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CIRCOLOLEOPARDI percorsi di lettura e scrittura a più mani - il blog della biblioteca "Villa Leopardi" in Roma
LE MILLE LUCI DI NEW YORK
post pubblicato in Mc Inerney, Jay, il 3 dicembre 2018
 
Ho scoperto questo autore americano leggendo questa estate il suo "La luce dei giorni". Il libro è apparso in una raccolta avente per tema New York, pubblicata dal quotidiano “La Repubblica”. Il libro che ho citato mi ha fatto assaporare la profonda conoscenza dell’autore per la vita e le abitudini di New York, città dove vive e dove credo sia nato.
Visto che ho avuto la fortuna di vivere 12 giorni a New York, città che ho sempre mitizzato e che amo ancora di più dopo averla visitata, e visto che per la brevità della mia visita ne ho conosciuto solo le mete turistiche, ma ben poco delle sue abitudini, ho voluto leggere gli altri libri di questo autore (credo che “La luce dei giorni” sia l’ultimo libro pubblicato in Italiano).  
Questo libro, di cui sto per parlare, è la sua opera prima, e risale al 1984. All’inizio c’è una dedica che recita: "
Come hai fatto ad andare in rovina?" "
In due modi: gradatamente prima, e poi di colpo" .
Il libro racconta le vicende di un singolo protagonista, e a mio avviso appare autobiografico, a differenza dell’altro, che racconta la vita di famiglie diverse. E – sempre a mio avviso – è il ritratto di un cittadino americano medio (newyorkese) e della sua vita quotidiana. Il protagonista, che parla in prima persona (da qui il sospetto che le vicende narrate siano autobiografiche), lavora come giornalista in una rivista ed è letteralmente “tampinato” dal suo capo, una donna con caratteristiche di zitella, acida ed estremamente rigorosa nelle pretese. 
Sono messe molto ben in evidenza le abitudini del protagonista, il quale è sempre piuttosto stanco durante le sue attività lavorative, visto che poi, la sera indulge volentieri, assieme ad un inseparabile amico, a passare serate nei night club in compagnia di ragazze. Le peripezie quotidiane del protagonista sono messe in evidenza con mille pretesti: ma, soprattutto, compare dappertutto la necessità di “tirare” cocaina, da parte del protagonista. Anche questa “abitudine” (sic) appare come usuale, e il protagonista se la procura in mille modi pur di poterne usare. La droga appare come se fosse il caffè per noi, cioè qualcosa che è entrato nella routine quotidiana delle persone.
Quello che però, a mio avviso, attira di più, nel leggere questo libro, è la descrizione del “vivere” newyorkese, che – nonostante “datato” di circa trent’anni – risulta credibilmente attuale. La lettura risulta sempre scorrevole e avvincente; lo stesso carattere si riscontra nel film che ne è stato tratto, con lo stesso titolo, dal regista Michael Fox.
Altra nota, che appare qua e là è proprio la descrizione di siti cittadini. Strade e locali sono reali, consentono ai conoscitori della città (di Manhattan in particolare) di ritrovarvisi. Così si apprendono cose che riguardano alcune zone di Manhattan (Upper e Lower East Side). Gli stessi titoli dei capitoli sono rappresentativi di molte situazioni esistenziali e di realtà tipiche cittadine.
Non voglio entrare troppo in dettagli, che ne sciuperebbero la lettura. Voglio sottolineare il finale, che non rivelo, e che – a mio avviso – è bellissimo. Credo che – comunque la si pensi riguardo la “grande mela” – il libro sia delizioso da leggere.



(Lavinio Ricciardi)









Jay McInerney, Le mille luci di New York, Bompiani, 2016 [ * ]

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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 3/12/2018 alle 14:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
L'ESTATE DEL '78
post pubblicato in Alajmo, Roberto, il 9 novembre 2018
 

Un libro molto “speciale”, che qualcuno ha definito “un libro sulla morte”: dopo averlo letto, non la vedo proprio così. Provo a spiegare perché.
L’autore, un palermitano, ha voluto corredare il libro con una serie di fotografie, tratte dall’album di famiglia. Ed ha iniziato con la copertina, dove la foto lo ritrae assieme a sua madre e mostra entrambi i soggetti molto felici,
Anche all’inizio del libro: l’autore parla del suo esame di maturità, della preparazione che richiedeva e dell’incontro con sua madre proprio mentre, con alcuni compagni, cercavano di evadere dal faticoso onere dello studio andando a prendere un gelato. Non voglio anticipare niente, ma il tono dell’esordio di questo libro è tutt’altro che un anticipo di… morte. Però l’autore dice subito che l’incontro fatto rappresentava una sorta di addio da parte di sua madre.
Per chi lo ha letto, il libro rappresenta una specie di “fotografia” letteraria di un certo periodo nella vita dell’autore, periodo che dà il nome al titolo del libro stesso. Anche se l’episodio che ho citato, e che dà il là a tutta la narrazione, pone l’accento su ciò che l’intero libro vuole sottolineare: il rapporto con i propri genitori, che poi diventa il rapporto con il proprio figlio. 
Fino a metà lettura (ho letto il libro in quattro giorni) sono stato incerto sul giudizio che come lettore volevo dare del libro. Sono stato subito affascinato dal modo di scrivere dell’autore, molto accattivante sì, ma anche pieno di un recondito e misterioso fine: come considerarlo, romanzo autobiografico, o saggio sui sentimenti? E in queste brevi impressioni, evito di scendere troppo nello specifico del libro. 
Il libro, come per incanto, proietta il lettore nella vita dell’autore, che – muovendo dal rapporto con i genitori, e paragonandolo a quello tra lui e suo figlio Arturo – ci fa sapere quali siano i suoi pensieri, mentre la sua vita scorre. L’analisi dell’intero libro è unicamente questo: un lungo raccontarsi, prendendo le mosse dalla vita dei suoi genitori. Dal fatto che – ad un certo punto – Vittorio ed Elena (questi i loro nomi) si dividono, e i figli (l’autore, Roberto, ha un fratello  minore, Marcello) rimangono con il padre. 
Del rapporto coi genitori, l’autore privilegia senz’altro quello con la madre. E mentre all’inizio ci sono molti riferimenti al padre e alla conclusione della sua vita, più avanti, nel parlare della madre, riporta anche una parte – quella felice – del loro rapporto di coppia.
Mi sembra di aver detto molto della storia. Come giudizio finale, a parte lo stile di scrittura, non ho trovato questo libro eccezionale. 



(Lavinio Ricciardi)








Roberto Alajmo, L'estate del '78, Sellerio, 2018 [ * ]
   


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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 9/11/2018 alle 11:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
IL PUZZLE MORO
post pubblicato in Fasanella, Giovanni, il 7 novembre 2018
 

Sto seguendo da qualche tempo l’aumento di interesse dei media per la vicenda Moro; in particolare, mi sono soffermato sulla “rilettura che ne ha dato Ezio Mauro, prima dalle pagine di “Repubblica”, e poi pubblicando due DVD e un volumetto che li accompagna.  Ho inoltre letto con piacere, sull’argomento, un libretto con un divertente titolo (“L’Honda anomala”), di un autore molto giovane, Pietro Ratto, che l’ha presentato e commentato presso una delle librerie Feltrinelli di Roma.
Era indispensabile che facessi questa premessa prima di parlare del libro di Fasanella. Infatti, questo splendido saggio  fa il punto intorno ad una serie di fatti e considerazioni che hanno invaso il settore della stampa (ma non solo) in questi ultimi anni. Il libro è ricchissimo di notizie e prende le mosse essenzialmente da una serie di documenti, relativi a due fonti: la prima - di origine inglese – è l’Archivio Nazionale, organismo essenzialmente governativo, noto con la sigla Tna/Pro; la seconda è la Nara, statunitense. Queste fonti sono riportate in calce al libro, assieme a riferimenti relativi ad organismi parlamentari italiani. Ma la lettura del libro mi ha fatto raccogliere con pazienza l’elenco di tutte le fonti bibliografiche che Fasanella riporta nelle note in calce, in ogni capitolo. Ne è venuta fuori una bibliografia di cinque cartelle.
Come l’autore dice nella prefazione – introduzione, intitolata “Questo libro” –, la vicenda, come gli viene rimproverato, ha perso di interesse, quindi perché occuparsene ancora, dopo quarant’anni? Fasanella non risponde direttamente, ma cita, al riguardo, le parole del figlio di Moro, Giovanni.
Non voglio raccontare nulla della trama del libro, e dei fatti che ne sono stati l’origine. Non ne sarei capace e non avrebbe alcun senso. So che – il giorno in cui Moro fu rapito (16 marzo 1978) – dovevo assolvere un dovere sindacale, e fui “sequestrato” da due colleghi responsabili della sezione “Monte Sacro” del sindacato, che mi chiusero nella sede per tutta la mattinata, ordinandomi di rispondere alle telefonate che indubbiamente sarebbero giunte. Questo è il particolare che mi fa tornare a quel giorno, fatto banale e spiegabile con il clima che immediatamente venne a crearsi.
Su questo caso fu scritto molto: tonnellate di articoli sui giornali (quotidiani e periodici). Ma nessuna ricostruzione, recente o passata, supera in precisione e accuratezza di elementi il libro di Fasanella. In esso viene messo in luce, progressivamente, quanto influirono sulla vicenda gli interessi inglesi, in primo luogo, e americani, in secondo. Tutte le fonti nazionali indicarono nelle Brigate Rosse, che gestirono l’intera operazione, sequestro e assassinio di Moro, gli unici responsabili dell’accaduto. Il libro, molto cautamente, ma con dovizia di particolari di carattere politico, mostra invece che il contesto internazionale andrebbe richiamato come mandante e – forse – anche esecutore diretto dell’intera operazione. Questa avrebbe potuto avere esito diverso se alla base non ci fossero stati gli interessi politici di altri paesi che si vedevano colpiti dalla politica che Moro stava cercando di attuare.
Le fonti ”ufficiali” citate da Fasanella nella nota in calce al volume sono solo una parte delle informazioni alla base del libro. Chi lo legge converrà con me che – nel corso della stesura dei vari capitoli – molte altre fonti documentarie compaiono, altrettanto degne di nota che quelle “ufficiali”. Ma – a mio avviso – la chiarezza del lavoro svolto da Fasanella nello scrivere questo libro si riflette nell’indice, che – da solo – racconta proprio come l’autore ha percorso la storia del sequestro e assassinio. Fasanella suddivide l’opera in sei parti. La prima e la terza parlano dei due cosiddetti “compromessi storici”: quello tra De Gasperi e Togliatti e quello tra Moro e Berlinguer. La seconda parte ha invece come contenuto la “deterrenza” contro Moro, cioè tutto quanto fu fatto politicamente, a livello internazionale e italiano, per screditare l’opera dello statista pugliese. La quarta e la quinta parte parlano della politica italiana e dei perché non era ben accetta agli alleati atlantici. Infine la sesta (ed ultima) parte cerca di dirci, attraverso varie testimonianze, come la scomparsa di Moro abbia "fatto bene" all’Italia.
Al termine del libro sono riportate le fonti “archivistiche”, quasi una bibliografia intenzionale. 
Dal libro emerge sostanzialmente che la parte del leone (a livello di possibile “mandante” dell’operazione “sequestro – ed assassinio – di Moro) è stata dell’Inghilterra, appoggiata successivamente dagli Stati Uniti. 
Da lettore, più che da curioso, tengo a dire che il libro di Fasanella è agevole, e non presenta difficoltà alcuna per il lettore. C’è solo – forse – da ricordare i fatti, cosa che però è facilitata dalla lettura stessa. Pertanto, ritengo che la saggistica sia stata arricchita da questo splendido ed esauriente libro. Penso che qualsiasi esperto di politica internazionale vi trovi un buon esempio di come si possa trattare bene un argomento spinoso quale è stato l’”affaire Moro” (per dirla con Sciascia), con attenzione e cautela, ma chiarendone il contesto, difficilmente percepito sui media durante e dopo il fatto.



(Lavinio Ricciardi)








Giovanni Fasanella, Il puzzle Moro, Chiarelettere, 2018 [ * ]

 

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permalink | inviato da CIRCOLOLEOPARDI il 7/11/2018 alle 13:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
IL LIBRO DEI FULMINI
post pubblicato in Trevisani, Matteo, il 7 novembre 2018

Un libro strano e straordinario, questo, al confine tra realtà ed esoterismo, che racconta una storia incredibile, eppur vera. Una storia che muove da molto lontano, dai tempi dell’antica Roma.
Per me, non addentro alle cose esoteriche, non era una lettura facile: invece, lo stile dell’autore e la scorrevolezza della storia, hanno  reso la lettura agevole e semplice. Il libro dei Fulmini è opera prima.
Non intendo raccontare la storia: persone più capaci e competenti di me, in materia, l’avranno fatto e continueranno a farlo; voglio solo dare qui le mie impressioni come semplice lettore, lettore di un libro che – pur nella realtà storica – attinge a fonti di cui sono ignaro ed ignorante a un tempo. Sono stato attratto a leggerlo dal titolo, e dall’argomento, che mi coinvolge come cultore della materia che ne tratta, la Fisica.  
Debbo dire che – una volta entrato nell’argomento – il libro non mi ha deluso,  come pensavo appena percepito quale ne fosse il tema. L’origine della storia è un’antica usanza dei Romani, nostri progenitori, che temevano i fulmini più di noi, considerandoli una manifestazione di un certo dio, Summano, e che si affrettavano a seppellire tutto quanto il fulmine avesse colpito, apponendo sopra la “tomba del fulmine” una sigla, "F.C.S.", che in breve voleva dire “Qui è stato sepolto un fulmine di Summano”. 
Una cosa che merita di essere menzionata è il fatto che i Romani temevano i fulmini, perché – a loro avviso – essi aprivano una comunicazione con il mondo dei morti. E questo concetto è la chiave di lettura dell’intero romanzo. L’autore è uno studioso di storia delle religioni, e scrive sulla rivista “Nuovi Argomenti”. E proprio muovendo dalla manifestazione (il fulmine) del dio Summano, cui è dedicato il terzo capitolo, l’autore muove il suo protagonista (omonimo, il che fa pensare ad un romanzo autobiografico, almeno nelle intenzioni). 
La storia appare come una ricerca che il protagonista compie – nei luoghi di Roma più vicini alle zone della Roma antica, ma anche altrove – per trovare questi “sepolcri dei fulmini” (contraddistinti dalla lapide con su la scritta "F.C.S.") e farne una mappa ragionata, consultabile. In questo Matteo, il protagonista, si fa aiutare da una persona che incontra per caso, Silvia, e che decide in un certo senso di aiutarlo. I due diventano amanti, e si impegnano in questa ricerca delle “tombe” dei fulmini.
Caratteristica dell’intera storia, che non voglio palesare oltre, è questa continua commistione della realtà dei vivi con il mondo dei morti, commistione che si va rendendo palese tramite molti accenni che la storia di Matteo, nel corso della sua ricerca, evidenzia. E i titoli dei capitoli ne sono testimonianza, perché permettono di continuo questo passaggio dalla realtà delle cose viventi (tra cui ha particolare significato il sesso, e i fatti sessuali, cosicché la relazione tra Matteo e Silvia non è solo un 
espediente cattura-lettori) a quella del mondo dei morti, evocato appunto da quanto si trova sotto le lapidi contrassegnate da “F.C.S.”.
In conclusione, torno a sottolineare la mia ignoranza in materia di esoterismo, cui fanno riferimento i numerosi accenni a questo rito di seppellimento dei fulmini, e proprio per questo non mi sento di dare un giudizio di merito sul libro. Però, come lettore, vorrei dire che il libro si presta a soddisfare molte curiosità inerenti a questa storia dei “fulmini”, e che il leggerlo è agevole e nient’affatto difficile per chiunque. 



(Lavinio Ricciardi)







Matteo Trevisani, Il libro dei fulmini, Atlantide, 2018






vedi quìquì e quì
 


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TRIPLO INGANNO
post pubblicato in Nicotri, Pino, il 31 ottobre 2018
 

