservazione del mondo giovanile, il libro avrà – penso – un enorme successo. Non è il genere di libri del tipo di alcuni romanzi in voga nel mondo giovanile, E’ un ottimo tentativo di fare del mondo giovanile una descrizione senza fronzoli, pura e semplice: quasi che l’autrice dica ai lettori «ecco, Ale e Gabriele sono così, come li vedete... cosa c’è che non va?».
Insomma, credo che questo libro possa interessare un pubblico molto vasto, che va dai giovani di 16 – 19 anni a coloro che hanno la mia età (ultrasettantenni). Un libro che porta con sé una freschezza e una introspezione molto più vere e genuine di testi che – di pari argomento – non possono competergli per ricchezza di contenuti e di sentimenti. Vorrei che tutte le opere prime fossero come questa.



(Lavinio Ricciardi)





Paola Predicatori, Il mio inverno a Zerolandia, Rizzoli, 2012 [ * ]

 




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JOSEPH BEUYS (I LIKE AMERICA AND AMERICA LIKES ME)
post pubblicato in Diario, il 28 febbraio 2012

Joseph Beuys vuole riproporci in questa azione la scena primaria di quando l’uomo stabilì una vicinanza col cane ancora selvaggio, finendo con l’addomesticarlo. L’uomo è un pastore, figura archetipica per il cane, che resta coinvolto nella sua fascinazione. Il pastore è quasi una divinità, intabarrato nel feltro, col suo lungo bastone euroasiatico. La simbiosi con l’animale è una cura per l’uomo, che infatti arriva al luogo della coabitazione coatta come un ammalato in autoambulanza. Ne emerge il ritratto dell’artista come sciamano, impegnato col coyote in un mutuo rituale di sopravvivenza. Beuys durante il viaggio per andare dal coyote fa il morto avvolto nel feltro. La valenza apotropaica di questo rituale si accompagna al coyote quale trickster, funzionale per una performance in una galleria d’arte. Il coyote è il compagno di giochi infantile, uscito dalla fantasia di una fiaba. L'azione, l'happening erano una caratteristica del movimento Fluxus, di cui Beuys faceva parte. La performance durava una settimana, il video quaranta minuti...

Finita l'azione, con la stessa autoambulanza con cui è venuto, Beuys torna in Europa. 


(Carlo Verducci)



Francesco Pelizzi, Periferie del corpo artistico: l'incontro col coyote, in Mario Perniola (a cura di ), Il pensiero neo-antico: tecniche e possessione nell'arte e nel sapere del mondo contemporaneo, Mimesis, 1995 [ * ]
Caroline Tisdall, Joseph Beuys: Coyote, Schirmer/Mosel, 2008 [ * ]
Martino Nicoletti, L'uomo che dialogava con il coyote, Exorma, 2011 [ * ]





vedi quì e quì


 


 


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IL BALLO
post pubblicato in Nemirovsky, Irene, il 23 febbraio 2012


Questo delizioso libretto, la cui lettura può impegnare da due a tre ore, è un tuffo nella vita di una volta, come diremmo oggi, e consente davvero di tornare ai sogni della prima adolescenza. Ne debbo lettura e segnalazione a una collega del nostro circolo, che ne è – giustamente – entusiasta.
Capita, nella nostra esperienza di lettori, di imbatterci in libri di tutti i generi. Da quelli belli ad altri, magari meno belli ma famosi, oppure “à la pàge” ma sempre – per un lettore – forieri di emozione ed esperienza. Non capita spesso, però, di rivivere emozioni già provate. E – cosa più sorprendente – riviverle nel racconto di chi ci è lontano per nascita e cultura, e che quindi ci sorprende maggiormente.
Questa scrittrice ha avuto una vita brevissima, interrotta dalla barbarie della Shoah: le sue origini sono ucraine, ma è morta ad Auschwitz nel 1942, a 39 anni. E – nella sua scrittura – si avverte l’eco della sua gioventù, certamente molto felice (Il ballo è del 1928: l’autrice aveva 25 anni).
La storia – molto semplice – è la cronaca, vista dagli occhi di una ragazza di quattordici anni, di un ballo che i genitori danno per festeggiare il raggiungimento di una condizione di agiatezza, testimoniata anche da una presenza dell’istitutrice inglese che Antoinette – la protagonista – si ritrova alle calcagna...
La ragazza sogna la partecipazione a questo ballo, e il libro descrive l’attesa (che prende più di metà del racconto), e la successiva delusione al divieto che la madre impone per la sua partecipazione al ballo stesso, adducendo l’età della figlia.
E attraverso questo tira e molla tra madre e figlia si arriva al giorno fatidico. Non sciupo l’evoluzione, ricca di eventi e colpi di scena – che un finale imprevisto e poco immaginabile fornisce – a quello che in realtà, per l’intera storia, appare essere il rapporto madre – figlia. 
Insisto però nell’invitare chi – come me – non conosce questa scrittrice (di cui Adelphi ha in catalogo 12 titoli, oltre al ballo), a leggere questo libro per comprendere quanto bene l’autrice riesca a descrivere un personaggio nel quale è possibile che riviva un momento della sua vita. E – come me – ad emozionarsi tanto.



(Lavinio Ricciardi)
 







Irene Nemirovsky, Il ballo, Adelphi, 2005 [ * ] 

  

 
  

 

 
vedi quìquìquì, anche quìper una biografia dell'autrice quì

 

 

 

 

 

 

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LA LUNGA NOTTE DEI MILLE
post pubblicato in Brogi, Paolo, il 23 febbraio 2012

                                                                                                          

Questo libro, classificato come un saggio, è – secondo me – poco definibile. Si tratta di un libro di storia, nell’accezione comune. Ma una storia raccontata con garbo, brio e senza alcuna pesantezza, che – a mia memoria ormai lontana – era sempre presente nei libri scolastici che leggevamo per studiare tale materia.
L’autore, giornalista e scrittore, ha fatto una ricerca per rintracciare duecento dei sopravvissuti  alla  spedizione garibaldina e descriverne le azioni successive, nell’Italia che si avviava decisamente a festeggiare la raggiunta unità.
Non si è limitato soltanto a rintracciare questi duecento garibaldini (ex? non mi pare che avessero smesso di sentirsi tali, date le vite che hanno avuto). Al termine del libro è presente un elenco alfabetico di questi protagonisti, che invece, nella lettura del libro, è difficile seguire uno per uno nelle loro vicissitudini. Proprio per questo, il libro di Brogi è discretamente lontano dalla tradizionale ampollosità delle descrizioni storiche. Sembra invece che l’espressione del volto di Garibaldi riportato in copertina ci dica proprio: “...ecco, l’Italia che si è fatta è questa”, con riferimento al modo in cui l’autore segue la sorte dei vari personaggi che man mano fa vivere nel libro.
Si, li fa vivere: ci mostra spesso cosa facevano prima di partire con Garibaldi, e cosa fanno dopo il loro ritorno alla vita precedente, o nell’affrontare nuove esperienze – ad esempio l’emigrazione in Argentina, che forse emerge come uno dei fatti salienti di coloro che – motivati da quanto occorso loro durante l’esperienza dei Mille, ne vanno cercando di analoghe per cercare di ripercorrerla altrove.
Al di là delle vicende dei singoli – supportate dall’ottima ed esauriente bibliografia, suddivisa in testi generali e testi che parlano dei personaggi raccontati – il libro di Brogi è sicuramente un testo che racconta i costumi di quell’epoca (1860–1915). Ha il pregio che ogni capitolo riguarda alcune persone o anche una sola, ma sicuramente descrive un periodo e delle esperienze che si esauriscono col capitolo stesso, cosa che consente di leggerlo “a tappe”. E di pregi ne ha tanti altri; ma – a mio avviso – quello che lo caratterizza meglio è l’essere una testimonianza dei costumi dell’epoca che descrive.
Il libro è completato da cenni a tutti i duecento personaggi raccontati, riportati in un elenco alfabetico in calce al testo. Questo elenco è seguito da un elenco alfabetico dei sopravvissuti all’esperienza dei Mille (891) e da una esauriente bibliografia, già citata. Mi sento di consigliarne la lettura a chiunque fosse interessato al nostro Risorgimento.


(Lavinio Ricciardi)

 



Paolo Brogi, La lunga notte dei Mille, Aliberti, 2011 [ * ]

 

 

 

 

QUANDO CI BATTEVA FORTE IL CUORE
post pubblicato in Zecchi, Stefano, il 13 febbraio 2012

Romanzo tenerissimo e struggente imperniato sul grande amore di un padre per il proprio figlio da salvare a qualsiasi costo dalla furia selvaggia dei titini in un’Istria abbandonata al suo atroce destino da Roma (e da Palmiro Togliatti in particolare). Romanzo d’amore paterno, d’avventura, e documento attualissimo di una vergogna di cui nessuno vuole più parlare: le foibe e il risentimento di molti italiani di allora verso gli italiani profughi dall’Istria. Lettura bellissima, consigliabilissima a tutti e specialmente a coloro che ancora inneggiano in Italia al comunismo e ai suoi principali esponenti  presenti e passati. Non mi stancherò mai di ripetere (e questo romanzo mi dà ancora una volta ragione) che la Città di Roma dovrebbe trovare al più presto un altro nome per  la Via Palmiro Togliatti.

 

(Pietro Benigni)

 

 

 

 

Stefano Zecchi, Quando ci batteva forte il cuore, Mondadori 2011 [ * ]

 


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UN FOULARD GIALLO
post pubblicato in Paliani, Annarita, il 22 dicembre 2011

Un foulard giallo di Annarita Paliani è un libro che si legge volentieri dall’inizio alla fine.
Raccoglie racconti brevi dove personaggi e situazioni costruiscono un campionario di contraddizioni e di dubbi che ben definiscono l’età contemporanea.
I protagonisti vivono situazioni che sono particolari ma provano sentimenti assolutamente condivisibili: per questo il lettore sa riconoscersi dentro queste storie.
C’è la solitudine, nel racconto che dà il titolo al libro “Un foulard giallo” e in “L’ancora” dove uno psichiatra, abituato ad ascoltare per lavoro, sente all’improvviso il desiderio di un amico che lo ascolti.
“Il portapacchi”, che ha il sapore di un racconto autobiografico, rappresenta bene  l’amore per il padre,  risvegliato  prepotentemente da un particolare insignificante …
Tre racconti, "Lucia", "Lorenzo" e "Cècilie" fanno parte di un’unica storia. I narratori sono interni e sono i due protagonisti, due amanti che per caso, dopo molti anni, si incontrano a Parigi e riferiscono i ricordi, ognuno secondo il proprio punto di vista. L’inizio e la fine sono raccontati da Lorenzo nel primo e nel terzo racconto, mentre in “Lorenzo” è Lucia che parla. Il loro rapporto era durato poco ma aveva lasciato un segno. E aveva lasciato anche un figlio, che Lorenzo incontrerà a Venezia, la città dove il breve idillio si era consumato.
Leggendo le storie di questo libro si sente che l’autrice ama il cinema: mentre scrive sembra avere davanti agli occhi una scena che costruisce man mano come un bravo regista sul set cinematografico. Le descrizioni sono sempre molto belle, richiamano un’atmosfera e sono importanti per dar corpo alle parole. Come esempio riporto frasi tratte da “Lucia” (pag. 27 - 28) :
“Era un giorno piovoso di settembre, lei aveva un cappottino aderente come andavano di moda all’epoca, con le calosce, scarpe d’ordinanza veneziana. Era bionda, con i capelli lunghi, un po’ mossi. Era bellissima, almeno per me…”
“anche attraverso quel buio, che poi buio non era, vidi il suo giovane corpo fragile, ma forte al tempo stesso. Era magra da far paura, proprio per mancanza di cibo. Aveva però una grazie e una sinuosità tanto femminili e aveva un seno grande che mi faceva impazzire.”
La scrittura di Annamaria Paliani è caratterizzata dall’uso di frasi molto brevi e dall’impiego frequente di ripetizioni di parole e/o frasi. Come l’anafora e la pausa nella poesia costruiscono  oltre all’armonia il giusto peso che ogni parola deve assumere nel contesto generale, così queste particolarità stilistiche nella prosa dell’autrice danno alle sue storie una forza e una vivezza che s’imprimono facilmente nella memoria del lettore.
A dimostrazione di quanto ho appena sostenuto propongo la lettura del racconto “Il telefono” (pag. 14), e dei racconti di pag. 19, ma solo per cominciare, perché ogni storia di questo libro merita di essere letta…