Questa non è una recensione vera e propria. Il libro di cui tratto è del 2014, e probabilmente saranno poche le librerie ad averne copia. Premetto inoltre che di solito non seguo la cronaca nera, né le trasmissioni televisive che se ne occupano. Certo, ho avuto notizia del caso di Emanuela Orlandi, la figlia di un dipendente del Vaticano scomparsa sedicenne, il 7 maggio 1983, e mai più ritrovata. Difficile ignorare quel mistero, visto che da un quarantennio ci viene riproposto con sempre nuove e più complicate sfaccettature. Ancora di recente un docu-film di Roberto Faenza (La verità sta in cielo), un numero speciale di “Micromega” e un documentario di Andrea Purgatori per La 7 sono tornati sul caso.
Pino Nicotri, ex redattore de “L’Espresso” e ora del quotidiano on line “Blitz”, ha dedicato alla vicenda ben tre volumi, di cui Triplo inganno è l’ultimo e la sintesi dei precedenti. Nicotri non si propone di trovare soluzioni, bensì di mostrare come un episodio tragico, ma simile a molti altri, possa essere gonfiato da vari attori a dimensioni mostruose, fino a trasformarsi in una sarabanda, in una specie di circo capace di cancellare forse per sempre la verità dei fatti.
La ricostruzione è dettagliatissima. I primi inquirenti, magistrati e poliziotti, pensano a un delitto a sfondo sessuale, probabilmente (adombra Nicotri) maturato in un ambiente non lontano da quello della famiglia. Ma ecco che interviene Giovanni Paolo II, che due anni prima ha subito l’attentato di Ali Agca ed è impegnato in una dura lotta contro il comunismo. Senza addurre alcuna prova allude a un sequestro, forse inserito in una trama più vasta. Da quel momento l’inchiesta è affidata ad altre mani, entrano in ballo i servizi segreti e alti funzionari di Stato. L’ipotesi è che Agca fosse manovrato dallo spionaggio bulgaro, e che si debbano cercare da quel lato i rapitori della ragazza.
Giungono messaggi bizzarri, in cui fantomatici gruppi estremisti turchi propongono la restituzione della giovane in cambio della liberazione di Agca. Si scoprirà molto più tardi che autori delle missive sono i servizi segreti della Germania Est, desiderosi di liberare dai sospetti i loro colleghi bulgari. Nel contempo, fioccano chiamate telefoniche strampalate, senza che i chiamanti forniscano prove convincenti dell’esistenza in vita della giovane. Una “sua” unica, agghiacciante registrazione vocale risulta tratta, secondo la polizia romana, da un film pornografico (dettaglio su cui Purgatori sorvola). E avere anche quel reperto fasullo innesca un conflitto con il Vaticano, che dopo avere lanciato il sasso con le parole di Woytila nasconde la mano, cioè si chiude nel mutismo e collabora sempre meno volentieri.
Ma siamo solo agli inizi della farsaccia. La “pista Agca” (cui questi, inizialmente riluttante, in seguito si presta fin troppo) si esaurisce nel nulla. D’altra parte, nessuno sembra ragionare sul fatto più evidente. Potrebbe essere una qualunque ragazzina, sia pure residente in Vaticano, merce di scambio utile a ricattare un pontefice e l’intero Stato italiano? L’ipotesi è semplicemente folle. Eppure, negli anni e nei decenni, proseguono le segnalazioni di chi ha visto vivente Emanuela qui e là: suora in un convento di montagna, sposata in Medio Orente, ecc. Tutte cazzate, peraltro regolarmente appoggiate da Pietro Orlandi, fratello fin troppo credulone della giovane (si presume in buona fede). Non si va da nessuna parte.
Ed ecco, trent’anni dopo, la svolta. In una puntata del programma tv “Chi l’ha visto” (12 settembre 2005), un anonimo telefonista invita, per conoscere la sorte di Emanuela, a indagare su chi sia sepolto nella basilica di Sant’Apollinare (adiacente all’accademia in cui la scomparsa studiava il flauto), e quali servizi abbia reso al defunto cardinal Poletti. Colpo di scena; nella chiesa c’è il sepolcro di Enrico De Pedis, uomo vicino alla ormai leggendaria Banda della Magliana (anche se forse non direttamente militante, finito ucciso). “Chi l’ha visto” preme affinché la sepoltura venga aperta, e il Vaticano nicchia. Infine si spalanca la tomba, e non si trova un accidente. Idem per gli scavi in un ossario nel sottosuolo.
Nel frattempo “Chi l’ha visto” scova una ex amante del De Pedis, con un passato di tossicodipendente, reduce da plurimi ricoveri psichiatrici. Costei, smentita dalla sorella, conferma che è stato Enrico De Pedis a tenere reclusa Emanuela in uno scantinato, mentre si affaccia minacciosa la sagoma di un alto prelato su berlina nera. Finché il cadavere della giovane non è stato fatto sparire in una betoniera, che può fare di tutto salvo sminuzzare un corpo.
Finito il delirio? No, perché “Chi l’ha visto?” scopre un mitomane, sedicente artista creativo, che sa dove sia nascosto il flauto che Emanuela imparava a suonare. Viene ritrovato. Peccato che non sia lo stesso flauto, bensì uno strumento qualsiasi. Ed ecco affacciarsi il noto esorcista padre Amorth. Emanuela Orlandi è stata uccisa in uno dei festini satanici e pedofili che si tengono nei sotterranei del Vaticano. La fonte? Messo alle strette, Amorth cita un libro dello stesso Nicotri, che non asseriva nulla di simile.
E questi sono solo i nodi salienti di una follia informativa ininterrotta, francamente scandalosa, che vede mescolati sensitivi, giornalisti “d’inchiesta” di chiara fama (o infamia), mafiosi che si attaccano al carro di passaggio, magistrati in lotta contro l’alzheimer. Tutto il mondo italiano dei mass media, dalla stampa alla tv, è messo sotto accusa da Nicotri, con fior di nomi e di cognomi. E ancora non sapeva, al momento di pubblicare Triplo inganno, che un oscuro deputato avrebbe poi cercato di collegare il rapimento Orlandi addirittura al caso Moro, tanto per alimentare la cloaca delle menzogne.
Lo ripeto, questa non è una recensione. Mi guardo dal giudicare lo stile di Nicotri, e non ho le competenze necessarie per valutare la sua indagine. Se però solo la metà del suo libro fosse vera, ci troveremmo a navigare, nel mare dell’informazione italiana, in un oceano di melma. Purtroppo, altre tematiche anche odierne rafforzano il senso di nausea.



(Valerio Evangelisti)




(apparso su Carmilla del 12 agosto 2018)






Pino Nicotri, Triplo inganno, Kaos, 2014 [ * ]


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LA RAGAZZA CHE SOGNAVA IL CIOCCOLATO
post pubblicato in Diario, il 24 ottobre 2018
 

Ancora un libro sulla Shoah, ma questo con molte differenze rispetto ai molti altri che ne parlano. Infatti non è un libro autobiografico, poiché non è raccontato in prima persona. Ha una prefazione e una postfazione, entrambe di autori diversi da Olla. Nel seguito ci si riferisce alla seconda edizione
La prefazione è di Piero Terracina, che – assieme a Shlomo Venezia – era deportato nel campo di sterminio di Birkenau, ov’era  la  protagonista  del libro, Ida Marcheria, coniugata Di Segni. Ed è proprio questa prefazione che mi ha particolarmente colpito: proprio nella prefazione, Terracina cita un episodio che la dice lunga sul  carattere e il temperamento della protagonista.
L’autore del libro, Roberto Olla, che ce lo ha presentato in biblioteca una sera del giugno di quest’anno, ci ha detto di Ida, e della sua passione per il cioccolato. Da buon goloso, conosco il suo negozio da anni, anche perché molto vicino a casa mia. E forse – senza sapere del suo passato – avrò conosciuto anche lei, dato che in quel negozio mi servivo da quando avevo ancora i miei genitori. E il capitolo iniziale (o, meglio, le pagine iniziali, dato che il libro non ha divisioni di capitoli ma è una storia unica) racconta la sua volontà di non perdonare i suoi aguzzini.
La storia è bellissima, e va letta tutta d’un fiato. E non è affatto facile, per chi non è ebreo, dire di una storia della Shoah. Possiamo, noi “gentili”, testimoniare, leggendo queste storie e parlandone con altri, il nostro stupore, orrore, e la nostra comprensione per il popolo ebraico. Il libro non è un romanzo, ma prende le mosse da episodi della vita di Ida proprio per diventare anch’esso testimonianza. Purtroppo la protagonista non è più con noi, ma – oltre questo bellissimo libro, che la fa rivivere – restano anche altre testimonianze (come un breve articolo di Repubblica del 2005).
Il libro, nel racconto, mette a fuoco tante particolarità della questione ebraica com’era vista dai nazisti. E soprattutto pone l’accento sul problema umano che comportava: l’annientamento della personalità degli ebrei internati nei campi. Tutto naturalmente basato sulle parole di Ida, raccontate a Roberto Olla, l’autore, che in molti punti del libro la fa parlare direttamente. E’ probabile che l’autore, oltre che alle parole dirette di Ida, abbia attinto al libro di ricordi di Ida stessa, (“Non perdonerò mai”, Ed. Nuova Dimensione, 2006 [ * ]).
Il libro va letto, quindi non aggiungo nulla a quanto ho già detto sul suo contenuto. Piuttosto voglio dire due parole su due piccoli, preziosi contributi dell’autore, uno che riguarda la personalità di Ida (“Ida. Lei”), e l’altro (“Il silenzio”), formidabile strumento di testimonianza, un testo nel quale l’autore supera addirittura la bellezza del racconto appena fatto.
La postfazione di Donatella Di Cesare, docente di Filosofia Teoretica presso l’Università La Sapienza di Roma, (“Testimonianza e Negazione”) conclude degnamente l’opera di Olla, e completa quanto dettoda Piero Terracina nella sua prefazione.
Un libro da leggere, sia che si condividano le tesi sulla Shoah, sia nel caso contrario. Senza se e senza ma, mi sento di aggiungere, da buon lettore di libri.




(Lavinio RicciardI)










Roberto Olla, La ragazza che sognava il cioccolato, La Compagnia del Libro, 2014 [ * ]


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COME VOCI IN BALIA DEL VENTO
post pubblicato in Modica, Gisella, il 20 ottobre 2018
 

Il libro in questione è – a mio avviso – un piccolo capolavoro. Un libro scritto da una donna e dedicato “in nuce” a tutte le donne, specie a quelle che combattono nella loro vita. 
È essenzialmente un saggio storico, completamente al femminile, perché narra le vicende di donne siciliane alle prese con la conquista della terra negli anni immediatamente seguenti la costruzione dell’Italia repubblicana.
L’autrice, persona profondamente impegnata sia in letteratura (fa parte della Società Italiana delle Letterate), sia nell’UDI di Palermo, con questo libro ha reso omaggio alle lotte per la conquista della terra, condotte dalle donne del territorio palermitano. 
Il libro, molto ben organizzato, ha una prefazione di Maria Concetta Sala, che racconta molto bene sia la struttura del libro, sia il tormento dell’autrice nel descrivere una vicenda autobiografica fatta di “visioni e voci”.
La struttura del libro è articolata in sette parti, di cui prima, seconda, quarta, quinta e sesta sono autobiografiche; la sostanza del libro – però – è costituita dalla terza (Il Viaggio) e dalla settima (Falce, martello e Cuore di Gesù), che narrano, la prima le visioni, e la seconda le voci di cui si parla anche nella prefazione.
Accenno brevemente all’intera storia. L’autrice racconta nella prima parte (Nascita) la nascita della sua bambina, che però lei – presa dai suoi impegni politico-letterari, lascia con la nonna, la quale la critica proprio per questo suo non essere madre. Nella seconda parte l’autrice parla di sé e di quello che la interessa – politica, sostanzialmente, dalla parte delle donne –, discorso che continua nella quinta e sesta parte. Nella quarta parte, la morte di sua madre interrompe le sue “visioni”, oggetto della terza parte (Il viaggio). Questo lo schema organico del libro, concluso dalla settima parte (Falce, martello e Cuore di Gesù) ove sono invece le “voci”.
In dettaglio, cosa sono visioni e voci?  La parte delle visioni, descrive organicamente, attraverso un viaggio per i paesi della provincia palermitana (Piana degli Albanesi, Bisacquino, Valledolmo, Castellana), e in un arco di tempo che va da aprile a dicembre, gli incontri ideali che l’autrice fa con le protagoniste delle lotte per la terra, e – incontrandole idealmente – ne tratteggia i caratteri e le rispettive caratteristiche di lotta. Va da sé che tutte queste persone sono inserite nella lotta che i comunisti intrapresero per il diritto dei contadini di possedere le loro terre e di poterle coltivare, cosa che i padroni dell’epoca non accettavano. E proprio la descrizione di luoghi e persone dà a questa parte il carattere di visioni: l’autrice, con la sua immaginazione, “vede” le persone che descrive (Rosaria, Santina, Maria, e le altre).
La parte più bella del libro, che diventa non più storia fatta attraverso l’immaginazione dell’autrice, ma vita vissuta, è quella descritta nell’ultima parte. Qui le persone incontrate nei vari paesi, di cui alla terza parte, si identificano con le loro voci. Il curioso titolo della parte è dovuto al fatto che – nonostante i dirigenti comunisti non volessero – nelle marce alla conquista della terra, assieme alle bandiere rosse con falce e martello, venivano portati anche i labari di Chiesa con il cuore di Gesù. Questa, delle voci, è la parte più bella e più ricca di immagini. Le voci delle persone “viste” nella terza parte, qui hanno concretezza, divengono reali: proprio in questo, a mio avviso è la bravura dell’autrice. 
A mio giudizio, il libro – ancorché saggio storico – è ben realizzato, e l’autrice ha la bravura di passare dai temi autobiografici (nascita della figlia, morte della madre) – da lei considerati di scarsa importanza – ai temi della militanza politica, fatta però vivere attraverso le “imprese” delle voci di donne che – proprio per la descrizione del loro agire – sono vere interpreti della lotta delle contadine siciliane per la conquista delle terre. 
Il libro si legge molto piacevolmente; pur trattando tematiche a carattere politico, il fatto di farle rivivere attraverso le “voci” delle donne protagoniste lo rende delizioso e avvincente come un libro di avventure. Inoltre si percepisce bene il sentimento dell’autrice, che – dalla nascita della figlia, considerata una sventura – si trasforma nel descrivere la perdita della madre, ed appare degno della migliore tradizione sentimentale siciliana. 
Una nota di colore la portano le battute in dialetto, quasi sempre tradotte in italiano. Per chi – come me – conosce tale dialetto, il colore delle battute è ancora più evidente. Quasi sempre si tratta delle voci delle contadine, presenti sia nell’ultima parte, sia nella terza parte, quella delle visioni.
Ne consiglio la lettura a tutti: non è il caso di considerare questo libro ostico per l’argomento che tratta, proprio perché l’autrice lo ha reso accessibile a tutti i lettori. Spero che ottenga un buon piazzamento nella classifica del premio Biblioteche.



(Lavinio Ricciardi)










Gisella Modica, Come voci in balia del vento, Iacobelli, 2017 [ * ]
 


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QUESTA SERA E' GIA' DOMANI
post pubblicato in Levi, Lia, il 28 settembre 2018
 

Un libro che ha la leggerezza di una piuma, nel raccontare vicende che leggere non sono state. Rispetto a tanti libri che parlano ed hanno parlato della Shoah, questo lo fa come se raccontasse le vicende quotidiane di una famiglia.  
Perché tali appaiono le vicende narrate. Vicende quotidiane, vissute dalla famiglia di Emilia e Marc, di Wanda ed Osvaldo, loro cognati (Wanda ed Emilia sorelle, entrambe figlie di Luigi, il “nonno”), residenti a Genova. E del figlio di Marc ed Emilia, Alessandro. 
Non voglio raccontare la storia  che il libro narra, ma fare soltanto qualche commento. Il libro della Levi è soprattutto un esempio di come si possa descrivere così magistralmente la vita di una famiglia di ebrei negli anni trenta, in Italia. Una famiglia che non aveva avuto grandi problemi fino al 1938, anno dell’entrata in vigore delle vergognose “leggi razziali”. Condivido pienamente il commento che Furio Colombo ha fatto durante la presentazione, alla presenza del’autrice. Colombo ha detto che si sarebbe aspettato dagli italiani una netta presa di posizione contro quelle leggi, cosa che non è avvenuta. 
La storia appassiona, soprattutto dopo la metà del libro, quando per la famiglia cominciano le peripezie di Marc, Emilia, Alessandro e di Osvaldo e Wanda, peripezie che hanno il loro apice e la loro conclusione nell’arrivo in Svizzera. Ma il merito del libro, secondo me, sta soprattutto nel modo in cui Marc ed Emilia vivono queste vicende, e ne fanno partecipe il figlio Alessandro. E ancor più, nelle prese di posizione di Alessandro, seppur giovane (nel ’38 ha sedici anni o poco più: il suo primo amore, Alma, è iniziato presto, a scuola. E il clima di famiglia di quegli anni, ‘30 – ’40, mi ha fatto rivivere il clima che c’era nella mia famiglia, non ebraica ma cattolica, ai tempi in cui avevo sei – sette anni (1943-1944). Sta proprio in questa delicatezza di toni con la quale la Levi descrive e racconta la vita di quell’epoca, la vera qualità di questo libro).
Spero che quanto ho detto possa rendere più agevole la lettura a quanti non l’hanno ancora letto. E lo raccomando di cuore a chiunque ami le storie di famiglia.



(Lavinio Ricciardi)







Lia Levi, Questa sera è già domani,. e/o, 2018 [ * ]
   


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LA MEMORIA RENDE LIBERI
post pubblicato in Segre, Liliana, il 8 settembre 2018
 

Un libro-documento, scritto da Liliana Segre, neo-senatrice a vita, con la prefazione di Enrico Mentana, in veste di giornalista e storico della Shoah. Un libro che ha un sottotitolo, “La vita interrotta di una bambina nella Shoah”, che ben si adatta a descrivere la vicenda narrata da Liliana Segre in prima persona nel libro. La prefazione di Mentana attualizza la storia ai nostri tempi, mentre la vicenda narrata è quella di una bambina ebrea che – a otto anni – si vede costretta, da una realtà che non comprende, a cambiare totalmente la sua vita, ed è relativa ad anni lontani dai nostri tempi.
La prefazione di Mentana pone alcune questioni di carattere essenzialmente storico sul fascismo e sui discorsi che Mussolini fece per rassicurare i cittadini ebrei italiani. Siamo ai primi anni Trenta; nel 1938 succede qualcosa che smentisce tutto quello che il Duce aveva detto: vengono promulgate le leggi razziali, il vero motivo per cui la vita di quella bambina di otto anni (e di tanti altri, di età molto diverse) cambia. E Mentana, in chiusura della sua “parentesi storica”, ringrazia la Segre per la sua sincerità e il candore con cui ha raccontato proprio a lui la sua storia. 
Scorrendo l’indice, si comprende già lo sviluppo del racconto. È la storia di una bambina ebrea, che va – come tanti altri suoi correligionari, a causa delle leggi razziali che hanno escluso gli ebrei dalle scuole – a scuola da suore cattoliche (le Marcelline), e la cui famiglia ha una casa di campagna ad Inverigo, in Brianza, dove passa qualche vacanza, mentre abitualmente vive a Milano. Il libro è arricchito da alcune fotografie che l’autrice ha riportato dall’archivio di famiglia, e che ritraggono lei, bambina, assieme ai suoi genitori, oltre a foto dei genitori, dei nonni, del suo matrimonio e dell’incontro con Giorgio Napolitano in occasione del tributo al memoriale della Shoah. 
Liliana e il papà (la mamma, Lucia, è morta quando lei aveva pochi mesi) si sono ritirati ad Inverigo e si preparano alla fuga, come vari amici loro. In breve, mentre – assieme a due cugini dei nonni paterni, i Ravenna – hanno raggiunto la Svizzera, vengono rimandati indietro per “mancanza di spazio”, e ripresi dalle guardie italiane, e sono riconsegnati ai tedeschi. Incarcerati a San Vittore, un giorno sono caricati su di un treno merci, e – dopo un lungo viaggio di sei giorni – giungono al campo di Auschwitz.  
Il libro racconta poi in tre capitoli (7, 8 e 9) la permanenza ad Auschwitz, dove – come in tutte le situazioni precedenti – le donne venivano separate dagli uomini. A Liliana manca ogni notizia del padre; viene destinata al lavoro in una fabbrica di proiettili vicina ad Auschwitz, dove la portano ogni giorno. Deve proprio a questo, dirà lei stessa, la sua sopravvivenza. Nei tre capitoli viene dato risalto alla solitudine e all’annientamento del prigioniero – cosa raccontata da tutti i sopravvissuti alla Shoah, a cominciare da Primo Levi. 
I capitoli che seguono (10 e 11) raccontano quello che accadde ad Auschwitz non appena si seppe che stavano per arrivare i russi: i tedeschi fecero abbandonare il campo a 56.000 prigionieri, avviandoli verso il nord della Germania, Ravensbrück. Durante la lunga marcia,  Liliana viene a sapere per caso della perdita dei suoi nonni Olga e Pippo Segre, che lei immaginava in salvo, in Italia, grazie ad un documento ottenuto da suo padre. La ragazza che le riferisce queste notizie, le dice che i nonni sono stati arrestati e deportati, prima a Fossoli poi ad Auschwitz, dove sono stati uccisi. Dopo Ravensbrück, il gruppo si sposta prima in un campo minore, lo Jugendlager, poi a Malchow. In questo campo minore, Liliana fa un altro incontro, Peppino Levi, un ragazzo conosciuto nel carcere di San Vittore mentre faceva piani di fuga con suo padre; saprà dopo che Peppino è morto a Mauthausen.
Liliana, a contatto con soldati francesi, e in compagnia di un’altra ragazza italiana, Graziella Coen, al termine della sua personale marcia della morte, si rifugia presso i soldati americani. Qui viene curata, lasciata libera di nutrirsi al punto da ritornare grassa (all’arrivo pesa trentacinque chili), e passa il tempo nell’attesa, assieme alla sua amica Graziella, e dormendo. Gli altri prigionieri la considerano una letterata e le chiedono continuamente di scrivere lettere a casa. E dopo quattro mesi, finalmente le dicono che dovranno partire. Al rientro, dopo un impensabile (se confrontato col passato) viaggio di ritorno, Graziella dice che vuole proseguire per Roma, ma rimane con l’amica mentre Liliana torna a Milano. Il ritorno produce incertezza: Liliana si chiede chi troverà. Sbarcata a Milano, va al suo indirizzo in corso Magenta: strada facendo, dato lo stato miserevole dei loro abbigliamenti, ricevono l’elemosina. Giunti a casa, il portiere le scaccia, ma – appena Liliana dice chi è – la accoglie con urla di gioia e – dal cortile – annuncia il suo ritorno a tutto il condominio. Tutti fanno a gara a riceverle ed ospitarle. Liliana alla fine si trasferisce dai suoi zii (Amedeo è il fratello di suo padre), ma non si sente a suo agio: i suoi zii piangono il fatto che solo lei sia riuscita a tornare, non suo padre e non i nonni Segre.
Liliana rimane dai suoi zii, ma vorrebbe vivere da sola. È spesso preda di crisi di sconforto; ha anche, spesso, la tentazione di suicidarsi, ma poi le passa. La sua amica Graziella decide – dato che presso gli zii di Liliana era ancor meno a suo agio di lei – di tornare a Roma. Qui incontra un ferroviere, con cui si fidanza e si sposa, mettendo al mondo due figli. Poi emigrano in Sudafrica, e Graziella – analfabeta - continua a scriverle, per il tramite di uno dei suoi figli. Liliana, dopo due anni, accetta l’invito dei suoi nonni materni, che avevano cambiato casa, di andare a vivere con loro, e lascia gli zii. Decide anche di continuare i suoi studi, interrotti così presto, e torna dalle suore Marcelline, che – al tempo delle sue elementari – l’avevano fatta battezzare. Le suore le offrono di frequentare un corso di lingue; terminato questo con successo, le propongono di studiare privatamente e prepararsi all’esame di licenza ginnasiale. Così fa, preparandosi con due sorelle indicate dalle stesse suore, una che insegna lettere e l’altra materie scientifiche. In un anno Liliana studia il programma di cinque anni (scuole medie e ginnasio) e supera l’esame brillantemente, iscrivendosi poi al liceo, sempre presso le Marcelline. Nel frattempo, in prossimità degli anni ’50, durante una vacanza al mare, Liliana incontra Alfredo, e se ne innamora. È un colpo di fulmine per entrambi: gli zii osteggiano – come si faceva allora – la frequentazione; Alfredo che viveva a Bologna, veniva a Milano di sabato per vederla, ed andavano al cinema. Si sposano nel 1951, e lo zio avverte lo sposo che – probabilmente – a causa dei trattamenti subiti ad Auschwitz, Liliana non potrà aver figli. Ma la vita smentisce queste previsioni, e di figli, dal matrimonio, ne sono nati tre; due maschi e una femmina (Alberto, Luciano e Federica). La vita in coppia fu un’esperienza bella e nuova per Liliana, che vide nel marito non solo il suo compagno, con cui poter parlare di tutto, ma anche un protettore.
Mi sono accorto di aver ecceduto nel racconto, ma la storia che Liliana racconta nel suo libro è davvero coinvolgente. Ora, però, lascio ai lettori la scoperta degli ultimi capitoli. Voglio solo sottolineare una frase, in chiusura del libro, che dà l’idea del valore di questa testimonianza. Eccola: «… Quella bambina ebrea che quasi non sapeva di esserlo è divenuta una donna ebrea che ha scelto di assumersi il peso e la responsabilità della memoria …» E aggiungere anche una considerazione in merito al titolo, che appare come una parafrasi del motto che c’è sul cancello di Auschwitz: che dice “Il lavoro rende liberi”, per cercare di mascherare da “campo di lavoro” il campo “di sterminio”; il titolo di questo libro è “la memoria rende liberi”, come dire che è il ricordo di quanto accaduto che libera la mente e la psiche dal fatto stesso. Consiglio di leggere questo libro a tutti: l’autrice non rende mai la sua narrazione pesante o dolorosa, ed è questo il suo principale merito.