 

(Luciana Raggi)

 

 

 

Annarita Paliani, Un foulard giallo, Il Filo, 2011 [ * ]


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VIRGINIA BUFFA
post pubblicato in Tonelli, Valentina, il 17 dicembre 2011

Ho avuto modo di assistere – presso la Biblioteca Comunale di Villa Leopardi – alla presentazione di questa piccola ma deliziosa opera, che l’autrice ha voluto per rendere omaggio alla sua bisnonna. L’opera che è stata presentata non soltanto ai lettori del Circolo, di cui fa parte Luciana Raggi, che ha introdotto l’autrice assieme a sua figlia Giovanna Valori, ha visto l’accoglienza di una numerosa platea di attenti ascoltatori.
La mia prima impressione, mentre la Signora Tonelli parlava del suo libro, è stata quella di un tuffo nel passato.
Dalle parole dell’autrice, che – in gran parte – è intervenuta in modo spontaneo ed estemporaneo, arricchendo le conoscenze di chi – come me – aveva letto frettolosamente il libro prima della presentazione, il quadro dell’opera è stato ancor più vivo e apprezzabile. Non si è trattato di un puro riguardo alla bisnonna, né di una chiosa alla storia raccontata nel libro. L’uditorio ha potuto prendere conoscenza di alcuni fatti che hanno coinvolto la famiglia Buffa, cioè Virginia e il fratello Gaspare, insigne letterato, con particolare evidenza per la presenza di Garibaldi.
Ho potuto ulteriormente approfondire la lettura del libro nei due giorni successivi, e ne ho davvero tratto un bellissimo ritratto del tempo di Virginia (1835-1919) e dei ricordi che l’autrice, spesso aiutata dalla nonna, sua omonima, ci ha regalati nel libro. E uno dei tratti di questa storia, così ben narrata, è il riconoscerci nella protagonista e nei suoi entusiasmi prima di bambina e poi di adulta. Molte tra le vicende che il libro – e l’autrice nella sua presentazione – narra, hanno evocato nei presenti alcuni ricordi comuni delle rispettive vite. Questo potere è proprio di narrazioni spontanee, frutto dei propri ricordi – anche se Valentina Tonelli ci ha detto, e lo ha scritto verso la fine del libro – che la storia è stata frutto di ricerche attente nei luoghi (Cairo Montenotte e dintorni) in cui la bisnonna dimorava.
Non voglio raccontare la storia per non togliere a chi legge l’emozione di farlo. Il libro è poi corredato da ricchissime illustrazioni, che – solo a sfogliarlo – aiutano un lettore a rituffarsi nel tempo di Virginia: ritratti, illustrazioni di oggetti e fotografie di documenti autentici dell’epoca, poesie (una di esse è stata fatta ascoltare all’uditorio dalla cantante lirica Annalisa Raspagliosi, accompagnata al pianoforte dal maestro Ermenegildo Corsini, con pregevole risultato scenico), citazioni da testi di G. C. Abba, compagno dei fratelli Buffa. Sempre da parte del maestro Corsini, ci è stata eseguita una polka (ballo allora molto in voga) il cui spartito è presente nelle pagine finali del libro.
Insomma, una serata veramente bella e piacevole, come non capita sovente di trascorrere durante le presentazioni di opere scritte. Merito dell’ottima autrice, e di Luciana Raggi e Giovanna Valori che la hanno introdotta all’uditorio.  Alcuni particolari del libro sono stati testimoniati anche da un amico della signora Tonelli, ex dirigente delle Ferrovie.
Spero di poter contribuire, con questa mia presentazione, alla diffusione di un opera che riporta tutti noi ai “bei tempi andati”, anche per coloro che non possono – per ragioni di età – risalire a quegli anni. Leggere questo piccolo libro è un po’ come vedere un bel film su quel periodo della nostra storia.
 

 

(Lavinio Ricciardi)

 

 

 

Valentina Tonelli, Virginia Buffa (1835-1919), Calosci, 2011 [ * ]

 

IL MANTELLO DELLA SOSANDRA
post pubblicato in Greco, Emanuele, il 17 dicembre 2011

Tanto tempo addietro passai in auto sulla strada costiera ionica dove ricordo di aver visto un cartello turistico che invitava a visitare le rovine di Sibari. Tirai diritto per mancanza di tempo, però ricordo che mi rimase il desiderio di sapere qualcosa su Sibari, chi l’aveva fondata, chi ci aveva vissuto, come era decaduta. Poi non ci pensai più.
Ora, a distanza di oltre quarant’anni da quel viaggio Emanuele Greco mi regala, con il suo romanzo, la risposta alle mie curiosità di allora e gliene sono grato. Sibari era una colonia greca fiorente e potente ma perì per colpa del suo tiranno Telys che la portò a scontrarsi con la vicina e rivale Crotone, con gravi sofferenze per i due popoli. Il romanzo ricrea l’atmosfera e le vicende del tempo descrivendo i riti, i rapporti commerciali, gli scambi culturali delle città dell’epoca, con largo impiego di termini originali (il cui significato è spiegato in un ricco glossario)  mentre  una cartina geografica del tempo  ci fa vedere dove erano collocate le città di cui si narrano le vicende.  Insomma un vero e proprio tuffo nel passato che ci fa conoscere le persone dalle quali discendiamo e la terra che ne ha consentito la vita. Lettura molto piacevole, consigliabile a tutti coloro che amano il Sud Italia. Se proprio si volesse cercare un difetto,  possiamo individuarlo nella impossibilità di discernere quanto sia  frutto di fantasia e quanto invece sia realmente accaduto e ricostruito attraverso ricerche letterarie  e ritrovamenti archeologici. A questa domanda solo l’Autore può dare risposta. 

 

(Pietro Benigni)

 

 

Emanuele Greco, Il Mantello della Sosandra, Tored, 2011 [ * ]  






vedi quìquì e quì

ROMANTICA
post pubblicato in Belgiojoso Trivulzio, Cristina, il 2 dicembre 2011

   

Romantica. Mi hanno chiamato così. Cristina Belgioioso, principessa romantica.
Non perché mi piaceva il chiaro di luna. Il romanticismo, io, l'ho vissuto. Lo conosco. E' un fuoco dentro. Una luce che brilla negli occhi. Ansia di verità, ricerca di sé, scontentezza del presente e desiderio di qualcosa di nuovo. E' un modo di sentire il mondo. In tanti sentivamo così. Volevamo verità. La cercammo negli ideali, nelle visioni, nei sogni. Nella follia.
 
Era un periodo di polemiche e controversie, battaglie ideali e lotte politiche. Il mondo in cui vivevamo non ci piaceva. Volevamo cambiarlo. Gli uomini prima di noi si erano affidati agli strumenti della ragione, ai lumi, ma non erano serviti a portare giustizia e verità.
Venne il ciclone Bonaparte, poi il principe di Metternich che cercò di cancellarne le tracce. Era il 1815 e vecchi sovrani dalle parrucche imbiancate furono rimessi sul trono.
Ma le idee non muoiono. Sembrano scomparire, ma circolano e vagano e trovano nuove strade, come fiumi sotterranei che riemergono all'improvviso.
Ci voltammo indietro. Lo studio della storia ci aiutò a cercare il senso della vita. Studiammo il progredire delle civiltà, lo scorrere delle cose, il divenire delle idee. Scoprimmo che gli avvenimenti degli uomini non seguono i criteri della ragione.
Cercammo altro.
Volevamo libertà. Dignità. Eravamo pronti a sacrificare la vita. Parlavamo di lotta, martirio, sacrificio. La libertà si tingeva del colore del sangue.
Avevamo idee diverse, ma i confini dei nostri pensieri erano fluidi. Difendevamo il libero pensiero, ma avevamo fiducia nella Provvidenza, eravamo anticlericali, ma guardavamo al cristianesimo delle origini, che vedevamo riflesso nei principi del socialismo.
Avevamo tutti un unico credo: l'Italia libera, indipendente, unita.
 
Coltivavo amicizie sovversive e ribelli. Correvano parole infuocate: rivoluzione, lotta di popolo, repubblica. Fogli clandestini stampati nelle cantine le diffondevano per l'Italia. Così la ribellione individuale e il disagio interiore si trasformarono in lotta politica.
Quando la polizia austriaca stava per arrestarmi, fuggii a Parigi. Sola, perché il mio matrimonio era già finito. Senza un soldo, perché avevano sequestrato i miei beni. Avevo ventitré anni. Riuscii a portare con me solo dei libri.
 
Vivevo in una soffitta. Non sapevo accendere il fuoco, cucinare, lavare i pavimenti, stirare, tenere in ordine la casa. Non sapevo quanto costa un bicchiere di latte, o un uovo. Prima, di tutto quello che serviva, se ne occupavano governanti e cameriere. Io non sapevo neanche vestirmi da sola e non avevo mai avuto dei soldi in mano. Però sapevo riconoscere un tallero del sacro romano impero e sapevo quanto fosse raro un fiorino toscano dei secoli passati, o un doblone spagnolo dell'epoca della riconquista. E sapevo disegnare, dipingere, suonare il clavicembalo, cantare, ricamare. E fare conversazione.
Racimolavo qualche soldo facendo ritratti a carboncino e dipingendo ventagli, per non morire di fame. La notizia di una giovane principessa italiana in esilio, privata del suo patrimonio, che viveva d'espedienti, sepolta sotto un cumulo di libri, fece il giro di Parigi. Mi si aprirono tutte le porte. Conobbi scrittori, musicisti, filosofi, poeti. E scrivevo. Le mie dita erano sempre sporche d'inchiostro. Quando entravo in un salotto vedevo sorrisi ironici, mi guardavano le mani mentre le sopracciglia si alzavano in un'espressione di sorpresa. Scrivere, una donna, che bizzarria!
E' un romanzo? chiedevano.
E' un saggio, rispondevo.
Mi guardavano con aria interrogativa.
Sulla formazione del dogma cattolico, aggiungevo.
Cambiavano argomento, ma in realtà avrebbero voluto scoppiare a ridere. Si accettava che una donna scrivesse romanzi d'amore, o saggi di pedagogia, ma la religione era un argomento da uomini. E poi c'era una questione di fondo. Ero chiacchierata. La parola che si sussurrava era immoralità.
 
Nell'ambiente che frequentavo, intellettuale e anticonformista, non erano gli amori ad essere rimproverati. Era altro. La libertà. La libertà concessa alle donne risponde alle necessità maschili. Il loro spazio è quello della casa, della famiglia, dei figli. Salotto, tavola, letto. Amore. Sesso. Ma io volevo altro. Volevo cittadinanza nel mondo degli uomini. Avere voce nei luoghi della politica. Partecipare alle scelte. Significava oltrepassare i limiti. Dimenticare le virtù che convengono al sesso femminile. Era per questo che quarant'anni prima Olympe de Gouges era stata ghigliottinata. E per la libertà delle donne la rivoluzione francese non era servita.
Il mio libro, l' Essai sur la formation du dogme catholique, fu molto criticato. La Chiesa lo mise all'Indice.
 
In quel periodo tradussi in francese La scienza nova di Giovan Battista Vico e ne feci un commento. Spiegai che la storia è opera dell'uomo, ma l'uomo è guidato dalla Provvidenza. Nella storia c'è la mano di Dio. Credevo in Dio, un Dio misericordioso ed infinitamente buono, un Dio che voleva l'Italia libera, indipendente, unita. Per me credere era una speranza, credevo in un mondo nuovo, più giusto e più felice.
Per questo ideale avevo sacrificato ricchezza e sicurezza, e vivevo in esilio, povera.
 
Ma Dio vede e provvede. Il governo austriaco mi restituì le terre che possedevo in Lombardia. Nel 1835 mi ritrovai di nuovo ricca. Potevo aprire un salotto tutto mio, che diventò luogo di ritrovo degli intellettuali italiani esiliati per motivi politici. Repubblicani che progettavano l'insurrezione delle masse popolari, monarchici liberali che speravano in un'Italia unita sotto la dinastia sabauda, riformisti che pensavano ad una confederazione di stati, sul modello della Svizzera. Vi si incontravano poeti, filosofi, musicisti, da tutta Europa. Liszt, Bellini, de Musset, Heine, Theophile Gautier, Merimee, Balzac. Il più brillante salotto di Parigi. E io ne ero il centro.
 
A Parigi circolavano le idee di Saint- Simon. Si parlava di solidarietà sociale. Di progresso. Delle condizioni di vita dei lavoratori e di riorganizzazione dei sistemi produttivi. Di riforme. Decisi di mettere in pratica questi principi, che esistevano solo sui libri. Tornai in Lombardia, nelle mie terre, e rivoluzionai tutto.
 
Conoscevo la povertà della popolazione contadina, l'analfabetismo, l'ignoranza, la miseria, la mortalità infantile. Cominciai dalle scuole, con asili, scuole elementari, scuole professionali per agronomi e agrimensori. Pensai alle famiglie e realizzai una grande sala riscaldata dove venivano serviti pasti caldi, capace di contenere 300 persone. Pensai alle donne e fondai una scuola di lavori femminili. Ne uscivano sarte, guantaie, ricamatrici, modiste. La possibilità di un lavoro dava dignità. Acquistavano la consapevolezza del loro valore. Il senso di sé. Aprii anche una scuola di canto. Il 21 marzo 1845, venerdì santo, il mio coro di contadini cantò in chiesa, a Locate, lo Stabat Mater di Rossini. Un brivido mi correva nella schiena. In quel momento seppi che tutto al mondo può succedere.
Scrissi una lettera ai proprietari terrieri proponendo un'azione comune per diffondere le riforme sociali. Solo Alessandro Manzoni rispose, criticando la mia mania di insegnare a leggere e a scrivere ai contadini. Disse: quando quelli saranno tutti dotti, a chi toccherà zappare la terra?
 
In quegli anni, dal 1840 al 1847, affilai la mia penna. La resi agile, pronta, tempestiva, una penna da giornalista.
 
La stampa è il male di questo secolo, dicevano i benpensanti, e i governi reazionari temevano i giornali più delle canne dei fucili.
Avevano ragione. Le nuove macchine da stampa erano veloci, semplici, economiche. Le idee in un lampo si materializzavano, si diffondevano, facevano discutere. I giornali non erano più destinati solo ad un ristretto circolo di ricchi intellettuali, arrivavano ad un pubblico vasto. Leggendoli, una gran quantità di uomini e donne aveva accesso a un sapere comune, nello stesso momento. I giornali varcavano frontiere. Seminavano speranze. Diventavano la base fondante dell'azione politica.
Volevo sostenere le iniziative dei patrioti nella lotta per l'Italia unita, libera e indipendente. Formando un'opinione pubblica. Con un giornale. Un giornale politico.
 
Finanziai La gazzetta italiana e ne presi la direzione, tra la disapprovazione di tutti. Anche i miei amici con le idee più liberali trovavano che la politica non è una cosa da donne. Una donna non mette il proprio nome su un giornale. Un giornale non è un libro. Passa di mano in mano. Fosse stato un giornale sulla scuola, o sull'educazione...sono argomenti che anche una donna può trattare. Ma erano articoli di storia, economia, scienze sociali, che facevano ampio uso di statistiche, tutti concetti e strumenti maschili. Non si fa.
Ma io lo feci. La gazzetta italiana, stampata a Parigi, uscì per un anno, una volta alla settimana.
 
Poi fondai un giornale mensile, L'Ausonio, stampato sempre a Parigi. Ogni numero, di ottanta pagine, conteneva un articolo di politica, uno di letteratura, uno di carattere scientifico. C'era anche un elenco delle novità editoriali italiane e la cronaca degli ultimi avvenimenti. Lo stile era semplice, di taglio narrativo, ma i dati scientifici erano documentati e precisi, ricchi di informazioni statistiche e di elementi reali raccolti sul campo. Prove e dati veri, non chiacchiere.
La mia linea politica era moderata: attraverso il dialogo volevo ottenere riforme sociali giuridiche e amministrative. Era un giornale filomonarchico, perché secondo me il popolo italiano non era ancora pronto per la repubblica, che richiede una coscienza nazionale salda e formata. L'unica speranza per l'Italia era la dinastia piemontese, i Savoia.
Sull'Ausonio scrivevano i letterati più in vista: Cesare Balbo, Ruggero Bonghi, Angelo Brofferio, Massimo d'Azeglio, Niccolò Tommaseo. Misi a segno un colpo giornalistico che fece rumore. Pubblicai una lettera di Manzoni a Massimo d'Azeglio, sul romanticismo. Manzoni scriveva che la letteratura doveva proporsi l'utile per scopo, il vero per soggetto, e l'interessante per mezzo. In ogni argomento si doveva ricercare il vero storico e il vero morale, uniche sorgenti del bello. Manzoni si irritò molto quando la vide sul giornale.
Pubblicai l'Ausonio dal 1846 al 1848.
 
Nel 1848 il mondo si rivoltò, nulla fu più come prima.
Un vento di novità scosse la penisola, sull'onda dell'elezione di papa Mastai Ferretti, Pio IX, che concesse ai suoi sudditi la Costituzione. Uno dopo l'altro i regnanti italiani, spinti dalle proteste popolari, promulgarono anche loro una carta costituzionale. Il potere assoluto sembrava tramontato per sempre. Tranne che nel lombardo-veneto.
 
Ma i milanesi erano in fermento. Per colpire le finanze statali avevano smesso di fumare. I sigari, su cui gravava una forte tassa, restavano invenduti nelle botteghe dei tabaccai. Le provocazioni contro la polizia erano all'ordine del giorno. D'improvviso, tutti insieme, i milanesi giravano la fibbia del nastro che decorava il cappello, o ne alzavano la tesa in modo insolito e bizzarro, oppure lo ornavano con una piuma colorata. La polizia sospettava segnali segreti e faceva decreti che regolavano la foggia dei cappelli. E i milanesi inventavano qualche altra stranezza.
Gli studenti trascuravano le scuole. Passavano le ore del giorno negli esercizi militari e la notte, rintanati in luoghi nascosti, preparavano cartucce da fucile. Ogni cortile, ogni giardino racchiudeva casse d'armi e di munizioni, sepolte o murate. Cento volte al giorno i ragazzi mettevano a rischio la vita, o si esponevano ad inutili pericoli. Il sangue ribolliva, le provocazioni correvano.
Ero a Napoli quando giunse la notizia che Milano, il 18 marzo 1848, si era sollevata e in cinque giorni di battaglia, combattuta sulle barricate, strada per strada, aveva messo in fuga l'esercito austriaco.
Formai un battaglione di volontari napoletani, duecento giovani, presi a nolo una nave e salpai verso Genova. Non dimenticherò mai la sera della partenza. Le armi dei volontari luccicavano sul ponte, il mare era coperto di barchette accorse a salutarci. Come il bastimento levò l'ancora si alzò un grido: vi seguiremo, verremo tutti a combattere!
Le mie mani stringevano il tricolore quando entrai a Milano. Le campane suonavano, mille bandiere si agitavano, dai balconi le donne lanciavano coccarde bianche, rosse e verdi al nostro passaggio. I milanesi affollavano le strade, per respirare a cielo aperto quello spirito di libertà che quasi li soffocava. Esclamazioni, domande, un brulichio di popolo che correva incredulo della propria indipendenza conquistata col sangue, signore di se stesso, commuoveva il cuore e accendeva il desiderio. Inseguire gli oppressori, combattere, vincere, unire in una sola patria un popolo oppresso e diviso. Quei giorni tutti erano veramente fratelli, Milano era bella, libera, forte, risoluta.
Poi giunse la notizia che l'esercito piemontese, guidato dal re Carlo Alberto, si avvicinava per portare aiuto al popolo lombardo.
Fu allora che iniziarono polemiche e divisioni. Abbiamo cacciato i Croati e arrivano questi altri, diceva la gente con insofferenza parlando dei piemontesi. Le tre anime della politica milanese, monarchici-liberali, repubblicani-mazziniani, federalisti, iniziarono a disquisire, a farsi lotta, a danneggiarsi l'un l'altro. Invece di essere uniti contro l'esercito austriaco questionavano e polemizzavano.
 
Da tutta Italia giungevano battaglioni di volontari. Erano giovanissimi, lieti e spensierati. Non sapevano nulla di arte militare, portavano scarpe da passeggio e con armi antiquate inseguivano il generale Radetsky sostenuto dai suoi reggimenti e dalla sua possente artiglieria. Addio mio bella addio, l'armata se ne va, se non partissi anch'io sarebbe una viltà, cantavano i volontari toscani. E i volontari genovesi cantavano Fratelli d'Italia l'Italia s'è desta, un inno composto da Goffredo Mameli. Anche i lombardi formarono un battaglione di volontari, i bersaglieri di Luciano Manara. Manara aveva 23 anni e aveva lasciato la moglie e tre figlioletti per combattere in nome dell'Italia unita.
Anch'io avevo lasciato Maria, che aveva dieci anni. Mia figlia, nata a Parigi.
 
Il governo provvisorio diffidava dei combattenti improvvisati. Quando andai a riferire che migliaia di napoletani volevano correre in aiuto della Lombardia mi risposero: Dio ci scampi da tale esercito!
 
Mazzini, giunto a Milano, lanciava proclami sulla guerra del popolo, che ormai era vinta, e non c'era che dar piglio alle scope per ricacciare gli invasori al di là delle Alpi. Il governo provvisorio, riposando sugli allori dei cinque giorni, assisteva sogghignando agli sforzi dei piemontesi, che non riuscivano a liberare la Lombardia. I cinq giurnat divennero manifestazione di gloria municipale, da gettare in faccia ai piemontesi che lottavano sul campo di battaglia mentre i capi-popolo, seduti al caffè, aspettavano vittoria e libertà.
Io soffrivo le discordie e le divisioni. Non volevo stare né da una parte né dall'altra e volevo costituire un partito che, prendendo il meglio della parte repubblicana, rimanesse nell'alveo monarchico e volesse fare l'Italia. Usai di nuovo le pagine stampate e fondai un nuovo giornale, Il Crociato. Sul primo numero, il 18 aprile 1848, scrissi: “La nostra rivoluzione deve avere lo scopo di restaurare la dignità del popolo.”
Era un unico foglio di quattro facciate. Usciva due o tre volte alla settimana ed il suo motto era Italia Una! L'editoriale del primo numero si chiudeva con queste parole: Indipendenza, Libertà, unità, democrazia. Sul numero del 16 maggio scrivevo: L'Unità d'Italia come scopo; La monarchia come mezzo per ottenerla prima e conservarla dopo (...)la casa Savoia come strumento della Provvidenza (...) E' questa la professione di fede del Crociato.
 
Scrissi una lettera a Carlo Alberto, proponendomi come mediatrice tra le varie posizioni. Cadde nel vuoto. Il 4 agosto del 1848 Carlo Alberto, tra polemiche e sommosse di popolo, abbandonò Milano e la Lombardia. Gli austriaci ritornarono. Centomila lombardi fuggirono in Canton Ticino. Io ritornai in Francia.
 
La guerra di liberazione continuava a Venezia, i disordini serpeggiavano in Toscana e negli stati pontifici.
Pio IX, il 4 novembre 1848, fuggì a Gaeta, di notte, travestito da frate. I romani formarono un governo provvisorio ed elessero a suffragio universale l'assemblea costituente. L'assemblea mise in discussione il potere temporale dei papi, un principio che aveva più di mille anni, sancito da Carlo Magno. E non c'erano solo i mazziniani (anticlericali per definizione) a volerlo distruggere, ma anche i cattolici. Il più ascoltato paladino della fine del potere temporale fu Savino Savini, bolognese, che si appellò ai principi del cristianesimo: “Non esiste in politica e in religione fatto più mostruoso, colpevole e anticristiano di questo; come rappresentanti di un popolo cristiano, alzando il Vangelo, sentenziamo una volta per sempre che i papi non debbono sedere in sedia di re, che il loro regno non è di questa terra.”
Il 9 febbraio 1849, all'una di mattina, l'assemblea decretò la decadenza del papato e votò la repubblica come forma di governo dello stato romano. Come bandiera fu scelto il tricolore italiano.
Goffredo Mameli era a Roma. Quel giorno stesso mandò un telegramma a Mazzini, che si trovava a Firenze: Roma, Repubblica: venite! Mazzini venne il 5 di marzo. Entrò a piedi, al tramonto, da Porta del Popolo, deciso a fare di Roma la capitale d'Italia.
 