(Lavinio Ricciardi)








Enrico Mentana, Liliana Segre, La memoria rende liberi, Rizzoli, 2015 [ * ]


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LA CORSARA
post pubblicato in Petrignani, Sandra, il 24 luglio 2018
 

Questo libro, a detta dell’autrice scritto non per creare una biografia della scrittrice piemontese ma per darne un ritratto a tutto tondo, è un bellissimo esempio di quel che può essere un saggio critico.  E – a mio avviso – va al di là delle intenzioni dell’autrice, realizzando anche più di quanto intendesse. 
Nella mia gioventù ho amato molto gli scritti di Natalia Ginzburg, in particolare il suo “Lessico Famigliare”, forse il suo libro che ho letto con maggior attenzione. Ma era il periodo in cui studiavo, e la materia studiata non consentiva molte distrazioni. Così – a più di cinquant’anni da allora – non ricordo molto delle opere, neppure – proprio – di quel “Lessico famigliare” che ora ho citato. Ma quello che ricordo con lucidità era il modo di scrivere della Ginzburg, chiaro e semplice, che portava dritto al cuore di quello che l’autrice voleva dire.
Non penso che sia facile descrivere il libro della Petrignani a chi non l’ha ancora letto: debbo però convenire con l’autrice sul fatto che non viene raccontata la vita della Ginzburg, come in una biografia, piuttosto viene ampiamente descritto il tempo della Ginzburg e la vita culturale italiana di allora. Particolare attenzione per chi, come me, l’ha seguita, desta la descrizione della nascita delle edizioni Einaudi, e la figura di Giulio, fratello del presidente Luigi. Per Einaudi io avevo davvero una specie di “cotta”: in particolare, oltre alle opere della Ginzburg, ricordo molte delle opere più belle di Leonardo Sciascia. 
Non c’è parte di questo libro che non si legga volentieri. Ne emerge una figura maestra – quella, appunto, della Ginzburg corsara, protagonista indiscussa della scena letteraria del suo tempo – e i rapporti che Natalia ha avuto con Calvino, con Pavese e con Elsa Morante. Ma non solo. Appaiono a chiare tinte i pregi delle sue opere, e soprattutto l’importanza che la Ginzburg ha avuto nel panorama letterario. E' così che emergono le sue qualità di “direttrice letteraria” della Einaudi, in sostituzione di suo marito Leone, morto giovanissimo nel 1944, in carcere, appena sei anni dopo il matrimonio... E anche la sua conversione religiosa, da ebrea  – qual’era la sua famiglia (Giuseppe Levi, il padre, Lia Tanzi, la madre)  a cattolica, quando sposa (vedova di Leone Ginzburg) Gabriele Baldini.   
Il libro ripercorre per tappe la biografia della Ginzburg. Si tenga conto che la Ginzburg ha scritto, oltre che romanzi, poesie e opere teatrali. Di alcune di queste ha diretto la regia, con buon successo. Ed è proprio questa poliedricità ad emergere dal libro prezioso della Petrignani. La quale – come ho già detto all’inizio – riesce ad andare oltre quello che si era prefissa, e cioè a far emergere dal suo libro la figura a tutto tondo della Ginzburg, come donna e come letterata. 
Nel ritratto “vivente” che il libro ne dà, compaiono, oltre al suo essere letterata, anche le notevoli doti di organizzatrice: la casa editrice Einaudi, che prima della Ginzburg era affidata letterariamente a Cesare Pavese, col quale Natalia collabora a lungo, dopo la sua morte passa direttamente a lei, come direttrice editoriale. Il bellissimo rapporto con Giulio Einaudi è un altro dei caratteri della sua magnifica carriera letteraria. Agli esordi aveva lavorato per Einaudi non solo come scrittrice, ma come traduttrice di molti autori, tra cui Proust.  
E in molti altri aspetti la sua vita ha avuto a che fare con l’arte, in particolare la pittura, attraverso amicizie con pittori importanti, più o meno noti. Il libro testimonia in molte parti questo rapporto. E molti giudizi dei pittori da lei frequentati compaiono nel “Finale di Partita”, una grossa collezione di pareri sulla Ginzburg da parte di chi – come Sandra Petrignani – l’ha conosciuta. Anche il ritratto iniziale che la Petrignani ne dà nel primo capitolo è un modo brillante e originale di mettere il lettore di fronte alla personalità di Natalia. 
Ho dovuto leggere questo libro con molta fretta. E mi propongo presto di rileggerlo, per l’enorme impatto che ha avuto su quanto già conoscevo di Natalia Ginzburg, attraverso le sue opere lette in gioventù (oltre “Lessico famigliare”, ricordo di aver letto “Le piccole virtù”, e – forse – “Caro Michele”), e mi è venuta una gran voglia di avere la sua "Opera omnia" rappresentata da due “Meridiani”. Ne consiglio la lettura sia a chi conosce già la Ginzburg, sia a chi – ora giovane – forse non ne ha sentito neppure parlare: scoprirà che Natalia fa parte delle Italiane importanti, a tutti gli effetti. E grazie a Sandra Petrignani per l’opera paziente e precisa con la quale ha davvero dato un grosso contributo al riemergere della figura di Natalia.



(Lavinio Ricciardi)







Sandra Petrignani, La corsara, Neri Pozza, 2018 [ * ]
LA GUERRA E' L'UNICO PENSIERO CHE CI DOMINA TUTTI
post pubblicato in Gabrielli, Patrizia, il 20 luglio 2018
 

Questo libro è tra quelli del Premio delle Biblioteche di Roma. Nel centenario della Grande Guerra l’autrice mette al centro della narrazione i pensieri e le esperienze di chi, in quegli anni, era bambino, bambina o adolescente. Per far questo attinge al ricchissimo materiale conservato nell’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano e indaga la vasta letteratura destinata a bambini, ragazzi, e anche giovani donne. La dimensione del conflitto impone la partecipazione di tutti e tutte. Per giungere a questo è necessario connotare e dileggiare il nemico (lo sciocco Otto Kartoffen del Corriere dei Piccoli), indicare eroine che si sacrifichino per il nazionalismo (come Maria Albriani di Ala), costruire personaggi, soprattutto femminili, che sappiano declinare l’amor di patria all’interno della famiglia. 
È interessante la parte che riguarda la costruzione di un nuovo modello di donna, nata dal Risorgimento, che attraverso lo studio e l’istruzione sa realizzarsi come figura attiva e dinamica, capace di rispondere agli eventi drammatici della guerra. Come Fanny, che diviene crocerossina e riesce, in questo modo, a porsi in modo autonomo e indipendente dalla famiglia di origine. 
Molte ragazze, all’epoca, tenevano un diario. Il libro sottolinea l’importanza dello scrivere di sé, pratica di riflessione e autocoscienza che contribuisce a una più ricca consapevolezza del proprio valore.


(Rita Cavallari)








Patrizia Gabrielli, La guerra è l'unico pemsiero che ci domina tutti, Rubbettino, 2018 [ * ]
DI NIENTE E DI NESSUNO
post pubblicato in Levantino, Dario, il 20 luglio 2018
 

L'autore è nato nel 1986 ed è quindi assegnabile alla categoria "giovani" ma non giovanissimi. Si è nutrito di buoni studi ed è appassionato della sua terra d'origine, Palermo, dove ambienta la storia narrata nel libro. Più precisamente, nel quartiere Brancaccio di Palermo.
Il protagonista è un adolescente piuttosto difficile da immaginare, perchè, pur vivendo in una realtà estremamente degradata, scrive poesie, è un ottimo allievo di un liceo del centro, appassionato di epica così intensamente da trovare negli eroi e nelle storie della mitologia classica un modello da imitare e da utilizzare per interpretare la realtà che lo circonda. "Io non mi scanto di niente e di nessuno" diventa, da originario proclama dell'etica mafiosa, un suo modo di accostarsi alla grandiosità dei suoi amati antichi, tanto che se li immagina parlare in palermitano.
Ho trovato l'incipit del libro molto invitante ma, con il passare delle pagine, la zavorra troppo letteraria ha quasi soffocato la storia, che rimane comunque una magistrale descrizione di una condizione sociale legata al quartiere Brancaccio, mutata quasi in finzione, un po' come accade a quei poeti dialettali che in vernacolo esprimono concetti improbabili, tipo "la lama della mia zappa è più sottile della differenza tra il bene e il male".
Secondo me non giova alla storia l'essere narrata in prima persona perchè, se la sua descrizione e svolgimento fosse affidata ad un terzo, allora certi stilemi si giustificherebbero. Ma che il protagonista si esprima con espressioni dialettali e nello stesso tempo usi frasi tipo "Non le servono, le parole; riconosce in esse il carattere mimetico della realtà, l'inganno degli orditi che esse tramano... " mi pare incongruo, soprattutto confrontato alla prosa usata correntemente, capace di restituire in maniera molto efficace gli odori e i sapori della violenza. Per concludere, il libro è fatto di buona stoffa, da annoverarsi comunque tra le "opere prime", con tutte le ingenuità che spesso queste presentano.



(Linda Maria Figliozzzi)








Dario Levantino, Di niente e di nessuno, Fazi, 2018 [ * ]

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RESTO QUI'
post pubblicato in Balzano, Marco, il 20 luglio 2018
 

Un libro molto ricco di suggestioni e di immagini, che racconta una storia complessa, che si svolge tra gli anni Venti e Sessanta, comprendenti la seconda guerra mondiale e il fascismo mussoliniano. La scena è ambientata in due paesini della Val Venosta, Resia e Curon, che – dopo la guerra – furono interessati dai lavori di una grande diga. Oggi i vecchi paesi sono sepolti sotto le acque del lago formato dalla diga.
La guerra contro la diga e la resa sono raccontati nella terza parte del libro. La prima e la seconda parte sono invece la storia di una famiglia di Curon, raccontata dalla protagonista, Trina, voce narrante del libro e il racconto è come rivolto ad una persona, che più tardi si capisce essere sua figlia.
La prima parte - “Gli anni” -  è la storia di Trina a partire dall’adolescenza, dai trucchi per vedere l’unico uomo di cui è innamorata, Erich, mentre va a trovare suo padre. Trina racconta la sua storia, che è anche storia della sua gente (gli abitanti di Curon, che conosceva uno per uno), delle loro abitudini (lingua tedesca, difficoltà ad apprendere l’italiano) e delle imposizioni che il fascismo fece loro. Della sua conoscenza di Erich, osteggiata dalla madre ma vista di buon occhio dal padre. Delle sue uniche amiche, Maja e Barbara. 
La storia prosegue con lo studio con le amiche, la licenza magistrale presa a Bolzano, le catacombe, cioè l’insegnamento clandestino, nel frattempo anche una sera di carcere per Trina, scoperta a insegnare clandestinamente, tra l’altro lontana da Curon, a San Valentino. E l’inizio del parlare della diga, in paese... Il matrimonio con Erich, approvato dal padre. I figli: Michael, il primo, Marica, la seconda. L’arrivo a Curon della sorella di Erich, Anita, col marito. L’abitudine di lasciare Marica a casa di Anita. E l’inizio della fuga da Curon di molte famiglie, in maggior parte dirette in Germania. Tra queste la famiglia di Anita, che porta con se anche Marica, e la scoperta di questo da parte di Trina, che va al loro maso per riprendere Marica e lo trova sprangato e deserto.
Qui inizia la seconda parte, “Fuggire”. Cominciano presto tempi più duri. Erich viene spedito in Albania e Grecia, a combattere. Dalla guerra torna con una ferita alla gamba, e giura che non vuole più tornare a combattere. Inizia un nuovo problema, Michael – che aveva cominciato a lavorare nella bottega del nonno – aveva cominciato a simpatizzare per i nazisti, cosa che Erich disapprovava. Michael vuole diventare un soldato del Reich. ed ha continui contrasti col padre, violentemente antinazista; infine si arruola... Nel frattempo i tedeschi, vista la debacle del fascismo, ricominciano a prendere il controllo del territorio. Spaventati da un possibile nuovo arruolamento di Erich, Trina ed Erich fuggono in montagna, sopra Curon, percorrendo sentieri molto erti, difficili da trovare. Più di metà della seconda parte è la descrizione di questa fuga a due. Attraversano mille peripezie. A Trina, per salvare il marito, capita di uccidere due tedeschi. Poi trovano un maso, dove li aveva indirizzati padre Alfred, il parroco di Curon. Con altri fuggiaschi si rifugiano in un fienile quando sentono avvicinarsi i tedeschi. Il maso viene distrutto, e i suoi abitanti, con Trina ed Erich, vivono in questo fienile per tre mesi. E li vengono a sapere tutti che la guerra era finita.
A questo punto comincia la terza parte, “Acqua”. Il titolo riporta il pensiero alla diga. Infatti, dopo il loro rientro a Curon, per Trina ed Erich inizia una lotta ben più violenta, contro coloro che avevano deciso di costruire questa diga. Lotta che purtroppo li vede soggiacere ad un volere altrui. La ditta (Montecatini) che conduceva i lavori provvede a risarcire gli abitanti dei due paesi che saranno sommersi, Riese e Curon, con due tipi di indennizzo: soldi a chi va via e una nuova casa a chi resta. E così, con l’assistere alle barche che andavano e venivano sul lago, a visitare il campanile della chiesa che emergeva dal lago, si chiude il romanzo.
Dopo questa lunga cronaca, che – a mio avviso – dovrebbe dare l’idea di cosa sia perdere la propria identità di paesani di fronte alla protervia di chi ha deciso di far sparire i loro paesi, vorrei dire due parole sull’autore, che mi aveva molto colpito due o tre anni fa con il suo romanzo “L’ultimo arrivato”, vincitore del premio Campiello. Balzano, in chiusura racconta in una nota come tutte le vicende descritte sono state da lui riscontrate sui documenti relativi alla costruzione della diga. Il romanzo, a differenza de “L’ultimo arrivato”, risulta quindi ispirato a vicende reali. Pur se la prima e seconda parte – la storia della famiglia di Trina ed Erich – sono frutto della fantasia dell’autore, la vicenda centrale è proprio la costruzione della diga, che espropria due interi borghi della loro terra. Credo che proprio questo abbia voluto sottolineare Balzano: una vicenda che ferisce una intera popolazione. E proprio questo messaggio rende il libro molto interessante; la sua lettura, come nello stile di Balzano, è agevole e piacevole.