Tutto il mondo aveva gli occhi puntati sulla Repubblica Romana, giovane di forze e di entusiasmi, che sentiva contro di sé l'anatema e la scomunica papale, la minaccia della reazione, il pericolo di un intervento armato da parte di qualche potenza straniera. L'assemblea costituente lavorava giorno e notte, con l'assillo di chi sente il nemico alle porte, ma sa di lavorare per l'eternità.
I provvedimenti legislativi si susseguivano in modo frenetico. Fu abolito il tribunale del Sant'Uffizio, la tristemente famosa Inquisizione, e furono liberati i prigionieri. Tra questi c'erano due monache, colpevoli solo di essersi innamorate. Il popolo romano, che odiava lo strapotere ecclesiastico, voleva distruggere l'edificio, come i francesi, che nel 1789 avevano raso al suolo la Bastiglia. Li trattennero a stento.
Furono requisiti i beni ecclesiastici, fu modernizzato il sistema fiscale, riformato il codice civile. Fu abolita la pena di morte.
La cittadinanza era tranquilla. Non esisteva opposizione. I romani erano talmente stanchi di abusi e vessazioni del governo papale che si erano affidati serenamente al governo repubblicano. La consapevolezza di stare vivendo una straordinaria avventura, la sensazione del pericolo, il desiderio di dare al mondo un'immagine di coraggio e forza, riunì tutti i pensieri in uno solo ed assopì odi e discordie. Roma, sotto la repubblica, divenne una città ordinata, concorde in uno scopo generoso.
Vi erano gli esagitati che volevano devastare i conventi e saccheggiare le chiese. Furono tenuti a freno. Si disse loro che in caso di invasione gli arredi, i banchi e i confessionali potevano essere utili per costruire barricate, come quelle che a Milano avevano messo sotto scacco gli austriaci. Tanto bastò. Qualcuno cercava di creare allarmismo, dicendo che le statue dei santi, nelle loro nicchie, avevano alzato il capo verso il cielo con i volti rigati di lacrime. Nessuno prestava ascolto. Le funzioni religiose si svolgevano come sempre e i riti di Pasqua furono celebrati regolarmente. Anche Mazzini vi partecipò. Commentò che la gran bellezza delle funzioni religiose è il fondamento su cui si regge la religione cattolica.
 
Nel marzo 1849, nei giorni della sconfitta di Novara e dell'abdicazione di Carlo Alberto, Mazzini mi invitò a raggiungerlo a Roma. Le nostre idee politiche erano diverse, ma in quel momento difficile era necessario essere uniti. Andai.
La giovane repubblica si preparava a combattere. Pio IX aveva chiesto aiuto alle potenze europee e fu la Francia di Luigi Napoleone, allora non ancora imperatore, a raccogliere il suo grido di dolore.
La flotta francese occupò il porto di Civitavecchia e l'esercito scese su Roma. Si accamparono lungo la via Aurelia, fuori porta San Pancrazio, e misero sotto assedio la città.
 
Ero attonita, incredula. Mi sembrava impossibile che il popolo francese facesse guerra a uno stato retto da un governo democraticamente eletto, lo diceva la loro stessa Costituzione, che proibiva guerre di conquista e azioni contro la libertà dei popoli. Il papa se n'era andato di sua volontà, nessuno l'aveva minacciato, Roma era rimasta abbandonata a se stessa e attraverso elezioni democratiche si era data la repubblica come sistema di governo. La pratica religiosa era garantita, la vita scorreva senza traumi, il popolo romano viveva in pace, pago della libertà che era giunta come un dono di Dio. L'esercito francese, perché?
Dal mondo intero giunsero a difendere la Repubblica. Uomini e donne. La giornalista americana Margaret Fuller spediva articoli al di là dell'oceano e gridava a tutto il mondo che la Francia si stava ricoprendo di vergogna.
Roma sembrava Milano nei mesi della sua libertà. Moltitudine di bandiere, coccarde, sciarpe. Moltitudine di lingue e di parlate. Tante divise di soldati. La guardia nazionale. I battaglioni di carabinieri. Reggimenti di cavalleria. I volontari di Garibaldi. I bersaglieri lombardi di Luciano Manara.
Conoscevo Manara, aveva combattuto a Milano durante le cinque giornate. Sulla fibbia della sua cintura era incisa una croce sabauda. Manara e i suoi amici, Enrico Morosini e i fratelli Dandolo, erano monarchici e non lo nascondevano. Erano venuti a difendere l'Italia dagli stranieri, non a sostenere una fazione politica. I mazziniani dicevano che i bersaglieri lombardi erano un corpo militare aristocratico, loro rispondevano che consideravano questo appellativo un elogio, in bocca a rivoluzionari da caffè.
 
Il governo provvisorio organizzò la difesa. A me fu chiesto di mettere in piedi le ambulanze militari e gli ospedali della sanità pubblica. Dovevo dirigere il comitato di soccorso, insieme a Enrichetta Pisacane, Giulia Paolucci, e Margaret Fuller. Spesi in questo compito le mie energie e la mia capacità di azione. Misi alla porta monache e preti. Negli ospedali romani i malati furono affidati a medici e infermiere. Lanciai un appello alle donne romane perché mi aiutassero ad assistere i feriti e offrissero i materiali necessari per fasciature e medicazioni. Si presentarono centinaia di donne, di tutte le classi sociali, nobili e popolane. Anche qualche prostituta. Feci una drastica selezione. Ne scelsi trecento e insegnai loro le nozioni basilari.
Sapevo molto di medicina. Perché dovevo curarmi, con polveri, pasticche e sciroppi. A vent'anni avevo avuto la sifilide. Presa da mio marito. Per questo ci eravamo separati. La conoscenza che avevo dei farmaci fu utile, in ospedale, per curare febbri e infezioni.
Era la prima volta che veniva messa in piedi una struttura organizzata per l'assistenza ai feriti in combattimento, con ambulanze militari, medici, infermiere, puntando l'attenzione sull'assistenza e la cura. Florence Nightingale l'avrebbe fatto diversi anni dopo, nella guerra in Crimea, ma la prima sono stata io, a Roma.
 
Il 30 aprile del '49 le campane di Montecitorio e del Campidoglio incominciarono a suonare a stormo. Era l'allarme. I cannoni francesi tuonavano contro le mura e i bastioni, alle spalle del Gianicolo. Il generale Oudinot contava su un'insurrezione all'interno della città. Si aspettava che Roma si sollevasse contro i faziosi che la opprimevano, aprendo le braccia ai francesi liberatori. I romani invece resistettero. I giovani combatterono come leoni, la popolazione amava i soldati e li sosteneva in ogni modo, le donne curavano i feriti negli ospedali. Qualcuna, vestita da uomo, combatteva sui bastioni.
L'assalto francese fu respinto e 520 soldati furono fatti prigionieri. Molti erano feriti e furono ricoverati negli ospedali romani.
Anche le truppe borboniche combattevano contro di noi e soldati napoletani feriti giungevano nei nostri ospedali. Quando da un letto si udiva il lamento mannaggia Pio IX! era un soldato dell'esercito borbonico che imprecava contro il papa.
I feriti raccontavano le storie dei campi di battaglia. Di Garibardi e delle sue truppe che sembravano una tribù indiana. Nella loro camicia rossa, privi di ornamenti e distintivi, col capo coperto da strani berretti, a cavallo di selle americane, correvano, sbandavano, si raccoglievano, attivi, avventati, infaticabili. Ognuno si occupava personalmente del suo cavallo e, utilizzando la sella, piantava la tenda. Se non avevano viveri saltavano a nudo sul cavallo e prendevano al lazo il bestiame brado, arrostendolo lì per lì. Garibaldi, che soffriva di dolori alle ossa al punto tale che era necessario portarlo a spalle su per le scale della Cancelleria, quando era in sella diventava una furia. Raccontavano anche che a volte si vestiva da contadino e andava in perlustrazione per borghi e campagne, a piedi.
 
Le infermiere lavoravano senza risparmiarsi. Erano oggetto di maldicenze e di critiche feroci. Si diceva che girassero tra i malati in abiti scollacciati. Che la loro presenza facesse salire la temperatura e provocasse complicazioni. Che a causa loro si morisse nel peccato, privi dei conforti religiosi. Un gesuita, padre Bresciani, definì le mie infermiere “svergognate, che tenean luogo del demonio tentatore al capezzale di quegli infelici”, e di me disse che ero “sfacciata ed impudente”.
Si scomodò anche Pio IX. Con un'enciclica, la Noscitis et Nobiscum. Lamentava, testualmente, che “più d'una volta gli stessi miseri infermi già presso a morire, sprovveduti di ogni conforto della religione, furono astretti ad esalare lo spirito fra le lusinghe di sfacciata meretrice”.
La sfacciata meretrice ero io.
Risposi per le rime. Difesi a spada tratta le mie infermiere. Quando le avevo scelte non avevo i mezzi per indagare la loro condotta passata, ma avevo visto nei loro cuori. Tutte, le più morigerate come quelle dalla vita più difficile, erano state giorno e notte al capezzale dei feriti, senza ritrarsi davanti alle fatiche più estenuanti né agli spettacoli più ripugnanti, né dinnanzi al pericolo, dato che gli ospedali erano bersaglio delle truppe francesi.
 
A Parigi infuriavano le polemiche contro l'intervento militare a Roma, ma Napoleone, da poco presidente della repubblica francese, tenne duro. Davanti ai bastioni del Gianicolo iniziò una lenta guerra di posizione, con il generale Oudinot che giorno dopo giorno scavava trincee, posizionava cannoni, conquistava avamposti. I nostri si asserragliavano a Villa Savorelli, combattevano tra le vigne e gli orti, nelle strade di campagna. Quando suonava l'assalto si lanciavano in un impeto di coraggio e il nemico arretrava stupefatto di fronte agli sforzi disperati di un esercito i cui soldati morivano da eroi. Luciano Manara, a Villa Spada, cercava di resistere, tra i colpi di fucile che rimbalzavano sulle pareti, le mura che crollavano sotto le cannonate, l'aria impregnata di fumo e di polvere, i gemiti dei feriti, il pavimento insanguinato che scivolava sotto i piedi.
 
Nessuno può immaginare la realtà dolorosa di Roma durante i bombardamenti francesi. Ogni sera stringevo mani di soldati feriti, sapendo che era l'ultima volta. Le mie notti erano popolate da incubi: l'indomani, al mio risveglio, non avrei trovato vivi tanti che con voce flebile mi avevano augurato un sonno tranquillo. Al mattino, le lenzuola rovesciate sul guanciale davano il conto dei morti.
Morirono combattendo Enrico Dandolo, Luciano Manara ed Emilio Morosini e con loro tanti giovani venuti a difendere la libertà.
Goffredo Mameli fu colpito ad una gamba. Una cosa da nulla, disse il chirurgo, ed estrasse la pallottola dalla ferita, ma dimenticò di tirar fuori lo stoppaccino, che fece infezione e provocò la cancrena. Gli fu amputata la gamba. Era all'ospedale della Trinità dei pellegrini. Quando di notte la febbre non gli dava tregua gli stavo vicino e gli leggevo qualche pagina dei romanzi di Dickens.
 
Resistere ancora era solo un suicidio. Un'occupazione in armi avrebbe causato enormi danni alla popolazione civile. La città si arrese. Garibaldi radunò i soldati a piazza San Pietro e invitò chi non voleva deporre le armi a seguirlo. Prometteva fame, sete, pericoli, combattimenti. Lo seguirono in quattromila.
Il 4 luglio i francesi entrarono a Roma. La città li accolse con strade deserte e botteghe chiuse, in un silenzio spettrale. Nello stesso giorno l'assemblea costituente, riunita sul Campidoglio, promulgava la Costituzione.
Mameli agonizzava divorato dalla febbre. Morì il 6 luglio, con i francesi padroni della città.
Mazzini lasciò Roma il 13 luglio. Si imbarcò a Civitavecchia per Marsiglia, con un passaporto degli Stati Uniti d'America intestato a Roger Moore.
 
Io non volevo lasciare i miei feriti. Mi tolsero la direzione degli ospedali e costruirono nei miei confronti un vero e proprio castello accusatorio. Mi si addebitava un comportamento scandaloso; si diceva che avevo affidato i malati a donne che praticavano la prostituzione, e anche che mi ero appropriata dei fondi destinati alle ambulanze militari e alla cura dei feriti. Furto. Un'accusa infamante. Mi preparavo a difendermi quando mi giunse una notizia confidenziale. Sul tavolo di un cardinale c'era un fascicolo col mio nome. Oggetto del fascicolo era: sentimenti irreligiosi. Un sacerdote a cui, nei giorni della repubblica, avevo salvato la vita, mi consigliò di lasciare Roma. Subito.
 
Non sapevo dove andare. Era impossibile tornare a Milano, dove gli austriaci avevano spazzato via ogni fermento di libertà. In passato Parigi era stato il mio rifugio, ma dopo i bombardamenti su Roma, dopo i morti, sentivo orrore all'idea all'idea stessa di metterci piede.
Pensai di fuggire in Inghilterra, poi il pensiero di trovarmi in mezzo a tanti esuli italiani, a fare i soliti discorsi di sempre, monarchia o repubblica, stato unitario oppure confederazione, no, non potevo. Non ora. Non dopo la strage romana. E Mazzini che parlava di martiri. Londra no.
Avevo creduto nell'Italia, una, libera, indipendente. Tutta la mia passione era stata spesa per la costruzione della nazione. Le mie ragioni giravano l'Europa stampate sulla carta dei giornali. Credevo nel dialogo e nelle riforme. Ma a Roma le mie mani erano diventate rosse di sangue. Goffredo Mameli era morto tra le mie braccia, il suo ultimo sguardo smarrito si era posato su di me. Aveva vent'anni. Le mie passioni, le mie ragioni, crollavano, ed io mi sentivo persa, senza patria, senza amici, in un mondo che avevo cercato di cambiare senza riuscirci.
Pensai a Maria, mia figlia, che cresceva tra governanti e istitutrici. Era venuto il momento di occuparmi di lei e insieme di me stessa. Ricucire i brandelli della mia vita e tessere la trama della sua.
 
All'ospedale della Trinità dei Pellegrini c'era un soldato ungherese, venuto come tanti a difendere la repubblica, ferito ad una spalla da un proiettile francese. Aveva viaggiato a lungo per l'impero ottomano e raccontava di vallate coperte di boschi, pianure sterminate percorse da greggi, pastori che parlano con la luna e conoscono il linguaggio delle stelle. Tutto il nostro sapere negli occhi di un pastore che segue il corso di Orione e osserva le Pleiadi. Coltivare la terra. Raccogliere i frutti. Piantare radici. Vivere delle proprie capacità, col proprio lavoro, in una comunità in cui ciascuno coopera con gli altri. Ripensai agli anni di Lonate, le scuole, l'asilo, le lezioni di canto alle ragazze del paese. Ma non potevo tornare a Lonate.
Partii per la Turchia.
 
Acquistai una tenuta agricola. La località si chiamava Cakmakoglu, a metà strada tra Costantinopoli ed Ankara. Era una valle attraversata da un fiume, tra montagne boscose, pascoli sterminati, gole rocciose e torrenti che rimbombavano tra i massi. Ogni tanto un villaggio di pastori, case e stalle costruite intorno ad una fontana. Si raccontava di tesori nascosti nelle caverne, di gallerie scavate nella roccia, di città sotterranee dove si riunivano tribù di predoni.
Riorganizzai la fattoria, acquistai greggi, costruii nuove case per i contadini. Comprai per Maria un cavallino di Mitilene, con una sella di velluto e borchie dorate, ed una briglia di seta amaranto e fermagli d'argento. Cavalcava vestita come una bambina turca, con i pantaloni di cotone stampato fermati alla caviglia da un cordoncino, una camicia bianca lunga sui fianchi come una gonnella, un corsetto a righe gialle e rosse, stretto in vita da una fascia uguale. Sui capelli intrecciati portava un fez e un fazzoletto di mussola che sventolava come una vela. Solo un gallone dorato sul corpetto distingueva l'abito di Maria da quello della pastorella Emina.
 
Nei boschi intorno alla fattoria raccoglievo erbe medicinali. Radici. Bacche. Ne facevo polveri per abbassare la febbre, tisane e decotti per donare serenità e allontanare incubi notturni. La mie mani erano macchiate di verde e violaceo, graffiate di spine. Le donne turche venivano da me per farsi curare. Imbacuccate sotto veli e mantelli, si toglievano le cappe scure in cui erano avvolte e mostravano eczemi e irritazioni della pelle. Oppure chiedevano consigli per rimanere incinte. Alcune si liberavano degli abiti tremando. Altre rifiutavano anche di togliere il velo che le copriva sul viso.
A Parigi avevo letto racconti che descrivevano le donne turche come odalische, bajadere e danzatrici del ventre. Le avevo viste rappresentate nei dipinti come creature opulente e sensuali, pronte a rispondere ai desideri maschili. Trovavo invece persone ricche di vita e di interessi con cui confrontarmi. Io ero la donna-medico, le mie mani entravano in contatto col loro corpo, era questo il tramite reale e simbolico su cui costruire un dialogo.
Entrai negli harem. Harem di uomini ricchi, di poveri, di turchi religiosi legati alle tradizioni e di turchi progressisti occidentalizzati.
Ho conosciuto donne che mi guardavano dritte negli occhi, da pari a pari, parlando dei loro problemi. Donne che difendevano i loro ambiti di libertà con ogni mezzo. Donne di campagna che vanno ai bagni infagottate in panni e mantelli e donne di Costantinopoli che hanno smesso di coprirsi il viso. Donne povere costrette a servire e donne che disponevano liberamente di beni e denari di loro proprietà, usandoli senza chiedere il permesso al marito. Negli harem vivono delle persone, le odalische vivono nei sogni degli uomini europei.
I turchi trattano le donne con grande gentilezza, come oggetti delicati, da maneggiare dolcemente, per paura di sciuparle e per conservarne la bellezza, ma senza concedere loro né stima né fiducia. Le donne si difendono nascondendo la loro forza e mostrandosi deboli. Usano con gli uomini lusinghe e blandizie, ma non temono di ricorrere ad inganni ed intrighi.
Girando per gli harem ho conosciuto tante storie. Ne ho tratto lo spunto per scrivere, in francese, racconti di ambiente turco. Ebbero un grande successo a Parigi.
 
Poi l'incidente. Una lite in casa tra la governante inglese e un esule italiano che avevo accolto nella fattoria, finisce in tragedia. L'uomo mi sferra una coltellata sul collo. Salvo la vita ma qualche nervo resta leso. Non riuscirò più a tenere alta la testa. Il mio collo si piega in giù, devo guardare verso la terra. Mi curo da me. Controllo la ferita con uno specchio, do istruzioni su come medicarla, mi faccio praticare un salasso.
Decido di rientrare in Lombardia. I miei avvocati hanno concluso un accordo che cancella le accuse di sovversione che pendono contro di me. E' il 1855.
 
Quello che avevo sognato, l'Italia una, libera e indipendente, sembra per miracolo realizzarsi. Con i Savoia. Con l'aiuto di Napoleone III. Senza Mazzini. Con Garibaldi che sconfigge i Borboni al grido “Italia e Vittorio Emanuele!” Alla fine ha capito anche lui che per unire l'Italia serviva la monarchia! Ora vive a Caprera. mentre Mazzini continua a viaggiare per l'Europa sotto falso nome.
Nasce il Regno d'Italia, a cui si aggiunge Venezia e, il 20 settembre 1870, Roma.
 
Voglio andare a Roma. Devo vederla, adesso.
La città che ho conosciuto un tempo pigra e disincantata, abbandonata in un tramonto millenario, e poi eroica nella lotta per la libertà, la città che sotto i bombardamenti ha scritto la Costituzione Repubblicana, la Roma che ho amato e sognato, ora è capitale d'Italia.
A Milano prendo il treno. Percorro regioni un tempo divise, ora unite in un'unica nazione, e giungo fino a Roma. Fervono i lavori al Quirinale in attesa dell'arrivo di Vittorio Emanuele. Pio IX è chiuso in Vaticano.
 
La città è ridente sotto il sole. Carretti di frutta e verdura, spinti da uomini che corrono al mercato, qualche carrozza per le strade principali, un piccolo gregge di pecore che si abbevera a una fontana, le donne che riempiono le conche di rame. Incrocio un uomo ben vestito, dalla barba curata e il cappello a tuba. Sì, è lui, il chirurgo che operava all'ospedale della Trinità dei Pellegrini. Mi passa vicino senza un cenno di saluto. Forse sono troppo cambiata, non mi ha riconosciuto. Oppure si ricorda ancora le mie sfuriate, quando i medici entravano in corsia con le zimarre impolverate e operavano i malati senza nemmeno lavarsi le mani. Loro si andavano a lamentare con Mazzini del mio carattere impossibile. Mazzini parlando di me mi definiva un vero tormento. Ma io non posso dimenticare che Mameli è morto a vent'anni per la dabbenaggine di un chirurgo.
Mi incammino verso il Campidoglio. Dei bambini lanciano sassolini contro un muro, delle bambine giocano con brandelli di panno cercando di vestire una bambola di pezza. Due uomini maturi, dall'aria posata, vengono dal lato opposto della strada, discutendo tra loro. Mi guardano, mi hanno riconosciuto, alzano un sopracciglio, riprendono a parlare. Sono due avvocati, facevano parte dell'Assemblea Costituente, nelle sale della Cancelleria si inchinavano di fronte a me.
Cammino per le strade come un fantasma, senza forma e senza peso. Un'ombra venuta dal passato, un'alzata di spalle la dissolve.
Giro per Piazza Montanara. Le case sono poco più che catapecchie, ammassate tra vecchi ruderi e marmi smozzicati.
“Principessa!”
Una donna si alza dall'uscio di un'osteria e mi viene incontro tendendomi le braccia, il viso aperto in un sorriso.
“Principessa, cosa fa qui?”
Santina, infermiera a Santa Maria della Scala. Più di vent'anni fa. Giovanissima, allora. Ancora bella, oggi. Mi abbraccia e scoppia a piangere.
Le mie infermiere. Tutti criticavano, allora. Adesso in tutto il mondo civile negli ospedali il lavoro di cura del malato è compito di infermieri e infermiere.
Mi vengono incontro le immagini della mia vita.
Il salotto di Parigi.
Le scuole a Locate.
I volontari napoletani che combattono per la libertà di Milano.
I libri che ho scritto.
I giornali.
Mi accusavano di essere monarchica e amica dei Savoia. Ma per Vittorio Emanuele, re d'Italia, io non esisto.
Non esisto per nessuno.
Nello spazio della polis le donne non esistono. Lì si fa politica. Si sceglie. Ho creduto che anche le donne dovessero esserci. Parlare ed essere ascoltate. Decidere, insieme agli uomini. Ho creduto che nell'Italia libera questo sarebbe successo. Non è stato così. Per questo su di me è sceso il silenzio.
Santina mi stringe le mani, mentre le lacrime le rigano il viso.
Per lei esisto.
 
Il mio credo è una speranza: le donne avranno diritto di cittadinanza nel luogo della politica, un giorno.
Allora qualcuno volgerà uno sguardo al passato, a chi ha lottato per la libertà e la dignità, e io sarò ricordata.
 