(Lavinio Ricciardi)









Marco Balzano, Resto quì, Einaudi, 2018 [ * ]

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L'ESTATE DEL '78
post pubblicato in Alajmo, Roberto, il 13 luglio 2018
 

A me questo libro è piaciuto molto, nonostante che il genere "autobiografia" - una passione ricorrente intorno ai sessant'anni - non sia un genere che mi appassioni molto. Faccio ovviamente le debite eccezioni, tra cui questo libro. Non ho letto Fai bei sogni ma, cinicamente, penso che certe situazioni possano indurre, attraverso il dolore che provocano, a uno stato di riflessione emotiva che, se supportato da una prosa adeguata, produce letteratura, o narrativa se preferite, sicuramente di rilievo. 
Mi stupisce che Alajmo partecipi al Premio Biblioteche di Roma: è siciliano, non è un giovane esordiente, lavora (o lavorava) a una TV o radio svizzera. Non per vantarmi, ma me lo disse lui quando andai a conoscerlo ad una conferenza al Palladium, spinta dal desiderio di incontrare l'autore di libri che avevo letto con molto e sorpreso piacere. Rispetto ai testi precedenti, nel narrare la sua storia, o indagine come la chiama lui, vedo che si è emotivamente ammorbidito. Non è più tagliente e sarcastico come lo ricordavo, anche se rimane, nel suo scrivere, molto asciutto e lineare, come a voler bandire la drammaticità a tutti i costi. Accenno brevemente alla trama: una vita più o meno normale, di cui vengono evidenziati alcuni particolari che possono appartenerci e di cui ci rendiamo conto solo grazie alla loro sottolineatura, come il momento dell'ultima volta che abbiamo preso in braccio un figlio. O il funerale di un genitore, confortato dal Lexotan, o un altro medicinale che non ricordo, che stempera e falsa tutto... Ma la devastazione di una madre che si suicida per depressione non è usuale, appartiene, fortunatamente, a pochi, che vengono scolpiti da questo punteruolo (scusate il termine brutto e impreciso). Il termine devastazione è mio, troppo tragico per Alajmo, che non si sogna nemmeno di usarlo. Ma la carica emotiva di certe pagine è così forte che scappa dai bordi, si insinua quasi di straforo, non voluta. Anche nel racconto di altri episodi, come quello che ha come protagonista suo figlio, a Parigi, non  raggiungibile in nessun modo proprio quando c'è l'attentato al Bataclan, che lui frequenta. Il passare delle ore, il cambiare delle emozioni, tra cui quella del "almeno voglio sapere cosa gli è successo". A pag. 141 utilizza questa tensione emotiva per spiegare una cosa atroce. Nel grande naufragio del 3 ottobre del 2013 molti dei naufraghi, prima di morire, invece di chiedere aiuto urlavano il loro nome, il loro indirizzo una, due, tre volte. Un dettaglio inesplicabile, ma la rasoiata di coscienza che a lui procura la tensione per il figlio in pericolo gli rivela il motivo. I naufraghi sanno di dover morire, e vogliono evitare ai propri cari l'angoscia che lui, come padre, ha provato per il figlio. Vogliono evitare loro "almeno voglio sapere cosa gli è successo". A me questa pagina mi ha colpito molto, ma ce ne sono altre di grande valore che mi sono entrate dentro. Oggi riporterò il libro, ma a malincuore. E' il primo che leggo e spero già che vinca.



(Linda Maria Figliozzi)








Roberto Alajmo, L'estate del '78, Sellerio, 2018 [ * ] 

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LA RAGAZZA CON LA LEICA
post pubblicato in Janeczek, Helena, il 10 luglio 2018
 

Un libro strano, questo. Molto originale da parte di questa scrittrice di origine ebreo-polacca. Racconta essenzialmente la vita di una ragazza, Gerda Taro, che ha scelto il lavoro di fotografare, guidata da un famoso maestro, noto al mondo come Robert Capa, ma lui, come lei, come l’autrice, ebrei.
L’originalità del libro è nella sua composizione. C’è un prologo ed un epilogo, e in mezzo tre parti, intitolate ai loro protagonisti, due amori di Gerda e una sua amica. Gerda rivive nei ricordi dei tre.
La foto che la ritrae in copertina, come la maggior parte di quelle riportate nel prologo e nell’epilogo, sono di Capa e di Gerda. E molte delle cose che le tre “voci narranti” (Willy, Ruth e Georg) raccontano, servono a ricostruire l’immagine di questa donna, morta giovanissima, travolta da un carro armato durante la guerra di Spagna. Nell’epilogo, come nel prologo, l’io narrante è l’autrice stessa, che – sulla base di testimonianze scritte (di cui ringrazia una biografa di Gerda) e di una mostra, curata sempre dalla stessa biografa – racconta in modo delicato e divertente alcuni tratti di Gerda, in particolare il suo rapporto – professionale e non solo – con Andrew Friedmann (più noto con lo pseudonimo di Robert Capa).
I tre protagonisti-voci narranti delle parti principali (Willy Chardack, un medico residente negli Stati Uniti, a Buffalo; Ruth Cerf, amica di Gerda; Georg Kuritzkes, scrittore, residente a Roma), raccontano, frugando nei loro ricordi, la loro personale “immagine” di Gerda Taro. Il ricordo dell’amica Ruth è della vita che le due amiche facevano, nel 1938, a Berlino. I ricordi di Willy e di Georg sono invece riattualizzati al tempo delle loro vite negli anni '60, ma risalgono ovviamente agli anni in cui si folleggiava a Berlino (1937-1938).
Non è facile recensire un libro come questo. Ma la sua lettura fa pensare con notevole intensità alla personalità di Gerda: a un lettore comune – quale io mi sento – questa “ragazza” appare originale ed anticonformista, nella Germania all’apice del Terzo Reich e dei suoi fasti. Va da sè che la vita di Gerda è “spericolata”, per dirla con Vasco Rossi; lo è tanto che – partita per la guerra di Spagna assieme a Robert Capa – non ritorna indietro viva e viene pianta da tutti i suoi amici, conoscenti ed amanti. 
Ritengo il libro molto valido, degno di lettura attenta: è un discreto scorcio della vita europea al termine degli anni Trenta e Quaranta. E lo raccomando a chi voglia farsi un’idea di quei tempi, che l’autrice ha descritto con mirabile chiarezza, ma senza accenni alla questione ebraica, nonostante il fatto che tutti i protagonisti siano ebrei e alla posizione germanica del tempo al riguardo.



(Lavinio Ricciardi)









Helena Janeczek, La ragazza con la Leica, Guanda, 2018 [ * ]


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LUNGO IL SENTIERO... TRA MENTE E CUORE
post pubblicato in Pacifico, Maria Francesca, il 5 luglio 2018
 

"Che resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani? Niente, neppure una reminiscenza. Il peggio, una volta sperimentato, si riduce col tempo a un risolino di stupore, stupore di essercela tanto presa per così poco, e anch'io ho creduto fatale quanto si è poi rivelato letale solo per la noia che mi viene a pensarci. A pezzi o interi, non si continua a vivere ugualmente scissi? E le angosce di un tempo ci appaiono come mondi talmente lontani da noi, oggi, che ci sembra inverosimile aver potuto abitarli in passato" (Aldo Busi, Seminario sulla gioventù)

Se è concessa una metafora escursionistica, si potrebbe descrivere la raggiunta maturità di cui parla questo libro come un altopiano a cui si arriva dopo una lunga salita, accidentata e faticosa. Ora però l'andatura in piano fa sentire il sentiero scorrevole sotto i piedi, mentre si procede beatamente, legittimamente dimentichi di tutto il travaglio che ha preceduto. 
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Si transita davanti alla clinica dove è morta la madre e non c'è più l'effetto doloroso di una volta. Anche "La città delle meraviglie", il ristorante cinese accanto alla clinica, è rimasto uguale. Questo paradossale accostamento non stinge più di orrore ma sembra come normalizzato, "si delinea come un vago pensiero sempre più confuso, avvolto da una nebulosa sempre più sottile e innocua".
La libertà è fondamentale per sperimentare la riappropriazione di sè, in opposizione al non senso che altrimenti si avverte in concomitanza con la mancata libertà. E' quello che si è provato quando si è scelto di uscire dalla casa parentale per andare a vivere da soli. "Per la prima volta dopo tanti anni ho percepito di aver raggiunto la mia prima libertà personale, [...] così come la crisalide rinchiusa nel suo bozzolo si tramuta poi in farfalla, passando all'età adulta, io stessa mi sono mostrata abile nel compiere un tale passaggio che mi ha reso, in prima persona, capace di transitare autonomamente alla fase post-embrionale, accingendomi a diventare a tutti gli effetti una persona più indipendente". E, come in vitro, la crescita matura in un ambiente di solitudine. "L'isolamento ha dunque costituito per me quella condizione esistenziale indispensabile, voluta appositamente per crescere e maturare nella mia intimità personale, [...] in quella casa regnava indisturbato il silenzio, generalmente interrotto dal verso esasperato dei piccioni che insistentemente, già dall'alba, tubavano beatamente e pacificamente sul balconcino, accompagnando in modo così insolito il mio problematico risveglio mattutino".    
E' un inconveniente superabile il dover andare in vacanza col proprio padre anziano. Che come avviene per le verità troppo evidenti appare parlare in codice, specialmente a favore di chi non ascolta: non condivide l'idea dell'ennesimo viaggio insieme, si innervosisce per la stasi della coda sull'autostrada, chiede di ascoltare il suo brano musicale preferito, la Tammurriata nera* ]. Sistemato il padre nella sua camera, "distesa sul letto mi trovo a pensare con il mio abitudinario spirito riflessivo. Sento di respirare un'aria diversa da quella da me attesa con tanta speranza, nell'aria avverto quel qualcosa di indefinibile che comincio a percepire come strano, magico, esoterico, impenetrabile". 
Il passaggio alla maturità si svolge tipicamente dopo una frattura, che costituisce una soluzione di continuità col passato, per cui ci si rende conto che la vita non può essere più quella di prima. La frattura crea un periodo di vuoto, ed anzi si potrebbe dire che la maturità raggiunta grazie alla frattura non è altro che la prosecuzione indefinita della sospensione di quel vuoto.
Sembra il vuoto dover essere giustificato e riempito da un'esasperata progettualità e non c'è spazio per l'effetto di plagio della realtà, per l'essere costretti su binari non scelti, sospinti da forze soverchianti, di cui il farsene una ragione è poi in fondo una fonte di liberazione mentale. "Spesso, infatti, il senso di smarrimento avvertito nei momenti di maggiore criticità esistenziale e la paura di non riuscire nel proprio piano assertivo, può indurre alla rinuncia e ulteriormente a un mancato riconoscimento del proprio valore individuale. Continuo, quasi inarrestabile è il mio errare tra una prospettiva progettuale e l'altra, che non si limita a essere in forma riduttiva un vagare senza meta nè scopo, privo di qualsiasi orientamento. Progressioni e regressioni rimangono sostanzialmente i miei più fedeli compagni di viaggio e di avventura, i tratti denotativi delle mie lunghe giornate, piene di impegni formativi e professionali. Pertanto convivo ogni giorno con un planning altamente dinamico, talvolta disorganizzato, talvolta efficientemente strutturato".
Il conflitto tra cuore e ragione non contempla lo scacco di entrambi su terreno neutro, dove il conflitto non ha più ragione di essere. La progettualità ha un motore segreto nel cuore e contrasta l'entropia. La notte paradossalmente conferma la pienezza del sè riconciliato, "arrestando le innumerevoli convinzioni autosvalutanti e denigratorie che strutturano il mio falso sè", anzichè essere, viceversa, di contraddizione delle false certezze dell'io cosciente. "Chiudere gli occhi, desiderosa di incontrare uno stato di assoluta serenità equivale per me a lasciarmi trasportare liberamente da una mia parte di cui fidarmi incondizionatamente, la cui voce rispettosa spesso mi richiama a una realtà in discesa non facilmente tangibile, non proprio effimera bensì formativa, nella quale è possibile lasciarmi andare a nuove esperienze conoscitive interessanti e arricchenti a livello di contenuto. In questi istanti, quasi magici, mi sposto pian piano dal buio totale verso una luce interiore che risplende irradiando l'oscurità di fondo, intravedo un fascio luminoso in progressiva espansione. L'intensità e il calore di questa luce ascendente mi avvolge e mi protegge lungo tutto il corso del mio dormiveglia, aiutandomi, in tal modo, a superare in larga parte l'iniziale stato di strano torpore, inerzia e frustrante immobilismo".  
Di questo procedere luminoso avendo di mira un fine, non si può che prendere atto. E' però l'assenza di oggettualità a lasciare dubbiosi, mancanza di trame e intrecci, negazioni e doppi, di cui si ha l'impressione che se ne avverta la presenza, ma che la si voglia esorcizzare prima ancora di incontrarla.
La lettura di questo libro mi ha fatto riandare con la memoria per contrasto ad un'altra lettura fatta da adolescente alla fine degli anni '70. Si tratta di una raccolta di racconti di Alberto Moravia, "Boh", che costituisce insieme a "Il paradiso" e "Un'altra vita", una trilogia dedicata dallo scrittore al nuovo protagonismo femminile delle lotte di quegli anni. Avevo il ricordo di una galleria di ritratti di donne ribelli, impegnate fino allo stremo in una rivolta etica e sessuale. Tutto l'opposto del ripiegamento interiore dell'autrice di questo libro,  mi dicevo. Dunque ho ripreso in mano quei libri di Moravia. Quale è stata la mia sorpresa nel rileggere quei racconti e nel non trovare affatto delle figure di donne rivoluzionarie, ma rivedere lo stesso riflesso d'ordine del libro di Maria Francesca Pacifico. Lo schema dei racconti è sempre lo stesso. Sono gli uomini ad essere per qualunque ragione degli inguaribili trasgressori che, magari controvoglia, finiscono col deragliare. Sono invece le donne, depositarie di una sorta di ordine metafisico interiore a riportare quegli uomini in carreggiata, nei binari della norma, nell'alveo del benessere di un cosmo civile ordinato. Ma per far questo sono rivoluzionarie, si sono dovute acceleratamente adeguare ai tempi, acquisire nuovi strumenti, evolvere. Sono diventate fantasiose, creative, eretiche, sorprendenti, clamorose, scioccanti. E in un certo senso si è aperto uno spazio etico in cui agire, in modo magari non tradizionale, quanto piuttosto ingannevole, subdolo, impareggiabile verso uomini comunque fallaci. C'è qualcosa che unisce le due letture, un tema di fondo, di necessità affrontato a braccio da parte mia in quanto tema lacaniano, quello del desiderio, che può essere anche solo desiderio di vivere.
Per concludere, tornando alla metafora d'apertura, se la maturità si può figurare come un territorio pianeggiante, avendo alle spalle l'angoscia della salita, tuttavia esso risulta poi pieno di insidie, false prospettive, autoinganni, il cui attraversamento non sarà per niente facile, specie poi se non si vedono i rapporti materialistici di potere tra le persone, rispetto a cui il processo finalistico verso la luce non può nulla. Il vulnus della morte della madre quando si era ancora troppo giovani non può essere riscattato in nessun senso, al massimo può essere dimenticato. E che la maturità consista nell'aver scalato una montagna di macerie è verissimo, ma non ci si deve con questo illudere che non sarebbe potuta andare diversamente. 


(Carlo Verducci)










Maria Francesca Pacifico, Lungo il sentiero... Tra mente e cuore, Il Papavero, 2018 [ * ]




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Questa quì sopra delineata è solo una prima traccia, che potrebbe essere soggetta ad infiniti e quotidiani ripensamenti ed evoluzioni, obbediente al riflesso di incidere sul filtro di rassicurazione che il libro sembra voler stendere sulla trama dell'esistenza. Con l'occasione segnalo un libro nato dai seminari e dagli incontri della LUA sul tema della scrittura di sè al femminile in rapporto all'età adulta: Barbara Mapelli, Lucia Porris, Susanna Ronconi (a cura di), Molti modi di essere uniche. Percorsi di scrittura di sè per re-inventare l'età matura. Prefazione di Duccio Demetrio, Stripes edizioni, 2011 [ * ]. Sulla trilogia di Moravia ricordo di Carla Ravaioli, La mutazione femminile. Conversazioni con Alberto Moravia sulla donna, Bompiani, 1975 [ * ]    

 


TRE PIANI
post pubblicato in Nevo, Eshkol, il 3 luglio 2018
 

Un libro come pochi. Come non capita più di leggerne spesso al giorno d’oggi. Un linguaggio scorrevole, tanto da spingermi a leggere il libro due volte. Ciononostante, un libro che non si scorda affatto.
Quelle che ho appena scritto sono impressioni di un lettore che – come sono io – è avvezzo a leggere di tutto. Così, quando il circolo di lettura ha deciso per la letteratura israelo-palestinese, sono piombato nel buio: non avevo alcuna conoscenza. 
Ed eccomi – riemerso – a raccontare di questa prima esperienza. Nevo ha oggi 48 anni, e questo libro, di cui sto raccontando, è il quarto suo che esce in Italia. La cosa che colpisce subito, appena si comincia a leggerlo, è la scorrevolezza e la facilità del suo linguaggio.
La storia è quella degli abitanti di un condominio di tre piani: tre famiglie diverse tra loro, e altrettanto diverse sono le loro storie. Naturalmente il libro è diviso in tre parti, contraddistinte dai titoli "Primo piano", "Secondo piano", "Terzo piano". All’interno di ciascuna parte lo scrittore usa uno stile diverso, contraddistinto da un diverso aspetto grafico. Il "Primo piano" è un discorso continuo, senza interruzioni, gli altri due sono invece divisi in parti brevi (periodi, frasi, capoversi di varia lunghezza), a seconda delle motivazioni diverse dei protagonisti.
In tutte e tre le parti l’io narrante articola i suoi argomenti dialogando con un’altra persona. Nel primo piano, c’è una famiglia (marito, moglie e due bambine), e l’io narrante è quello del marito, che dialoga con un amico, raccontandogli la storia di Ruth e Hermann, due loro dirimpettai, che gli tengono la prima figlia, Ofri, ogni volta che loro ne hanno bisogno; nel secondo piano, l’io narrante è quello di una donna, Hani, che dialoga con l’amica Neta (Hani ha due figli, Liri e Nimrod, e un marito Assaf, quasi sempre fuori di casa); nel terzo piano l’io narrante è ancora quello di una donna, Dvora, giudice, che dialoga con il marito Michael, morto, e lo fa registrando dei messaggi su una segreteria telefonica, che ha incisa la voce del marito. Ha un figlio, Adar, che ritroverà alla fine.
Non voglio raccontare di più della trama, ma fare alcune considerazioni sul libro in sè. Nella terza parte, l’io narrante spiega cosa siano i tre piani (siamo a circa metà della terza parte): corrispondono ai tre piani dell’anima: l’Es (ove risiedono le pulsioni e gli istinti), l’Io (che concilia pulsioni e realtà) e il Super-Io (il controllore degli altri due piani). Partendo da questa spiegazione, le vicende descritte nei tre piani assumono un significato rapportabile alle vicende di qualsiasi lettore del libro.
La cosa che colpisce ancora di più, poi, sono i collegamenti tra le tre vicende (e li potremmo chiamare le scale del condominio): in apparenza casuali (Hani fin dall’inizio, parla con la figlia dei vicini del primo piano, Ofri, che le chiede perché mai lei venga chiamata "la vedova", visto che Liri e Nimrod hanno un papà; la giudice Dvora ha bisogno di raggiungere Tel Aviv per partecipare ad una manifestazione, e prova a vedere se tra i vicini ci sia qualcuno che per caso debba andarci: così prova prima a bussare al primo piano, ma è intimorita dalla discussione animata che sente dietro la porta, poi prova da Hani e si intrattiene con lei rivelandole di aver visto una persona nell’appartamento dei suoi vicini... ). E’ facile immaginare che questi collegamenti possano corrispondere ai collegamenti tra le tre entità dell’anima, di cui ho detto sopra. Forse ho detto troppo, o troppo poco, o quel che ho detto appare in modo confuso dal mio discorso. 
Forse due letture sono poche e ce ne sarebbero volute tre. Quel che voglio sottolineare comunque è che il libro ha una trama molto originale, pur partendo da vicende assolutamente comuni, che potrebbero benissimo essere quelle delle vite di ciascuno di noi e dei propri vicini. Per questi motivi credo che il libro sia da consigliare a tutti, data la facilità di lettura e la scorrevolezza delle vicende. Ciascuno poi ne potrà trarre gli insegnamenti che crede.