 
 
(Rita Cavallari)
TI SPIEGO
post pubblicato in Petri, Romana, il 2 dicembre 2011

E’ il secondo libro di Romana Petri che leggo. Nel risvolto della terza di copertina è scritto che ne ha pubblicati dieci. Bene, vi assicuro che ho voglia di leggere gli altri otto.
Ho letto il libro in meno di quattro giorni, e di questo va dato merito allo stile della Petri. La sua scrittura scorre come l’acqua, forse perché si tratta di un romanzo in forma epistolare, non so. Credo piuttosto che sia proprio il  modo di scrivere che ha di suo il fatto di essere scorrevole e fluido.
Non sono molti gli scrittori che “si fanno leggere”: la Petri è senz’altro la migliore, di quelli che ho letto di recente, ed è bravissima: la sua capacità di apparire come se i sentimenti che descrive fossero i nostri è letteralmente incredibile.
Questo romanzo ha una struttura piana, con capitoli molto brevi (cinque – sei pagine in pochi casi, di norma tre) e senza titolo; i capitoli sono lettere che la protagonista scrive al suo ex marito, dal quale è divisa, e che è andato a lavorare in America; rispondono a lettere che lei riceve dal marito. Tutto il libro è un racconto della loro vita, da fidanzati, sposati e divorziati, che copre un arco di quaranta anni. Eppure, la Petri la racconta come se coprisse lo spazio di qualche settimana.  E al lettore – almeno ai lettori che, come me, leggono solo scorrendo il testo con gli occhi, e “ascoltando la voce” (si fa per dire) che le parole lette evocano nel proprio intimo – questo libro fa l’effetto di qualche telefonata: dopo che chiudi il telefono rimane appena il senso di quanto detto, mentre le parole usate svaniscono. Ma il senso di quanto dice la Petri – la crisi di un rapporto di coppia e la conseguente rottura – è fin troppo palese nell’opera.
Come al solito, come ho già potuto constatare nell’altro romanzo della stessa autrice (Ovunque io sia), i sentimenti (meglio, il sentimento) la fanno da padrone. E il libro, di circa duecento pagine, scorre via che non ci si accorge della velocità con cui si fa leggere. A mio avviso, proprio in questo la scrittura della Petri è eccelsa: credo che la sensazione che ha dato a me sia di tutti i lettori che provano a leggere questo libro. Romana Petri è stata definita dalla critica una delle migliori scrittrici italiane contemporanee: credo che la definizione sia molto pertinente.
Non voglio andare troppo oltre. Non sono né un critico, né uno scrittore, ma soltanto un umile e appassionato lettore.

 

(Lavinio Ricciardi)

 

 

Romana Petri, Ti spiego, Cavallo di Ferro, 2010 [ * ]


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DAL SOMMO POETA AD OGGI
post pubblicato in Diario, il 25 novembre 2011

 

L’Unità dell’Italia porta sulle spalle non solo 150 anni, non nacque nel 1861. L’Unità d’Italia per me e per altri stranieri deriva dal giorno in cui, un uomo che riposa a Ravenna scrisse: “…l’amor che move il sole e l’altre stelle.” Attraverso queste parole universali e con la lingua della Commedia, della Divina Commedia affiorò un giorno l’unità di questo paese. Sorse con la stessa forza  universale come un piccolo gioiello nel 1764, nella Toscana del Granducato. La futura unità dell’Italia divisa vide la luce nella città aperta di Livorno con il trattato Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria. Si evince in questo trattato dal valore inestimabile un’umanità sorprendente per la società del tempo, in cui l’essenza della giustizia, la repulsione e lo sdegno per la pena di morte illumina ancora il mondo giuridico, l’intangibile senso del diritto. Quasi un secolo dopo le idee di Giuseppe Mazzini e la determinazione di un uomo che amava le battaglie civili, l’eroe dei due mondi Giuseppe Garibaldi portarono all’unificazione. Un’unità portata avanti da altri uomini e donne, letterati, scienziati, giuristi ed artisti. Ma anche e soprattutto uomini semplici, contadini ed artigiani. Quegli uomini che organizzarono i primi scioperi per difendere i diritti dei lavoratori. L’Unità d’Italia continuò con uomini che apertamente ebbero il coraggio di non appoggiare le leggi razziali. E proseguì con il giurista Piero Calamandrei, che il 26 gennaio del 1955 pronunciò quello che viene ricordato come il Discorso sulla Costituzione. Parole rivolte anche alle generazioni future di questo paese. L’Unità d’Italia è stata costruita e continua, anche attraverso la letteratura e i suoi artisti. Dalle pagine uniche di Giuseppe Ungaretti, Eduardo De Filippo, Primo Levi, Pier Paolo Pasolini, Italo  Calvino, Alberto Moravia, Leonardo Sciascia, Umberto Eco, Antonio Tabucchi ecc.. Pagine dalle quali nascono sorgenti che confluiscono nel fiume della memoria che corre disteso verso l’oceano del divenire. Dalla voce meravigliosa di Enrico Caruso nell’aria Una furtiva lagrima di Donizetti all’indimenticabile Luciano Pavarotti, ricordando solo due nomi del bel canto. Da Arturo Toscanini ad Ennio Morricone. L’Italia, il braccio disarmante del Mediterraneo lo sento ogni volta che ascolto l’incanto del pianoforte di Nicola Piovani. Questo paese all’estero è ancora amato per i fotogrammi delle pellicole dei grandi maestri del neorealismo. Fotogrammi che continuano a raccontare i pregi e i difetti, la fantasia unica e la furbizia acuta degli italiani, gli eroi della quotidianità attraverso l’epica magica di De Sica, Fellini e Rossellini. E’ amato per le voci e il pathos poetico cantato da Modugno, Battisti e De André. Ed è valutato positivamente quando si nota il tocco creativo di un architetto d’eccellenza come Renzo Piano. La storia di questo paese è stata scritta e si scrive tutt’ora da donne straordinarie, donne vere come Maria Montessori, Grazia Deledda, Elsa Morante, Ilaria Alpi, Maria Grazia Cutuli e Rita Levi Montalcini. Donne degne di rispetto e di esempio non solo per le giovani italiane, ma anche per le giovani donne di altre terre.L’Unità di questo paese viene costruita ogni giorno da uomini e donne che non scelgono l’indifferenza. Da quelli che riescono a cogliere nel volto d’altrove un elemento di crescita reciproca. E non si lasciano dominare dalla paura verso il diverso, verso chi ha un altro colore di pelle o un’altra religione. L’Italia unita non deve scordare, deve capire il sogno dell’europeista Altiero Spinelli. L’Italia odierna deve avere il volto di quei magistrati che proseguono il lavoro di Falcone e Borsellino. Il volto di giornalisti passionali e rigorosi come erano Indro Montanelli ed Enzo Biagi. L’empatia del giovane scrittore Roberto Saviano che rinuncia alla spensieratezza per onestà intellettuale. Per l’amore verso quelle parole che si chiamano Speranza, Verità e Bellezza. E’ questo il volto della vera grazia ed eleganza che fa ancora apprezzare l’Italia nel mondo. E che l’Italia, a volte dimentica di ringraziare, dimentica di ricordare, dimentica di saper guardare, dimentica di saper ascoltare.      

 

 

(Rezarta Cuko)                              

 


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EROI E CIALTRONI: 150 ANNI DI CONTROSTORIA
post pubblicato in Grandi, Augusto, il 24 novembre 2011

Il saggio, per un verso interessante per le sue analisi sociali,  economiche e politiche, ricco di osservazioni ed accurate descrizioni di fatti ed eventi, per l’altro è di lenta lettura per la sovrabbondanza di  cifre e dati che lo rendono, a tratti, piuttosto noioso.

 

(Renata Pozzi)

 

 

 

 

Augusto Grandi, Teresa Alquati, Eroi e cialtroni: 150 anni di controstoria, Politeia, 2010 [ * ]

 

 


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IL BARATTO
post pubblicato in Querci Favini, Giovanna, il 24 novembre 2011

Il libro, pur di chiara e scorrevole lettura, risulta tuttavia di poco pregio per l’assurdità della trama e per i salti logici legati al tentativo, fortemente venato di derive psicologistiche, di incastro tra fantasia e realtà.
Il discorso incentrato sulla distinzione tra il bene ed il male, chiamato in causa da una sorta di patto con il diavolo che mal ricalca il Faust di Goethe risulta aleatorio e venato di tentativi di indottrinamento.

 

(Renata Pozzi)

 

 

 

Giovanna Querci Favini, Il baratto, Marsilio, 2010 [ * ]

 


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LA LUNGA NOTTE DEI MILLE
post pubblicato in Brogi, Paolo, il 15 novembre 2011

Il libro di Brogi ci racconta le storie e il destino di alcuni dei Mille dopo la spedizione del '60. Lo fa in maniera agile e giornalistica che si presta ad una facile ed agevole lettura per chi si avvicina a questo tema e ciò costituisce di certo un pregio del libro ma ne rappresenta, allo stesso tempo, anche un notevole limite. Il racconto è infatti spesso aneddotico, poco contestualizzato e carente di respiro storico. Non si capisce come e perché sono stati scelti circa duecento di più di mille che erano. Si stenta ad intravedere un filo conduttore che leghi un racconto che si dipana un po' a pezzi e bocconi, saltando da uno all'altro dei garibaldini senza che il lettore riesca a percepire, in questo dipanarsi a volte accennato e a volte più approfondito, un qualsivoglia criterio unificante. Tenendo a mente questi limiti, a Brogi è riuscito però di ridare luce, dignità e dimensione umana ad almeno una parte di chi, avendo compiuto una grande impresa di cui tutti noi siamo in qualche maniera eredi, era caduto nel colpevole dimenticatoio della storia patria. Questa è di per se una piccola impresa che rende utile e dilettevole la lettura del suo libro.

 

(Edoardo Sermasi)

 

 

 

Paolo Brogi, La lunga notte dei Mille, Aliberti, 2011 [ * ]

VIVERE NON BASTA
post pubblicato in Veneziani, Marcello, il 13 novembre 2011



Il libro è di lettura non facile. È essenzialmente libro di pensiero, e proprio in questo risiede la sua bellezza, se così si può dire. Consiglio, modestamente, a chi si accinga a leggerlo, di leggere un capitolo al giorno. Così facendo, la lettura si esaurisce in venti giorni, se proprio si ha fretta. Ma – sempre a mio avviso – la lettura va diluita di più, proprio per apprezzare ciò che del libro è l’essenza propria.
E questa essenza è nell’ultimo capitolo, decisamente bello e suggestivo: la dedica “del tutto” al lettore. Conviene, però, andare con ordine.
Come ho detto, la lettura non è facile. Ciononostante, Veneziani ha uno stile suo, che, dopo un inizio non immediato e certo non scorrevole, si mostra dal quarto o quinto capitolo, più semplice. Alla base del libro è una trovata dell’autore non nuova: altri – come Dan Brown e non ricordo ora chi, ma più di un autore – l’hanno già utilizzata: l’espediente di dire che il contenuto del libro è autentico, oggetto di un ritrovamento casuale. Durante i recenti fatti di rovine a Pompei (crollo di un muro della Casa del Moralista, avvenuto nel 2010), l’autore ipotizza il ritrovamento delle lettere di Lucilio, un poeta romano nato e residente a Pompei, in risposta alle Lettere sulla Felicità che Seneca gli aveva rivolte.
Questo ritrovamento, nonostante la premessa – che l’autore, saggiamente, chiama Fabula –  asserisca trattarsi di ritrovamento reale, si svela presto fittizio, così come lo stile della narrazione, che quasi dai primi capitoli si può attribuire come stile e contenuti ai nostri tempi, piuttosto che all’epoca romana. È interessante notare che Veneziani non scrive in modo che sembri di essere ai tempi dei romani, ma piuttosto ambienta quel che racconta in quel tempo, mentre il suo stile – nonostante le buone intenzioni accennate in Fabula – è decisamente dei nostri tempi.
Ma il libro è un libro sul pensiero. Su quello che le persone pensano e aspettano dall’esistente. E proprio in questo – dopo un inizio poco agevole, in cui si parla un po’ di felicità, proprio per rispondere a Seneca (che ne ha fatto il tema delle sue Lettere) – il finto “poeta” romano che si dice suo allievo, e lo chiama maestro, si produce in riflessioni che originano dal libro di Seneca. Certo, il giudizio sul libro di Veneziani sarebbe molto più agevole se avessi letto prima il libro di Seneca, ma così non è.
Un libro sul pensiero: quasi un libro di filosofia, travestito da romanzo. Cosa ne ricava un lettore odierno, che – magari – di filosofia non si occupa né se ne vuole occupare e che cerca nel libro magari qualcosa che si riferisce alla felicità e che, dopo il secondo capitolo, sparisce quasi dal testo? È difficile a dirsi. Ma certo se ne ricava un po’ di riflessione sul proprio di pensiero. Sul perché si pensa e si scrive (o si legge) in certi modi. E di certi argomenti. Filosofici, appunto, e poco trattati.
Proprio quando Veneziani comincia ad affrontare il pensiero del quotidiano, (capitoli 5 Viaggiare e tornare, 8 Potere e ritirarsi, 9 Vecchiaia e dignità, 11 Sirene e Chimere), il libro comincia a colpire anche il lettore meno aduso a sentir parlare di filosofia – chi scrive non se ne è occupato quasi più, dopo gli studi superiori, se si eccettuano le letture di autori come Fromm, Eco e qualche altro – e lo colpisce soprattutto per i riferimenti al quotidiano, a quello che ci tocca tutti i giorni di pensare per le vicende che la vita ci fa considerare.
A mio avviso, i capitoli più belli, intensi e avvincenti, sono quello sulla leggerezza (12), quello sui padri e figli (14) e quello sulla morte di Seneca (17, penultimo). In questi capitoli ci si dimentica della falsa “romanità” dell’autore, che invece si mostra autore del nostro tempo, attento a problemi tipici dei nostri anni e non di quelli dell’antica Roma, cui si riferisce qua e là. Pare che l’autore sottolinei il fatto che i problemi dell’uomo non hanno epoca o data, sono sempre uguali, e come al nostro tempo, così dovevano essere anche nell’antica Roma.
Menzione speciale merita poi il capitolo sul Morire prima di morire (15) e quello sul Cristianesimo (16). Il penultimo capitolo, sulla morte di Seneca, oltre che un congedo dell’autore dal finto Lucilio che ha impersonato, è la conclusione dell’opera. Ma è proprio nell’ultimo capitolo che l’intero progetto si esprime: Congedarsi in bellezza è un saluto al lettore attento, che è arrivato al termine dell’opera e scopre che l’autore lo ha pensato per l’intero libro. E ne trae piacere e considerazione verso l’autore, nonostante la lettura sia stata faticosa.
A conclusione, una piccola chiosa, Veritas in extremis, ci racconta di come il libro (che Veneziani dedica a suo padre) sia originato dalla lettura del testo originale di Seneca, che suo padre aveva in edizione pregiata, e che conteneva appunto molte chiose aggiunte a margine. Una conclusione che spiega, forse meglio di altri pensieri, il perché del libro.
Ho già detto che la lettura non è piana, né facile. E non per lo stile dell’autore, che anzi risulta piano e scorrevole, ma soprattutto per l’argomento, il pensiero. Debbo dire che più di una volta sono stato tentato di leggere il libro a tratti. E invece l’ho letto dalla prima all’ultima riga, e ne sono rimasto affascinato, al punto da considerare l’eventualità di leggere le lettere di Seneca. Ma non adesso!