(Lavinio Ricciardi)









Eskol Nevo, Tre piani, Neri Pozza, 2017 [ * ]



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IL REGNO
post pubblicato in Carrere, Emmanuel, il 2 luglio 2018
 

Non lo so. Così finisce “Il Regno” di Emmanuel Carrère, Adelphi 2015, più di quattrocento pagine su San Pietro e San Paolo, sugli evangelisti Luca, Marco e Giovanni, sull’apostolo Giacomo che pregava sempre, tanto che le sue ginocchia erano callose come quelle di un cammello.
In una ricerca storica emozionante come un libro poliziesco l’autore indaga i rapporti conflittuali tra la chiesa di Gerusalemme, che è solo una setta dell’ebraismo, e il messaggio nuovo che Paolo diffonde a tutti, ebrei e non ebrei, nel vasto mondo dell’impero romano. Il laico Carrère per tre anni ha seguito i dettami della religione cattolica andando ogni giorno a messa, facendo quotidianamente la comunione e improntando la sua vita al rispetto delle norme della Chiesa: ha regolarizzato la sua unione con un matrimonio cattolico e ha battezzato il proprio figlio. Poi il periodo religioso è passato, ma non è passata l’ansia del sacro e la ricerca del senso della vita. Dopo vent’anni Carrère prende in mano il tema del cristianesimo delle origini e lo fa da romanziere. Attento alle fonti, indaga negli anni tra la morte di Cristo e la fine del primo secolo, non solo attraverso i libri del Nuovo Testamento, ma anche con le storie raccontate da Giuseppe Flavio e i riferimenti a Marziale, Svetonio, Seneca. Il percorso dei primi cristiani si intreccia con le storie degli imperatori romani e con la distruzione del tempio di Salomone. È sempre presente e centrale la vita del narratore, che con le sue vicende personali tesse una tela stretta, connessa e indistinguibile dagli eventi narrati.
Il racconto è vivo, mai pedante, ma piuttosto concepito come una delle serie televisive che siamo abituati a vedere su Netflix. Gioca sull’imprevisto e sui colpi di scena, ma pone domande presenti nel Vangelo e ancora drammaticamente attuali: l’accoglienza dello straniero, il destino degli ultimi, la scelta della carità.
Questioni sulle quali ci interroghiamo, a cui spesso rispondiamo: non lo so.



(Rita Cavallari)







Emmanuel Carrere, Il Regno, Adelphi, 2015 [ * ]
MIA CUGINA CONDOLEEZZA
post pubblicato in Shukair, Mahmud, il 26 giugno 2018
 

Questo libro – a cura di Marco Ammar, che lo ha tradotto e ne ha scritto l’introduzione – contiene un glossario e undici racconti. Caratteristica dell’autore è la sua inclinazione al racconto breve. 
L’autore, nato a Gerusalemme, ha vissuto le guerre in cui la sua città è stata coinvolta, e poi è stato in esilio per venti anni, in Libano, poi in Giordania (Amman) e infine a Praga. E' rientrato in Palestina  dopo la ratifica degli accordi di Oslo.
Ha scritto anche opere teatrali, pezzi per la televisione e racconti per bambini, ma la sua specialità resta il racconto breve. E questa raccolta è tipica del suo stile. Vediamo di che tipo di racconti si tratta, e soprattutto come sono strutturati.
A differenza di altri scrittori palestinesi, Shukair non sottolinea la questione dell’occupazione dei territori palestinesi da parte israeliana, ma la rende leggera tramite la sua vena ironica e sarcastica. Ma i suoi racconti danno ugualmente la percezione di quanto assurda debba essere la vita dei palestinesi sotto l’occupazione israeliana. I racconti sono stati paragonati a quelli di uno scrittore Italiano, Alessandro Baricco (Hassan Khader al festival delle letterature di Berlino nel 2012).
Riporto qui di seguito i titoli dei racconti, perché mi servono per alcune considerazioni: Il passo di Naomi Campbell; Dopo “La foto di Shakira”; I baffi di Mordechai e i gatti di sua moglie; Il banchetto di Rumsfeld; Il professor Mohyub aspira al premio Nobel; L’ossessione del Phantom; Una lite sul sale da cucina; Mia cugina Condoleezza; La solitudine di Rambo; Wall Academy; Il posto di Pablo Abdallah.
Le celebrità che già emergono dall’indice, prese dal mondo della politica, dello sport e dello spettacolo, sono evocate dai suoi personaggi, protagonisti dei racconti, e servono allo scrittore come pretesto narrativo per conferire carattere globale a realtà locali. L’autore usa queste personalità in modo surreale, prendendo spunto da esse per movimentare la vita e le azioni dei personaggi. I racconti che ne derivano sono spesso pieni di umorismo e satira, e si prestano a scene inverosimili, ma estremamente efficaci, come Sylvester Stallone (protagonista della serie di film Rambo) che gira Gerusalemme a cavallo di un asino, suscitando le reazioni degli anziani e dei giovani del quartiere!  
Nei racconti in cui non ci sono personalità che fanno cose strane, compare maggiormente la tormentosa vicenda dei palestinesi, oppressi dall’occupazione israeliana delle loro terre. Un esempio più che evidente è nel racconto L’ossessione del Phantom, in cui il protagonista vive sotto la paura che la sua casa diventi bersaglio dei Phantom israeliani, soprattutto per effetto del vicino di casa, che il protagonista pensa sia membro di Hamas.
Non compare nei racconti di Shukair soltanto la condizione dei palestinesi oppressi da israele; c’è anche una critica all’arretratezza del suo popolo. E molti racconti, nella loro ricchezza di ironie e sarcasmi, sono sempre più assimilabili a veri e propri sogni.
Il libro è sicuramente di lettura molto agevole a chiunque ed è davvero piacevole.



(Lavinio Ricciardi)








Mahmud Shukair, Mia cugina Condoleezza e altri racconti, Edizioni Q, 2013 [ * ]
RESTO QUI'
post pubblicato in Balzano, Marco, il 11 giugno 2018
 

A Curon Venosta nell’Alto-Adige un campanile romanico sembra galleggiare “come il busto di un naufrago sull’acqua increspata” di un lago. E’ ciò che resta di due vecchi borghi, Resia e Curon, sommersi dalle acque di una diga voluta dallo Stato italiano e realizzata dalla ex Montecatini nel 1950 per produrre l’energia elettrica, “l’oro bianco”. I campi, i masi, le strade vennero espropriati e distrutti, venne risparmiata soltanto la torre che oggi si erge sull’acqua azzurra, divenuta il simbolo della violenza del potere, ma anche dell’importanza e dell’impotenza delle parole. La maggior parte dei cittadini furono costretti a emigrare, solo poche famiglie hanno potuto ricrearsi una nuova vita nelle case, in seguito, ricostruite a poca distanza dal lago.
La storia di Curon riflette la storia dell’Alto-Adige, territorio di contrasti derivanti da diversi regimi: impero austro-ungarico, fascismo e nazismo in alternanza. Dalla visione di quel paese trae spunto l’invenzione narrativa dello scrittore, che ricostruisce la storia intima e personale della protagonista, Trina, attraverso le cui parole e ricordi trapela la grande Storia. E’ una donna forte, tenace che racconta le sue vicende intime attraverso le lettere scritte alla figlia scomparsa, che non ha smesso di aspettare, nella speranza che in qualche modo le parole gliela possano restituire. L’importanza delle parole è insieme al legame d’identità con la propria terra e le proprie radici un tema affrontato nella narrazione. Trina nella primavera del ‘23 si diploma, l’anno dopo la marcia su Bolzano di Mussolini, che aveva messo la città a ferro e fuoco, stravolgendo la tranquilla vita degli abitanti delle valli. Il duce aveva messo al bando il tedesco e ribattezzato in italiano strade, ruscelli, montagne, i cognomi e cambiato perfino le scritte sulle lapidi dei morti. Era proibito insegnare tedesco, che lei insegnerà di nascosto ai ragazzi del luogo. Quando alcuni anni più tardi insegna, non proprio volentieri, italiano a uno scolaro, dietro compenso in natura, confessa di trovare una certa musicalità nella lingua, che le avevano fatto odiare. Dopo l’armistizio i tedeschi prendono il controllo totale del territorio, licenziano gli impiegati statali e vietano l’italiano negli uffici pubblici. Deve constatare che l’italiano e il tedesco sono muri che continuano ad alzarsi. Le lingue  diventano marchi di razza. I dittatori le avevano trasformate in armi e dichiarazioni di guerra. L’arrivo dal comando di Merano di ordini annuncianti l’arruolamento imminente degli uomini getta nell’angoscia Trina e il marito Erich, che era tornato ferito dalla guerra qualche anno prima. Temendo la ritorsione del comando tedesco per non aver optato nel ’39 di partire per la Germania, Erich decide di disertare. Insieme alla moglie fuggono e si rifugiano in montagna con le difficoltà di procacciamento del cibo, del freddo e il pericolo della caccia dei tedeschi. I toni della narrazione si fanno sempre più drammatici. Un giorno, al ritorno da un giro in cerca di cibo, Trina scorge nella grotta, dove avevano trovato riparo, due tedeschi che stanno interrogando il marito. Per la loro salvezza li uccide con la pistola e li seppellisce nella neve, dopo averli privati delle armi. Finalmente riescono a raggiungere il maso di un giovane prete di Malles, a cui li aveva indirizzati il parroco Alfred. Con loro sono anche la madre del prete, una coppia di mezza età, con una figlia Maria, muta dalla nascita, a cui Trina insegna a scrivere. Le rappresaglie dei tedeschi alla fine del ’44 si intensificano, masi bruciati, disertori deportati. Passeranno alcuni mesi tutti accampati in un fienile, con ginepro e bacche come cibo, smagriti, ossuti, senza un brandello di tempo a cui aggrapparsi per resistere, mentre il resto del mondo si cancellava dalla memoria. La sapienza narrativa dell’autore crea nel lettore una forte emozione, transitando dalla bellezza del contatto con la natura, foriero della futura pregustazione di un buon cibo, alla orribile realtà dei massacri operati dei tedeschi. I fuggiaschi al ritorno da una passeggiata scoprono i cadaveri dei  genitori di Maria e la madre del prete orribilmente crivellati dai colpi di pistola dei tedeschi. Finalmente nella primavera del ’45 la guerra è finita e possono ritornare a Curon. La vita riprende il ritmo di sempre anche se non saranno più quelli di prima. Stremati dalla guerra ma nello stesso tempo pieni della voglia di rinascere, seppelliscono, insieme ai morti, tutto quello che si è visto e che si è fatto, prima di diventare macerie e prima che gli spettri diventino l’ultima battaglia. Trina può insegnare, ci sono due scuole, una tedesca l’altra italiana. Lo stipendio da maestra insieme alla falegnameria, in cui sono impegnati Erich e il figlio, consente loro di vivere dignitosamente. Ma li attende un’altra lotta fatta sempre di parole, contro i lavori della diga che riprendono dopo un periodo di abbandono che li aveva illusi dell’accantonamento del progetto. Nel gennaio del ’46 arrivano decine di trattori, le gru gettano terra sui camion, davanti al paese si apre un’immensa buca. Centinaia di manovali montano capannoni che dovrebbero diventare officine, mense, magazzini, ricoveri, uffici e laboratori. I campi non ci sono più, le distese verdeggianti sono scomparse, la terra vomita solo polvere. Il silenzio delle montagne è sepolto sotto l’incessante rumore delle macchine. Trina e Erich cercano di mobilitare tutti gli abitanti del paese e coinvolgere i sindaci dei paesi vicini, nel tentativo di fermare i lavori. Ma essi non rispondono alle sollecitazioni, i giovani emigrano, le persone mature sono desiderose di tranquillità con la fede in Dio. Ai sindaci faceva comodo la deviazione del fiume, perché non avrebbe esondato. Trina scrive ai giornali italiani, ai politici di Roma con la convinzione che le parole potessero smuovere le montagne, con il foglio davanti uscivano da sole e davano corpo alla rabbia. Le industrie stavano trattando il paese come se fosse un paese senza storia. Curon invece era una terra ricca di agricoltura e allevamento, dove regnava l’armonia tra masi, bosco, prati e sentieri. Una diga si può costruire altrove, mentre un paesaggio devastato non può rinascere, né replicare. La lotta prosegue con l’aiuto delle azioni di protesta di alcuni abitanti e l’appello a vari  politici, perfino al papa, da cui ottengono vaghe promesse. Dopo vari incidenti, la morte di alcuni manovali, l’intervento dei carabinieri, devono arrendersi. La diga è dietro di loro, sono pronti anche i fabbricati delle abitazioni provvisorie, al di la del paese, che ospiterà gli abitanti in attesa delle costruzioni nuove. S’impossessa della donna la rassegnazione dei condannati a morte. La domenica, in cui si celebra l’ultima messa, Trina l’ascolta distrattamente e guardando la croce pensa che non valga la pena morire sulla croce, è meglio nascondersi, farsi tartarughe e ritirare la testa nel guscio per non guardare l’orrore che c’è fuori. Il suo desiderio più grande è di continuare a vivere a Curon, in quel paese senza possibilità, senza voler sapere niente del futuro e senza nessun’altra certezza che restare. Nel 1950 viene inaugurata la diga ma l’acqua impiega quasi un anno a ricoprire tutto, è salita lentamente fino a metà della torre.
Nel tempo la vita riprende lentamente un’apparente normalità. Trina continua a insegnare, abita in una nuova casa. Ha perso il marito, più che per malattia di cuore, forse per stanchezza della vita: non aveva più le bestie, non abitava più nella sua vecchia casa, non era più niente di quello che voleva essere. Le case nuove somigliano a quelle di qualsiasi borgo, con gerani sui balconi e le tendine alla finestre. Il lago artificiale con il campanile è diventato un’attrazione turistica. Anche le ferite che non guariscono smettono di sanguinare... Andare avanti è l’imperativo e l’insegnamento della nostra forte e tenace eroina.




(Anna Velia Violati)








Marco Balzano, Resto quì, Einaudi, 2018 [ * ]

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NEL BLU TRA IL CIELO E IL MARE
post pubblicato in Abulhawa, Susan, il 11 giugno 2018
 

Questo secondo romanzo di Susan Abulhawa ricalca in parte le tracce di “Ogni mattina a Jenin”, sua opera prima. Anche qui c’è la saga di una famiglia palestinese, in cui uno dei componenti, Khaled, bambino, muore all’età di dieci anni.
La traccia del romanzo è ancora un villaggio palestinese, Beit Daras, sulla strada che porta dalla Palestina al Cairo. L’epoca è intorno al 1948.
Da Beit Daras si muove la storia della famiglia, ed è Khaled a narrarla, prima di morire – o come dice lui, prima di passare “nel blu”, frase che caratterizza gli svenimenti o lo stato di coma di una persona, o – per dirla con i protagonisti della storia – lo spazio-tempo degli spiriti. Una premessa storica dell’autrice, seguita dall’avvio della narrazione da parte di Khaled, aprono il libro.
La narrazione di Khaled inizia da quella che lui chiama “l’epoca dei tunnel”: questi tunnel venivano scavati tra Palestina ed Egitto, al tempo della guerra del 1948, e servivano perché, avendo gli israeliani confinato i palestinesi nella striscia di Gaza, loro non potevano approvvigionarsi di ciò che volevano. Così, tramite questi tunnel, essi riuscivano ugualmente ad avere tutto quanto serviva loro dall’Egitto.
Dalla descrizione della famiglia emerge subito che la personalità di spicco della famiglia è – nelle parole di Khaled – sua nonna  Nazmiyeh, che praticamente ha atteso ben undici figli maschi prima di avere la tanto desiderata femmina, alla quale aveva dato il nome di Alwan. La figlia femmina la desiderava da quando aveva perduto sua sorella Mariam, uccisa durante uno dei soliti attacchi israeliani. Khaled, nel parlare di sua nonna, inizia con una cosa che la nonna andava dicendo spesso: lei era la ragazza più bella di tutta Beit Daras. Alwan è la madre di Khaled. La bisnonna di Khaled, Umm Mamduh, era detta “la pazza”, poiché viveva sola, con due figlie e un figlio: il marito l’aveva lasciata. 
Vorrei procedere con ordine, cosa che non ho fatto finora. Il romanzo è articolato in sette parti, ciascuna divisa in un certo numero (molto variabile) di capitoli. Questi iniziano sempre con una premessa di Khaled (che fino ad un certo momento è l'io narrante). Per distinguere queste premesse dal romanzo vero e proprio, esse sono in corsivo, e ancora in corsivo sono i capitoli dove è solo Khaled a raccontare. Le premesse sono una specie di anticipazione di quanto il capitolo contiene, ma la regola non è sempre valida. I titoli delle parti – invece – costituiscono una specie di guida alle storie che i capitoli raccontano.
La storia della famiglia Baraka (letteralmente Benedizione) è – a mio personale parere – abbastanza autobiografica dell’autrice, almeno in alcune vicende. Anche nel primo romanzo  ho avuto la stessa sensazione, ma qui le cose sono più complesse. Otre alla sorella Mariam, Nazmiyeh ha un fratello, Mamduh, che, sempre durante la guerra del 1948, comincia a lavorare e per lavoro si trasferisce in Kuwait. Mamduh sposa Yasmine, moglie acquisita che proveniva da una famiglia di apicoltori, e da essa ha due figli, un maschio – Muhammad, come il nonno materno – e una femmina, Nur. Nel bel mezzo della guerra Mamduh – che si teneva sempre in contatto con la sua famiglia (in particolare con sua sorella) – la informa che presto si trasferiranno negli Stati Uniti, nella Carolina del Nord.
Anche dagli Stati Uniti, Mamduh telefona spesso alla sorella in Palestina. Le sue vicende occupano la seconda parte, e la fuga verso gli Stati Uniti la terza. Queste vicende sono piuttosto drammatiche: il figlio Muhammad muore in un incidente d’auto.
Nur miete successi negli Stati Uniti, a scuola e nella vita. Nel frattempo sua madre muore, e il padre invecchia, avendo sempre in mente di tornare in Palestina. Quando sta per farlo, si ammala, viene ricoverato in ospedale, dove muore. Prima di morire, preoccupato della sorte di sua figlia, Mamduh aveva parlato con un’assistente sociale, che gli era stata mandata, di origini africane, il cui nome era Nzinga. Costei gli aveva promesso che si sarebbe occupata di Nur. Nur resta sola, e viene affidata ad una famiglia, con padre americano, Sam, e madre di origine ispanica. Costei accetta di occuparsi di Nur, su richiesta di Nzinga, ma soprattutto per un fondo fiduciario, che le garantiva una entrata economica. Però non avrà mai gran simpatia per Nur. Nzinga però, visto il carattere della madre adottiva, la trasferisce in un istituto per l’infanzia (Mills Home). Qui, Nur riesce a studiare, ad andare al college, prende una laurea e diventa presto una psicologa affermata.   
Intanto a Gaza, ad Alwan e marito nasce una bimba, oltre Khaled. Viene chiamata Rhet Shel, in ossequio ad un’americana molto brava e bella che si era stabilita per un certo tempo a Gaza, e che si chiamava Rachel Corrie. Le famiglie riescono a sopravvivere all’isolamento in cui Israele le tiene aiutandosi con la pesca. Khaled compie dieci anni, età importante per un bambino arabo, perché passa da un numero ad una cifra, da una a due cifre. Nel frattempo il padre di Khaled e Rhet Shel rimangono uccisi nel bombardamento di Gaza ad opera degli Israeliani. 
Ma – proprio quando Khaled avrebbe dovuto essere più contento – successe che “entrò nel blu”. Uno stato di coma particolare, in cui lui riusciva a percepire quello che gli accadeva intorno, ma non poteva comunicare con gli altri. Una prima volta riuscì a risvegliarsi quando suo padre, che lo aveva schiaffeggiato e non l’aveva visto tornare in sè, voleva portarlo in ospedale. La seconda volta, però, Khaled non si svegliò. Fu chiamato un medico, il dottor Jamal Musmar, il quale non poté che constatare come il bambino non rispondesse altro che con un battito di palpebre a quello che gli veniva chiesto. Fortuna volle che il dottor Musmar andasse in America per tenere una conferenza, e a questa assistesse Nur. Lei aveva riconosciuto in un video un bimbo (Khaled, che aveva un ciuffo di capelli bianchi) e così, parlandone con il dott. Musmar, pian piano arrivarono alla conclusione che il bimbo soffriva di un malanno che Nur conosceva (sindrome locked-in). Così tra una cosa e l’altra il dottore le propose di venire a Gaza.
Nur – come Mariam, la sorella di nonna Nazmiyeh – aveva occhi di colore diverso, ed aveva scelto di indossare lenti a contatto proprio per non apparire “uno scherzo di natura”. Arrivata a Gaza, accolta dal dottor Musmar, lei torna in famiglia, dove nonna Nazmiyeh ritrova nei suoi occhi quelli di Mairiam. Inizia a curare Khaled, ma nello stesso tempo ritrova la sua famiglia e fa amicizia con la nipotina Rhet Shel. Purtroppo – nonostante i promettenti miglioramenti, Khaled non si riprende. E – come già detto – muore. Nur, avuta notizia che Zinga era tornata in Egitto, la va a trovare. Poi torna a Gaza, ove, nel frattempo, sta accadendo un fatto nuovo. I palestinesi avevano catturato un soldato israeliano, e per il suo riscatto, chiedono la liberazione di mille prigionieri palestinesi: tra questi si trova anche l’altro figlio di Nazmiyeh, Mazen, il primogenito, che era stato catturato e imprigionato da Israele in uno dei suoi raid. Sua madre era sempre andata a trovarlo, ma solo ora che tornava a casa, prese ad essere felice. E per festeggiarlo, organizza un pranzo, che conclude il romanzo.
Le vicende di questa famiglia, che – come ho già detto – ricordano quelle della famiglia di “Ogni mattina a Jenin”, sono più complesse, ma in più passaggi ricordano quelle dell’altro libro. Ciò nonostante, questo libro ha un qualcosa di più avvincente, e – nello stesso tempo – più triste del precedente. Anche di questo romanzo bisogna dare atto alla Abulhawa della sua testimonianza sulla condizione del popolo palestinese, cacciato dalle sue terre. Chiedo scusa per non aver saputo sintetizzare queste vicende maggiormente, e consiglio a tutti la lettura di questo libro, come ulteriore testimonianza della condizione palestinese.



(Lavinio Ricciardi)






Susan Abulhawa, Nel blu tra il cielo e il mare, Feltrinelli, 2015 [ * ]


LA FAMIGLIA MOSKAT
post pubblicato in Singer, Isaac Bashewis, il 30 maggio 2018
 

Il romanzo è un affresco corale di una ricca e potente famiglia di ebrei polacchi orientali (asheknaziti) di lingua e cultura yiddish. Con notevole e avvincente abilità narrativa Isaac Singer descrive il susseguirsi degli avvenimenti dei numerosi membri (figli, figlie, nuore, generi e nipoti) della famiglia del patriarca Moshe Meshulam, dagli inizi del ‘900 fino all’invasione di Hitler, e allo scoppio della 2^guerra mondiale, con gli intrecci delle vite, degli amori, dei divorzi, con le loro gioie e dolori, ricreando la stessa atmosfera vissuta dall'autore nell’infanzia a Varsavia. Il vecchio patriarca Meshulam Moskat gestisce con capacità una grande quantità di attività che consentono a lui e a tutta la famiglia di condurre una vita agiata. E’ lui che riesce a tenere uniti tutti i componenti (nella prima parte del libro), mentre alla sua morte si assiste alla lenta disgregazione e decadenza della famiglia a causa soprattutto delle controversie sull’eredità. La decadenza non è solo materiale ma anche spirituale: alle certezze dei padri succedono i dubbi e il nuovo stile di vita dei figli e dei nipoti. Alla devozione e obbedienza agli insegnamenti del Talmud degli austeri rabbini si contrappongono il desiderio di autonomia, di libertà e di piaceri mondani dei giovani ebrei. Nei racconti delle vicende dei vari personaggi, si rileva la compresenza di bene e di male, di bestialità e di pietà così come è la vita in generale. Bellissime pagine offrono una visione della vita quotidiana dei quartieri ebraici con i loro colori, sapori e rumori. Attraverso la descrizione dei riti, dei cibi, della preparazione delle mense delle varie festività - con un'ampia documentazione - rivive la società ebraica orientale con la sua complessa e ricca cultura. La narrazione sembra avere lo scopo di rievocare l’ebraismo e lo stretto legame del suo popolo con la legge di Dio. Vi è, infatti, in tutti i personaggi una ricerca di Dio, in particolare nel protagonista principale Asa Heshel, imparentato per matrimoni con i Moskat, figura tormentata che ha dubbi su tutto e cerca risposte nell’Etica di Spinoza, che porta sempre con sé e legge nelle diverse situazioni. Nel tumulto della prima guerra mondiale si chiede come potevano conciliarsi le filosofie di Spinoza e Darwin: la statica panteistica con la dinamica eraclitea? Condivide il postulato dell’Etica che l’unico scopo dell’umanità è il godimento. In fondo il mondo a venire e la venuta del Messia sono in realtà una promessa di gioia. Anche il marxismo è tutto sommato il raggiungimento della felicità. Non trova una risposta alle domande eterne che non gli danno tregua e da cui non riesce a liberarsi, anche se è d’accordo con il filosofo che il saggio deve soffermarsi il meno possibile sulla morte e sulle altre idee che annullano o diminuiscono la gioia. Nella disgustosa vita di soldato riflette sulla guerra e pur ammettendo che sia un gioco di atteggiamenti nell’infinito oceano della Sostanza, si chiede: perché Dio non può porvi fine? Quando il lupo nazista stava ululando alle porte della Polonia, osservando cielo, stelle e pianeti pensa che le stesse leggi che governano il sole e la luna governano la vita e la morte. Hitler e ogni delinquente nazista che cantava l’Horst Wessel, impaziente di spargere sangue ebraico era secondo la filosofia di Spinoza una parte della testa di Dio, un aspetto della Sostanza Eterna. Ogni atto di Hitler era allora stato predeterminato e il suo corpo era parte della sostanza del sole, da cui in origine si era staccata la terra. Ogni infame atto d Hitler era una parte funzionale del cosmo. Di conseguenza Dio è male, o altrimenti il dolore e la morte sono un bene? Di fronte alle devastazioni della guerra sulla città di Varsavia condivide l’amara constatazione dell’amico Janovar: il Messia è arrivato, è la Morte!
La Famiglia Moskat é indubbiamente una delle più alte testimonianze di quel mondo che scomparve tra gli orrori dell’Olocausto.   



(Anna Velia Violati)








Isaac Bashewis Singer, La famiglia Moskat, TEA, 2009 [ * ]


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RITORNO A HAIFA
post pubblicato in Kanafani, Ghassan, il 29 maggio 2018
 

Un libro particolare, per più di un motivo. La presentazione di Francesco Gabrieli e la prefazione di Isabella Camera D’Afflitto – nota arabista – ne danno già un ottimo giudizio. L’autore, noto per “Uomini sotto il sole”, edito in Italia da Sellerio (non più disponibile, purtroppo), ha scritto una storia molto originale, e discretamente credibile, che racconta la visita ad Haifa di una coppia di palestinesi. Haifa, loro luogo di provenienza, è il luogo dove è la loro casa.   
Il protagonista, Said, mentre effettua il viaggio, ricorda l’episodio che li ha fatti fuggire. Si trattava dell’invasione israeliana di Haifa. La moglie, Safiya, era rimasta a casa, mentre lui era uscito per commissioni. All’inizio dell’attacco israeliano, nonostante avessero un bimbo di cinque mesi, Said non riesce a tornare al loro quartiere, e viene spinto verso il porto, dove è  costretto ad imbarcarsi. Qualcosa di analogo succede alla moglie, che – abbandonando il piccolo – esce di casa, spaventata dai bombardamenti, e anche lei si ritrova al porto.
Il loro ritorno, anche se accade venti anni dopo, è funzionale non solo a rivedere la loro casa, ma essenzialmente al ritrovamento del loro piccolo, Khaldun, che entrambi avevano abbandonato. Nel frattempo hanno avuto un altro figlio, Khaled. E – mentre quanto detto finora è il contenuto del primo capitolo – il secondo si apre con il dialogo della coppia, e su come viene presa la decisione di tornare ad Haifa: come già detto, il motivo reale, nascosto dietro una semplice visita alla loro casa, è il pensiero della sorte di Khaldun. La storia continua con il viaggio, il ritrovamento della casa, uno scoppio di pianto di Safiya al vederla, e la decisione di Said di entrare e vedere chi vi abita. Sono accolti da una signora anziana, che li accoglie con una frase inattesa: “È da molto che vi aspetto”, e dice loro che è una ebrea e che proviene dalla Polonia: stupore di Said e Safiya, ma la vecchia spiega come li ha riconosciuti, e l’inatteso si spiega. Dopo un po’, la vecchia parla del figlio, che chiama Dov, e si capisce che si tratta di Khaldun.
Qui inizia la terza parte del libro. Che racconta prima di tutto la storia di un ebreo, Efrat  Koshen, del suo arrivo ad Haifa assieme alla moglie Miriam (che si comprende essere la vecchia della parte precedente), e della conquista di Haifa da parte del primo esercito israeliano, l’haganah. La storia prosegue con l’assegnazione, da parte dell’Agenzia Ebraica (un ente assistenziale per i bisognosi), ad Efrat di una casa e di un bimbo di cinque mesi; Efrat ne è molto felice perché Miriam non ha potuto avere figli. E Said scopre che proprio il giorno in cui Khaldun fu affidato ai coniugi ebrei, era quello in cui l’avevano perduto, o meglio abbandonato. Un’ebrea, sentito un pianto insistente, aveva rotto la porta e l’aveva trovato.
Said e sua moglie, sorpresi del comportamento di Miriam, che agisce come se quella casa fosse la sua, le chiedono a questo punto quando il figlio rincaserà. Miriam dice loro che doveva già essere rientrato, ma che di solito non è mai puntuale. Poi, avendo chiamato Khaldun col nome ebraico di Dov, e avendo assistito allo stupore della coppia dei genitori veri, dice a Said che anche lei è imbarazzata, visto che – avendolo cresciuto – anche per lei è un problema separarsi da quel figlio, ma aggiunge che, appena rincasa, gli prospetterà il problema perché possa scegliere.
Di fronte alla decisione di Miriam, Said è perplesso ed esitante. Sua moglie scoppia a piangere ancora e, appena si è calmata, Said decide di raccontarle la storia di un loro amico di Giaffa. Non cito questa storia, che occupa il quarto capitolo, e passo alla conclusione, cioè al capitolo successivo.  
Dov – alias Khaldun – rientra a casa, si sorprende che la “madre” abbia visite, e viene invitato da Miriam ad entrare in salotto, dove ci sono persone che lo vogliono vedere. E – appena entrato in salotto – Miriam gli dice “Ti presento i tuoi genitori”, mentre Said e Safiya sono sorpresi di essere al cospetto di un uomo in divisa da soldato. A questo punto tra Dov e Said si svolge un dialogo, in cui Dov accusa i suoi genitori di vigliaccheria per averlo abbandonato, e Said gli parla dell’altro suo figlio (Khaled, che evita di chiamare “fratello”) e di Patria, dicendogli di ragionarci su, visto che li considera “dall’altra parte”. Non proseguo: sia Safiya che Dov restano perplessi alle parole di Said, il quale decide che è ora di andarsene e tornare a Ramallah, dove ormai vivono: questa conclusione è l’unica possibile, visto che la discussione aveva preso la piega del rapporto Israele - Palestina. 
Volutamente escludo le ultime parole di Said, che lui rivolge a sua moglie nel viaggio di ritorno. Da parte mia, voglio dire che questo libro è quello che maggiormente mette a fuoco il problema tra Israele (che ha invaso il territorio della Palestina) e i palestinesi. Proprio per questo ne consiglio la lettura a tutti coloro che vogliono sull’argomento saperne di più. La storia è certamente una buona testimonianza del punto di vista palestinese sulla questione.


(Lavinio Ricciardi)






Ghassan Kanafani, Ritorno a Haifa, Edizioni Lavoro, 2003 [ * ]
LE CENTOMILA E UNA STORIA DEL GIULIO CESARE
post pubblicato in Fulci, Ludovico, il 18 maggio 2018
 

Il titolo rimanda alla famosa raccolta di novelle orientali che risale al X° secolo e come le storie che raccontava Sharazadal, re nelle Mille e una notte, anche quelle riportate in questo libro sono utili e necessarie.
Questo libro sottrae alla dimenticanza fatti, aneddoti ed esperienze dirette vissute dall’autore e nello stesso tempo, grazie all’attenzione riservata al contesto e agli aspetti socio-culturali, politici e antropologici del periodo storico descritto, ci aiuta a conoscere e capire la Grande Storia che comunque contiene e ha condizionato le microstorie riportate.
Il libro è interessante e importante, non solo per chi è legato a questo noto e stimato liceo romano da ricordi ed esperienze personali, ma anche per tutti coloro che credono al concetto espresso chiaramente proprio all’inizio della presentazione curata da Paola Senesi: “Non c’è futuro senza memoria… una società fluida, dimentica delle sue radici, non può essere tanto vitale da perseguire il bene di chi la compone, fondata com’è sulla sabbia e a rischio di essere travolta al primo vento di tempesta”.
Il sottotitolo Cronistoria di un Liceo romano rimanda al serio lavoro di documentazione e di ricerca che l’autore ha fatto del periodo che va dal 1933, anno in cui nasce il Giulio Cesare, fino al festeggiamento del suo ottantesimo compleanno.
Narrativa e saggistica convivono e si integrano.
Un’attenzione particolare è stata data all’apparato iconografico.
L’immagine di copertina fa pensare ad un’indistinta vivace folla di studenti all’uscita da scuola. Si tratta di un’elaborazione al computer di Caterina Capalbo ed è riconoscibile l’ingresso del liceo su corso Trieste. All’interno sono inserite varie fotografie, interessanti testimonianze del passato che integrano e abbelliscono il libro, sollecitando spesso riflessioni riguardo alle somiglianze e alle differenze rispetto al nostro tempo. A pag. 37 c’è una foto di classe scattata nel 1943 dove gli studenti, in gran parte maschi, stanno ordinatamente schierati guardando l’obiettivo, tutti eleganti, in giacca e cravatta. Seri e sorridenti sembrano molto più adulti della loro età, sembrano così uguali fra loro e così diversi dai coetanei che mi è capitato di vedere la settimana scorsa, in posa sotto la stessa statua di Giulio Cesare nel cortile d’ingresso della scuola: scomposti, disordinati indisciplinati. L’immagine della stessa scultura, con ai lati due balilla moschettieri, si trova a pag. 23 ed è stata scattata il giorno della cerimonia d’inaugurazione del Liceo che avvenne il 28 ottobre del 1936 (nel quindicennale della marcia su Roma!) alla presenza di Mussolini e Bottai.  
Alla fine del libro, oltre alle note, c’è l’indice dei nomi citati e l’indice generale che rende subito evidente la scelta dell’ordine cronologico. I “quadretti di vita” presentati dall’autore non sono mai isolati e decontestualizzati e quindi, pur essendo in gran parte ricordi personali, s’intrecciano e contribuiscono ad una ricostruzione storica attenta e scrupolosa.  Sono testimonianze di un vissuto che si è protratto nel tempo. Il Giulio Cesare ha accolto l’autore prima come studente, dopo la laurea come supplente, poi come genitore e successivamente, negli ultimi sette anni della sua carriera, come docente di Storia e Filosofia. Il libro dunque è autobiografico, e credo sia questo uno dei motivi per cui la lettura risulta piacevole e coinvolgente.
Esistono altre ricostruzioni storiche riguardo al Liceo Giulio Cesare, mai pubblicate, responsabili, secondo Fulci, di aver alimentato leggende che si sono sovrapposte e hanno condizionato una oggettiva lettura della realtà dei fatti (ad esempio il luogo comune secondo cui il Giulio è di destra, a differenza del Mamiani o del Tasso che sono di sinistra… ). Si tratta del dattiloscritto del 1992 di A. Mattei “Noterelle di uno dei centomila (piccole note su un grande Istituto)”, che esprime un punto di vista prevalentemente goliardico, e di un altro precedente, del 1970, della prof. E. Cesarini “Il Liceo Statale Giulio Cesare. Una scuola che non potrò mai dimenticare”, pieno di romanticismo e di fedeltà alle aspettative della dirigenza.
Quella di Fulci è una voce critica e chiara che si avvale di fonti documentarie attendibili e sa essere convincente, grazie ad una narrazione ordinata, un lessico e uno stile coinvolgenti.
Il libro è diviso in due parti e il '68 fa da spartiacque.
Sono passati esattamente 50 anni e per l’occasione c’è tanto interesse e tanti eventi si stanno organizzando per ricordare e comprendere la portata storica del cambiamento che il pensiero divergente sviluppatosi nel '68 ha causato a livello sociale, incidendo anche sulla mentalità e sul costume degli Italiani, sul loro modo di vivere la loro vita quotidiana.
A pag. 15 l’autore chiarisce le fondamentali differenze riguardo alla funzione del preside e riguardo alle più consolidate tendenze dell’approccio didattico-educativo: “Prima del '68 il clima educativo era improntato ad una severità a volte esagerata, se non proprio inutile” (“una scuola in cui la severità gratuita viene scambiata per serietà professionale, per cui lo studio è sofferenza e non emancipazione dall’ignoranza… ”, pag. 72). 
Dopo il '68 il clima educativo è caratterizzato da tolleranza e permissivismo, a detta di molti eccessivo e antieducativo.
Riguardo alla situazione più vicina al nostro tempo, pur riconoscendo un miglioramento in relazione ai favoritismi e ai comportamenti discriminatori e classisti, l'autore mette in rilievo la contemporanea assenza di cultura (vedi pag. 98-99), la nuova necessità di “motivare” (perchè le esperienze esterne alla scuola interessano più di quelle offerte dentro le classi, perchè fuori esistono temibili competitori… ) e la mancanza di un rinnovamento adeguato (pag 16: “la cultura della scuola è spesso vecchia, sia nelle forme che nei contenuti").
Molto interessanti fra le pagine autobiografiche sono quelle del sottocapitolo “Gli insegnamenti al Giulio Cesare”, a pag. 88-89 (che contiene anche, in poche intense righe, profonde caratterizzazioni pratiche e psicologiche dei compagni di classe) e le pag. 11-12-13,  dove ci sono i ricordi positivi legati a Filippo D'Achille, professore di Storia e Filosofia che affettuosamente veniva chiamato Dach, e quelli negativi di una brutta interrogazione in seconda liceo…
Ludovico Fulci ci dice che è voluto tornare alla scuola che aveva frequentato per migliorarla, per ascoltare e comprendere più di quanto avessero fatto i suoi professori, convinto che  “una buona scuola getta qualche buon seme”, come diceva un altro ex studente del Giulio Cesare, Tullio De Mauro.
La bella scrittura rende gradevole e interessante la lettura di questo libro. L’autore sa come farsi ascoltare e come interessare il suo pubblico, esprime in modo diretto il proprio pensiero e interpreta i fatti senza la pretesa di imporre il proprio punto di vista. L’atteggiamento giusto per sfuggire al contagio della banalità. 