(Lavinio Ricciardi)







Marcello Veneziani, Vivere non basta, Mondadori, 2011 [ * ]



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EROI E CIALTRONI: 150 ANNI DI CONTROSTORIA
post pubblicato in Grandi, Augusto, il 9 novembre 2011

 

Quando leggiamo il giornale, guardiamo il telegiornale o assistiamo ai dibattiti politici, abbiamo una visione dei fatti limitata nel tempo e nello spazio; accentriamo l’attenzione sul singolo fatto e perdiamo la visione d’insieme: l’ interdipendenza fra nord e sud, quella fra piccole e grandi imprese, fra agricoltura, industria e terziario, l’importanza delle infrastrutture, la concorrenza internazionale, la ricerca e lo sviluppo, l’andamento dell’occupazione, della disoccupazione, del lavoro nero, dell’ istruzione, e cosa stanno facendo gli altri paesi; non riusciamo a percepire le connessioni di causa – effetto, o ci limitiamo a considerare solo gli effetti di breve periodo.
Occorre invece ogni tanto salire in alto, come su una mongolfiera o sul seggiolone di un arbitro di tennis, e vedere le cose in una sintesi spazio-temporale, perché solo così riusciamo a capire gli errori fatti nel lungo periodo e a non commetterne altri.
Il testo di Augusto Grandi e Teresa Alquati è prezioso proprio per questo. In meno di 200 pagine ripercorre il cammino economico e sociale dell’Italia dalla sua riunificazione ad oggi, evidenziando luci ed ombre della storia recente italiana fino a far comprendere al lettore la via da seguire per uscire dal tunnel. Una lettura che può sembrare all’inizio un po’ noiosa perché ricca di dati e cifre, ma che poi, una volta capita l’importanza della politica economica per la sua concreta incidenza sulla nostra vita di ogni giorno e su quella futura di figli e nipoti, diventa appassionante al punto che si desidererebbe, alla fine, che periodicamente uscisse una edizione aggiornata, per avere un commento disincantato e non di parte degli anni più recenti.
Libro da consigliare, a mio avviso, anche come testo scolastico, da comprare, tenere, prestare ad amici e parenti.



(Pietro Benigni)







Augusto Grandi, Teresa Alquati, Eroi e cialtroni: 150 anni di controstoria, Politeia, 2010 [ * ]

LO SHOW DELLA FARFALLA
post pubblicato in Matteucci, Franco, il 26 ottobre 2011

In un anonimo paesino d’Italia denominato Buriland (paese di burini) una giovane donna intelligente e bella  sconta da dieci anni il suo grave errore di avere sposato per  convenienza  un uomo volgare e prepotente che le infligge continue  umiliazioni fisiche e morali. Il contorno non è da meno: ci troviamo di tutto, dalle prostitute africane a quello che tradisce la moglie con un transessuale, dalle ragazze che si spogliano davanti alle telecamere  in diretta  telefonica con tariffa a tempo  con i guardoni a distanza,  a quelle che invece lo fanno nei club privé, dal playboy a pagamento  al terrorista. Ma troviamo anche figure delicate e belle come quella del padre della protagonista o della anziana vicina di casa, o positive e concrete come quella del fornaio che spasima per  la  nostra eroina  e vorrebbe sposarla.
Insomma uno spaccato di vita di paese un po’ duro ma vivo e  tutt’altro che inverosimile.  Il racconto un po’  hard e lo stile rapido mi hanno fatto ricordare il romanzo di Niccolò  Ammaniti  “Come Dio comanda” dal quale questo differisce, in meglio per fortuna, per l’inserimento di alcuni personaggi positivi e per il lieto fine. Lettura  avvincente,  porta  ad un epilogo rapido e liberatorio. Consigliabile, ma solo per adulti.

 

(Pietro Benigni)

 

 

 

Franco Matteucci, Lo show della farfalla, Newton Compton, 2011 [ * ]


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APNEA
post pubblicato in Tinchitella, Paola, il 25 ottobre 2011

Il libro di questa giovane autrice è molto bello. Oserei dire che – come protagonista del romanzo – non ho visto la giovane Isabel, scrittrice che abita un paese vicino Siviglia, ma la sua anima, guidata dalle sapienti mani di Paola, l’autrice.
Andiamo  con  ordine.
Il titolo, “Apnea”, credo abbia a che vedere col fatto che l’anima della protagonista, appunto, respira e poi interrompe, come in una apnea, il suo respiro, trattenuta da qualcosa che riaffiora, o dal presente, nella maggior parte dei capitoli, o dal passato.  Nei titoli stessi dei capitoli questa cosa si adombra e dà adito ad essere pensata.
Forse, quella che ho appena espressa sarà soltanto una mia opinione; forse è quello che penso succeda a tutti i lettori di un’opera, e ancor più di un’ “opera prima”, come Apnea. Paola è una donna estremamente brillante, saggia nel presentare le sue scritture (sia prosa che poesia), e – soprattutto – scrive “da donna”. Ho recentemente recensito un romanzo scritto da un uomo, Franco Matteucci,  e che ha per protagonista una donna, le sue emozioni e il suo approccio alla vita, succube di un marito un po’ “dittatore”. E mi è venuto anche troppo ovvio fare un confronto tra il romanzo di Paola e quello di Matteucci.  La differenza salta subito all’occhio, a chi legge i due romanzi di seguito, più o meno come  ho fatto io.
E’ proprio della natura femminile essere inclini ad un certo grado di fantasia, o – come dicono alcuni – “ragionare”  con l’emisfero destro, quello degli istinti. E’ appunto qui l’impossibilità, per un autore maschio, di descrivere i pensieri e le reazioni di una donna facendolo in prima persona.  E il romanzo di Matteucci (“Lo show della farfalla”, edito da Newton Compton, Roma, 2010) – che fa questo lavoro, di immedesimarsi nella natura della protagonista – segna secondo me il limite di quello che ho appena detto.  Secondo me, anche se il romanzo ha una sua dinamica non priva di originalità, lo stile della storia denota l’universo maschile preponderante. Forse l’autore voleva proprio far questo?
Il discorso di Apnea – fin dal primo capitolo – è un discorso originale (ad esempio, nella titolazione dei capitoli stessi, che si ispirano alle varie fasi di una apnea, ma rapportano ciascuna fase ad un momento temporale della protagonista, ambientato in mare – emersione, approdo sono alcuni dei titoli).  Ho già detto che – a parlare – è piuttosto l’anima di Isabel, anziché la stessa Isabel. E’ un modo di intendere questo bellissimo dialogo interiore che è Apnea, in cui proprio la presenza dell’anima giustifica – a mio avviso – il titolo: l’anima va in apnea, nei suoi soliloqui, quando la vita insiste, preme.
Sul libro, dopo alcuni capitoli di introspezione su fatti della vita appartenenti a tempi diversi della protagonista (presente, passato prossimo o remoto), compare all’improvviso un amore. E la vita prende un nuovo ritmo, per Isabel, che – forse – continua a fare apnee  lasciandosi andare ad una realtà attesa (magari non immaginata così vicina, dal contesto dei capitoli precedenti). E la storia, da storia di vita, da fatto esistenziale puro, diventa una vera storia d’amore, amore descritto come immediato, sofferto – soprattutto per il comportamento del partner – e poco gratificante nel complesso, ma profondamente vissuto e sempre più desiderato. Isabel si immedesima nella sua parte, e accetta dal partner di essere trattata come forse non vorrebbe, ma si abbandona completamente al ritmo di questo amore, un po’ caotico, ma descritto dall’autrice in modo molto sapiente.
Non voglio che mi si accusi di partigianeria, proprio dopo aver accostato il libro di Paola a quello di Matteucci, ma decisamente, Apnea mi è piaciuto molto di più, e mi spiace non averlo trovato tra le opere prime del premio, dove non avrebbe affatto sfigurato. E’ inoltre abbellito da una deliziosa copertina di sapore marino, tratta da un dipinto di Lorenza Anna Pagliacci. Recentemente la casa editrice ha elaborato una ristampa in cui la copertina è stata modificata: qui è riportata la precedente, per me molto più efficace.

 

(Lavinio Ricciardi)

 

 

 

Paola Tinchitella, Apnea, Il Filo, 2008 [ * ]









vedi quì e quì

 


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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 25/10/2011 alle 9:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
AGENTE SACRIFICABILE
post pubblicato in Colizza, Filippo, il 22 ottobre 2011



Questo libro è opera di esordio di uno scrittore che certo rimane molto caro a chi, come me, è appassionato di spy-stories. E’ infatti (a parte Carlo Lucarelli, il cui genere però, mi pare più da accostare al giallo – poliziesco) l’unico scrittore italiano che mi è capitato di leggere, e l’unico – in assoluto anche tra gli altri scrittori italiani – che accosto volentieri a Ian Fleming, il famoso autore di James Bond.
Sono rimasto molto colpito, e ottimamente coinvolto, dalla lettura del romanzo. Lo trovo molto ben impiantato sul terreno – appunto – dello spionaggio, e quel che più mi ha influenzato e inorgoglito è che il protagonista è un agente del servizio segreto della nostra Marina Militare (da cui proviene anche l’autore, come appare dal risvolto posteriore della sovra-coperta).
Il libro è scritto in uno stile piano, e senza molto concedere agli “effetti speciali” tipici degli scrittori di storie di spionaggio. Proprio questo stile, adatto a tutti i lettori, può rendere il libro piacevole anche per chi appassionato di spie non è, ma ha certo un debole per i romanzi di azione. Tale infatti appare questo romanzo, come lascia intendere l’immagine di copertina e la sua elaborazione da fotografia.
Il procedere del libro è tale che le sue 403 pagine vanno via come l’olio. Io le ho lette in tre giorni e mezzo, quattro, e – anche se il finale è (non lo dovrei dire) buono – mi ha lasciato male perché la storia era già finita. Non leggevo storie di spionaggio dal penultimo libro di Forsyth (Il veterano), dopo il quale non ne ho letti altri.
L’autore ha – secondo me – due pregi: uno gli viene dalla sua esperienza di militare, ed è la conoscenza degli scenari sui quali i servizi di solito operano. In questo caso si ha un panorama aggiornatissimo delle attuali situazioni di tensione internazionale (lo scenario è il Nord Africa); l’altro pregio è – probabilmente – la sua giovane età, che gli permette di riversare molta della sua energia nella scrittura, e calarsi nel personaggio del protagonista, anche lui molto giovane. Lo ho accostato a Forsyth, proprio perché l’autore inglese ha un’esperienza consimile.
Il romanzo si articola tra le missioni del protagonista, Alessandro Trevi, e le avventure che egli corre, in particolare tra le grinfie di un trafficante di armi con cui se la dovrà vedere e molti altri personaggi che fanno da ottimo contorno. Ma la caratterizzazione del romanzo è la semplicità delle avventure stesse, semplicità che non scade mai nel banale. E’ un po’ come dire che è un thriller “fatto in casa”, ove le situazioni sono davvero quasi sempre degne di fiducia, perché si mostrano credibili: pericoli e situazioni di tensione somigliano terribilmente a quelli reali della nostra epoca.
Direi che il mio giudizio su quest’autore è senz’altro molto positivo. Proprio a proposito della parte finale, in cui si profila un amore molto ben descritto e senza le caratteristiche delle vamp di James Bond, ma con un’aria di normalità anch’essa credibilissima, tra il protagonista e una giovane segretaria francese del trafficante di armi alla quale Alessandro salva la vita. La storia d’amore è portata nel libro in forma delicata e semplice, senza né eccessi, né fanfaronate. E’ secondo me, un tocco di classe in più che Colizza aggiunge al suo stile così pulito.



(Lavinio Ricciardi)






Filippo Colizza, Agente sacrificabile, Mondadori, 2011 [ * ]










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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 22/10/2011 alle 20:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
LO SGUARDO EMPATICO NELLA POESIA DI HIKMET
post pubblicato in Hikmet, Nazim, il 29 settembre 2011



La poesia, il cui materiale è il linguaggio, è forse la più umana e la meno mondana delle arti, la sola in cui il prodotto finale rimane prossimo al pensiero che lo ispirò.

(Hannah Arendt, The Human Condition)


Aprendo le pagine poetiche di Nazim Hikmet (Salonicco 1902 - Mosca 1963) riesce impossibile non amare i suoi versi. I suoi affezionati lettori conoscono a memoria questi versi splenditi: “Ti amo come se mangiassi il pane spruzzandolo di sale [...] ti amo come se dicessi Dio sia lodato son vivo” (1959). Hikmet in questi versi portò alla luce una dolcezza che oserei chiamare globale, anche se appare legata al pensiero, al sentire, balcanico ed orientale. Attraverso l’essenzialità del sale che dà sapore al cibo e alla vita nella stessa maniera in qualunque parte del mondo, il poeta dice ti amo alla sua amata. E rende il sale dolce più del miele.
Questa dolcezza intensa che sprigiona la sua opera poetica è il prezioso ricamo delle sue sillabe magiche. Sillabe che ti aprono gli occhi…versi liberi, espressivi che sanno essere altro…metafore che diventano tele dipinte di orizzonti vivi…orizzonti poetici che aggrediscono per coinvolgerti con la realtà. A volte dolcemente, a volte tortuosamente per raccontarti quel che spesso sfugge al pensiero, al ricordo e alla memoria. Proprio come la Arendt scrisse sulla poesia: “il suo carattere “memorabile” determinerà inevitabilmente la sua durata, cioè la sua probabilità di rimanere perennemente fissata nella memoria dell’umanità”. Così la poesia di Hikmet fondata sul tangibile ha acquisito l’atemporalità.
Egli nacque a Salonicco che in quegli anni era la rappresentazione del caleidoscopio balcanico. Visse ad Aleppo una parte della sua infanzia come lui stesso ricordò nella poesia Autobiografia (1962) [ * ], e proseguì gli studi liceali ad Istanbul. Luoghi di colori, profumi, identità e religioni diverse. Anche l’ambiente famigliare offrì ad Hikmet due visioni differenti di vivere e di pensare: l’Oriente e l’Occidente. E’ forse proprio questa diversità culturale la base in cui si forgiò la futura grandezza di Hikmet.
Entrò dentro varie realtà e verità del mondo in cui visse, raccontando in versi gli accadimenti. I suoi versi di struggente semplicità smuovono sentimenti profondi. E naturalmente condivido il pensiero della scrittrice turca, Elif Shafak che: “credere nella poesia equivale a credere nell’amore.” (Latte nero, 2007 [
* ]).
Era un uomo che con la sua lirica partecipava agli eventi, osservava il proprio tempo senza connotare la sua poesia alle ideologie (nazionalistiche o politiche). Seppe prendere ferme posizioni (genocidio degli armeni), anche quando quelle prese di posizione significavano privarsi della libertà e rinunciare agli affetti più cari per l’amore verso l’umanità. La fisionomia della sua lirica.
Nel 1956 scrisse, a mio avviso, una delle sue più belle poesie esprimendo un altro valore della lirica ed una diversa “missione del poeta”. Questa poesia s’intitola Japon balikçisi / Il pescatore giapponese.
Trovo nei suoi versi tutta la forza poetica di Hikmet, la sua grandezza di pensiero, la sua denuncia poetica che gli ha permesso di entrare così di diritto tra i grandi poeti del Novecento. Poesie come Japon balikçisi lo hanno elevato come il poeta che sopravvive alla sua generazione. Diventa il poeta di tutte le generazioni. E nonostante la palese connotazione geografica del titolo, è comunque una poesia che non ha un'unica appartenenza nazionale, supera i confini territoriali. E quel termine chiamato “nazionalità” è inappropriato per essa. La sua lirica delicata e sublime affronta un tema universale con echi che risuonano attuali a decenni di distanza. Usò elementi semplici ricorrenti spesso nella sua poesia come il mare, il sale e il vocativo “mia rosa” con intensità empatica per far riflettere il lettore. Il poeta scrisse questa poesia prendendo spunto dai test nucleari perpetuati negli anni cinquanta del Novecento nell’Oceano Pacifico e dagli effetti imposti dall’uomo alla natura e alla vita di altri uomini. Hikmet descrisse in modo incredibile il dramma esistenziale di un pescatore ammalato dall’esposizione alle radiazioni atomiche di un esperimento militare del 1952:

Il pescatore giapponese 
(traduzione dall’inglese in italiano di Thony Sorano)

Il pescatore giapponese ucciso da una nuvola
Non era che un giovane mentre navigava nella sua rada.
Ho sentito questa canzone cantata a bassa voce dai suoi amici,
Mentre la luce gialla andava verso l’Oceano Pacifico


Pescammo un pesce, colui che lo mangia muore,
Chi tocca la mia mano, di quello muore.
Questa, la nostra barca, è una fredda bara
Chi sale a bordo, imbarcandosi muore.

I versi che aprono la poesia raccontano di un giovane pescatore ucciso da una “nuvola”, mentre navigava nell’Oceano Pacifico. Una nuvola avvolge la sua barca e la trasforma in una fredda bara. Hikmet non lo dice esplicitamente, ma si comprende che quella nuvola non fu un evento meteorologico, anche se a volte in quella parte del mondo la natura sa essere veramente distruttiva. Mentre i versi di Hikmet continuano a diventare sillabe penetranti:

Pescammo il pesce che uccide chi lo mangia,
Non tutto in una volta, ma poco a poco,
La sua carne diventa nera, apre piaghe e imputridisce
Pescammo un pesce, colui che lo mangia muore.

Chi tocca la mia mano, di quello muore.
Questa mano che una volta così bene lavorava per me,
Bagnata nel sale e sana nel sole.

Chi tocca la mia mano, di quello muore,
Non tutto in una volta, ma poco a poco,
La sua carne diventa nera, apre piaghe e imputridisce…
Chi tocca la mia mano, di quello muore.

Gli effetti di quella nuvola non uccidono immediatamente: “Non tutto in una volta, ma poco a poco / La sua carne diventa nera, apre piaghe e imputridisce…”. Questi versi sono immagini vivide, immagini crude e dolorose. Il pescatore è un morto vivo e chi tocca la sua mano muore. Quella stessa mano che bagnata dal sale, un elemento di vita e d’amore per Hikmet, una volta era sana nel mare inondato dal sole. Una mano che lavorava, pescava e dava vita, oramai solo con un gesto, un tocco contagia la morte nera. Il pescatore è giovane. E’ un uomo innamorato e ricambiato dagli occhi a mandorla. Un innamorato che prega la sua amata non di amarlo come tutti gli innamorati, ma di dimenticarlo. Sceglie l’oblio in nome dell’amore con la dignità unica della cultura nipponica.
Ed Hikmet con la delicatezza che lo contraddistingue nei versi seguenti descrive una vita alla quale sono tagliate per sempre le ali del futuro, diventando il canto amaro di un amore tenero distrutto da forze oscure:

Dimenticami, amore con gli occhi a mandorla
Questa, la nostra barca, è una fredda bara.
Chi sale a bordo, imbarcandosi muore…
La nuvola è passata e ha portato la nostra rovina.

Dimenticami, amore con gli occhi a mandorla,
Mia rosa, non devi baciare le mie labbra,
La morte, si sposterebbe da me a te,
Dimenticami, amore con gli occhi a mandorla,

Questa, la nostra barca, è una fredda bara,
Dimenticami, amore con gli occhi a mandorla,
Il bambino che potresti avere da me,
Marcirebbe dentro, un uovo marcio.


Il giovane continua a supplicare con la morte nel cuore la sua amata di non baciare le sue labbra e la chiama “Mia rosa” mentre le chiede questo sacrifico d’amore. Sceglie la solitudine, non vuole che la morte che porta dentro sé si sposti da lui alla sua rosa, al suo amore. Questi sono i versi più struggenti che ho mai letto. La sua barca da mezzo per la sopravvivenza si trasforma in fredda bara. Diventa morte. Sentiero senza luce. E i versi diventano ancor più struggenti, diventano un coltello nel cuore. Suscitano lo sguardo dell’empatia mentre il giovane pescatore chiede al suo amore ancora una volta di dimenticarlo. Il loro sentimento non potrà mai essere vissuto pienamente, perché da quell’atto d’amore non potrebbe nascere un bambino sano: “Il bambino che potresti avere da me / Marcirebbe dentro, un uovo marcio”. Sono versi in cui tragicamente alla vita viene chiuso il sipario della vera bellezza, quell’armonioso e magnifico concerto in pentagrammi che è la rinascita attraverso un'altra vita.
Come sono lontani questi versi da un'altra sua poesia che mentre scrivo mi viene in mente: “Il più bello dei mari / è quello che non navigammo. / Il più bello dei nostri figli / non è ancora cresciuto. / Il più bello dei nostri giorni / non lo abbiamo ancora vissuto. / E quello / che vorrei dirti di più bello / non te l’ho ancora detto.” (1942) (trad. di Joyce Lussu, Mondadori [
* ]).*
E’ un’eco di versi meravigliosi scritti durante la prigionia di Hikmet, che evocano nell’orizzonte un futuro, la visione di un amore, una vita senza fine… Radicalmente in contrasto con i versi della poesia dedicata al pescatore giapponese nella quale si può toccare con mano la fine. La profezia compiuta delle tenebre. Vedi con gli occhi dell’anima la tragedia umana causata da una nuvola radioattiva. Nella chiusura della poesia la natura che magicamente è parte integrante dei suoi versi rappresentata dal mare è morta. Il mare blu si veste di nero (è morto ecologicamente) e nelle sue acque non naviga una barca inondata dal sole, ma la fredda bara delle tenebre. E negli ultimi versi il pescatore (l’etica dell’uomo poeta) rivolge un’eco di dolore e una domanda che ancora oggi aspetta una risposta:

Questa, la nostra barca, è una fredda bara,
Il mare che navighiamo è un mare morto.
Oh umanità, dove sei,
Dove sei?



(Rezarta Cuko)




 

 

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