(Luciana Raggi)










Ludovico Fulci, Le centomila e una storia del Giulio Cesare, Edizioni Progetto Cultura, 2017 [ * ]


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OGNI MATTINA A JENIN
post pubblicato in Abulhawa, Susan, il 16 aprile 2018
 

Un libro a dir poco sconvolgente. Che racconta, con dovizia di particolari, e attraverso le vicende di una famiglia araba, la storia della Palestina e di come il suo territorio sia stato – e continui ad essere – preda degli interessi espansionistici di Israele. Le vicende descritte coinvolgono il lettore in modo molto intenso, certamente per il modo di scrivere dell’autrice. La quale – in chiusura del libro - dice che le vicende palestinesi rispondono a verità storica, mentre la storia della famiglia descritta è inventata. 
È una storia appassionante, che attraversa due guerre: quella dello Yom Kippur negli anni '70 e l’invasione israeliana del Libano, che aveva lo scopo di stanare e distruggere i militanti palestinesi dell’OLP, rifugiatisi in Libano per evitare i continui attacchi di Israele. Guerre nelle quali i palestinesi cercano di evitare che venga loro sottratta la terra natia. In tutto il libro si respira il clima di sessant’anni di guerra tra Israele e Palestina.
La cosa che mi ha preso subito è stata proprio la descrizione delle guerre: avevo sette anni quando era in corso in Italia la seconda guerra mondiale, e quel clima l’ho vissuto direttamente, sfollato con la mia famiglia sulle colline Casentinesi, proprio nell’autunno – inverno 1943-44. 
Il libro è composto da un preludio, otto capitoli, un glossario di termini arabi, una nota dell’autrice, e una serie di riferimenti bibliografici alle fonti. L’autrice è fuggita dalla Palestina e vive negli Stati Uniti.
I primi due capitoli presentano la famiglia in tutti i suoi particolari, cominciando dal patriarca Yehya Abulheja, che ha due figli, Hassan e Darwish. Hassan è il protagonista della vicenda familiare, mentre il fratello Darwish compare soltanto verso la fine del romanzo. L’inizio li trova tutti a raccogliere olive. Successivamente, Hassan sposa Dalia, una bellissima beduina, che proprio per le sue origini veniva contrastata dalla famiglia. E – prima del matrimonio – si racconta di un’amicizia tra Hassan e un profugo tedesco fuggito dai nazisti e rifugiatosi a Gerusalemme. 
Dal matrimonio tra Hassan e Dalia nascono tre figli, Youssef, Is’mail e Amal, unica femmina. E una buona parte del primo e del secondo capitolo descrivono la storia dei due fratelli e il fatto che Is’mail, poco più che neonato, segnato in viso da una cicatrice prodottasi nella culla, scompare durante un’invasione di israeliani nel villaggio ove la famiglia risiede, quasi dalle braccia della mamma, rapito da un soldato israeliano che lo nasconde subito nel suo zaino. Il soldato, Moshe, è sposato, ma la moglie non può avere figli. Anche Amal reca una ferita all’addome, che le vicende del campo di Jenin le avevano prodotto.
Le vicende della storia sono molto intricate e complesse. Il mio obiettivo è quello di sottolineare che essa cattura immediatamente il lettore, ed è molto articolata, proprio per il modo che ha l’autrice di raccontarla. Il clima in cui i Palestinesi vivono questa continua “saga” ad opera degli israeliani, che vogliono scacciarli dal loro territorio, è descritto con grande maestria dall’autrice, che certamente (anche se non viene mai detto) ha identificato una parte della sua storia con la vicenda di Amal, la terza dei figli di Hassan. Amal è molto legata a suo padre, che le racconta spesso storie prese da libri della letteratura araba, di autori come Gibran, Rumi. Dal secondo capitolo in poi è la stessa Amal a narrare la storia in prima persona. 
Di Hassan si perdono le tracce, come è successo per Is’mail, di cui però si sa ciò che è accaduto. La storia si concentra su Amal, la quale si mostra presto, crescendo, molto studiosa, e per questa ragione parte dal suo villaggio (diventato Jenin, non più ‘Ain Hod; nel frattempo la madre Dalia prima inebetisce, poi muore) per raggiungere un college a Gerusalemme, dove proseguirà gli studi: il college la vuole, per la sua fama di studiosa e la sua condizione di orfana. Nel college Amal fa nuove amicizie, che la aiutano a non soffrire troppo la mancanza della sua amica di infanzia, Huda. Viene poi scelta per andare a studiare negli Stati Uniti (vince una borsa di studio), e parte per Filadelfia, non senza salutare Huda e il marito, che – sposatisi – hanno una bimba di nome Amal. 
Ovviamente, in America, Amal si trova con qualche problema, per la sua condizione di esule. È ospitata da una famiglia di origini palestinesi (il cognome è Addad) e impara a vivere in un paese libero, completamente diverso dal suo. Dopo varie peripezie, acquisisce la green card (il permesso di lavoro rilasciato agli stranieri) e sceglie l’America come sua patria. Si autobattezza Amy, non più Amal, proprio per sottolineare di essere in una nuova patria. Fa due lavori per mantenersi. Un giorno una telefonata la sorprende: è la moglie di suo fratello Youssef, Fatima, che gli annuncia, tra l’altro, il fatto che sta per diventare zia, e che Youssef e lei sono a Beirut, in Libano; e la invita a raggiungerli.
Da quel momento, ogni sforzo di Amal è teso a tornare da suo fratello Youssef (senza lasciare definitivamente l’America). Siamo al termine del quarto capitolo. Voglio sottolineare ciò che appare, nella vita di Amal e della sua famiglia, dell’Islam, e dei rapporti che l’Islam crea in persone mediamente osservanti. 
Finalmente Amal riesce a partire per Beirut, dove viene ricevuta da un amico di suo fratello Youssef, Majid. E trova che è appena diventata zia di una nipotina, Falastin (in arabo Palestina). Suo fratello e la sua famiglia vivono in un campo profughi libanese, Shatila, vicino all’altro campo di Sabra, entrambi simili al campo di Jenin. 
Da Youssef apprende varie cose, tra le quali il fatto che Is’mail è vivo, ed è diventato un ebreo, di nome David. E, ancora, una sorpresa: Majid. E’ medico volontario, e Amal lo assiste (avendo appreso dalla madre il mestiere di ostetrica) durante un parto, che si presentava difficile. Assieme parlano delle stelle, e lui le promette che le presterà un libro, dove ha imparato a riconoscere le costellazioni. Così accade; ma nuova sorpresa: in una breve lettera, Majid le si dichiara, dicendole che si è innamorato di lei appena l’ha vista. Amal e Majid si fidanzano, e dopo un mese si sposano. Amal rammenta sua madre: si godono poco più di alcuni mesi di vita in comune, finché Amal si accorge di essere incinta. Nel frattempo, aveva insegnato in una scuola, e tutte le sue alunne si erano godute il suo amore e anche il suo matrimonio.
Ma Israele aveva cominciato a minacciare il Libano, così Majid consiglia a sua moglie di tornare a Filadelfia, dove è anche un suo protettore, che lo aveva aiutato nel suo periodo di addestramento in Inghilterra, ed ora insegnava a Filadelfia. Mohammad Maher, era il suo nome. E – nell’attesa che Majid potesse venire in America – Maher trova ad Amal un lavoro. I coniugi Maher – che consideravano Majid un loro figlio – ospitano Amal e la assistono nel suo parto. Nasce una bimba, che – come Majid voleva – si chiamerà Sara, come la madre.
Alla fine Israele attacca il Libano, nel 1982, e stermina i palestinesi di Sabra e Shatila. La famiglia di Youssef (tranne lui) viene sterminata, compresa Falastin e l’altra bimba che Fatima aspettava in contemporanea con la bimba di Amal. Amal potrà conoscere lo scempio commesso dopo un po’ di tempo, da un reportage fotografico, e poi dalle urla di suo fratello Youssef. Che in una telefonata le comunica che anche Majid è morto, seppellito dalle bombe israeliane nella casa che loro avevano presso Beirut. Proprio mentre sua figlia Sara vedeva la luce a Filadelfia.
Dopo qualche tempo, Amal è rintracciata dall'FBI, che vuole avere conto di un attentato dinamitardo compiuto contro l’ambasciata americana a Beirut, in cui pare sia stato coinvolto Youssef. Ma – accertato, non senza una sua reazione – che lei non ne sa niente, viene rilasciata.
Il suo tempo continua a trascorrere nella crescita di Sara, che diventa prima una brava e bella bambina, poi una donna. E il racconto di Amal testimonia di altre cose, che apprende dai reportage sulle atrocità israeliane in Libano, e sulla sorte del figlio maggiore di Huda e Osama, i suoi amici. E un giorno – dopo tutti i guai del soggiorno libanese – le giunge una telefonata. Da quel poco che riesce a capire, si rende conto che si tratta di suo fratello is’mail, noto in Israele come David. Così si presenterà a lei al telefono, e questo già le spiega tutto. E siccome viene negli Stati Uniti, le annuncia una sua visita. Era successo che Moshe, il padre, in punto di morte, gli aveva confessato la verità. e David comincia a cercare quel che resta della sua famiglia, finché rintraccia Amal. E le propone di incontrarlo. L’incontro è una sorta di riconciliazione per entrambi. Al termine, Amal presenta David a sua figlia, come suo fratello.
Mentre comincia a studiare, Sara un giorno annuncia a sua madre che deve visitare la Palestina. E così partono e vanno prima a Jenin. E Amal mostra a sua figlia varie cose della sua vita e della sua famiglia. Trovano Ari, l’amico israeliano di Youssef, e poi Huda e famiglia, anche loro colpiti dalla furia israeliana: Osama, il marito di Huda, è stato catturato; uno dei due gemelli di Huda, Jamil, è stato ucciso a dodici anni, e il figlio maggiore, Mansur, non parla dall’età di sei anni. Amal ritrova suo zio Darwish, e i suoi figli. E racconta a Sara, il terzo giorno che sono a Jenin, tante cose che non le aveva detto. Proprio quel giorno, gli israeliani attaccano ancora, e Amal, nel tentativo di salvare la vita di sua figlia, muore colpita da un cecchino israeliano. 
La storia si conclude con due vicende: il funerale di Amal, cui presenziano Ari e Is’mail; e il ritorno di Sara in America, dove vive con Mansur, il figlio maggiore di Huda e Osama, che nel frattempo è stato liberato, e dove li raggiunge Jacob, il figlio di suo zio Darwish, che saranno proprio Osama e Huda a far partire. 
Ho dovuto accorciare molto le vicende, ma nonostante questo la mia narrazione è stata molto lunga. Però, questo libro merita di essere letto. E assaporato come pochi altri libri dell’ambito letterario di Israele e Palestina. Soprattutto per il forte contenuto di passione e amore che dalle sue pagine trasuda. Credo di dover ringraziare Susan Abulahwa per la sua storia bellissima e il grande amore per la sua terra.



(Lavinio Ricciardi)








Susan Abulhawa, Ogni mattina a Jenin, Feltrinelli, 2013 [ * ]
STORIE DEL QUADRARO
post pubblicato in Novelli, Chiara, il 9 aprile 2018
 

Ho finito di leggere da poco questo libro, che mi ha fatto tornare all’infanzia. In realtà il libro – che copre un arco di tempo che va dall’aprile 1952 al settembre 1960, mi vede (come età) liceale – universitario. Ma non è questa la ragione del ritorno all’infanzia, si proprio ai 12 – 13 anni.
L’autrice ha scritto quello che per me è un capolavoro, e che racconta storie di un quartiere famoso a Roma, con una fama di quartiere mal abitato, nomea assolutamente immeritata. L’autrice, nella sua prefazione, dice testualmente: “… quel posto ce l’ho nell’anima”, e l’intera opera ne fa fedele testimonianza. Ma… provo ad andare con ordine.
Come ho già detto, parlandone proprio all’autrice, figlia di un mio carissimo collega ed amico, avevo una cugina che viveva con la sua famiglia al Quadraro: era una bellissima donna, cugina prima di mia madre e – proprio nella mia età pre-adolescenziale – ci siamo frequentati. Io e i miei genitori con mio fratello siamo andati a trovarli – abitavano a via dei Quintili – e ricordo perfettamente di non aver trovato grandi differenze tra il Quadraro e il quartiere di piazza Bologna, dove abitavamo all’epoca, tanto che la cosa fu materia di discussione con mia madre, proprio per le chiacchiere che venivano fatte su quel quartiere e che, dopo la visita, avevo trovato ingiuste. 
Quindi, quando ho sentito (o letto su uno dei social che frequento sul web) di questo libro, ho subito avuto voglia di leggerlo. Ed eccomi qui a parlarne, con molto più entusiasmo di quanto pensassi prima della lettura.
La scrittura dell’autrice è fluida, armoniosa, mai pesante. Il  libro – come dice il titolo, un libro di racconti – si legge in fretta e agevolmente. La prosa è fresca, giovanile, immediata, e le storie, che l’autrice dice vere, arricchite solo dalla sua fantasia, sono storie di quartiere con personaggi presi dalla vita quotidiana. Novelli le esplicita con una scrittura semplice ed efficace, si da farne tanti piccoli capolavori. 
Credo davvero che il Quadraro possa essere orgoglioso di aver ispirato le storie raccontate; come ho già detto, leggendole sono tornato ai miei dodici – tredici anni e al quartiere di Piazza Bologna, dove abitavo. E alle storie che tra amici ci raccontavamo allora, e anch’esse vertevano su persone del quartiere, fossero belle ragazze o adulti sui quali si raccontavano imprese più o meno credibili. Purtroppo la mia memoria non mi fa ritornare nessuna di quelle “imprese” alla mente (almeno a livello da poterle raccontare), ma il clima descritto nel libro e relativo al Quadraro posso dire che mi ricorda molto quello che vivevo a quell’epoca nel mio quartiere. Sia al ginnasio, al liceo e all’università sono andato sempre a piedi da casa e quindi alcune cose le vedevo e percepivo (“Basta saper osservare”, dice sempre Novelli nella sua prefazione) nelle mie camminate quotidiane. 
Molte storie hanno per protagonisti ragazzi, che pian piano crescono (il libro, come ho detto, copre un arco di otto anni, anni che Novelli ha ricostruito dai racconti di persone più grandi di lei - in quegli anni lei non era neppure nella mente dei suoi genitori, credo non ancora sposati): una fra tutti, una ragazza di nome Sabina, mi ha colpito più degli altri. E’ presente quasi in ogni storia, e tra i personaggi spicca per la serietà dei suoi pensieri e delle sue azioni, e per la generosità con la quale va incontro agli amici/amiche, aiutandoli a risolvere i loro problemi.
Le storie sono diciotto, per un totale di 207 pagine, più due di prefazione e biografia dell’autrice. Anche in questo Novelli è originale, rispetto a tanti scrittori dei nostri tempi. Dalla scrittura, alla concezione del libro e della sua struttura, fino all’edizione autonoma, Novelli mostra una creatività non comune, che rende il libro ancor più pregiato e valido,
Altro pregio da sottolineare, che mi ha richiesto – curioso come sono – una continua consultazione delle mappe per trovare i luoghi, è che le vie, in ogni storia, sono tutte vie reali del Quadraro. E così chi è pratico di Roma può agevolmente “camminare” per il quartiere leggendo le storie. Questo pregio non è così frequente anche in scrittori di racconti, sia italiani che stranieri (penso a Dickens o a McEwan).
Voglio però ancora sottolineare la freschezza che c’è in tutta l’opera: la lettura agevole e facile è sempre divertente, anche quando si parla di fatti non proprio belli da descrivere. A mio avviso il libro, estremamente consigliabile ad ogni tipo di lettori, è particolarmente indicato per i più giovani, che possono riconoscersi in qualcuno dei personaggi. 



(Lavinio Ricciardi)









Chiara Novelli, Storie del Quadraro, Youcanprint, 2017 [ * ]




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TRILOGIA DELLA CITTA' DI K.
post pubblicato in Kristof, Agota, il 6 aprile 2018
 

Nel libro, formato da tre parti (o romanzi: Il grande quaderno; La prova; La terza menzogna), l’autrice ”pronuncia l’orrore del mondo e lo fa semplicemente usando il verbo essere”, in uno stile rigoroso, che ”si spinge nel fetido del mondo” (Alessandro Baricco). Un testo certamente originale, crudele, spietato, sconvolgente che esercita un forza attrattiva sul lettore che scorre le pagine in fretta per giungere alla fine. Nessuno ama davvero l’altro in questo romanzo, perché la necessità dell’esistenza impedisce a chiunque di essere realmente quello che è. Solo la sofferenza e il dolore sono reali come nella vita di tutti. Nella prima parte (raccontata nella prima persona plurale), i piccoli gemelli, Klaus e Lucas, sono affidati dalla madre, a causa della guerra, alla nonna contadina che potrà mantenerli e nutrirli. Essi s’ìmpongono un rigido allenamento di lavoro, sia fisico che emotivo, in vari modi, per non provare sentimenti, né gioia, né dolore. Sviluppano notevoli capacità per la loro età, imparano le lingue, leggono e scrivono, annotando sul ”Grande Quaderno“ i fatti nudi e crudi, senza provare emozioni, ma facendo solo ciò che ritengono sia giusto fare (anche vendette o punizioni). Questa parte termina con la morte di una sorellina e della madre, tornata a prenderli (contro la loro volontà), per lo scoppio di una mina. Muore poi anche il padre allo stesso modo, nel tentativo di fuggire e varcare la frontiera insieme ai gemelli. Klaus riesce a fuggire, lasciando solo Lucas. 
Ne La prova, scritta in terza persona, Lucas ormai cresciuto, si prende cura di una donna, Yasmine, e di suo figlio Mathias, soprattutto quando questi viene misteriosamente abbandonato dalla madre. Intreccia una relazione con una bibliotecaria, stringe un legame di amicizia con Peter, un dirigente del partito comunista, apre anche una libreria. Ma il piccolo Mathias, per il timore di non essere abbastanza amato, si procura una orribile morte. La guerra che sembrava lontana è ormai scoppiata con le sue devastazioni e privazioni. Nell’ultima parte Klaus ritorna alla ricerca del fratello, ma non è creduto, non esistono prove della sua infanzia. Apprende che Lucas è sparito lasciando un manoscritto al suo amico Peter.
Ne La terza menzogna la storia si ribalta sorprendendo e confondendo il lettore. È il racconto della vita di Klaus. Veniamo a conoscenza (contrariamente a quanto detto nel ”Grande quaderno”) che i gemelli vivevano con i genitori, quando la madre, saputo che il marito ha un’amante, lo uccide a colpi di pistola. Ma un colpo ferisce accidentalmente Lucas che viene trasferito in un centro per paraplegici. Rimarrà zoppo e verrà accolto da una contadina che lui chiamerà nonna. Per superare il trauma il bambino s’immagina costantemente con il fratello gemello.
Klaus cresce allevato dall’amante del padre insieme alla sua sorellastra. Accudisce la madre dimessa dal manicomio, in cui era stata rinchiusa, lavora presso un giornale e scrive poesie. A 45 anni diventa capo di una tipografia di proprietà di una casa editrice, ma si ammala di saturnismo. Quando Lucas torna per incontrarlo, finge di non riconoscerlo e lo allontana, dicendo che il suo vero fratello è morto, perché non vuole che la madre lo veda. Lucas, dopo aver lasciato una lettera all’ambasciata, in cui chiede di essere sepolto accanto ai genitori, si getta sotto un treno. Klaus durante la cerimonia funebre progetta di morire allo stesso modo del fratello, dopo la morte della madre. L’opera pone diversi quesiti al lettore. Quale è la storia vera? Lucas e Klaus sono due o uno solo? In fondo i due nomi sono l’uno l'anagramma dell’altro e inizialmente intercambiabili. Perché tanto orrore umano sia pure stemperato da momenti di amicizia e solidarietà? Per bocca di Klaus la scrittrice esclama: ”la vita è di un’inutilità totale, è non senso, sofferenza infinita, invenzione di un non Dio di una malvagità che supera l’immaginazione.” Ma in quel gioco tra verità e finzione la risposta la troviamo nelle parole di Lucas: ” …cerco di scrivere delle storie vere, ma che non ci riesco, non ne ho il coraggio, mi fa troppo male. Allora abbellisco tutto e descrivo le cose non come sono accadute, ma come avrei voluto che accadessero.” In verità quell’orrore umano va visto alla luce delle vicende umane di Agota Kristof nella travagliata storia ungherese. Ha trascorso l’infanzia in un paese sconvolto dalle vicende della 2^guerra mondiale e dall’invasione delle truppe sovietiche, l’adolescenza sotto il regime comunista, in un collegio. E' un convento-orfanatrofio simile a un riformatorio dove lo stato alleva l’uomo nuovo a suon di letture imposte e disciplina ferrea. Adulta lavora in una fabbrica, si sposa sotto il pesante clima politico comunista e la crisi economica, che provoca nel ’56 la rivolta degli studenti operai a Budapest. La dura reazione sovietica induce il marito e lei (malvolentieri) con il loro bimbo alla fuga dall’Ungheria. Si rifugiano dapprima in un campo profughi a Vienna e poi approdano in Svizzera a Neuchatel, dove trova lavoro in una fabbrica di orologi. Nell’autobiografia dirà che l’altro paese è niente più che un deserto sociale e culturale, nel quale si perde ogni speranza e la nostalgia diventa una tattica, alla ricerca di una indifferenza che la protegga dal male del vivere. Allora la scrittura (già dagli anni del collegio) diventa strumento di sopravvivenza, luogo di libertà e di affermazione della propria identità. ”Ogni essere umano è nato per scrivere un libro. Un libro geniale o un libro mediocre, non importa, ma colui che non scrive niente è un essere perduto, non ha fatto altro che passare sulla terra, senza lasciare traccia" (Lucas nella ”Prova”). La sua è una visione assolutamente pessimistica dell’esistenza, in cui trovano ampio spazio temi come la disperazione, la solitudine, lo sradicamento dalle proprie origini, l’abbandono imposto della lingua madre, l’inganno delle parole, il tutto raccontato senza abbandonarsi mai alla debolezza delle forti emozioni. La scrittrice conserva tuttavia la nostalgia della propria infanzia dura e forte, unico periodo che sembra sottrarsi a quella somma di delusioni che è la vita di ogni persona. Nei suoi romanzi l’infanzia è l’unico luogo che consente una prospettiva ottimistica, per quanto perversa e violenta, in un mondo privo di scopo e di speranza.



(Anna Velia Violati)









Agota Krisztof, Trilogia della città di K., Einaudi, 2014 [ * ]

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NOSTALGIA
post pubblicato in Nevo, Eshkol, il 29 marzo 2018

Questo libro, come appare cercando sui siti delle case che commerciano libri, ha avuto finora tre editori, e – come è certo – anche tre diverse traduzioni. E’ il secondo libro di Nevo che leggo, e anche il quarto di scrittori israeliani (Abraham Jehoshua, Il signor Mani; David Grossmann, A un cerbiatto somiglia il mio amore; Eshkol Nevo, Tre piani). Ci tengo a dire che, nonostante Jehoshua scriva decisamente bene, in modo molto più scorrevole di Grossmann, la scrittura di Nevo è decisamente superiore ad entrambi. Almeno come capacità di comunicare. Spero di non fare torti a nessuno, ma questo è il mio parere. La traduzione di Elena Loewenthal, però, rispetto a quella di Ofra Bannettt ed Elena Scardi (Tre piani), risulta più pesante; forse però è solo un mio pensiero. Ma veniamo al romanzo. Come in Tre Piani, l’autore divide in parti il suo romanzo, parti che – in guisa di poesie o canzoni – chiama “strofe”: non tutte, però. Ci sono quattro strofe, ciascuna seguita dal ritornello di una canzone (quattro ritornelli diversi, presi da uno stesso disco, di una band che compare nella storia). Poi c’è una quinta parte, chiamata "L'esilio" (se ne comprenderà presto il perché) che conclude l’opera.
La storia, a parte un breve prologo, che anticipa l’azione dei protagonisti, inizia subito con un disguido. I due protagonisti, anziché trovarsi dal loro datore di alloggio, dov’erano diretti, si ritrovano… ad una veglia funebre! A parte l’inizio, tutta la prima strofa si articola nel presentare la coppia dei protagonisti, Amir e Noa, alle prese con il problema di trovare un alloggio, e nella presentazione dell’altra coppia, Moshe e Sima, che sono i proprietari dell’alloggio dato in affitto ad Amir e Noa. La località in cui si svolge la vita delle due coppie è Castel, un paesino a circa metà strada tra Gerusalemme e Tel Aviv.
L’intero libro, e non soltanto la ”prima strofa”, rappresenta la vita di Amir e Noa, dopo che entrambi avevano preso la decisione di vivere assieme. L’autore ci fa continuamente assistere a dubbi, gioie, tristezze di quando i comuni problemi incidono sui desideri di una giovane coppia, che ha avuto solo il torto di decidere questo “punto di partenza”: la loro vita in comune. Ovviamente, il ritornello alla fine di ogni strofa “commenta” – in un certo senso – l’andamento dei fatti: fatti che nelle prime due strofe sono decisamente favorevoli allo sviluppo della vita comune, mentre poi, con attriti, storie varie ed episodi non edificanti, la vita della coppia peggiora. 
Fissiamo però qualche precisazione. Noa si diletta di fotografia, mentre Amir studia all’Università, dove conta di laurearsi. Moshe Zakian, il loro locatario, guida un autobus. Lui e la moglie hanno due figli, Liron (maschio, di 5 anni) e Lilach (femmina, di pochi mesi). Tutta la seconda strofa è dedicata principalmente a Moshe e alla sua famiglia. Moshe ha un fratello rabbino, Menachem, che costituisce un pensiero per Sima, la moglie di Moshe. Sima trova che ogni volta che Moshe va a trovare suo fratello poi finisce per prenderne la cadenza del modo di parlare, e per difendere l’ultraortodossia del fratello di fronte a lei. 
Non voglio raccontare il libro per intero, ma semplicemente parlarne. Un modo molto originale di scrivere da parte di Nevo è quello di cambiare paragrafo e “attore” della narrazione. Così nelle strofe troviamo parti in cui parla Sima, parti in cui parla Noa, parti in cui parla Amir, parti in cui parla Moshe. E anche gli altri protagonisti della storia: la famiglia ove Amir e Noa sono andati per errore all’inizio, quella che vegliava il lutto di un figlio grande, Ghedi, caduto in Libano, ha un altro figlio, Yotam, ragazzo, che è attratto da Amir e dal suo modo di fare. Amir gli insegna a giocare a scacchi, e Yotam va spesso a trovare Amir, che – ovviamente – sostituisce nella sua giovane mente il fratello grande, mancante.
Il libro è ricco di colpi di scena, che non sempre sono preavvertiti, ma che si manifestano attraverso le riflessioni di chi li agisce. L’ultimo di questi, che segue una lunga riflessione di Noa, è la decisione di questa di lasciare Amir. Cosa che avviene di punto in bianco, alla fine della quarta strofa. Proprio per questa ragione, l’ultima parte del libro si chiama “L'esilio” (inteso come l’esilio di Amir da Noa e dalla vita che faceva prima con lei). Amir non sa cosa accade, cosa sia successo a Noa che lo ha lasciato così, senza neppure un numero ove telefonarle e parlarle. Noa non ha trovato un altro uomo, si concentra quasi esclusivamente sul suo lavoro, mentre Amir “vegeta”, senza saper cosa fare. I tempi non sono definiti: ad un certo punto Noa vuol saper qualcosa di come sta Amir, e gli telefona: a seguito delle cose che si dicono, lei decide di tornare. E il libro termina così, con la ricostituzione del loro menage.
Pur essendo stato premiato più volte - forse è il libro più premiato di Nevo - a me sinceramente è piaciuto meno di Tre piani, un po’ per una certa neghittosità del protagonista Amir, che spesso lascia che le cose vadano come vogliono andare (verso la fine di "L’esilio" c’è un breve flirt con Sima, la sua padrona di casa, che dopo un tentativo di bacio, scompare). Ci sono continui riferimenti a nostalgie, da parte dei protagonisti, che prendono spunto da cose abituali (cucina, abitudini alimentari e altro): ma forse il titolo sta per “nostalgia di una vita che non c’è più”, ed è comunque un sottinteso. Il merito di Nevo, in questo libro, è un tratteggio dei personaggi attraverso loro stessi, nei monologhi che ripetono cose in parte attese, in parte a sorpresa. Ecco perché, forse, il libro ha avuto molti premi: il modo in cui si articola caratterizza la vita di Israele e dei suoi abitanti. C’è un accenno agli altri “abitanti” della regione, i palestinesi, che vengono solo chiamati arabi. Come dire: nemici.
Evito di dilungarmi ancora. E penso che comunque, premi a parte, questo non sia il migliore dei libri di Nevo: la maniera di scrivere e di caratterizzare i personaggi ha avuto un grosso progresso da questo libro a Tre piani.



(Lavinio Ricciardi)









Eshkol Nevo, Nostalgia, Neri Pozza, 2014 [ * ]

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LE BRACI
post pubblicato in Marai, Sandor, il 19 marzo 2018
 

Le ”braci”, che danno significato alla vita, sono quelle prodotte dalla “passione che un giorno invade il nostro cuore, il nostro animo, il nostro corpo e che qualunque cosa accada, continua a bruciare in eterno fino alla morte.”
La prosa fluida ed elegante di Sàndor Màrai coinvolge il lettore emotivamente, in un racconto povero di avvenimenti, ma interamente svolto in un clima di crescente tensione, in un’atmosfera di attesa e di dolorosa rievocazione del passato. Lo scrittore ripercorre a ritroso la separazione di quarantuno anni tra i due protagonisti, amici dall’infanzia all’età virile. Hanno trascorso l’adolescenza in un collegio militare a Vienna, come gemelli che si completavano a vicenda. Anche se Henrik, estroverso con predisposizione alla vita militare e un profondo senso del proprio ruolo nello stato, proveniva da una ricca famiglia della nobiltà, mentre Konrad, militare per obbligo morale, di temperamento artistico e amante della musica, era figlio di un barone povero. Un oscuro episodio di caccia, il 2 luglio 1891, ha interrotto la loro amicizia, lunga 24 anni, e causato la fuga senza spiegazioni di Konrad. Il romanzo inizia con Henrik, divenuto nel tempo generale, che all’età di 75 anni, nel suo castello ai piedi dei Carpazi, attende il vecchio amico che ha trascorso quarant’anni ai Tropici, il cui arrivo al villaggio gli è stato comunicato da una lettera. Il momento delle spiegazioni, così lungamente atteso da entrambi è arrivato, essi condividono un segreto che brucia come una radiazione maligna ma al tempo stesso dà calore alla vita e la mantiene in tensione. Tra loro, nell’ombra, c’è il fantasma di una donna. Il generale ha invitato Konrad, perché deve porgli alcune domande. Ma la domanda  più importante è: ”Si può e soprattutto si deve restare fedeli alla passione che ci possiede, anche se questo significa distruggere la propria felicità e quella degli altri?” 
Il significato dell’amicizia e il suo tradimento, oltre quelli del destino e della felicità, è il tema fondamentale dell’opera di Màrai. Definisce l’amicizia il più nobile dei sentimenti, con un pizzico di eros che non ha bisogno di corpi e di sesso. E’ uno stato ideale, ma anche una legge inflessibile, la più potente delle leggi, quella su cui si fondarono i sistemi giuridici di grandi civiltà. Il significato profondo dell’amicizia consiste nell’accettazione dell’altro, nel rispetto di un’alleanza tacitamente conclusa, che non ha fine neanche con la morte.
Aleggia nel romanzo la consapevolezza della fine di un mondo, quello dell’Impero Austro–Ungarico, per cui valeva la pena di vivere e di morire, nonché la nostalgia di quel mondo, che rimane vivo, anche se non esiste nella realtà, nel generale e nello stesso Màrai.



(Anna Velia Violati)







Sandor Marai, Le braci, Adelphi, 2008 [ * ]

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S'E' SEDUTA
post pubblicato in Raggi, Luciana, il 3 febbraio 2018
 

"La mia postura segue consciamente la forma della sedia" (David Forster Wallace, Infinite Jest)


Si vorrebbe sapere di più su questa misteriosa donna seduta, di cui per l'amicizia con Luciana Raggi abbiamo notizia trattarsi di donna reale, cui la poetessa ha prestato la voce e, per così dire, la veste. Correre il rischio di oltrepassare il testo per fare entrare tuttavia questa donna che è sospesa in una zona evanescente della sua vita, dove il tempo sembra essere finito, forzatamente nel flusso di una contemporaneità pericolosa, è quello che si vorrebbe tentare. La melodrammatica eroina probabilmente non sa di incarnare una figura della filosofia attuale, quella dell'"esausto", divenuta paradigmatica di questi nostri anni. E' qualcosa di più di una reazione individuale magari inadeguata, è la rivelazione di una costellazione della contemporaneità, la risposta ad una situazione di massa, l'unica risposta veritativa a cui non si può rinunciare, pena il tradire sè stessi e il proprio tempo. Per questo è paradossalmente un'eroina della società della stanchezza (Byung-Chul Han, Nottetempo, 2012 [ * ]), preconizzatrice di tempi nuovi, se l'autore coreano ci vede alle sue soglie, quando è il tempo che "la ferita si richiuse stancamente" (Franz Kafka, Prometeo [ * ]), "stanchezza che non deriva da un riarmo sfrenato, bensì da un cordiale disarmo dell'io", reazione alla sindrome di burnout di una società della prestazione all'insegna dell'eccesso di positività.
La protagonista di S'è seduta, in bilico sul suo vortice panico di trottola, sembra non sapere le ragioni del suo male. Quando il male è immotivato, non ha ragioni, non ha una genesi in cui si ricostruisce la sua storia, è oltremodo devastante, a tutto discapito dell'io che si autoannulla. E' quello che succede a questa donna desolata e senza più risorse. 
L'autrice segue mimeticamente l'impoverimento concettuale della protagonista. Tutta la sequela di distici è un'unica variazione sul basso ostinato dell'immobilismo, dell'isterilimento di ogni azione possibile. Sono insistenze che tautologicamente ribadiscono il tema dell'assenza di divenire. Il tempo si è fermato anche se la pendola continua a battere i colpi, ma non procede più. La poetessa presta il suo verso a una donna che non ha più possibilità di parola. Questa è la cifra della teatralità del poemetto ed anche della sua trascendenza, perchè Luciana Raggi con questa donna ha stabilito un dialogo impossibile, sostituendosi ad essa, senza identificarsi.
Scrive Giorgio Agamben nella postfazione a L'esausto * ]: "Occorrerà allora immaginare una postura che esaurisce integralmente e senza riserve ogni possibilità. Scommettere, cioè, su che cosa si può ancora fare quando tutto è diventato impossibile e su che cosa c'è ancora da dire quando non è più possibile parlare. Questa postura è lo stare seduti. [...] L'esausto 'esaurisce tutto il possibile. Mette fine al possibile, al di là di ogni stanchezza, per continuare a finire'. [...] Lo stare seduti è la cifra dell'esaurimento di ogni possibile azione, la postura dell'esausto che è riuscito a sloggiare l'essere dalla sua dimora nella possibilità" [ * ]. Gilles Deleuze distingue, sulla base della sua esperienza di malato terminale, lo stanco dall'esausto. Lo stanco non ha più la forza di agire, non ha esaurito le sue possibilità vitali, saprebbe cosa fare ma non ne ha la forza. L'esausto ha invece finito le sue possibilità, è impotente perchè non ha più nulla da poter fare. "Lo stanco ha esaurito solo la messa in atto, mentre l'esausto esaurisce tutto il possibile". 
Dell'impotenza di una donna scissa nello smottamento tra culture, l'esito è la negazione di sè, i tratti definitori evanescenti, cui la poetessa offre la possibilità di un'immagine prima dell'esito del dissolvimento, perchè al di là della "nuda vita" non c'è altro. Il debito beckettiano è evidente anche oltre le intenzioni dell'autrice. 
"I would prefer not to" [ * ] rappresenta perciò una forma di opposizione, un'ostinazione senile che riguarda la vita dall'origine, è la strategia resistente dell'inoperosità, quella che si può vedere in questa donna divenuta ombra, fenomenologicamente descritta nei versi del poemetto [ * ].


(Carlo Verducci)





Luciana Raggi, S'è seduta, Edizioni Progetto Cultura, 2016 [ * ]
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